Tratto dal racconto “Metastasi”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

La stessa scena ripetuta ogni giorno. La mia illusione di avere qualche certezza. L’illusione che nulla mai potesse più toccarmi.
Non quella mano, almeno. Non quella mano che emanava un tremendo tanfo di sudore.
«Sei così dolce, piccola Lia».
Era il mio regalo di Natale. Quel regalo che non avrei mai più dimenticato. Quel regalo che non avrei mai potuto gettar via, ma che avrei tenuto per sempre nascosto, proprio come lui mi aveva sempre raccomandato di fare.
«Questo è il nostro piccolo gioco. Il nostro piccolo segreto» diceva, mentre terrorizzata, nel buio, non riuscivo a provare altro che angoscia, ansia e disgusto sentendo la sua mano sul mio viso. Quella sua mano che accarezzava il mio piccolo corpo, mentre sorridendomi continuava a dirmi «Non dirlo però alla mamma, o potrebbe ammalarsi e morire».
Sì, era quello il nostro patto segreto. Io lo sapevo. Lui lo sapeva.
Io non dovevo dire nulla. Dovevo gioire persino del suo regalo. Giocare con lui!
Già, era il nostro gioco, e quella che un tempo era la dimora di mille risate, la mia stanza piena di peluche e dalle pareti rosa, era di colpo diventata la cella dove tenere al sicuro quel segreto. Un mattatoio dove venivo fatta a pezzi. Notte dopo notte. Giorno dopo giorno. Attimo dopo attimo.
Cosa rimase di me, se non un corpo paralizzato, immobile su di un letto?

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Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito

Alcune immagini della presentazione di Viola come un livido, più gli altri miei libri.

Pittoresca e sincera presentazione del romanzo Viola come un livido, edito dalla Damster edizioni a gennaio 2015, e terzo classificato al concorso Eroxè Contest 2015.
La presentazione si è tenuta giovedì 7 luglio nel meraviglioso locale Portico340, sito a Napoli, in Via Tribunali 340. Qui, l’autore, moderato dall’autrice Marianna Grillo (autrice di Amaranto ed Eden e il mare) a presentato i suoi lavori, rendendo partecipe il pubblico, anche grazie al carisma della sua amica e collega.
Un’esperienza al limite dell’umana sensibilità, dove l’autore e la relatrice hanno mostrato il volto di Marco e Alessandra/Violasan, protagonisti del romanzo, portando gli invitati a vivere il dramma dei due protagonisti. Il dramma di voler vivere una vita priva di maschere, ma non poterlo fare, risucchiati da una realtà formale che sta rubando loro un sogno. Il sogno senza barriere di due bambina alla ricerca del mondo, e di se stessi.

Hanno poi annunciato al pubblico i lavori di Marco Peluso: altri sette romanzi e un’antologia di racconti. Storie che mostrano il volto di un’umanità nascosta, e le paure che albergano in ogni essere umano.
Qui, l’autore, ha svelato al pubblico che forse entro l’inizio dell’anno prossimo anche i romanzi “Affamata d’amore” e “Un cielo di cemento” saranno disponibili in cartaceo.

Di seguito un piccolo estratto del romanzo.

Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.

Ecco il mio ottavo romanzo, seguito di Affamata d’amore, Un cielo di cemento. Romanzo, come il primo, ispirato a una storia vera.

