Tratto dal racconto Nel nome del padre

Erano le sei del pomeriggio, Carlo era in fabbrica dalle nove del mattino. Ormai non sentiva più la stanchezza. In ventidue anni gli avevano cavato dalla pancia ogni briciola d’umanità.

Da ventidue anni vedeva attorno a sé sempre le stesse mura di cemento. Ovunque ruggivano macchinari, sbuffava fumo e trucioli di metallo. L’aria puzzava di ferro e sudore, ma lui era abituato: ormai quella puzza gli si era impregnata sulla pelle.

Persino quando stava da solo sentiva gli strepitii dei macchinari, il rumore pesante di lastre di metallo sbattute su carelli, le urla dei supervisori che ringhiavano contro gli operai, le discussioni fatte dai colleghi: ripetute all’infinito ogni giorno, proprio come le loro azioni.

Udì il vecchio Ciro, un grassone dal respiro asmatico a cui restavano cinque anni prima di una pensione che forse non avrebbe mai visto, dire in dialetto a un giovane da poco assunto: «Nun veco l’ora ‘e turna’ a casa. Muglierema ha fatto ‘o purpettone.»

Il giovane sorrise, isso una lastra di metallo e la passò a Ciro che la piazzò sopra a un grosso rullo oleoso.

«Almeno in fatto ‘e magna’ nun me posso lamenta’» riprese Ciro, senza badare ai rumori che coprivano la sua voce.

Il ragazzo sorrise, sudava sia per la fatica che per il calore emanato da un’enorme fornace.

Le vampate rosse e arancio facevano danzare contro le mura ombre terrificanti che inghiottivano tutto.

Carlo piallava la lastra fatta scivolare sul rullo e pensava solo che era giovedì. Ogni giovedì la moglie di Ciro preparava il polpettone.

Fra cinque giorni, sempre se il giovane non fosse stato licenziato prima, Ciro gli avrebbe parlato della peperonata di sua moglie; e domani avrebbe detto, a lui o a un altro, che di certo stavolta il Napoli avrebbe vinto il campionato di calcio.

Carlo avrebbe potuto mimare alla perfezione ogni parola di Ciro, come quella di qualsiasi altro collega in fabbrica. Lì dentro le persone erano uno sciame di formiche che si muovevano velocemente, formavano uno sgraziato balletto di corpi sudati, callosi, rugosi e unti di grasso.

Ormai Carlo non li sentiva nemmeno più. La sola cosa che udì fu la sirena che annunciò la fine del turno.

Era terrificante. Sembrava che non gli stesse annunciando la libertà, quanto una piccola resa.

Cercò di non pensarci. Avanzò a testa bassa. Attorno a lui corpi si avvicendavano con addosso la stessa tuta blu. Braccia sudate si muovevano in un cielo di cemento illuminato dagli sbuffi infuocati delle fornaci e da vecchi neon, e labbra si muovevano senza che lui potesse coglierne le parole.

Raggiunse lo spogliatoio. Ciro parlava con quello nuovo.

«Si faje ogni juorno ‘o straordinario, t’abbusc’ pure mille ‘e trecient’ euro ‘o mes’.»

Lo diceva a tutti. L’aveva detto anche a Carlo ventidue anni prima.

Carlo si cambiò in fretta. Uscì alla svelta da lì e ripensò a suo padre e sua madre. Gli capitava spesso da quando il suo primogenito, Antonio, era diventato adolescente.

Il padre di Carlo, Antonio Cozzolino, benvoluto da tante persone che mai l’avevano conosciuto per davvero, aveva passato la propria vita in una fabbrica come quella in cui lavorava Carlo, prima che a furia di respirare vernici era stato stroncato da un cancro.

Invece sua madre, Benedetta Esposito, sembrava essere nata proprio per portare quel nome: moglie devota, madre premurosa e cattolica fervente, aveva passato la propria vita a servire suo marito, rinchiusa in una cucina o in una chiesa, per poi spegnersi due anni dopo dalla morte di lui.

Carlo non aveva mai capito i suoi genitori, e di certo loro non avevano mai capito lui. Forse soltanto in questo erano stati uniti, nell’incomprensione.

