Tratto dal racconto “L’ultima estate del mondo”.

Quando Edoardo tornò a casa, suo padre era rincasato da poco.
Erano le sette di sera, quel giorno aveva fatto soltanto un’ora di straordinario, ed esausto se ne stava su di un vecchio divano a bere caffè mentre guardava il telegiornale.
Le luci erano spente per fare economia, e lo sarebbero state finché il buio non fosse stato talmente pesto da obbligare la madre di Edo ad accendere la luce.
Edoardo andò avanti a passo lento, come sempre, muovendosi in un piccolo soggiorno ordinato quanto una reggia e illuminato soltanto dalla luce blu elettrico del televisore, e da lame di luce provenienti dalle tende davanti al balcone.
Vide suo padre. Aveva la camicia sbottonata da cui usciva fuori la sua grossa pancia, e i piedi in una bacinella d’acqua: ciò voleva dire che aveva passato tutte nove ore a lavoro in piedi, probabilmente davanti a quel macchinario che lui chiamava il torchio.
Dopo cena, fumando una delle sue poche sigarette giornaliere, suo padre avrebbe raccontato ancora una volta alla propria famiglia la sua giornata di lavoro, e tutti avrebbero finto di ascoltarlo.
Intanto Edoardo continuò ad avanzare, a passo felpato, tenendo d’occhio suo padre mentre le immagini di parenti mai conosciuti lo spiavano da fotografie in bianco e nero poste su alcuni mobili.
Si fermò un attimo davanti la tavola tonda di mogano al centro del soggiorno. Osservò di nuovo suo padre, poi sfilò una banconota da dieci dal portafogli poggiato sul tavolo, e prese due sigarette dal pacchetto di Multifilter accanto a esso.
Andò verso la porta che conduceva al corridoio, mentre dalla TV la voce di un presentatore disse con tono gelido che a Pimonte undici ragazzi minorenni avevano violentato una ragazza di quindici anni, e che erano stati scarcerati.
Suo padre non batté ciglio. Dalla cucina si udirono rumori di pentole e piatti muoversi nel lavello, e in un attimo il presentatore passò alle notizie sportive.
Edo passò davanti la porta della cucina, andando verso la propria camera, e sapendo che, diversamente da suo padre, sua madre avrebbe fiutato la sua presenza, come se non attendesse altro: simile a un cane che drizza le orecchie appena sente il proprio padrone parcheggiare l’auto.
«Guarda che fra un’ora è pronto. Lavati prima di venire a tavola.»
«Sì mamma» gli rispose, come lei senza nemmeno guardarla.
I loro occhi non si incrociarono nemmeno: sua madre continuò a lavare i piatti, mentre la cena cuoceva sul fuoco, e lui andò verso la propria camera, come il più mite bambino al mondo.
La stanza era pulita e il letto rifatto, proprio come ogni giorno. Sulle mura non ci stava un solo poster, ma soltanto fotografie di famiglia.
Diverse volte, quando Checco era andato a casa di Edoardo, vedendo quelle foto l’aveva preso in giro dicendogli: «La mamma ti costringe a tenere le foto di quando eri il suo cucciolotto?», ma ogni volta Edo l’aveva stroncato rispondendogli: «Almeno io ho delle foto di quando ero bambino, tu?»
Eppure in quel momento, proprio come sempre, guardando quelle foto non riusciva a ricordare i giorni in cui suo padre l’aveva tenuto in braccio, sorridendogli, né le volte in cui i suoi genitori si erano tenuti la mano, tenendo lui nel mezzo di un abbraccio come fosse un trofeo da esibire.
Lasciò quelle foto, come ogni giorno, e andò verso la scrivania.
Sua madre aveva di nuovo ordinato i libri di scuola, i fumetti, e aveva sistemato i modellini d’auto per ordine di grandezza.
Edoardo, ebbe voglia di gettare per aria libri e macchinine, ma rimase tutto lì, aprendo il cassetto della scrivania e alzandolo, portando alla luce un doppio fondo pieno di pacchetti di sigarette, monete e banconote sgualcite, coltelli e riviste porno.
Mise lì dentro sigarette, soldi e il coltello che aveva in tasca. Prese una rivista e la nascose sotto la maglietta, per poi risistemare il mobile e andare verso il bagno.
 
Francesco era appena rientrato a casa. La Tv era a tutto volume, proprio come sempre, e nell’aria si respirava un’asfissiante puzza di chiuso e di fumo di sigaretta.
Andò avanti lento nel corridoio. Man mano che avanzava risate si intrecciavano a parole inarticolate provenienti dal tinello, diventando sempre più nitide, e la luce di un neon illuminava un parato ingiallito e una foto del matrimonio dei suoi appesa al muro, piegata verso sinistra.
Passò davanti la porta del tinello. La risata ubriaca di suo padre si mischiò a quella di un attore.
Lo vide scalpitare su di un divano, in mutande e canotta, ridendo mentre teneva una latta di birra nella mano destra e la sigaretta fra le dita della mano sinistra.
Lo guardò ancora. Poi vide quattro latte di birra per terra, ai piedi del divano, e un cumulo di mozziconi di sigarette in un posacenere a forma di elefante che sua madre amava tanto.
«Non ti sembra che ti somiglia con queste adorabili orecchie?» le aveva detto una volta sua madre, mostrandoglielo e accarezzandogli la fronte.
Francesco istintivamente si toccò le orecchie che su quella sua magra testa sembravano davvero grandi quanto quelle di un elefante.
Era piccolo allora, e nessuno lo sfotteva ancora per quelle orecchie, tantomeno suo padre.
