Tratto dal racconto “L’ultima estate del mondo”.

Quando Edoardo tornò a casa, suo padre era rincasato da poco.
Erano le sette di sera, quel giorno aveva fatto soltanto un’ora di straordinario, ed esausto se ne stava su di un vecchio divano a bere caffè mentre guardava il telegiornale.
Le luci erano spente per fare economia, e lo sarebbero state finché il buio non fosse stato talmente pesto da obbligare la madre di Edo ad accendere la luce.
Edoardo andò avanti a passo lento, come sempre, muovendosi in un piccolo soggiorno ordinato quanto una reggia e illuminato soltanto dalla luce blu elettrico del televisore, e da lame di luce provenienti dalle tende davanti al balcone.
Vide suo padre. Aveva la camicia sbottonata da cui usciva fuori la sua grossa pancia, e i piedi in una bacinella d’acqua: ciò voleva dire che aveva passato tutte nove ore a lavoro in piedi, probabilmente davanti a quel macchinario che lui chiamava il torchio.
Dopo cena, fumando una delle sue poche sigarette giornaliere, suo padre avrebbe raccontato ancora una volta alla propria famiglia la sua giornata di lavoro, e tutti avrebbero finto di ascoltarlo.
Intanto Edoardo continuò ad avanzare, a passo felpato, tenendo d’occhio suo padre mentre le immagini di parenti mai conosciuti lo spiavano da fotografie in bianco e nero poste su alcuni mobili.
Si fermò un attimo davanti la tavola tonda di mogano al centro del soggiorno. Osservò di nuovo suo padre, poi sfilò una banconota da dieci dal portafogli poggiato sul tavolo, e prese due sigarette dal pacchetto di Multifilter accanto a esso.
Andò verso la porta che conduceva al corridoio, mentre dalla TV la voce di un presentatore disse con tono gelido che a Pimonte undici ragazzi minorenni avevano violentato una ragazza di quindici anni, e che erano stati scarcerati.
Suo padre non batté ciglio. Dalla cucina si udirono rumori di pentole e piatti muoversi nel lavello, e in un attimo il presentatore passò alle notizie sportive.
Edo passò davanti la porta della cucina, andando verso la propria camera, e sapendo che, diversamente da suo padre, sua madre avrebbe fiutato la sua presenza, come se non attendesse altro: simile a un cane che drizza le orecchie appena sente il proprio padrone parcheggiare l’auto.
«Guarda che fra un’ora è pronto. Lavati prima di venire a tavola.»
«Sì mamma» gli rispose, come lei senza nemmeno guardarla.
I loro occhi non si incrociarono nemmeno: sua madre continuò a lavare i piatti, mentre la cena cuoceva sul fuoco, e lui andò verso la propria camera, come il più mite bambino al mondo.
La stanza era pulita e il letto rifatto, proprio come ogni giorno. Sulle mura non ci stava un solo poster, ma soltanto fotografie di famiglia.
Diverse volte, quando Checco era andato a casa di Edoardo, vedendo quelle foto l’aveva preso in giro dicendogli: «La mamma ti costringe a tenere le foto di quando eri il suo cucciolotto?», ma ogni volta Edo l’aveva stroncato rispondendogli: «Almeno io ho delle foto di quando ero bambino, tu?»
Eppure in quel momento, proprio come sempre, guardando quelle foto non riusciva a ricordare i giorni in cui suo padre l’aveva tenuto in braccio, sorridendogli, né le volte in cui i suoi genitori si erano tenuti la mano, tenendo lui nel mezzo di un abbraccio come fosse un trofeo da esibire.
Lasciò quelle foto, come ogni giorno, e andò verso la scrivania.
Sua madre aveva di nuovo ordinato i libri di scuola, i fumetti, e aveva sistemato i modellini d’auto per ordine di grandezza.
Edoardo, ebbe voglia di gettare per aria libri e macchinine, ma rimase tutto lì, aprendo il cassetto della scrivania e alzandolo, portando alla luce un doppio fondo pieno di pacchetti di sigarette, monete e banconote sgualcite, coltelli e riviste porno.
Mise lì dentro sigarette, soldi e il coltello che aveva in tasca. Prese una rivista e la nascose sotto la maglietta, per poi risistemare il mobile e andare verso il bagno.
 
Francesco era appena rientrato a casa. La Tv era a tutto volume, proprio come sempre, e nell’aria si respirava un’asfissiante puzza di chiuso e di fumo di sigaretta.
Andò avanti lento nel corridoio. Man mano che avanzava risate si intrecciavano a parole inarticolate provenienti dal tinello, diventando sempre più nitide, e la luce di un neon illuminava un parato ingiallito e una foto del matrimonio dei suoi appesa al muro, piegata verso sinistra.
Passò davanti la porta del tinello. La risata ubriaca di suo padre si mischiò a quella di un attore.
Lo vide scalpitare su di un divano, in mutande e canotta, ridendo mentre teneva una latta di birra nella mano destra e la sigaretta fra le dita della mano sinistra.
Lo guardò ancora. Poi vide quattro latte di birra per terra, ai piedi del divano, e un cumulo di mozziconi di sigarette in un posacenere a forma di elefante che sua madre amava tanto.
«Non ti sembra che ti somiglia con queste adorabili orecchie?» le aveva detto una volta sua madre, mostrandoglielo e accarezzandogli la fronte.
Francesco istintivamente si toccò le orecchie che su quella sua magra testa sembravano davvero grandi quanto quelle di un elefante.
Era piccolo allora, e nessuno lo sfotteva ancora per quelle orecchie, tantomeno suo padre.
Ora, vedendo quell’elefante sporco di cenere, con la gobba colma di mozziconi, gli sembrò davvero di somigliargli.
Scostò lentamente la mano dalla porta del tinello, mentre le pubblicità iniziarono a scorrere sullo schermo.
Fece appena un passo, e suo padre si voltò verso di lui, ringhiando i denti come una bestia e fissandolo con occhi simili a bracieri.
Sarebbe stata persino goliardica come scena, se quel ringhio non fosse stato reale, e a esso non fosse seguito un furente: «Che guardi, signorina, vuoi forse venire qui a darmi un bacino?»
Il volto di Francesco diventò esangue, e il sudore iniziò a colargli dalla fronte, fino a cadergli salato sulle labbra.
Rivide davanti a sé gli occhi di Emilio, fissi contro ai suoi, e poi la mano dello Squalo sul suo piccolo collo.
Corse subito via, sentendo suo padre scoppiare a ridere strepitando: «Ahaha, che finocchio!»
Passò davanti la cucina. Sua madre ebbe appena il tempo di guardarlo con occhi tristi, quasi stesse piangendo, prima che lui aprì la porta della propria stanza, chiudendosela alle spalle.
Suo fratello Tony, un energumeno di sedici anni, ma che sembrava averne almeno diciannove, lo guardò con aria da tonno, lì sul letto su cui stava steso: uno dei due in quella minuscola stanza piena di vestiti, libri di scuola, vecchi giochi e bottiglie d’acqua o Coca Cola gettate sul pavimento.
«Che c’è, stronzetto? Sembra tu abbia visto un fantasma!» disse senza cura, continuando a stringere fra le mani un fumetto.
Checco corse verso l’armadio, raccattando un pigiama, seguito dallo sguardo ostile di suo fratello.
Andò subito verso la porta, e aprendola udì suo fratello ridere nel dire: «Vai nel bagno a tirartelo pensando al tuo amichetto del secondo piano?»
Chiudendo la porta sentì suo fratello ridere a perdifiato, e suo padre fare altrettanto nel tinello.
Si chiuse nel bagno, lasciò cadere i vestiti sul pavimento e si rannicchiò al suolo, facendo strisciare le spalle contro alle fredde mattonelle e scoppiando in lacrime.
Strinse il proprio volto fra le mani, con forza, come se volesse stracciarselo dalle ossa, mentre attorno a lui non si respirava altro che puzza di piscio, e si udiva il ronzio di una mosca contro al cesso.
 