All’epoca Carlo non comprendeva l’ostinazione di suo padre nel passare ore e ore a fare un lavoro che detestava, e solo per pagare una casa nemmeno sua, mobili e tante cose che a Carlo sembravano inutili. E capiva ancora meno sua madre: lei che aveva persino dimenticato di essere una donna, consacrando se stessa alla pulizia della casa, a un’educazione rigida e formale, a una devozione sacrale verso un marito mai amato e da cui mai era stata amata.

Ricordava ogni giorno la volta in cui suo padre, vedendolo immerso in uno dei tanti romanzi che amava leggere, l’aveva guardato stizzito: il volto enorme da mastino, gli occhi azzurri privi di umanità, le labbra sempre umide come quelle degli ubriaconi.

«Ma che sfaccimma faje? Che si’ ricchion’? Con i libri non si porta il mangiare a tavola!»

Quelle parole gli erano sembrate tanto assurde quanto brutali, inferiori soltanto a quelle udite da sua madre qualche anno dopo, quando lei, vedendolo impegnato a scrivere un racconto l’aveva fissato con pupille fradice di delusione, sussurrando con una voce simile a una novena: «Carlo, non sarebbe meglio concentrarti sullo studio invece di scrivere sciocchezze?»

La vita dei suoi genitori era ai suoi occhi inutile, vuota, gelida. Quanto da lui provato verso la propria famiglia avrebbe potuto benissimo racchiuderlo in una sola parola: disgusto.

Adesso anche suo figlio provava disgusto per lui?

Salì in auto. L’aveva cambiata da poco. Sara, sua moglie, due anni fa gli aveva imposto di cambiarla.

«Ma non le vedi le auto dei tuoi amici? E a quello che pensano quando accompagni Antonio a scuola non ci pensi?»

Altri tre anni e avrebbe finito di pagare le rate.

Mise in moto, pensava solo allo sguardo perennemente triste di Antonio, al suo silenzio che non capiva.

Attorno a lui palazzi, negozi e persone sfumavano fra le luci dei lampioni e i fari delle auto. La città era avvolta da rumore di pneumatici, clacson, passi, voci.

Non vide niente. Non udì niente. Nelle sue pupille solo macchie di luce nell’oscurità, nella testa solamente rumori metallici.

Parcheggiò fuori al condominio in cui abitava da diciotto anni.

Sara avrebbe voluto fare un mutuo per prendere casa.

«Con quello che costano gli affitti!» aveva detto.

Quattro anni prima di allora, quando Carla l’aveva conosciuta per strada mentre lei si batteva per i diritti dei bambini Siriani, Sara non avrebbe di certo pensato a un mutuo per la casa.

«Sarebbe bello vivere in un camper. Oppure su di una nave» aveva detto una volta.

Ma con il lavoro di Carlo e il piccolo impiego part time di Sara in un’associazione culturale non riuscirono ad avere un muto.

In compenso Carlo aveva un posto auto numerato.

Entrato nel palazzo fu salutato da un portiere vecchio e grasso.

Quell’uomo gli dava del lei, Carlo gli dava del tu.

Carlo lo salutò appena, senza fermarsi, proprio come faceva il suo capo quando passava in fabbrica.

Ricordò il giorno in cui il capo l’aveva chiamato nel proprio ufficio. L’aria era satura della puzza di sigaro, e ora, salendo le scale, Carlo percepiva ancora il fumo volargli contro al viso, e rivedeva gli occhi ferini del suo capo che lo fissavano godendo della sua paura.

L’obbligò a fare due settimane di straordinario, Carlo sorrise persino.

Per far contento quell’uomo, e sopravvivere ancora, aveva perso la recita di Antonio in terza elementare.

Antonio una volta a casa si era fiondato a letto: piangeva proprio come aveva pianto Carlo a sette anni, quando suo padre per lavorare non era andato alla sua di recita.

Arrivato in casa avanzò lungo il corridoio colmo delle foto di famiglia, respirava profumo di spezzatino con patate provenire dalla cucina insieme a voci sorridenti.

Carlo lasciò il capotto sull’attaccapanni. L’aveva comprato da un rigattiere.

«Non pensi anche tu che sia magnifico?» gli aveva detto Sara.

«Bah, forse costa troppo. Potremmo farne a meno, no?»

Sarà aveva sbuffato ed aveva risposto con uno sguardo torbido.

