VIOLA COME UN LIVIDO. Romanzo edito dalla Damster edizioni. Terzo classificato all’Eroxè Contex 2014. Disponibile in cartaceo nelle grandi librerie, e in digitale su tutti gli store online.

Dannato viaggio! Dannato sonno. Dannata stanchezza.
E pensare che da piccoli eravamo cresciuti con le auto che volavano in cielo tipo Blade Runner. Con i replicanti, i cyborg, e qualche fottuto sbirro di ferro a tipo Robocop.
E invece la solita merda!
Un corpo stanco. Un corpo che aveva bisogno di nutrimento, di
riposo, di cagare, di bere, di pisciare.
Solo una truffa!
Ci avevano ingannanti tutti. Ci avevano fatto crescere. Ci avevano
pasciuti come maialini, per poi gettarci in un grosso forno.
In culo ai nostri sogni!
Nel duemila e tredici la gente moriva ancora di cancro. La gente
moriva ancora di cirrosi. La gente moriva ancora di AIDS. La gente moriva ancora!
La gente moriva… ancora.
Noi eravamo ancora vivi però. Eravamo stupidi, illusi, forse immaturi, ma ancora vivi. E con il peso della vita nei nostri corpi ci
dirigemmo verso casa sua, ridendo a ogni passo. Baciandoci, e
toccandoci cazzo e fica di tanto in tanto.
Lei si fermava a ogni incrocio facendo passare tutti.
Sorrideva, mentre le auto le passavano davanti. Fottendosene di
lei, di me, o di quell’auto guidata solo da due persone lì a Senigallia.
Io sorridevo fissandola. Accarezzandole in capelli e guardando
la scena.
Era buffa! La scena stessa era buffa. Lei ferma lì, fissando la
strada e sorridendo, mentre tutte le auto continuavano a passarle
davanti.
Manco i parcheggi sapeva fare. O qualsiasi manovra comportasse
il voltarsi o il non guardare davanti.
A me la cosa faceva ridere. La rendeva buffa. Piccola. Tenera.
La rendeva quasi speciale. Anche se con ogni probabilità, almeno
la metà delle donne al volante non sapevano né parcheggiare né
andare in retromarcia.
Ma la cosa mi piaceva comunque. La cosa la faceva somigliare a
una bambina. E lo era! Anche se pochi minuti prima teneva il mio
cazzo in bocca, e aveva ingoiato un bel po’ di calda e densa sborra.
Piccole contraddizioni. Sfumature, avrebbero detto gli amanti
d’arte moderna. Io non sapevo come chiamare tutto ciò. Sapevo
solo che era bella, e che mi piaceva stare con lei. Mi piaceva il suo ridere di tutto. Il suo non prendere niente sul serio. Il suo essere un po’ troia e un po’ bambina allo stesso tempo.
Era pericolosa, lo sapevo. Ma intanto ci stavo bene. E un perdente come me di certo non pensava a cose come il futuro, il mutuo, la rata sull’auto, le cure odontoiatriche.
Non pensavo a niente. Volevo solo vederla ridere. Solo stare con
lei. Solo sentire il suo profumo. E immerso nel suo profumo, nelle
sue risate, raggiungemmo la sua casa, mentre di tanto in tanto continuava a smanettarmi il cazzo dai jeans. Quei jeans nuovi! Quei jeans puliti. Quei jeans che mi avrebbero reso accettabile per i suoi e per il mondo intero.
Parcheggiò l’auto, Viola. La parcheggiò in un posto dove avrebbe
parcheggiato anche un cieco. In uno di quei posti in cui bastava
andare dritto, sterzare appena a destra o a sinistra dentro le strisce, ed ecco fatto!
Sarei dovuto scappare. Sì, sarebbe stata la cosa migliore. Ma
ormai ero lì. Lontano da casa. Lontano da ogni treno. Lontano da
ogni autobus.