A Vera, appena rientrata in casa, non fu donato alcun respiro.
Solcata la porta, suo padre le si fiondò contro, quasi come se la stesse attendendo.
Le piantò una mano contro la spalla, gettandola contro al muro, e la fissò con occhi torbidi, alzando il braccio villoso, lasciando scaturire un tremendo tanfo di sudore dalla sua scura ascella, e portando la bottiglia di whisky alla bocca.
Diede un grosso sorso e, abbassando la bottiglia, continuò a fissare dritto nelle pupille Vera sputandole contro: «Dove cazzo sei stata tutto il giorno?»
Lei cercò di divincolarsi da quella presa, mai lui fece forza nel braccio, pressandole la spalla e facendola sbattere contro al muro.
Si sentì un rumore di ossa scricchiolare in aria.
Sul volto di Vera si mosse una smorfia di dolore.
«Allora, ti ho chiesto dove cazzo sei stata?» replicò suo padre, avvicinando il volto al suo e schizzandola con la saliva nel parlargli, colpendola con il suo disgustoso fiato alcolico.
Lei lo guardò dritto negli occhi, rabbiosa, desiderosa di ucciderlo.
In un lampo suo padre scostò il braccio dalla sua spalla, e velocemente la colpì al viso.
Un sordo rumore echeggiò in un piccolo ingresso dalle mura crepate e puzzolenti di fumo, mentre Vera cadde a terra, con le ginocchia e le mani sul pavimento, tremando come un cane appena percosso.
«Non osare mai più guardarmi così, hai capito?» urlò suo padre, agitando contro di lei la bottiglia, come se stesse per fracassargliela contro la testa.
E Vera sapeva che avrebbe potuto farlo da un momento a un altro.
Lei si alzò lentamente, per niente affaticata, come una bestia abituata a essere percossa.
Si mise in piedi. Rimase a testa china davanti a suo padre che la guardò compiaciuto
Le passò la mano sul viso, poi fra i capelli, mentre lei, tremando e stringendo i pugni, stava immobile, senza la forza di fare niente.
Poi di scatto la colpì alla schiena con il palmo della mano, spingendola nella stanza e strillando: «E ora vedi di andare da tua sorella, che Cristo solo sa che cazzo le è preso oggi, mentre tu stavi chissà dove a fare la troia.»
Vera non disse una parola. Andò avanti in un corridoio colmo di polvere, fetido di chiuso e in cui attorno a mura ingiallite alcune foto sembravano accartocciarsi nelle cornici.
Non le guardò. Da mesi non osava guardare le foto di una famiglia che non sembrava più la sua, né di una bambina che non sembrava più lei.
Avanzando nel mezzo di una puzza di fumo e merda, passò davanti la porta del bagno, vedendo appena la vasca incrostata dal vomito.
Chiuse la porta, udendo un vagito provenire da dietro la porta della sua cameretta.
Al buio, in una stanza illuminata soltanto dagli ultimi raggi di sole prossimi al tramonto, sua sorella Lisa piangeva in una vecchia culla, quasi soffocata da peluche e giocattoli di gomma.
Vera andò verso di lei. Dalla culla proveniva una nauseante puzza di merda e di piscio, e quel pianto sembrava lacerarle le orecchie.
Le tolse di dosso i giocattoli, e in fretta la raccolse, per poi poggiarla sul proprio letto.
In fretta, incurante di quella puzza a cui era abituata, le tolse il pannolino, la pulì con le salviettine imbevute, e le passò il talco fra le natiche arrossate.
Poi la prese in braccio, cullandola e sussurrandole: «Su su su, da brava. Su su su», sentendo le lacrime di sua sorella sfumare, in quel piccolo corpo da cui trasudava tutto il dolore di una vita infame, nonostante un solo anno di vita.
Lisa lentamente si calmò, e Vera la ripose nella culla, poggiandole accanto al viso una piccola bambolina di pezza che le aveva regalato Checco, dicendole: «Tieni, questa l’ho trovata nella mondezza. Magari piacerà a tua sorella, visto che da quel che dici è una peste.»
Nel vederla Vera sorrise. Quando lui gliela aveva data lei gli aveva risposto: «Stavi cercando da mangiare fra i rifiuti?», ma in verità aveva visto che sulla bambolina ci stava ancora il prezzo.
Accarezzò sua sorella, poi guardò la camera attorno a sé, vedendo alcune bambole, dei peluche, e delle foto di lei da bambina.
Nulla in quella camera parlare di lei. Era come se fosse la stanza di un’altra bambina: di chi? Non lo ricordava.
Uscì fuori dalla sua stanza, e lenta andò verso la camera da letto dei suoi genitori.
Aprì la porta adagio, per paura di svegliare sua madre.
Da quando si era ammalata seriamente, dormiva su di una brandina a parte, perché il padre di Vera non sopportava di sentire i suoi fiati contro al collo, né di sentirne i lamenti durante il sonno.
Vera vide filamenti di luce penetrare fra le cortine calate, giungendo sul corpo rannicchiato di sua madre, simile a un feto abortito prima di venire al mondo.
La sentì respirare, e poi chiuse la porta, andando verso la cucina, pronta a preparare la cena.
 