Da allora, quando lei vedeva qualcosa in giro, lui evitava di dire ciò che pensava.

Avanzò nel buio. Il corridoio gli sembrava sempre più stretto.

Varcata la soglia della cucina una folata di stufato misto a detersivo per i piatti lo travolse. Alla TV alcune persone ridevano, e il piccolo Mattia, goffo in pigiama, sedeva a tavola colorando un album da disegno.

Sara stava in piedi davanti al lavello. Indossava una gonna che le arrivava fino al ginocchio, i piedi erano nudi in pantofole di spugna, il suo corpo era coperto da un grembiule a fiori.

Appena Carlo fece un passo in avanti, lei si voltò verso di lui, senza smettere di lavare pentole e piatti.

«Credevo facessi più tardi.»

«Ma se ho iniziato il turno alle nove.»

Lei non rispose.

Carlo non aggiunse altro. Nella stanza nulla si udiva oltre allo scrosciare dell’acqua e le risate provenienti dal televisore.

Carlo diede una carezza sul capo biondiccio di Mattia, ma lui continuò a colorare e a canticchiare a bassa voce.

Carlo l’osservò qualche istante. Gli sembrava ieri il giorno in cui l’aveva preso per la prima volta in braccio, piangente e rosso in viso.

Erano invece passati sei anni, e Mattia non piangeva più, ma non sorrideva neanche.

Ebbe voglia di fermarsi a parlargli, come mai suo padre aveva fatto con lui, ma una vergogna rovente lo paralizzava.

Gli diede solo un’altra carezza e si girò verso sua moglie.

«E Antonio?»

«In camera sua, come sempre.»

Osservò Sara intensamente, senza sapere cosa provare: timore, rabbia, amore?

Era solo stanco.

Avanzò verso la porta, ma la voce di Sara lo paralizzò.

«Stamattina hai dimenticato di nuovo il cassetto della tua scrivania aperto.»

Lui si voltò lentamente: aveva l’aspetto di un pugile che ne ha prese troppe per continuare ad avanzare.

«Andavo di fretta» rispose con tono sommesso.

Sara asciugò in fretta una pentola, la posò con forza sul lavello.

«Lo sai che lì dentro, fra tutte le inutili cianfrusaglie che ti ostini a conservare, c’è anche quel ferro vecchio. Ti ho detto mille volte di fare più attenzione, ma tu niente! E oggi Antonio quasi l’ha tirata fuori.»

«Mi dispiace.»

«Che poi non capisco proprio perché ancora la conservi.»

«Era la pistola di mio padre.»

Sara non replicò, sbuffò soltanto.

Lui uscì dalla cucina, a testa china, e andò verso la cameretta di Antonio e Mattia.

Non bussò alla porta. Dimenticava che suo figlio aveva ormai tredici anni.

Magari stava…

Lo trovò invece alla scrivania, proprio come sempre, gli occhi incollati al PC e le dita che si muovevano sulla tastiera.

Restò sull’uscio della porta a osservarlo. Era minuto, bassino e non aveva un pelo sul viso. Sembrava ancora un bambino, ma non era tanto il suo aspetto a farlo sembrare più piccolo, quanto qualcosa nei suoi occhi: un candore, una sorta di profonda purezza, come se Antonio non avesse ancora conosciuto la malignità del mondo; come se fosse altrove, smarrito in un sogno, in un limbo dove non esisteva cattiveria, malizia, ingiustizie.

Antonio di certo vide suo padre, ma finse di non vederlo.

Faceva così ogni volta, ormai da mesi.

Carlo osservò la scrivania colma di libri, scolastici e non; poi un mucchio di appunti, una lampada da notte, pastelli e disegni.

Le mura della stanza erano gialle e arancio, con sfumature rosse e nere: le aveva scelte Sara tre anni prima, sostituendo un parato infantile con un parato altrettanto infantile.

La stanza era piena dei giocattoli di Mattia, e Antonio sembrava stonare lì in mezzo, come una bambola gettata in un cimitero.

Persino l’odore di lavanda e borotalco di cui era impregnata la stanza non c’entrava niente con lui. Se Carlo avesse dovuto attribuire un odore a suo figlio, sarebbe stato quello del legno vecchio e della carta ingiallita.

