Perché l’amore esiste per davvero, oppure tutto è solamente una menzogna? “Un cielo di cemento”, mio ottavo romanzo, ispirato a una storia vera

Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
Elisa guizzò via, come se avesse paura di sfiorarmi. Come se la mia presenza fosse qualcosa di troppo in quel suo mondo.
E dov’era lei? Dov’era quel mondo?
Avrei voluto tanto entravi. Per quattro mesi avevo fatto di tutto per entrarvi, e ora ci trovavamo alla fine dei giochi.
Lei si mise a sedere sul suo piccolo letto, restando a testa bassa.
I capelli sottili come un velo le coprivano il suo volto triste.
Io la guardai. Poi mi guardai attorno. Guardai quella stanza simile a quella di una bambina: lenzuola dai colori vivaci, un parato color pastello, pupazzi e oggetti da donna ovunque.
Dove cazzo mi trovavo? Non era il mio mondo, quello. Che c’entravo io in quel posto? E cosa c’entrava lei? La mia Elisa! Lei che mi aveva sempre detto di detestare i peluche.
Chissà, forse in un modo o in un altro eravamo entrambi in gabbia. Ma divisi! Lei in una cella e io in un’altra.
Feci di tutto per entrare nella sua!
Mi avvicinai a lei. Mi misi a sedere al suo fianco. Su quella coperta dai colori vivaci.
Le presi la piccola mano e la strinsi. Le unghie erano sempre rosicate. Devastate come il suo sguardo.
Fece un sospiro. Finse un sorriso e si alzò di nuovo dal letto.
«Guardiamo Batman?» mi chiese, avvicinandosi a quell’altro letto, dove avrei passato io la notte; magari unito al suo.
I miei occhi si immersero nei suoi. Lei mi fissò ancora. In piedi. Con occhi languidi come se stesse piangendo.
Un ironico sorriso solcò il mio viso.
“Già, Batman!” pensai, facendo una smorfia cinica e ironica e chinando il capo.
In fondo che me ne fotteva di quel film. Non me ne fotteva di fare niente in quel momento, se non stare con lei; parlare, e capire dove stavamo andando.
Lei forse lo capì. O forse era stanca anche lei di quella situazione, e voleva mettere fine a tutto al più presto.
Si avvicinò a me e si mise a sedere. Eravamo faccia a faccia. Due super potenze pronto al conflitto. Pronte a distruggersi per sempre.
Ma nessuno dei due ebbe il coraggio di pigiare quel maledetto pulsante rosso.
Ci fu solo silenzio. Ancora silenzio. Proprio come quello in cucina. Proprio come quello che avvolge ogni coppia ormai finita.
Cercai di infrangere quel glaciale specchio di ghiaccio che ci divideva. Allungai la mano verso di lei. Gliela strinsi, e le accarezzai teneramente il viso con l’altra.
«Allora, piccola, che hai?» le dissi con fare amorevole, senza smettere di fissarla né di accarezzare la sua minuscola mano e il suo viso ormai ricoperto dal cemento.
Lei mi guardo a sua volta. Uno sguardo triste di chi ha già scelto. Di chi sa che qualcosa sta per finire.
Io avevo già visto quello sguardo. L’avevo visto poche ore prima, ad Alba. L’avevo visto mentre camminavamo per Napoli l’ultima volta che venne da me. L’avevo visto l’ultimo giorno in cui stetti a Pietra.
Solo che in quel momento era diverso. Più incisivo. Come se nulla fosse in grado di spazzarlo via, facendola tornare a fissarmi con il sole negli occhi.
Ci provai comunque!
Un lieve sorriso. La sua mano stretta alla mia. Una dolce carezza sui suoi soffici capelli.
«Ehi, ne vogliamo parlare?» sussurrai, avvicinando il volto a lei. Ma il suo sguardo rimase basso. Strinse le ginocchia con un braccio, tenendo l’altro teso verso di me; come se fosse un ramo senza vita. Solo qualcosa da tenere lì per forza di abitudine, o per chissà quale senso di dovere.
Ecco, stava arrivando l’inverno. L’estate era del tutto finita. L’autunno era scivolato via alla velocità della luce.
Solo freddo. Solo freddo e silenzio, in cui il mio amore, inutile come un corpo privo di vita, cercava di raggiungere il suo. Quei barlumi di amore visti a Napoli, a Pietra, a Genova. Quel sorriso sparito poco prima di andar via da Pietra Ligure.
«Eli, per favore, mi dici che c’è? Ho notato già oggi che non stavi bene»
Lei si girò lentamente verso di me. I suoi occhi faticavano a guardarmi. Faticavano ad ammettere quel che stava accadendo. A darmi il colpo di grazia. O forse darlo a entrambi.
Le sue piccole labbra si mossero lentamente. Un piccolo sospiro uscì dalla sua bocca, sfiorando la mia pelle.
Ancora quelle parole!
«Non lo so. Non lo so! Non so cosa mi è preso» esclamò, con il suo solito tono agitato. Quella sua voce affannata e ansiosa che annunciava il nascere di un nuovo scontro.
Cercai di mantenere la calma, proprio come sempre. Avevo voglia di fumare. Avevo voglia di bere. Avevo voglia di urlare.
Ma non potevo fare niente di tutto ciò! Potevo solo star lì, chiuso in quella gabbia, affrontando il mio dolore. Affrontando quell’incubo sempre più reale; qualcosa di tangibile e nauseante come del letame spalmato sulla faccia.
Afferrai le sue piccole spalle, e con un gesto delicato voltai il suo corpicino verso di me.
Ebbe ancora una volta il coraggio di fissarmi, mentre le tenevo le mani. Fissando quei miei occhi stanchi ma pieni di amore, e chissà, forse anche misericordia.
Già, ero diventato di nuovo il suo paparino. Il suo confessore. La sua guida zen del cazzo! Quando invece avrei solo voluto il suo amore. Baciarla. Fare l’amore, e ridere proprio come una volta.
“Ma forse passerà” pensai ancora, illudendomi per l’ennesima volta, e pronto a dare per lei le risposte.
«Guarda che me ne sono accorto che hai incominciato a star male appena si è avvicinato il momento di venire qua» le dissi. Ma come risposta non ebbi altro che il suo sguardo basso. Altro gelido silenzio. Un manto di ghiaccio sulla mia pelle, e forse anche sulla sua.
«Vorrei capire che ti è successo?» ripresi «Avevi detto che forse, se fossi venuto io qua da te, a casa tua, tutto sarebbe tornato come prima. E oggi al ristorante mi è sembrato che fosse davvero tutto come prima. Eri felicissima! Sì, ti ho vista con me in quella chiesa. Eri felice di stare lì. Felice di stare con me»
Un piccolo respiro uscì dalla sua bocca, mentre i suoi occhi chiusi rimasero coperti dai suoi lunghi e sottili capelli.
«Ero felice, Marco» sussurrò «Con te sto sempre bene!»
«Pero?»
«Però non lo so» sbiascicò con fare nervoso, imbronciata, e facendo scivolare le mani dalle mie.
Per qualche istante rimase in silenzio. Poi la vidi alzare il capo verso il soffitto, poggiandolo contro la spalliera del letto a castello.
Fissò il vuoto per secondi che sembrarono anni. Io attesi ibernato in quel suo tempo. Attesi parole di speranza, come fatto per mesi. Quelle parole che, ormai sempre più lucido, sapevo non sarebbero mai giunte.
Poi, ecco il muoversi delle sue labbra.
«Non so più cosa mi succede» sussurrò ancora, come se la sua voce fosse soffocata da invisibili lacrime «Io sto bene con te. Sei tutto ciò che potrei desiderare. Ma proprio non ce la faccio!»
Si voltò energicamente verso di me.
«Io non riesco ad amarti, Marco» esclamò.
Ed eccola la pugnalata! Quel colpo che mi aspettava da sempre. Dall’inizio di quella nostra storia.
Ecco, il mio sguardo immobile e rassegnato, incapace di provare qualsiasi emozione se non rassegnazione. Un senso di torpore che invase ogni più piccola parte del mio corpo. E quella voce nella mia testa che mi urlava «Hai visto, coglione? Anche stavolta è andata male. Che cazzo ti aspettavi?»
Ed era vero, sì, era andata male. Andare lì era l’ultimo tentativo per sanare quel rapporto. L’ultima speranza per sanare un sogno.
E ora cosa fare?
Se avessi sentito il mio orgoglio, mi sarei alzato da lì, l’avrei mandata a cagare, preso la mia roba, e uscito di casa senza dire un cazzo di niente.
Insomma, la stessa sensazione che provai diverse volte in qui mesi. Ma proprio come in quei mesi, l’amore per Elisa riuscì a calmare la mia irruenza e il mio orgoglio.
Le presi le mani. Lei mi fissò ormai prossima a piangere.
«Lo so!» le risposi con un filo di voce. Consapevole della sconfitta. Consapevole di essere ancora una volta un niente.
I suoi occhi si arrossarono e diventarono lucidi, ma una mia carezza frenò le sue lacrime. Forse, l’ultimo ridicolo tentativo di frenare quell’imminente tornado che mi stava avvolgendo. O forse che ci stava avvolgendo.
«Eli, non voglio ripetere le cose. Ne abbiamo parlato mille volte» dissi «Io mi sono sentito amato a dismisura da te. La prima volta che venisti a Napoli, e tutte le volte che sono venuto a Pietra. Ma da quando sei uscita da lì qualcosa è cambiato. Non so cosa, ma sei lontana. Come se non ti interessassi più. Dunque, se è così, per favore dimmelo»