Mi misi a sedere su di una lercia panchina. Puzzava di piscio e sudore. Mi sembrava di stare a casa!
Quello squallore, quella tristezza, la merda dei piccioni su di una statua, bottiglie vuote per terra, e un gruppo di barboni stesi su dei cartoni.
Uno di loro si tirò su e diede un sorso a una birra in latta, nonostante fossero appena le otto del mattino. Gli altri due rimasero stesi. Qualche piccione volò su quel monumento decaduto. Io restai seduto a leggere e fumare, mentre lontano da quello scenario simile a una donna stuprata e poi gettata per strada a fare la puttana, il mondo scorreva veloce, insensibile, senza cogliere la bellezza dell’umana tristezza di cui facevo parte.
Ovviamente pensai a Elisa. Lei amava Carver! Quel libro era pieno di simili personaggi. Personaggi proprio come me. Dei pagliacci malinconici che ridevano di se stessi, morendo in una pozza di merda.
Ma un libro è pur sempre solo un libro. Lei avrebbe retto alla realtà o presto o tardi avrebbe cercato altro? Magari uno di quegli pseudo artisti che parlano di rinascite spirituali e altre cazzate simili. E forse avrebbe rinnegato ogni cosa. Gettato merda su di me. Vedendomi solo come un errore da cancellare.
Sospirai, alzando lo sguardo verso quei barboni stesi sui cartoni. Pensando a cosa ne sarebbe stato della mia vita.
Sarei stato davvero assieme a Elisa per sempre? Assieme alla figlia dello stimato dottore. Lei che non conosceva per davvero la fame e la disperazione. La strada. Essere derisa. Trattata solo come merda. Come un niente!
La vedevo così dura. Lei veniva da un mondo così diverso dal mio. Non aveva mai temuto per davvero di finire per strada. Le sarebbe, in fondo, bastato un colpo di telefono, e qualcuno l’avrebbe tirata fuori dalla merda.
Avrebbe mai accettato il compromesso come lo stavo facendo io? Mischiare i nostri due mondi. Proprio come in una favola della Disney.
Bah, favole, amore eterno; ma cosa cazzo mi stava succedendo?
Forse avrei fatto bene a lasciarla io. Già, perché a conti fatti, quanto può durare un amore?
È solo un gioco di ruoli. Né più né meno. Due sconosciuti che si incontrano e si scelgono, e vengono scelti: in fondo stessa cosa!
Delle parole. Qualche risata. Entrambi già sanno di star giocando in modo malizioso.
Cambiano gli schemi di approccio. Alcuni sono davvero squallidi, ripetuti mille volte con mille volti. Altri sono passivi. Subiscono il corteggiamento, si lasciando andare, e poi nasce quella cosa chiamata “relazione”.
Eppure, tutte cose già fatte. Tutte cose già dette, in un modo o in un altro. Persone reputate speciali e diverse, proprio come in passato furono reputate speciali e diverse altre persone. Sorrisi donati già ad altri esseri umani. A conti fatti, gli stessi complimenti. La stessa complicità. Magari segreti confessati già ad altre persone, ma spacciati come unici, così da donare all’interlocutore l’illusione di essere una persona diversa da tutte. Privilegiata. Scelta tra mille.
Poi ecco la fine. A volte indifferenza. Altre volte solo odio. Addirittura urla, ricatti, minacce, denunce. E poi ancora un altro volto: di norma per la donna è più facile, per l’uomo un po’ meno. Altre volte è il contrario: dipende dalle parti! Ma alla fine si ricomincia tutto daccapo. Finché l’età sopraggiunge. Ci si accontenta. Ci si adagia su un nuovo amore speciale. Si decide di dar vita a quel “per sempre”. E poi ecco che la staticità inghiotte tutto. Tutto diventa freddo, nauseante, volgare. Dapprima il disgusto. Lei che vede lui sempre più brutto. Lui che vede lei sempre più flaccida. Un odio profondo per gli assorbenti di lei, disgusto per il piscio sulla tavoletta lasciato da lui. Serate infinite in cucina a mangiare davanti a un televisore perennemente acceso.
Ed ecco che i bambini crescono. Non sono più cuccioli da coccolare, ma solo un peso che lega due sconosciuti.
«È solo colpa tua» urlerà lei «Tu non ci stai mai. Non sai fare il padre!»
«Io mando avanti questa dannata casa» strillerà lui «Che cazzo vuoi più da me?»
E nel mezzo, creature condotte al macello cresceranno imbottite di nauseante sangue, scoprendo lentamente le menzogne a loro raccontate quando erano ancora bambini. La menzogna di una vita felice e speciale. Proprio come quella sognata da due sconosciuti, ora assieme per forza. Nel tempo, non odiandosi nemmeno più. Provando solo qualcosa di peggiore. Indifferenza! Non altro che indifferenza. Un freddo glaciale. Un gelo che tutto avvolge. In un tempo indefinito. Finché la morte di uno dei due metterà fine a un amore mai stato.