Scostò lo sguardo sul letto di Antonio. Sara aveva attaccato al muro le foto di quando Antonio e Mattia erano bambini.

Antonio non aveva aperto bocca, non si era opposto: sembrava non gli importasse neanche.

Da quando aveva iniziato la terza media non aveva mai portato alcun amico a casa, né tantomeno una qualsiasi ragazzina.

Sua madre non si era mai posta alcun problema a riguardo: «Un bambino educato. Però dovrebbe essere più concreto» aveva detto più volte, riferendosi al fatto che Antonio continuava a dire di voler fare il liceo classico, anziché un istituto tecnico o un alberghiero come imposto da lei.

«Come disse quella all’ultimo incontro con gli insegnanti?» riprendeva ogni volta «Com’è che si chiama? Ah sì, la signorina Ochini! “Suo figlio ha davvero un talento innato per la scrittura”, questo disse! Sì. Come se poi scrivendo ci si possa guadagnare da vivere. La raccomando quella!»

Quando lei diceva quelle cose, Carlo fingeva di non udire: rivedeva sua madre seduta a tavola, col rosario perennemente in mano, il fiato che sapeva di liscivia e occhi neri e spenti piantanti su donne pallide quanto lei.

Osservando Antonio udì rimbombare la voce di suo padre:

«Ma vai a cercarti na’ fatica invece ‘e leggere chelli strunzat’!»

E poi uno schiaffo sul viso, sua madre immobile in un angolo: il volto chino e il rosario in mano.

«Ma che è sta’ strunzata ca’ nun vuo’ pazzia’ a pallone a scuola? Ma che si’ nu’ ricchion’?»

Carlo percepì una fitta dritta al centro del petto. Per un attimo non ebbe più il coraggio di guardare suo figlio. Provava vergogna di se stesso, e Antonio glielo ricordava.

bambino-solo

Annunci

Tratto dal racconto Il mio nome è Hussayn

Attorno a sé Alì sentiva solo voci e passi. La gente gli camminava accanto senza nemmeno sfiorarlo.

Fissava una bambina seduta a un bar insieme ai propri genitori: mangiava una torta alle fragole, sorrideva a ogni boccone.

Distolse rapidamente lo sguardo. Continuò a camminare, come aveva fatto per ore. Coperto di stracci puzzolenti, si mischiava a decine di persone vestite alla moda. Ai due lati del piazzale, si ergevano antichi palazzi e hotel su cui brillavano insegne. Le finestre erano quasi tutte chiuse, poche sagome si vedevano muoversi dai vetri.

Alì ripensò a Casablanca: gli alti e luminosi palazzi, un via vai di turisti e gente che faceva baldoria fino a notte fonda.

Il suo pensiero volò ai vicoli colmi di rifiuti di Sidi Moumen, dov’era cresciuto.

Si strinse nel giubbotto e affrettò il passo. Alla sua destra si susseguivano le vetrine lucenti di ristoranti e bar. Dalle vetrate si vedevano sagome sorridenti sedute a tavola, gente che cenava, bocche spalancate, calici alzati al cielo.

Profumi oleosi, densi, caldi gli entravano fin nelle narici.

Osservò un uomo grasso infilarsi in bocca un trancio di pizza, l’olio lucente colava sul tavolo. Vide una giovane ragazza sorridente sorseggiare un aperitivo, e un uomo poggiare sul tavolo tre banconote da cinquanta.

Voltò lo sguardo a sinistra. Sorretta da tronchi di metallo una maglia di ferro formava una ragnatela ferrosa sopra la nuova stazione della metropolitana. Sotto di essa, da un profondo cratere da cui si vedevano serrande calate e scale mobili ferme, provenivano fasci di luce viola, illuminando i volti cupi, rugosi e sporchi di negri, rumeni e italiani coperti di stracci, seduti su muretti a fissare il vuoto.

Alì li oltrepassò. Arrivò alla Stazione Centrale. Su di un muretto sedevano persone vestite di stracci, i loro occhi fissavano ombre disperdersi in un brusio di voci e passi. Poco distante, immobili su di un piazzale, alcuni guardavano con occhi tristi la città, forse in attesa di un pullman per tornare a casa, forse in cerca di una moneta, di una dose di droga, o magari soltanto della fine di tutto; mentre dalle vetrate luminose della stazione continuavano a entrare e uscire persone ben vestite, troppo impegnate a trascinare trolley o fissare smartphone per osservare quell’orgia di carne maleodorante che li circondava.