Così scesi con lei dall’auto. Lasciai lì la mia roba e mi misi in
strada con lei. Stringendole la mano con la destra, e mantenendo i dolci con la sinistra.
Che bravo ragazzo! Proprio come quello delle pubblicità in tv. Lì, pulito e con i dolci in mano.
Cazzo, se non avessi avuto la barba lunghissima, i capelli sfatti,
la giacca di pelle e i tatuaggi, sarei passato magari per un banchiere.
Beh, in fondo se non fossi stato me sarei stato perfetto. Ma purtroppo ero me. E mi accingevo ad affrontare il giudizio divino
avanzando con la piccola Violasan verso la sua casa.
Andammo avanti mentre il sole ormai era calato su di noi.
Era buio, ma non troppo in fondo.
Le luci delle case erano le sole cose che illuminavano le strade,
assieme ai fari delle auto che passavano di tanto in tanto. Per il resto niente lampioni. A stento qualche piccolo lampioncino nei cortili delle villette che circondavano quella strada deserta. Una strada piena di alberi. Una tipica strada di campagna. La tipica strada di una cittadina silenziosa. Una cittadina noiosa. Una cittadina come tante, in fondo.
Ma Viola era diversa! Lei camminava come fosse uno spettro lì
per quelle strade, e forse io ero la sua faccenda in sospeso, ciò che non le permetteva di raggiungere la luce dove avrebbe trovato i suoi cari.
Sarebbe stato romantico. Ma la verità era di certo diversa. La
verità era che io non ero altro che uno dei tanti. O forse ero l’uomo della sua vita. Magari solo un’illusione.
Chi poteva saperlo!
Anche se per un attimo fu bello pensare a un grande amore tipo
quello dei film. Ma non ci stavano le telecamere su di noi, anche
se lei era fissata che ovunque andassimo ci fosse qualche cazzo di telecamera a circuito chiuso pronta a spiarci.
Chissà, magari era vero. Magari quella piccola cittadina era un
set cinematografico, e le nostre vite facevano scompisciare dalle
risate qualche ciccione annoiato, o magari commuovere qualche
casalinga repressa.
Beh, di certo vedendoci sul set fuori dal cimitero qualcuno si era
tirato una sega. Ma non era affar mio! Anch’io l’avrei fatto al posto
dell’ipotetico tipo. Il mio solo affare in quel momento doveva
essere il fare buona impressione sui genitori della piccola Viola.
E cazzo se l’avrei fatta!
Avevo il jeans nuovo, dunque ero a posto.
Certo, la barba lunga non mi avrebbe fatto guadagnare punti, ma
potevo sempre dire di essere un artista concettuale in cerca di se
stesso. Magari di essere appena tornato dal Tibet o dal cammino
di Santiago. O, meglio ancora, di esser appena tornato da un ritiro
spirituale ad Assisi dove avevo pregato e digiunato ben sette giorni per le intenzioni di Papa Francesco I.
Che dire, mentre raggiungevo la casa di Alessandra sperai che i
suoi non mi avrebbero chiesto niente sulla barba. Non per niente, non è che non mi andasse di raccontar loro palle, solo che sparare tutte quelle cazzate sarebbe stato di certo una noia
mortale.
Ma intanto raggiungemmo casa sua. Era una sorta di villetta su
due piani. Lei stava al primo, sopra di lei una vecchia rompi cazzo
e impicciona.
Lei la odiava! Mi aveva detto che quella troia portava spia sempre alla madre quando lei si chiudeva in stanza a farsi pompare dal suo ragazzo.
Non era per niente una bella cosa. Ma la gente lo fa spesso.
La gente ti guarda persino nelle buste della spesa alle casse del
supermercato.
Comunque, quando entrammo in casa, in quella casa dalle mura gialle, non ci accolse la voce di nessun gioviale presentatore televisivo. No, solo il cinguettio di quattro pappagallini chiusi in una gabbia.
Tre azzurri e uno bianco.