Attesi una sua risposta. Le lancette cominciarono a girare velocemente. Il tempo si era fermato, e io ero nel mezzo del nulla, fissato solo da qualche peluche piazzato su di un mobiletto.
Poi un altro sussurro. Un sussulto nel mio cuore. Il suo sguardo che si alzò appena di qualche centimetro, faticando a fissarmi.
«Marco, non è così. Io ti voglio! Ci tengo a te e ti voglio bene. Solo che… Solo che ora, ora non riesco a darti ciò che tu mi chiedi. Non posso stare con te e non provare la voglia di baciarti. Non provare niente, Marco. Io ora non riesco a provare niente! Lo capisci? Mi sento totalmente vuota. Apatica. Inutile»
Ed ecco di nuovo il tempo fermarsi. Le teste dei peluche esplodere, facendo schizzare sulla mia faccia immobile dei caldi fiotti di disgustoso sangue.
Era la fine. La fine di ogni sogno. La fine del mio sogno. Forse del nostro sogno.
Avrei dovuto urlare e disperarmi. Avrei dovuto piangere. Forse lei avrebbe voluto piangere.
Ma non ci fu concesso neanche quello!
No, eravamo in gabbia. In una gabbia non scelta da noi. In un mondo formale, dove dolore e rabbia non potevano essere urlati con tutta la loro irruenza.
Poi ecco che udimmo dei piccoli colpi contro la porta. Dapprima sembrò quasi di esserci sbagliati. Poi ci furono altri due colpi. E una delicata vocina dietro la porta che ci disse «Posso?».
Era Stefania. Sua sorella.
Che cara! O forse solo tremendamente formale, data la situazione.
A me venne da sorridere. Già, bussava perché sua sorella era in camera con il proprio uomo. Il fidanzato che non vedeva da circa un due settimane.
Ovvio, stavamo scopando. E se così non fosse, almeno eravamo di certo in procinto di farlo.
E invece, dopo due settimane e mesi di astinenza, eravamo lì pronti a mettere fine al nostro sogno. Io ero lì su quel letto, chiuso in quella gabbia, dopo aver fatto ottocento chilometri solo per quell’inferno.
Ma andava bene. Doveva andare bene! Dovevamo ancora recitare.
Così finsi un sorriso. Gli occhi di Elisa tornarono normali, e una tenera voce uscì dalla sua bocca.
«Ste, che c’è?» disse. Poi ecco che la porta si aprì. Dietro di essa Stefania sorrideva tenendo in mano il libro che le avevo regalato. E dietro di lei, il suo compiaciuto e ufficiale ragazzo.
Ci fu un sussulto di gioia da parte sua. Vero o forse fasullo.
«Grazie, Marco, non so come ringraziarti!» mi disse, stringendo in mano quel libro di quella scrittrice di merda.
Io riuscii solo ad abbozzare un prego. Sorridendo. Seduto su quel letto, mentre tenevo ancora le mani di Elisa.
«Ma non dovevi disturbarti!» aggiunse lei, recitando i soliti formalismi propinati innanzi a un regalo.
Io non riuscii a mettere a fuco niente. La sua immagine era confusa. Vedevo solo ombre innanzi a me. Dei sorrisi che ondeggiavano come fossero budini. Quel libro spiattellato contro la mia faccia. La voce di lei che rimbombava in maniera baritonale nella mia testa, come se fosse infilata in un secchio d’acqua. E le mie parole che mi uscivano dalla bocca senza che io riuscissi ad ascoltarle. Vedendo solo nebbia innanzi a me. Sentendo rumori scomposti, e squassato da tremende vertigini che mi scuotevano in ogni dove.
Ma sembrò andare bene!
No, di certo non le dissi niente di brutto. Niente del tipo “Non me ne fotte un cazzo del regalo! Non vedi che io e tua sorella stiamo per lasciarci? Cazzo! Un po’ di rispetto per il dolore umano”.
Ma per fortuna non credo che dissi ciò. Dato che andò via sorridendo, con il mio regalo in mano.
La porta si chiuse. La recita fini. Il gelo ci avvolse nuovamente.
E da dove cominciare?
Non lo sapevo. Non sapevo più niente! Non sapevo che dire né che fare.
Mi limitai a stringerle le mani.
Altro silenzio. Altri attimi interminabili. La lama affilata di un coltello lungo la mia schiena. Un profondo gelo sulla mia pelle.
Poi il mio sguardo si alzò nuovamente, come se fissando quella coperta colorata avesse trovato chissà quale risposta.
Eppure ancora una volta non avevo trovato nessuna risposta. Cercai solo di darne per lei. Di essere nuovamente il suo paparino. La sua guida. Il suo fratello maggiore saggio e premuroso.
«Eli, a me importa che mi vuoi» le dissi «Se stai male, ti starò vicino, come ho fatto finora. L’importante è che mi vuoi! Se invece non fosse così, dimmelo ora, e andrò via per sempre»
Un forte respirò uscì dalla sua bocca. La testa si poggiò nuovamente contro la spalliera del letto. Gli occhi fissarono il nulla per qualche istante, per poi chiudersi.
«E pensi che se non mi importasse di te sarei venuta fino a Napoli? Credi che se non ci tenessi a te ti avrei fatto venire fino a qui?»
Io non risposi. Logicamente sembrava tutto giusto quanto da lei detto. Ma in fondo, quante donne avevano detto o fatto cose simili prima di piantarmi?
Infinite!
E se lei non fosse altro che una delle tante?
Ecco, di nuovo le mie cazzo di paure.
Il suo non riuscire a baciarmi. Il suo non riuscire a fare l’amore con me. Il suo stare bene con me, ma tremare a ogni contatto fisico. E quel cazzo di cellulare sempre presente! Sì, a Napoli stava sempre con quel dannato coso in mano. E ancora ora, era proprio sul letto, come se dovesse essere sempre lì pronto a essere usato.
Che fossero tutte palle?
Già, magari ci stava un altro. Razionalmente ci stavano tutti gli indizi per pensarlo. E forse non riusciva a fare l’amore con me perché non era capace di scopare con due uomini contemporaneamente.
Sì, era così. Doveva essere così! Era di sicuro lo stronzo di Savona di cui mi aveva parlato. Quel coglione che neanche avevo mai visto.
In fondo mi era capitato altre volte. Con Antonella, per esempio. Lei quando scopava con Lui, dopo non riusciva a farlo con me. Si inventava sempre scuse profonde e cervellotiche. Ma la verità era che non riusciva a sostenere il farsi sbattere da due uomini.
No, no, no! Non poteva essere così. Lei era Elisa! Io la conoscevo bene.
Ma la conoscevo per davvero?
No, cazzo. “Basta, basta, basta!” tuonò nel mio cervello, alla velocità della luce. “Non ora. Non ora, cazzo!” strepitai in me, cercando di mettere a fuoco, e scacciar quei dannanti pensieri.
Mi fiondai su di lei e la strinsi. Lei si lasciò abbracciare. Una calda lacrima raggiunse la mia mano.
«Dimmi tu che devo fare, piccola. Dimmelo e lo farò» le sussurrai.
Lei alzò lentamente il capo. I suoi occhi lucidi e arrossati mi fissarono, alimentando la foga delle mie dolci carezze.
«Io non so che ho, Marco. Mi sento come se fossi tornata bambina» strepitò, con voce soffocata dalle lacrime.
Io la strinsi forte a me. Le sue lacrime bagnarono la mia maglia, e le sue dita senza unghie si conficcarono nella mia carne.
«Io sto bene con te» riprese «Mi piace stare con te. Mi fai sempre ridere. Mi coccoli, ma io ora mi sento come se dovessi ricominciare tutto daccapo. Come una bambina appena nata»
La strinsi e continuai ad accarezzarla.
Era vero? Era tutto vero o solo una scusa?
Doveva essere vero! Lei era Elisa. Lei non era come le altre.
Ma allora cosa fare? Se mi voleva ma non riusciva ad amarmi, cosa fare?
Ecco, ora il maestro zen era stato ucciso. Il suo paparino era passato a miglior vita. Non restava che una carcassa vuota. Un corpo sofferente che la stringeva. E un cuore che pulsava violentemente, come se stesse per scoppiare.
Non ebbi il coraggio di dirle niente, se no quanto già detto.
«Dimmi tu che devo fare, Eli» le sussurrai, aggiungendo con fare triste «Se tu sai che mi vuoi, ma hai queste cose da risolvere, io resto con te. Ti aspetto!»
Lei si divincolò dalle mie braccia di colpo, poggiando la schiena contro lo schienale del letto e ficcandosi le mani tra i capelli.
«E cosa farai, voto di castità?» disse, in lacrime, voltandosi e fisandomi.
«Ti ho fatto pesare la cosa in questi mesi?»
I suoi occhi lucidi di persero nei miei. Un silenzio. La paura. Poi un colpo forte!
«Non è giusto, Marco. Tu meriti di essere amato!» strepitò, piangendo e chinando la testa.
Io la raggiunsi. Stringendola e coccolandola. Di nuova la mia bambina! Il frutto del mio grembo. Le mie cellule. Parte del mio DNA. Un malsano legame che mi faceva elemosinare amore da lei, forse come un tempo aveva fatto con me. Quel tempo ormai lontano anni luce. Quel tempo ora coperto da un cielo di cemento.
cielodicemento
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Due toccanti estratti del mio ottavo romanzo, Un cielo di cemento, seguito di Affamata d’amore. Romanzo ispirato a una storia vera.