Ora, vedendo quell’elefante sporco di cenere, con la gobba colma di mozziconi, gli sembrò davvero di somigliargli.
Scostò lentamente la mano dalla porta del tinello, mentre le pubblicità iniziarono a scorrere sullo schermo.
Fece appena un passo, e suo padre si voltò verso di lui, ringhiando i denti come una bestia e fissandolo con occhi simili a bracieri.
Sarebbe stata persino goliardica come scena, se quel ringhio non fosse stato reale, e a esso non fosse seguito un furente: «Che guardi, signorina, vuoi forse venire qui a darmi un bacino?»
Il volto di Francesco diventò esangue, e il sudore iniziò a colargli dalla fronte, fino a cadergli salato sulle labbra.
Rivide davanti a sé gli occhi di Emilio, fissi contro ai suoi, e poi la mano dello Squalo sul suo piccolo collo.
Corse subito via, sentendo suo padre scoppiare a ridere strepitando: «Ahaha, che finocchio!»
Passò davanti la cucina. Sua madre ebbe appena il tempo di guardarlo con occhi tristi, quasi stesse piangendo, prima che lui aprì la porta della propria stanza, chiudendosela alle spalle.
Suo fratello Tony, un energumeno di sedici anni, ma che sembrava averne almeno diciannove, lo guardò con aria da tonno, lì sul letto su cui stava steso: uno dei due in quella minuscola stanza piena di vestiti, libri di scuola, vecchi giochi e bottiglie d’acqua o Coca Cola gettate sul pavimento.
«Che c’è, stronzetto? Sembra tu abbia visto un fantasma!» disse senza cura, continuando a stringere fra le mani un fumetto.
Checco corse verso l’armadio, raccattando un pigiama, seguito dallo sguardo ostile di suo fratello.
Andò subito verso la porta, e aprendola udì suo fratello ridere nel dire: «Vai nel bagno a tirartelo pensando al tuo amichetto del secondo piano?»
Chiudendo la porta sentì suo fratello ridere a perdifiato, e suo padre fare altrettanto nel tinello.
Si chiuse nel bagno, lasciò cadere i vestiti sul pavimento e si rannicchiò al suolo, facendo strisciare le spalle contro alle fredde mattonelle e scoppiando in lacrime.
Strinse il proprio volto fra le mani, con forza, come se volesse stracciarselo dalle ossa, mentre attorno a lui non si respirava altro che puzza di piscio, e si udiva il ronzio di una mosca contro al cesso.
 
A Vera, appena rientrata in casa, non fu donato alcun respiro.
Solcata la porta, suo padre le si fiondò contro, quasi come se la stesse attendendo.
Le piantò una mano contro la spalla, gettandola contro al muro, e la fissò con occhi torbidi, alzando il braccio villoso, lasciando scaturire un tremendo tanfo di sudore dalla sua scura ascella, e portando la bottiglia di whisky alla bocca.
Diede un grosso sorso e, abbassando la bottiglia, continuò a fissare dritto nelle pupille Vera sputandole contro: «Dove cazzo sei stata tutto il giorno?»
Lei cercò di divincolarsi da quella presa, mai lui fece forza nel braccio, pressandole la spalla e facendola sbattere contro al muro.
Si sentì un rumore di ossa scricchiolare in aria.
Sul volto di Vera si mosse una smorfia di dolore.
«Allora, ti ho chiesto dove cazzo sei stata?» replicò suo padre, avvicinando il volto al suo e schizzandola con la saliva nel parlargli, colpendola con il suo disgustoso fiato alcolico.
Lei lo guardò dritto negli occhi, rabbiosa, desiderosa di ucciderlo.
In un lampo suo padre scostò il braccio dalla sua spalla, e velocemente la colpì al viso.
Un sordo rumore echeggiò in un piccolo ingresso dalle mura crepate e puzzolenti di fumo, mentre Vera cadde a terra, con le ginocchia e le mani sul pavimento, tremando come un cane appena percosso.
«Non osare mai più guardarmi così, hai capito?» urlò suo padre, agitando contro di lei la bottiglia, come se stesse per fracassargliela contro la testa.
E Vera sapeva che avrebbe potuto farlo da un momento a un altro.
Lei si alzò lentamente, per niente affaticata, come una bestia abituata a essere percossa.
Si mise in piedi. Rimase a testa china davanti a suo padre che la guardò compiaciuto
Le passò la mano sul viso, poi fra i capelli, mentre lei, tremando e stringendo i pugni, stava immobile, senza la forza di fare niente.
Poi di scatto la colpì alla schiena con il palmo della mano, spingendola nella stanza e strillando: «E ora vedi di andare da tua sorella, che Cristo solo sa che cazzo le è preso oggi, mentre tu stavi chissà dove a fare la troia.»
Vera non disse una parola. Andò avanti in un corridoio colmo di polvere, fetido di chiuso e in cui attorno a mura ingiallite alcune foto sembravano accartocciarsi nelle cornici.
Non le guardò. Da mesi non osava guardare le foto di una famiglia che non sembrava più la sua, né di una bambina che non sembrava più lei.
Avanzando nel mezzo di una puzza di fumo e merda, passò davanti la porta del bagno, vedendo appena la vasca incrostata dal vomito.
Chiuse la porta, udendo un vagito provenire da dietro la porta della sua cameretta.
Al buio, in una stanza illuminata soltanto dagli ultimi raggi di sole prossimi al tramonto, sua sorella Lisa piangeva in una vecchia culla, quasi soffocata da peluche e giocattoli di gomma.
