Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Una volta a tavola nessuno disse niente di preciso. Si sentiva soltanto un rumore molle e umidiccio di cibo masticato, le posate sfregare contro i piatti di ceramica, il vino versato da Carlo in un bicchiere, e i passi di Sara che ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa dal frigo.
Se l’indomani Carlo avesse voluto raccontare in fabbrica un qualsiasi giorno della sua settimana, avrebbe raccontato proprio di quel giorno: tanto era identico a ogni altro giorno, a ogni altra cena, a ogni altro momento passato assieme alla sua famiglia.
Tutti loro sembravano non esistere nemmeno. Erano soltanto una pietosa e sterile scenografia. Non altro che ombre che si muovevano in un ambiente vuoto, freddo, silenzioso.
Soltanto la TV sembrava parlare per loro: ora una risata, ora un urlo, ora un consiglio su quale fosse il miglior dentifricio al mondo.
Ogni tanto un commento sulla cottura dello stufato, sulla quantità di sale o sul gusto del brodo. Uno sguardo truce di Sara nel vedere suo marito riempirsi un altro bicchiere di vino. Poi una domanda di Sara sulle bollette da pagare.
Carlo le aveva pagate. Le rispose soltanto annuendo, bevendo poi altro vino mandando giù la carne che aveva in bocca.
«Dovremmo cambiare compagnia del gas» disse lei, come tante altre volte, mentre Mattia infilzava con la forchetta pezzi di carne sugosa e Antonio portava alla bocca minuscoli bocconi, sforzandosi di mangiare.
Qualcuno, proprio alle spalle di Antonio, scoppiò a ridere dalla TV, ma lui avvertì contro di sé soltanto lo sguardo di sua madre, pesante sul suo corpo come se gli stesse scavando nelle carni.
«Che c’è, non ti piace nemmeno questo?»
Lui non rispose. Inizialmente diceva di sì, che gli piaceva, ma nel tempo si era stancato anche di dirlo.
Non mentiva, il cibo gli piaceva: era altro che non gli piaceva.
Si sforzò di mandare giù un altro boccone. Masticava così lentamente da non emettere alcun rumore, mentre a testa china, sentiva ancora su di lui gli occhi lancinanti di Sara.
«Guarda che non siamo nelle condizioni di gettare via cibo, dunque forza e mangia.»
Antonio non replicò. Mattia continuò a giocare con il cibo, ficcandosi in bocca di tanto in tanto un boccone e masticandolo a bocca aperta, mentre suo padre mangiava tenendo il capo chino contro al piatto, ripensando alle parole appena dette da sua moglie: «Non siamo nelle condizioni di gettare via cibo.»
Riempì un bicchiere di vino e lo vuotò in un sorso. Sara levò di scatto lo sguardo verso di lui, poi chinò il capo verso il piatto e infilzò energicamente pezzi di carne con la forchetta, come se stesse accoltellando un invisibile nemico.
«Ti hanno confermato il giorno di ferie per domani, vero?»
Carlo annuì soltanto. Riempì ancora un bicchiere. Gli occhi di Sara gli si fiondarono addosso, rimpettini, colpendolo alla gola come un morso per poi svanire nel nulla, nascosti da un velo di freddezza più atroce di qualsiasi supplizio.
«Se non fossi impegnata in associazione ci sarei andata io» replicò, con la solita sadica abilità con cui ogni volta cercava di far sentire in colpa Carlo; proprio come faceva sua madre quando da bambino gli diceva: «Tu prima o poi mi farai morire.»
«Senza di me la signora Celardo farebbe soltanto casini» riprese «Quelle si crede chissà chi soltanto perché suo marito ha una gioielleria, e poi non sa nemmeno preparare come si deve due maccheroni per i bambini alla mensa.»
Carlo non rispose. Stavolta non le aveva nemmeno chiesto di cosa si trattasse: dei bambini somali, di quelli siriani, oppure soltanto di qualche orfanello locale.
Era solamente stanco di parlare.
«Sai benissimo quanto ci tengono i professori che si vada ai consigli di classe» replicò lei, masticando ancora e infilzando sempre più velocemente lo stufato «Soprattutto se vogliamo sperare in una buona parola per farlo capitare nella classe migliore dell’istituto alberghiero.»
Quella due semplici parole si conficcarono nel cuore di Antonio come lame.
I suoi occhi diventarono vitrei e il volto di un pallore cadaverico.
Le posate gli caddero di mano precipitando nel piatto come da un’altezza infinita. Un boccone di carne rotolò sulla tovaglia a fiori. Nell’aria si sentì soltanto il rumore della forchetta di Mattia conficcata a ripetizione nella carne, e gli applausi del pubblico provenienti dal televisore.
Antonio si alzò di scatto. Si tirò quasi dietro la tovaglia, facendo rovesciare sul tavolo un’ampolla piena di olio d’oliva.
Come un balsamo, il profumo dell’olio si espanse per tutta la cucina, sovrastando l’aroma dello stufato, mentre dalla TV, alle spalle di Antonio ancora in piedi e con i pugni serrati, qualcuno applaudì nuovamente.
Sara si alzò furiosa, isterica, iniziando ad asciugare l’olio sulla tovaglia e strepitando: «Dio misericordioso, ma che diavolo hai nella testa?»
Ripulì tutto alla svelta, andando poi di corsa verso il lavello, continuando a sbraitare.
Le sue parole rimbombavano avvolte dall’acqua che scorreva dal lavello, come se ogni cosa fosse immerso in una cascata.
«Dovrei prenderti a schiaffi per quello che hai fatto. Ma lo sai quanto costa quella tovaglia?»
«Io non voglio fare l’alberghiero. Non voglio farlo!»
«Ancora con questa storia?» esclamò Sara, chiudendo di botto l’acqua e voltandosi bestiale contro di lui.
Per un attimo non si sentirono nemmeno le risate provenienti dal televisore. Non si udì più neppure il picchiettare della forchetta di Mattia nel piatto.
In quella stanza erano rimasti soltanto Sara e Antonio, al centro di un ring sporco di sudore e sangue, mentre Carlo stava in un angolo, troppo debole per reagire.