Già, lei era comunque la figlia di un dottore, ex vicesindaco di un paesino in provincia di Cuneo. Aveva di certo una casa bella e accogliente. Molti vestiti in un armadio, se pur magari mai messi. Una macchina sua, una per sua sorella, e una per il paparino. Aveva di certo partecipato a molti aperitivi, serate in discoteche lussuose o vacanze costose.
In fondo io che c’entravo con il suo mondo?
Eppure tra una settimana sarei entrato in quel mondo. In quel suo mondo fatto di sicurezze. Un mondo dove non si rischiava mai di non poter pagar l’affitto. Un mondo dove non ci si doveva scervellare per come sbarcare il lunario. Un mondo fatto di auto, condizionatori, vestiti, un frigo sempre pieno, televisori al plasma, serate mondane e laure appese al muro in bella vista, così da mostrare a tutti quanto fossero speciali e socialmente inseriti.
E io, io che c’entravo in tutto ciò? Che c’entravo in quel mondo in cui mi trovavo? Che c’entravo con lei e con il mondo che presto avrei visto?
Forse ero davvero solo un gioco. La distrazione di una bambina ricca e annoiata.
Io e lei stavamo su due pianeti diversi. Due emisferi totalmente opposti. Lei nel suo mondo dove non si doveva sgobbare per vivere in affitto in un merdoso appartamento, io nel mio mondo dove i soldi non bastavano mai, e si era costretti a fare lavori di merda solo per sopravvivere.
Già, una volta lei scrisse “Io voglio vivere, e non sopravvivere”. E a chi come lei, nata nel benessere, ciò era concesso. Le persone come lei avevano sempre delle opportunità nella vita. E anche se l’avessero bruciate, beh, ci sarebbe stato sempre chi per loro avrebbe pagato il conto. Mentre per quelli come me, sin dalla nascita le opportunità neanche esistevano. Si nasceva già bollati. Etichettati come Ebrei nel periodo nazista. Già predestinati a dover sgobbare per tirare avanti. A dover accontentarsi di un qualsiasi lavoro, non per pagarsi dei divertimenti, ma per pagarsi da vivere. Costretti a sopravvivere anziché vivere. Così impegni a dover sopravvivere da non avere il modo né i mezzi per poter vivere. Per poter raggiungere quei sogni a loro preclusi sin dalla nascita, senza che ne avessero colpa. E se mai a gente come me fosse per puro caso piovuta dal cielo un’occasione, beh, se l’avessero gettata via non avrebbero avuto altre scappatoie. Sarebbero sprofondati sempre di più. Nel fango, nella melma. In una vita straziante fatta solo di doveri, di responsabilità, e cose odiate da fare per sbarcare il lunario. Per pagarsi il diritto a sopravvivere, senza mai poter vivere.
Sì, io e lei eravamo così diversi. Lei lo sapeva? Forse sì, ma non l’avrebbe mai accettato.
Eppure chi tra noi stava vivendo, e chi stava sopravvivendo?
Lei, sempre ripiegata nel proprio dolore, in cerca sempre di una risata altrui per sentirsi viva? O io, che nonostante il dover umiliarmi per pagarmi da vivere, continuavo a lottare ogni notte? Scrivendo e pubblicando. Continuando a farlo. Continuando a sognare pur senza avere agganci. Pur senza avere soldi né tempo per frequentare ambienti pieni di finti intellettuali. Pur senza mai piegarmi a nessuno, sorridendo a gente che mi stava sul cazzo.
Chi stava sopravvivendo, e che stava vivendo?
Io la guardai. La guardai mentre camminava al mio fianco, mano nella mano, tra quella gente ricca che faceva parte del mondo da cui proveniva e da cui stava cercando di scappare da sempre, senza però mai avere il coraggio di chiudere ogni conto con quel suo mondo per entrare nel mio. Nel mondo dove si doveva sudare per vivere, continuando però a sopravvivere, mangiando merda ogni giorno.
Eppure, quel suo sorriso!
Cazzo, mi sembrava di rivederla. Era di nuovo lei? Era davvero lei, o solo un’altra proiezione della mia mente?
Non lo sapevo. Ma quando lei, vedendo uno negozio della Disney, divampò in un gioviale sorriso, beh, rividi la mia amata Elisa. Quella che non se ne fotteva di nessuno. Quella che avrebbe voluto ridere di tutto e tutti e giocare con il mondo intero.
Ma anche quella risata, era reale, o faceva parte di un mondo ovattato? Un mondo in cui lei stava bene. Mentre nel mondo reale, quello di responsabilità, momenti di noia, momenti di dolore, lei proprio non riusciva a stare.
In fondo noi eravamo come in una grande vacanza. Eravamo in vacanza, sì. Lontani dal lavoro. Lontani dalle responsabilità. Due incoscienti in un piccolo sogno. In un momento, non altro.
Dunque potevamo permetterci il lusso di giocare con il mondo. Eravamo turisti, ci era dovuto! Potevamo passare il tempo a ridere di tutto. A fare follie. A non fottercene di un cazzo.
Era quello per lei vivere? E poteva durare per sempre?
Forse per lei sì. Per me, probabilmente no.
Presto lei sarebbe andata a Torino per studiare. Io sarei rimasto a Napoli. Ecco la realtà!
Suo padre le avrebbe pagato la casa. Le avrebbe dato i soldi per mantenere l’auto. Le avrebbe dato i soldi per vivere, e anche per divertirsi.
Avrebbe passato il tempo senza dover lavorare. Studiando, sì, ma in verità, passando il più del tempo in qualche facoltà dove avrebbe conosciuto tanta gente. Uomini, perlopiù. I tipici coglioni senza palle che per fottersi qualcuna, o trovare la fidanzatina, sono pronti a diventare gli amichetti di chiunque.
Ecco, le sue giornate sarebbero state sì una continua vacanza. Sempre in giro con amici. Se non in giro, con loro a ridere durante lo studio. Poi, magari qualche serata in un pub. Più avanti, le discoteche. Presto, qualcuno a casa sua. Qualcuno nel suo letto. Tutto senza preoccupazioni. Avendo il tempo per problemi mentali, non avendone di economici.
E io, invece? Io avrei continuato a umiliarmi per pagarmi da vivere. Avrei fatto lavori di merda, solo per pagarmi da vivere. Solo per pagarmi il tetto e il cibo.
Non avrei potuto scegliere, no. Perché per scegliere bisogna avere i soldi. Per scegliere bisogna avere qualcuno che ti paga la sopravvivenza, mentre tu realizzi i tuoi sogni; proprio come si fa con i bambini! E io non ero un bambino, e forse non lo ero mai stato. Avrei ancora e ancora mangiato merda. Lavorando solo per arrivare giusto a fine mese, senza poter far niente per cambiare la mia situazione. Niente, se non scrivere ogni notte. Lottare ogni notte. Senza distrazioni. Senza appoggi. Senza niente se non i miei sogni. E poi, magari un domani, da morto sarei diventato famoso, e di quella fama non me ne sarei fatto un cazzo! Qualcun altro ne avrebbe goduto. Qualcuno proveniente dal mondo di Elisa. Mentre quelli nel mio mondo avrebbero continuato a morire per strada, o in una vita priva di vita. In un’esistenza passata a sopravvivere, anziché vivere. Perché non c’è scelta. Perché spesso si nasce già senza scelta.
E noi avevamo una scelta? Elisa avrebbe lasciato il suo mondo per il mio, e io mi sarei avvicinato al suo?
Per un attimo sperai di sì, quando la vidi correre verso quel negozio, tirandomi per la mano e sorridendo come una bambina.
Forse davvero lei avrebbe sudato per stare con me, oppure già domani se ne sarebbe dimenticata, tornando nel mondo del suo potente paparino, pronta a scegliere qualche figlio di papà conosciuto in università.
Che cazzo di confusione. Non ne potevo più! Non sapevo più cosa fosse vero e cosa no. Né chi fosse lei per davvero. O sei mai fosse esista la Elisa che avevo conosciuto.
Sapevo solo di rivolerla. Di rivolere quella Elisa. E di essere pronto a tutto per riaverla. Persino a entrare in un merdoso negozio della Disney.