Vera andò verso di lei. Dalla culla proveniva una nauseante puzza di merda e di piscio, e quel pianto sembrava lacerarle le orecchie.
Le tolse di dosso i giocattoli, e in fretta la raccolse, per poi poggiarla sul proprio letto.
In fretta, incurante di quella puzza a cui era abituata, le tolse il pannolino, la pulì con le salviettine imbevute, e le passò il talco fra le natiche arrossate.
Poi la prese in braccio, cullandola e sussurrandole: «Su su su, da brava. Su su su», sentendo le lacrime di sua sorella sfumare, in quel piccolo corpo da cui trasudava tutto il dolore di una vita infame, nonostante un solo anno di vita.
Lisa lentamente si calmò, e Vera la ripose nella culla, poggiandole accanto al viso una piccola bambolina di pezza che le aveva regalato Checco, dicendole: «Tieni, questa l’ho trovata nella mondezza. Magari piacerà a tua sorella, visto che da quel che dici è una peste.»
Nel vederla Vera sorrise. Quando lui gliela aveva data lei gli aveva risposto: «Stavi cercando da mangiare fra i rifiuti?», ma in verità aveva visto che sulla bambolina ci stava ancora il prezzo.
Accarezzò sua sorella, poi guardò la camera attorno a sé, vedendo alcune bambole, dei peluche, e delle foto di lei da bambina.
Nulla in quella camera parlare di lei. Era come se fosse la stanza di un’altra bambina: di chi? Non lo ricordava.
Uscì fuori dalla sua stanza, e lenta andò verso la camera da letto dei suoi genitori.
Aprì la porta adagio, per paura di svegliare sua madre.
Da quando si era ammalata seriamente, dormiva su di una brandina a parte, perché il padre di Vera non sopportava di sentire i suoi fiati contro al collo, né di sentirne i lamenti durante il sonno.
Vera vide filamenti di luce penetrare fra le cortine calate, giungendo sul corpo rannicchiato di sua madre, simile a un feto abortito prima di venire al mondo.
La sentì respirare, e poi chiuse la porta, andando verso la cucina, pronta a preparare la cena.
 
A casa di Edoardo, durante la cena, nessuno disse una parola. Non si sentivano altro che le voci provenienti dalla TV, il rumore del cibo masticato, e quello delle posate che battevano contro ai piatti, e persino sfregare i denti.
Dopo cena il papà di Edoardo racconto gli ultimi aneddoti vissuti in fabbrica: quello nuovo, un certo di nome Sabatino, aveva fatto cadere a terra una scatola di cerniere per porte, ammaccandole, e di certo non avrebbe superato la settimana; un tale di nome Giovanni, invece, aveva scommesso di poter battere Moustafà il Toro -uno dei più vecchi in servizio, e personaggio preferito nei racconti del padre di Edo- a braccio di ferro, perdendo pietosamente, e il capo aveva detto a tutti di che proprio lui, Flaminio, era un operaio da prendere come esempio.
Dopodiché sua madre era andata a fare i piatti. Suo padre era rimasto a guardare la TV, fumando l’ultima sigaretta prima di andare a letto, così da affrontare in forma il turno delle otto.
Edoardo era corso in bagno a masturbarsi nuovamente, per poi correre in camera sua, tirando fuori il cassetto segreto ammirando la sua vita segreta.
Guardò a uno a una i suoi coltelli che mai aveva usato, pulendoli e chiamandoli per nome: Betty, Nancy, Genny, Milly.
Non sapeva perché aveva dato loro quei nomi. Non sapeva nemmeno perché aveva dato loro un nome, né perché li stava pulendo con tanta cura, proprio come ogni notte.
Continuò a farlo e basta e poi, dopo aver preso una sigaretta, rimise a posto il proprio cassetto segreto, andando verso la finestra e iniziando a fumare.
Gettava con cura il fumo fuori dalla finestra, perché non ne restasse traccia, e intanto guardava quel vicolo per lui simile a un mondo.
Nessuno passava in esso. Le mura dei palazzi, alte fino al cielo, cingevano il vicolo in un inumano silenzio.
Non si sentivano che le voci dei televisori, e qualche parola confusa di tanto in tanto proveniente da un appartamento.
Sotto di lui tutto era buio, non si vedeva una luce: le sole luci erano le poche finestre ancora illuminate da lampade giallastre, e in cui persone si muovevano ormai ridotte a sagome.
Edo ne osservò qualcuna. Vide una vecchia donna ai fornelli, una famiglia ancora a tavola, e un uomo immobile in una stanza, fissando il vuoto, proprio come Edo stava fissando lui.
Gettò la sigaretta dalla finestra e la richiuse. Guardò attorno a e sé, poi guardò il letto, e senza capirne il motivo pensò subito a Emilio, percependo una mano stritolargli lo stomaco, e poi mozzargli il respiro.
 
Francesco non aveva detto una sola parola durante tutta la cena. Era rimasto in silenzio, proprio come tutti. In cucina, davanti a un televisore accesso, lui, suo fratello e suo padre cenavano in silenzio, mentre sua madre continuava a dividersi fra fornelli e il tavolo, sedendosi di tanto in tanto appena per un boccone.
Francesco osservò per tutto il tempo suo fratello ingozzarsi come un porco, e suo padre scoppiare a ridere per le battute di un presentatore televisivo, mostrando la poltiglia di cibo nella propria bocca e riempiendo di colpo un altro bicchiere di vino.
Non osò minimamente alzarsi per dare una mano a sua madre: l’ultima volta che l’aveva fatto, suo padre lo aveva afferrato per i capelli, trascinato nel bagno, vestito da donna e poi sbattuto fuori di casa urlandogli: «Se ti piace tanto fare la femmina vai per strada a vendere il culo, e porta qualcosa a casa.»