Ecco, ecco la realtà. Quello sempre successo. Quello che sarebbe successo. Quello che succedeva proprio in quel momento, a pochi passi da me, in quel mondo di cui non mi sentivo parte. Sempre di meno, ormai.
No, ancora qualcosa mi legava a quel mondo. Ancora una speranza. La speranza che almeno una volta l’amore potesse essere qualcosa di bello. Qualcosa in cui credere. Qualcosa di diverso.
Chiusi il libro e guardai quei barboni. Rividi il mio volto che lei aveva scelto così com’era. Rividi il suo volto, e risentii le sue parole che mi tirarono fuori dalla mia indifferenza.
La prima volta che la vidi. Il suo fare arrogante. Il mio cinismo.
Poi la curiosità!
Chi era quella sconosciuta che si poneva così nei miei confronti? L’aveva già fatto con altri, forse. Magari era solo annoiata.
Io decisi di crederla. Forse lei aveva creduto in me.
Non lo sapevo. Potevo solo sperare. Sperare che tutto fosse vero. Che per una volta l’amore fosse qualcosa di vero. Che lei fosse vera. Che noi fossimo veri.
Ma fu inutile perdersi in quei pensieri. Nulla era cambiato. Il tempo era passato su di me. Alcune pagine lette. Dei mozziconi a terra. La latta vuota lasciata dal barbone.
Mi alzai da lì e andai verso la stazione. Mancavano dieci minuti alle nove e quindici. Il suo treno sarebbe arrivato alle nove e quindici! Lei sarebbe arrivata alle nove e quindici.
Avanzai tra la folla, emozionato come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola. Emozionato come un bambino la mattina di Natale. Emozionato come un uomo pronto a baciare per la prima volta una donna.
E l’avrei baciata, o avrei sfiorato solo un pezzo di ghiaccio?
Rimasi lì fermo sulla pensilina innanzi al binario. Attendendo. Guardando verso l’orizzonte, in attesa di quel treno. Tremando e sperando contemporaneamente.
Poi ecco qualcosa all’orizzonte. Era lei! Sì, lei era in quella massa di metallo che si avvicinava. Lentamente, da quel che sembrava all’occhio umano, ma in verità veloce al punto che passandomi innanzi fece sventolare la mia camicia.
Così raccolsi da terra lo zaino che avevo portato con me, a cui stava legato un sacco a pelo di quelli economici. Mi guardai attorno. Lentamente il treno si fermò. Alcune persone si avvicinarono a esso, aspettando che le porte si aprissero.
Io aspettai a mia volta. Camminando lentamente fino alla locomotiva e cercando di vederla da dietro un finestrino.
Non la vidi!
Le porte si aprirono. Alcuni volti scesero da quella tomba di metallo; una massa di carne pulsante rumorosa si accalcò attorno a me, defluendo come una cascata di sangue e viscere verso una direzione nascosta al mio occhio.
Mi feci spazio tra quell’ammasso di carne. Cercandola. Desiderandola. Ansioso e spaventato al tempo stesso.
Quando ecco che finalmente la vidi!
Era bellissima. Aveva addosso un vestito di cui mi aveva parlato. L’aveva comprato la settimana prima a Genova, andando lì con le ragazze. Disse che le metteva in risalto le forme. Ed era vero! Tremavo tanto era bella. Tanto la desideravo. Vedendola venire verso di me. A testa bassa e sorridendo. Forse emozionata proprio quanto me. E quando mi raggiunse alzò appena di un pò lo sguardo. Sorridendo. E in un attimo fiondandosi su di me.
La strinsi forte. Stritolandola d’amore e iniziando a baciarla. Sentendo le sue labbra muoversi al ritmo delle mie. Le mie labbra muoversi al ritmo delle sue. Le nostre lingue sfiorarsi, toccarsi, unirsi. Piccoli morsi sulle labbra. Dei sorrisi. Gli occhi chiusi. Il suo sapore. Il suo profumo.
Che diavolo era successo? Perché quel repetio cambiamento?
Sentivo il suo desiderio trasudare dalla sua pelle, fino a giungere nella mia. Sentivo la sua passione. La sua voglia. La sua felicità. Il suo amore.
Ecco, era di nuovo lei. Era la Elisa dei giorni di Napoli. Era lei, non c’era dubbio! E non m’importava il perché. Non m’importava niente, se non averla nuovamente lì con me. Davanti a me. Mentre mi baciava intensamente. Mentre mi donava se stessa. Finché ebbro di lei la strinsi con più forza e l’alzai da terra, cominciando a girare su me stesso. Vedendola sorridere come una bambina. Felice! Mentre il mondo attorno a noi scorreva insensibile. Meccanico. Senza percepire quella bellezza.
cielodicemento