Beh, a dire il vero non fu affatto male. Cioè, il posto era uno schifo! Ovunque colori come il rosa o viola. Attorno a noi pupazzi che ci fissavano con aria da fessi, e bambini altrettanto fessi ronzavano ovunque assieme a dei genitori lobotomizzati, toccando con fare curioso tutti quei giocattoli di gomma; bambolotti di Hercules, bambole di Cenerentola, la tazza a forma della testa di Pinocchio, il cuscino con su il disegno di auto con occhi e bocca, e altre cazzate sparse ovunque.
Elisa avanzò in quel posto a passo svelto, sorridendo, e di tanto in tanto spostando qualche moccioso, proprio come all’acquario di Genova.
Toccava tutto. Toccava ogni cosa, fottendosene dei cartelli con su scritto “vietato toccare”, o delle famigliole che ci guardavano con fare nauseato.
Eravamo di nuovo da soli. Di nuovo da soli contro al mondo. E io speravo che quel momento fosse durato per sempre, e che avremmo vissuto così sempre e comunque; a prescindere dai soldi e dalle difficoltà, e da quei doveri strazianti presenti in ogni giorno.
Ma non avevo alcuna certezza su ciò che sarebbe accaduto domani. Non avevo certezze neanche per il presente, figuriamoci per il futuro.
Volevo solo viverla ancora. Ed era bello vederla sorridere mentre toccava quella roba. Passando di scaffale in scaffale, come presa da una folle frenesia. Indossando la maschera Capitan America e baciandomi con quell’affare sul viso. Stavolta, baciandomi intensamente! Con desiderio. Come se io fossi nuovamente il suo Re, e lei la mia regina.
Sì, fu bello. Davvero bellissimo.
Noi in quel ridicolo mondo colorato pieno di mocciosi petulanti. Lei, piccola e bellissima, anche coperta da quella maschera blu cobalto con una grossa A sulla fronte che le teneva libera solo la bocca e le guance. Stretta a me. Stringendomi. Baciandomi ardentemente. Baciandomi come se null’altro al mondo esistesse. Come se quello fosse il nostro mondo. Come se quello fosse il nostro regno.
Ma anche quel sogno finì. Le cose da vedere svanirono. Le novità cessarono, e con esse la passione di Elisa.
Ci ritrovammo di nuovo per strada, in mezzo a quella gente ricca. Ma in quel momento Elisa era con me. Solo io e lei, ancora camminando per quella strada. Ridendo. Deridendo tutti. E avanzando mano nella mano fino a Piazza Plebiscito. Un’altra zona per ricchi! Gente ancora più ricca, e pezzenti ben vestiti che andavano lì per sentirsi come la gente ricca. Come i padroni che li schiavizzavano. Proprio come se fossero dei Capos; Ebrei che in un campo di concentramento si vendevano alle SS, comandando e schiavizzando altri Ebrei.
E il prossimo a essere venduto sarei stato proprio io? Magari sarebbe stata Elisa a vendermi. O forse sarebbe rimasta indifferente mentre altri lo avrebbero fatto.
Intanto eravamo ancora lì tra quella gente. Parlando di tutto. Ridendo di tutto. Sì, parlando di tutto, tranne che di noi.
Noi forse non esistevamo neanche più. No, camminavamo mano nella mano. Parlando di quello che vedevamo. Deridendo ciò che vedevamo. Ma senza mai parlare di noi. Senza mai parlare del nostro futuro, neanche quando arrivammo verso la villa comunale, né tantomeno sul lungo mare. Quel posto dove mesi prima avevamo vissuto tanto bellezza. Tanto amore. Un sogno passionale che aveva travolto entrambi.
Ma improvvisamente qualcosa colpì la nostra attenzione.
Io la presi per la mano e la condussi verso una grata poggiata lungo il muretto di pietra che costeggiava il lungo mare.
Coppiette silenziose continuavano a camminare, cercando un modo per non sentirsi sole. Gente ben vestita che portava a spasso i propri cani. Alcuni che facevano jogging. Altri che camminavano e basta. Noi fermi davanti a quel reticolato arrugginito a cui erano attaccati centinaia di lucchetti. Piccoli lucchetti con sopra dei nomi scritti a pennarello. Nomi di coppie. Roba come “Noemi e Pako X sempre” o “Pukka e Fico X tutta la vita”.
Qualcosa di ridicolo! Qualcosa che deridemmo durante i primi giorni trascorsi assieme. Proprio come in quel momento. Noi due, finalmente assieme, toccando quei catenacci e ridendo, mentre il mondo attorno a noi neanche ci vedeva.
«Uh, questo è nuovo!» esclamò lei, toccando un lucchetto con su scritto “Minnie sei la mia vita, Mickey sei il mio amore”, con tanto di cuore vicino.
Io la raggiunsi. Afferrai il catenaccio e scoppiai a ridere.
«Cazzo! Questa se lo sarà anche sposato a Mickey» dissi «E di certo si fa sbattere da un altro»
Lei scoppiò a ridere. La gente attorno a noi continuò a camminare. Dall’altra parte della strada qualcuno parcheggiò una lussuosa auto innanzi a un albergo a cinque stelle. E noi ridemmo ancora, guardando un lucchetto con su scritto “Cucciolo e Cucciola uniti tutta la vita”.
E improvvisamente, come fosse sbucata dal nulla, eccola di nuovo. Lei! La mia Elisa. Il suo sorriso meraviglioso. I suoi occhi lucenti che mi guardavano come se fossi Dio. Le sue braccia attorno al mio corpo. Le sue labbra contro le mie. Baciandomi intensamente. Donandomi tutto il suo sapore, la sua essenza, forse, il suo amore.
Perché, cos’era successo? Come mai quel repentino cambiamento?
Era come se di colpo tutte le sue paure fossero svanite, e in lei si fosse riacceso il desiderio. La voglia di me. La voglia di vivermi.
Sì, il sole era tornato a brillare su entrambi. Quello era di nuovo il nostro mondo. Era di nuovo il nostro sogno.
Ma si sa, il sole prima o poi è destinato a tramontare.
Una volta a casa, infatti, benché lei fosse più rilassata, nulla accadde di ciò che mi aspettavo.
Sì, credevo di averla riavuta, ma quanto vissuto non era altro che uno sprizzo della vecchia Elisa.
Non annullò il biglietto, né parlammo minimamente dell’argomento. Nulla era cambiato! Lei domani sarebbe partita. Sarebbe andata via dalla mia vita, ancora una volta.
E ci sarebbe tornata? Sperai di sì, anche se a dire il vero, al di là di quel fugace bacio, tutti gli elementi erano contro di me.
Persino quella sera non facemmo l’amore, né tantomeno ci provai.
Dopo aver cenato ci mettemmo a letto. Guardando un film che ovviamente non finimmo di vedere. Così da trovarmi nuovamente a letto alle undici e mezza appena. Lei al mio fianco, stesa su di un lato, che dormiva beata come una bambina, mentre io stavo steso accanto a lei. Stringendola. Tenendola al sicuro. Mentre la fissavo con occhi spalancati, senza sapere cosa sarebbe successo. Senza sapere cosa ne sarebbe stato di noi. Tenendola stretta a me. Sentendo il suo profumo. Quel profumo che forse presto sarebbe diventato per me una condanna. Un veleno capace di annientare la mia vita.
Già, domani prima di pranzo sarebbe andata via. Sarebbe andata via dopo essere stata con me solo pochi giorni. Dopo essere stata con me, pur non essendoci per davvero. Non altro che un corpo gelido. Solo lacrime, dolore; solo concime per i miei dubbi. Solo un pugnale nel mio cuore.
E avevo ragione ad avere paura?
Non lo sapevo! Non riuscivo più a capire chi fosse; se la donna che non mi voleva più, beccata continuamente con quel cazzo di telefono in mano, oppure la Elisa che avevo rivisto nel pomeriggio, baciandola innanzi a quei dannati lucchetti.
Cosa pensare? Ma per quanto cercassi cosa fosse giusto pensare. Mentre pensavo a quali fossero le risposte a quei miei dubbi. Capii che forse non avrei mai avuto alcuna risposta, se non pazientando ancora. Attendendola. Nonostante quel dolore interiore che mi stava spezzando in due.
 