Quello bianco era femmina. Era la Puffetta della situazione.
Quella sbattuta un po’ da tutti. E una volta salita la piccola scalinata che separava la porta d’ingresso da un’altra ancora, la piccola Violasan si mise a giocare proprio con quella bianca.
Empatia, forse. Magari anche lei si sentiva come una Puffetta
lì in quel cesso di posto. La sola donna in mezzo a una marea di
uomini. Lì costretta a soddisfare le loro voglie.
Boh, magari la Puffetta bianca non gliela dava manco a quei tre
coglioncelli piumati, e magari anche la piccola Violasan chiavava
meno di quanto dicesse. E intanto la piccola Viola se ne stava lì
a far dondolare la piccola Puffetta bianca su di un’altalena rossa.
«Guarda, guarda come è contenta» disse con la sua voce da bambina. Anche se a me non sembrava affatto contenta quella palla di piume bianche.
Sembrava piuttosto rassegnata.
Già, in fondo era in gabbia. In gabbia come Viola lì a Senigallia.
In gabbia come me nel mondo intero. In gabbia come il mondo
intero nelle proprie illusioni.
Ma la lasciammo alle sue illusioni la piccola Puffetta bianca. La
lasciammo nella sua gabbia, mentre noi avanzammo oltre la porta
di casa, pronti a entrare in un’altra gabbia.
Alessandra lasciò la porta di casa aperta senza manco curarsene.
Chissà, magari lì a Senigallia di ladri non ce ne erano. O magari
ero finito in una fottuta comunità di Amish.
Comunque fosse, io la chiusi. Per sicurezza!
Non mi andava di trovarmi un gruppo di terroristi Armeni davanti
mentre facevo conoscenza con i genitori di Viola. O ancora
peggio un esercito di testimoni di Geova.
Non era il caso. La porta ci avrebbe protetto, a meno che non
fosse scoppiata la terza guerra mondiale o alle tele avessero annunciato che erano finiti i cereali al cioccolato.
In tal caso non avremmo avuto scampo!
Ma per fortuna alla tele ci stava solo un telecronista sportivo che
annunciava quella che a sua detta sarebbe stata una partita di calcio memorabile, proprio come le altre mille da lui commentate.
Io avanzai ancora dietro Viola, mentre il telecronista tutto gasato
annunciava la sua cazzo di partita di calcio, e la porta chiusa ci
difendeva da un eventuale attacco di lucertole mutanti.
Avanzai con lei e ci fermammo a pochi passi dalla porta (quella
che ci avrebbe protetto dalle lucertole mutanti), quando ecco, l’intera comunità Amish venne a farmi visita.
La madre e il padre di Violasan uscirono da una stanza alla nostra
sinistra. Una stanza senza porta. Una stanza che era la cucina
(ma lo avrei capito dopo). Intanto restai lì fermo, prendendo a
sorridere nel vederli, proprio come un bravo ragazzo. Mentre loro
sorridevano a loro volta nel vedermi, proprio come una brava favmiglia. Proprio simili alla famiglia Robinson. Tranne per il colore
della pelle.
Chissà, magari anche la loro irruenta gioia era falsa come la mia.
Magari anche loro si sentivano in imbarazzo. Magari anche loro
non avrebbero voluto trovarsi in quella situazione.
Già, con ogni probabilità avevano lanciato in aria tremende urla
prima di accettare di farmi venire, giusto per far contenta la loro
bambina. E magari ogni giorno invece di sorridere si scannavano
a vicenda per cose come il lavoro, le bollette, il cibo, o anche solo
che programma guardare alla tele.
Era normale, più che comprensibile. Anch’io non sorridevo mai
alla gente. Anch’io stavo incazzato tutto il giorno.
Eppure sorridevo!
Sorridevo fissando la mamma di Viola lì davanti a me. Una
donna bassa e grassoccia dalla faccia buona. E suo padre. Un uomo alto e con un po’ di pancetta, e l’espressione di colui che aveva preso un sacco d’inculate nella sua esistenza.