Sara, asciugandosi le mani con uno straccio, andò spedita verso il tavolo e si rimise a sedere al proprio posto.
Fissò Antonio con aria brutale, come se non fosse suo figlio, ma soltanto un nemico.
«Non abbiamo ancora finito, siediti!»
Antonio rimase immobile come una statua di calcare. I suoi occhi vibravano, le pupille erano lucide, ma non aveva la forza di versare una sola lacrima.
Mattia batteva sempre più forte la forchetta nel piatto. Gli occhi di Sara, gonfi di collera si rivolsero verso suo marito.
«E tu non dici niente?» strillò.
Carlo sbuffò. Lasciò cadere la forchetta nel piatto e ancora tenendo stretto il bicchiere, senza guardare suo figlio gli disse soltanto: «Antonio, hai sentito o no la mamma? Mettiti a sedere.»
«Io non voglio fare l’alberghiero!» esclamò, mettendosi a sedere, ora rosso in viso, gli occhi ludici e le mani tremule, proprio come le sue labbra che avrebbero voluto aprirsi per urlare chissà quante parole, ma che restarono chiuse in una morsa di sofferente impotenza.
«Quando la finirai con questa storia?» replicò Sara, riprendendo a mangiare meccanicamente, fra il frastuono del televisore acceso «Fare il liceo classico per poi trovarsi come uno dei tanti futuri professori disoccupati?»
Antonio non replicò. Sapeva che non ci stava altro da dire: non lì, non con loro, non in quel momento.
Si sforzò di mangiare, trattenendo le lacrime e i conati di vomito, mentre suo fratello continuava a battere con forza la forchetta nel piatto, come se con quel rumore cercasse di soffocare le urla della propria famiglia.
Sara lo colpì dietro la nuca con una leggera sberla.
«E tu vedi di mangiare, che lo stai rovinando tutto il cibo.»
Lo sguardo di Mattia non mutò minimamente. I suoi occhi sembravano due palle nere, senza vita come quelle di uno squalo immerso negli abissi.
Iniziò soltanto a mangiare, fissando il piatto, proprio come suo fratello, mentre Carlo vuotò un bicchiere e ne riempì subito un altro.
Sentì su di sé il peso degli occhi di sua moglie, e avvertì le mura della stanza, i mobili che ancora stava pagando e che profumavano di detersivo ai fiori di bosco, e le urla provenienti dalla Tv stringersi contro a lui.
Non ebbe nemmeno il coraggio di guardarla. Udì soltanto dirle: «Questo è il sesto!»
Poggiò il bicchiere sul tavolo, sospirando e poi mettendo una mano nel taschino del maglione.
Estrasse un pacchetto di sigarette, ne prese una e l’accese, sotto lo sguardo contrariato di Sara.
Scosse le spalle. Il fumo volò fra lei e Sara, mentre attorno stavano Antonio e Matteo con i volti chini sui rispettivi piatti, e nell’aria si udiva la voce pimpante di un uomo dare consigli su come riuscire ad aver successo nella vita.
«Che c’è, ora non posso nemmeno fumare?» le sputò contro, ormai esasperato, desiderando soltanto di fuggire via da lei, forse anche dai suoi figli, o magari dalla sua stessa vita.
Lei conficcò la forchetta in un pezzo di carne. Antonio mangiava lentamente, sforzandosi di non piangere, e Mattia divorava quanto aveva davanti, quasi stesse cercando di non udire altro che il rumore del cibo masticato nella propria bocca.
«Come se il cibo non lo pagassi io» aggiunse Carlo, ciccando nel piatto.
Un rossore febbrile invase il volto di Sara. Avvertì la stanza intera tremare, le ceramiche nella credenza spaccarsi, e le ante sul lavello aprirsi lasciando precipitare sul pavimento, come un violento vomito, decine di piatti che si frantumarono in mille pezzi.
«E questo ti autorizza a ubriacarti?»
«Non sono ubriaco, Sara. Non lo sono ancora.»
«A me sembra di sì. Ricordi cosa hai fatto due domeniche fa? Lo ricordi?»
Mattia mangiava sempre più voracemente. Antonio masticava lentamente, chiudendo gli occhi per non piangere, e un gruppo di persone alla TV iniziarono a strepitare dalla gioia.
«A casa di Rino, il tuo amico del lavoro» riprese.
«Rino non è mio amico. È soltanto un collega, e tu sei voluta andare alla loro cena.»
«Sembrava brutto rifiutarsi.»
«Sei comunque voluta andare tu. Rino non è mio amico.»
«Quello che è! Fatto sta che hai dato di matto, proprio come sempre.»
«Io ho dato di matto?»
«Ah, e secondo te come si potrebbe definire il tuo aver iniziato a ridere a squarciagola, grugnendo come un maiale, additando la moglie del tuo amico solamente perché inciampata sul tappeto, facendo cadere a terra la pentola piena di pasta?»
«Ti ho detto che non è mio amico.»
«Quello che è!» esclamò Sara, calma in viso: occhi roventi incastonati in un volto pallido, marmoreo, glaciale.
Ebbe persino la forza di masticare altro cibo, mentre Mattia quasi svuotò il piatto, e Antonio ingoiò finalmente il boccone che teneva in bocca da più di un minuto.
Sara tranciò velocemente un pezzo di carne con la forchetta, fissandolo come se null’altro esistesse e masticando quanto aveva ancora in bocca.
«Mi piacerebbe soltanto che tu non bevessi tutte le sere» replicò, infilandosi in bocca velocemente il pezzo di carne appena infilzato, senza aver nemmeno finito quanto già aveva in bocca.
«Non mi pare che io mi ubriachi ogni sera.»
«Quando bevi fai stupidaggini, e poi te ne penti.»
«Ho detto che non mi ubriaco ogni sera.»
Carlo vuotò il bicchiere e lo poggiò con forza sul tavolo. Sara tagliò fulminea un altro pezzo di carne. Mattia, a testa bassa, infilzava velocemente pezzi di carne per poi infilarli in bocca senza nemmeno gustarli, e Antonio fissava un pezzo di carne conficcato nella propria forchetta, senza la forza di portarlo alla bocca.
