Tratto dal racconto “Katja”.

Katja aveva sedici anni e sapeva soltanto di non voler morire ancora una volta.
I suoi occhi color nocciola si perdevano negli sguardi di mille volti che si susseguivano velocemente fra palazzi, negozi e vetrine luminose addobbate a festa.
Il suo sguardo era una continua supplica d’amore, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere, forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.
Sul letto di morte l’aveva fissato intensamente con occhi senza vita come quelli di uno squalo, e le labbra erano serrate in una smorfia tremula, come se stesse faticando a trattenersi dal vomitargli dritto in bocca tutto l’odio che pulsava nel suo piccolo corpo.
Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo portare via da un cancro.
Ma la morte di suo padre non le aveva portato via dalla pancia i crampi che le laceravano l’anima, né le aveva ridato la sua infanzia, e il futuro ormai flebile come il respiro di un vecchio moribondo.
Quella morte non le aveva dato altro che l’immagine di una tomba svanita sotto cumuli di puzzolente e fredda terra.
Sentiva ancora i colpi sordi delle vangate contro la bara, desiderando di dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.
Ma non poteva fare nient’altro che fuggire, ancora una volta. Ormai Katja era solamente una bambola di vetro. Un piccolo tocco avrebbe potuto spaccarla in mille pezzi, come fosse una crosta al di sopra di una ferita ancora pulsante.
Ma lei non avrebbe mai permesso a nessuno di farla sanguinare. Non più. Non ancora una volta.
Camminava a passo spedito per le strade di Napoli illuminate dalle luci giallognole dei lampione, dai rettangoli di luce provenienti da antichi palazzi che cingevano una piazza adornata di festoni natalizi, e dai fasci di luce scagliati all’orizzonte da automobili che le sembravano tutte identiche, proprio come i volti delle persone che si avvicendavano in una soffocante orgia di carne.
Lei continuava soltanto a camminare, fissando i suoi piccoli piedi avvolti da scarpe di tela. Tesa al punto che nemmeno il freddo sembrava toccarla.
Ma ogni volta che una persona la sfiorava, il suo cuore sussultava fino a salirle in gola, e con uno scatto ferino si voltava, facendo volare in aria i suoi lunghi capelli biondi come fossero un drappo mosso dal vento.
Le sembrava di stare in un turbinio di occhi che la fissavano, e mani che cercavano di afferrarla.
Lei continuava ad andare avanti, sempre più veloce, come qualcuno che ha una meta da raggiungere urgentemente.
Soltanto che lei non sapeva dove andare.
Stava vagando alla cieca. Camminando spedita come se stesse fuggendo, quasi nascondendo se stessa in abiti da maschiaccio.
La gente l’attraversava come se lei fosse fatta d’aria, muovendosi in un rettangolo di cemento che avvolgeva la piazza centrale: un insieme di palazzi che si susseguivano in un gelido abbraccio attraversato da piccoli vicoli da cui provenivano le luci delle insegne di qualche albergo per puttane e viaggiatori, e nel mezzo, un intreccio di fili di ferro si ergeva su tubi metallici che come tronchi uscivano fuori dal cemento, sovrastando la nuova stazione della metropolitana e il brusio di voci, passi e lamenti nel mezzo di cui lei vagava andando avanti leggera come i rifiuti che volavano in aria mossi dal vento, osservando con occhio acuto e diffidente le coppie che si tenevano per mano, i vecchi lamentosi immobili davanti a qualche fermata d’autobus, le grasse donne vestite con abiti da mercato che uscivano da alimentari prossimi alla chiusura, lavoratori frettolosi che avanzavano urlando contro a un cellulare, e persone che fissavano le vetrine dei negozi, mentre negri dal volto arrabbiato e le membra stanche raccoglievano le proprie bancarelle e bustoni di plastica, pronti a svanire in dei vicoli come fossero delle blatte.
Oltrepassò una donna che teneva stretta la mano della propria bambina. Una folata di profumo di marca la travolse, e la voce della bambina risuonò nei suoi timpani: «Mamma, mi compri un giocattolo?»
