Tratto dal racconto “Vicky”.

Mosse la mano sulla sua schiena graffiata, e con l’altra gli accarezzò i capelli fradici di sudore, sussurrandogli appena contro al viso: «Come ti chiami?»
Attese qualche istante una risposta, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un lungo sorso, osservandolo immobile su di lei, a occhi aperti come un animale massacrato.
«Nicola. Nico!»
Lei sorrise, stringendolo a sé e sussurrandogli in un orecchio: «Io mi chiamo Victoria. Vicky, se ti piace.»
Lui non riuscì a dire niente. Stretto ai suoi seni, contro la sua pelle, a occhi aperti fissava oggetti irriconoscibili persi in un denso buio, proprio come si sentiva lui stretto a quella donna, ancora in lei, sentendo le sue carni palpitare contro di lui, e il respiro di quella donna di cui conosceva soltanto il nome battergli contro la faccia.
Si alzò di scatto, divincolandosi dalle sue braccia e andando verso la scrivania.
Accese subito una sigaretta e si portò alla finestra. Vicky si alzò appena di qualche centimetro dal letto, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un sorso, restando poi ferma a osservare la schiena di Nico colma di graffi, e la flebile luce proveniente dalla finestra calata che ne definiva la sagoma.
Rimase silenziosa a osservarlo, senza pensare, guardandolo soltanto mentre lui, immobile, osservava da dietro misere tende solcate da una luce gialla un uomo di mezz’età caricare con cura un carillon, come faceva ogni notte, per poi lasciarlo suonare malinconico in quel vicolo dove non si sentivano altro che risate ubriache, o il miagolio isterico di un gatto che guizzava da un cumulo di rifiuti.
Nel silenzio più abissale, respirando soltanto la puzza della propria sigaretta che ardeva fra le sue dita ingiallite, Nico sentì la voce lenta di Vicky muoversi fra le note di quel carillon, sussurrando: «Un tempo ne avevo un così anch’io.»
Nicola si girò lentamente, guardandola come se stesse osservando un’ombra.
Le lenzuola sotto di lei profumavano ancora di sesso, ma era una puzza più che un odore: una puzza di un sesso passeggero, che non avrebbe lasciato altro che rimpianti e malinconie nella mente di chi avrebbe dovuto poi cambiarle.
Nico fissò le lenzuola, poi guardò Vicky, pensando a quante volte Elisa era stata stesa su quelle stesse coperte.
Gli venne persino da sorridere, ricordando che quelle erano proprio le lenzuola su cui avevano fatto l’ultima volta l’amore, molto tempo prima che lei andasse via.
«Lo so che non sono lei» disse Vicky, fissando soltanto il cuscino e muovendo le dita su di esso, come se avesse appena letto nella testa di Nico.
Lui sobbalzò, e la cenere cadde dalla sigaretta fra le sue dita.
«Mio figlio amava quel carillon» riprese, senza distogliere lo sguardo da quell’angolo di stoffa, come se ormai ogni immagine fosse diventata irrilevante al cospetto dei ricordi che come annegati riaffioravano nel suo cuore.
«Ti ho detto che si chiama Andrea?» aggiunse, alzando lo sguardo verso Nico: due occhi spalancati che gli si accalcarono alla gola come una supplica.
Lei abbassò nuovamente lo sguardo, sospirando e al tempo stesso sorridendo.
«Un nome così dubbio, e poi suo padre non voleva che giocasse con un carillon.»
Nico si avvicinò di un passo, lei strinse il cuscino, lasciandosi cadere con la bottiglia ancora in mano, e poggiando le labbra contro di esso.
L’aria era così densa che la si poteva toccare, e le ombre si muovevano sui loro corpi come mantelli percossi dal vento.
Nico si mise a sedere accanto a lei, senza guardarla né toccarla, ma standole solamente vicino, come un animale che dorme ai piedi del proprio padrone, giusto per mostrargli che lui ci sta, e sapere a sua volta di non essere solo.
«Fino ai quattro anni tutti lo scambiavano per una femminuccia» riprese Vicky, ora chiudendo gli occhi, come se nei propri sospiri stesse rivedendo quelle immagini. «A Riccardo non gli andava giù questa cosa, fu per questo che lo rimproverò quando lo vide giocare con il mio carillon.»
Fece un attimo silenzio. Nico rimase immobile seduto sul letto, con la testa raccolta nel vuoto, fra le sue gambe, bisognoso di quella sconosciuta e al tempo stesso infastidito dalla sua presenza che di colpo aveva reso viva la sua gabbia: pulsante come un organo che rabbrividisce al cospetto di una cancrena.
Quel silenzio fu immensamente pesante sulla sua pelle, ma non trovò la forza di dirle niente, quando invece avrebbe voluto chiederle tante cose: da dove veniva, perché era fuggita, e soprattutto cosa cercava.
Ma rimase zitto. Un respiro pesante di Vicky tranciò l’aria, fino a raggiungere la sua schiena.
«Ruppi io quel carillon, dando la colpa a lui, e lo feci perché gli occhi di Riccardo non lo guardassero più come fosse un malato da curare.»
Nico mosse appena il capo, lasciando cadere la sigaretta dalle dita.
«Lui ora dove sta?»
«Lontano! Lontano con suo padre.»
Non le chiese altro. Non volle sapere il perché, non le chiese quale fosse il posto, né le domandò se un giorno li avrebbe raggiunti.
Si lasciò cadere sul letto, stanco, come un animale che ha percorso troppi chilometri.
Lei gli strinse il capo, e le sue mani erano ancora calde: profumavano ancora di quella loro fugace intimità.
«E lei dove sta?»
«Lontano!» gli rispose lui.
Nico percepì le labbra di Vicky muoversi in un piccolo sorriso contro al suo collo, mentre lei continuava ad accarezzargli il capo.
«Dormi con me stanotte?» gli chiese.
Lui non disse niente. La strinse forse a sé, respirando il profumo della sua pelle misto all’aroma di sesso di cui era ancora pregna la stanza.
Chiuse gli occhi assieme ai suoi. Nessuno disse una sola parola. Restarono così, in silenzio, avviluppati come due animali in una tana, mentre il mondo fuori continuava a scorrere.

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Tratto dal racconto “Katja”.

Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
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