Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?
uomo-affacciato-alla-finestra

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Tratto da “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?dainese_29092012_0001_master_bw

Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
Mio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.
Affretto il passo. L’aria è fredda, ma cammino così velocemente che non sento neanche il vento, e ora non riesco a udire nemmeno i rumori delle auto alla mia sinistra.
Sono quasi arrivato. Ho ancora dieci minuti per timbrare il cartellino. Ancora dieci minuti prima di dover tornare in gabbia.
Le auto scorrono velocemente, mentre palazzi e fabbriche si susseguono attorno a me, e davanti ai miei occhi non vedo altro che un orizzonte di cemento.
Alzando lo sguardo vedo venire verso di me, lenti e pesanti, una famiglia di Rom. Ne sono tre. No, anzi, quattro, ma uno di loro, un bambino di appena dieci anni vestito con stracci abbinati a caso e dalla pelle scura come la terra, si è fermato a rovistare in un cassonetto dell’immondizia, mentre gli altri: un uomo vecchio, sdentato e dalla grossa pancia; una donna grassa e molle con attorno alla testa un pesante scialle di lana rosa e verde; e ancora una ragazzina forse dodicenne vestita di stracci e dall’aria cattiva, continuano a venire verso di me fissandomi come se neanche esistessi.
La ragazzina spinge un vecchio carrozzino con sopra un cartone colmo di rifiuti raccattati per strada. La donna trascina un grosso bustone scuro, pieno di chissà cosa, e il sudore le cola dalla fronte insinuandosi fra rughe che mi sembra quasi di poter toccare, mentre l’uomo fuma, ansimando, seguendo a passo lento le due donne, sudando e respirando faticosamente come se il suo cuore stesse per esplodere.
Mi passano accanto. Una forte puzza di cipolla marcia e sudore stantio mi riempie il naso, mentre intanto il ragazzino fatica a tirarsi via dal cassonetto annerito dalle fiamme, per poi correre verso la sua famiglia, passando accanto a me e arrivando a loro ormai alle mie spalle, sorridendo e stringendo fra le mani luride uno zainetto rotto.
Mentre mi passa accanto, ci guardiamo un istante. Giusto un attimo. Il tempo del battito d’ali di un colibrì. Un istante che non ci sarà mai più concesso. Quell’attimo in cui ci troviamo simili. In cui il vento emanato dal suo passaggio ci fa quasi sentire due esseri umani nello stesso spazio vitale.
Cercava forse l’amore di suo padre scavando fra quei rifiuti?
Quando avevo sette anni feci un lavoretto a scuola, di quelli che si fanno durante le feste comandate. Era Pasqua. La maestra aveva obbligato tutti a comprare una confezione di mollette di legno, dell’ovatta, una pallina da tennis, un cartoncino giallo e uno arancio, della colla e della carta crespa gialla.
Feci quel lavoretto mettendoci tutto me stesso. Avrei voluto fare altro, ma la maestra ci costrinse a creare con le stecche delle mollette una specie di sole coperto dall’ovatta, in cui stava posto un tenero pulcino.
Ero forse io quel pulcino?
Quando lo portai a mio padre, lui lo guardò appena, mentre facevi i conti per il lavoro.
Attendevo un suo complimento, e invece mi diede solamente duemila lire come premio. Proprio come fossi una puttana.
Vedo quel bambino porgere lo zaino a suo padre, ma lui neanche guarda. È la sorella a prenderlo per gettarlo senza cura nel carrozzino, e poi spariscono lontano: lontani da me, lontani fra loro.
Li fisso soltanto qualche istante, prima che svaniscano nel nulla, forse proprio come i sogni di quel bambino.
Giosetta-Fioroni-Bambino-solo-1968-smalti-su-tela

Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ho chiuso tutto in lenzuola insanguinate.
Ricordo che il pomeriggio in cui il mio cuore smise di battere, mentre mio fratello guardava un film dell’orrore, e sulla mia pelle ancora pulsava un orrore che non comprendevo, raccolsi le lenzuola dal mio letto e le portai nel bagno.
Le gettai nella vasca e feci scorrere su di esse l’acqua.
Non sapevo come si lavassero le lenzuola, ma avevo visto tante volte mia madre farlo quando d’inverno non bagnavo solamente le lenzuola, ma anche la trapunta, costringendola a spaccarsi la schiena per lavarla nella vasca.
Se mio padre mi avesse visto in quel momento si sarebbe limitato a chiamarmi frocio, proprio come sempre, oppure mi avrebbe annegato in quella stessa vasca? Magari affogandomi nello stesso sangue che vidi sciogliersi fra acqua e sapone, proprio come fosse quello visto nei numerosi film dell’orrore che mio fratello mi costringeva a guardare.
Ma quel sangue non sarebbe andato via cambiando canale. No, e non mi sarebbe bastato correre nel letto di mia madre e mio padre per non vederlo sulla mia pelle.
Quel sangue doveva sparire e basta! Nessuno doveva vederlo.
Non sapevo perché, ma sentivo che quello era un delitto da cancellare. Una colpa troppo grande per mostrarla al mondo. Un segreto inconfessabile che non avrei mai potuto condividere con nessuno, tantomeno con la mia famiglia.
Cercai di cancellarlo del tutto, sfregando con una forza maggiore dei miei undici anni quel lenzuolo, piangendo pur senza conoscerne il motivo. Piangendo, lasciando che le mie lacrime si mischiassero al mio stesso sangue, mentre nell’altra stanza mio fratello sorrideva guardando un film dell’orrore.
Ricordo ancora quella sua risata. Non capivo il perché, ma in quel momento avrei voluto conficcargli un coltello dritto in gola.
Avrei gioito nel vedere il suo sangue, e invece ero costretto a fissare il mio di sangue, cercando di cancellarlo, mentre il mio piccolo corpo mi faceva tremendamente male come fosse un insieme di lividi freschi, e percepivo qualcosa di strano nella mia pancia: come un buco! Una voragine. E non era fame, no, era qualcosa che mancava. Qualcosa che qualcuno aveva portato via, e che non mi sarebbe mai più stata ridata.
Quel pomeriggio ero stato mutilato non solamente nel corpo, ma anche nell’anima, e quando mia madre tornò, mentre guardava il lenzuolo steso maldestramente sullo stendino fuori al balcone, mi rimproverò solamente di averla fatta nuovamente a letto, e di aver persino scolorito le lenzuola cercando di lavarle.
Non si accorse che quell’alone rosso non era tintura, ma il mio sangue. Non vide il mio sangue in quel momento, mentre mio fratello continuava a fissare il televisore, e io immobile davanti a lei, a testa bassa, desiderai per la prima volta di morire.
Fu forse allora che perse per sempre il suo piccolo bambino. E ora che le ho spaccato il cuore, potrò più dirle che quel bambino le stava chiedendo solamente un abbraccio? Che le stava chiedendo solamente che qualcuno pulisse dal proprio corpo quel sangue, come lui non era riuscito a fare da quelle lenzuola.
Lei non vide mai quel sangue, né l’avrebbe mai più visto. No, quelle lenzuola nessuno le pulirà mai. Rimarranno per sempre sporche, ma nascoste nel mio cuore. Non chiederò mai più a nessuno di pulirle. Non chiederò più a nessuno di pulire tutto il sangue che la vita mi ha gettato addosso, perché ora che la mia pelle è piena del sangue di mia madre, ogni delitto subito mi sembra una carezza a confronto del male da me commesso.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Avanzo a passo svelto lasciandomi alle spalle la stazione centrale, proseguendo davanti a cumuli di bancarelle e teloni che emergono da alcuni vicoli, come mani pronte ad afferrare ogni passante.

Nel mezzo di logori tendoni di plastica erosa dalla pioggia si muovono volti, voci, sguardi, odori, puzze, passi. Decine di persone si accalcano come una mandria di lente e pesanti mucche. Ci sfioriamo tutti. Sento la voce della casalinga che parla in dialetto, lamentandosi di chissà chi con un’altra donna. Alla mia destra l’onesto lavoratore urla al proprio telefono cellulare. Un ragazzino di appena dodici anni fischia verso una ragazzina appena passata mano nella mano del proprio ragazzo, e due persone stanno ferme davanti alla vetrina di un negozio, fissando un cellulare da ottocento euro.