Carlo, innervosito, sudando nonostante il freddo e rosso in viso, riempì subito un altro bicchiere e se lo portò alla bocca.
«Vedi!» esclamò Sara.
«Ma cosa diavolo c’è? Cristo, è solo vino!»
«Non bestemmiare! Ti ho detto mille volte di non bestemmiare.»
«E io ho detto che è solo vino.»
«E io ho detto che non voglio un marito ubriacone!»
Il braccio di Carlo rimase paralizzato a mezz’aria. Un amaro sorriso gli solcò il viso, come quello di uno sconfitto.
Abbassò il bicchiere e rivolse lo sguardo verso Mattia.
«Mattia, lo vedi, il tuo papà è un alcolizzato.»
Lui non lo guardò nemmeno. Continuò soltanto a mangiare, ora più velocemente.
«Hai finito o no?» strepitò Sara.
«Ma finito cosa!»
«Abbassa la voce» sibilò lei, guardandosi attorno come se temesse che qualcuno potesse udirli.
Si alzò di scatto dal tavolo, raccogliendo il suo piatto e poi subito quello ormai vuoto di Mattia.
«Ecco come diventi quando bevi, lo vedi?» aggiunse, andando verso il lavello per poi farvi cadere dentro i piatti.
Carlo non ebbe il tempo di replicare, e in fondo non aveva niente da dire: dire qualsiasi cosa non avrebbe cambiato le cose.
Sara arrivò ad Antonio e praticamente lo tirò su per il braccio.
«E tu, muoviti, visto che non hai voglia di mangiare fila in bagno a lavarti e poi in camera a fare i compiti.»
Antonio non disse nulla. Sembrava persino incapace di aprire la bocca.
Come un sonnambulo, a testa china e con occhi lucidi ed enormi immersi in un vuoto buio quanto la pece, uscì dalla cucina, portandosi dietro tutto il peso di una vita insopportabile che lo stava ormai mutilando.
Guardandolo uscire, Carlo vide soltanto un vecchio esanime e ormai prossimo alla morte. Gli ricordava se stesso da piccolo, dopo il litigi con suo padre e sua madre.
«Non combinerai mai niente di buono nella tua vita. Io alla tua età già davo una mano a mio padre in bottega, altro che libri!»
«Carlo, a mamma, io non riesco proprio a capirti. Vorrei soltanto che tu fossi come tutti gli altri ragazzini.»
In quei momenti Carlo avrebbe voluto che qualcuno lo strappasse via dalla sua famiglia, e forse poco prima anche Antonio l’aveva desiderato, e lui non aveva fatto niente per aiutarlo.
Restò in cucina. Mattia colorava i propri disegni seduto davanti al tavolo. Sara in silenzio lavava frenetica i piatti, rumorosamente, come se nel farlo volesse imporre a Carlo la propria presenza.
Carlo continuò a bere e fumare, immobile, fissando un angolo della tavola senza nemmeno il coraggio di alzare lo sguardo verso Mattia, e sentendo attorno a sé, e nella propria testa, soltanto il rumore di piatti e pentole sbattuti nel lavello.
 
Più tardi mise Mattia a letto. Antonio stava anche lui a letto, probabilmente già da tempo.
La lampada del suo comodino era accesa e lui leggeva grossi libri di scuola, ma Carlo sapeva benissimo che poco prima del suo ingresso lui stava leggendo un romanzo o dei racconti: lo sapeva perché anche lui faceva così da ragazzino.
Mattia si addormentò dopo pochi minuti. Faceva sempre così. Come una gattino si faceva accarezzare i capelli per un po’ e poi restava in silenzio, rannicchiato come un feto e col dito in bocca.
Dopo poco di lui non si udiva che un respiro profondo, come se dormisse da ore.
Forse fingeva soltanto per non dover più vedere e sentire niente, quasi gli fosse concesso di trovare pace per qualche ora dalla propria famiglia, immerso in una morte fittizia.
Carlo preferì non darsi una risposta, proprio come sempre. Andò verso Antonio. Si fermò davanti a lui, e lui non lo guardò nemmeno, restando incollato alle pagine di un noioso libro di scienze, fingendo di leggerlo, ma attendendo soltanto che suo padre andasse via.
Carlo non si mise a sedere. Non lo accarezzò. Non lo baciò sulla fronte.
Diversamente che con il piccolo Mattia, fra i due ci stava un sacro imbarazzo, e spesso anche parlare era per entrambi una fatica immane. Quando ci provavano diventavano rossi in viso, i loro occhi divenivano liquidi e volteggiavano nel vuoto, e le loro parole risultavano sempre goffe, ombrose, scivolose.
Era come se non fossero nemmeno loro l’uno di fronte all’altro, ma soltanto due sconosciuti trovatisi lì per caso, e costretti a stare assieme.
Carlo, come spesso gli capitava, osservò una delle foto appese al muro: era una foto in cui lui stava a mare assieme ad Antonio. Allora Antonio aveva l’età di Mattia.
Guardandolo gli sembrava che davanti a lui non ci fosse lo stesso ragazzo che stringeva nella foto appena vista, come se da un giorno a un altro quel bambino fosse svanito, e al posto suo fosse fiondato nella propria vita un estraneo.
Suo figlio era cresciuto, e lui non l’aveva visto crescere: gli era sfuggito. L’aveva perso. Proprio come si perde un treno, una moneta da due centesimi infilata in una tasca, o un pensiero che sai importante, ma che non ritroverai mai più.
E lui non avrebbe mai più ritrovato suo figlio. Stava davanti a lui, a pochi centimetri, ma ormai era svanito.
Lui l’aveva perduto.
Cercò di avvicinarsi a lui, come un cieco che tasta un buio impalpabile e infinito, tremando a ogni passo nel terrore di precipitare.
Avrebbe voluto dirgli tante cose, chiedergli tante cose, e invece sussurrò appena: «Tua madre parla per il tuo bene.»