Tratto dal primo dei miei sette romanzi pubblicati. Una storia realmente accaduta. Disponibile sia in digitale che in cartaceo.

Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. E restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anch’io» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piace solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo posto dove sognare. Un nuovo posto dove poter scopare senza inibizioni né vergogna, e con la stessa foga inondarci in quella tenerezza che frantumava ogni nome. Ogni definizione di quella civile e moderna era che mi soffocava.
Così uscimmo di casa, attenti a non aver lasciato lì in casa nessuna traccia.
Piccole cose potevano tradirci. Le stesse piccole distrazioni che
avevano fatto beccare gente come John Wayne Gacy o John Wayne Gacy.
Ma fummo bravi! Io stesso mi occupai di gettare via il fazzoletto
sporco di sborra e di sistemare le lenzuola, mentre la piccola Ale
mise a posto con cura i bicchieri dove avevamo bevuto.
Eravamo insospettabili. Potevamo compiere così altri omicidi
ai danni della pubblica morale. E ci mettemmo in strada pronti a
effettuarli. Pronti a dar sfogo alla follia omicida che ardeva in noi.
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Ispirato a una storia vera. “Affamata d’amore”.

Mi lasciai cadere su di lei. Stringendola. Sentendo il suo corpo nudo e sudato contro al mio. Ansimando e baciandola. Accarezzandole i suoi capelli fradici di sudore.
Lei sorrise ancora. Fissandomi, per poi stringere la sua testa contro al mio petto.
Non disse niente! Forse in quel momento le parole non sarebbero servite a niente. No, non c’era spazio se non per quei suoi baci. Per il suo star stretta a me come se fosse una bambina desiderosa di coccole.
Ero confuso! Ero come stordito, ma mi sentivo benissimo. Finalmente a casa! Lì stretto a lei, baciandola e accarezzandola. Nudo. Sentendo la sua pelle contro la mia. Il suo respiro contro le mie labbra. Vedendo i suoi occhi pieni di luce. Il suo sorriso trasfigurato da uno strano senso di gioia.
Le diedi ancora una carezza. Qualche bacio.
Il tempo si era fermato!
Poi ci fu una spinta. E ancora un sorriso.
«Ti avevo detto di starmi lontano» disse lei, ridacchiando e dandomi calci e spinte.
Io cercai di fermarla. Sorridendo come un bambino. Sorridendo come un coglione.
Ma era tutto bellissimo!
Bellissima la sua innocenza. Quel suo sguardo. Quel suo sorriso.
Già, lei per tutti era la troia del paese. Quella che era fuggita di casa per farsi sbattere da ogni povero stronzo. E io ero l’alcolizzato. Quello visto con disgusto da ogni brava persona nella città dove abitavo.
Davvero una bella coppia!
E noi sapevamo che da un momento a un altro saremmo potuti precipitare da quel grattacielo di gioia, sfracellandoci su di un cumulo di cadaveri. Sulla cruda e bastarda realtà.
Sì, era già successo per entrambi, e ne portavamo ancora le cicatrici sul petto. Eppure restammo lì fermi. Come due incoscienti. Persi in quella nostra illusione. O magari in un sogno.
Lei affondò di più le dita contro al mio petto, poggiandoci sopra il capo, mentre io continuai ad accarezzarla.
«Dio, me l’hai rotta! Sei davvero una furia» disse, sorridendo.
Io la strinsi più forte, baciandole la fronte.
«Dai, non sarà mica così grave. In fondo non è stata mica la tua prima volta.»
Ma fu una pessima mossa!
Lei rimase in silenzio. Muovendo le sue piccole dita sul mio petto e respirando contro al mio collo.
Ecco, la favola era finita, e quello era il momento della verità. Il momento del dolore. Di ciò che non viene mai narrato nelle favole.
Sentii le sue dita trapassare la mia carne. Il mio petto. Il mio cuore.
«Hai mai sognato di non essere te?» mi disse con un filo di voce, continuando a stringermi il petto.
Io l’accarezzai ancora. Senza risponderle. Percependo in me il suo dolore.
«A volte mi son vista come una fata o una principessa» riprese «sai, di quelle delle favole! Del tipo, vagavo per i boschi della mia città. Mi stendevo per terra. Fissavo il cielo. Le nuvole si muovevano prendendo tante forme, e attorno a me mi sembrava di vedere tante farfalle volare.»
Per un attimo restò in silenzio. Stretta a me. Come se stesse vedendo chissà cosa.
Percepii le sue dita conficcarsi nella mia carne, e il mio stanco cuore battere contro la sua mano.
«Neanche me la ricordo la mia prima volta!» aggiunse. «Era una festa. Una festa data da qualche stronzo del mio paese. Io a quel tempo bevevo e fumavo molto. Tutto, pur di evadere da quella mia famiglia borghese. E lui, quel tipo, mi piaceva molto. Sì, gli facevo il filo, ma lui era il tipico stronzo
tutto sport e che non cagava nessuna, se non per scoparsela.»
Alzò lo sguardo verso il mio viso. Mi sorrise con fare amaro. Poi mi diede una carezza, e chinò nuovamente il capo sul mio petto.
«Io ero ubriaca» riprese «lui mi portò in una stanza. E poi… Beh, poi… Poi fece quello che voleva fare!»
Ci fu ancora un attimo di silenzio. Io rimasi zitto. Accarezzandola. Desiderando con tutto me stesso d’incontrare quel bamboccio per fargli sputare i denti da bocca.
Ma a che sarebbe servito?