A casa di Edoardo, durante la cena, nessuno disse una parola. Non si sentivano altro che le voci provenienti dalla TV, il rumore del cibo masticato, e quello delle posate che battevano contro ai piatti, e persino sfregare i denti.
Dopo cena il papà di Edoardo racconto gli ultimi aneddoti vissuti in fabbrica: quello nuovo, un certo di nome Sabatino, aveva fatto cadere a terra una scatola di cerniere per porte, ammaccandole, e di certo non avrebbe superato la settimana; un tale di nome Giovanni, invece, aveva scommesso di poter battere Moustafà il Toro -uno dei più vecchi in servizio, e personaggio preferito nei racconti del padre di Edo- a braccio di ferro, perdendo pietosamente, e il capo aveva detto a tutti di che proprio lui, Flaminio, era un operaio da prendere come esempio.
Dopodiché sua madre era andata a fare i piatti. Suo padre era rimasto a guardare la TV, fumando l’ultima sigaretta prima di andare a letto, così da affrontare in forma il turno delle otto.
Edoardo era corso in bagno a masturbarsi nuovamente, per poi correre in camera sua, tirando fuori il cassetto segreto ammirando la sua vita segreta.
Guardò a uno a una i suoi coltelli che mai aveva usato, pulendoli e chiamandoli per nome: Betty, Nancy, Genny, Milly.
Non sapeva perché aveva dato loro quei nomi. Non sapeva nemmeno perché aveva dato loro un nome, né perché li stava pulendo con tanta cura, proprio come ogni notte.
Continuò a farlo e basta e poi, dopo aver preso una sigaretta, rimise a posto il proprio cassetto segreto, andando verso la finestra e iniziando a fumare.
Gettava con cura il fumo fuori dalla finestra, perché non ne restasse traccia, e intanto guardava quel vicolo per lui simile a un mondo.
Nessuno passava in esso. Le mura dei palazzi, alte fino al cielo, cingevano il vicolo in un inumano silenzio.
Non si sentivano che le voci dei televisori, e qualche parola confusa di tanto in tanto proveniente da un appartamento.
Sotto di lui tutto era buio, non si vedeva una luce: le sole luci erano le poche finestre ancora illuminate da lampade giallastre, e in cui persone si muovevano ormai ridotte a sagome.
Edo ne osservò qualcuna. Vide una vecchia donna ai fornelli, una famiglia ancora a tavola, e un uomo immobile in una stanza, fissando il vuoto, proprio come Edo stava fissando lui.
Gettò la sigaretta dalla finestra e la richiuse. Guardò attorno a e sé, poi guardò il letto, e senza capirne il motivo pensò subito a Emilio, percependo una mano stritolargli lo stomaco, e poi mozzargli il respiro.
 
Francesco non aveva detto una sola parola durante tutta la cena. Era rimasto in silenzio, proprio come tutti. In cucina, davanti a un televisore accesso, lui, suo fratello e suo padre cenavano in silenzio, mentre sua madre continuava a dividersi fra fornelli e il tavolo, sedendosi di tanto in tanto appena per un boccone.
Francesco osservò per tutto il tempo suo fratello ingozzarsi come un porco, e suo padre scoppiare a ridere per le battute di un presentatore televisivo, mostrando la poltiglia di cibo nella propria bocca e riempiendo di colpo un altro bicchiere di vino.
Non osò minimamente alzarsi per dare una mano a sua madre: l’ultima volta che l’aveva fatto, suo padre lo aveva afferrato per i capelli, trascinato nel bagno, vestito da donna e poi sbattuto fuori di casa urlandogli: «Se ti piace tanto fare la femmina vai per strada a vendere il culo, e porta qualcosa a casa.»
Sua madre, in lacrime, era riuscita a farlo entrare soltanto dopo tre ore, alle due passate di notte.
Da quel momento non aveva mai più osato dare una mano a sua madre, neanche quando gli era sembrato doveroso sparecchiare, o quando suo padre deridendolo gli metteva addosso un grembiulino urlando: «La mia mogliettina carina!»
Anche quella sera Francesco lasciò che fosse lei a sparecchiare, mentre suo padre se la rideva, ubriacandosi e commentando quanto visto alla TV.
Diede una botta contro la spalla di Tony, indicandogli una subrette, mentre Checco teneva i gomiti sulla tavola, desiderando soltanto di andare via, ma senza sapere dove andare.
«Oh, attento, guarda un po’ che culo ha quella» esclamò.
Tony scoppiò a ridere, al punto che scorreggiò. Sua madre chiuse gli occhi, sfregando con forza le pentole nel lavello, e Francesco voltò lo sguardo, scrutato costantemente da suo padre che, pur facendo altro, non aveva smesso un solo istante di tenerlo d’occhio.
«Che c’è, ti dà fastidio che parliamo di donne?» gli sputò contro, tirandosi avanti, quasi facendo tremare la tavola.
Francesco abbassò la testa, fissando il coltello davanti a lui, e desiderando tanto di conficcarglielo in gola.
Per un attimo vide persino la lama recidere la carne di quel bastardo, e poi, appena l’avrebbe estratta, il sangue sarebbe sprizzato ovunque: persino su quella faccia da idiota di suo fratello che continuava a ridersela.
Ma rimase immobile, a testa bassa, sentendo ancora le risate di suo fratello, e poi suo padre dirgli: «Magari tu vorresti vedere nudo uno di quei ballerini froci come te, dico bene?»
Sua madre lasciò cadere le pentole nel lavello, sforzandosi di trattenere le lacrime, mentre Francesco restò immobile, sentendo le risate di suo padre e di suo fratello, e alzando appena lo sguardo verso sua madre, vedendo una lacrima colarle sulla guancia, fino alle labbra.
 
Vera stava pulendo i piatti. Aveva mangiato poco, proprio come ogni sera, per darsi da fare ai fornelli e al tempo stesso accudire Lisa.
Suo padre aveva mangiato da solo, a tavola, guardando una partita di calcio e ubriacandosi.
Nessuno dei due aveva detto una sola parola. C’erano stati soltanto piccoli sguardi di tanto in tanto: sguardi rabbiosi da parte di lui, sguardi intimoriti da parte di lei, e nel mezzo, le lacrime di Lisa a cui soltanto Vera doveva badare.
Mentre suo padre cenava e si ubriacava, lei era andata da sua madre. Aveva lasciato le luci spente, accendendo soltanto una lampada, perché le luci davano fastidio a sua madre, o a ciò che di lei restava.
Quella donna era ridotta ormai a un cumulo di ossa su cui era appiccicata della pelle violacea. Sudava, il cuore le batteva forte, e i denti visibili da labbra ormai scarnite si contraevano in una smorfia di dolore.
Mentre Vera, seduta accanto a lei, ormai incapace persino di piangere tanto era assuefatta da tale dolore, le dava da mangiare, sua madre riuscì appena a sussurrare: «Mi dispiace.»
Non disse altro. Vera le baciò la fronte, sforzandosi ancora di farla mangiare, pur sapendo che il cuore di quella donna: quel cuore materno, era ormai incapace di percepire persino il più misero gusto del nutrimento.
Nella penombra vide gli occhi pallidi di lei fissarla, la sua mano scheletrica, quasi terrificante, rivolgersi al suo viso, e le labbra ringrinzite muoversi tremule come se stesse cercando di dirle qualcosa.
Vide la mano di sua madre cadere sul letto, il capo reclinarsi sul cuscino, e del cibo liquido colarle dalla bocca, mentre iniziò a respirare faticosamente, avvinta dai medicinali e condotta in un sonno dove per qualche momento non avrebbe sofferto.
Vera la lasciò lì. Poi tornò in cucina, vedendo suo padre ridere e bere, fissando la TV, incurante di Lisa che piangeva a dirotto.
Quando lui udì i passi di lei smise di ridere e si girò di scatto, come una violenta frustata.
Vera non osò guardarlo, ma gli occhi di suo padre la seguirono a ogni suo passo.
Raccolse Lisa dal passeggino, cullandola e cercando di calmarla, mentre suo padre continuava a scrutarla.
Gli disse soltanto: «Porto Lisa a letto», come fosse un rituale da compiere; come se fosse lei ormai sua moglie.
Suo padre non disse niente, ma lei sentì i suoi occhi incollati contro la schiena finché lasciò la stanza.
Una volta in camera sua, al buio, stesa nel proprio letto guardò Lisa dormire nella culla, stringendo il pupazzo regalato da Checco. Poi rimase sveglia, immobile nel letto a fissare la porta, sentendo i rumori di suo padre diramarsi in tutta la casa, come le metastasi che stavano divorando sua madre.
Fissò ancora la porta, tremando a ogni rumore, e vedendo ancora davanti a sé gli occhi di quel bambino alla finestra che forse le stava chiedendo aiuto.
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Una romanzo scritto come fossi una donna. “NUDA”, ancora inedito, un romanzo che affonda gli artigli nell’umana sofferenza.