Katja chiuse gli occhi e strinse i pugni. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte si muovevano sul freddo cemento, e lei cercava di non sentire il profumo di torrone e di dolci provenienti da una piccola pasticceria dalle vetrine luminose, né di vedere i festoni colorati e lucenti che adornavano i palazzi, sovrastando le luci giallognole dei lampioni e i fari delle auto.
Svoltò in un vicolo, in fretta, come un topo che fugge udendo dei passi.
Il vicolo era buio, illuminato appena dalle luci di qualche finestra da cui si udivano le voci dei televisori, rumori di posate contro dei piatti, e alcuni africani che parlavano come se stessero litigando.
Affrettò il passò, guardando soltanto in avanti, mentre ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e vecchie balconate identiche fra esse, e ovunque cumuli di rifiuti marcivano appestando l’aria già di suo fetida di vecchio e muffa.
Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
Lui sbuffò e gettò la sigaretta a terra.
«Non hai un posto dove andare, vero?»
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Davanti ai suoi grossi occhi color miele, Bianca non vedeva altro che volti susseguirsi in un’orgia di facce, bocche, occhi.
Sembravano tante sagome. Le passavano velocemente davanti senza nemmeno vederla, mentre lei, incapace di sorridere, tendeva loro la sua piccola mano, fissandoli con pupille impregnate di un dolore inumano.
Sembrava avesse perso tutto, persino la vita, e ormai ridotta a un corpo svuotato da ogni goccia di sangue stava lì ferma, al freddo di dicembre, coperta da alcuni stracci dai colori disparati: l’immagine vivente di un bestiale senso di colpa che travolge nel cuore della notte un assassino.
Stava urlando, Bianca, ma nessuno la vedeva. La gente che le passava davanti, benvestita, in coppia o in gruppo, entrando e uscendo dai negozi del Corso Umberto non vedeva altro che una ragazzina dagli occhi tristi, mentre lei tendeva loro la mano, simile a un cane che elemosina un pezzo di cibo guardando un uomo che mangia voracemente.
Non capivano che Bianca li odiava tutti. Li aveva odiati da sempre, dal primo giorno in cui si era trovata per strada: ormai non più una ragazzina quattordicenne come quelle che vedeva passeggiare sorridenti per strada, ma soltanto una bestia sporca di cui avere pena, oppure di cui provare disgusto.
Il vento si muoveva fra i suoi capelli color terra, facendoli dimenare come un drappo attaccato a un’asta.
Lei tirava continuamente su con il naso tanto faceva freddo, respirando la puzza dei tubi di scappamento delle auto e sentendo in bocca disgustosi muchi.
Sentiva il proprio corpo tremare, avvolto da un brusio di voci, tenendo la mano sinistra stretta nella tasca di un enorme maglione di lana che puzzava di chiuso, mentre l’altra era ormai ridotta a una statua di ghiaccio, tesa contro un’umanità che nemmeno la vedeva.
Ogni volta che un viso le passava davanti lei bisbigliava qualcosa. Non parlava nemmeno più. Muoveva soltanto le labbra in una dolorosa supplica di pietà.
A volte qualcuno si fermava. Il più delle volte invece la ignoravano, attraversandola come fosse soltanto uno spettro privo di forma. Altre volte ancora le facevano persino una carezza prima di darle una moneta, proprio come fosse un cane. Ma alla fine tutti andavano via, e lei restava per strada, ancora da sola.
Tese ancora la mano destra e strinse la sinistra nella tasca, tremando dal freddo. Una donna ben vestita le passò davanti, avvolta da una pelliccia e travolgendola con una folata di profumo di marca.
Lei non aveva mai portato alcun profumo. Spesso si chiedeva persino come fosse la sensazione di un profumo al contatto con la pelle.
Spesso aveva sognato di essere come una delle tante ragazze della sua età, ma si era sempre ritrovata per strada, incapace di sorridere, vedendo le persone vivere mentre lei, come se non fosse nemmeno un essere umano, doveva supplicare qualcuno per sopravvivere.
Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tendendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta, mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente una volta tornato a casa si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo.
Non era diverso da un altro bambino visto da Bianca, forse di appena otto anni e che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano con le unghie.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita, né a Natale né in qualsiasi altro giorno.