Ma dimenticammo tutto in quel momento. Dimenticammo
i problemi, le inculate, le divergenze sui programmi televisivi e
prendemmo a diventare tutti felici. Dei veri uomini felici! Proprio
come quelli che si vedono delle fiction della Disney.
E tutti e tre entrammo bene nella parte. Anzi, tutti e quattro.
Anche Viola era nel gioco. Anche Alessandra era candidata
all’Oscar. E ce la cavammo tutti bene a dire il vero.
«Buonasera» feci io sorridendo.
E stretta di mano al padre. Di quelle forti! Per far vedere di essere uno con le palle. Un uomo tutto lavoro e famiglia.
Ma prima di lui ovviamente salutai sua moglie. Un bacio a destra, un bacio a sinistra. Un sorriso.
Che bravo ragazzo!
E il cane che abbaia. Un piccolo meticcio bianco e nero. Di quelli
che abbaiano sempre. Non cattivi! Forse stupidi. Forse troppo
furbi da sapere che a furia di abbaiare alla fine avrebbero avuto
quel che cazzo gli pareva.
E il cane continuò ad abbaiare.
«Ranf Ranf Ranf Ranf» urlava quella bestia in miniatura.
E ancora «Grrr Grr Grr Grrr.»
Non la finiva più!
Poi ecco la voce del padrone.
«Bella, sta calma o torni in camera» disse il padre di Alessandra.
E Bella, niente! Continuava ad abbaiare mentre io stavo lì davanti a lei ridendomela. Non per la situazione, ma solo perché non si può fare altro quando stai in casa di sconosciuti.
Già, forse Bella stava facendo la sola cosa giusta in mezzo a
quella farsa. Urlava! Urlava la sua voglia che io mi togliessi dal
cazzo.
Le andò male, purtroppo.
Le misero il guinzaglio e continuammo la nostra farsa, mentre il
padre di Alessandra continuava a tenerla, e lei a urlare i suoi scomposti “Ranf Ranf Ranf Grrr Grrr Grrr.”
Così potemmo continuare.
Il viaggio! Bisogna sempre chiedere com’è andato un viaggio. Bisogna capire se è andato male o bene. E tanto, anche se fosse andato male, chiederlo non avrebbe fatto cambiare le cose.
Ma un bel “Mi dispiace! Siediti, sarai stanco”, avrebbe fatto sentire meglio i padroni di casa.
Purtroppo per i genitori di Viola io dissi che il viaggio era andato
bene, così da toglier loro l’occasione di dimostrarmi la loro bontà.
Ma si rifecero subito.
Entrammo nel soggiorno. Un soggiorno con mobili di legno.
Mobili in stile classico pieni di vecchi libri, statuette di porcellana
e d’argento, e quadri appesi al muro.
Alessandra fu abbastanza furba da uscire di scena andandosene
al cesso. Io restai lì. Sorridendo. Sorridendo avvolto dal sorriso di
due sconosciuti.
Il cane continuò a urlare, e io restai lì immobile. Seduto su di una
sedia di legno a sorridere.
Che cazzo dire? In fondo io ero lì per Violasan, mica per loro.
Eppure dovevo dire qualcosa. Loro dovevano dire qualcosa. Tutti
e tre sapevamo di dover dire qualcosa. Tutti e tre sudavamo freddo, in attesa di chi avrebbe detto qualcosa.
Era mezzogiorno di fuoco! E fu la madre di Alessandra a sparare
il primo colpo.
Mi beccò dritto in faccia! Anche il cane lo notò, continuando con
i suoi “Ranf Ranf”.
«Allora, come ti sembra Senigallia?» mi chiese, sfoderando così
la domanda numero due.
«Oh, una cittadina molto tranquilla!» risposi io, pensando che
più che tranquilla fosse noiosa, e pronto ad accogliere la domanda numero tre.