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Cercai di non darmi risposte da solo. Già ero troppo confuso di mio, data la sua freddezza. Ero confuso e imbarazzato al punto che persino nello spogliarmi mi sentii come se stessi innanzi a un’estranea. Io, che con lei giravo tranquillamente nudo per casa. Lei che mi stava quasi per scopare in un castello, o in un parchetto pieno di petulanti mocciosi.
E ora cosa rimaneva?
Solo formalità. Lei era sparita di nuovo. Tutto era formale! Come il suo commentare il mio pantaloncino, portato in un posto dove anche a Settembre si congelava.
Poi le trapunte che mi aveva portato su madre. Il letto in cui avrei dormito. Il balcone dove avrei potuto fumare.
Infime giunse l’ora di cena.
Ecco, eravamo a tavola. Per la prima volta a casa sua. Quella casa che avevo immaginato per mesi.
Era proprio come la immaginavo. Una grande casa, pulita e arredata con cura. Una grande casa dove regnava solo il silenzio.
Si sentiva quasi il rumore delle nostre posate. I passi di sua madre che, di tanto in tano, entrava in cucina per controllare se tutto fosse okay.
Era okay! Sì, tutto era formalmente okay. Tutto era civilmente pacato e ordinario.
Elisa stava seduta davanti a me, mangiando la sua insalata. Io mangiavo la mia. Nessun dialogo! Solo parole su quello che stavamo mangiando.
«Prendi la mozzarella. Vuoi del pane?».
Queste le uniche e sole parole che rimbombavano in quell’atroce freddezza che mi stava uccidendo.
Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
Elisa guizzò via, come se avesse paura di sfiorarmi. Come se la mia presenza fosse qualcosa di troppo in quel suo mondo.
E dov’era lei? Dov’era quel mondo?
Avrei voluto tanto entravi. Per quattro mesi avevo fatto di tutto per entrarvi, e ora ci trovavamo alla fine dei giochi.
Lei si mise a sedere sul suo piccolo letto, restando a testa bassa.
I capelli sottili come un velo le coprivano il suo volto triste.
Io la guardai. Poi mi guardai attorno. Guardai quella stanza simile a quella di una bambina: lenzuola dai colori vivaci, un parato color pastello, pupazzi e oggetti da donna ovunque.
Dove cazzo mi trovavo? Non era il mio mondo, quello. Che c’entravo io in quel posto? E cosa c’entrava lei? La mia Elisa! Lei che mi aveva sempre detto di detestare i peluche.
Chissà, forse in un modo o in un altro eravamo entrambi in gabbia. Ma divisi! Lei in una cella e io in un’altra.
Feci di tutto per entrare nella sua!
Mi avvicinai a lei. Mi misi a sedere al suo fianco. Su quella coperta dai colori vivaci.
Le presi la piccola mano e la strinsi. Le unghie erano sempre rosicate. Devastate come il suo sguardo.
Fece un sospiro. Finse un sorriso e si alzò di nuovo dal letto.
«Guardiamo Batman?» mi chiese, avvicinandosi a quell’altro letto, dove avrei passato io la notte; magari unito al suo.
I miei occhi si immersero nei suoi. Lei mi fissò ancora. In piedi. Con occhi languidi come se stesse piangendo.
Un ironico sorriso solcò il mio viso.
“Già, Batman!” pensai, facendo una smorfia cinica e ironica e chinando il capo.
In fondo che me ne fotteva di quel film. Non me ne fotteva di fare niente in quel momento, se non stare con lei; parlare, e capire dove stavamo andando.
Lei forse lo capì. O forse era stanca anche lei di quella situazione, e voleva mettere fine a tutto al più presto.
Si avvicinò a me e si mise a sedere. Eravamo faccia a faccia. Due super potenze pronto al conflitto. Pronte a distruggersi per sempre.
Ma nessuno dei due ebbe il coraggio di pigiare quel maledetto pulsante rosso.
Ci fu solo silenzio. Ancora silenzio. Proprio come quello in cucina. Proprio come quello che avvolge ogni coppia ormai finita.
Cercai di infrangere quel glaciale specchio di ghiaccio che ci divideva. Allungai la mano verso di lei. Gliela strinsi, e le accarezzai teneramente il viso con l’altra.
cielodicemento