Antonio non rispose. Rimase con gli occhi incollati alla pagina, intimidito come suo padre; avvolto come suo padre in una massa gelatinosa e pulsante che li stava inghiottendo.
Sfogliò una pagina velocemente. Suo padre guardò ancora quel ragazzo che fra qualche anno sarebbe stato alto quanto lui, coperto da un pigiama che non ricordava nemmeno di avergli comprato né visto addosso, e cercando qualcosa nei suoi occhi bui e lucidi quanto pietre marine da cui invece nulla traspariva, se non la stanchezza di una roccia che ha accolto troppi secoli.
Non disse nulla. Non disse altro e si voltò, avvertendo contro la sua schiena la presenza vivida di suo figlio come fosse una maglia di sudore gelido.
Arrivato alla porta avrebbe voluto dirgli qualcosa. Chiedergli delle letture fatte. Chiedergli di ciò che scriveva. Ma non ne ebbe il coraggio, come da anni ormai non aveva più lo stomaco di fissare se stesso a uno specchio per più di qualche secondo.
Rimase sull’uscio della porta, fermo, con la mano contro al legno, mentre la luce della lampada spingeva contro di lui un manto d’ombra, il respiro di Mattia echeggiava pesante ovunque, e lui, come un animale, respirava il profumo dei suoi cuccioli ormai sempre più lontani.
Improvvisamente sentì una voce muoversi nel buio, come un eco profondo proveniente da una grotta.
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
A Carlo gli si gelò il sangue nelle vene. Non avvertì più nulla muoversi in lui, nemmeno il proprio respiro.
Tutto era pietrificato. Di lui restavano soltanto due palle bianche perse nel buio, fisse contro un vortice nero che gli stava venendo contro.
Si voltò un istante, senza guardarlo, dicendo velocemente: «Cerca di dormire, su.»
Poi la porta si chiuse nuovamente fra loro, pesante, durissima, gelida.
Era come se una coltre di ghiaccio avesse avvolto l’intero corridoio, e Carlo la sentiva addosso, muovendosi lentamente ma non percependo più se stesso.
Udiva soltanto la voce di Antonio:
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
bambino-solo (2)
Annunci

Tratto dal racconto 48471, letto da Antonio Franchini che lo commentò dicendo: “Qui dentro ci sta un sacco di roba buona!”

Era la sera della vigilia di Natale, Giovanni stava morendo, e non poteva nemmeno piangere. Doveva solamente sorridere, avvolto da decine di volti che si susseguivano in un assillante brusio di voci.
Quand’era piccolo sua madre lo accarezzava dicendogli: «Tu da grande diventerai qualcuno di importante.»
Sua madre era morta quattro anni fa, e di lei non ricordava che occhi fissi nel vuoto, simili a sospiri provenienti da due grotte profonde, mentre terrorizzata vedeva la vita lasciarla.
Lasciò la vita stringendo la mano del suo bambino, e lui, in lacrime, non fu capace di dirle che non era un Re.
Sua madre era morta, e lui ora sul capo non aveva alcuna corona, ma solamente un paio di cuffie, identico a un centinaio di persone che assieme a lui stavano in un enorme scantinato dalle mura bianco sporco: tutti seduti davanti a decine di minuscole postazioni che si susseguivano in un dedalo di plastica rossa e carne umana, in un ambiente asettico dove persino l’aria era artificiale.
Una massa di volti inespressivi si avvicendavano come tanti tasselli del domino nel mezzo di frasi sconnesse, grida e fasulle risate che si diramavano in ogni angolo della stanza, stringendola maleficamente come i filamenti di un cancro.
Nemmeno i festoni natalizi contro le mura, né tantomeno un piccolo albero di Natale posto in un angolo della sala sembravano dare vita a quella cella di cemento.
Giovanni chinò il capo e scrutando un foglio davanti a lui cancellò la parola “duecento”, scrivendo subito sotto di essa “centocinquanta”.
Fissò intensamente quei numeri, mentre attorno a lui le voci continuavano a moltiplicarsi, intrecciandosi al rumore delle dita che battevano su delle tastiere e le urla dei superiori che veloci scorrevano come ombre fra le postazioni, osservando tutti con occhi guardinghi e strillando di abbassare i tempi di conversazione, o ancora di darsi da fare con le attivazioni, mentre qualcuno apriva persino una bottiglia di spumante, e Ciro, il supervisore capo, continuava a passare per le postazioni tenendo in testa un cappello da Babbo Natale e incitando tutti a darsi da fare.
Giovanni tracciò una linea sulla parola “mozzarella”, così forte quasi da spezzare la punta della matita. La voce stridente di una ragazzina urlò nelle sue orecchie: «Ma mi hai sentito o no? Io sono cliente da tanti anni e non ho mai avuto una promozione buona.»
Giovanni sembrò destarsi da un profondo sonno.
La voce della ragazzina continuò a percuotergli il cervello, e quando la sentì strepitare contro le proprie amiche: «Ma no, sto parlando solamente con quello del call center» la fronte gli si imperlò di sudore, il cuore gli salì fino in gola, e la terra sotto di lui iniziò a tremare.
Vide avanzare nel mezzo di una foschia di urla la sagoma confusa di suo padre, ubriaco come il giorno in cui in una cucina, vedendo Giovanni seduto su di un tappeto a giocare con macchinine gli urlò contro: «Sembri un ritardato.»
Giovanni l’osservò passargli accanto, atroce come una folata, vedendo i torbidi occhi di quell’uomo penetrargli fin dentro al midollo: gli stessi occhi che vide quando aveva solamente cinque anni, e suo padre uscì per l’ultima volta dalla porta di casa, senza mai più riaprirla.
Osservò ancora quella forma indistinta perdersi in un brusio di voci, urla, e bottiglie di spumante stappate per festeggiare il Natale.
«Ma ci sei ancora?» strillò arrogante la ragazzina.
Con la mano che gli tremava, Giovanni segnò con una linea profonda quanto una ferita la parola “internet”, come se nel farlo desiderasse tranciare la gola di quella ragazzina che continuava a urlargli nelle orecchie.
call-center

Estratto del romanzo “Nuda”.