Alì passò davanti a due vecchi: un uomo e una donna seduti a terra contro le vetrate della stazione. Puzzavano di pelo di cane bagnato, fra le cosce avevano buste piene di vecchi vestiti.

Superò un marocchino che girava su se stesso e si mise a sedere su dei blocchi di cemento a ridosso della strada. Osservò barboni prendere posto su cartoni fetidi, a terra, contro le vetrate della stazione, mentre queste iniziavano a chiudersi, alcune voci metalliche al di là di esse annunciavano le ultime partenze dei treni, e fasci di luci si scagliavano sugli ultimi viaggiatori che si affrettavano a lasciare la stazione.

Un uomo tarchiato e dalla pelle scura gli si avvicinò.

«Sadiq, almukhdirat?» sbiascicò.

Alì fece cenno di no. L’uomo borbottò e andò via.

Alì non lo guardò neppure. Non gli andava alcuna droga in quel momento.

La sua attenzione fu improvvisamente colpita da un frastuono di voci. Sembrava una mandria di bufali: un brusco scalpitio di gambe, braccia, e corpi che si urtavano fuggendo da qualcosa.

Si dirigevano verso un furgoncino bianco fermo a un lato della stazione. Le porte sul retro si spalancarono, e come ogni volta il primo a uscire fu Enzo: un uomo di statura media, un accenno di pancia e la capigliatura squadrata.

«Sempre la solita storia!» strepitò «Allontanatevi, da bravi.»

Barboni, pezzenti ed extracomunitari si scostarono dal camioncino, ma continuavano a spingersi e strepitare.

Dal camioncino uscirono un ragazzo e una ragazza che Alì già conosceva, portarono fuori una cassa di polistirolo. Poi ne uscirono altri due: un ragazzo dai capelli impomatati e una ragazza sorridente dalle labbra tinte di rosso portarono fuori un’altra cassa. E ancora altri due, Giorgio e Tiziana.

Enzo cercava di far ordine fra la folla. I ragazzini avevano sistemato le casse in fila come una trincea: da esse usciva odore di plastica e puzza di ospedale.

I ragazzini sorridevano, mentre Enzo guidava verso di loro la mandria che ora, educata, chinava il capo e ringraziava per un contenitore pieno di pasta scotta macchiata di sugo, una bottiglietta d’acqua e un panino duro.

«Come va Rashid?»

«Oggi è stata una buona giornata?»

«A pranzo hai mangiato?»

Affamate e infreddolite, quelle persone accoglievano parole e sorrisi in cambio di un piatto di pasta.

Un vecchio sdentato sorrise a Gloria, tremò nell’afferrare fra le mani venose il contenitore.

Alì attendeva. Aveva fame, ma non gli andava di mischiarsi a quella folla, gli ricordava quando da bambino elemosinava per le strade di Casablanca insieme a sua sorella Amina.

Non aveva mai saputo se Amina fosse la sua vera sorella. Se la ricordava già grande, e l’ultima volta che l’aveva vista era stato quando lui aveva nove anni e lei sedici: andata in città e mai più tornata.

Ora si trovava a essere di nuovo un bambino povero che chiede l’elemosina per strada.

Tremila chilometri di viaggio non gli erano serviti a nulla.

Fu inutile pensare. Starsene lì a pensare non gli avrebbe riempito la pancia, e lo sapeva. Così si mise anche lui fra la folla. Carne puzzolente di piscio e di sudore spingeva a destra e sinistra. Enzo cercava di mantenere l’ordine.  La gente prendeva da mangiare e correva via. Alcuni sedevano a terra, altri su blocchi di pietra, oppure stavano in piedi a mangiare affamati, senza gustare niente.

Ad Alì quella sera toccò Tiziana. Ormai la conosceva da due anni. Era bruttina: lentiggini, capelli lisci e biondicci, labbra piccole e qualche chilo di troppo.

Sorrideva sempre.

«Oggi come andiamo?» gli chiese, porgendogli il contenitore. Alì lo afferrò, senza volerlo sfiorò appena il dito di Tiziana.