Il padre stava per avanzare, ma la madre di Viola riuscì a precederlo.
Fu più veloce.
BANG BANG
Dritto in petto!
E il cane ancora “Ranf Ranf Grrr Grrr.”
«Buona, Bella!» fece il padre di Ale dandole uno strattone con il
guinzaglio.
«E dove siete andati di bello?» mi chiese ancora il grembo che
aveva messo al mondo la piccola Viola.
«Beh, alla Rocca. Alla rocca e in centro» le risposi sorridendo, e
ricordando che Alessandra mi aveva detto di dire così ai suoi. Di
dirgli che eravamo andati a visitare la Rocca e il centro storico.
Certo, mica potevo dirle “beh, sa signora, siamo andati al cimitero
a chiavare, io e sua figlia. E mi creda signora, deve proprio essere
fiera della sua bambina. Come lo succhia lei di certo lo succhiano
in poche. Pensi che ha bevuto fino all’ultima goccia della mia sborra. Un talento naturale sua figlia!”
No, non era il caso. Anche se la scena era divertente. Non ilsorridere, sia chiaro, ma lo star lì davanti a loro. Sorridendo e parlando come in un romanzo dell’ottocento, mentre manco mezz’ora prima glielo avevo sbattuto in corpo alla loro bambina, e le ero anche venuto dritto in gola.
Chissà, magari avrei anche potuto dirlo. In fondo avevo il jeans
nuovo. Ne avevo passate tante per quel coso, e avevo speso anche venticinque euro; o meglio, ventiquattro euro e novanta.
Cazzo, doveva pure contare qualcosa! Magari quando la piccola
Viola sarebbe tornata dal cesso l’avrei sbattuta sul divano davanti
ai loro occhi. E sempre davanti i loro occhi lo avrei tirato fuori
dai miei jeans nuovi da ventiquattro euro e novanta e glielo avrei
piantato dentro, cominciando a scoparla proprio davanti a loro,
mentre avrebbero continuato a sorridere chiedendomi come fosse
Senigallia.
Beh, purtroppo quando la piccola Alessandra tornò non la gettai
sul divano ficcandoglielo dentro. No, eravamo alla domanda
numero otto. Avevamo passato quella sul paragone tra il tempo
di Napoli e quello di Senigallia. Quella su come ci fossimo conosciuti io e Alessandra (ovviamente mentii! Non dissi che l’avevo conosciuta nei panni di Violasan). La domanda sui piatti migliori di Napoli, con contro domanda sul se mi piacesse questo piatto o quell’altro fatto a Senigallia.
Poi quella sul mio lavoro. Ancora la domanda sulla situazione
rifiuti a Napoli. La domanda su cosa avessero detto i miei del mio
viaggio (con relativo elenco dei miei familiari, e ovviamente un
meccanico dispiacere sentendo che il mio vecchio era crepato). E
dopo la rassegna dei familiari, l’immancabile domanda «E i tuoi
cosa fanno?» In questo caso rivolto solo alla mia vecchia, ovviamente.
Chissà, magari esiste un elenco di domande stupide da fare a uno
sconosciuto quando ci si trova con lui nel proprio salotto, in totale
imbarazzo. E forse ci sta anche un elenco di risposte standard.
Cose del tipo “Oh, a Napoli la miglior pizzeria è Di Matteo.
Come? Beh, certo, sono sicuro che la carne di Senigallia è davvero buona. Beh sì, a Napoli fa ancora caldo, ma a dire il vero pensavo che qui facesse più freddo”.
Insomma, frasi fatte giusto per passare il tempo. Frasi inutili,
frasi che annoiano chi le dice e chi le ascolta. Frasi che potrebbero anche non essere dette.
Già, in fondo a che cazzo serviva parlare? Cioè, io ero lì per
lei, per Alessandra. Io lo sapevo e loro lo sapevano. Dunque avrei
potuto starmene benissimo in silenzio aspettando che uscisse dal
cesso.