Da quando sua madre era morta per colpa di un’infezione diffusasi velocemente nel suo corpo, causata da un’appendicite mal curata, nessuno le aveva mai preparato più un dolce per Natale, né aveva avuto alcun regalo.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, e ormai, vedendo quel bambino sorridente davanti a lei, non se ne chiese nemmeno il motivo: era così è basta, da sempre, e lo sarebbe sempre stato.
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Raggiunse il lavello, e una massa nera di mosche volò via in aria, lasciando davanti a lei un cumulo di piatti sporchi che puzzavano come una bocca colma di denti marci.
Bianca sciacquò appena un panno e poi tornò subito da sua nonna, poggiandoglielo contro la fronte e accarezzandola ancora, prima di alzarsi, brutale come una frustata, rivolgendo lo sguardo ardente di collera contro suo padre.
Lui non la guardò nemmeno. Dimezzò la bottiglia con un sorso e accese subito una sigaretta, incurante della nebbia di fumo che si addensava nell’aria, e dei colpi di tosse che di tanto in tanto esalava la vecchia, come se ormai fosse la sua unica voce.
«Deci ce vrei să faci?» esclamò Bianca, rivolgendosi a suo padre e fendendo l’aria con una manata.
Ma ancora una volta l’uomo non si voltò. Mandò giù un sorso di birra, e una nube di fumo gli coprì il volto.
Bianca, con una forza che sembrava impossibile potesse albergare in un corpo tanto piccolo, si fece avanti verso di lui, sbattendo le mani contro la tavola e urlando: «Ma tu vuoi che lei morire?»
Suo padre non la guardò nemmeno, e mentre nonna Dumitra tossiva, al di là di un drappo rosso sporco una piccola voce, leggera come un sussurro, si mosse timida nella stanza.
«Bianca?»
Il volto di Bianca guizzò a destra, veloce come una folata, e i suoi occhi scavarono nel buio come fari nella notte.
Corse verso di lei. Nuta, in pigiama, scalza e sporca in viso stava ferma davanti la tenda che separava la camera da pranzo e la cucina dalla camera da letto.
Bianca l’afferrò e la tirò su, come se lei stessa non fosse ancora una bambina, proprio come quella che stringeva fra le proprie braccia.
«Comoara mea» le sussurrò quasi in bocca, tenendole stretto il viso al suo come fosse davvero il suo tesoro.
Si voltò con scatto verso suo padre, ma lui nemmeno si voltò.
Tornò a guardare la piccola Nuta che, confusa, muoveva gli occhi fra lei, sua nonna e suo padre, capendo sempre meno quanto stava accadendo in quella casa.
Bianca le accarezzò i riccioli castani e le diede un bacio sulla fronte.
«Ora andiamo a disegnare, che dopo Bianca tua preparare cena.»
Il volto di Nuta fu rigato da un dolce sorriso, e nel vederlo Bianca ebbe voglia soltanto di piangere, ma finse di sorridere a sua volta, come se lei da sola, in quella casa ormai ridotta a un cimitero dove tutto stava marcendo, potesse salvare quella piccola bambina, e sua nonna.
Suo padre, girato di spalle, sembrava un muro lugubre e fetido di piscio, posto innanzi a ogni finestra da cui potesse passare un po’ d’aria, e la minima speranza.
Portando Nuta nella loro stanza, Bianca ebbe soltanto paura che lei potesse fare la sua stessa fine.
Già di mattina suo padre la portava in giro per centri commerciali o nei vagoni dei treni in partenza a chiedere l’elemosina.
Presto, cosa le avrebbe fatto fare?
Si passò la mano fra i piccoli seni, accarezzando con l’altra Nuta che, stesa sul loro lettino coperto da lenzuola sfatte, colorava un blocco di disegni che lei le aveva comprato, assieme a pastelli e pennarelli.
Un maiale era giallo, un cane era rosa e un elefante era verde.
Bianca continuava a osservarla, e ogni volta che Nuta finiva un disegno glielo mostrava, cercando in lei un sorriso che non avrebbe mai più avuto da quella madre che ormai nemmeno più ricordava.
Era lei la mamma di Nuta, e Bianca lo sapeva, ma non sapeva invece cosa fare per salvare quella sua bambina.
«Sta qua buona, ora vado a preparare cena» le disse. E Nuta annuì soltanto, senza guardarla, sorridendo di un sorriso candido, mentre colorava di rosso un coccodrillo, e Bianca faticò a trattenere le lacrime nel guardarla.