Otto romanzi. Otto storie cruente, drammatiche, taglienti. Amore, passione, dolore, rabbia, speranza, illusione. Scegliete come farvi trapassare. Scegliete qualcosa di diverso dalle solite favolette.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!

AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.

UN CIELO DI CEMENTO
Una volta a casa mi trovai nel tipico appartamento spazioso e arredato con cura.
Ogni cosa al proprio posto. Mobili puliti. Un televisore da 42 pollici in un soggiorno lindo e pieno di oggetti costosi in ogni dove.
Ovviamente come prima cosa, fregandosene di noi e di tutto, il dottore si mise comodo e andò sul divano a guardare la TV.
Dio, avrei fatto anche io quella fine? Ecco cosa pensai, vedendo quella casa. Vedendo lui, mentre Elisa mi condusse nella sua camera.
Ed eccomi lì, quello era il mondo di Elisa. Era il mondo della mia donna.
Ed era come l’avevo immaginato?
Beh, in parte sì, in parte no. Per esempio la prima cosa che mi balzò all’occhio fu un mobile pieno di peluche.
Lei aveva detto più volte di odiare i peluche. Eppure quella stanza ne era piena. Una stanza da bambina, sì, ma tenuta in estremo disordine. Anche se si trattava di un disordine curato, in un certo modo. Un disordine quasi ricercato.
No, non c’erano bottiglie vuote per terra o mozziconi di sigaretta, come nella mia casa. Solo dei libri sparsi qui e là. Qualche foglio da disegno. Vestiti. Matite. E alcuni fumetti.
La mia attenzione poi si posò sulla porta della stanza, mentre Elisa si spogliava, mettendosi il pigiama, stranamente imbarazzata.
Sulla porta ci stavano diverse scritte. Perlopiù il nome di Eli. E ancora cose del tipo “Voglio vivere e non sopravvivere”, o frasi in inglese che significavano “Io sono viva”.
Già, di certo quando le fece, tempo fa, o magari anche solo di recente, l’aveva fatta sentire speciale. Ma a conti fatti cose di quel tipo in adolescenza vengono fatte da qualsiasi individuo.
C’è chi scrive il proprio nome su di una porta. C’è chi scrive parti di canzoni su dei mobili. C’è chi scrive i nomi dei propri idoli sulle mura di casa.
Io, per esempio, sulle mura di casa scrivevo passi della bibbia. Ma allora ero solo un adolescente. Ed Elisa, lo era ancora?
Cercai di non darmi risposte da solo. Già ero troppo confuso di mio, data la sua freddezza. Ero confuso e imbarazzato al punto che persino nello spogliarmi mi sentii come se stessi innanzi a un’estranea. Io, che con lei giravo tranquillamente nudo per casa. Lei che mi stava quasi per scopare in un castello, o in un parchetto pieno di petulanti mocciosi.
E ora cosa rimaneva?
Solo formalità. Lei era sparita di nuovo. Tutto era formale! Come il suo commentare il mio pantaloncino, portato in un posto dove anche a Settembre si congelava.
Poi le trapunte che mi aveva portato su madre. Il letto in cui avrei dormito. Il balcone dove avrei potuto fumare.
Infime giunse l’ora di cena.
Ecco, eravamo a tavola. Per la prima volta a casa sua. Quella casa che avevo immaginato per mesi.
Dio, era proprio come la immaginavo. Una grande casa, pulita e arredata con cura. Una grande casa dove regnava solo il silenzio.
Si sentiva quasi il rumore delle nostre posate. I passi di sua madre che, di tanto in tano, entrava in cucina per controllare se tutto fosse okay.
Era okay! Sì, tutto era formalmente okay. Tutto era civilmente pacato e ordinario.
Elisa stava seduta davanti a me, mangiando la sua insalata. Io mangiavo la mia. Nessun dialogo! Solo parole su quello che stavamo mangiando.
« Prendi la mozzarella. Vuoi del pane? ».
Queste le uniche e sole parole che rimbombavano in quell’atroce freddezza che mi stava uccidendo.
Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Cristo, ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!

VIOLA COME UN LIVIDO
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!

FOTTITI

Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.

Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.

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Ecco il mio ottavo romanzo, seguito di Affamata d’amore, Un cielo di cemento. Romanzo, come il primo, ispirato a una storia vera.

Mi misi a sedere su di una lercia panchina. Puzzava di piscio e sudore. Mi sembrava di stare a casa!
Quello squallore, quella tristezza, la merda dei piccioni su di una statua, bottiglie vuote per terra, e un gruppo di barboni stesi su dei cartoni.
Uno di loro si tirò su e diede un sorso a una birra in latta, nonostante fossero appena le otto del mattino. Gli altri due rimasero stesi. Qualche piccione volò su quel monumento decaduto. Io restai seduto a leggere e fumare, mentre lontano da quello scenario simile a una donna stuprata e poi gettata per strada a fare la puttana, il mondo scorreva veloce, insensibile, senza cogliere la bellezza dell’umana tristezza di cui facevo parte.
Ovviamente pensai a Elisa. Lei amava Carver! Quel libro era pieno di simili personaggi. Personaggi proprio come me. Dei pagliacci malinconici che ridevano di se stessi, morendo in una pozza di merda.
Ma un libro è pur sempre solo un libro. Lei avrebbe retto alla realtà o presto o tardi avrebbe cercato altro? Magari uno di quegli pseudo artisti che parlano di rinascite spirituali e altre cazzate simili. E forse avrebbe rinnegato ogni cosa. Gettato merda su di me. Vedendomi solo come un errore da cancellare.
Sospirai, alzando lo sguardo verso quei barboni stesi sui cartoni. Pensando a cosa ne sarebbe stato della mia vita.
Sarei stato davvero assieme a Elisa per sempre? Assieme alla figlia dello stimato dottore. Lei che non conosceva per davvero la fame e la disperazione. La strada. Essere derisa. Trattata solo come merda. Come un niente!
La vedevo così dura. Lei veniva da un mondo così diverso dal mio. Non aveva mai temuto per davvero di finire per strada. Le sarebbe, in fondo, bastato un colpo di telefono, e qualcuno l’avrebbe tirata fuori dalla merda.
Avrebbe mai accettato il compromesso come lo stavo facendo io? Mischiare i nostri due mondi. Proprio come in una favola della Disney.
Bah, favole, amore eterno; ma cosa cazzo mi stava succedendo?
Forse avrei fatto bene a lasciarla io. Già, perché a conti fatti, quanto può durare un amore?
È solo un gioco di ruoli. Né più né meno. Due sconosciuti che si incontrano e si scelgono, e vengono scelti: in fondo stessa cosa!
Delle parole. Qualche risata. Entrambi già sanno di star giocando in modo malizioso.
Cambiano gli schemi di approccio. Alcuni sono davvero squallidi, ripetuti mille volte con mille volti. Altri sono passivi. Subiscono il corteggiamento, si lasciando andare, e poi nasce quella cosa chiamata “relazione”.
Eppure, tutte cose già fatte. Tutte cose già dette, in un modo o in un altro. Persone reputate speciali e diverse, proprio come in passato furono reputate speciali e diverse altre persone. Sorrisi donati già ad altri esseri umani. A conti fatti, gli stessi complimenti. La stessa complicità. Magari segreti confessati già ad altre persone, ma spacciati come unici, così da donare all’interlocutore l’illusione di essere una persona diversa da tutte. Privilegiata. Scelta tra mille.
Poi ecco la fine. A volte indifferenza. Altre volte solo odio. Addirittura urla, ricatti, minacce, denunce. E poi ancora un altro volto: di norma per la donna è più facile, per l’uomo un po’ meno. Altre volte è il contrario: dipende dalle parti! Ma alla fine si ricomincia tutto daccapo. Finché l’età sopraggiunge. Ci si accontenta. Ci si adagia su un nuovo amore speciale. Si decide di dar vita a quel “per sempre”. E poi ecco che la staticità inghiotte tutto. Tutto diventa freddo, nauseante, volgare. Dapprima il disgusto. Lei che vede lui sempre più brutto. Lui che vede lei sempre più flaccida. Un odio profondo per gli assorbenti di lei, disgusto per il piscio sulla tavoletta lasciato da lui. Serate infinite in cucina a mangiare davanti a un televisore perennemente acceso.
Ed ecco che i bambini crescono. Non sono più cuccioli da coccolare, ma solo un peso che lega due sconosciuti.
«È solo colpa tua» urlerà lei «Tu non ci stai mai. Non sai fare il padre!»
«Io mando avanti questa dannata casa» strillerà lui «Che cazzo vuoi più da me?»
E nel mezzo, creature condotte al macello cresceranno imbottite di nauseante sangue, scoprendo lentamente le menzogne a loro raccontate quando erano ancora bambini. La menzogna di una vita felice e speciale. Proprio come quella sognata da due sconosciuti, ora assieme per forza. Nel tempo, non odiandosi nemmeno più. Provando solo qualcosa di peggiore. Indifferenza! Non altro che indifferenza. Un freddo glaciale. Un gelo che tutto avvolge. In un tempo indefinito. Finché la morte di uno dei due metterà fine a un amore mai stato.
Ecco, ecco la realtà. Quello sempre successo. Quello che sarebbe successo. Quello che succedeva proprio in quel momento, a pochi passi da me, in quel mondo di cui non mi sentivo parte. Sempre di meno, ormai.
No, ancora qualcosa mi legava a quel mondo. Ancora una speranza. La speranza che almeno una volta l’amore potesse essere qualcosa di bello. Qualcosa in cui credere. Qualcosa di diverso.
Chiusi il libro e guardai quei barboni. Rividi il mio volto che lei aveva scelto così com’era. Rividi il suo volto, e risentii le sue parole che mi tirarono fuori dalla mia indifferenza.
La prima volta che la vidi. Il suo fare arrogante. Il mio cinismo.
Poi la curiosità!
Chi era quella sconosciuta che si poneva così nei miei confronti? L’aveva già fatto con altri, forse. Magari era solo annoiata.
Io decisi di crederla. Forse lei aveva creduto in me.
Non lo sapevo. Potevo solo sperare. Sperare che tutto fosse vero. Che per una volta l’amore fosse qualcosa di vero. Che lei fosse vera. Che noi fossimo veri.
Ma fu inutile perdersi in quei pensieri. Nulla era cambiato. Il tempo era passato su di me. Alcune pagine lette. Dei mozziconi a terra. La latta vuota lasciata dal barbone.
Mi alzai da lì e andai verso la stazione. Mancavano dieci minuti alle nove e quindici. Il suo treno sarebbe arrivato alle nove e quindici! Lei sarebbe arrivata alle nove e quindici.
Avanzai tra la folla, emozionato come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola. Emozionato come un bambino la mattina di Natale. Emozionato come un uomo pronto a baciare per la prima volta una donna.
E l’avrei baciata, o avrei sfiorato solo un pezzo di ghiaccio?
Rimasi lì fermo sulla pensilina innanzi al binario. Attendendo. Guardando verso l’orizzonte, in attesa di quel treno. Tremando e sperando contemporaneamente.
Poi ecco qualcosa all’orizzonte. Era lei! Sì, lei era in quella massa di metallo che si avvicinava. Lentamente, da quel che sembrava all’occhio umano, ma in verità veloce al punto che passandomi innanzi fece sventolare la mia camicia.
Così raccolsi da terra lo zaino che avevo portato con me, a cui stava legato un sacco a pelo di quelli economici. Mi guardai attorno. Lentamente il treno si fermò. Alcune persone si avvicinarono a esso, aspettando che le porte si aprissero.
Io aspettai a mia volta. Camminando lentamente fino alla locomotiva e cercando di vederla da dietro un finestrino.
Non la vidi!
Le porte si aprirono. Alcuni volti scesero da quella tomba di metallo; una massa di carne pulsante rumorosa si accalcò attorno a me, defluendo come una cascata di sangue e viscere verso una direzione nascosta al mio occhio.
Mi feci spazio tra quell’ammasso di carne. Cercandola. Desiderandola. Ansioso e spaventato al tempo stesso.
Quando ecco che finalmente la vidi!
Era bellissima. Aveva addosso un vestito di cui mi aveva parlato. L’aveva comprato la settimana prima a Genova, andando lì con le ragazze. Disse che le metteva in risalto le forme. Ed era vero! Tremavo tanto era bella. Tanto la desideravo. Vedendola venire verso di me. A testa bassa e sorridendo. Forse emozionata proprio quanto me. E quando mi raggiunse alzò appena di un pò lo sguardo. Sorridendo. E in un attimo fiondandosi su di me.
La strinsi forte. Stritolandola d’amore e iniziando a baciarla. Sentendo le sue labbra muoversi al ritmo delle mie. Le mie labbra muoversi al ritmo delle sue. Le nostre lingue sfiorarsi, toccarsi, unirsi. Piccoli morsi sulle labbra. Dei sorrisi. Gli occhi chiusi. Il suo sapore. Il suo profumo.
Che diavolo era successo? Perché quel repetio cambiamento?
Sentivo il suo desiderio trasudare dalla sua pelle, fino a giungere nella mia. Sentivo la sua passione. La sua voglia. La sua felicità. Il suo amore.
Ecco, era di nuovo lei. Era la Elisa dei giorni di Napoli. Era lei, non c’era dubbio! E non m’importava il perché. Non m’importava niente, se non averla nuovamente lì con me. Davanti a me. Mentre mi baciava intensamente. Mentre mi donava se stessa. Finché ebbro di lei la strinsi con più forza e l’alzai da terra, cominciando a girare su me stesso. Vedendola sorridere come una bambina. Felice! Mentre il mondo attorno a noi scorreva insensibile. Meccanico. Senza percepire quella bellezza.
cielodicemento