Sono sicuro che sarebbero stati meglio anche i suoi genitori. Più rilassati! Senza essere costretti a intrattenere il loro ospite fingendo di essere interessati alle mie stronzate, o di fottersene per davvero di che tempo facesse a Napoli.
Magari avrebbero anche potuto scannarsi come tutti i santi giorni.
E invece erano costretti a star lì a sorridermi.
È orrendo sorridere per forza! Credo non esista cosa peggiore
al mondo. Il dover fingere di essere per forza felice. Proprio come
alle cene natalizie, alle feste di lavoro o alle riunioni dei cattolici
o dei buddisti.
Tutti felici. Tutti sorridenti. Niente spazio alla rabbia. Niente spazio
all’odio. Tutti felici di conoscere gente. Tutti felici di parlare
con la gente. Tutti felici di ascoltare la gente. Tutti consapevoli di
rompersi le palle, e di non vedere l’ora che quella farsa finisca, per tornare normali; di cattivo umore! Magari lamentosi e arrabbiati.
Vabbe’, presto sarebbe finita, o almeno per quella sera.
Eravamo alla domanda numero nove. E di solito in una conversazione con due genitori sconosciuti non si va mai oltre la quattordici.
Io ero pronto! Ormai avevo raggiunto il punto di non ritorno.
Non poteva che andare sempre peggio, e non poteva non finire,
proprio come ogni cosa non voluta nella vita.
Alessandra entrò nel soggiorno e si mise a sedere accanto a me.
Lì davanti un grosso tavolo di legno scuro.
«Allora, di che parlavate?» chiese sorridendo.
Io cercai di trattenermi dal baciarla (ero un amico, non potevo). Il cane abbaiò ancora. Poi si calmò.
Ci riuscì!
«Beh, niente. Si parlava del mio lavoro» le risposi.
«Uff, che pizza!» fece lei. Poi si guardò attorno. Rivolse i suoi
occhi verso la mamma. «E la Silvia?» le chiese.
«Sta per arrivare» le rispose la madre, che magari in altre occasioni l’avrebbe fatto freddamente, e non sorridendo come allora. Sorridendo, per dimostrare al mondo intero di essere un’ottima moglie, un’ottima madre, un’ottima conversatrice. Proprio come facevamo tutti lì dentro.
Poi eccola. Domanda numero nove!
«Cenate qui?» chiese la madre.
«Andiamo dal Cinese» rispose Alessandra.
Io la guardai e sorrisi, sperando di non dover mangiare per davvero quella merda orientale. Quell’insieme di verdure tritate. Pasta fritta, riso fritto, gelato fritto, gatti fritti, camerieri fritti, cambiali fritte.
Ma cercai di non pensarci.
Mi limitai a sorridere proprio come un bravo ragazzo. Come un
moccioso frungoloso in qualche cazzo di film Americano andato a
casa di Mary Jhane detta “fica d’oro” per portarla al ballo di fine
anno.
Mary Jhane ormai era mia! Mi toccava solo sorridere ai suoi.
Solo continuare a fare il bravo ragazzo, il Forrest Gump della situazione, per guadagnarmi il diritto a restare lì e scopare con la
piccola Alessandra. Con la piccola Mary Jhane detta “fica d’oro”
Cazzo, e pensare che avevo speso ben ventiquattro euro e novanta per quei fottuti jeans. E manco bastavano.
Se quella tipa, Alessandra, non mi fosse piaciuta per davvero,
con il cazzo che ci sarei andato in quel fottuto posto.
Di certo non mi sarei fatto seicento chilometri per una scopata.
Ma non si trattava di amore!
No, non ero così coglione da innamorarmi a prima vista (in tal
caso a primo colpo di tastiera). Era qualcosa di diverso. Un qualcosa di folle in lei che mi attirava. Qualcosa di atipico. Qualcosa di etereo.