Lei aveva mangiato tanta merda. Io avevo mangiato tanta merda. Il mondo era in debito con noi, ma nessuno ci avrebbe mai ripagato.
Le diedi ancora una carezza. Lei mi sorrise ancora. Con fare cinico. Stringendomi. Cercando di seppellire nella mia pelle il suo dolore.
«Figurati che lo seppi dalla mia migliore amica» disse ancora. «Ci pensi? Sapere dalla tua migliore amica di essere stata sverginata. E prima che io lo sapessi, tutto il paese lo sapeva. Io ero una puttana! E neanche ricordavo niente. Non una minima cosa, per fortuna.»
La strinsi ancora. Sentii sulla mia pelle le sue lacrime, benché lei non continuò a far altro che sorridere. Sorridere in maniera amara.
Poi alzò lo sguardo verso di me. Mi accarezzò ancora e sorrise nuovamente, come se stesse vedendo il sole.
Sentii le sue dita contro al mio viso. I suoi polpastrelli sulle mie guance.
Era qualcosa di tenero. Di mai provato prima. Come un sogno che mi stava travolgendo.
Le mie delusioni di quand’ero bambino. Il mio essere deriso quando portavo lo zainetto da discount mentre tutti nella mia classe avevano lo zainetto della Standa. Mia madre sempre a dirmi che non valevo niente. Mio padre che non ricordava il mio nome. Quella sua famiglia che neanche la vedeva, mentre lei vagava nel nulla, lasciandosi sbranare da lupi. Invisibile. Come un qualcosa d’inventato.
Eppure, in quel silenzio, mentre la luce del sole ci travolgeva entrando dalla finestra, io non riuscii a dirle niente. A fare niente. Niente! Se non stringerla a me. Per permetterle di dimenticare.
Per dimenticare!
Fu così strano! Stare lì stesi. Abbracciati. L’uno conoscendo il dolore dell’altro.
Poi sentii ancora le sue dita nella mia carne. Un sorriso! Un balzo. Un calcio nel mio fianco.
Rimanemmo lì fermi. Stringendoci e scherzando. Finché lei si alzò. Si guardò a torno, e poi tornò a fissare me.
Ridendo, corse nuda fino alla mia camera da letto.
Io la seguii, e quando entrai lì dentro, la trovai davanti alla mia scrivania. Sfogliando i miei libri.
Li toccò a uno a uno, come se toccandoli potesse leggerli. Poi la sua attenzione si fermò su uno di essi.
Soffocare, era il suo titolo. E lei lo estrasse da quella massa di libri, sfogliandolo, e poi mostrandomelo.
«Questo è quello di cui parli nel tuo libro? Il libro che ti regalo Alessandra?»
Io annuii, avvicinandomi a lei e stringendolo.
«Figo!» esclamò, stando tra le mie braccia e continuando a sfogliare le pagine di quel libro. «Se ci pensi ho tra le mani lo stesso libro di cui hai parlato nel tuo romanzo. E non una copia qualsiasi. No, proprio lui. L’originale!»
Poi, silenziosa, continuò a sfogliare quelle pagine. Fissandole con attenzione, mentre io tenendola stretta contemplavo la sua bellezza. Quel suo essere come al di fuori del mondo. Capace di cogliere piccole ma meravigliose cose proprio come quella. Come quel piccolo particolare a cui forse io non avrei mai pensato.
Dopo meno di un minuto lasciò perdere quel libro, rimettendolo al proprio posto e tirandone fuori altri due. Li guardò attentamente, e poi girò il capo verso me, mostrandomeli.
«Ma questi sono sempre tuoi?»
«Non proprio! Ci sta un mio racconto in ognuno di essi.»
«Oh, mica male! Un romanzo su carta, altri sei in digitale, e poi due racconti in due diversi libri.
Non è mica da tutti!»
«Bah, non ci pago mica l’affitto con quel che scrivo.»
Lei si divincolò dalle mie braccia, facendo una smorfia e dandomi uno dei suoi piccoli calci.
«Il solito pessimista del cazzo!» disse, ridacchiando. «Ora, dai, fai il bravo e fammi leggere i tuoi racconti» aggiunse, stendendosi sulla coperta lasciata sul pavimento.
Si stese a pancia all’aria, incrociando le gambe come se stesse seduta, e tenendo ritto contro la sua faccia uno di quei libri, mentre l’altro lo lasciò al suo fianco.
Io mi misi a sedere sul letto. Accendendo una paglia e fissandola. Guardando quella sua stranissima bellezza. Il suo non imbarazzarsi a starsene nuda a leggere davanti ai miei occhi. Come se fosse normalissimo stare lì. Come se ci fossimo da sempre.
Dio, quell’immagine rimase impressa nella mia mente. Le sue forme, il suo sguardo attento, il suo essere così attenta a quanto da me scritto.
Poi, una volta finito, gettò quel libro a terra e afferrò l’altro, cercando il mio racconto.
«Certo che scrivi proprio bene!» disse, sfogliando quelle pagine in cerca dell’altro mio racconto.
«Lo so, piccolina.»
« Presuntuoso del cazzo!» esclamò sorridendo, e iniziando poi a leggere quell’altro racconto, mentre io rimasi seduto davanti a lei, fissandola, perso in quella sua bellezza.
Una volta finito di leggere, lasciò cadere quel libro sulla coperta, rimanendo stesa lì sopra. Nuda tra quei libri. Sospirando mentre fissava il soffitto.
«Dio, mi piace troppo come scrivi!» sospirò, come se stesse sognando. Come se stesse vedendo innanzi ai suoi occhi i personaggi delle mie storie. E forse anche me e Alessandra. O magari me e Violasan.
Poi, ecco che si alzò di scatto, mettendosi in piedi davanti a me.
«Ma che ore sono?» mi chiese.
Io non le risposi. Era mezzogiorno passato. Ma ormai il tempo non aveva più senso. Niente aveva più senso! Ci stavamo solo noi. Da soli. Nudi. Nel niente. Persi al di là delle nostre illusioni.