Un riciclo di persone entra ed esce da minuscoli bar. Un uomo grasso, dalla faccia molle, mangia una pizzetta a bocca aperta, poggiato contro al muro di un palazzo e facendosi colare il sugo sul mento, mentre un vecchio simile a uno scheletro impreca in dialetto contro un nigeriano che gli passa davanti tagliandogli la strada con un carello pieno di borse taroccate.

Mi trovo in un tornado di volti, di aliti, di sguardi. Vedo occhi ovunque, e mi sento come gli occhiali falsi o le statuette di legno poggiate su bancarelle poste sotto a un cielo di teloni sotto ai quali si muove un fiume di carne, e occhi bianchissimi incastonati in pelle nera ci fissano, invidiandoci, e forse desiderando di ucciderci.

Hanno il volto stanco e arrabbiato di chi non ha niente ed è costretto ogni giorno a vedere sotto ai propri occhi il benessere di altri. Le loro mani sono rugose e colme di ferite, i loro talloni sono callosi e crepati, e le ossa sembrano spaccargli la pelle.

Nessuno manderà per loro un sms solidale. Nessuno li salverà mai. Nessuna ragazza desiderosa di salvare la Siria o la Palestina scoperà mai con loro. Sono da soli. Stanno morendo. Non esistono nemmeno.

Loro sono quel bambino biondo che si pisciò nei calzoni al primo anno d’asilo.

E io li vedo?

Non posso che andare ancora avanti. Ho i conati di vomito e la testa gira, e camminando a testa bassa incrocio un uomo basso e grasso, due vecchi e una donna pacchiana immobili davanti a un banco di legno.

L’uomo grasso ha il volto abbronzato dal sole e continua a sorridere, muovendo velocemente sul banco tre piccole carte da gioco, mentre a due passi da loro tre piccoli ragazzi Rom camminano velocemente, con occhi luminosi e furbi, cercando come sfogare il dolore di una vita che li ha reclusi.

Io avanzo il passo. La gente attorno a me non svanirà mai, e lo so. Il vento scorre fra i palazzi, tra i tubi di ferro che sovrastano la stazione della metropolitana e contro la statua di un eroe che osserva l’intera piazza, spazzando via rifiuti e verdure che marciscono agli angoli della strada.

Guardo il posto dove la notte prima ho visto Angela. Lei non ci sta. Lei è altrove, e io non so dove.

Vedo solamente corpi calpestare il cemento dove lei mille volte ha ricevuto una sentenza di morte, e so che in fondo è inutile anche pensarla.

Lei non esiste. Io non esisto.

Alcuni entrano in un ristorante, altri in un negozio di scommesse sportive, e altri ancora in un negozio di telefonia.

Cerco di non guardare nessuno di loro. Raggiungo la statua posta a una delle estremità della piazza.

Quell’eroe fissa una città che ha abbandonato ormai da secoli, mentre attorno a lui alcuni uomini di colore stanno immobili bevendo birre in latta, e altri cercano di vendere merce raccolta dai rifiuti e poggiata su bancarelle di cartone.

Chino lo sguardo. È un attimo. Solamente un attimo! Un impercettibile battito del cuore nel mezzo di un turbinio di voci confuse.

Davanti agli occhi, come se ogni immagine giungesse a me da una pesante coltre di fumo, vedo solamente pelle rugosa, due piccoli e stanchi occhi apparire a malapena da rughe simili a fiordi, e magre ginocchia poggiate sul freddo cemento.

Il suo corpo è coperto di stracci. Ha scarpe di vernice attorno ai piedi gonfi, i collant che porta alle gambe non riescono a coprirle del tutto scheletrici e rugosi polpacci colmi di vene varicose, e il misero giubbotto di tela che indossa e talmente zeppo di tagli che mi sembra di udire il violento fischio del vento muoversi in essi.

I suoi capelli bianchi sembrano volare al vento da sotto al cappuccio del suo giubbotto, e la sua mano magra e venosa è come congelata nell’aria, tesa verso la gente che l’attraversa senza vederla, trapassandola come fosse fatta d’aria.