Sua madre, in lacrime, era riuscita a farlo entrare soltanto dopo tre ore, alle due passate di notte.
Da quel momento non aveva mai più osato dare una mano a sua madre, neanche quando gli era sembrato doveroso sparecchiare, o quando suo padre deridendolo gli metteva addosso un grembiulino urlando: «La mia mogliettina carina!»
Anche quella sera Francesco lasciò che fosse lei a sparecchiare, mentre suo padre se la rideva, ubriacandosi e commentando quanto visto alla TV.
Diede una botta contro la spalla di Tony, indicandogli una subrette, mentre Checco teneva i gomiti sulla tavola, desiderando soltanto di andare via, ma senza sapere dove andare.
«Oh, attento, guarda un po’ che culo ha quella» esclamò.
Tony scoppiò a ridere, al punto che scorreggiò. Sua madre chiuse gli occhi, sfregando con forza le pentole nel lavello, e Francesco voltò lo sguardo, scrutato costantemente da suo padre che, pur facendo altro, non aveva smesso un solo istante di tenerlo d’occhio.
«Che c’è, ti dà fastidio che parliamo di donne?» gli sputò contro, tirandosi avanti, quasi facendo tremare la tavola.
Francesco abbassò la testa, fissando il coltello davanti a lui, e desiderando tanto di conficcarglielo in gola.
Per un attimo vide persino la lama recidere la carne di quel bastardo, e poi, appena l’avrebbe estratta, il sangue sarebbe sprizzato ovunque: persino su quella faccia da idiota di suo fratello che continuava a ridersela.
Ma rimase immobile, a testa bassa, sentendo ancora le risate di suo fratello, e poi suo padre dirgli: «Magari tu vorresti vedere nudo uno di quei ballerini froci come te, dico bene?»
Sua madre lasciò cadere le pentole nel lavello, sforzandosi di trattenere le lacrime, mentre Francesco restò immobile, sentendo le risate di suo padre e di suo fratello, e alzando appena lo sguardo verso sua madre, vedendo una lacrima colarle sulla guancia, fino alle labbra.
 
Vera stava pulendo i piatti. Aveva mangiato poco, proprio come ogni sera, per darsi da fare ai fornelli e al tempo stesso accudire Lisa.
Suo padre aveva mangiato da solo, a tavola, guardando una partita di calcio e ubriacandosi.
Nessuno dei due aveva detto una sola parola. C’erano stati soltanto piccoli sguardi di tanto in tanto: sguardi rabbiosi da parte di lui, sguardi intimoriti da parte di lei, e nel mezzo, le lacrime di Lisa a cui soltanto Vera doveva badare.
Mentre suo padre cenava e si ubriacava, lei era andata da sua madre. Aveva lasciato le luci spente, accendendo soltanto una lampada, perché le luci davano fastidio a sua madre, o a ciò che di lei restava.
Quella donna era ridotta ormai a un cumulo di ossa su cui era appiccicata della pelle violacea. Sudava, il cuore le batteva forte, e i denti visibili da labbra ormai scarnite si contraevano in una smorfia di dolore.
Mentre Vera, seduta accanto a lei, ormai incapace persino di piangere tanto era assuefatta da tale dolore, le dava da mangiare, sua madre riuscì appena a sussurrare: «Mi dispiace.»
Non disse altro. Vera le baciò la fronte, sforzandosi ancora di farla mangiare, pur sapendo che il cuore di quella donna: quel cuore materno, era ormai incapace di percepire persino il più misero gusto del nutrimento.
Nella penombra vide gli occhi pallidi di lei fissarla, la sua mano scheletrica, quasi terrificante, rivolgersi al suo viso, e le labbra ringrinzite muoversi tremule come se stesse cercando di dirle qualcosa.
Vide la mano di sua madre cadere sul letto, il capo reclinarsi sul cuscino, e del cibo liquido colarle dalla bocca, mentre iniziò a respirare faticosamente, avvinta dai medicinali e condotta in un sonno dove per qualche momento non avrebbe sofferto.
Vera la lasciò lì. Poi tornò in cucina, vedendo suo padre ridere e bere, fissando la TV, incurante di Lisa che piangeva a dirotto.
Quando lui udì i passi di lei smise di ridere e si girò di scatto, come una violenta frustata.
Vera non osò guardarlo, ma gli occhi di suo padre la seguirono a ogni suo passo.
Raccolse Lisa dal passeggino, cullandola e cercando di calmarla, mentre suo padre continuava a scrutarla.
Gli disse soltanto: «Porto Lisa a letto», come fosse un rituale da compiere; come se fosse lei ormai sua moglie.
Suo padre non disse niente, ma lei sentì i suoi occhi incollati contro la schiena finché lasciò la stanza.
Una volta in camera sua, al buio, stesa nel proprio letto guardò Lisa dormire nella culla, stringendo il pupazzo regalato da Checco. Poi rimase sveglia, immobile nel letto a fissare la porta, sentendo i rumori di suo padre diramarsi in tutta la casa, come le metastasi che stavano divorando sua madre.
Fissò ancora la porta, tremando a ogni rumore, e vedendo ancora davanti a sé gli occhi di quel bambino alla finestra che forse le stava chiedendo aiuto.
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Mosse la mano sulla sua schiena graffiata, e con l’altra gli accarezzò i capelli fradici di sudore, sussurrandogli appena contro al viso: «Come ti chiami?»
Attese qualche istante una risposta, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un lungo sorso, osservandolo immobile su di lei, a occhi aperti come un animale massacrato.