Restammo ancora un po’ lì, abbracciati e coccolandoci. A volte prendendoci a calci o sfottendoci.
Fu lei a prendere l’iniziativa!
«Dai, mollusco, pranziamo assieme che dopo voglio andare un po’ in giro. O hai da fare?» disse, tirandosi su. Piazzandosi in ginocchio sul letto e fissandomi con occhi ora pieni di vita.
Io restai a guardarla per qualche secondo. Dio, era bellissima! E mi stava entrando sempre più dentro. Proprio come una droga.
Chissà, forse nel tempo mi avrebbe avvelenato il sangue, facendomi crepare tra atroci sofferenze. Oppure quello strano e improvviso sogno sarebbe finito da un giorno a un altro. Magari domani, o forse dopodomani. Ma intanto, lei voleva stare con me. E stranamente, anch’io volevo stare con lei.
Già, andare in giro! Era una vita che non andavo in giro con una donna. Intendo, in un orario in cui ci fosse ancora il sole.
Sì, le donne amano sempre uscire alla luce del sole. Amano fare lunghe passeggiate, magari parlando di stronzate come il loro lavoro, i loro hobby, i loro sogni.
E io odiavo quelle cazzate! Soprattutto, odiavo vedere il genere umano alla luce del sole.
Eppure, sapevo che l’avrei fatto. Sapevo che sarei uscito con lei, magari andando in giro come due turisti. Forse mangiando addirittura un gelato o bevendo uno schifoso aperitivo.
Ma che cazzo mi stava succedendo? Avevo forse perso le palle?
No, non potevo ridurmi così solo per una sconosciuta. Non poteva davvero interessarmi a tal punto una che conoscevo da solo un giorno.
Era un fatto di pelle, né più né meno. Succede spesso quando c’è una forte intesa sessuale. Credi addirittura di amare una persona. Ne senti il bisogno. Credi di non poter fare a meno di lei, quando invece, non puoi far a meno solo della sua pelle. Di quella carne di cui sei innamorato. Di quella
carne che crea in te una dipendenza mille volte superiore a quella dell’eroina.
Sì, di certo era questo che mi legava a lei. Doveva essere questo! Non poteva essere altro.
Eppure, mentre lei mi tirava per un braccio e mi mollava pizzicotti, cercando di convincermi ad alzarmi dal letto, mi sentivo come mai prima. Sentivo un forte calore inondare il mio corpo. E il senso di soffocamento che provavo perennemente era come svanito di colpo.
Stavo bene! Ecco il termine giusto. Quel termine a cui non pensavo da anni, essendo un qualcosa di così lontano dalla mia vita.
Già, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue battute ironiche e pungenti sul mio conto, il suo essere un vulcano in eruzione.
Mi stava travolgendo. Mi aveva travolto!
No, no, no. Forse ero ancora in tempo! Ancora in tempo per fuggire da lei. Per fuggire da quello che presto o tardi sarebbe stato solo un ennesimo colpo al cuore di un povero e ingenuo fallito.
Succede sempre. Deve succedere prima o poi. Subentra la noia. Lei non ti guarda più con occhi pieni di luce. Parla sempre meno con te. E poi,
ecco che arriva quella dannata telefonata. “Dobbiamo parlare!”.
Una frase udita mille volte. Il sinonimo di un tradimento. Di una nuova umiliazione. Di un nuovo fallimento. Di una nuova morte.
La droga che ti dava piacere diventa veleno. I capillari si spezzano. Le vene esplodono. E tu rimani a terra, in una pozza di sangue. Solo un pezzo di carne maciullata.
Sì, succede sempre! A me era successo mille volte. E forse, se non fossi scappato, sarebbe successo ancora una volta.
Ma nonostante ciò, ero ancora lì. Lottando assieme a lei. Sorridendo. Stringendola. Baciandola.
E se la catena si fosse infranta? Se stavolta fosse andata bene?
Cazzo, mi passarono in testa termini ridicoli come “quella giusta”, o altre cazzate simili.
Ero diventato un bamboccio che credeva nelle favole, e magari le avrei regalato persino un mazzo di rose e avrei visto assieme a lei un film della Disney.
Già, mi sembrava persino di vedere i titoli di qualche sconosciuto giornaletto locale. “Scrittore emergente, noto per il suo stile violento e scurrile, di colpo cambia genere, abbracciando temi romantici e pieni di speranza. I lettori sono entusiasti! C’è persino chi l’ha ribattezzato Il nuovo Fabio Volo”.
Da farmi cadere le palle!
Ma neanche quella prospettiva mi frenò.
No, guardandola, mi sembrava quasi di vedermi in uno specchio. Vedevo la mia follia. Il mio non voler crepare come uno dei tanti mediocri al mondo. Il mio non fottermene di una casa al mare, di un’auto costosa, dei vestiti o di qualche merdoso reality.
Ecco, ero fottuto! Lei era entrata. E forse anch’io ero entrato in lei.
Eravamo entrambi nudi. Inermi. Forse spaventati. Eppure, nessuno di noi due riusciva a smettere di volersi. Eravamo travolti dalle stesse fiamme. Eravamo due pazzi incoscienti che stavano giocando tutto a una mano di poker, senza neanche sapere quali fossero le carte nelle proprie mani.
Ma sapevo di voler rischiare! Non capivo il perché. Sapevo solo di star bene. Quel termine mai usato. Quel termine che neanche conoscevo più.
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Finalmente online “Zero”, antologia di 20 racconti sulle dipendenze, scritti da 14 autori. Edito dalla Damster edizioni.