Ebbe quasi paura di lasciarla da sola. Avrebbe voluto stringerla, restando lì a letto assieme a lei, avviluppate come due cuccioli in una cesta.
Ma sapeva di non poterlo fare. Nemmeno arrendersi le era concesso.
Tornò in cucina. Sua nonna ora dormiva, russando pesantemente, quasi stesse soffocando. Davanti a suo padre le birre erano diventate cinque, e la sesta la teneva in mano, rosso in viso e fissando il vuoto con occhi lascivi, colmi di chissà quale depravata fantasia.
Bianca si abbottonò la lampo del maglione fino al collo. Arrivò ai fornelli, e il frastuono dei piatti iniziò a vibrare nell’aria assieme all’acqua corrente.
Suo padre la spiava mentre puliva. Lei si sentiva i suoi occhi incollati addosso, fino nella sua più intima cavità.
Sbatté con forza le pentole nel lavello e iniziò a pulirle con una foga isterica, quasi volesse con quel fracasso coprire tutto: suo padre, il suo sguardo, e la casa stessa.
Ma quegli occhi le restavano incollati addosso, quasi fossero una seconda pelle che ormai, dopo anni, non poteva più togliersi dalle carni.
Rassegnata al fetore, agli sguardi, e a suo padre, finì di lavare i piatti e poi iniziò a cucinare.
Le mosche si scagliarono comunque contro al lavello, ronzando sui residui di cibo marcio emanati dalla tubature che colavano sotto al mobile, e nell’aria si sentiva ora un profumo di carne bollita in un brodo di verdure.
Bianca sembrava una vedova dolorante ferma davanti a una lapide illuminata soltanto da pochi lumini. Si muoveva lentamente, girando il mestolo nella pentola e sentendo ancora gli occhi di suo padre su di lei, quando poi, non potendone più, gettò con un gesto ferino il mestolo nella pentola e si voltò verso suo padre, strepitando: «Ma hai deciso di farla morire?»
Lui ora non la guardava più. Fissava soltanto la sigaretta fra le dita ingiallite, portando di tanto in tanto la bottiglia contro le labbra gonfie e bagnate.
Ora era lui a sentire gli occhi di Bianca fin dentro la sua più intima cavità, come se stessero grattando contro al suo petto in cerca di un cuore, o una traccia lontana di umanità.
Finì la birra e la lasciò sul tavolo, alzandosi, stanco e pesante e senza guardarla, rispondendole: «E chi la porta? Tu, senza documento?»
Sorrise e sputò a terra, borbottando: «Idiot!»
Raggiunse il frigo, scrutato dagli occhi di sua figlia che sembrava un animale pronto a saltargli al collo.
Ma lui non si mosse. Sapeva che lei non avrebbe morso: i denti ormai glieli aveva spaccati a colpi di pugni, e così l’anima, e ogni briciola di resistenza albergasse ormai in quel corpo diventato soltanto una bambola di pezza.
A Bianca non restò che voltarsi, continuando a cucinare, mentre lui afferrata un’altra birra tornò al proprio posto, immobile e apatico come una bestia che vive soltanto per mangiare e dormire.
Alcune lacrime di Bianca caddero nel brodo, ma lei si asciugò alla svelta il viso, sapendo che se suo padre le avesse viste l’avrebbe presa a schiaffi, proprio come l’ultima volta che aveva pianto perché non voleva andare per strada. E ancora un’altra volta in cui non voleva…
Ma che importava!
Tanto, quelle lacrime disperse nel brodo nessuno le avrebbe mai percepite, come nessuno avrebbe mai sentito il dolore che Bianca provava nel grembo, costretta a continuare a cucinare mentre, lo sapeva ormai, sua nonna stava morendo a pochi passi da lei.
Stava morendo proprio come era morta sua madre, abbandonata in un letto, con Bianca affianco che le accarezzava la fronte mentre lei, dolorante, sforzandosi di sorridere le sussurrava: «È soltanto un po’ di febbre.»
La portarono in ospedale quando ormai era troppo tardi: quando ormai aveva perso del tutto i sensi.
