Tratto dal primo dei miei sette romanzi pubblicati. Una storia realmente accaduta. Disponibile sia in digitale che in cartaceo.

Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. E restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anch’io» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piace solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo posto dove sognare. Un nuovo posto dove poter scopare senza inibizioni né vergogna, e con la stessa foga inondarci in quella tenerezza che frantumava ogni nome. Ogni definizione di quella civile e moderna era che mi soffocava.
Così uscimmo di casa, attenti a non aver lasciato lì in casa nessuna traccia.
Piccole cose potevano tradirci. Le stesse piccole distrazioni che
avevano fatto beccare gente come John Wayne Gacy o John Wayne Gacy.
Ma fummo bravi! Io stesso mi occupai di gettare via il fazzoletto
sporco di sborra e di sistemare le lenzuola, mentre la piccola Ale
mise a posto con cura i bicchieri dove avevamo bevuto.
Eravamo insospettabili. Potevamo compiere così altri omicidi
ai danni della pubblica morale. E ci mettemmo in strada pronti a
effettuarli. Pronti a dar sfogo alla follia omicida che ardeva in noi.
6275674_362571 (2)
Annunci

The writer, romanzo edito dalla damster edizioni, ispirato alla vera storia di uno scrittore emergente, e disponibile presso i migliori store online.

Beh, eravamo a una fiera dell’editoria. Dunque non si poteva che parlare di libri. E
ovviamente ognuno voleva parlare del proprio libro!
L’intervista ricevuta, la presentazione fatta, il nuovo romanzo in cantiere, la premiazione di questo
e quell’altro concorso.
Dio, tutti che tessevano le proprie lodi. Tanti mister sconosciuti di cui mai avevo sentito parlare, e
che mai avrei conosciuto se non fosse stato per quel concorso.
Nessuno di loro, proprio come me, avrebbe mai scritto un bestseller. E nessuno di loro, proprio
come me, sarebbe mai entrato nei libri di storia.
Io l’avevo capito. Max l’aveva capito. Loro non l’avevano capito!
Erano convinti di essere degli scrittori. Mentre io, beh, non sapevo più cosa fossi.
Ero solo stanco. Stanco di tutto!
Così feci cenno a Max e in un attimo mi tolsi da lì. Andando nel solo posto buono. Nel solo posto
che lì in mezzo avesse un senso.
Andai al cesso!
Sì, mi chiusi nel cesso, pur senza dover pisciare. Solo per starmene per conto mio! Da solo. Senza
quella cazzo di gente attorno.
Rimasi seduto sulla tazza, con le mani contro la viso e respirando a fatica.
«Quante teste di cazzo!» sentii rimbombare nella mia testa.
Tolsi le mani dal capo e mi voltai ripetutamente, come in preda a un tic nervoso.
Non c’era nessuno, e quasi piangendo abbassai di nuovo la testa, stringendola tra le mani.
“Solo cazzoni! E quelli sarebbero scrittori?” riprese a echeggiare quella voce forte e rauca. “Tutti
a succhiarselo a vicenda!”
Mi alzai di colpo dal cesso, prendendo a camminare freneticamente in quel bagno. Respirando
velocemente. Sudando. Quasi tremando.
Quella voce cominciò a ridere di me. Sempre più forte. Sempre più forte. Forse solo nella mia
testa!
Appoggiai le mani contro al lavello, ansimando e fissando il buco nel lavandino come a cercare
una via di fuga.
“Tu non ci sei. Tu non ci sei. Lasciami in pace! Tu non esisti. Non esisti!” cominciai a borbottare,
ansimando e fissando quel dannato buco.
La voce cessò. Io alzai lentamente lo sguardo, fissando il mio volto nello specchio innanzi a me. Il
mio volto stanco, stravolto, orrendo.
Quella risata tornò a rimbombare in me e fuori di me. Io mi strinsi forte la testa, fissandomi allo
specchio e digrignando i denti.
“Cosa hai intenzione di fare? Vuoi scrivere un romanzo come uno di quelli di Bukowski, oppure
una merdata pseudo sentimentale come quella di Stefano?”
«Basta, basta, basta!» presi a urlare, dando forti pungi contro al lavello.
Lui rise ancora. Rise di me! E aveva ragione a farlo.
“Dai, magari vincerai anche il tuo premio!” riprese. “Avrai il tuo patetico momento di gloria e poi
tornerai nel tuo cesso. Al tuo lavoro di merda, mio caro scrittore”.
Io urlai, dando un calcio contro al lavello e voltandomi di scatto.
Le risate andarono lentamente sfumando. Udii dei rumori contro la porta. Dei colpi forti!
«Va tutto bene lì dentro?» chiese qualcuno lì fuori, con voce forte.
Io mi guardai attorno, come risvegliatomi da un lungo coma. Senza sapere dove mi trovassi. Senza
sapere chi fossi.
Tirai fuori il cellulare e lo fissai, mentre quei colpi e quella voce continuavano a rimbombare lì
fuori.
Erano le quattro! Ero stato mezz’ora lì dentro. Perso. A parlare col nulla. Quasi impazzendo.
Raggiunsi la porta e l’aprii di scatto, trovandomi davanti il coglione che aveva cercato di
vendermi il suo merdoso libro.
Lui mi fissò con aria attonita. Guardandomi lì davanti a lui, ansimante e sudato.
«Va… Va tutto bene?» mi chiese con la sua voce di cazzo.
Io lo fissai dritto negli occhi. Senza vederlo. Senza vedere niente!
In un attimo lo afferrai per il collo, cominciando a scuoterlo con forza.
«Io sono uno scrittore!» esclamai con tono forte. «E ora ho un premio da ritirare.»
Mollai la presa, lasciando lì in mio amichetto. Ancora scioccato. Senza aver capito un cazzo di
quello che era successo.
Uscii da quel cesso, avanzando a passo veloce tra quella folla di coglioni. Senza vedere nessuno.
Senza sentire nessuno. Desiderando di vincere almeno una volta nella mia porca vita.
Entrai in una piccola sala. Una sala con dentro una trentina di persone. Forse una quarantina! Ma
comunque, di certo tutti amici o parenti dei miei colleghi scrittori.
E i miei colleghi scrittori erano in quella sala. Tutti attorno a una scrivania. E in mezzo a loro ci
stava Max, intento a fissarmi mentre manteneva un microfono.
Fece un sorriso, calandosi nel personaggio e indicandomi.
«Oh, ecco Marco Covello!» esclamò con tono beffardo.
La folla scoppiò a ridere e al tempo stesso qualcuno applaudì.
«Avanti, vieni avanti» riprese Max, facendo un cenno con la mano. «Ti avevamo dato per
disperso. Aspettavamo solo te!»
Io restai in fondo alla sala a fissarlo per qualche secondo. A fissarlo, e al tempo stesso a fissare
quella folla di sconosciuti.
“Questi non valgono neanche il sudore delle tue palle” echeggiò quella voce nella mia testa.
Io chiusi gli occhi, strizzandoli. Poi li riaprii. La voce svanì, e con passo deciso mi diressi verso
Max. Verso il mio premio!
La folla applaudì ancora. Max sorrise, fissandomi, mentre mi piazzai tra i miei amici colleghi,
anch’essi sorridenti.
«Bene, bene. Credevamo ti fossi ubriacato» riprese Max, sorridendo, ormai calato del tutto nel
suo personaggio.
I miei colleghi e la folla scoppiarono a ridere. Io abbozzai un sorriso, guardandomi attorno con
fare spaesato. Desiderando di essere ovunque, tranne che lì.
«Beh, vedete» aggiunse Max «non so se qualcuno di voi ha mai letto i romanzi di Covello. Ma…
Come dire. Sono un tantino forti! Roba da far rischiare la galera a un editore.»
Ci furono altre risate, e ancora alcuni applausi.
«Ma poi, conoscendolo bene, beh, potrete notare che Marco è una persona molto timida e
sensibile.»
Ecco, era fatta! L’applausometro del telequiz del Sabato sera stava esplodendo. La folla era in
subbuglio! La folla amava i tipi duri dall’animo tenero. E io ero quel tipo! Max da bravo showman
aveva dato al pubblico il loro nuovo Danny Zucco. Un nuovo Johnny Castle da osannare.
Sì, il pubblico già mi amava! Quel pubblico che con ogni probabilità non avrebbe mai comprato il
mio libro, né lo avrebbe consigliato ad altri. O magari mi avrebbe odiato subito dopo averlo letto.
Intanto lo show andò avanti.
Gli applausi finirono e dopo la spiegazione del concorso e di tutto il resto arrivammo finalmente
al momento della premiazione.
Toccò per primo al terzo classificato!
Max manteneva una busta con dentro il libro stampato del vincitore. Tutti noi eravamo in
trepidazione. Noi, 31 scrittori consapevoli che solo 3 avrebbero vinto.
Toccò a Jessy! E lei fu entusiasta di ritirare il suo premio. Era la settimo cielo!
Sì, il suo primo libro cartaceo. Un vero sogno che si realizzava, così disse al pubblico.
Raccontando poi a loro delle emozioni vissute nello scriverlo. Di ciò che l’aveva ispirata. E di come
sin da bambina aveva desiderato diventare una scrittrice.
Tutti applaudirono, ovviamente. Compresi gli altri 29 che si avvicinavano sempre più alla
sconfitta o alla vittoria.
Il solo a non applaudire fui io. Ero stanco. E non mi andava di muovere un solo muscolo.
No, attesi lì in silenzio il proseguo dello show. E in un attimo, dopo qualche altra chiacchiera sul
concorso, Max tirò fuori un altro libro.
Fu il turno di Lorenza: in arte Milly Kant. Una milf grassoccia ma ancora passabile che aveva
scritto la storia di una milf finita in un club di scambisti, incontrando così un certo dottor Lawrence.
Un uomo che le avrebbe stravolto la vita. Ridandole la stima in se stessa. Facendola sentire ancora
una bella cagna da fottere. E perché no… Anche da amare!
La storia della sua vita! Così disse quella borghesuccia che aveva bisogno di un nome falso per
non far sapere a tutti di essere una che sognava di essere sbattuta da un dottor Lawrence, e non dal
suo bravo marito che applaudiva tra la folla di amici e parenti.
Così il cerchio si strinse.
Max fece qualche battuta, tanto per prolungare il tempo della premiazione e creare un po’ di
suspense.
Poi finalmente prese la busta in mano. Tutti cominciarono a sudare freddo. Io pensai che avrebbe
vinto uno dei miei romanzi, e non quello stronzo di Stefano.
Infatti fu così!
«Viola come un livido! Primo classificato come miglior romanzo erotico» esclamò Max.
La folla cominciò ad applaudire. Stefano strinse i pugni dalla rabbia. E i miei colleghi, invidiosi
quanto lui, presero ad applaudire e sorridere.
Io andai verso Max, lentamente, per niente sorpreso della vittoria.
Ero il migliore! Sì, il migliore tra un branco di deficienti buoni solo a scrivere cazzate su qualche
blog. Ma avevo vinto. Dunque dovevo essere grato a tutti. Dovevo diventare attraente come Richard
Gere e simpatico come Eddie Murphy.
Beh, ci pensò Max ad aiutarmi. Ad aiutarmi presentandomi a quel microscopico mondo all’interno
di quella sala.
«Sapete» disse rivolgendosi alla folla «Marco ha già pubblicato diversi racconti con noi. E non
racconti di poche pagine. Racconti di almeno quaranta pagine!»
La folla scoppiò a ridere e applaudire, mentre io stavo lì fermo davanti a loro, con il mio libro tra
le mani. Ormai realizzato. Un vero scrittore!
«Ogni volta che aprivo la mail» riprese Max «dicevo: “Ecco, altra roba di Covello! E come avete
visto a questo concorso non ha mica partecipato con un solo romanzo. No, lui ne ha invitai ben tre!
Viola come un livido, qui tra le sue mani. E ancora Lasciami entrare e Fottiti, disponibili, come
forse sapete, già da novembre in formato E-Book >>
La folla applaudì ancora, e così i miei colleghi. Io fissai il mio libro. La folla fissò me. Max fissò
me.
«Vuoi dire qualcosa?» mi chiese.
Io voltai appena un po’ lo sguardo verso di lui. Attonito. Pensando che lì non c’era la RAI o
qualche cazzo di celebrità ad accogliermi, ma solo dei patetici individui che come me si credevano
degli scrittori.
Mi feci comunque forza e afferrai il microfono.
Ringraziai tutti, dal primo all’ultimo. Dicendo che tra i tre romanzi scritti, quello era il più caro a
me, in quanto una storia vera! La storia di un disadattato. Un alcolizzato che dopo aver conosciuto
una schizzata che passava le sue notti in una videochat porno cercando un medium, o sgrillettandosi
di tanto in tanto, decide di farsi seicento chilometri solo per conoscere la suddetta schizzata.
Beh, che dire, era tutto vero! Quella storia era capitata per davvero. Solo che dopo un anno di
fidanzamento la schizzata cominciò a pretendere la normalità che il disadattato non poteva darle. E
così lo mandò a fare in culo!
Quella parte non c’era nel romanzo.
Ma in fondo, esso parlava solo dell’inizio di un amore. Non della sua fine.
Chissà, magari un giorno avrei scritto il seguito. Oppure avrei lasciato per me la fine di quella
storia.
Dipendeva dal pubblico!
Sì, io lo sapevo, e anche Max lo sapeva.
La gente amava sempre le storie vere. Benché non avessero mai letto quella mia storia vera.
Quella storia che li avrebbe scandalizzati, trovando in essa solo pervertiti squallidi e per niente
affascinanti. Tutte quelle cose che cercavano di nascondere a se stessi. Quelle cose ben lontane dai
film che amavano guardare alla tele.
Però avevo vinto! Sì, e dopo quel discorso, e lo zampino di Max, non solo ero il vincente, ma ero
anche il nuovo Bukowski del decennio. Un uomo sensibile e tormentato. Un uomo che non poteva fare
altro che scrivere e ubriacarsi per percuotere il demone dentro di lui.
Comunque fosse, dopo sorrisi e congratulazioni ci ritrovammo tutti attorno allo stand di Max.
O meglio, gli altri andarono subito. Io uscii fuori a fumare una sigaretta. Con il mio libro in mano,
da bravo vincente. Con la voglia di urlare a tutti “Guardate, ho vinto. Questo è il mio libro. Sono uno
scrittore! Avanti, inchinatevi e baciatemi le palle”.
Ma restai lì fuori da solo, fumando la mia sigaretta in silenzio. Fissando altri deficienti che come
me avevano scritto un libro stampato su carta. Un libro che vendeva sì e no venti o trenta copie al
mese, nella migliore delle ipotesi.
Una volta finita la cicca rientrai dentro, sempre stringendo il mio libro in mano.
Alcuni tra la folla mi guardarono con rispetto. Capendo che non ero solo uno sballato finito lì per
caso. Ma che ero uno scrittore! E come tale, ero degno di stima. Degno di essere servito e riverito.
Arrivai allo stand di Max. Il più degli autori si erano ormai dileguati, dopo aver visto il proprio
bestseller perdere. Erano rimasti solo i due vincitori, e un’altra decina di autori. Il resto solo curiosi.
Provetti scrittori, parenti e amici dei pochi rimasti, e qualche acquirente.
Mi misi dietro al banco, con fare lento, mentre qualcuno ancora si congratulava con me.
Max era impegnato a vendere i suoi libri, e a dargli una mano ci stava una tipa dall’aria cupa.
Una tipetta magra e dai grossi denti bianchi si avvicinò al banco, guardando tra i libri.
Afferrò proprio il mio!
«Io voglio quello del napoletano!» esclamò, stringendo il mio libro e guardandosi attorno. «Ma
voglio una sua dedica.»
Max mi fissò sorridendo e mettendomi la mano sulla spalla.
«Ma è qui!» esclamò. E finalmente la tipa mi vide! Sorridendo. Avendomi visto anche prima ma
senza avermi riconosciuto. Colpita solo dalla storia drammatica e passionale dello scrittore, non
dallo scrittore stesso.
Ovviamente le firmai il suo cazzo di libro, anche se avrei voluto dirle “Ma che cazzo ti ridi,
stronza? Tu non mi conosci! E di solito chiami porci quelli che si segano nelle videochat. Avanti,
prendi il tuo cazzo di libro firmato da Mr Scrittore e togliti dalle palle. Prima che tuo marito si
masturbi troppo davanti a qualche troia in cam”.
Ma invece, niente! Proprio come sempre.
Firmai il libro!
“A chi cerca l’amore reale” scrissi, con tanto di firma.
La prima frase che mi venne in mente.
E poi altri che volevano il mio libro. Altri che volevano la storia vera. Altri che non
immaginavano cosa avrebbero letto.
Feci molte firme, molti sorrisi, molte dediche fasulle.
Ero stanco. Troppo stanco! Al punto che Max se ne accorse, e con una scusa mi portò via da lì,
lasciando il dominio delle vendite a Miss Dark.