Siete davvero sicuri di essere liberi? Siete sicuri di essere i padroni della vostra vita?
A quante cose chiediamo la vita? Ogni giorno. Ogni minuto. Ogni istante.
Magari crediamo che il successo possa darci la vita. Forse pensiamo che possa farlo l’amore, gli affetti, la carriera, o il piacere ad altri.
Centinaia di cose che inseguiamo spasmodicamente, ogni istante, senza neanche rendercene conto. Credendo che tutto ciò possa renderci liberi, felici, vivi. Senza accorgerci nemmeno di essere schiavi delle nostre passioni. Dipendendo da esse. Incapaci di vivere senza di esse. Impazzendo al solo pensiero di privarcene. Pronti a tutto pur di difendere la droga da iniettarci nelle vene, avvelenando la nostra vita, e quella di chi ci sta attorno.

Vi rispecchiate in tutto ciò? Siete consapevoli di essere dei drogati di vita?
Beh, allora non perdete questa antologia di racconti.
14 autori. 20 storie sulle dipendenze. Su ciò che ci illude di darci la vita.
Un progetto nato dalla mente folle di Marco Peluso, dall’irruenta curiosità di Elisa Bellino, e il carisma di Maddalena Costa.
Supportati dalla professionalità di Olympia Fox, assieme ad altri 10 autori: Elisa Itacchia Spillo, Ashara, Vittorio Xlater, Fabio Mundadori, Faber, Artemide B, Leonarda Morsi, Michele Cogni, Antonella Aigle, Valter Padovani.