«Nicola. Nico!»
Lei sorrise, stringendolo a sé e sussurrandogli in un orecchio: «Io mi chiamo Victoria. Vicky, se ti piace.»
Lui non riuscì a dire niente. Stretto ai suoi seni, contro la sua pelle, a occhi aperti fissava oggetti irriconoscibili persi in un denso buio, proprio come si sentiva lui stretto a quella donna, ancora in lei, sentendo le sue carni palpitare contro di lui, e il respiro di quella donna di cui conosceva soltanto il nome battergli contro la faccia.
Si alzò di scatto, divincolandosi dalle sue braccia e andando verso la scrivania.
Accese subito una sigaretta e si portò alla finestra. Vicky si alzò appena di qualche centimetro dal letto, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un sorso, restando poi ferma a osservare la schiena di Nico colma di graffi, e la flebile luce proveniente dalla finestra calata che ne definiva la sagoma.
Rimase silenziosa a osservarlo, senza pensare, guardandolo soltanto mentre lui, immobile, osservava da dietro misere tende solcate da una luce gialla un uomo di mezz’età caricare con cura un carillon, come faceva ogni notte, per poi lasciarlo suonare malinconico in quel vicolo dove non si sentivano altro che risate ubriache, o il miagolio isterico di un gatto che guizzava da un cumulo di rifiuti.
Nel silenzio più abissale, respirando soltanto la puzza della propria sigaretta che ardeva fra le sue dita ingiallite, Nico sentì la voce lenta di Vicky muoversi fra le note di quel carillon, sussurrando: «Un tempo ne avevo un così anch’io.»
Nicola si girò lentamente, guardandola come se stesse osservando un’ombra.
Le lenzuola sotto di lei profumavano ancora di sesso, ma era una puzza più che un odore: una puzza di un sesso passeggero, che non avrebbe lasciato altro che rimpianti e malinconie nella mente di chi avrebbe dovuto poi cambiarle.
Nico fissò le lenzuola, poi guardò Vicky, pensando a quante volte Elisa era stata stesa su quelle stesse coperte.
Gli venne persino da sorridere, ricordando che quelle erano proprio le lenzuola su cui avevano fatto l’ultima volta l’amore, molto tempo prima che lei andasse via.
«Lo so che non sono lei» disse Vicky, fissando soltanto il cuscino e muovendo le dita su di esso, come se avesse appena letto nella testa di Nico.
Lui sobbalzò, e la cenere cadde dalla sigaretta fra le sue dita.
«Mio figlio amava quel carillon» riprese, senza distogliere lo sguardo da quell’angolo di stoffa, come se ormai ogni immagine fosse diventata irrilevante al cospetto dei ricordi che come annegati riaffioravano nel suo cuore.
«Ti ho detto che si chiama Andrea?» aggiunse, alzando lo sguardo verso Nico: due occhi spalancati che gli si accalcarono alla gola come una supplica.
Lei abbassò nuovamente lo sguardo, sospirando e al tempo stesso sorridendo.
«Un nome così dubbio, e poi suo padre non voleva che giocasse con un carillon.»
Nico si avvicinò di un passo, lei strinse il cuscino, lasciandosi cadere con la bottiglia ancora in mano, e poggiando le labbra contro di esso.
L’aria era così densa che la si poteva toccare, e le ombre si muovevano sui loro corpi come mantelli percossi dal vento.
Nico si mise a sedere accanto a lei, senza guardarla né toccarla, ma standole solamente vicino, come un animale che dorme ai piedi del proprio padrone, giusto per mostrargli che lui ci sta, e sapere a sua volta di non essere solo.
«Fino ai quattro anni tutti lo scambiavano per una femminuccia» riprese Vicky, ora chiudendo gli occhi, come se nei propri sospiri stesse rivedendo quelle immagini. «A Riccardo non gli andava giù questa cosa, fu per questo che lo rimproverò quando lo vide giocare con il mio carillon.»
Fece un attimo silenzio. Nico rimase immobile seduto sul letto, con la testa raccolta nel vuoto, fra le sue gambe, bisognoso di quella sconosciuta e al tempo stesso infastidito dalla sua presenza che di colpo aveva reso viva la sua gabbia: pulsante come un organo che rabbrividisce al cospetto di una cancrena.
Quel silenzio fu immensamente pesante sulla sua pelle, ma non trovò la forza di dirle niente, quando invece avrebbe voluto chiederle tante cose: da dove veniva, perché era fuggita, e soprattutto cosa cercava.
Ma rimase zitto. Un respiro pesante di Vicky tranciò l’aria, fino a raggiungere la sua schiena.
«Ruppi io quel carillon, dando la colpa a lui, e lo feci perché gli occhi di Riccardo non lo guardassero più come fosse un malato da curare.»
Nico mosse appena il capo, lasciando cadere la sigaretta dalle dita.
«Lui ora dove sta?»
«Lontano! Lontano con suo padre.»
Non le chiese altro. Non volle sapere il perché, non le chiese quale fosse il posto, né le domandò se un giorno li avrebbe raggiunti.
Si lasciò cadere sul letto, stanco, come un animale che ha percorso troppi chilometri.
Lei gli strinse il capo, e le sue mani erano ancora calde: profumavano ancora di quella loro fugace intimità.
«E lei dove sta?»
«Lontano!» gli rispose lui.
Nico percepì le labbra di Vicky muoversi in un piccolo sorriso contro al suo collo, mentre lei continuava ad accarezzargli il capo.
«Dormi con me stanotte?» gli chiese.