 

11880937_785585364895056_15797643_n

VIOLA COME UN LIVIDO. Romanzo edito dalla Damster edizioni. Terzo classificato all’Eroxè Contex 2014. Disponibile in cartaceo nelle grandi librerie, e in digitale su tutti gli store online.

Dannato viaggio! Dannato sonno. Dannata stanchezza.
E pensare che da piccoli eravamo cresciuti con le auto che volavano in cielo tipo Blade Runner. Con i replicanti, i cyborg, e qualche fottuto sbirro di ferro a tipo Robocop.
E invece la solita merda!
Un corpo stanco. Un corpo che aveva bisogno di nutrimento, di
riposo, di cagare, di bere, di pisciare.
Solo una truffa!
Ci avevano ingannanti tutti. Ci avevano fatto crescere. Ci avevano
pasciuti come maialini, per poi gettarci in un grosso forno.
In culo ai nostri sogni!
Nel duemila e tredici la gente moriva ancora di cancro. La gente
moriva ancora di cirrosi. La gente moriva ancora di AIDS. La gente moriva ancora!
La gente moriva… ancora.
Noi eravamo ancora vivi però. Eravamo stupidi, illusi, forse immaturi, ma ancora vivi. E con il peso della vita nei nostri corpi ci
dirigemmo verso casa sua, ridendo a ogni passo. Baciandoci, e
toccandoci cazzo e fica di tanto in tanto.
Lei si fermava a ogni incrocio facendo passare tutti.
Sorrideva, mentre le auto le passavano davanti. Fottendosene di
lei, di me, o di quell’auto guidata solo da due persone lì a Senigallia.
Io sorridevo fissandola. Accarezzandole in capelli e guardando
la scena.
Era buffa! La scena stessa era buffa. Lei ferma lì, fissando la
strada e sorridendo, mentre tutte le auto continuavano a passarle
davanti.
Manco i parcheggi sapeva fare. O qualsiasi manovra comportasse
il voltarsi o il non guardare davanti.
A me la cosa faceva ridere. La rendeva buffa. Piccola. Tenera.
La rendeva quasi speciale. Anche se con ogni probabilità, almeno
la metà delle donne al volante non sapevano né parcheggiare né
andare in retromarcia.
Ma la cosa mi piaceva comunque. La cosa la faceva somigliare a
una bambina. E lo era! Anche se pochi minuti prima teneva il mio
cazzo in bocca, e aveva ingoiato un bel po’ di calda e densa sborra.
Piccole contraddizioni. Sfumature, avrebbero detto gli amanti
d’arte moderna. Io non sapevo come chiamare tutto ciò. Sapevo
solo che era bella, e che mi piaceva stare con lei. Mi piaceva il suo ridere di tutto. Il suo non prendere niente sul serio. Il suo essere un po’ troia e un po’ bambina allo stesso tempo.
Era pericolosa, lo sapevo. Ma intanto ci stavo bene. E un perdente come me di certo non pensava a cose come il futuro, il mutuo, la rata sull’auto, le cure odontoiatriche.
Non pensavo a niente. Volevo solo vederla ridere. Solo stare con
lei. Solo sentire il suo profumo. E immerso nel suo profumo, nelle
sue risate, raggiungemmo la sua casa, mentre di tanto in tanto continuava a smanettarmi il cazzo dai jeans. Quei jeans nuovi! Quei jeans puliti. Quei jeans che mi avrebbero reso accettabile per i suoi e per il mondo intero.
Parcheggiò l’auto, Viola. La parcheggiò in un posto dove avrebbe
parcheggiato anche un cieco. In uno di quei posti in cui bastava
andare dritto, sterzare appena a destra o a sinistra dentro le strisce, ed ecco fatto!
Sarei dovuto scappare. Sì, sarebbe stata la cosa migliore. Ma
ormai ero lì. Lontano da casa. Lontano da ogni treno. Lontano da
ogni autobus.
Così scesi con lei dall’auto. Lasciai lì la mia roba e mi misi in
strada con lei. Stringendole la mano con la destra, e mantenendo i dolci con la sinistra.
Che bravo ragazzo! Proprio come quello delle pubblicità in tv. Lì, pulito e con i dolci in mano.
Cazzo, se non avessi avuto la barba lunghissima, i capelli sfatti,
la giacca di pelle e i tatuaggi, sarei passato magari per un banchiere.
Beh, in fondo se non fossi stato me sarei stato perfetto. Ma purtroppo ero me. E mi accingevo ad affrontare il giudizio divino
avanzando con la piccola Violasan verso la sua casa.
Andammo avanti mentre il sole ormai era calato su di noi.
Era buio, ma non troppo in fondo.
Le luci delle case erano le sole cose che illuminavano le strade,
assieme ai fari delle auto che passavano di tanto in tanto. Per il resto niente lampioni. A stento qualche piccolo lampioncino nei cortili delle villette che circondavano quella strada deserta. Una strada piena di alberi. Una tipica strada di campagna. La tipica strada di una cittadina silenziosa. Una cittadina noiosa. Una cittadina come tante, in fondo.
Ma Viola era diversa! Lei camminava come fosse uno spettro lì
per quelle strade, e forse io ero la sua faccenda in sospeso, ciò che non le permetteva di raggiungere la luce dove avrebbe trovato i suoi cari.
Sarebbe stato romantico. Ma la verità era di certo diversa. La
verità era che io non ero altro che uno dei tanti. O forse ero l’uomo della sua vita. Magari solo un’illusione.
Chi poteva saperlo!
Anche se per un attimo fu bello pensare a un grande amore tipo
quello dei film. Ma non ci stavano le telecamere su di noi, anche
se lei era fissata che ovunque andassimo ci fosse qualche cazzo di telecamera a circuito chiuso pronta a spiarci.
Chissà, magari era vero. Magari quella piccola cittadina era un
set cinematografico, e le nostre vite facevano scompisciare dalle
risate qualche ciccione annoiato, o magari commuovere qualche
casalinga repressa.
Beh, di certo vedendoci sul set fuori dal cimitero qualcuno si era
tirato una sega. Ma non era affar mio! Anch’io l’avrei fatto al posto
dell’ipotetico tipo. Il mio solo affare in quel momento doveva
essere il fare buona impressione sui genitori della piccola Viola.
E cazzo se l’avrei fatta!
Avevo il jeans nuovo, dunque ero a posto.
Certo, la barba lunga non mi avrebbe fatto guadagnare punti, ma
potevo sempre dire di essere un artista concettuale in cerca di se
stesso. Magari di essere appena tornato dal Tibet o dal cammino
di Santiago. O, meglio ancora, di esser appena tornato da un ritiro
spirituale ad Assisi dove avevo pregato e digiunato ben sette giorni per le intenzioni di Papa Francesco I.
Che dire, mentre raggiungevo la casa di Alessandra sperai che i
suoi non mi avrebbero chiesto niente sulla barba. Non per niente, non è che non mi andasse di raccontar loro palle, solo che sparare tutte quelle cazzate sarebbe stato di certo una noia
mortale.
Ma intanto raggiungemmo casa sua. Era una sorta di villetta su
due piani. Lei stava al primo, sopra di lei una vecchia rompi cazzo
e impicciona.
Lei la odiava! Mi aveva detto che quella troia portava spia sempre alla madre quando lei si chiudeva in stanza a farsi pompare dal suo ragazzo.
Non era per niente una bella cosa. Ma la gente lo fa spesso.
La gente ti guarda persino nelle buste della spesa alle casse del
supermercato.
Comunque, quando entrammo in casa, in quella casa dalle mura gialle, non ci accolse la voce di nessun gioviale presentatore televisivo. No, solo il cinguettio di quattro pappagallini chiusi in una gabbia.
Tre azzurri e uno bianco.
Quello bianco era femmina. Era la Puffetta della situazione.
Quella sbattuta un po’ da tutti. E una volta salita la piccola scalinata che separava la porta d’ingresso da un’altra ancora, la piccola Violasan si mise a giocare proprio con quella bianca.
Empatia, forse. Magari anche lei si sentiva come una Puffetta
lì in quel cesso di posto. La sola donna in mezzo a una marea di
uomini. Lì costretta a soddisfare le loro voglie.
Boh, magari la Puffetta bianca non gliela dava manco a quei tre
coglioncelli piumati, e magari anche la piccola Violasan chiavava
meno di quanto dicesse. E intanto la piccola Viola se ne stava lì
a far dondolare la piccola Puffetta bianca su di un’altalena rossa.
«Guarda, guarda come è contenta» disse con la sua voce da bambina. Anche se a me non sembrava affatto contenta quella palla di piume bianche.
Sembrava piuttosto rassegnata.
Già, in fondo era in gabbia. In gabbia come Viola lì a Senigallia.
In gabbia come me nel mondo intero. In gabbia come il mondo
intero nelle proprie illusioni.
Ma la lasciammo alle sue illusioni la piccola Puffetta bianca. La
lasciammo nella sua gabbia, mentre noi avanzammo oltre la porta
di casa, pronti a entrare in un’altra gabbia.
Alessandra lasciò la porta di casa aperta senza manco curarsene.
Chissà, magari lì a Senigallia di ladri non ce ne erano. O magari
ero finito in una fottuta comunità di Amish.
Comunque fosse, io la chiusi. Per sicurezza!
Non mi andava di trovarmi un gruppo di terroristi Armeni davanti
mentre facevo conoscenza con i genitori di Viola. O ancora
peggio un esercito di testimoni di Geova.
Non era il caso. La porta ci avrebbe protetto, a meno che non
fosse scoppiata la terza guerra mondiale o alle tele avessero annunciato che erano finiti i cereali al cioccolato.
In tal caso non avremmo avuto scampo!
Ma per fortuna alla tele ci stava solo un telecronista sportivo che
annunciava quella che a sua detta sarebbe stata una partita di calcio memorabile, proprio come le altre mille da lui commentate.
Io avanzai ancora dietro Viola, mentre il telecronista tutto gasato
annunciava la sua cazzo di partita di calcio, e la porta chiusa ci
difendeva da un eventuale attacco di lucertole mutanti.