Ma intanto, mentre il discorso continuava sul fatto se fosse meglio
mangiare cinese o restare a casa, ecco che la porta di casa
prese ad aprirsi di colpo.
Non erano testimoni di Geova, e manco lucertole giganti. Era
solo una ragazza sui trenta. Alta circa quanto me e Alessandra. Magra circa quanto me e Alessandra. Uguale a tutto il genere umano, compresi me e Alessandra.
La tipa mi guardò stupita. Sapeva che dovevo venire. Sapeva chi
ero. Sapeva che ero l’amico di Alessandra, dunque quello che se
la stava chiavando. E dunque non era sorpresa! O almeno non era sorpresa che io fossi lì.
Sapeva che avrebbe dovuto dividere la casa con un potenziale
Charles Manson o Jack lo squartatore. Che magari di notte, mentre tutti dormivano, avrei svaligiato la casa, violentato il cane, e me la sarei svignata dopo aver dato fuoco alla casa con loro dentro.
Un bel rischio! Succedevano per davvero certe cose. Soprattutto
la parte della violenza al cane.
Ma il cane forse capì la cosa.
«Arf Arf Arf Ranf Ranf Grrr Grrr» prese di nuovo a fare. Poi si
avvicinò alla tipa appena entrata e le fece le feste, girandosi verso
di me e ringhiando di tanto in tanto.
«Oh, buona Bella! Se non ti calmi ti porto in stanza» disse la
tipa.
Bella si calmò. O almeno capii che non era aria.
Così Bella se ne andò da sola in quella cazzo di stanza. Chissà
dove.
Io pensai che forse lì dentro ci stavano tutti i supplizianti con i
loro strumenti di tortura, e che magari quella cagna ora gli stava
pisciando addosso. E intanto la tipa si avvicinò. Mi porse la mano.
Io mi alzai e gliela strinsi, proprio come un cadetto della marina.
«Piacere, Silvia» disse lei.
«Salve, Marco» feci io, cercando di fingermi un bravo ragazzo e
una persona affidabile. E la tipa, quella che era la sorella di Alessandra, prese a stringermi la mano sorridendomi.
Mi fissò a lungo. Mi scrutò a lungo. I suoi occhi cercarono di radiografare la mia anima. Io ero sotto la risonanza magnetica delle secolari premure delle sorelle maggiori che impedivano alle sorelle minori di dare la fica a destra e manca.
Mi esaminò per bene! E quando ebbe finito mi lasciò la mano,
continuando a sorridermi.
Avevo superato l’esame? Di certo no! Di certo aveva capito che
io e sua sorella avevamo già scopato.
Poco male! Almeno se ne andò
Un sorriso in meno. Ma ecco che i sorrisi ripresero nuovamente.
Tutti attorno a me. Tutti per me
«Sicuri di non voler restare qui a mangiare?» mi chiese la madre
di Alessandra.
«Ehm, grazie signora. Veramente grazie! Ma sa, io e sua figlia
abbiamo scommesso quale ristorante cinese sia migliore. Se quello di Napoli, o quello qui a Senigallia» le dissi.
Di quante balle può disporre un uomo pur di non morire! Pur di
togliersi da una situazione del cazzo.
Comunque funzionò. La madre si bevve la storia sulla disputa tra
i ristoranti cinesi campani e marchigiani. Suo padre fissò lo schermo della tv. I giocatori stavano scendendo in campo.
Giocava il Napoli!
«Tu tifi per il Napoli immagino?» mi chiese.
«Beh, veramente a me non piace il calcio» gli risposi.
Lui rimase un attimo stupefatto.
Cazzo, avevo sbagliato! Non dovevo dire quella cosa. Dovevo
dire di amare il calcio. E dovevo dire di morire per il Napoli.
Sì, tutti i bravi ragazzi amano il calcio. E se sono napoletani,
ucciderebbero per la loro squadra del cuore.