Il mio dolore meritava di essere amato. La mia sofferenza meritava di essere accudita. Le mie lacrime mi rendevano umana, viva, unica, preziosa.
Quella era Eva. La malattia era la mia coperta. Il manto in cui avvolgevo la mia identità. La mia fortezza.
La malattia era la mia identità.
Eva non esisteva più. Forse Eva non era mai esistita. Esisteva solamente lei, la mia malattia: il riflesso di una vita mai nata. Quella vita che lui stava accogliendo, pur non vedendola, pur non conoscendola. Stringendo e amando solamente le lacrime di una bambina amata. Di quella Eva mai cresciuta. Quella Eva mai venuta al mondo.
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Tratto da uno dei più forti romanzi mai scritti. Tratto da “LEI”. Ancora inedito e solamente per le big.

E come si fa a dimenticare?
Se ti amputassero un braccio, riusciresti a dimenticare di averlo avuto? O magari lo sentiresti ancora vivo, attaccato al tuo corpo? Forse ne percepiresti ancora la sensazione. Sentiresti i peli drizzare sulla pelle. I piccoli stiramenti muscolari. Le fitte dovute alla cervicale.
Sindrome dell’arto fantasma viene chiamata. E vale anche per le persone? Vale anche quando perdi una persona?
Togli una donna dalla vita di un uomo, e lui la sentirà ancora presente. Sentirà la sua pelle, il suo profumo, la sua voce.
Alcune volte, nella notte, dormendo, cercherà persino di stringere il corpo di lei. Trovandosi poi da solo. Da solo nel nulla. Senza un braccio. Senza un arto. Senza una donna. Senza una vita.
Sindrome dell’arto fantasma. Percepire ancora l’arto amputato, e provare uno straziante senso di angoscia nel non poterlo muovere.
Sindrome dell’altro fantasma. Una donna viene estirpata dalla tua vita, e tu provi un indicibile tormento nel sentirla ancora accanto a te, ma non senza poterla raggiungere.
Tutti ci passano prima poi. Tutti siamo mutilati, chi in un modo o in un altro. Tutti ci siamo disperati sentendo ancora quel braccio perso, ma senza poterlo muovere.

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Nove storie che vi strapperanno la pelle dalle carni. Editi con la Damster edizioni, Lettere animate e Meligrana edizioni, otto romanzi e un’antologia di racconti capaci di scavare nel vostro cuore.

AFFAMMATA D’AMORE (tratto da una storia vera)

Sì, lei era un piccolo corpo martoriato e gettato in una discarica. Una principessa violentata. Una
bambolina usata e poi bruciata.
No, non sarebbe più stata una bambina ferita. Non avrebbe provato più niente. Tutto le sarebbe
scivolato addosso. Gli stessi uomini le sarebbero scivolati addosso. Al punto che, man mano, non
sentì più neanche quei cazzi muoversi in lei. Non sentì più niente! Era fredda. Come morta. Solo un
corpo senza coscienza.
Ma l’amore, come incubo, continuò a tormentare il suo corpo bardato di metallo.
Ogni tanto, l’illusione di essere compresa e amata la spingeva verso nuove spiagge. Verso folli
viaggi in cerca di quel cuore ormai dimenticato.
Ma il più delle volte non trovò niente se non nuovi morsi. Altro sangue sulla sua pelle. Altre
illusioni. Altre unghie che cercavano di conficcarsi nelle sue carni.
E apri ancora le gambe. Fallo entrare. Sta zitta. Chiudi gli occhi, fingi che ti piace. Trattieni i
conati di vomito. Stringi i pugni, sperando che finisca presto.
Ecco, quella era Elisa. La spavalda. La pazza. Quella che rideva sempre: In realtà una ragazza dal
cuore immenso e pieno di tagli.
 
 
UN CIELO DI CEMENTO (Seguito di Affamata d’amore)
Lei sorrise, accarezzando le miei mani contro al suo viso, e chiudendo gli occhi come se stesse sognando chissà cosa.
Mi avvicinai a lei e la baciai. Un bacio lungo e intenso. Le nostre labbra che si muovevano freneticamente. Le nostre lingue che si sfioravano. Le nostre mani sui nostri corpi.
La gente era sparita. Il mondo era sparito. Ma il dolore restava ancora!
Sì, lo percepivo nei suoi baci. Mi stava urlando “Non lasciarmi sola!”, e io forse le stavo urlando “Amami!”.
Già, eravamo solo dolore, ecco cosa. Due vite ferite che si erano incontrate, unendo il loro sangue e le loro lacrime.
Il nostro amore non era altro che un grido. Stavamo urlando! Stavamo urlando al mondo il diritto di essere felici. E forse inconsciamente ci stavamo divorando a vicenda in cerca di quella speranza capace di dirci che la vita non fosse solo uno schifo, e che noi fossimo degni di amore. Ancora capaci di essere amati.
Ma nessuno di noi svelò quel mistero. I nostri baci erano il tempio in cui si celava il corpo di Cristo. La nudità celata nell’oro. La passione e le lacrime nascoste da una fasulla risurrezione.
E stavamo davvero risorgendo? Quell’amore avrebbe guarito le nostre ferite?
 