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

14907813_10154491233111278_1280567480_o

Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
Sento delle lacrime nel mezzo di un buio vortice. Mi distolgono da un sonno profondo, e vedo mia madre poggiata contro al muro, piangendo e grattando contro al cemento come se cercasse una via di fuga.
«Perché? Perché devo vivere tutto questo? Perché non posso morire?» la sento sussurrare. Un lamento che spacca in due il mio cuore, ma che ancora una volta non mi dà la forza di stringerla.
No, le mie gambe restano paralizzate, come cortecce conficcate nella terra, inermi al cospetto di un mondo che scorre attorno a esse come un bestiale vento.
La guardo ancora, e mi sembra di rivederla più giovane.
Quanti anni sono passati? Dieci? Quindici?
Mio fratello era ubriaco come sempre. Stava seduto davanti al tavolo della cucina, e mia madre accanto a lui.
Era Giovedì. Lo ricordo perché a casa mia in quel giorno si preparava sempre il polpettone, e il suo odore proveniva dal forno, invitante e atroce in quel demoniaco momento.
Io stavo contro la porta del balcone. La luce del sole attraversava la mia schiena e i rumori della città trapanavano le mie orecchie.
Già, non esiste momento migliore della quotidiana normalità per scatenare l’inferno.
Osservai il volto di mia madre stravolto dal dolore, e l’impalpabile gelo sul viso di mio fratello, mentre lei gli strillò contro: «Insomma, quando ti deciderai a crescere? Anche ieri sei tornato ubriaco. Ma ti sembra normale?»
«Sta zitta. Zitta!» tuonò lui, senza neanche guardarla, mentre i miei occhi lo scrutavano nel desiderio di soffocarlo, e mia madre continuava a gridare contro di lui, mostrandogli tutto il dolore che le stava vomitando nel cuore.
Avrei tanto voluto che lei lo uccidesse in quel momento. Ma lei invece lo amava. Lo amava, ci amava, nonostante la stessimo uccidendo.
E mio fratello non esitò a ucciderla ancora una volta, come avrei voluto fare io con lui.
Si alzò di scatto dalla sedia, urlando: «Vuoi smettere di respirare, cazzo!», gettando in un attimo la sedia contro al muro.
Pezzi di legno volarono innanzi al volto di mia madre congelato dal terrore, mentre Nicola, feroce e veloce, scaraventò per terra un cassetto della cucina con una tale violenza come fosse una bestia vorace che attacca la propria preda.
Un frastuono metallico rimbombo nella stanza, fra le urla e le lacrime di mia madre che riuscì solamente a vedere Nicola, furioso come mai prima, afferrare dal suolo un coltello.
Prima che potessi intervenire, usando il suo star minacciando mia madre come movente per togliergli di mano quella lama e conficcargliela in gola, lo vidi portarsela contro al polso urlando verso mia madre: «Tanto a te importa solamente del tuo coccolino, vero?»
Guardai la scena senza comprendere perché dovessi essere proprio io il movente per il suo dolore, per poi fissare la lama del coltello.
Era pulito quel coltello, l’avevo lavato io, e se mio padre mi avesse visto farlo mi avrebbe chiamato frocio, come forse avrebbe fatto mio fratello.
Era dunque con un coltello da frocio che mio fratello aveva deciso di togliersi la vita? Era dunque con un coltello da frocio che avrei tanto voluto togliere la vita a mio fratello?
No, era solamente scena, ma mia madre non poteva capirlo, mentre io quando vidi la lama tagliare le carni di mio fratello come fossero burro, vedendo grumi di sangue sgorgare da piccole fessure molli che iniziarono ad aprirsi, provai un forte senso di gioia: come se qualcuno avesse fatto ciò che io avrei dovuto fare da sempre.
Percepii una tremenda frenesia quando il sangue cominciò a zampillare a fiotti da quel braccio, e provai un senso di sadico potere quando lui, quel colosso ormai ridotto a un niente, cadde a terra, mantenendosi il braccio, piangendo e urlando, pallido in viso e terrorizzato al pensiero della morte.
Vidi il sangue colare sul pavimento, insinuandosi come rigagnoli lungo le insenature delle mattonelle.
“Che stronzo” pensai “Stavolta non ha fatto bene i conti.”. E intanto il sangue continuava a fluire copioso. Lui era sempre più cereo e tremava, mentre mia madre stringendolo forte urlava il suo nome, in lacrime, per poi alzare lo sguardo verso di me strillando: «Presto, prendi lo strofinaccio! Vuoi muoverti?»
Avrei tanto voluto non farlo. Sì, ricordo che in quel momento mi vidi al di fuori del mio corpo. È uno dei pochi momenti che ricordo, forse perché in quel momento desiderai con tutto me stesso di uccidere mio fratello, provando l’impotenza di non poterlo fare.
Ma non morì, no.
Avrei tanto voluto che quel sangue si riversasse ovunque: sulle mattonelle, sulle mura, sul soffitto, sui mobili, sul letto.
Invece fui costretto a soccorrerlo.
Gli strinsi il braccio con uno straccio, mentre mia madre chiamò l’autoambulanza.
Sentii contro le mie mani la sua carne. La sua pelle. Il suo sangue.
Lui mi guardò negli occhi dicendomi di avere paura. Neanche capiva. No, forse per lui, proprio come per me, non restavano che sbiaditi ricordi in alcune foto attaccate al muro di un corridoio. Ma allora io, stringendolo, pensavo soltanto: “Vuoi smettere di respirare? Cazzo!”, mentre mia madre piangeva per lui, vedendo il suo sangue, e senza vedere il mio di sangue.
E ora lo vede?
Io la vedo solamente tremare. Ha paura. Sì, ha paura che stavolta tutto sia diverso. Che non sia come per quel suo bambino dai capelli scuri. Ha paura che il suo bambino dai capelli biondi abbia deciso di morire, e di farlo davanti ai suoi occhi.