Avanzai con lei e ci fermammo a pochi passi dalla porta (quella
che ci avrebbe protetto dalle lucertole mutanti), quando ecco, l’intera comunità Amish venne a farmi visita.
La madre e il padre di Violasan uscirono da una stanza alla nostra
sinistra. Una stanza senza porta. Una stanza che era la cucina
(ma lo avrei capito dopo). Intanto restai lì fermo, prendendo a
sorridere nel vederli, proprio come un bravo ragazzo. Mentre loro
sorridevano a loro volta nel vedermi, proprio come una brava favmiglia. Proprio simili alla famiglia Robinson. Tranne per il colore
della pelle.
Chissà, magari anche la loro irruenta gioia era falsa come la mia.
Magari anche loro si sentivano in imbarazzo. Magari anche loro
non avrebbero voluto trovarsi in quella situazione.
Già, con ogni probabilità avevano lanciato in aria tremende urla
prima di accettare di farmi venire, giusto per far contenta la loro
bambina. E magari ogni giorno invece di sorridere si scannavano
a vicenda per cose come il lavoro, le bollette, il cibo, o anche solo
che programma guardare alla tele.
Era normale, più che comprensibile. Anch’io non sorridevo mai
alla gente. Anch’io stavo incazzato tutto il giorno.
Eppure sorridevo!
Sorridevo fissando la mamma di Viola lì davanti a me. Una
donna bassa e grassoccia dalla faccia buona. E suo padre. Un uomo alto e con un po’ di pancetta, e l’espressione di colui che aveva preso un sacco d’inculate nella sua esistenza.
Ma dimenticammo tutto in quel momento. Dimenticammo
i problemi, le inculate, le divergenze sui programmi televisivi e
prendemmo a diventare tutti felici. Dei veri uomini felici! Proprio
come quelli che si vedono delle fiction della Disney.
E tutti e tre entrammo bene nella parte. Anzi, tutti e quattro.
Anche Viola era nel gioco. Anche Alessandra era candidata
all’Oscar. E ce la cavammo tutti bene a dire il vero.
«Buonasera» feci io sorridendo.
E stretta di mano al padre. Di quelle forti! Per far vedere di essere uno con le palle. Un uomo tutto lavoro e famiglia.
Ma prima di lui ovviamente salutai sua moglie. Un bacio a destra, un bacio a sinistra. Un sorriso.
Che bravo ragazzo!
E il cane che abbaia. Un piccolo meticcio bianco e nero. Di quelli
che abbaiano sempre. Non cattivi! Forse stupidi. Forse troppo
furbi da sapere che a furia di abbaiare alla fine avrebbero avuto
quel che cazzo gli pareva.
E il cane continuò ad abbaiare.
«Ranf Ranf Ranf Ranf» urlava quella bestia in miniatura.
E ancora «Grrr Grr Grr Grrr.»
Non la finiva più!
Poi ecco la voce del padrone.
«Bella, sta calma o torni in camera» disse il padre di Alessandra.
E Bella, niente! Continuava ad abbaiare mentre io stavo lì davanti a lei ridendomela. Non per la situazione, ma solo perché non si può fare altro quando stai in casa di sconosciuti.
Già, forse Bella stava facendo la sola cosa giusta in mezzo a
quella farsa. Urlava! Urlava la sua voglia che io mi togliessi dal
cazzo.
Le andò male, purtroppo.
Le misero il guinzaglio e continuammo la nostra farsa, mentre il
padre di Alessandra continuava a tenerla, e lei a urlare i suoi scomposti “Ranf Ranf Ranf Grrr Grrr Grrr.”
Così potemmo continuare.
Il viaggio! Bisogna sempre chiedere com’è andato un viaggio. Bisogna capire se è andato male o bene. E tanto, anche se fosse andato male, chiederlo non avrebbe fatto cambiare le cose.
Ma un bel “Mi dispiace! Siediti, sarai stanco”, avrebbe fatto sentire meglio i padroni di casa.
Purtroppo per i genitori di Viola io dissi che il viaggio era andato
bene, così da toglier loro l’occasione di dimostrarmi la loro bontà.
Ma si rifecero subito.
Entrammo nel soggiorno. Un soggiorno con mobili di legno.
Mobili in stile classico pieni di vecchi libri, statuette di porcellana
e d’argento, e quadri appesi al muro.
Alessandra fu abbastanza furba da uscire di scena andandosene
al cesso. Io restai lì. Sorridendo. Sorridendo avvolto dal sorriso di
due sconosciuti.
Il cane continuò a urlare, e io restai lì immobile. Seduto su di una
sedia di legno a sorridere.
Che cazzo dire? In fondo io ero lì per Violasan, mica per loro.
Eppure dovevo dire qualcosa. Loro dovevano dire qualcosa. Tutti
e tre sapevamo di dover dire qualcosa. Tutti e tre sudavamo freddo, in attesa di chi avrebbe detto qualcosa.
Era mezzogiorno di fuoco! E fu la madre di Alessandra a sparare
il primo colpo.
Mi beccò dritto in faccia! Anche il cane lo notò, continuando con
i suoi “Ranf Ranf”.
«Allora, come ti sembra Senigallia?» mi chiese, sfoderando così
la domanda numero due.
«Oh, una cittadina molto tranquilla!» risposi io, pensando che
più che tranquilla fosse noiosa, e pronto ad accogliere la domanda numero tre.
Il padre stava per avanzare, ma la madre di Viola riuscì a precederlo.
Fu più veloce.
BANG BANG
Dritto in petto!
E il cane ancora “Ranf Ranf Grrr Grrr.”
«Buona, Bella!» fece il padre di Ale dandole uno strattone con il
guinzaglio.
«E dove siete andati di bello?» mi chiese ancora il grembo che
aveva messo al mondo la piccola Viola.
«Beh, alla Rocca. Alla rocca e in centro» le risposi sorridendo, e
ricordando che Alessandra mi aveva detto di dire così ai suoi. Di
dirgli che eravamo andati a visitare la Rocca e il centro storico.
Certo, mica potevo dirle “beh, sa signora, siamo andati al cimitero
a chiavare, io e sua figlia. E mi creda signora, deve proprio essere
fiera della sua bambina. Come lo succhia lei di certo lo succhiano
in poche. Pensi che ha bevuto fino all’ultima goccia della mia sborra. Un talento naturale sua figlia!”
No, non era il caso. Anche se la scena era divertente. Non ilsorridere, sia chiaro, ma lo star lì davanti a loro. Sorridendo e parlando come in un romanzo dell’ottocento, mentre manco mezz’ora prima glielo avevo sbattuto in corpo alla loro bambina, e le ero anche venuto dritto in gola.
Chissà, magari avrei anche potuto dirlo. In fondo avevo il jeans
nuovo. Ne avevo passate tante per quel coso, e avevo speso anche venticinque euro; o meglio, ventiquattro euro e novanta.
Cazzo, doveva pure contare qualcosa! Magari quando la piccola
Viola sarebbe tornata dal cesso l’avrei sbattuta sul divano davanti
ai loro occhi. E sempre davanti i loro occhi lo avrei tirato fuori
dai miei jeans nuovi da ventiquattro euro e novanta e glielo avrei
piantato dentro, cominciando a scoparla proprio davanti a loro,
mentre avrebbero continuato a sorridere chiedendomi come fosse
Senigallia.
Beh, purtroppo quando la piccola Alessandra tornò non la gettai
sul divano ficcandoglielo dentro. No, eravamo alla domanda
numero otto. Avevamo passato quella sul paragone tra il tempo
di Napoli e quello di Senigallia. Quella su come ci fossimo conosciuti io e Alessandra (ovviamente mentii! Non dissi che l’avevo conosciuta nei panni di Violasan). La domanda sui piatti migliori di Napoli, con contro domanda sul se mi piacesse questo piatto o quell’altro fatto a Senigallia.
Poi quella sul mio lavoro. Ancora la domanda sulla situazione
rifiuti a Napoli. La domanda su cosa avessero detto i miei del mio
viaggio (con relativo elenco dei miei familiari, e ovviamente un
meccanico dispiacere sentendo che il mio vecchio era crepato). E
dopo la rassegna dei familiari, l’immancabile domanda «E i tuoi
cosa fanno?» In questo caso rivolto solo alla mia vecchia, ovviamente.
Chissà, magari esiste un elenco di domande stupide da fare a uno
sconosciuto quando ci si trova con lui nel proprio salotto, in totale
imbarazzo. E forse ci sta anche un elenco di risposte standard.
Cose del tipo “Oh, a Napoli la miglior pizzeria è Di Matteo.
Come? Beh, certo, sono sicuro che la carne di Senigallia è davvero buona. Beh sì, a Napoli fa ancora caldo, ma a dire il vero pensavo che qui facesse più freddo”.
Insomma, frasi fatte giusto per passare il tempo. Frasi inutili,
frasi che annoiano chi le dice e chi le ascolta. Frasi che potrebbero anche non essere dette.
Già, in fondo a che cazzo serviva parlare? Cioè, io ero lì per
lei, per Alessandra. Io lo sapevo e loro lo sapevano. Dunque avrei
potuto starmene benissimo in silenzio aspettando che uscisse dal
cesso.
Sono sicuro che sarebbero stati meglio anche i suoi genitori. Più rilassati! Senza essere costretti a intrattenere il loro ospite fingendo di essere interessati alle mie stronzate, o di fottersene per davvero di che tempo facesse a Napoli.
Magari avrebbero anche potuto scannarsi come tutti i santi giorni.
E invece erano costretti a star lì a sorridermi.
È orrendo sorridere per forza! Credo non esista cosa peggiore
al mondo. Il dover fingere di essere per forza felice. Proprio come
alle cene natalizie, alle feste di lavoro o alle riunioni dei cattolici
o dei buddisti.
Tutti felici. Tutti sorridenti. Niente spazio alla rabbia. Niente spazio
all’odio. Tutti felici di conoscere gente. Tutti felici di parlare
con la gente. Tutti felici di ascoltare la gente. Tutti consapevoli di
rompersi le palle, e di non vedere l’ora che quella farsa finisca, per tornare normali; di cattivo umore! Magari lamentosi e arrabbiati.
Vabbe’, presto sarebbe finita, o almeno per quella sera.
Eravamo alla domanda numero nove. E di solito in una conversazione con due genitori sconosciuti non si va mai oltre la quattordici.