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole. Solamente il vuoto, e quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come se volessi annegarli. Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti come una pugnalata nella pancia.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, stavo lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa. Ricordandomi la realtà di me stesso. Di non essere altro che un fallito. Non uno scrittore, ma solamente un prodotto simile a una scatoletta di fagioli.
Chinai il capo, stringendo la testa tra le mani e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti, come se volessi che frantumare la realtà che mi avvolgeva.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino. Velocemente. Affannato. Angosciato. Distrutto.
«Ma non sto scherzando!» riprese quel malefico eco «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
 
 
VIOLA COME UN LIVIDO (In tutto e per tutto una storia vera)
Lei era tutto!
Io ero perso nel tutto, e per quanto lottassi, non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare nel mio mondo, nelle mie certezze, non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava, continuando a sorridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente prima. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra, pur essendo Violasan. Libera di succhiare il cazzo e bere fino all’ultima goccia di sperma, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
 
 
FOTTITI
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
SENSO UNICO
Ma di notte, di notte tutto cambiava!
Sì, la brava gente spariva da quel posto. La si vedeva a stento passare nelle loro auto lucenti per andare chissà dove. Lì in quelle palle di metallo, al sicuro da tutta quella gente di merda. Dai tossici e dagli ubriaconi che se ne stavano sotto a qualche statua di un qualsiasi eroe a farsi o ubriacarsi. Dai negri grandi e grossi che se ne stavano fermi fuori a qualche palazzo, attendendo chi rapinare o violentare. Dai barboni che dormivano per strada su qualche cartone, o sotto al grosso tetto di ferro e plastica della stazione centrale.
Emarginati di ogni genere, proprio come le puttane minorenni e i trans che battevano ai bordi della strada.
Che dire, avevo visto quel posto tante vote, per molti anni, ma non lo avevo mai visto per davvero.
No, viverlo era ben diverso! Far parte di quel posto. Camminare a piedi per quelle strade mischiandosi a quella gente a cui non avrei mai dato neanche un centesimo era davvero diverso. Qualcosa che non si può descrivere. Qualcosa che si può solo vivere. E io lo stavo vivendo! E mi mancava il fiato per quanto tutto fosse reale. Incisivo. Soffocante.
Sentivo fin dentro alle narici il tanfo di sudore dei negri lì per strada a farsi o ubriacarsi. La puzza dell’alcool. Il fetido odore dei semi di girasole masticati dalle puttane Ucraine o Rumene, e il tanfo di merda dei barboni che dormivano per strada. Nonché il tanfo di Italiani, Cinesi, Polacchi, o qualsiasi altra razza lì in mezzo. Qualsiasi altra persona senza razza né nome. Solo miseri topi di fogna persi in quell’incubo al di là dei confini del mondo civile.
Sentivo dentro di me la puzza di quel posto. La solitudine di quel posto. La disperazione di quel posto.
Ne ero pervaso. La mia pelle ne era impregnata. Al punto che non riuscivo a ragionare. Non riuscivo neanche a fissare qualcosa nitidamente.
Solo ombre! Vedevo solo ombre. Ombre avvolte dal fumo di sigaretta e dalle luci delle auto che si mischiavano come un vortice con quelle dei palazzi. Quelle luci che dividevano il mondo degli sconfitti da quello dei vincenti. Il mondo di cui un tempo facevo parte, da quello di cui ora facevo parte.
 
 
VICOLI BUI
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta. Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
 
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
Immagine

Volete vedere il dolore umano? O magari l’amore! Quello vero. Quello che fa paura. In circa tre anni, otto romanzi, e un’antologia di racconti da me ideata. Lasciatevi scioccare dalla cruenta realtà.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
 
AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
 
UN CIELO DI CEMENTO
Una volta a casa mi trovai nel tipico appartamento spazioso e arredato con cura.
Ogni cosa al proprio posto. Mobili puliti. Un televisore da 42 pollici in un soggiorno lindo e pieno di oggetti costosi in ogni dove.
Ovviamente come prima cosa, fregandosene di noi e di tutto, il dottore si mise comodo e andò sul divano a guardare la TV.
Dio, avrei fatto anche io quella fine? Ecco cosa pensai, vedendo quella casa. Vedendo lui, mentre Elisa mi condusse nella sua camera.
Ed eccomi lì, quello era il mondo di Elisa. Era il mondo della mia donna.
Ed era come l’avevo immaginato?
Beh, in parte sì, in parte no. Per esempio la prima cosa che mi balzò all’occhio fu un mobile pieno di peluche.
Lei aveva detto più volte di odiare i peluche. Eppure quella stanza ne era piena. Una stanza da bambina, sì, ma tenuta in estremo disordine. Anche se si trattava di un disordine curato, in un certo modo. Un disordine quasi ricercato.
No, non c’erano bottiglie vuote per terra o mozziconi di sigaretta, come nella mia casa. Solo dei libri sparsi qui e là. Qualche foglio da disegno. Vestiti. Matite. E alcuni fumetti.
La mia attenzione poi si posò sulla porta della stanza, mentre Elisa si spogliava, mettendosi il pigiama, stranamente imbarazzata.
Sulla porta ci stavano diverse scritte. Perlopiù il nome di Eli. E ancora cose del tipo “Voglio vivere e non sopravvivere”, o frasi in inglese che significavano “Io sono viva”.
Già, di certo quando le fece, tempo fa, o magari anche solo di recente, l’aveva fatta sentire speciale. Ma a conti fatti cose di quel tipo in adolescenza vengono fatte da qualsiasi individuo.
C’è chi scrive il proprio nome su di una porta. C’è chi scrive parti di canzoni su dei mobili. C’è chi scrive i nomi dei propri idoli sulle mura di casa.
Io, per esempio, sulle mura di casa scrivevo passi della bibbia. Ma allora ero solo un adolescente. Ed Elisa, lo era ancora?
Cercai di non darmi risposte da solo. Già ero troppo confuso di mio, data la sua freddezza. Ero confuso e imbarazzato al punto che persino nello spogliarmi mi sentii come se stessi innanzi a un’estranea. Io, che con lei giravo tranquillamente nudo per casa. Lei che mi stava quasi per scopare in un castello, o in un parchetto pieno di petulanti mocciosi.
E ora cosa rimaneva?
Solo formalità. Lei era sparita di nuovo. Tutto era formale! Come il suo commentare il mio pantaloncino, portato in un posto dove anche a Settembre si congelava.
Poi le trapunte che mi aveva portato su madre. Il letto in cui avrei dormito. Il balcone dove avrei potuto fumare.
Infime giunse l’ora di cena.
Ecco, eravamo a tavola. Per la prima volta a casa sua. Quella casa che avevo immaginato per mesi.
Dio, era proprio come la immaginavo. Una grande casa, pulita e arredata con cura. Una grande casa dove regnava solo il silenzio.
Si sentiva quasi il rumore delle nostre posate. I passi di sua madre che, di tanto in tano, entrava in cucina per controllare se tutto fosse okay.
Era okay! Sì, tutto era formalmente okay. Tutto era civilmente pacato e ordinario.
Elisa stava seduta davanti a me, mangiando la sua insalata. Io mangiavo la mia. Nessun dialogo! Solo parole su quello che stavamo mangiando.
« Prendi la mozzarella. Vuoi del pane? ».
Queste le uniche e sole parole che rimbombavano in quell’atroce freddezza che mi stava uccidendo.
Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Cristo, ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
 
VIOLA COME UN LIVIDO
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
 
FOTTITI
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
 
LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
 
SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.
 
Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
Immagine

Due toccanti estratti del mio ottavo romanzo, Un cielo di cemento, seguito di Affamata d’amore. Romanzo ispirato a una storia vera.