Per un attimo, mentre in lacrime mi sussurra: «Tony, tu eri così bravo. Sei sempre stato il più bravo. Perché ora è tutto così orrendo?», vorrei tanto abbracciarla. Ma non riesco a muovermi, come se il mio corpo, quello che lei conosce, fosse rinchiuso nelle foto ai miei piedi.
Esiste peggiore inferno di vedere la propria madre morire senza poter far niente?

2007-Ossessione-Ossessione-cm-150-x-150

Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Provo appena a sfiorarla, vedendo la mia mano fendere l’aria pesante come se nemmeno fosse la mia. Ma appena sfioro i suoi capelli, lei si scosta e volta il capo, forse svanendo per sempre in quel suo gesto.
Restano soltanto dei capelli che volano contro al mio viso, e la stanza ora sembra priva di luce, lasciandoci in balia di una densa ombra in cui i nostri sguardi non possono intrecciarsi.
Sussurrando il suo nome con un lamento animalesco, osservo la sua schiena e non sento altro che il rumore del suo naso tirare su, mentre lei continua a ingoiare le proprie lacrime, sfiorando dolorosamente il letto sotto di sé.
Le asciuga con la sua piccola mano, alzando il capo verso il soffitto, come se stesse vedendo innanzi a lei immagini a me non concesse di vedere.
Seguo l’orizzonte tracciato dal suo sguardo, sentendo la sua voce echeggiare ovunque dicendomi: «Ogni giorno penso a mia madre. Io la odiavo prima di andare via, eppure ora darei ogni cosa per vederla.»
Paralizzato dalle sue parole, lascio che la mia mano, immobile nel vuoto, cada lentamente sul letto, mentre il suo sguardo sfiora appena i miei occhi in lacrime.
«Vorrei poterle dire la verità» riprende, abbassando lo sguardo verso le proprie ginocchia e accarezzandole delicatamente con le dita, come se stesse sfiorando il volto di sua madre, o di quella bambina che non potrà mai più essere «vorrei poter parlare a lei di me, sì, e non inventare sempre bugie per farle credere che sua figlia sta bene. Vorrei dirle che sua figlia sta morendo, e che ha bisogno di lei. Vorrei dirle che sua figlia è una…»
La sua voce si interrompe. A fatica trattiene le lacrime, fissando le proprie mani aperte poggiate sulle ginocchia, come se stesse vedendo la sua vita scivolarle fra le dita, simile a sabbia.
«Ricordo che quando avevo quattro anni mia mamma mi chiamava pryntsesa. Diceva che ero bellissima, e se solamente avessi saputo a cosa mi avrebbe condotto mia bellezza mi sarei sfregiata da sola viso. Ma invece ero sua pryntsesa, e tutto mi sembrava bellissimo quando ero bambina.»
La sua mano improvvisamente scivola sulla mia, stringendola, e irradiando di calore il mio corpo. Un calore gelido, simile a quello della neve che ti brucia la pelle.
I suoi occhi tristi e grandi come quelli di una bambina sembrano toccare i miei, come un bacio a lungo agognato che ristora un cuore provato dal dolore.
«Natale a casa mia era bellissimo» aggiunge, tenendomi la mano e chinando di nuovo lo sguardo «ricordo profumo del kutya e quello dei dobrenyky. E poi ricordo le scorpacciate di varenichki. Dio!» esclama, sorridendo con aria triste, come se stesse toccando i volti di persone una volta amate e ormai svanite per sempre «lo scherzo di cui erano imbottiti puntualmente capitava sempre a me. Una volta ingoiai persino grossa manciata di pepe nero, e starnutii per decine di minuti prima di riprendermi.»
A quelle parole, mentre lei mi guarda appena, vedo un delicato sorriso dolce come zucchero sulle labbra.
È l’amore che vibra nel suo cuore martoriato da cemento e ferro. È l’amore che ancora la tiene in vita, rendendola bellissima: malinconica e meravigliosa come il fantasma di un innamorato che non vuole lasciare la terra pur di non abbandonare la propria amata.
È proprio questo che la sta uccidendo?
«E ricordo che era sempre mia nonna a benedire la tavola con acqua santa» riprende, facendo scivolare la mano nella mia e portandosela sulle ginocchia, stringendola come se stesse abbracciando sua nonna. «Avrebbe dovuto farlo mio padre, sì, ma da quando ho memoria ricordo di avere visto farlo solo a lei. E quando è morta, nessuno ha più benedetto tavola di casa mia. Io e mia madre non abbiamo neanche più mangiato davanti stessa tavola. Io e mia madre non abbiamo neanche mai più parlato. E ora che sta venendo Natale, e come anni precedenti lo passerò qui in questa stanza, o chissà dove e con chissà chi, vorrei solamente vedere lei e dirle che mi dispiace di non averla capita. Mi dispiace del male che ci siamo fatte a vicenda. Mi dispiace dell’incomprensione. Mi dispiace del tempo che non le ho dato. E mi dispiace di essere andata via, finendo poi in questo inferno. E mi dispiace del sangue che le ho gettato addosso.»
A quelle sue parole il mio cuore si spacca in mille pezzi. Ne vedo i frammenti volare attorno a noi, mentre le sue labbra sembrano tremare, come se una lieve brezza di vento si stesse muovendo sul suo volto, facendosi strada nella calcarea oscurità che ha inghiottito la stanza intera.
Rimane in silenzio. È un silenzio glaciale e triste, come quello che si avverte in un cimitero. È il freddo del marmo, il silenzio della terra fredda, il dolore di un corpo morto.
Lei mi sta dicendo forse che ormai è morta?
Voltandosi verso di me, mentre guardo i suoi occhi arrosati da lacrime incancellabili, sento le mie carni comprimersi come lamiere di un’auto appena travolta da un treno.
È lei che mi ha investito?
Desiderando di stringerla, e di essere altrove assieme a lei, riesco solamente a sentire la sua mano stretta alla mia, e la sua debole voce sussurrarmi: «E tu mi dici che dovrei andare via!»
La vedo chinare lo sguardo. I suoi occhi sono assenti, come un corpo che si sta lasciando uccidere da una orrenda malattia, paralizzato su di un letto che puzza di muffa, si sudore gelido, e di morte.