Suo padre non ci andò nemmeno, per la paura dei documenti. Mentre sua madre moriva accanto a lei ci stava soltanto Bianca, accompagnata da un vicino attirato dalle urla sentite poco prima in casa.
Forse per sua nonna non sarebbero nemmeno andati in ospedale.
Mentre a tavola, accanto a sua sorella Nuta, Bianca osservava suo padre ingozzarsi voracemente, pensava al momento in cui sarebbe successo: il giorno in cui si sarebbe svegliata, vedendo sua nonna stessa sul letto con occhi spalancati e la bocca aperta, e le mosche contro al suo corpo che in poco tempo avrebbe iniziato a puzzare di decomposizione.
Forse suo padre l’avrebbe gettata fra i rifiuti, come la carcassa di una cane, e tutto sarebbe tornato come prima, come se niente fosse successo.
Avrebbe voluto ucciderlo, ma continuò a mangiare, in silenzio, proprio come sua sorella, lì a quella tavola in cui non era concesso nemmeno sorridere, ma si udiva soltanto il rumore dei denti che masticavo il cibo e delle posate battere contro ai piatti.
Quando sua madre era ancora viva, lei e Bianca parlavano sempre a tavola, e perlopiù in rumeno, visto che Dragomir lo capiva poco, conoscendo maggiormente il dialetto Rom della borgata in cui era cresciuto.
Quando lui le vedeva ridere dava sempre un pugno sulla tavola, e loro capivano che quello era il momento di smetterla, e tornare al cupo silenzio di quella casa in cui soltanto lui era il padrone.
Da anni il padre di Bianca non aveva più avuto bisogno di battere il pugno sulla tavola per farla stare zitta. Ormai nessuno osava più parlare in quella casa. Nessuno osava essere meno di quanto desiderato da lui, compresa la piccola Nuta.
Finita la cena, Dragomir si vestì alla meglio e uscì, forse per andare a bere, o forse per andare a donne, usando i soldi portati da Bianca e quelli guadagnati grazie alla piccola Nuta.
Bianca e Nuta rimasero stese sul letto accanto alla nonna, come se lei potesse vederle, mentre Bianca continuava ad accarezzare i capelli di Nuta, vedendola ancora una volta colorare, e sperando che quei capelli potessero un giorno tornare profumati come quando sua madre glieli lavava.
La guardò più volte in viso. Nuta aveva occhi grossi e intensi, come se in essi si stessero muovendo mille sogni, fantastici quanto gli animali che continuava a colorare.
Nuta indicò un ippopotamo rosa con il dito, guardando Bianca e sorridendo.
«Ittopotamo»
Bianca sorrise e le baciò la fronte.
«Ippopotamo» replicò, accarezzandole il viso.
Lei guardò il disegno colorato, poi guardò Bianca. Mosse le labbra senza parlare, e infine esclamò fiera e ridente: «Ippopotamo!»
Bianca la strinse forte. Lei scoppiò a ridere, e poi stretta a lei in un carnale e intimo amore, le sussurrò contro le labbra: «E nella lingua di mamma, come si dice ittopo… ippopotamo?»
Gli occhi di bianca si gonfiarono, le pupille diventarono lucide, e nella retina la luce portava soltanto l’immagine di Nuta, ancora stretta fra le braccia della loro mamma.
Le diede un candido bacio sulle labbra e le sussurrò contro al nasino: «Hippo.»
Lei scoppiò a ridere, abbracciandola e strepitando: «Hippo! Hippo! Hippo!»
Poi entrambe precipitarono sul letto, accanto alla loro nonna che non dormiva né era sveglia.
Gli occhi di Nuta si posarono sul viso di sua nonna, ora confusi, e accarezzandole il viso mosse le labbra come se volesse chiedere qualcosa.
Ma Bianca, chiudendo gli occhi, nascondendo se stessa dietro a un sorriso, e con essa un dolore così lancinante da spaccarle la pancia, tirò a sé Nuta dicendole soltanto: «Viene, dai, lasciamo nonna dormire.»
La mise a letto e si stese accanto a lei, accarezzandola ancora, cercando di percepire il profumo della pelle di sua sorella, e non il tanfo di sudore e fumo di cui era impregnata la stanza.