Lei sta lì ferma in ginocchio con la testa china, ma nessuno la vede. Neanche io la vedo, oltrepassando lei e quel cartello con su scritto “Ho fame”.

Faccio ancora un passo. Il mio piede, pesante e atrofizzato come le rigida membra di un vecchio prossimo alla morte, si poggia appena sull’asfalto, fermandosi assieme a ogni parte di me, mentre decine di corpi continuano a scorrere attorno a me e a lei, simili a una violenta folata di sabbia. Abbandonandoci. Senza vederci. Sfumando chissà dove, e susseguendosi all’infinito.

Sento il vento trapassarmi, insinuandosi sotto le frange del mio cappotto e fin dentro la mia pelle, come se la mia pelle si stesse agitando per staccarsi dalle ossa.

Ho freddo. Improvvisamente provo un freddo innaturale, come quello che si percepisce un attimo prima della morte.

Mio padre provò la stessa sensazione prima di morire?

Mi volto lentamente. Lei sta ancora lì. E immobile come una statua di calcare, e davanti a lei non vede che corpi veloci: vestiti che si mischiano in un solo incomprensibile colore, e voci che si intrecciano al punto da diventare un confuso e agghiacciante ronzio.

Lei è sola. È sola al mondo. Sta morendo, e nessuno fa niente.

E io posso fare qualcosa?

I miei occhi sono sprofondati in una fossa buia, e sul mio corpo pietrificato, mentre fisso lo sguardo triste e rassegnato di quella vecchia donna, un’improvvisa e lancinante tristezza si diffonde sul mio corpo avvolgendolo come una ragnatela di pulsanti capillari.

È lo sguardo di mia madre che mi fissa? La sto condannando a fare la fine di quella donna?

Vorrei piangere, ma non ci riesco. Vorrei urlare, ma non ci riesco.

Dalla mia fronte gronda gelido sudore, e il petto sembra spaccato dai battiti del mio cuore, mentre vedendo quella donna osservo il volto insanguinato di mia madre, immobile su di una sedia a fissare un televisore.

Lascio appena cadere una moneta a terra. Lei sorride. Io non dico niente e scappo via. Fuggo via da lei, da mia madre, e dalla mia colpa.

Un euro. Solamente un euro.  È questo il prezzo della vita di mia madre?

Ecco, sono ancora fermo davanti a una porta di plastica. Ho paura e sto bagnando il mio grembiulino.

Mia madre stavolta mi abbraccerà? Qualcuno abbraccerà mai quella donna? Io abbraccerò mai mia madre?

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Estratto dal racconto: “Il profumo di mia madre”.