Lui non disse niente. La strinse forse a sé, respirando il profumo della sua pelle misto all’aroma di sesso di cui era ancora pregna la stanza.
Chiuse gli occhi assieme ai suoi. Nessuno disse una sola parola. Restarono così, in silenzio, avviluppati come due animali in una tana, mentre il mondo fuori continuava a scorrere.

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Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Uscendo da lì Carlo ripensò a suo padre e sua madre, come purtroppo gli capitava spesso, soprattutto da quando il suo primogenito, Antonio, era diventato adolescente.
Suo padre, Antonio Cozzolino, benvoluto da tante persone che mai nemmeno l’avevano conosciuto per davvero, aveva passato la propria vita in una fabbrica come quella in cui lavorava Carlo, prima che a furia di respirare vernici fu stroncato da un cancro. Mentre sua madre, Benedetta Esposito, sembrava essere nata proprio per portare quel nome: moglie devota, madre premurosa e cattolica fervente, passò la propria vita a servire suo marito, rinchiusa in una cucina o in una chiesa, per poi spegnersi due anni dopo dalla morte di suo marito, ormai troppo vecchia per vivere la vita che lui le aveva negato, e a cui lei nemmeno più pensava, quasi fosse un qualcosa che non le appartenesse o addirittura non fosse per lei mai esistito.
Carlo non aveva mai capito i suoi genitori, e di certo nemmeno loro avevano mai capito lui. Forse soltanto in questo furono uniti: una comune incomprensione che gli impedì di raggiungersi.
Allora Carlo non comprendeva proprio l’ostinazione di suo padre nel passare ore e ore a fare un lavoro che detestava, e soltanto per pagare una casa nemmeno sua, dei mobili nuovi di zecca che avrebbe benissimo potuto evitare di comprare, proprio come il televisore al plasma, o ancora l’auto nuova, elettrodomestici di marca e continui abbonamenti per la TV satellitare.
Gli sembrava impossibile che la vita fosse soltanto quella: da un lato, suo padre che viveva per lavorare, e lavorava soltanto per comprare cibo e cose; dall’altra parte, sua madre che aveva persino dimenticato di essere una donna, consacrando se stessa alla pulizia della casa, a un’educazione rigida e formale, e a una devozione sacrale verso un marito mai amato, e da cui mai era stata amata.
Ricordava spesso la volta in cui suo padre, vedendolo immerso in uno dei tanti romanzi che amava leggere, lo osservò stizzito e con voce dura gli sputò contro: «Tanto quelli non ti serviranno a fare soldi. Impara un mestiere, è meglio.»
Quelle parole gli sembrarono tanto assurde quanto brutali, inferiori soltanto a quelle udite da sua madre qualche anno dopo, quando lei, vedendolo impegnato a scrivere un racconto lo fissò con occhi gremiti di delusione, quasi le sue pupille fossero madide e trepidanti di lacrime, sussurrando con una voce simile a una novena: «Carlo, non sarebbe meglio se tu ti concentrassi sullo studio invece di scrivere sciocchezze?»
La vita dei suoi genitori era ai suoi occhi inutile, vuota, gelida. Non si rendeva nemmeno conto che quanto da lui provato verso la propria famiglia avrebbe potuto benissimo racchiuderlo in una sola parola: disgusto.

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Estratto dal romanzo “Nuda”.

Loro tutte stavano sputando sangue. Il pavimento ne era pieno. Ma continuavano ad andare avanti come fossero bestie condotte al mattatoio.
Eva, continuando ad andare avanti sentiva il pungente odore di zafferano fin dentro le narici. Non le faceva né caldo né freddo! Ma accanto a lei Elena fissava il vuoto con occhi vitrei, trattenendo le lacrime mentre le sue labbra tremule sembravano stessero urlando: «Ho paura.»
Eva provò il desiderio di stringerle la mano, ma non lo fece. Camminò accanto a lei, sentendosi ancora una volta il giocattolo non voluto da suo padre.
Osservò le proprie unghie mangiucchiate e i polpastrelli deformati, pieni di rossi segni, e senza rendersene conto, ancora come un automa, continuò a mangiarle voracemente. Divorandosi. Mordendosi fino a sentire il rivoltante sapore del suo stesso sangue. Ferendosi come se sentisse il bisogno di un dolore atto ad anestetizzare un dolore più forte.
Era come loro, e non voleva vederlo. Era come loro, e anche peggio. Anche lei, giovane ragazza all’apparenza perfetta, portava i segni del martirio sul proprio corpo. Lei, una graziosa bambola di porcellana ridotta alla peggiore delle troie da marciapiede: violentata, uccisa e gettata per strada. Non altro che un corpo morente lasciato a marcire fra fetidi rifiuti, divorata dai topi, come lei aveva divorato tutto nella vita.
Era una carcassa deperibile. Carne putrida lacerata. L’iperbole esistenziale che come uno sputo le gettava in faccia ciò che era e ciò che mai sarebbe stata, intrappolata in una vita di illusioni in cui dopo la foga di un’orgia di morsi, non restava altro che il silenzio: un cuore rattoppato che non marcisce e al quale neanche più giunge il gusto del nutrimento, e arti di plastica che cadono al suolo, esausti da troppa fatica.
Eva scosse il capo, cercando di scrollare via quei pensieri.
Guardò ancora le ragazze, evitando lo sguardo di Elena, e poi pietrificandosi nel vedere Alice a meno di un metro da lei: una creatura cui sorte sembrava esser stata goliardica attribuendole proprio quel nome.
Era uno scheletro che camminava. Letteralmente uno scheletro! La più grande di tutte loro, ma quella più vicina alla fine.