Io ero pronto! Ormai avevo raggiunto il punto di non ritorno.
Non poteva che andare sempre peggio, e non poteva non finire,
proprio come ogni cosa non voluta nella vita.
Alessandra entrò nel soggiorno e si mise a sedere accanto a me.
Lì davanti un grosso tavolo di legno scuro.
«Allora, di che parlavate?» chiese sorridendo.
Io cercai di trattenermi dal baciarla (ero un amico, non potevo). Il cane abbaiò ancora. Poi si calmò.
Ci riuscì!
«Beh, niente. Si parlava del mio lavoro» le risposi.
«Uff, che pizza!» fece lei. Poi si guardò attorno. Rivolse i suoi
occhi verso la mamma. «E la Silvia?» le chiese.
«Sta per arrivare» le rispose la madre, che magari in altre occasioni l’avrebbe fatto freddamente, e non sorridendo come allora. Sorridendo, per dimostrare al mondo intero di essere un’ottima moglie, un’ottima madre, un’ottima conversatrice. Proprio come facevamo tutti lì dentro.
Poi eccola. Domanda numero nove!
«Cenate qui?» chiese la madre.
«Andiamo dal Cinese» rispose Alessandra.
Io la guardai e sorrisi, sperando di non dover mangiare per davvero quella merda orientale. Quell’insieme di verdure tritate. Pasta fritta, riso fritto, gelato fritto, gatti fritti, camerieri fritti, cambiali fritte.
Ma cercai di non pensarci.
Mi limitai a sorridere proprio come un bravo ragazzo. Come un
moccioso frungoloso in qualche cazzo di film Americano andato a
casa di Mary Jhane detta “fica d’oro” per portarla al ballo di fine
anno.
Mary Jhane ormai era mia! Mi toccava solo sorridere ai suoi.
Solo continuare a fare il bravo ragazzo, il Forrest Gump della situazione, per guadagnarmi il diritto a restare lì e scopare con la
piccola Alessandra. Con la piccola Mary Jhane detta “fica d’oro”
Cazzo, e pensare che avevo speso ben ventiquattro euro e novanta per quei fottuti jeans. E manco bastavano.
Se quella tipa, Alessandra, non mi fosse piaciuta per davvero,
con il cazzo che ci sarei andato in quel fottuto posto.
Di certo non mi sarei fatto seicento chilometri per una scopata.
Ma non si trattava di amore!
No, non ero così coglione da innamorarmi a prima vista (in tal
caso a primo colpo di tastiera). Era qualcosa di diverso. Un qualcosa di folle in lei che mi attirava. Qualcosa di atipico. Qualcosa di etereo.
Ma intanto, mentre il discorso continuava sul fatto se fosse meglio
mangiare cinese o restare a casa, ecco che la porta di casa
prese ad aprirsi di colpo.
Non erano testimoni di Geova, e manco lucertole giganti. Era
solo una ragazza sui trenta. Alta circa quanto me e Alessandra. Magra circa quanto me e Alessandra. Uguale a tutto il genere umano, compresi me e Alessandra.
La tipa mi guardò stupita. Sapeva che dovevo venire. Sapeva chi
ero. Sapeva che ero l’amico di Alessandra, dunque quello che se
la stava chiavando. E dunque non era sorpresa! O almeno non era sorpresa che io fossi lì.
Sapeva che avrebbe dovuto dividere la casa con un potenziale
Charles Manson o Jack lo squartatore. Che magari di notte, mentre tutti dormivano, avrei svaligiato la casa, violentato il cane, e me la sarei svignata dopo aver dato fuoco alla casa con loro dentro.
Un bel rischio! Succedevano per davvero certe cose. Soprattutto
la parte della violenza al cane.
Ma il cane forse capì la cosa.
«Arf Arf Arf Ranf Ranf Grrr Grrr» prese di nuovo a fare. Poi si
avvicinò alla tipa appena entrata e le fece le feste, girandosi verso
di me e ringhiando di tanto in tanto.
«Oh, buona Bella! Se non ti calmi ti porto in stanza» disse la
tipa.
Bella si calmò. O almeno capii che non era aria.
Così Bella se ne andò da sola in quella cazzo di stanza. Chissà
dove.
Io pensai che forse lì dentro ci stavano tutti i supplizianti con i
loro strumenti di tortura, e che magari quella cagna ora gli stava
pisciando addosso. E intanto la tipa si avvicinò. Mi porse la mano.
Io mi alzai e gliela strinsi, proprio come un cadetto della marina.
«Piacere, Silvia» disse lei.
«Salve, Marco» feci io, cercando di fingermi un bravo ragazzo e
una persona affidabile. E la tipa, quella che era la sorella di Alessandra, prese a stringermi la mano sorridendomi.
Mi fissò a lungo. Mi scrutò a lungo. I suoi occhi cercarono di radiografare la mia anima. Io ero sotto la risonanza magnetica delle secolari premure delle sorelle maggiori che impedivano alle sorelle minori di dare la fica a destra e manca.
Mi esaminò per bene! E quando ebbe finito mi lasciò la mano,
continuando a sorridermi.
Avevo superato l’esame? Di certo no! Di certo aveva capito che
io e sua sorella avevamo già scopato.
Poco male! Almeno se ne andò
Un sorriso in meno. Ma ecco che i sorrisi ripresero nuovamente.
Tutti attorno a me. Tutti per me
«Sicuri di non voler restare qui a mangiare?» mi chiese la madre
di Alessandra.
«Ehm, grazie signora. Veramente grazie! Ma sa, io e sua figlia
abbiamo scommesso quale ristorante cinese sia migliore. Se quello di Napoli, o quello qui a Senigallia» le dissi.
Di quante balle può disporre un uomo pur di non morire! Pur di
togliersi da una situazione del cazzo.
Comunque funzionò. La madre si bevve la storia sulla disputa tra
i ristoranti cinesi campani e marchigiani. Suo padre fissò lo schermo della tv. I giocatori stavano scendendo in campo.
Giocava il Napoli!
«Tu tifi per il Napoli immagino?» mi chiese.
«Beh, veramente a me non piace il calcio» gli risposi.
Lui rimase un attimo stupefatto.
Cazzo, avevo sbagliato! Non dovevo dire quella cosa. Dovevo
dire di amare il calcio. E dovevo dire di morire per il Napoli.
Sì, tutti i bravi ragazzi amano il calcio. E se sono napoletani,
ucciderebbero per la loro squadra del cuore.
Forse a quelle parole il padre di Alessandra avrebbe voluto ammazzarmi. Stringermi la gola con le sue mani. Stringerla fino a che non sarei diventato viola. Fino a che gli occhi mi fossero usciti
dalle orbite e sarei finito per terra privo di sensi, con la schiuma
bianca alla bocca.
Ma si trattenne. Ero un ospite, e così si trattenne.
Magari se un giorno per chissà quale inspiegabile motivo io e
sua figlia fossimo finiti insieme, lui si sarebbe ricordato fino alla
morte di quella cosa.
Avrebbe voluto crescere i miei figli per tenerli lontani da me, e
insegnarli ad amare il calcio. Durante le cene di Natale avrebbe detto cose del tipo “No, a mio genero non piace il calcio”. E lo avrebbe detto con disgusto, etichettandomi come un handicappato. E sul letto di morte di certo l’ultima cosa che mi avrebbe detto sarebbe stata “Bastardo di un figlio di una puttana! Mia figlia, la mia bambina, nelle mani di uno che non ama il calcio. Che Dio ti stramaledica!”.
Sarebbe andata così. O almeno se fossimo finiti insieme io e Alessandra.
Per ora avevo solo voglia di stringerla, baciarla, scoparla. Insomma, stare con lei! E ce l’avevamo quasi fatta, quando ecco
entrare di nuovo in scena la sorella con il suo fidanzato decennale. Uno che si chiamava Marco, come me. Uno che sorrideva sempre.
Chissà, magari a furia di dover fare il bravo fidanzato gli era
venuta una paresi alla bocca.
Succedeva a tutti! Forse sarebbe successo anche a me. E intanto
quella troia di Bella continuava a giocare con il tipo con la paresi
alla mascella.
Almeno si era calmata. Una cosa buona! Ma le cose buone non
durano mai, proprio come quelle cattive. Solo le cose statiche rimangono per sempre. Solo la noia e la monotonia restano per sempre, come due vecchi che si sopportano da decenni.
Silvia si avvicinò a noi. E così di nuovo convenevoli. Di nuovo
sorrisi. Di nuovo il copione.
Raccontammo tutto daccapo.
“C’eravamo conosciuti su una chat già da mesi (bugia! Sia per la
chat che per i mesi). Una di quelle chat dove la gente cerca l’amore, e non certo dove si va a tirare le seghe.
A Napoli faceva più caldo che a Senigallia, ma io mi aspettavo
che a Senigallia facesse più freddo. E sì, a Napoli la miglior pizza
è quella di Di Matteo, ma di certo la carne di Senigallia è migliore
di quella di Napoli. E lavoravo in un call center. Certo, non amavo
il mio lavoro, ma con la crisi che c’è, sai com’è! E come? Tra i
quadri appesi alcuni sono di Alessandra? E quali? Devo indovinare? Mhh. Ecco! Quello e quello”, dissi, senza farmi scoprire di averli già visti in quella video chat, tra la ricerca di un Medium e un ditalino vario.
Poi ecco il tempo presente. Il fendente definitivo.
«Non restate a cena?»
E parliamo ancora del cinese. Parliamo ancora della fasulla scommessa inventata per stare solo.
Poi, ecco
finalmente la pace!
I saluti. Il cane mi ringhia contro, ma in maniera più calma, indecisa se sbranarmi o scoparmi.
Salutiamo!
«Non torniamo tardi, mamma» fece Alessandra, da brava bambina, uscendo con me fuori di casa.
Così uscimmo fuori. I pappagalli erano sempre lì, e Puffetta sulla
sua bella altalena.
Alessandra le fece fare un giro. Io mi misi una cicca in bocca e
l’accesi.
Lanciai del fumo in aria, Puffetta fece un altro giro della morte,
rimanendo impassibile su quella cazzo di altalena.
Viola sorrise. Strizzò gli occhi, mi guardò, e assieme scendemmo
le scale, togliendoci da quel posto, mettendoci per strada, smettendo di sorridere per finta, cominciando a farlo per davvero: finalmente!