ZERO! Antologia edita dalla Damster edizioni. Copertina a cura di Gennaro Varriale Gonzalez. Progetto grafico di Elisa Bellino. Prefazione a cura di Federica D’Ascani.
Da oggi disponibile online sui maggiori stores.
Non abbiate paura di specchiarvi in queste pagine!

Di seguito un piccolissimo estratto di uno dei racconti.

Tratto da “Non mi soffocare”, di Marco Peluso.

Era quasi un’ora che fissavo quel calzino. Chissà da quanto tempo giaceva su quel lercio pavimento. E io? Da quanto tempo ero steso lì?
Minuti, ore, giorni, anni?
Cristo, che mal di testa tremendo!
La testa era come avvolta in una morsa. Il mio corpo non rispondeva a nessun impulso, benché bastasse anche un piccolo rumore proveniente da fuori per farmi balzare, scuotendo il mio corpo con un tremore pari a quello di un ubriacone tormentato dal delirium tremens.
Già, un ubriacone. E io non ero da meno. Affatto!
La notte prima avevo bevuto più del solito, come capitava sempre quando stavo male.
Sì, bere era la sola cosa di cui fossi davvero capace. La risposta a ogni problema. Un atto compulsivo. Una dipendenza. Un rituale per cercare invano di soffocare rabbia e dolore.
E ci ero riuscito?
No, come sempre non era servito a un cazzo, se non a farmi piangere fino a notte fonda, scrivere qualche cazzata, e poi alle cinque del mattino abbattermi su di un materasso privo di lenzuola.
Cazzo, quella notte mi ero anche pisciato sotto. Troppa birra! Sì, troppa birra e troppo ubriaco per svegliarmi e andare al cesso.
Da ridere! Davvero da ridere.
Trentacinque anni suonati, e di colpo ti pisci sotto come un moccioso. Un patetico moccioso! E chissà, forse non ero altro che un povero e ridicolo moccioso. In fondo me ne stavo steso su di un pavimento, in mutande a guardare un calzino.
Sospirai con forza, come se stessi soffocando. Voltai lo sguardo. Il calzino rimase lì. Fissai la mia mano. Il dito era bruciato!
Dio, sul mio indice ci stava una grossa bolla, e di certo non si era fatta da sola.
Lasciai perdere la mano e mi rigirai su di un lato. Davanti a me, per terra, dei fogli bruciati. Pagine bruciate. Alcune mie poesie bruciate.
Ero stato io, la notte prima. Come al solito avevo dato di matto cominciando a sfasciare tutto, bruciando alcune cose da me scritte.
Mi venne persino da sorridere mentre fissavo quei fogli. Non sapevo che ci fosse da ridere, ma lo feci lo stesso, dato che nella mia mente non c’era altro che una serie di pensieri vorticosi, indefiniti, ma talmente veloci e irruenti da sembrare volessero spaccare il mio cranio e volare via per quella cazzo di stanza.
Mi rigirai nuovamente. Alzai lo sguardo verso il soffitto e strinsi forte la testa, come se stessi cercando di bloccare quei cazzo di pensieri.
Non ci riuscii!
Indefiniti e ronzanti come uno sciame di api, continuavano a muoversi nella mia testa, battendo contro le tempie e facendole pulsare.
Ne afferrai appena uno. Uno solo!
“Dove cazzo sto andando?”. Ecco cosa mi passò per la testa. Il solo pensiero indefinito nel mezzo di quel vortice di pensieri.

 

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