Lei si ritrasse di colpo, senza smettere di sorridere.

Alì si infrattò in un angolo a mangiare, ogni boccone gli si bloccava in gola.

Ricordava la bambina vista poco prima, e poi Amina costretta a chiedere l’elemosina per le strada di Casablanca o a rovistare fra le discariche di Sidi Moumen, e tante volte, troppe volte, a chiudersi in camera con dei turisti.

C’era appena una tenda a dividerli. Alì sentiva tutto, e ogni volta che quelli andavano via avevano un’aria compiaciuta.

Tiziana aveva la stessa aria felice sul viso.

Alì finì il pasto, vide attorno a sé ombre e carne molle vagare in una poltiglia scura. Sui muretti alcuni mangiavano ancora, in silenzio, masticavano e fissavano il vuoto. Altri, quelli più giovani e ancora forti, erano in piedi, consumavano lentamente il pasto e scrutavano chiunque. Altri ancora cercavano di fare il bis, e alcuni barboni già dormivano a terra, incuranti del frastuono di passi e voci.

A un tratto gli occhi di Alì palpitarono. In un vortice di carne e lamenti restò sola un’immagine impressa nelle sue retine.

Joanna era rannicchiata su di un cartone: le sue unghie sporche stringevano una busta piena di stracci che usava come cuscino, una fetida trapunta le copriva le ossa.

Sul viso le cadevano capelli biondi resi grigi dalla sporcizia.

Alì non la vedeva da circa un mese. Non sapeva nemmeno quale fosse l’età di quella donna. Di Joanna non sapeva niente, eppure le sembrava la sola persona a lui intima.

Ebbe voglia di svegliarla, ma non lo fece.

Per dirle cosa, poi?

Forse Joanna non capiva nemmeno la sua lingua. Forse ormai non capiva e basta.

La lasciò lì. La guardò e sperò che l’immagine di lei, quella che ancora ricordava, restasse calcificata nelle sue pupille: qualcosa di sacro, qualcosa in cui credere.

L’osservò un’ultima volta. Si rullò una sigaretta con il tabacco che gli restava, conscio che presto sarebbe dovuto tornare a raccattare i mozziconi da terra, e poi si avviò verso casa.

34334-0

Tratto dal racconto “Metastasi”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

La stessa scena ripetuta ogni giorno. La mia illusione di avere qualche certezza. L’illusione che nulla mai potesse più toccarmi.
Non quella mano, almeno. Non quella mano che emanava un tremendo tanfo di sudore.
«Sei così dolce, piccola Lia».
Era il mio regalo di Natale. Quel regalo che non avrei mai più dimenticato. Quel regalo che non avrei mai potuto gettar via, ma che avrei tenuto per sempre nascosto, proprio come lui mi aveva sempre raccomandato di fare.
«Questo è il nostro piccolo gioco. Il nostro piccolo segreto» diceva, mentre terrorizzata, nel buio, non riuscivo a provare altro che angoscia, ansia e disgusto sentendo la sua mano sul mio viso. Quella sua mano che accarezzava il mio piccolo corpo, mentre sorridendomi continuava a dirmi «Non dirlo però alla mamma, o potrebbe ammalarsi e morire».
Sì, era quello il nostro patto segreto. Io lo sapevo. Lui lo sapeva.
Io non dovevo dire nulla. Dovevo gioire persino del suo regalo. Giocare con lui!
Già, era il nostro gioco, e quella che un tempo era la dimora di mille risate, la mia stanza piena di peluche e dalle pareti rosa, era di colpo diventata la cella dove tenere al sicuro quel segreto. Un mattatoio dove venivo fatta a pezzi. Notte dopo notte. Giorno dopo giorno. Attimo dopo attimo.
Cosa rimase di me, se non un corpo paralizzato, immobile su di un letto?

MACERIE, prefazione della mia maestra ANTONELLA CILENTO. Antologia cui ricavato andrà alle vittime di Amatrice.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?
E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?
Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.
Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.
È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.
Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.
È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.
L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.
Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.
La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.
Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

Antonella Cilento

https://www.amazon.it/dp/B01MZZONYY/ref=sr_1_6…

 

15151088_1174918392573915_1110552591_n