Già, lei era comunque la figlia di un dottore, ex vicesindaco di un paesino in provincia di Cuneo. Aveva di certo una casa bella e accogliente. Molti vestiti in un armadio, se pur magari mai messi. Una macchina sua, una per sua sorella, e una per il paparino. Aveva di certo partecipato a molti aperitivi, serate in discoteche lussuose o vacanze costose.
In fondo io che c’entravo con il suo mondo?
Eppure tra una settimana sarei entrato in quel mondo. In quel suo mondo fatto di sicurezze. Un mondo dove non si rischiava mai di non poter pagar l’affitto. Un mondo dove non ci si doveva scervellare per come sbarcare il lunario. Un mondo fatto di auto, condizionatori, vestiti, un frigo sempre pieno, televisori al plasma, serate mondane e laure appese al muro in bella vista, così da mostrare a tutti quanto fossero speciali e socialmente inseriti.
E io, io che c’entravo in tutto ciò? Che c’entravo in quel mondo in cui mi trovavo? Che c’entravo con lei e con il mondo che presto avrei visto?
Forse ero davvero solo un gioco. La distrazione di una bambina ricca e annoiata.
Io e lei stavamo su due pianeti diversi. Due emisferi totalmente opposti. Lei nel suo mondo dove non si doveva sgobbare per vivere in affitto in un merdoso appartamento, io nel mio mondo dove i soldi non bastavano mai, e si era costretti a fare lavori di merda solo per sopravvivere.
Già, una volta lei scrisse “Io voglio vivere, e non sopravvivere”. E a chi come lei, nata nel benessere, ciò era concesso. Le persone come lei avevano sempre delle opportunità nella vita. E anche se l’avessero bruciate, beh, ci sarebbe stato sempre chi per loro avrebbe pagato il conto. Mentre per quelli come me, sin dalla nascita le opportunità neanche esistevano. Si nasceva già bollati. Etichettati come Ebrei nel periodo nazista. Già predestinati a dover sgobbare per tirare avanti. A dover accontentarsi di un qualsiasi lavoro, non per pagarsi dei divertimenti, ma per pagarsi da vivere. Costretti a sopravvivere anziché vivere. Così impegni a dover sopravvivere da non avere il modo né i mezzi per poter vivere. Per poter raggiungere quei sogni a loro preclusi sin dalla nascita, senza che ne avessero colpa. E se mai a gente come me fosse per puro caso piovuta dal cielo un’occasione, beh, se l’avessero gettata via non avrebbero avuto altre scappatoie. Sarebbero sprofondati sempre di più. Nel fango, nella melma. In una vita straziante fatta solo di doveri, di responsabilità, e cose odiate da fare per sbarcare il lunario. Per pagarsi il diritto a sopravvivere, senza mai poter vivere.
Sì, io e lei eravamo così diversi. Lei lo sapeva? Forse sì, ma non l’avrebbe mai accettato.
Eppure chi tra noi stava vivendo, e chi stava sopravvivendo?
Lei, sempre ripiegata nel proprio dolore, in cerca sempre di una risata altrui per sentirsi viva? O io, che nonostante il dover umiliarmi per pagarmi da vivere, continuavo a lottare ogni notte? Scrivendo e pubblicando. Continuando a farlo. Continuando a sognare pur senza avere agganci. Pur senza avere soldi né tempo per frequentare ambienti pieni di finti intellettuali. Pur senza mai piegarmi a nessuno, sorridendo a gente che mi stava sul cazzo.
Chi stava sopravvivendo, e che stava vivendo?
Io la guardai. La guardai mentre camminava al mio fianco, mano nella mano, tra quella gente ricca che faceva parte del mondo da cui proveniva e da cui stava cercando di scappare da sempre, senza però mai avere il coraggio di chiudere ogni conto con quel suo mondo per entrare nel mio. Nel mondo dove si doveva sudare per vivere, continuando però a sopravvivere, mangiando merda ogni giorno.
Eppure, quel suo sorriso!
Cazzo, mi sembrava di rivederla. Era di nuovo lei? Era davvero lei, o solo un’altra proiezione della mia mente?
Non lo sapevo. Ma quando lei, vedendo uno negozio della Disney, divampò in un gioviale sorriso, beh, rividi la mia amata Elisa. Quella che non se ne fotteva di nessuno. Quella che avrebbe voluto ridere di tutto e tutti e giocare con il mondo intero.
Ma anche quella risata, era reale, o faceva parte di un mondo ovattato? Un mondo in cui lei stava bene. Mentre nel mondo reale, quello di responsabilità, momenti di noia, momenti di dolore, lei proprio non riusciva a stare.
In fondo noi eravamo come in una grande vacanza. Eravamo in vacanza, sì. Lontani dal lavoro. Lontani dalle responsabilità. Due incoscienti in un piccolo sogno. In un momento, non altro.
Dunque potevamo permetterci il lusso di giocare con il mondo. Eravamo turisti, ci era dovuto! Potevamo passare il tempo a ridere di tutto. A fare follie. A non fottercene di un cazzo.
Era quello per lei vivere? E poteva durare per sempre?
Forse per lei sì. Per me, probabilmente no.
Presto lei sarebbe andata a Torino per studiare. Io sarei rimasto a Napoli. Ecco la realtà!
Suo padre le avrebbe pagato la casa. Le avrebbe dato i soldi per mantenere l’auto. Le avrebbe dato i soldi per vivere, e anche per divertirsi.
Avrebbe passato il tempo senza dover lavorare. Studiando, sì, ma in verità, passando il più del tempo in qualche facoltà dove avrebbe conosciuto tanta gente. Uomini, perlopiù. I tipici coglioni senza palle che per fottersi qualcuna, o trovare la fidanzatina, sono pronti a diventare gli amichetti di chiunque.
Ecco, le sue giornate sarebbero state sì una continua vacanza. Sempre in giro con amici. Se non in giro, con loro a ridere durante lo studio. Poi, magari qualche serata in un pub. Più avanti, le discoteche. Presto, qualcuno a casa sua. Qualcuno nel suo letto. Tutto senza preoccupazioni. Avendo il tempo per problemi mentali, non avendone di economici.
E io, invece? Io avrei continuato a umiliarmi per pagarmi da vivere. Avrei fatto lavori di merda, solo per pagarmi da vivere. Solo per pagarmi il tetto e il cibo.
Non avrei potuto scegliere, no. Perché per scegliere bisogna avere i soldi. Per scegliere bisogna avere qualcuno che ti paga la sopravvivenza, mentre tu realizzi i tuoi sogni; proprio come si fa con i bambini! E io non ero un bambino, e forse non lo ero mai stato. Avrei ancora e ancora mangiato merda. Lavorando solo per arrivare giusto a fine mese, senza poter far niente per cambiare la mia situazione. Niente, se non scrivere ogni notte. Lottare ogni notte. Senza distrazioni. Senza appoggi. Senza niente se non i miei sogni. E poi, magari un domani, da morto sarei diventato famoso, e di quella fama non me ne sarei fatto un cazzo! Qualcun altro ne avrebbe goduto. Qualcuno proveniente dal mondo di Elisa. Mentre quelli nel mio mondo avrebbero continuato a morire per strada, o in una vita priva di vita. In un’esistenza passata a sopravvivere, anziché vivere. Perché non c’è scelta. Perché spesso si nasce già senza scelta.
E noi avevamo una scelta? Elisa avrebbe lasciato il suo mondo per il mio, e io mi sarei avvicinato al suo?
Per un attimo sperai di sì, quando la vidi correre verso quel negozio, tirandomi per la mano e sorridendo come una bambina.
Forse davvero lei avrebbe sudato per stare con me, oppure già domani se ne sarebbe dimenticata, tornando nel mondo del suo potente paparino, pronta a scegliere qualche figlio di papà conosciuto in università.
Che cazzo di confusione. Non ne potevo più! Non sapevo più cosa fosse vero e cosa no. Né chi fosse lei per davvero. O sei mai fosse esista la Elisa che avevo conosciuto.
Sapevo solo di rivolerla. Di rivolere quella Elisa. E di essere pronto a tutto per riaverla. Persino a entrare in un merdoso negozio della Disney.