Sette romanzi in circa tre anni. Amate scrittori come Carver, Bukowski, Palahniuk? Beh, allora questi libri fanno al caso vostro.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!

AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.

VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!

FOTTITI
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.

Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.

Immagine

Ispirato a una storia vera. “Affamata d’amore”.

Mi lasciai cadere su di lei. Stringendola. Sentendo il suo corpo nudo e sudato contro al mio. Ansimando e baciandola. Accarezzandole i suoi capelli fradici di sudore.
Lei sorrise ancora. Fissandomi, per poi stringere la sua testa contro al mio petto.
Non disse niente! Forse in quel momento le parole non sarebbero servite a niente. No, non c’era spazio se non per quei suoi baci. Per il suo star stretta a me come se fosse una bambina desiderosa di coccole.
Ero confuso! Ero come stordito, ma mi sentivo benissimo. Finalmente a casa! Lì stretto a lei, baciandola e accarezzandola. Nudo. Sentendo la sua pelle contro la mia. Il suo respiro contro le mie labbra. Vedendo i suoi occhi pieni di luce. Il suo sorriso trasfigurato da uno strano senso di gioia.
Le diedi ancora una carezza. Qualche bacio.
Il tempo si era fermato!
Poi ci fu una spinta. E ancora un sorriso.
«Ti avevo detto di starmi lontano» disse lei, ridacchiando e dandomi calci e spinte.
Io cercai di fermarla. Sorridendo come un bambino. Sorridendo come un coglione.
Ma era tutto bellissimo!
Bellissima la sua innocenza. Quel suo sguardo. Quel suo sorriso.
Già, lei per tutti era la troia del paese. Quella che era fuggita di casa per farsi sbattere da ogni povero stronzo. E io ero l’alcolizzato. Quello visto con disgusto da ogni brava persona nella città dove abitavo.
Davvero una bella coppia!
E noi sapevamo che da un momento a un altro saremmo potuti precipitare da quel grattacielo di gioia, sfracellandoci su di un cumulo di cadaveri. Sulla cruda e bastarda realtà.
Sì, era già successo per entrambi, e ne portavamo ancora le cicatrici sul petto. Eppure restammo lì fermi. Come due incoscienti. Persi in quella nostra illusione. O magari in un sogno.
Lei affondò di più le dita contro al mio petto, poggiandoci sopra il capo, mentre io continuai ad accarezzarla.
«Dio, me l’hai rotta! Sei davvero una furia» disse, sorridendo.
Io la strinsi più forte, baciandole la fronte.
«Dai, non sarà mica così grave. In fondo non è stata mica la tua prima volta.»
Ma fu una pessima mossa!
Lei rimase in silenzio. Muovendo le sue piccole dita sul mio petto e respirando contro al mio collo.
Ecco, la favola era finita, e quello era il momento della verità. Il momento del dolore. Di ciò che non viene mai narrato nelle favole.
Sentii le sue dita trapassare la mia carne. Il mio petto. Il mio cuore.
«Hai mai sognato di non essere te?» mi disse con un filo di voce, continuando a stringermi il petto.
Io l’accarezzai ancora. Senza risponderle. Percependo in me il suo dolore.
«A volte mi son vista come una fata o una principessa» riprese «sai, di quelle delle favole! Del tipo, vagavo per i boschi della mia città. Mi stendevo per terra. Fissavo il cielo. Le nuvole si muovevano prendendo tante forme, e attorno a me mi sembrava di vedere tante farfalle volare.»
Per un attimo restò in silenzio. Stretta a me. Come se stesse vedendo chissà cosa.
Percepii le sue dita conficcarsi nella mia carne, e il mio stanco cuore battere contro la sua mano.
«Neanche me la ricordo la mia prima volta!» aggiunse. «Era una festa. Una festa data da qualche stronzo del mio paese. Io a quel tempo bevevo e fumavo molto. Tutto, pur di evadere da quella mia famiglia borghese. E lui, quel tipo, mi piaceva molto. Sì, gli facevo il filo, ma lui era il tipico stronzo
tutto sport e che non cagava nessuna, se non per scoparsela.»
Alzò lo sguardo verso il mio viso. Mi sorrise con fare amaro. Poi mi diede una carezza, e chinò nuovamente il capo sul mio petto.
«Io ero ubriaca» riprese «lui mi portò in una stanza. E poi… Beh, poi… Poi fece quello che voleva fare!»
Ci fu ancora un attimo di silenzio. Io rimasi zitto. Accarezzandola. Desiderando con tutto me stesso d’incontrare quel bamboccio per fargli sputare i denti da bocca.
Ma a che sarebbe servito?
Lei aveva mangiato tanta merda. Io avevo mangiato tanta merda. Il mondo era in debito con noi, ma nessuno ci avrebbe mai ripagato.
Le diedi ancora una carezza. Lei mi sorrise ancora. Con fare cinico. Stringendomi. Cercando di seppellire nella mia pelle il suo dolore.
«Figurati che lo seppi dalla mia migliore amica» disse ancora. «Ci pensi? Sapere dalla tua migliore amica di essere stata sverginata. E prima che io lo sapessi, tutto il paese lo sapeva. Io ero una puttana! E neanche ricordavo niente. Non una minima cosa, per fortuna.»
La strinsi ancora. Sentii sulla mia pelle le sue lacrime, benché lei non continuò a far altro che sorridere. Sorridere in maniera amara.
Poi alzò lo sguardo verso di me. Mi accarezzò ancora e sorrise nuovamente, come se stesse vedendo il sole.
Sentii le sue dita contro al mio viso. I suoi polpastrelli sulle mie guance.
Era qualcosa di tenero. Di mai provato prima. Come un sogno che mi stava travolgendo.
Le mie delusioni di quand’ero bambino. Il mio essere deriso quando portavo lo zainetto da discount mentre tutti nella mia classe avevano lo zainetto della Standa. Mia madre sempre a dirmi che non valevo niente. Mio padre che non ricordava il mio nome. Quella sua famiglia che neanche la vedeva, mentre lei vagava nel nulla, lasciandosi sbranare da lupi. Invisibile. Come un qualcosa d’inventato.
Eppure, in quel silenzio, mentre la luce del sole ci travolgeva entrando dalla finestra, io non riuscii a dirle niente. A fare niente. Niente! Se non stringerla a me. Per permetterle di dimenticare.
Per dimenticare!
Fu così strano! Stare lì stesi. Abbracciati. L’uno conoscendo il dolore dell’altro.
Poi sentii ancora le sue dita nella mia carne. Un sorriso! Un balzo. Un calcio nel mio fianco.
Rimanemmo lì fermi. Stringendoci e scherzando. Finché lei si alzò. Si guardò a torno, e poi tornò a fissare me.
Ridendo, corse nuda fino alla mia camera da letto.
Io la seguii, e quando entrai lì dentro, la trovai davanti alla mia scrivania. Sfogliando i miei libri.
Li toccò a uno a uno, come se toccandoli potesse leggerli. Poi la sua attenzione si fermò su uno di essi.
Soffocare, era il suo titolo. E lei lo estrasse da quella massa di libri, sfogliandolo, e poi mostrandomelo.
«Questo è quello di cui parli nel tuo libro? Il libro che ti regalo Alessandra?»
Io annuii, avvicinandomi a lei e stringendolo.
«Figo!» esclamò, stando tra le mie braccia e continuando a sfogliare le pagine di quel libro. «Se ci pensi ho tra le mani lo stesso libro di cui hai parlato nel tuo romanzo. E non una copia qualsiasi. No, proprio lui. L’originale!»
Poi, silenziosa, continuò a sfogliare quelle pagine. Fissandole con attenzione, mentre io tenendola stretta contemplavo la sua bellezza. Quel suo essere come al di fuori del mondo. Capace di cogliere piccole ma meravigliose cose proprio come quella. Come quel piccolo particolare a cui forse io non avrei mai pensato.
Dopo meno di un minuto lasciò perdere quel libro, rimettendolo al proprio posto e tirandone fuori altri due. Li guardò attentamente, e poi girò il capo verso me, mostrandomeli.
«Ma questi sono sempre tuoi?»
«Non proprio! Ci sta un mio racconto in ognuno di essi.»
«Oh, mica male! Un romanzo su carta, altri sei in digitale, e poi due racconti in due diversi libri.
Non è mica da tutti!»
«Bah, non ci pago mica l’affitto con quel che scrivo.»
Lei si divincolò dalle mie braccia, facendo una smorfia e dandomi uno dei suoi piccoli calci.
«Il solito pessimista del cazzo!» disse, ridacchiando. «Ora, dai, fai il bravo e fammi leggere i tuoi racconti» aggiunse, stendendosi sulla coperta lasciata sul pavimento.
Si stese a pancia all’aria, incrociando le gambe come se stesse seduta, e tenendo ritto contro la sua faccia uno di quei libri, mentre l’altro lo lasciò al suo fianco.
Io mi misi a sedere sul letto. Accendendo una paglia e fissandola. Guardando quella sua stranissima bellezza. Il suo non imbarazzarsi a starsene nuda a leggere davanti ai miei occhi. Come se fosse normalissimo stare lì. Come se ci fossimo da sempre.
Dio, quell’immagine rimase impressa nella mia mente. Le sue forme, il suo sguardo attento, il suo essere così attenta a quanto da me scritto.
Poi, una volta finito, gettò quel libro a terra e afferrò l’altro, cercando il mio racconto.
«Certo che scrivi proprio bene!» disse, sfogliando quelle pagine in cerca dell’altro mio racconto.
«Lo so, piccolina.»
« Presuntuoso del cazzo!» esclamò sorridendo, e iniziando poi a leggere quell’altro racconto, mentre io rimasi seduto davanti a lei, fissandola, perso in quella sua bellezza.
Una volta finito di leggere, lasciò cadere quel libro sulla coperta, rimanendo stesa lì sopra. Nuda tra quei libri. Sospirando mentre fissava il soffitto.
«Dio, mi piace troppo come scrivi!» sospirò, come se stesse sognando. Come se stesse vedendo innanzi ai suoi occhi i personaggi delle mie storie. E forse anche me e Alessandra. O magari me e Violasan.
Poi, ecco che si alzò di scatto, mettendosi in piedi davanti a me.
«Ma che ore sono?» mi chiese.
Io non le risposi. Era mezzogiorno passato. Ma ormai il tempo non aveva più senso. Niente aveva più senso! Ci stavamo solo noi. Da soli. Nudi. Nel niente. Persi al di là delle nostre illusioni.
Restammo ancora un po’ lì, abbracciati e coccolandoci. A volte prendendoci a calci o sfottendoci.
Fu lei a prendere l’iniziativa!
«Dai, mollusco, pranziamo assieme che dopo voglio andare un po’ in giro. O hai da fare?» disse, tirandosi su. Piazzandosi in ginocchio sul letto e fissandomi con occhi ora pieni di vita.
Io restai a guardarla per qualche secondo. Dio, era bellissima! E mi stava entrando sempre più dentro. Proprio come una droga.
Chissà, forse nel tempo mi avrebbe avvelenato il sangue, facendomi crepare tra atroci sofferenze. Oppure quello strano e improvviso sogno sarebbe finito da un giorno a un altro. Magari domani, o forse dopodomani. Ma intanto, lei voleva stare con me. E stranamente, anch’io volevo stare con lei.
Già, andare in giro! Era una vita che non andavo in giro con una donna. Intendo, in un orario in cui ci fosse ancora il sole.
Sì, le donne amano sempre uscire alla luce del sole. Amano fare lunghe passeggiate, magari parlando di stronzate come il loro lavoro, i loro hobby, i loro sogni.
E io odiavo quelle cazzate! Soprattutto, odiavo vedere il genere umano alla luce del sole.
Eppure, sapevo che l’avrei fatto. Sapevo che sarei uscito con lei, magari andando in giro come due turisti. Forse mangiando addirittura un gelato o bevendo uno schifoso aperitivo.
Ma che cazzo mi stava succedendo? Avevo forse perso le palle?
No, non potevo ridurmi così solo per una sconosciuta. Non poteva davvero interessarmi a tal punto una che conoscevo da solo un giorno.
Era un fatto di pelle, né più né meno. Succede spesso quando c’è una forte intesa sessuale. Credi addirittura di amare una persona. Ne senti il bisogno. Credi di non poter fare a meno di lei, quando invece, non puoi far a meno solo della sua pelle. Di quella carne di cui sei innamorato. Di quella
carne che crea in te una dipendenza mille volte superiore a quella dell’eroina.
Sì, di certo era questo che mi legava a lei. Doveva essere questo! Non poteva essere altro.
Eppure, mentre lei mi tirava per un braccio e mi mollava pizzicotti, cercando di convincermi ad alzarmi dal letto, mi sentivo come mai prima. Sentivo un forte calore inondare il mio corpo. E il senso di soffocamento che provavo perennemente era come svanito di colpo.
Stavo bene! Ecco il termine giusto. Quel termine a cui non pensavo da anni, essendo un qualcosa di così lontano dalla mia vita.
Già, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue battute ironiche e pungenti sul mio conto, il suo essere un vulcano in eruzione.
Mi stava travolgendo. Mi aveva travolto!
No, no, no. Forse ero ancora in tempo! Ancora in tempo per fuggire da lei. Per fuggire da quello che presto o tardi sarebbe stato solo un ennesimo colpo al cuore di un povero e ingenuo fallito.
Succede sempre. Deve succedere prima o poi. Subentra la noia. Lei non ti guarda più con occhi pieni di luce. Parla sempre meno con te. E poi,
ecco che arriva quella dannata telefonata. “Dobbiamo parlare!”.
Una frase udita mille volte. Il sinonimo di un tradimento. Di una nuova umiliazione. Di un nuovo fallimento. Di una nuova morte.
La droga che ti dava piacere diventa veleno. I capillari si spezzano. Le vene esplodono. E tu rimani a terra, in una pozza di sangue. Solo un pezzo di carne maciullata.
Sì, succede sempre! A me era successo mille volte. E forse, se non fossi scappato, sarebbe successo ancora una volta.
Ma nonostante ciò, ero ancora lì. Lottando assieme a lei. Sorridendo. Stringendola. Baciandola.
E se la catena si fosse infranta? Se stavolta fosse andata bene?
Cazzo, mi passarono in testa termini ridicoli come “quella giusta”, o altre cazzate simili.
Ero diventato un bamboccio che credeva nelle favole, e magari le avrei regalato persino un mazzo di rose e avrei visto assieme a lei un film della Disney.
Già, mi sembrava persino di vedere i titoli di qualche sconosciuto giornaletto locale. “Scrittore emergente, noto per il suo stile violento e scurrile, di colpo cambia genere, abbracciando temi romantici e pieni di speranza. I lettori sono entusiasti! C’è persino chi l’ha ribattezzato Il nuovo Fabio Volo”.
Da farmi cadere le palle!
Ma neanche quella prospettiva mi frenò.
No, guardandola, mi sembrava quasi di vedermi in uno specchio. Vedevo la mia follia. Il mio non voler crepare come uno dei tanti mediocri al mondo. Il mio non fottermene di una casa al mare, di un’auto costosa, dei vestiti o di qualche merdoso reality.
Ecco, ero fottuto! Lei era entrata. E forse anch’io ero entrato in lei.
Eravamo entrambi nudi. Inermi. Forse spaventati. Eppure, nessuno di noi due riusciva a smettere di volersi. Eravamo travolti dalle stesse fiamme. Eravamo due pazzi incoscienti che stavano giocando tutto a una mano di poker, senza neanche sapere quali fossero le carte nelle proprie mani.
Ma sapevo di voler rischiare! Non capivo il perché. Sapevo solo di star bene. Quel termine mai usato. Quel termine che neanche conoscevo più.
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Avete voglia di innamorarvi? Avete voglia di una storia d’amore che non sia la solita patetica favoletta? Beh, ecco “Affamata d’amore”, un romanzo ispirato a una storia vera, e pubblicato dalla Damster edizioni.