Forse a quelle parole il padre di Alessandra avrebbe voluto ammazzarmi. Stringermi la gola con le sue mani. Stringerla fino a che non sarei diventato viola. Fino a che gli occhi mi fossero usciti
dalle orbite e sarei finito per terra privo di sensi, con la schiuma
bianca alla bocca.
Ma si trattenne. Ero un ospite, e così si trattenne.
Magari se un giorno per chissà quale inspiegabile motivo io e
sua figlia fossimo finiti insieme, lui si sarebbe ricordato fino alla
morte di quella cosa.
Avrebbe voluto crescere i miei figli per tenerli lontani da me, e
insegnarli ad amare il calcio. Durante le cene di Natale avrebbe detto cose del tipo “No, a mio genero non piace il calcio”. E lo avrebbe detto con disgusto, etichettandomi come un handicappato. E sul letto di morte di certo l’ultima cosa che mi avrebbe detto sarebbe stata “Bastardo di un figlio di una puttana! Mia figlia, la mia bambina, nelle mani di uno che non ama il calcio. Che Dio ti stramaledica!”.
Sarebbe andata così. O almeno se fossimo finiti insieme io e Alessandra.
Per ora avevo solo voglia di stringerla, baciarla, scoparla. Insomma, stare con lei! E ce l’avevamo quasi fatta, quando ecco
entrare di nuovo in scena la sorella con il suo fidanzato decennale. Uno che si chiamava Marco, come me. Uno che sorrideva sempre.
Chissà, magari a furia di dover fare il bravo fidanzato gli era
venuta una paresi alla bocca.
Succedeva a tutti! Forse sarebbe successo anche a me. E intanto
quella troia di Bella continuava a giocare con il tipo con la paresi
alla mascella.
Almeno si era calmata. Una cosa buona! Ma le cose buone non
durano mai, proprio come quelle cattive. Solo le cose statiche rimangono per sempre. Solo la noia e la monotonia restano per sempre, come due vecchi che si sopportano da decenni.
Silvia si avvicinò a noi. E così di nuovo convenevoli. Di nuovo
sorrisi. Di nuovo il copione.
Raccontammo tutto daccapo.
“C’eravamo conosciuti su una chat già da mesi (bugia! Sia per la
chat che per i mesi). Una di quelle chat dove la gente cerca l’amore, e non certo dove si va a tirare le seghe.
A Napoli faceva più caldo che a Senigallia, ma io mi aspettavo
che a Senigallia facesse più freddo. E sì, a Napoli la miglior pizza
è quella di Di Matteo, ma di certo la carne di Senigallia è migliore
di quella di Napoli. E lavoravo in un call center. Certo, non amavo
il mio lavoro, ma con la crisi che c’è, sai com’è! E come? Tra i
quadri appesi alcuni sono di Alessandra? E quali? Devo indovinare? Mhh. Ecco! Quello e quello”, dissi, senza farmi scoprire di averli già visti in quella video chat, tra la ricerca di un Medium e un ditalino vario.
Poi ecco il tempo presente. Il fendente definitivo.
«Non restate a cena?»
E parliamo ancora del cinese. Parliamo ancora della fasulla scommessa inventata per stare solo.
Poi, ecco
finalmente la pace!
I saluti. Il cane mi ringhia contro, ma in maniera più calma, indecisa se sbranarmi o scoparmi.
Salutiamo!
«Non torniamo tardi, mamma» fece Alessandra, da brava bambina, uscendo con me fuori di casa.
Così uscimmo fuori. I pappagalli erano sempre lì, e Puffetta sulla
sua bella altalena.
Alessandra le fece fare un giro. Io mi misi una cicca in bocca e
l’accesi.
Lanciai del fumo in aria, Puffetta fece un altro giro della morte,
rimanendo impassibile su quella cazzo di altalena.
Viola sorrise. Strizzò gli occhi, mi guardò, e assieme scendemmo
le scale, togliendoci da quel posto, mettendoci per strada, smettendo di sorridere per finta, cominciando a farlo per davvero: finalmente!

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