Aveva trentadue anni. Era alta un metro e settantacinque, ma forse pesava anche meno di Eva.
I lunghi capelli, una volta castani, ormai sembravano grigi, tanto erano sfibrati e indeboliti. I suoi denti erano marci, di un colore simile al giallo chiaro, e il suo alito era sempre fetido, come cibo avariato.
Era la sola di loro a indossare lo stesso vestito da più giorni: quel giorno un pigiama lungo e rosa, nonostante il tremendo caldo.
Ma quella stoffa non riusciva a nascondere le ossa che quasi sembravano lacerarle la pelle.
La sua figura trasudava puzza tristezza da ogni poro della sua secca pelle attaccata a ossa sempre più fragili. Ne era impregnata. Non era altro che un cadavere condotto alla morte. Quella morte che l’aveva travolta, e da lei abbracciata come fosse il solo amore a cui potesse stringersi in una notte dove nessuno ti bacia e puoi soltanto versare lacrime su di un cuscino di cui non senti neanche più la morbidezza.

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Tratto dal racconto: “Il profumo dei pastelli”.

Una monetina gli cadde nella mano. Lei non alzò nemmeno lo sguardo. Bisbigliò qualcosa similmente a una novena, senza neanche rivolgere lo sguardo a chi le aveva appena dato la moneta.
Sentì soltanto dei passi mischiarsi al frastuono delle auto dietro di lei e al brusio di voci davanti al suo viso calato, ma quei passi sarebbero potuti essere di chiunque: a lei non importava.
Cinquanta centesimi, era quello il prezzo della sua vita, immobile nella sua mano gelata.
La mise subito in tasca, tenendo velocemente la mano nel vuoto, e vedendo un uomo benvestito fermo davanti a un negozio di cellulari.
Era stato lui a darle poco prima quella moneta?
Che importava!
Quell’uomo continuava a fissare telefoni di ultima generazione da una vetrina addobbata a festa. Delle luci natalizie brillavano dalla vetrina di un negozio di vestiti davanti cui stava ferma una coppia. Una donna benvestita si fermò a fissare una cuccia per cani dalla vetrina di un negozio di animali, e nel vederla dei cagnolini cominciarono a sbattere le zampe contro al vetro della propria gabbia, mentre e un ciccione con la ventiquattrore in mano passò davanti a Bianca urlando al proprio telefono cellulare, e una vecchia uscì da una piccola pasticceria tenendo in mano un cartoccio pieno di dolci, senza nemmeno vedere il volto smunto di Bianca che, come un animale affamato e lasciato per strada, la fissava respirando un odore di crema che di colpo aveva sovrastato smog, profumi da donna o il dopobarba di qualche passante.
La vide andare via assieme ad altri volti, nel mezzo di un turbinio di arti che si susseguivano davanti a lei come fossero granelli di sabbia trasportati da una tormenta.
Vide un paio di gambe, dei piedi, e poi una moneta cadere a terra.
Le sue labbra si mossero ancora, e veloce raccolse la moneta mettendola in tasca.
Cambiò la mano, mettendo in tasca la mano destra, ormai del tutto congelata dal freddo, e tirando fuori la sinistra.
Una donna sui quaranta le si fermò davanti, e lei per un attimo vide soltanto degli stivaletti con pelliccia e un normalissimo jeans su gambe grasse.
Alzò la testa, muovendo le labbra senza dire niente, e fissando con aria pietosa il volto pasciuto e sorridente di una donna dai capelli crespi e un filo di trucco sul viso.
Lei si chinò verso Bianca. Le poggiò una moneta da un euro in mano e poi, carezzandola come fosse un cane, le disse: «Mi raccomando, questi nascondili e non darli a casa, e comprati qualcosa da mangiare.»
Bianca, proprio come tante volte, avrebbe voluto soltanto saltar addosso a quella donna e morderle la gola, fino a stracciarle via la giugulare. Ma in se stessa non sentì alcun fremito, nessuna emozione, come se non fosse nemmeno lei a trovarsi lì.
Sorrise soltanto, farfugliando ancora qualche incomprensibile parola contro quella donna che, sorridente, le fece scivolare la mano sul viso dicendole: «Ma a scuola ci vai?»
Il sorriso di Bianca si piegò in una smorfia confusa, fissando quella donna come se non avesse capito una sola parola.
Lei l’accarezzò nuovamente, sussurrando appena: «Povero angelo.»
Poi andò via. Bianca non la guardò nemmeno. Ne aveva viste tante di persone come lei: Bianca aveva visto persone di ogni tipo, al punto che tutte le sembravano uguali.
Restò con la mano tesa nel vuoto, come se quella fosse la sola parte di lei a dover esistere al mondo, mentre i suoi occhi, stanchi quanto quelli di una vecchia, osservavano ora un gruppo di studenti, ora delle ragazzine vestite con abiti alla moda, e ancora una coppia tenersi per mano mentre fissavano le vetrine dei negozi.
Una famiglia uscì da un supermercato: il padre di famiglia, benvestito e pettinato con cura, teneva in mano una busta piena di cibo, e nell’altra stringeva il suo bambino, mentre sua moglie teneva altre due buste strette in mano.
Bianca osservò quel bambino. Aveva sì e no un paio di anni in meno a lei, ma sembrava soltanto un normalissimo bambino che probabilmente, una volta tornato a casa, si sarebbe messo a giocare ai videogiochi, o persino con qualche pupazzo; proprio come un bambino di otto anni che, trascinando la mamma verso un negozio di giocattoli, sorridendo, e indicando con il dito paffuto la vetrina strepitò: «Mamma mamma, dici a Babbo Natale di portarmi questo?»