Era una cosa scritta da lei. Qualcosa che parlava di lei. Pagine in cui stavano scolpite le sue lacrime.
Dio, quasi mi venne voglia di piangere!
Gli occhi diventarono lucidi. Sentii un forte nodo stringermi la gola. E un macigno contro al petto, così pesante che sembrava quasi mi stesse schiacciando la gabbia toracica.
Risentivo nella mia testa tutte le parole appena lette. Le vedevo nitide e in movimento davanti a me. Vive. Incisive. Lancinanti.
Il suo volto da brava ragazza squarciato da un doloroso sorriso, quando un crudele missile lacerava le sue membra.
Rividi il dolore da lei vissuto. Immobile. Un oggetto da usare. Una bambolina con cui giocare. Un peluche da fingere di amare.
Le sue lacrime invisibili. I baci dati per non urlare. Gli amplessi sopportati per non impazzire.
Solo gelo. Metallo glaciale. Un dolore ormai anestetizzato dalla rassegnazione. Dalla rassegnazione di essere sola. Un puntino microscopico in un mondo troppo grande. Un mondo di bestie affamate e senza occhi. Di fauni diabolici armati di lanciafiamme.
Sì, quello era il suo volto. Il suo vero volto. Un volto da bambina ferita celato dietro un sorriso iperattivo. Nascosto dietro il suo fare arrogante e pieno di sicurezza. Una bambola senza volto né nome. Un nessuno, per tutti. Solo un manichino! Qualcuno di mai visto. Qualcuno di mai conosciuto, e dunque mai amato.
La stavo vedendo. Finalmente la stavo vedendo! Come mai mi sarebbe stato concesso in mille amplessi. Come mai avrei potuto fare con mille baci.
Ero lì, nudo al suo fianco. Nudo come lei, mentre stretta a me conficcava le sue piccole dita nel mio petto.
Lasciai poi cadere la birra a terra, concentrandomi solo su di lei. Non pensando ad altro che a lei.
«Elisa» le dissi, con un filo di voce.
Lei alzò lo sguardo verso di me. Fissandomi intensamente. Guardandomi come se attendesse da me una benedizione o una condanna.
Ma non dissi nulla!
La baciai e poi la strinsi a me. Accarezzandola e baciandola ancora. Celando in me quel segreto. Non capendolo. Non accettandolo. Trattenendolo con tutte le forze che mi restavano in corpo.
Poi mi guardai attorno, senza neanche muovere un muscolo. Rimanendo lì accanto a lei.
La casa era davvero un cesso!
Cioè, non che fosse una novità. La mia casa era sempre ridotta peggio di un campo rom. Ma la cosa strana era che lei stava lì con me, e non mi stava rompendo le palle per mettere in ordine, né tanto meno per il mio bere e fumare.
No, il suo cielo non era più colorato di cemento, e nessun missile l’aveva penetrata per siglare un atto notarile.
Era libera. Libera di essere se stessa. E io ero libero di essere me stesso.
Lei poteva essere la stronzetta arrogante e dispettosa. Io potevo essere l’ubriacone asociale e cinico. Lei poteva essere la bambina fragile e desiderosa di amore. Io potevo essere tenero, senza timore di venir ferito.
Ci volevamo così. Ci andava bene. E forse quella era la vera magia. Ciò che ci faceva star bene!
Il non doverci affannare per reggere una maschera. Il poter star finalmente nudi l’uno al cospetto dell’altro. Senza temere di mostrare le nostre debolezze. Senza aver paura di essere noi stessi.
Poi mi uscirono delle parole. Forse stupide. Forse inappropriate.
«Parla del tuo ex?» le chiesi. E lei di colpo divenne seria. Affondando le dita nelle mie carni e poggiando il capo sulla mia spalla.
L’accarezzai ancora. Senza insistere. Senza pretendere una risposta.
Poi la risposta arrivò dal nulla. Dopo lunghi secondi d’attesa.
«Sì, parla di un mio ex. Ma non di quello di cui ti ho parlato.»
Io annuii, abbozzando un triste sorriso e accarezzandola.
«Mi dispiace!»
Lei alzò lo sguardo. Sorrise teneramente e mi diede una carezza sul viso.
«E di cosa?» disse, per poi poggiare la sua testa sul mio petto nudo. «In fondo tutti soffriamo. Chi più chi meno! E ormai non me ne curo neanche più.»
Sospirò, chiudendo gli occhi come se volesse piangere, mentre delicatamente accarezzava il mio petto.
«La gente ti osserva, ma non ti vede. Ti vogliono, ma per loro non sei che un oggetto. Un oggetto da usare, anche quando tu cerchi di aiutarli. E mentre ti usano, neanche vedono il male che ti fanno. Le violenze psicologiche recate, quando cercano di cambiarti. Le pressioni. Insulti celati. La pretesa di averti sempre e come vogliono, e di far di te ciò che vogliono.»
Sospirò ancora, aprendo gli occhi e fissando il vuoto davanti a lei.
«Nel tempo, pensi quasi di meritarle certe cose. Dunque ti ci butti a capofitto. Le alimenti, persino. E il risultato? Beh, tutti ti vedono come ciò che credevano tu fossi. Una da portare nel cesso di una discoteca, alzarle la gonna, e sbatterla contro la parete di un cesso per piantarglielo dentro. E tu non senti che delle spinte. Una, due, tre, dieci, al massimo venti. Poi non senti più neanche quelle! Senti solo il vuoto dentro di te. Un vuoto che ti stringe lo stomaco. Qualcosa che ti fa persino passare la voglia di mangiare. Perché sai di essere tu stessa il cibo! E ogni morso dato, ti ricorda i morsi che hanno dato a te. Da sempre! In ogni modo possibile.»
Si tirò su, mettendosi a sedere con le gambe incrociate e mantenendosi i piedini con le sue piccole mani.
«Da piccola, mio padre non c’era mai. Pensava solo a lavorare. E presto, pensai persino che avesse un’amante.»
Fece un attimo di silenzio, guardando il vuoto. Fissando i suoi piedi senza vedere altro che il nulla, oppure quel dolore che l’aveva plasmata.
«A volte neanche ricordava il mio nome» riprese. «Io lo odiavo! Odiavo lui e quella famiglia fredda in cui vivevo. Sentivo il gelo della formalità avvolgermi. La figura di mio padre opprimermi. Come se lui fosse un gigante, e io un niente incapace di raggiungerlo. Di raggiungere il grande e sommo Re della famiglia Pellino.»
Mollò i suoi piccoli piedi e lentamente si lasciò cadere contro la mia spalla. Protetta dalla mia stretta.
«Così, capisci di non essere niente. Nessuno! Qualcosa d’imperfetto. Qualcosa d’invisibile. E allora cominci a fuggire! Vuoi sballarti, dimenticare, non vedere, o forse urlare che esisti. E facendolo, ti metti nella merda. T’incasini sempre di più. Tutto diventa confuso. Sei sempre stordita. Non sai neanche cos’è vero e cosa e no. Non ti riconosci neanche più!»
Ansimò, stringendomi e accarezzando il mio petto.
«Poi accadde quello che già ti ho detto. A quindici anni. Solo la punta dell’iceberg che cresceva in me. E hai la conferma di non essere niente. Di non valere niente. E nello stesso tempo, quel vuoto che ti porti dentro aumenta a dismisura. Una voragine che nessun cibo può colmare. Al punto che cominci a rifiutare te stessa. A non volerti. A vedere la tua immagine distorta in uno specchio. A non capire neanche se esisti per davvero.»
Poi, rimase in silenzio. Tra le mie braccia. Stretta a me, mentre io l’accarezzavo.
Cosa stava cercando di dirmi? Cosa aveva vissuto? Quale dolore l’aveva spenta come una candela consumata?
Era quella la Elisa che avevo conosciuto? Quella ragazza pimpante, piena di vitalità. Quella ragazza che sembrava capace di frantumare il mondo. Quella ragazza che sembrava invincibile come Wonder Woman.
La sua baldanza era ormai svanita del tutto. Non restava che una bambina desiderosa di affetto, lì tra le mie braccia. Una bambina che forse avrebbe tanto voluto piangere. Una bambina che forse
avrebbe avuto bisogno di piangere!
Ma non ero suo padre, né tanto meno il suo psicologo o un cazzo di guru. Non sapevo neanche se fossi o meno il suo uomo. Non ero nessuno. Non ero niente! E come tale, non le chiesi niente. Rimasi lì fermo a stringerla. Stretto a lei. Desiderando solo di farla felice. Non di darle consigli! No, non di elargire inutili consigli. Ma solo di stare con lei! Vicino a lei. Senza pretendere niente. Senza chiederle di fare niente. Solo con lei! Senza lasciarla sola. Essendo presente. Essendo suo. Non lasciandola più sola.
Chissà, forse lei lo intuì. O forse, leggendo per davvero il mio romanzo, aveva imparato a conoscermi per davvero.
Le sue dita affondarono di più nella mia carne. Il suo volto si sollevò, portando le labbra contro le mie e sorridendo.
«Niente! Giusto?» sussurrò, come se avesse letto nella mia mente. «Proprio come nel tuo romanzo. Quando Alessandra ti mostrò il suo dolore. Quando tu le chiedesti cosa avesse, e lei ti rispose “niente”.»
Mi baciò dolcemente. La mia mano strinse la sua testa, e le dita s’insinuarono nei suoi capelli.
Poi si scostò di un po’. Sorrise ancora. Una strana luce brillava nei suoi occhi, e forse anche nei miei.
«E tu non volesti sapere di cosa si trattasse» riprese, accarezzandomi il viso e poi dando piccoli e delicati baci alle mie labbra. «Non volevi invaderla. Non volevi penetrarla. Non volevi cambiarla.»
«Beh, mi sembra normale!» le risposi, senza smettere di accarezzarla.
Lei adagiò il suo viso contro al mio e sospirò.
«No, non sempre lo è. La gente vuole sempre trovare un modo per salvarti. Non che a loro importi di te. A loro importa di essere migliori di te, riuscendoti a salvare. E non importa a quale prezzo! Ti vivisezionano pur d’imprimere in te il loro sigillo. Sono disposti a plasmarti. A dirti cos’è giusto e cos’è sbagliato. A fotterti la mente con il loro pensiero. A confonderti di più. Distruggerti di più.»
Lasciò cadere il capo sul mio petto, accarezzando delicatamente la mia pancia.
«Un tempo credevo anch’io di essere Dio!» riprese, chiudendo gli occhi, e senza smettere di accarezzarmi. «Pretendevo che tutti mi dicessero cosa avevano. Davo loro consigli. Inconsapevolmente per riempire quel vuoto che mi portavo dentro. E infine, facendomi sbranare da chi cercavo di aiutare. Ritrovandomi peggio di prima. Più confusa di prima. Più fragile di prima.»
Si alzò lentamente. Si mise a sedere, poggiando le mani contro la testa.
Rimase ferma per qualche istante. Mentre io l’accarezzavo. Desideroso di aiutarla. Desideroso di capirla. Desideroso di entrare nel suo mondo.
Poi tolse le mani dal viso. Si girò verso di me. Abbozzò un amaro sorriso e mi diede una carezza.
«Ho bisogno di un po’ d’acqua» mi disse, alzandosi dal divano. Mettendosi in piedi, nuda davanti a me. Piccola e fragile come una bambina. Simile a un piccolo gattino indifeso che miagola nella notte, senza essere ascoltato da nessuno.
La vidi allontanarsi lentamente. In quella lercia stanza, fino a uscirne.
Mi alzai dal divano. Afferrai la birra e le diedi un sorso, restando qualche istante in piedi a fissare l’uscio della porta innanzi a me. Come stordito. Frastornato dalle sue parole. Ancora trapassato dalla sua presenza. Dal suo essere. Da quel suo volto che finalmente avevo visto.
Mandai giù ancora altra birra. Poi raccolsi le sigarette dal divano. Ne ficcai una in bocca e l’accesi, per poi dirigermi finalmente verso la porta d’ingresso del soggiorno.
Raggiunsi Elisa in cucina. La bottiglia d’acqua era sul tavolo, assieme ai piatti sporchi e altra roba.
Lei era davanti alla porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip. E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale! Non è colpa tua, ma mia. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo.
Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
«Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta!» le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
«Marco, non è quello che credi» sospirò, afferrandomi di nuovo la mano. «Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi!»
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
«Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi» mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
«Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi.» disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.
Le strinsi forte la mano. Lei abbozzò un piccolo sorriso, mentre mi avvicinai a lei, stringendola e accarezzandola.
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