“La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

Vorrei solamente poter andare via da qui. Vorrei solamente prendere quel dannato prete e scaraventarlo per terra, prendendolo a calci urlandogli in faccia: «Non è vero niente! Lei non si trova in nessun dannato paradiso. Non è risorta, hai capito? Lei è morta! Cazzo, è morta!». Ma non dico una parola. Resto immobile, come fossi anch’io chiuso in una cassa di legno, e desiderando in cuor mio tanto di esserlo. Di poter fare a cambio con mia zia.
Eppure so che ciò non aiuterebbe mia madre. No, piangerebbe anche per me, e di certo anche più di quanto sta facendo ora, fissando quella sorella a cui cambiò i pannolini e a cui cantò tante ninna nanna facendole da sorella, da amica, da madre.
No, se io dovessi morire, il suo cuore si spaccherebbe del tutto, come un vaso gettato con forza sul freddo e duro pavimento. Eppure saperlo non mi fa cambiare. Io non sono come “tutti gli altri”. So che non sarò mai il figlio desiderato da mia madre, e quella bara davanti a noi ce lo ricorda.
Forse mia madre non sta piangendo solamente per mia zia. Forse fissando quella bara sta piangendo anche per me, vedendo in quel legno anche il mio corpo, restando impotente come durante la malattia che ha divorato Francesca.
Sento ancora la sua fragile e vecchia mano sfiorare la mia, mentre la tengo stretta a me, tremante e intimidito, incapace di mostrale amore anche in questo momento. In questo momento in cui più che mai avrebbe bisogno di me, mentre con le sue lacrime mi sta chiedendo: “Ti prego, non andare via anche tu. Non lasciarmi sola anche tu”.
E io riuscirò ad ascoltarla?
La stringo ancora a me, imbarazzato persino nel toccarla. Nel toccare quel corpo che mi ha messo al mondo. Quel corpo che tante volte si è preso cura di me, senza che io riesca a ricordarlo.
Ricordo solamente le sue lacrime. Le lacrime ora sempre più forti, come se da tempo fossero il suo solo linguaggio.
Non riuscirò mai ad asciugarle, e lo so. Le parole sulla vita eterna vomitate dal prete non servono a niente.
Mia madre sta morendo, mia zia giace nella cassa davanti a me, e io sono solamente un cadavere incapace di amare.
Negli ultimi dieci anni ricordo di aver abbracciato solamente due volte mia madre: alla morte di mio padre, e alla morte di mio nonno.
Ora la sto stringendo mentre in lacrime vede il corpo di sua sorella in una bara.
Serve dunque la morte di qualcuno perché io possa abbracciarla? E la prossima volta che lo farò sarà al suo funerale, o sarà lei a stringermi un’ultima volta, impotente innanzi la morte del suo bambino?

 

 

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Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

A Natale la gente è solita mettere festoni fuori la porta di casa. Fuori alla mia non ne ricordo da quando morì mio padre.
Forse fu allora che questa casa si trasformò.
L’ultima parvenza di una famiglia normale svanì con il suo ultimo respiro.
Ricordo che dovetti tirargli su le braghe una volta. Era uscito dalla camera che fu una volta di mia sorella, ormai costretta a dormire nella stanza di mia madre. Era ridotto a uno scheletro. La grossa e tonda pancia che un tempo fu oggetto di derisione da parte di mia sorella, ormai era del tutto svanita. Di lui non restava che uno scheletro. Uno scheletro dalla pelle fetida di vecchio e alcool denaturato attaccata sulle sue ossa.
Lo vidi uscire da quella stanza, ansimando e mantenendosi a fatica contro lo spigolo della porta. Respirando a fatica, come se l’aria nei suoi polmoni non bastasse, e la mancanza di ossigeno gli stesse facendo schizzare via gli occhi azzurri ormai vitrei e pallidi come quelli di un morto.
Mia madre e mia sorella erano appena uscite dalla loro stanza quando corsi verso di lui, afferrandolo prima che cadesse, e fissando i suoi sempre più bianchi occhi conficcati in insenature nere come un baratro.
Quei suoi occhi ormai invisibili mi osservarono pesanti e dolorosi come una preghiera proveniente da una profonda grotta. E io ci stavo per cadere dentro in quel baratro. E ci caddi quasi, quando tenendo strette quelle ossa che mi sembravano fragili come vetro, lui sussurrò con voce lontana, come se non fossimo più lì: «Hai caricato le cornici?»
Annuii. Gli dissi di sì, trattenendo le lacrime e accompagnandolo al bagno per pisciare. Sentendo per la prima volta contro le mie mani la pelle di mio padre. Quella pelle calda che non dimenticherò mai, e che non ho mai stretto a me se non in quel momento.
Dopo lo rimisi a letto, come fosse un fuscello. Solamente un pupazzo di pezza, e non più il colosso che mi aveva vinto tante volte a braccio di ferro. Non più l’uomo che avevo temuto di deludere.
E piansi quella notte? Riuscii a piangere almeno quella cazzo di notte?
Non ricordo alcuna lacrima. Non ricordo niente. So solamente che dopo pochi giorni mio padre morì, e da allora in questa casa non ci fu alcun albero di Natale. Nessun festone fuori a una porta. Nessun presepio. Nessun regalo.
Cercammo di andare avanti come una famiglia normale. Ma non eravamo neanche vivi. Non emanavamo alcun odore, come le persone che stanno in coma.
Eravamo morti con lui. Quella famiglia era morta assieme a lui.
Sulla targhetta inchiodata sulla porta d’ingresso ci stava ancora il suo nome. Ancora il nome della sua famiglia. Ma quella famiglia era svanita.
Io sarei dovuto essere il loro nuovo padre, il marito di mia madre. Sarei dovuto essere mio padre.
Ma come si fa a vivere una vita perduta?