Daniele non vedeva più niente. I suoi occhi sembravano grigi, privi di luce: soltanto due palle nere fisse nel vuoto, mentre il suo corpo meccanicamente avanzava sotto un cielo talmente grigio da sembrare di cemento.
Gli pareva dello stesso colore di quando fu sepolto suo padre, e come allora le persone attorno a lui gli sembravano informi, quasi inesistenti.
Le persone che oltrepassava erano fatte di fumo, e così le auto e i palazzi. Non udiva alcun rumore. Non sentiva nessun odore o alcuna puzza.
Nella propria testa udiva soltanto rimbombare la parola udita poco prima, e che in una attimo gli aveva spaccato le ossa.
Si trascinava come una bestia ferita. Scrutava davanti a sé come fosse un fantasma, non distinguendo alcun volto, vedendo soltanto un vortice di sagome che gli venivano incontro o lo superavano.
Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida, e decine di gambe marciavano ai suoi fianchi, rumorose, battendo su un cemento che ormai sembrava inesistente sotto ai piedi di Daniele.
Daniele non udiva altro che un fastidioso brusio, come fosse nel mezzo di uno sciame di mosche, e i rumori fulminei delle auto in corsa e dei clacson che stridevano gli sembravano urla mostruose provenienti dal vuoto.
Vetrine e volti si susseguivano. L’odore di focaccia calda proveniente da qualche pizzeria e il profumo di dolci scaturito dalla porta di una pasticceria si mischiavano alla puzza di catrame emanata dalle auto, al fetore di sudore delle persone che lo attraversavano, e al tanfo di immondizia proveniente da alcuni vicoli ai bordi della strada che continuava a percorre come se nemmeno si trovasse lì, ma fosse altrove, fermo ancora davanti all’uomo che in due secondi gli aveva tolto tutto.
Sospirò, portandosi la mano al petto come se stesse cercando di accarezzare qualcosa che non poteva toccare né vedere, ma che sapeva in lui, presente, incisivo, enorme.
Restò immobile nel mezzo della folla. Volti, sguardi, corpi lo attraversavano velocemente, e contro di lui vedeva bocche muoversi come se stessero urlando senza voce, e le mura dei palazzi gli sembravano scogliere erose da troppe onde.
Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria e subito lui iniziò a tossire: prima alcuni colpo secchi, così potenti da fargli vibrare il petto, mozzandogli il respiro e sovrastando persino il rumore delle auto; poi colpi veloci quanto una serie di pugni: e lui li sentiva tutti dritti nel petto quei pugni!
Il torace gli si contraeva velocemente, per poi esplodere in uno spasmo inumano, come se si stesse spaccando.
Non riusciva a riprendere fiato. Il cuore gli pulsava nelle orecchie, e le voci, i rumori delle auto, la musica proveniente da negozi gli sembravano un turbinio melmoso in cui si scagliavamo le luci giallognole dei lampioni e dei fari delle auto, ora sempre più opache innanzi ai suoi occhi gonfi di lacrime.
Quando riprese fiato, rantolando come una bestia, ripensò alle parole dette poco prima a Sofia, prima di uscire da casa:
«Di certo è soltanto bronchite» le aveva detto, e ora guardando il palmo della propria mano tremula davanti a lui, sporco soltanto di muchi, quasi gli venne da sorridere.
Aveva pensato ci dovesse essere del sangue. Né rimase quasi deluso nel non vederlo, sentendosi ancora una volta un inetto, un incapace, un fallito.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
Sento delle lacrime nel mezzo di un buio vortice. Mi distolgono da un sonno profondo, e vedo mia madre poggiata contro al muro, piangendo e grattando contro al cemento come se cercasse una via di fuga.
«Perché? Perché devo vivere tutto questo? Perché non posso morire?» la sento sussurrare. Un lamento che spacca in due il mio cuore, ma che ancora una volta non mi dà la forza di stringerla.
No, le mie gambe restano paralizzate, come cortecce conficcate nella terra, inermi al cospetto di un mondo che scorre attorno a esse come un bestiale vento.
La guardo ancora, e mi sembra di rivederla più giovane.
Quanti anni sono passati? Dieci? Quindici?
Mio fratello era ubriaco come sempre. Stava seduto davanti al tavolo della cucina, e mia madre accanto a lui.
Era Giovedì. Lo ricordo perché a casa mia in quel giorno si preparava sempre il polpettone, e il suo odore proveniva dal forno, invitante e atroce in quel demoniaco momento.
Io stavo contro la porta del balcone. La luce del sole attraversava la mia schiena e i rumori della città trapanavano le mie orecchie.
Già, non esiste momento migliore della quotidiana normalità per scatenare l’inferno.