È ciò che provò mio padre prima di morire?
Lascia la mia mano, facendola cadere sul materasso come fosse un impiccato.
La sfiora appena con le dita, gemendo: «Vorrei andare via, ma so di non poterlo fare», per poi abbassare di nuovo lo sguardo, fissando il vuoto, e lasciandomi da solo in quella stanza che si sta sgretolando come un polmone divorato da un cancro.
Persino le sue lacrime sembrano di gesso come le mura di questa stanza.
Le vedo colare sul suo viso immobile, fino a giungere sulle sue labbra contorte in un sorriso atroce quanto uno spasmo di dolore.
«Di certo da bambina non avevo mai pensato di finire così» sussurra appena, guardando le proprie mani ora poggiate sulle sue ginocchia, come se guardandole vedesse tutto l’orrore che esse sono state costrette a toccare.
Mi avvicino a lei e la stringo a me. I suoi capelli, soffici come lana ma freddi come l’inverno, coprono la mia spalla, ma lei non si muove. Il suo volto è paralizzato in una smorfia di dolore, e i suoi occhi vitrei fissano il nulla davanti a lei, come se stesse rivedendo sua nonna, sua madre, e quella bambina che allegra correva per i campi di grano a Poltava.
Sento solamente un lieve sussurro muoversi nell’aria, come una leggera carezza che appena riesce a sfiorarmi la guancia.
È il bacio di mia madre datomi quando ero bambino. Il sorriso di mio padre prima che tutto tra noi andasse in frantumi. È l’abbraccio di mio fratello che mi stringeva su di un letto pieno di peluche. Sono gli occhi di mia sorella che mi guardavano come se per lei fossi tutto al mondo.
Quel suo sorriso è il mio rimpianto per una vita dimenticata. È il suo rimpianto per una vita perduta.
«Ho fatto di tutto per morire. Per morire pur di non farmi uccidere» mi sussurra appena, fissando un vorticoso baratro sotto ai suoi piedi, mentre come un sudario i capelli le coprono il viso.
Avverto appena la sua fragile mano nella mia, percependo le lente e flebili pulsazioni del mio cuore, mentre lei sospira, ansimando: «Fino a poco prima no sentivo neanche più dolore su mio corpo. Era come se non fosse neanche mio. Come se non mi appartenesse più. Come se questa disgustosa vita non fosse mia, ma di altra persona.»
Lenta come un’oblazione si volta verso di me, fissandomi con occhi di marmo e sfiorandomi il viso, dicendomi: «E poi tu mi hai detto di sperare. Mi hai riportato a vita che credevo sepolta dopo anni di violenze, sepolta assieme ai loro schifosi sorrisi, alle loro disgustose parole e ai loro maledetti corpi che io avevo giurato di no vedere mai più.»
Mi guarda ancora. Mi guarda ancora qualche istante che scorre su di me lento come gli ultimi istanti di vita concessi a un moribondo.
Chi siamo ormai?
Vedo solamente dolore nelle sue iridi ormai spente di ogni luce, mentre china lo sguardo, sospirando e dicendomi: «Io no sono ciò che cerchi, Tony. Trova brava ragazza e vivi tua vita, ti prego. Per favore, dimenticami e non tornare più.»
I miei occhi si spalancano avvolti in una nube di fumo talmente densa da impedirmi di vedere altro al di là delle labbra di Angela.
Mi sembra ancora di vederle muovere, mentre paralizzato, non riesco a udire altro che i battiti impazziti del mio cuore.
Non riesco nemmeno a tremare. Sento soltanto una forte esplosione nel petto, le mie carni squarciarsi, e il mio sangue schizzare sul volto di lei, e sul mio intero corpo.
Osservo il mio sangue colare lentamente sul suo pallido viso, e tremando, portando le mani verso di lei, vedo solamente un cadavere che si sta sbriciolando fra le mie mani.
Non riesco nemmeno a sfiorarla, lei vola via in un cumulo di cenere che volteggia su di me, come i residui di una città che brucia.
I nostri occhi si intrecciano ancora un istante, simili a filamenti di un cancro che avvolgono un organo sanguinolento: un dolore talmente carnale e palpitante da soffocare ogni nostra parola.
La sento appena accarezzarmi il viso, in lacrime, dicendomi addio con quel suo ultimo gesto di compassione.
Mentre lo fa, mi sembra quasi di vederla sorridere, come fosse una madre che mi sta dicendo: «Andrà tutto bene.»
Ma sussurra solamente: «Se io potessi tornare indietro, come prima cosa abbraccerei mia madre.»
Poi non dice altro. Resta in silenzio. Il suo volto da bambina non osa neanche guardarmi, e la sua mano scivola sul mio viso ancora una volta, come se stesse cercando di immagazzinare ogni parte di me prima di dirmi addio.
«Non sai quanto vorrei mangiare di nuovo davanti a tavola assieme a parenti e amici» ansima tenendo basso lo sguardo, e stringendo il materasso nella mano «anche in silenzio mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe sapere di potere avere qualcuno in mia vita. Una casa a cui tornare. Delle persone che aspettano me, e per le quali sono indispensabile, anche se no riescono a dirmelo.»
Mi stringe forte la mano e la porta contro al suo viso, sorridendo e fissando il mio volto imbarazzato.
Come un lieve bacio donato per dirmi addio la sua voce mi avvolge ancora mentre le sue lacrime sgorgano pesanti e copiose dai suoi occhi.
«Per un attimo ho anche sperato che tu potessi essere vero. Che io potessi essere vera. Ma poi…» dice guardando la stanza attorno a sé, i preservativi poggiati contro la sua borsetta, e il letto sotto di noi su cui è stata uccisa centinaia di volte. «Poi ho capito che no potrò mai fuggire da qui. E non sono state percosse o le violenze a convincermi. No, quelle ormai non le sento neanche più. È stato qualcosa di più atroce. Qualcosa che non potrò più strappare da mio petto, come fosse cancro maligno incapace di guarire.»