Prima che Nuta si addormentasse, la sentì sussurrare: «Mamă.»
Una lacrime cadde sul cuscino di Nuta, ma Bianca si asciugò subito gli occhi, baciando lei sulla fronte e poi tirandosi su, prendendo un quaderno e una penna dal proprio zainetto e chiudendosi nel bagno.
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Tratto dal racconto: “Il profumo dei pastelli”.

Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tenendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente, una volta tornato a casa, si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo; proprio come un bambino di otto anni che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo, e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita.

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Tratto dal racconto: “Il profumo dei pastelli”.

Quando aprì la porta respirò un nauseante tanfo di scoreggie e sudore, a cui ormai era abituata, addensarsi quasi liquido contro mobili sfasciati illuminati soltanto dalla luce di una lampadina appesa a un filo, penzolante al punto da far danzare le ombre in tutta la camera.
Entrò in casa senza dire una sola parola. Suo padre stava seduto davanti a un tavolo di legno su cui erano poste tre bottiglie grandi di birra ormai vuote.
La quarta la teneva in mano, e ora lentamente la beveva, in un silenzio che pareva assordante, scrutando con attenzione ogni passo di Bianca.
Lei cercò di non guardarlo, per quanto fosse possibile in quel misero buco, perché ogni parte di quell’uomo le faceva schifo.
Aveva addosso i jeans di sempre. Il maglione che indossava riusciva a malapena a coprirgli l’enorme pancia, ed era colmo di scatarri e di certo, Bianca lo sapeva, anche di macchie di sperma: visto che quando si masturbava non si curava affatto della vecchia Dumitra che giaceva in un divano a letto in quella stessa stanza, né di Bianca e la piccola Nuta che dormivano nell’altra stanza, in un lettino quasi appiccicato al suo.
Quando capitava che uscissero per andare in bagno, o per prendere un bicchiere d’acqua, lui non si copriva nemmeno: si fermava appena, stringendo ancora il proprio membro e borbottando qualcosa.
Stavolta aveva dovuto finire da poco di farlo, perché i pantaloni erano ancora slacciati, e alcuni fazzolettini di carta giacevano a terra davanti ai suoi piedi nudi, sfiorando le sue lunghe e sporche unghie verdognole.
Bianca lo oltrepassò, andando in fondo alla stanza, verso sua nonna.
Udì la voce roca e bassa di suo padre bisbigliare verso il nulla: «Cățea mică», ma lei non si voltò nemmeno. Si chinò verso sua nonna, e le sorrise accarezzandole i bianchi cappelli umidi di sudore, fissandola in occhi che non sembravano più nemmeno vivi, ma persi in un nebbioso torpore.
Le cornee erano pallide come il volto di un morto, e in esse brillavano appena due minuscole pupille ridotte a sottilissimi spilli.
Bianca l’accarezzò ancora, sussurrandole contro al volto imperlato di sudore: «Bunică?», sperando che stavolta, come di rado era capitato negli ultimi giorni, lei potesse ancora sentirla.
Ma lei non si mosse. I suoi occhi continuarono a fissare il soffitto, come se stessero osservando qualcosa di terrificante, e le sue labbra tremule, ormai del tutto striminzite, si muovevano simili a quelle di Bianca quando per strada chiedeva l’elemosina.
Le diede un piccolo bacio sulla fronte, sentendo contro al naso puzza di carne marcia, ma senza curarsene.
Muovendo le labbra contro al viso cereo e rugoso di lei le sussurrò: «Bunică, mă asculți?»
Ma lei non la stava sentendo. Non sentiva più niente, proprio come Bianca non sentiva ormai nulla di vivo in lei.
Tutto era morto nella sua pancia, come se le avessero strappato lo stomaco, i polmoni, il cuore, l’utero.
Ora le stavano strappando via anche sua nonna, e suo padre, fermo davanti al tavolo non faceva niente.
Si udivano soltanto i sorsi dati alla bottiglia echeggiare nella stanza, e mentre lei accarezzava ancora il volto di sua nonna, suo padre ruttò come un animale, e lei, tenendo immobile la piccola mano sul capo bagnato di sua nonna, strinse gli occhi e serrò le labbra, cercando di contenere tutto l’odio animalesco che le picchiava nel petto.

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