Osservai il volto di mia madre stravolto dal dolore, e l’impalpabile gelo sul viso di mio fratello, mentre lei gli strillò contro: «Insomma, quando ti deciderai a crescere? Anche ieri sei tornato ubriaco. Ma ti sembra normale?»
«Sta zitta. Zitta!» tuonò lui, senza neanche guardarla, mentre i miei occhi lo scrutavano nel desiderio di soffocarlo, e mia madre continuava a gridare contro di lui, mostrandogli tutto il dolore che le stava vomitando nel cuore.
Avrei tanto voluto che lei lo uccidesse in quel momento. Ma lei invece lo amava. Lo amava, ci amava, nonostante la stessimo uccidendo.
E mio fratello non esitò a ucciderla ancora una volta, come avrei voluto fare io con lui.
Si alzò di scatto dalla sedia, urlando: «Vuoi smettere di respirare, cazzo!», gettando in un attimo la sedia contro al muro.
Pezzi di legno volarono innanzi al volto di mia madre congelato dal terrore, mentre Nicola, feroce e veloce, scaraventò per terra un cassetto della cucina con una tale violenza come fosse una bestia vorace che attacca la propria preda.
Un frastuono metallico rimbombo nella stanza, fra le urla e le lacrime di mia madre che riuscì solamente a vedere Nicola, furioso come mai prima, afferrare dal suolo un coltello.
Prima che potessi intervenire, usando il suo star minacciando mia madre come movente per togliergli di mano quella lama e conficcargliela in gola, lo vidi portarsela contro al polso urlando verso mia madre: «Tanto a te importa solamente del tuo coccolino, vero?»
Guardai la scena senza comprendere perché dovessi essere proprio io il movente per il suo dolore, per poi fissare la lama del coltello.
Era pulito quel coltello, l’avevo lavato io, e se mio padre mi avesse visto farlo mi avrebbe chiamato frocio, come forse avrebbe fatto mio fratello.
Era dunque con un coltello da frocio che mio fratello aveva deciso di togliersi la vita? Era dunque con un coltello da frocio che avrei tanto voluto togliere la vita a mio fratello?
No, era solamente scena, ma mia madre non poteva capirlo, mentre io quando vidi la lama tagliare le carni di mio fratello come fossero burro, vedendo grumi di sangue sgorgare da piccole fessure molli che iniziarono ad aprirsi, provai un forte senso di gioia: come se qualcuno avesse fatto ciò che io avrei dovuto fare da sempre.
Percepii una tremenda frenesia quando il sangue cominciò a zampillare a fiotti da quel braccio, e provai un senso di sadico potere quando lui, quel colosso ormai ridotto a un niente, cadde a terra, mantenendosi il braccio, piangendo e urlando, pallido in viso e terrorizzato al pensiero della morte.
Vidi il sangue colare sul pavimento, insinuandosi come rigagnoli lungo le insenature delle mattonelle.
“Che stronzo” pensai “Stavolta non ha fatto bene i conti.”. E intanto il sangue continuava a fluire copioso. Lui era sempre più cereo e tremava, mentre mia madre stringendolo forte urlava il suo nome, in lacrime, per poi alzare lo sguardo verso di me strillando: «Presto, prendi lo strofinaccio! Vuoi muoverti?»
Avrei tanto voluto non farlo. Sì, ricordo che in quel momento mi vidi al di fuori del mio corpo. È uno dei pochi momenti che ricordo, forse perché in quel momento desiderai con tutto me stesso di uccidere mio fratello, provando l’impotenza di non poterlo fare.
Ma non morì, no.
Avrei tanto voluto che quel sangue si riversasse ovunque: sulle mattonelle, sulle mura, sul soffitto, sui mobili, sul letto.
Invece fui costretto a soccorrerlo.
Gli strinsi il braccio con uno straccio, mentre mia madre chiamò l’autoambulanza.
Sentii contro le mie mani la sua carne. La sua pelle. Il suo sangue.
Lui mi guardò negli occhi dicendomi di avere paura. Neanche capiva. No, forse per lui, proprio come per me, non restavano che sbiaditi ricordi in alcune foto attaccate al muro di un corridoio. Ma allora io, stringendolo, pensavo soltanto: “Vuoi smettere di respirare? Cazzo!”, mentre mia madre piangeva per lui, vedendo il suo sangue, e senza vedere il mio di sangue.
E ora lo vede?
Io la vedo solamente tremare. Ha paura. Sì, ha paura che stavolta tutto sia diverso. Che non sia come per quel suo bambino dai capelli scuri. Ha paura che il suo bambino dai capelli biondi abbia deciso di morire, e di farlo davanti ai suoi occhi.
Per un attimo, mentre in lacrime mi sussurra: «Tony, tu eri così bravo. Sei sempre stato il più bravo. Perché ora è tutto così orrendo?», vorrei tanto abbracciarla. Ma non riesco a muovermi, come se il mio corpo, quello che lei conosce, fosse rinchiuso nelle foto ai miei piedi.
Esiste peggiore inferno di vedere la propria madre morire senza poter far niente?

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