La sua mano sfiora ancora il mio viso. Le luci nella stanza sembrano stringerla in un silenzio antico, sacro, cupo e doloroso, mentre le nostre mani si stringono e lei, faticando a guardarmi ansima appena: «Io sono morta, Tony. Sono morta dalla prima volta che loro hanno messo mani addosso. E a me piacerebbe venire via con te. Mi piacerebbe portarti a casa mia, da madre mia, e farti correre in campi di Poltava. Farti assaggiare il boršč, le deruny, i varenyky e il piroh. Vorrei farti sentire profumi di terra mia: di inverno si sente l’odore di legno bruciato proveniente da camino, e in primavera ci si può perdere in profumo di fiori e di grano. Ma so che nulla di tutto ciò potrà succedere! No, questi profumi, questi sapori, queste immagini, io non li rivedrò mai più. Lo so. L’ho capito, ormai. So di no essere altro che una puttana, e che questa è mia vita. Una vita che no è vita, e che no posso donare ad altri.»

11398bb8998

Tratto dal romanzo: “Nuda”.

Eva sapeva che non sarebbe mai tornata da lui, e sapeva che Max non era perfetto per lei, ma sapeva anche di non volere essere giudicata. Di non voler essere odiata. E quel sangue sulle proprie mani di cui aveva chiesto perdono a Max, lei nemmeno lo vedeva.
Eva doveva essere perfetta, anche a costo di rendere la vita di un altro una totale menzogna.
Ma in fondo lei ci viveva da sempre in una menzogna. Eva era un bellissimo quadro, ma falso.
Avrebbe eretto mura su mura pur di celare la decomposizione del proprio cuore, e lo stava facendo, ma per quante mura alzasse, sentiva sempre qualche piccola breccia nella pietra, e mille occhi spiarla, vivisezionandola, accusandola, schiacciandola.
Quel pomeriggio li sentiva fin dentro la pancia quegli occhi, e un grande urlo irruppe nella sua stanza, seguito da una poderoso tonfo.
Il libro urtò contro al muro e cadde per terra. Le pagine si mossero velocemente fino a restare aperte sul capitolo riguardante il trapianto del cuore umano.
Il cuore di Eva sembrava essersi fermato di colpo, e nessun trapianto l’avrebbe ormai salvata. Stava andando in necrosi.
Ormai non riusciva nemmeno a respirare mentre paralizzata ferma davanti la sua scrivania fissava con occhi pullulanti di terrore i risultati del test di medicina.
Un altro strillo isterico, simile a quello di un animale, rimbombò nella stanza, e poi ancora un tonfo pesantissimo echeggiò contro al muro
Un incensiere a forma di elefante cadde sul pavimento fra libri e scartoffie, esalando verso le tendine rosa i suoi ultimi respiri di patchouli.
Era un regalo di Mario. Glielo aveva comprato a Milano, durante una giornata in giro per mercatini.
Eva adorava andare per mercati, e lui lo sapeva, come sapeva che amava quel profumo. Lo portava sempre sulla pelle quando stava con lui.
Ormai non metteva da tempo quel profumo. In quel momento le sembrò persino di non aver alcun odore, ma soltanto una tremenda puzza che le aveva impregnato le carni: puzza di sudore mista a quella di cibo marcio.
Si alzò di scatto dalla sedia e quando suo padre spalancò la porta lei lo fissò con occhi gonfi di lacrime, urlandogli contro: «Che diavolo vuoi? Ora sei soddisfatto?»
Si scagliò sul letto come una valanga, schiacciando il volto contro al cuscino e stringendolo, mentre nell’aria non si udiva altro che la sua voce strozzata dal pianto strillare: «Faccio schifo! Sono solamente un’idiota!»
Suo padre non sapeva che fare, proprio come sempre al cospetto di quella figlia che non capiva, e forse mai aveva capito.
Eva era soltanto un corpo informe che giaceva su di un letto. Era un cumulo di carne coperta da un pigiama rosa, e dal volto sommerso da un manto di capelli biondi. Era una bambola rotta gettata sul pavimento, proprio come quelle che lui le aveva regalato, e che lei aveva fracassato.
Suo padre la fissava senza riconoscerla. Non c’era traccia in lei di quella bambina che aveva alzato al cielo quando era appena nata, né di quello scricciolo a cui tante volte aveva fatto il bagnetto.
Eva era cresciuta, e lui non l’aveva vista crescere. Di sua figlia ricordava soltanto una bambina sorridente, tutto ciò che era venuto dopo l’aveva perso, come accade a uno spettatore distratto che più volte si alza durante la proiezione di un film.
Poteva semplicemente stare fermo, vedendo con occhi vitrei quella sconosciuta devastata da un pianto di cui non comprendeva l’origine, sentendosi ora impotente, nonostante la sua immensa cultura, senza sapere cosa dire, o se ci fosse davvero qualcosa da dire in quel momento.
Le sue labbra tremavano in una smorfia ridicola. Ora sembrava stesse per dire una parola, ma subito un istante dopo si fermava, lasciando di sé soltanto l’immagine di un vecchio incapace dalla pelle rugosa, gli occhi stanchi, e il fiato corto.
Il dolore di Eva lo stava consumando. Lui cercava di inseguirla, ma era come un cieco che tasta l’aria. Non riusciva a trovarla, e dunque a raggiungerla. Udiva quel pianto incessante che ormai sognava persino di notte, ma senza trovarne l’origine, impazzendo nel non poterlo fermare, e devastato al pensiero che forse era sua la causa di quel dolore che stava uccidendo sua figlia, e lui.
Quando Eva gettando in aria dei vestiti urlò contro al cuscino: «Sei contento ora?», ogni nervo del viso gli si paralizzò. Non riusciva nemmeno a muovere le labbra, e le palpebre gli tremavano appena, come se stesse contemplando l’immensità terrificante di un cratere senza fondo.
Gli parve di precipitarci in quella fossa, non sentendo più nulla del proprio corpo, quasi si fosse infranto come un vaso scagliato al suolo.

14907813_10154491233111278_1280567480_o

“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.