6275674_362571

Tratto dal romanzo LASCIAMI ENTRARE. Edito dalla Damster edizioni, e disponibile in tutti gli store online.

Erano le cinque del pomeriggio. Cristo, ero sveglio da sole due ore e mezza, e già ero in quel posto del cazzo. Già ero tra quella gente del cazzo.
Avevo dovuto bere due grossi bicchieri di caffè e mangiare un intero panino per riprendermi dal dopo sbornia. Per non mostrare ai miei coraggiosi amici di battaglia di essermi ubriacato fino all’alba.
Rino sembrava più stanco del solito. Aveva fatto il turno dalle otto alle tre e mezza, e quando faceva quel turno era sempre stanco morto tutto il giorno, e con addosso una tremenda voglia di bere.
Un tipo di nome Beniamino, un tipo alto, magro e con la faccia butterata, stava parlando di quando tutto era cominciato. Di quando aveva bevuto il primo bicchiere di whisky.
A sua detta aveva otto anni la prima volta, e a detta sua fu quello il momento cruciale. Quando decise di imitare suo padre Ciro, un forte e robusto manovale.
A detta del nostro Cristo Marcello, quel tipo di nome Beniamino; Benny, per tutti, era vittima di un padre padrone. Il tipico uomo tutto muscoli che trattava sua madre come una sgualdrina, mangiava troppi salumi di notte, e guardava film porno mentre la famiglia dormiva.
Secondo me Benny era solo uno stronzo. Uno più sfigato persino di me. Il che era tutto dire!
Già, i nomi che aveva scritto nella sua lista di alcolizzato erano: Clark Kent, Wonder Woman, la sua vicina Mina De rosa (una mega fica dalla quinta di seno e la quarantadue di vita), Maria De Filippi e Gerry Scotti. Mentre ciò che lo aiutava a non bere era pensare a un assorbente sporco, all’orecchio di Nicky Lauda, a un tappo di sughero, un dito sporco di merda e Capitan Uncino.
Per Marcello il nostro Benny era sempre uno vittima di un trauma paterno, per me era solo e sempre uno stronzo, e anche per Rino.
Poi però toccò a Rino. Solo che Rino era stanco. Rino ne aveva le palle piene. Rino quella mattina aveva litigato di brutto con Mirella.
Ma Rino fu costretto comunque ad alzarsi. Rino fu costretto a mostrare al mondo quanto fosse buono. Quanto volesse cambiare. Quanto volesse diventare un uomo migliore proprio come Mark Zuckerberg od Osama Bin Laden.
Ed eccolo l’eroe!
Gesù sorrideva, fiero della sua creatura. Gli amici lo guardavano, desiderosi di condividere con lui il dolore e la redenzione.
Io lo guardai con addosso la sola voglia di bere. Con la sola voglia di togliermi da quel posto, e non sentire più le stronzate di nessuno di quei coglioni.
Rino prese però a darsi da fare con il suo show, e lo fece in modo veramente toccante.
Cazzo, quello stronzo scoppiò a piangere come una mammoletta.
Era disarmante vedere un bestione di centoventi chili piangere come una piccola mocciosetta.
E quello continuava! Continuava a frignare, asciugandosi di tanto in tanto le lacrime con la manica del suo giubbotto di pelle marrone. Probabilmente pelle sintetica.
Poi sembrò calmarsi. Tutti lo guardarono con le lacrime agli occhi, compreso Gesù Cristo.
“Vuoi leggerci cosa hai scritto, caro Rino?” gli chiese Cristo.
Rino annuì, facendo ancora un singhiozzo.
Si nettò con la manica del giubbino ancora un po’ di moccio che gli usciva dal suo enorme naso a patata. Prese dalla tasca del suo giubbetto di finta pelle un foglio stropicciato. Lo strinse con la sua enorme mano e abbassò il viso.
“Tom Hanks, Steve Martin, Whoopi Goldberg, Ricky Martin e le tartine con maionese e prosciutto” disse Rino, riferendosi alla lista dei cattivi.
Poi passò a quella dei buoni.
“Dracula: ma quello interpretato da Gary Oldman. Mister X di Tana delle tigri. Ron Jeremy, Pinocchio, e il Gatto e la Volpe” fece, terminando la lista dei nomi che gli facevano passare la voglia di bere.
Poi si ficcò quel foglio nella tasca del suo giubbotto, proprio come l’aveva cacciato.
Alzò un attimo lo sguardo verso Marcello.
“Beh, non so se il Gatto e la Volpe si possano considerare come una sola persona” disse.
“Ti ringrazio, Rino. Grazie di cuore!” fece Gesù Cristo.
Rino tornò a sedersi, io finsi di tossire per nascondere le risate, mentre qualcuno versò qualche lacrima.
Secondo Cristo i nomi di Rino rappresentavano il suo sentirsi fragile innanzi i grandi potenti del mondo, e in empatia con la gente reputata cattiva. Io avevo capito solo che a  quel figlio di puttana girava storto di brutto, e che voleva solo togliersi al più presto da quel posto, per andare a farsi qualche birra alla faccia di quella stronza di Mirella.
E così fu. Non ci volle molto. Solo qualche altra lacrima. Solo qualche altra confessione. Solo qualche altro nome.
Uno scelse come esempi positivi persino Nelson Mandela e Alda Merini, mentre un altro ficcò tra i cattivi la piccola e bianca foca Sibert, e Ray dei Gostbuster.
Per fortuna quando si fecero le sei mancavano ancora tre persone alla lista, e io ero tra quelli.
Poco male!
Ancora una volta mi risparmiai di vomitare stronzate davanti a quei coglioni, e di leggere la mia letterina a Babbo Natale.
Tanto sapevo che non avrei ricevuto doni. Dunque inutile restare sveglio ad aspettare il miracolo.
No, restai lì ad aspettare le ultime confessioni. Poi i sorrisi di Cristo. I suoi consigli. Le sue diagnosi sulla vita e sulla morte.
Dopo tutto ciò andai via con Rino.
Lui mi diede un passaggio con la sua Fiat Punto. Un’auto che aveva preso sotto consiglio di Mirella. Per portarla a fare passeggiate al mare e tutto il resto.
Per fortuna Anna viveva lontano da me ed era automunita, pensai, continuando ad attraversare quella città. E Cristo! Quella città era orrenda a quell’ora.
La gente tornava da lavoro. Tutti erano pieni di fretta. Tutti si ammassavano davanti alle fermate degli autobus o formavano enormi file di palle di metallo per strada.
Erano ansiosi, frenetici, cattivi.
Anche loro erano sotto una dipendenza. Anche loro non potevano fare a meno di qualcosa. Di cose come il successo, il denaro, il piacere, la gente, le cose.
Tutti vivevano per le proprie droghe. Tutti lavoravano per le proprie droghe. Tutti erano infelici per quelle droghe sempre insufficienti.
E ancora altra gente che fissava le vetrine dei negozi. Altri seduti ai tavolini dei ristoranti, ficcandosi cibo in gola, senza dire un cazzo di niente.
Poi una manifestazione ci passò davanti.
“Palestina libera” stava scritto su degli striscioni. Dei pezzi di stoffa mantenuti da dei ragazzini a stento ventenni. Dei mocciosi che giocavano a fare i Che Guevara della situazione, parlando di grandi rivoluzioni da compiere e misteri Buddisti da svelare, e tutto senza dover pagare una sola lira per il tetto e il cibo, o  anche solo per il diritto a continuare a respirare.
Rino continuò a spingere la sua auto in mezzo a quell’orda di facce, mentre la bronchite cronica da fumo mi causava fitte tremende al petto, e la sinusite mi faceva sentire come se stessi con la testa ficcata in un secchio pieno d’acqua.
Normale amministrazione, pensai, quasi svenendo. E Rino continuava a parlare, a parlare e parlare, mentre quei volti mi si scagliavano contro, quasi soffocandomi.
“Cioè, quello si presenta in quel bar con una birra nella destra e una mano nella sinistra. Una mano umana, cazzo! E sai che dice? Per Dio, quello  blatera una cosa del tipo -Ehi, Rino, guarda cosa stavo per calpestare- disse, mostrandomi quella cazzo di mano. E chissà dove l’aveva presa quella roba! Ahahahaha”.
Io abbozzai un sorriso e gettai la cicca dal finestrino dell’auto.
Rino parcheggiò. Mise il freno a mano, tolse le chiavi dal quadro e si voltò verso di me.
“Andiamo” disse.
Io non dissi niente. Scesi dall’auto, proprio come lui. E lui chiuse l’auto, per poi attraversare con me quella piazza piena di gente. Quella piazza poco lontana dalla stazione. Quella piazza dove s’incrociavano giovani in carriera, disoccupati cronici, puttane da marciapiede, zingari che rovistavano nell’immondizia, barboni che dormivano per terra, ubriaconi che bevevano per strada e negri che vendevano merda taroccata su delle bancarelle.
Un mondo simile a un cocktail a lungo scecherato, ma dove gli ingredienti non potevano mai mischiarsi del tutto. Mai e poi mai!
E io da che parte stavo? Quale uniforme portavo?
Ero un Nordista o un Sudista? Combattevo per L’Unione Sovietica o per gli Stati Uniti?
No, ero solo un disertore, e lo sapevo bene.
Non ero parte di quel mondo, anche se quel mondo mi teneva stretto a sé con i suoi piaceri.
Alcool, un altro piacere! Forse solo una fuga. Forse solo il suicidio di un vigliacco.
Ma non ci pensai!

10751818_10205124443300618_242083312_n

Tratto dal romanzo FOTTITI. Edito dalla Damster edizioni, e disponibile su tutti gli store online.