Beh, a dire il vero non fu affatto male. Cioè, il posto era uno schifo! Ovunque colori come il rosa o viola. Attorno a noi pupazzi che ci fissavano con aria da fessi, e bambini altrettanto fessi ronzavano ovunque assieme a dei genitori lobotomizzati, toccando con fare curioso tutti quei giocattoli di gomma; bambolotti di Hercules, bambole di Cenerentola, la tazza a forma della testa di Pinocchio, il cuscino con su il disegno di auto con occhi e bocca, e altre cazzate sparse ovunque.
Elisa avanzò in quel posto a passo svelto, sorridendo, e di tanto in tanto spostando qualche moccioso, proprio come all’acquario di Genova.
Toccava tutto. Toccava ogni cosa, fottendosene dei cartelli con su scritto “vietato toccare”, o delle famigliole che ci guardavano con fare nauseato.
Eravamo di nuovo da soli. Di nuovo da soli contro al mondo. E io speravo che quel momento fosse durato per sempre, e che avremmo vissuto così sempre e comunque; a prescindere dai soldi e dalle difficoltà, e da quei doveri strazianti presenti in ogni giorno.
Ma non avevo alcuna certezza su ciò che sarebbe accaduto domani. Non avevo certezze neanche per il presente, figuriamoci per il futuro.
Volevo solo viverla ancora. Ed era bello vederla sorridere mentre toccava quella roba. Passando di scaffale in scaffale, come presa da una folle frenesia. Indossando la maschera Capitan America e baciandomi con quell’affare sul viso. Stavolta, baciandomi intensamente! Con desiderio. Come se io fossi nuovamente il suo Re, e lei la mia regina.
Sì, fu bello. Davvero bellissimo.
Noi in quel ridicolo mondo colorato pieno di mocciosi petulanti. Lei, piccola e bellissima, anche coperta da quella maschera blu cobalto con una grossa A sulla fronte che le teneva libera solo la bocca e le guance. Stretta a me. Stringendomi. Baciandomi ardentemente. Baciandomi come se null’altro al mondo esistesse. Come se quello fosse il nostro mondo. Come se quello fosse il nostro regno.
Ma anche quel sogno finì. Le cose da vedere svanirono. Le novità cessarono, e con esse la passione di Elisa.
Ci ritrovammo di nuovo per strada, in mezzo a quella gente ricca. Ma in quel momento Elisa era con me. Solo io e lei, ancora camminando per quella strada. Ridendo. Deridendo tutti. E avanzando mano nella mano fino a Piazza Plebiscito. Un’altra zona per ricchi! Gente ancora più ricca, e pezzenti ben vestiti che andavano lì per sentirsi come la gente ricca. Come i padroni che li schiavizzavano. Proprio come se fossero dei Capos; Ebrei che in un campo di concentramento si vendevano alle SS, comandando e schiavizzando altri Ebrei.
E il prossimo a essere venduto sarei stato proprio io? Magari sarebbe stata Elisa a vendermi. O forse sarebbe rimasta indifferente mentre altri lo avrebbero fatto.
Intanto eravamo ancora lì tra quella gente. Parlando di tutto. Ridendo di tutto. Sì, parlando di tutto, tranne che di noi.
Noi forse non esistevamo neanche più. No, camminavamo mano nella mano. Parlando di quello che vedevamo. Deridendo ciò che vedevamo. Ma senza mai parlare di noi. Senza mai parlare del nostro futuro, neanche quando arrivammo verso la villa comunale, né tantomeno sul lungo mare. Quel posto dove mesi prima avevamo vissuto tanto bellezza. Tanto amore. Un sogno passionale che aveva travolto entrambi.
Ma improvvisamente qualcosa colpì la nostra attenzione.
Io la presi per la mano e la condussi verso una grata poggiata lungo il muretto di pietra che costeggiava il lungo mare.
Coppiette silenziose continuavano a camminare, cercando un modo per non sentirsi sole. Gente ben vestita che portava a spasso i propri cani. Alcuni che facevano jogging. Altri che camminavano e basta. Noi fermi davanti a quel reticolato arrugginito a cui erano attaccati centinaia di lucchetti. Piccoli lucchetti con sopra dei nomi scritti a pennarello. Nomi di coppie. Roba come “Noemi e Pako X sempre” o “Pukka e Fico X tutta la vita”.
Qualcosa di ridicolo! Qualcosa che deridemmo durante i primi giorni trascorsi assieme. Proprio come in quel momento. Noi due, finalmente assieme, toccando quei catenacci e ridendo, mentre il mondo attorno a noi neanche ci vedeva.
«Uh, questo è nuovo!» esclamò lei, toccando un lucchetto con su scritto “Minnie sei la mia vita, Mickey sei il mio amore”, con tanto di cuore vicino.
Io la raggiunsi. Afferrai il catenaccio e scoppiai a ridere.
«Cazzo! Questa se lo sarà anche sposato a Mickey» dissi «E di certo si fa sbattere da un altro»
Lei scoppiò a ridere. La gente attorno a noi continuò a camminare. Dall’altra parte della strada qualcuno parcheggiò una lussuosa auto innanzi a un albergo a cinque stelle. E noi ridemmo ancora, guardando un lucchetto con su scritto “Cucciolo e Cucciola uniti tutta la vita”.
E improvvisamente, come fosse sbucata dal nulla, eccola di nuovo. Lei! La mia Elisa. Il suo sorriso meraviglioso. I suoi occhi lucenti che mi guardavano come se fossi Dio. Le sue braccia attorno al mio corpo. Le sue labbra contro le mie. Baciandomi intensamente. Donandomi tutto il suo sapore, la sua essenza, forse, il suo amore.
Perché, cos’era successo? Come mai quel repentino cambiamento?
Era come se di colpo tutte le sue paure fossero svanite, e in lei si fosse riacceso il desiderio. La voglia di me. La voglia di vivermi.
Sì, il sole era tornato a brillare su entrambi. Quello era di nuovo il nostro mondo. Era di nuovo il nostro sogno.
Ma si sa, il sole prima o poi è destinato a tramontare.
Una volta a casa, infatti, benché lei fosse più rilassata, nulla accadde di ciò che mi aspettavo.
Sì, credevo di averla riavuta, ma quanto vissuto non era altro che uno sprizzo della vecchia Elisa.
Non annullò il biglietto, né parlammo minimamente dell’argomento. Nulla era cambiato! Lei domani sarebbe partita. Sarebbe andata via dalla mia vita, ancora una volta.
E ci sarebbe tornata? Sperai di sì, anche se a dire il vero, al di là di quel fugace bacio, tutti gli elementi erano contro di me.
Persino quella sera non facemmo l’amore, né tantomeno ci provai.
Dopo aver cenato ci mettemmo a letto. Guardando un film che ovviamente non finimmo di vedere. Così da trovarmi nuovamente a letto alle undici e mezza appena. Lei al mio fianco, stesa su di un lato, che dormiva beata come una bambina, mentre io stavo steso accanto a lei. Stringendola. Tenendola al sicuro. Mentre la fissavo con occhi spalancati, senza sapere cosa sarebbe successo. Senza sapere cosa ne sarebbe stato di noi. Tenendola stretta a me. Sentendo il suo profumo. Quel profumo che forse presto sarebbe diventato per me una condanna. Un veleno capace di annientare la mia vita.
Già, domani prima di pranzo sarebbe andata via. Sarebbe andata via dopo essere stata con me solo pochi giorni. Dopo essere stata con me, pur non essendoci per davvero. Non altro che un corpo gelido. Solo lacrime, dolore; solo concime per i miei dubbi. Solo un pugnale nel mio cuore.
E avevo ragione ad avere paura?
Non lo sapevo! Non riuscivo più a capire chi fosse; se la donna che non mi voleva più, beccata continuamente con quel cazzo di telefono in mano, oppure la Elisa che avevo rivisto nel pomeriggio, baciandola innanzi a quei dannati lucchetti.
Cosa pensare? Ma per quanto cercassi cosa fosse giusto pensare. Mentre pensavo a quali fossero le risposte a quei miei dubbi. Capii che forse non avrei mai avuto alcuna risposta, se non pazientando ancora. Attendendola. Nonostante quel dolore interiore che mi stava spezzando in due.
 