Andai avanti, bevendo il mio vino, e probabilmente sotto gli occhi incuriositi di chissà quante vecchie, chissà quanti avvocati, chissà quanti impiegati statali lì dietro le belle e robuste porte di noce.
Andai avanti. Passai davanti ai nomi stampati sulle cassette della posta: Il dottor De Rosa, l’oculista Di Vincenzo, la dietologa Irace, il ragioniere Bifulco, il dentista Errichiello, il signore Esposito, la signora De Simone e la vedova Improta in Aruta.
Tutti avevano un nome. Tutti avevano un titolo. Tutti erano qualcosa.
Io invece non avevo nessun nome. Il mio nome, Marco Gargiulo, non era scritto da nessuna parte. E la cosa mi andava bene. Mi andava più che bene.
Dunque continuai ad avanzare, fottendomene dei nomi, dei titoli regali o di ogni altra stronzata al mondo.
Arrivai al centro dell’androne, proprio dove stava l’ascensore. Uno stimabile ascensore d’epoca.
Bah, per me era solo vecchio! Ma comunque fosse, fare quattro piani a piedi con una schiena spezzata e i polmoni marci, beh, non era proprio il caso.
Così lo aprii, pronto a far sì che quel vecchio coso portasse il mio vecchio corpo verso la mia vecchia casa.
Non lo avessi mai fatto!
Cazzo, sgranai gli occhi di colpo, lì davanti a quel coso, mantenendo la porta aperta e fissando lì dentro.
“Cristo! Ma sei vera?” dissi. Dissi… guardando una tipa lì dentro. Una ragazza mezza nuda lì stesa in quel coso. Una ragazza mezza nuda, dalla pelle scura, lunghi riccioli scuri e un corpo piccolo e sodo da paura.
E la tipa portava addosso solo una minigonna sgualcita e un reggiseno rosso che s’intravedeva da un giubbetto di pelle nera. Un giubbetto sporco di terreno, e chissà cos’altro. Forse sborra! Magari piscio. E lei se ne stava lì stesa, rannicchiata, guardandomi a stento.
Forse era terrorizzata. Forse sotto shock.  O forse semplicemente non gliene fotteva un cazzo. Ma da come stava conciata, qualcuno di certo l’aveva fottuta con il proprio cazzo, invece.
Cristo, magari avrei dovuto prendere esempio e fare lo stesso.
Sì, in fondo la tipa era davvero bona. Una porcellina scura e soda, dalla pelle profumata e  piccoli piedini ficcati in degli stivaletti dal tacco da dodici.
Una vera scopata!
Eppure la sua aria non me lo fece venire duro, anzi, era come una bestia a lungo pestata e ormai rassegnata.
Già, magari avrei potuto ficcarglielo dentro e quella sarebbe rimasta lì ferma. Ferma a fissare il vuoto mentre glielo pompavo dentro. Fissando il vuoto con aria impassibile. Senza provare niente. Senza sentire niente. Senza essere più niente.
Poi ecco che il suo sguardo cambiò. Cambiò appena un po’.
Si girò verso di me e mi fissò. Mi fissò come se io fossi niente; e in fondo lo ero! In fondo ero davvero niente.
Allargò le cosce e alzò la gonna, mostrandomi un bel pezzo di fica.
Una fica scura. Una fica carnosa. Una fica morbida. Una fica di certo calda. Una fica a stento coperta da una mutandina rosa.
Io restai lì qualche istante a fissare quella paradiso. Quell’’ammasso di carne non diverso da altri miliardi di ammassi di carne per i quali miliardi di uomini si sarebbero dannati.
E io ero diverso? Ero forse il Dalai Lama o un cazzo di Martin Lutero?
No, io desideravo quella fica! Desideravo ogni fica attaccata a qualche bel pezzo di donna. E assieme a me probabilmente anche il Dalai Lama, Martin Lutero, Padre Pio, Osho, Topolino, e ogni altro uomo o ratto al mondo.
E quel pezzo di fica era lì davanti a me. Lì, spalancata, aperta, invitante.
Era come la luce del sole che richiama un sub durante l’emersione. Era la luce del sole che accoglie il ritorno alla superficie di un minatore. Era la luce del sole che irradia di gioia gli occhi di un uomo rimasto a lungo cieco.
Era bellissima! Era la verità, la via, la vita. Era tutto! La sola cosa buona al mondo. La sola cosa per la quale valesse la pena lottare al mondo. La sola faccia del mondo. E io la volevo! Io volevo infilare la mia vita in quella verità. Volevo immergermi nei raggi di quel caldo sole. Volevo morire in essa per poi rinascere. Volevo averla. Volevo scoparla. Volevo fotterla. Volevo chiavarla.
Ma il mio cazzo ancora una volta non era d’accordo alla cosa.
No, quel figlio di puttana se ne restava lì moscio. Lì nei miei calzoni, moscio davanti a quel sole per il quale miliardi di uomini avrebbero ucciso.
Già, il niente!  Il nulla. Il vuoto. Il silenzio totale.
Lei restò lì a fissarmi. In silenzio. Senza espressione. Senza muovere un solo muscolo del suo bel viso.
Poi ecco il miracolo!
Le sue labbra carnose presero a muoversi lentamente.
“Se vuoi fai pure” mi disse, allargando ancor di più le cosce.
Io alzai lo sguardo verso i suoi grossi occhi verdi.
Erano belli! Belli ma tristi. Forse del tutto spenti.
Beh, in fondo non me ne fotteva più di tanto di quei cazzo di occhi. Fosse stata anche cieca, l’avrei trovata comunque bona a quella tipa.
Così abbassai di nuovo lo sguardo verso la sola cosa di cui m’importasse. Abbassai di nuovo lo sguardo verso la sua fica, mentre lei girò la testa contro la parete di finto legno di quel vecchio aggeggio.
Cristo, ero fottuto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Maledetto frocio! Fottuto eunuco!
No, no, no. Malattie sessuali! Gente che si fotte i pinguini. Gente che si fotte i cammelli. Gente che si fotte i cadaveri. Gente che si fotte le automobili.
Ero malato, né più né meno. Non ero frocio né eunuco, ero solo malato!
Avevo bisogno di sesso violento. Avevo bisogno di far male. Avevo bisogno di sbranare, devastare, smembrare, uccidere. E non potevo farlo con una preda inerme!
No, come un enorme serpente non potevo sbranare un topolino già morto. Avevo bisogno di vedere il terrore negli occhi della mia preda. Lo spavento, poi la rassegnazione. L’umiliazione.
Avevo bisogno di assistere al trionfo della mia forza su di un’altra creatura. Di gioire della mia vendetta sul genere umano. Della mia fame che tutto devastava.
Sì, ero fottuto!
Volevo chiavare ma non potevo. Volevo quel corpo ma non potevo.
Il cazzo restava moscio, e lei lì, stesa in quel coso, con la fica ancora aperta.
Poi chiuse il sipario. Chiuse la fica, e il sole sparì.
Io diedi un sorso al mio vino e mi tastai il cazzo, nella speranza di una qualche risurrezione.
Niente! Gesù Cristo dormiva. Lazzaro non sarebbe mai più risorto.
Così accesi un’altra cicca. Diedi un tiro e andai verso di lei, indeciso se ucciderla o pisciarle addosso.
Non feci nulla di ciò.  No, sembrava un topolino bagnato, lì stesa in quel coso. Uno di quei cagnolini randagi che s’incontrano per strada e che non si può non portare a casa.
Cristo, che cazzo mi stava succedendo? Perché non approfittavo della cosa per fottermi quella troia?
Troppe seghe! Troppe, troppe seghe, pensai abbassando lo sguardo. E poi fu lei a rialzarlo, tornando a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Con quella sua aria assente, come se non le fottesse più un cazzo di niente della vita.
“Allora, vuoi fare o no?” mi chiese ancora.
Io alzai lo sguardo, come risvegliato da chissà quale trance.
La guardai. La guardai dritto negli occhi.
“Fare cosa?” le dissi.
Lei sorrise. Sorrise in maniera cinica. Forse amara. Ma di certo rise di me!
Trovò  la forza di rialzarsi. Si mise in piedi lentamente, come una vecchia decrepita. Come un pugile dopo un knockout.
Barcollò un po’, poi si poggiò a una delle pareti di quel coso. A una di quelle pareti di finto legno.
Alzò ancora lo sguardo verso di me. Il suo sguardo inesistente. Il suo sguardo assente.
Allungò la mano. Io capì, e le passai la bottiglia.
Lei l’afferrò. Diede un sorso. Un buon sorso!
Poi abbassò la bottiglia.  Mi fissò. Sorrise. Sorrise per qualche secondo prima di rialzare la bottiglia e darle un altro sorso.
Mi ripassò il vino e io lo afferrai. Lo afferrai e diedi un sorso a mia volta. Poi misi giù, diedi una strippata alla cicca continuando a fissarla.
“Ti hanno violentata?” le chiesi senza il minimo ritegno.
Lei scosse le spalle e fece una smorfia d’indifferenza.
Io non dissi altro. Abbassai lo sguardo. Guardai le mie vecchie scarpe qualche istante, poi lo rialzai tornando a lei.
Cazzo, ero come rapito!
Non sapevo perché.  Cioè, di donne ne avevo viste, e forse anche più belle di lei. Ma lei, quella sconosciuta, aveva qualcosa di diverso.
Era come se non se ne fottesse di niente, forse neanche della propria vita. Mentre le donne normalmente hanno a cuore sempre un sacco di cose. Cose come la propria bellezza, la propria intelligenza, la propria cultura, la propria bravura nel nuoto o la capacità di cucinare un ottimo risotto alla Milanese.
Le donne vogliono sempre dimostrare al mondo di valere qualcosa. Di saper fare qualcosa. Di essere qualcosa.
Chissà, magari era solo sotto shock a causa dello stupro, pensai, rimanendo lì a fissarla come ipnotizzato, mentre continuavo a lavorarmi il mio rosso. E fu lei a rompere quel mio stato di trance.
Sì, lasciò quel muro di finto legno e si rimise in piedi del tutto.
Si diede un’aggiustata alla gonna, poi si coprì le tonde e sode bocce con il suo giubbotto di pelle nera.
Tornò a fissarmi. Io restai in silenzio qualche istante. Giusto un paio di secondi, continuando a fissarla.
“Senti, io dovrei salire al quarto piano se non ti spiace” le dissi, senza manco rendermi conto di averlo detto per davvero.
Ma in fondo era la cosa più giusta da dire. La cosa più vera da dire.
Sì, di chiavarla avevo capito che non c’era verso, o almeno in quel momento. Almeno in quella situazione. Così non mi restava che tornarmene a casa. E quel desiderio in me fu così forte da strapparmi dalle labbra quella stessa verità.
Complesso di Edipo, lo avrebbero definito alcuni psicologi.
Avrebbero detto che da piccolo di certo, magari tra i dieci e i dodici anni, avevo spiato mia madre mentre faceva sesso con il mio vecchio, provando eccitazione e gelosia allo stesso tempo.
Ciò mi avrebbe portato a odiare il mio vecchio e provare una sorta di timore nei confronti di mia madre. Timore che avrebbe poi portato la mia giovane indole a ripiegare o nell’omosessualità, o in un indole da duro.
Gli psicologi avrebbero detto che di cero avevo scelto la via del “duro”, costruendo un personaggio rude e insensibile per camuffare la mia dolcezza. Per punire me stesso per il fatto di amare mia madre.
Beh, per fortuna la tipa non sembrava essere una psicologa. E la tipa sorrise! Sorrise e uscì lentamente dall’ascensore. Da quell’ascensore vecchio, spacciatao come antico dai nobili condomini di quell’antico e vecchio palazzo pieno di vecchi.
“Prego, signore delle mie palle” fece la tipa, improvvisando una sorta d’inchino verso la porta di quel coso.
Io la guardai a stento. Gettai a terra la mia cicca e avanzai verso quel coso, fino ad entravi.
Poi mi voltai verso di lei. La guardai. Guardai le sue bocce appena nascoste da quel giubbetto di pelle nera. Guardai i suoi lunghi riccioli neri scendere su di esso.
Lei alzò di nuovo il capo, e io guardai i suoi strani occhi verdi.
Stetti un attimo in silenzio. Poi diedi un sorso al vino e abbassai la bottiglia.
“Non volevo sembrare scortese” dissi, giusto per dire qualcosa.
“Beh, non me ne fotte un cazzo” fece lei.
E ancora silenzio. Ancora un momento d’imbarazzo.
Il vento scorreva forte sui monti dell’Alaska. Obama faceva un discorso alle nazioni uniti, e la sera stessa lo avrebbe piantato dentro alla sua bella e dolce Michelle.
Un Leone moriva in Africa. Qualche ragazzina si commuoveva guardando alla tele i bombardamenti in Palestina. Un barbone moriva per strada, in silenzio, nell’indifferenza più totale. E noi eravamo lì, faccia a faccia, senza sapere cosa dire. Senza voler dire niente, probabilmente.
Fu di nuovo lei a rompere il ghiaccio.
Si sa, le donne sono più brave in certe cose.
“Vai a morire ammazzato anche tu” disse lei, voltandosi di colpo, e facendo per andarsene. E io restai lì fermo dentro quel cazzo di coso. Lì fermo a guardarla mentre andava via. A guardare quel culo sodo stretto da quella minigonna nera. Quel culo spinto in su e in giù a ogni passo. Quel culo pronto a sparire per sempre.
“Cazzo, e che Cristo!” urlai, agitando la mano verso di lei. E lei si girò di colpo. Si girò verso di me, fissandomi con aria scocciata.
“Come? Che cazzo vorresti ora? Sentiamo!” .
“Uhm niente! È solo che… solo che…”.
“Solo cosa?”.
“Beh, è che non mi sembri proprio in grande forma” dissi.
Lei restò ferma qualche istante. Lì ferma a un metro da me, fissandomi con aria assente, senza dire un cazzo di niente.
Poi ecco appena un abbozzo di sorriso sul suo viso. E ancora un po’. Un po’ ancora. Fino a che la tipa scoppiò in una volgare e irruenta risata.
“Ah ah ah ah” prese a fare quella stronza, ad alta voce “Questa è bella! Ecco che abbiamo uno sensibile in questo mondo di merda”.
E dopo quella sparata la tipa si calmò. Restò lì a fissarmi, continuando a sorridermi. A sorridermi come a volermi prendere per il culo.
“Allora, sei uno di quelli sensibili?” riprese.
Io scossi le spalle e mi ficcai un’altra cicca in bocca.
“Uhm, forse!”.
“Capisco!” disse lei. Poi si guardò attorno. Guardò gli stracci che aveva addosso. Guardò i suoi stivaletti sporchi di fango.
Infine tornò a me.
“Senti, non è che dove stai avresti dell’acqua per lavarmi?”.
Ecco, mi aveva fottuto di nuovo!
La sua risata. Il suo fare strafottente. Il suo prendermi per il culo, stava per farmelo tornare duro. E invece ecco di nuovo il piccolo cagnolino bagnato lì davanti a me. Il piccolo Fido desideroso di una casa.
Sindrome da crocerossina, l’avrebbero definita alcuni psicologi.
La voglia di occuparsi di qualcuno per sopperire ai mali commessi. Un bisogno di sacrificarsi all’altro che sfocia spesso nella pura ossessione.
Vedi anche i serial killer. Vedi anche i genocidi. Vedi anche gli omicidi in famiglia.
Moventi nati da un amore traviato. Da un bisogno di rendere la persona amata il proprio cucciolo di cui prendersi cura. E nel momento in cui il cucciolo raggiunge l’età adulta e il possesso su di esso viene a mancare, ecco che l’amore svela tutta la sua sadica essenza.
Forse per questo fu inventata la bomba atomica, anche se non me ne fotteva più di tanto a dire il vero.
No, non ero in terapia né ci stavano atomiche nella mia tracolla.
La mia sola arma era il mio cazzo, e non ne voleva sapere di venir su duro.
Preda del mio malessere. Vittima della mia stessa perversione.
Dunque ero incapace di compiere ogni azione, se non compulsiva. Cose piccole! Come toccarsi le orecchie più volte. Entrare e uscire da una stanza di continuo, e solo concludendo il tutto con numerazioni pari. O ancora rigirare tre volte di fila lo spazzolino da denti prima di rimetterlo al proprio posto, o  accendere e spegnere il televisore quattro volte, prima di sintonizzare su di un canale.
Azioni compulsive! Istinti per non pervenire alla propria paranoia. E la mia paranoia era lì davanti a me. Immobile, bella, soda, indifesa.
Ero la vittima del mio stesso bisogno. Del bisogno di sesso. Del bisogno di azzannare. Del bisogno di mordere. Del bisogno di lacerare. E lei era la preda sacrificale per appagare il mio bisogno. La preda sacrificale che rendeva vano ogni sadico sacrificio, restando lì immobile a farsi accoltellare.
Ero inerme. Non potevo ucciderla. Non potevo sbranarla. Ma ormai, così vicino a lei, non mi sentivo di lasciarla andare via.
Chissà, magari sarei guarito. O a lei sarebbe tornata la voglia di vivere.