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Cercai di non darmi risposte da solo. Già ero troppo confuso di mio, data la sua freddezza. Ero confuso e imbarazzato al punto che persino nello spogliarmi mi sentii come se stessi innanzi a un’estranea. Io, che con lei giravo tranquillamente nudo per casa. Lei che mi stava quasi per scopare in un castello, o in un parchetto pieno di petulanti mocciosi.
E ora cosa rimaneva?
Solo formalità. Lei era sparita di nuovo. Tutto era formale! Come il suo commentare il mio pantaloncino, portato in un posto dove anche a Settembre si congelava.
Poi le trapunte che mi aveva portato su madre. Il letto in cui avrei dormito. Il balcone dove avrei potuto fumare.
Infime giunse l’ora di cena.
Ecco, eravamo a tavola. Per la prima volta a casa sua. Quella casa che avevo immaginato per mesi.
Era proprio come la immaginavo. Una grande casa, pulita e arredata con cura. Una grande casa dove regnava solo il silenzio.
Si sentiva quasi il rumore delle nostre posate. I passi di sua madre che, di tanto in tano, entrava in cucina per controllare se tutto fosse okay.
Era okay! Sì, tutto era formalmente okay. Tutto era civilmente pacato e ordinario.
Elisa stava seduta davanti a me, mangiando la sua insalata. Io mangiavo la mia. Nessun dialogo! Solo parole su quello che stavamo mangiando.
«Prendi la mozzarella. Vuoi del pane?».
Queste le uniche e sole parole che rimbombavano in quell’atroce freddezza che mi stava uccidendo.
Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
Elisa guizzò via, come se avesse paura di sfiorarmi. Come se la mia presenza fosse qualcosa di troppo in quel suo mondo.
E dov’era lei? Dov’era quel mondo?
Avrei voluto tanto entravi. Per quattro mesi avevo fatto di tutto per entrarvi, e ora ci trovavamo alla fine dei giochi.
Lei si mise a sedere sul suo piccolo letto, restando a testa bassa.
I capelli sottili come un velo le coprivano il suo volto triste.
Io la guardai. Poi mi guardai attorno. Guardai quella stanza simile a quella di una bambina: lenzuola dai colori vivaci, un parato color pastello, pupazzi e oggetti da donna ovunque.
Dove cazzo mi trovavo? Non era il mio mondo, quello. Che c’entravo io in quel posto? E cosa c’entrava lei? La mia Elisa! Lei che mi aveva sempre detto di detestare i peluche.
Chissà, forse in un modo o in un altro eravamo entrambi in gabbia. Ma divisi! Lei in una cella e io in un’altra.
Feci di tutto per entrare nella sua!
Mi avvicinai a lei. Mi misi a sedere al suo fianco. Su quella coperta dai colori vivaci.
Le presi la piccola mano e la strinsi. Le unghie erano sempre rosicate. Devastate come il suo sguardo.
Fece un sospiro. Finse un sorriso e si alzò di nuovo dal letto.
«Guardiamo Batman?» mi chiese, avvicinandosi a quell’altro letto, dove avrei passato io la notte; magari unito al suo.
I miei occhi si immersero nei suoi. Lei mi fissò ancora. In piedi. Con occhi languidi come se stesse piangendo.
Un ironico sorriso solcò il mio viso.
“Già, Batman!” pensai, facendo una smorfia cinica e ironica e chinando il capo.
In fondo che me ne fotteva di quel film. Non me ne fotteva di fare niente in quel momento, se non stare con lei; parlare, e capire dove stavamo andando.
Lei forse lo capì. O forse era stanca anche lei di quella situazione, e voleva mettere fine a tutto al più presto.
Si avvicinò a me e si mise a sedere. Eravamo faccia a faccia. Due super potenze pronto al conflitto. Pronte a distruggersi per sempre.
Ma nessuno dei due ebbe il coraggio di pigiare quel maledetto pulsante rosso.
Ci fu solo silenzio. Ancora silenzio. Proprio come quello in cucina. Proprio come quello che avvolge ogni coppia ormai finita.
Cercai di infrangere quel glaciale specchio di ghiaccio che ci divideva. Allungai la mano verso di lei. Gliela strinsi, e le accarezzai teneramente il viso con l’altra.
cielodicemento

Sette romanzi in circa tre anni. Amate scrittori come Carver, Bukowski, Palahniuk? Beh, allora questi libri fanno al caso vostro.

THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!

AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.

VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!

FOTTITI
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

SENSO UNICO
Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.

Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.

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