10743341_10205124444980660_472125569_n
Forse dovevo aspettare. Sì, solo aspettare! Aspettare che lei tornasse a essere una vittima. Che lei tornasse a essere appetitosa. Che lei tornasse a farmi drizzare di nuovo il cazzo.

Presentazione del romanzo Viola come un livido.

Alcuni piccoli filmati della presentazione del romanzo Viola come un livido. Terzo classificato al concorso nazionale Eroxè Context 2014. Premiato al Buk festival di Modena 2015. Pubblicato dalla Damster edizioni in formato cartaceo e digitale.

 

 

6275674_362571

Tratto dal romanzo “Fottiti”, romanzo pubblicato dalla Damster edizioni e partecipante all’Eroxè Context 2014. Disonibile nei migliori store online.

Sì, era tutto vero. Vero il suo sguardo assassino. Vere le sue mani contro al mio collo. Vera la bava che mi usciva di bocca.
Ed era vera la sua rabbia. Vera la sua disperazione. Vero il mio terrore. Vero, quel mio cazzo duro nella sua fica.
Sì, stavo morendo! E cosa avrei dovuto pensare in un simile momento? Cosa si deve pensare quando si sta per crepare?
“Fottiti! Fottiti! Fottiti!”. Non riuscivo a pensare ad altro.
Sì, fottiti lurida troia! Fottiti tu, e che si fotta anche il mondo intero.
Voglio che tu ti fotta! Voglio vederti morta. Voglio sfondare la tua fica a colpi di cazzo.
Ed ecco la rivolta!
Ecco la verità. Ecco la maschera cadere. Ecco l’odio farsi strada nelle nostre vene.
“Fottiti puttana!” urlai ribaltandola. Mettendola sotto di me, mentre il mio cazzo le pulsava ancora dentro.
E lei era lì. Sotto di me. Inerme. Ora con le mie mani attorno alla sua piccola gola.
Lei era sotto di me e mi fissava sorridendo. Mi fissava come se non aspettasse altro che venire uccisa; strangolata!
Come se non aspettasse altro che la fine. La fine di quella schifosa esistenza. La fine di ogni lotta, di ogni sofferenza. E io ero lì per quello. Ero l’angelo vendicatore, ero la mano di Dio, ero la vendetta di ogni uomo contro la sua fica rovente.
Ero la vendetta che si muoveva su quel letto, tra le sue cosce, piantandole il mio cazzo dentro.
“Fottiti puttana” urlai, stringendole la gola e spingendoglielo con forza dentro. Sbattendole il mio cazzo in corpo quasi a volerla sventrare. Come a volerle trapassare la pancia con il mio cazzo. E più glielo sbattevo nella fica più le stringevo la gola. Più la chiavavo più la soffocavo.
“Allora, ti piace il cazzo, vero puttana?” gridavo sbattendoglielo dentro,  mentre la uccidevo. Mente la fottevo.
E lei se ne stava lì. Gli occhi vitrei verso di me. Uno sorriso simile a una smorfia. Ed ecco una lacrima uscire dai sui occhi. Dai sui occhi fissoi verso di me, mentre il respiro quasi mi mancava nel fotterla. Mentre il respiro quasi le mancava nell’essere fottuta. Nell’essere uccisa.
“Muori, troia” urlai, dandole un ultimo colpo. Un ultimo colpo di cazzo nella sua fica. Un ultimo colpo di cazzo forte quanto una coltellata.
E restai lì su di lei, strangolandola, strangolandola mentre le riempivo di sborra il suo piccolo corpo. Mentre le soffocavo il cuore con la mia calda sborra.
Sì, stava morendo. L’avrei uccisa. Ma ecco che mollai improvvisamente la presa. Mollai la presa, e la sua testa scivolò a destra.
Lei prese a tossire. A tossire forte, mentre il mio cazzo era ancora in lei. Mentre il mio cazzo spruzzava l’ultima goccia di sperma nel suo corpo. L’ultima cellula del mio odio dentro al suo grembo.
E intanto le i tossiva. Tossiva, come cercando di rubare tutta l’aria del mondo.
Io glielo sfilai da corpo senza la minima cura. Mi alzai dal letto e la lasciai lì stesa. Lì stesa a tossire, mentre cacciava sborra dalla sua fica aperta.
Raccolsi una cicca dal porta tabacco nel jeans e l’accesi, ancora ansimando. Poi afferrai la bottiglia dal pavimento e le diedi un bel sorso.
Mi misi a sedere sul letto, vicino ai suoi piccoli piedi. Lì con lei che continuava a tossire e ansimare.
Poi smise di colpo!
Sì, basta tosse, basta respiri, basta tutto.
Niente, non sentii altro che il rumore delle auto provenire dalla strada.
Lei non c’era. Lei era andata. Lei era morta.
Cazzo, ci ero riuscito! Ero riuscito a vincerla. Ero riuscito a non innamorarmi. Ero riuscito a ucciderla.
Avevo vinto. Finalmente avevo vinto qualcosa nella mia vita. Finalmente potevo morire in pace.
Così diedi ancora un tiro alla mia cicca e un bel sorso alla bottiglia. Lei era lì accanto a me. Silenziosa. Fredda. Morta!
Poi ecco la mano di Dio.
Un colpo di tosse. Ancora un colpo di tosse.
Mi voltai verso di lei, con la bottiglia ancora attaccata alla bocca.
Mandai giù e l’abbassai, guardandola lì stesa. Rannicchiata come una bimba, con le mani sotto alla testa e lo sguardo perso nel vuoto.
Mi voltai dall’altra parte, lasciandola lì a fissare il vuoto. Triste per non averla uccisa, felice che fosse ancora viva.
Confusione, ecco cosa!

 

10743341_10205124444980660_472125569_n