Sua madre sorrise soltanto, mentre Bianca strinse il pugno nella propria tasca quasi graffiandosi il palmo della mano.
Per lei Babbo Natale non era mai esistito, nemmeno quando tre anni prima di allora sua madre Crina era ancora viva.
Sua mamma le preparava sempre un dolce speciale a Natale, e glielo dava di nascosto da suo padre, baciandola in viso e dicendole: «Aș vrea să vă văd fericit.»
Ma Bianca, proprio come sua madre, già allora sapeva che non sarebbe mai stata felice, per quanto sua madre potesse augurarglielo; e non sarebbe bastato un dolce a darle la vita.

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Tratto da “La finestra chiusa”, in fase di editing.

L’aria profuma di ammorbidente e di fiori freschi. La cucina ne è impregnata. Quel profumo si muove su mattonelle bianche decorate da piccoli fiori, sui mobili di ciliegio e su alcune fotografie poste sulle mura.
Percepisco l’aroma del caffè mischiarsi a questo profumo che conosco meglio dell’odore della mia pelle. Sento il ribollio della macchinetta per il caffè che fuma sui fornelli, e il suo odore sempre più forte insinuarsi per l’intera stanza: parte di un rituale da compiere in ogni casa quando giunge un ospite.
Lei, mia zia Francesca, sta ferma davanti ai fornelli. Sulle sue ossa che sembrano uscirle fuori dalla pelle smagliata ci sta un vecchio maglione bianco coperto da un grembiulino rosa, e da una gonna lunga e marrone si intravedono le sue pallide gambe, una volta carnose, ora ridotte a ossa coperte da pelle ruvida da cui si possono contare le vene.
Osservo le sue piccole mani che tante volte mi hanno stretto, ora afferrare con fatica delle tazzine da una credenza, mentre le sue magre ma sorridenti labbra si muovono chiedendomi: «Ma a mamma hai detto che stai qua?»
Non le rispondo subito. Mi perdo nei colori accesi del foulard sulla sua testa, immaginando quei rossi capelli che tante volte ho stretto e annusato.
Non ne ha più da mesi e mesi. Lei ha solamente dodici anni in più a me. A soli dodici anni già mi teneva tra le sue braccia, e ora la vedo andare fra le cupe braccia della morte, senza neanche poterle accarezzare un’ultima volta i capelli.
Sembra quasi saperlo mentre sorride, accogliendo il mio silenzio come fosse una risposta.
Respiro ancora il profumo del caffè. Ora è più intenso. Lei ha spento la fiamma, e mentre fisso una foto appesa al muro sento il tintinnio del cucchiaino contro la ceramica.
Lei sa già quanti cucchiaini di zucchero voglio. Lei sa tutto di me. Lei mi conosce da quando sono venuto al mondo, e forse anche meglio della sua sorella che mi ha dato la vita.
In questa foto ci stiamo proprio noi due, io e mia zia. Lei mi tiene in braccio. Ha solamente quattordici anni, ma sembra già una donna adulta. La mia mano paffuta le stringe un seno allora carnoso, diversamente dal petto scheletrico e fragile avvolto in quel grembiulino che ormai le va largo.
Sorridevo in quella foto, cercando il suo seno come fosse quello della mia mamma. Ero felice come quel bambino biondo nelle foto a casa mia.
Dio, come posso non ricordare?
Lei sorride, avvicinandosi e dicendomi: «Da piccolo eri proprio un malato. Stavi sempre a toccarmi le zizze.»
Cerco anche io di sorridere, anche se vorrei solamente piangere.
Uno dei suoi seni neanche esiste più. Glielo amputarono all’inizio della malattia, prima che il cancro si diffondesse ai polmoni.
Il mio sguardo lentamente si allontana da quel ricordo, come se una nube mi stesse portando altrove, rendendomi leggero come una lettera d’amore che vola nel cielo.
L’odore del caffè ora è vicinissimo, proprio sotto al mio naso.
Del caldo fumo si addensa contro al mio viso, e il sorriso di mia zia sembra volermi ancora stringere al proprio petto, come se potessimo entrambi tornare in quella foto davanti a noi.
«Dovreste trovare un modo per capirvi» riprende sedendosi al mio fianco, debole come un animale ferito che si trascina verso un angolo. «Al telefono lei mi parla sempre di te» aggiunge, porgendomi la tazza mentre io tenendo la testa china non ho nemmeno il coraggio di guardarla.
Afferro con le dita quella tazza calda e profumata, mentre lei, sorridendo delicatamente prende la sua con entrambe le mani, come se non riuscisse nemmeno a reggere quel misero peso.
La porta verso le labbra una volta morbide. Le vedo sfiorare appena la tazza mentre si muovono dicendomi: «È preoccupata per te, solamente che non sa come dimostrarlo.»
Ancora una volta non le rispondo. In un sorso finisco il caffè, mentre lei sorseggia il suo. La guardo un attimo e poi mi alzò andando verso la finestra. Un lieve luce entra nella stanza muovendosi da dietro le tende bianche davanti a me. È una luce gialla e arancione. La luce che ho sempre visto in questa casa, anche quando da adolescente andavo lì da lei per fare i compiti, oppure per nascondermi da mio padre quando era troppo arrabbiato perché potessi sopportarlo.
Ricordo che ogni volta stavo seduto proprio davanti a quella tavola, e lei stava lì ferma, proprio come ora.
Parlavamo a lungo, e parlavamo di tutto. Parlavamo di me!
Vorrei tanto tornare a quei giorni, ma so che non posso. Lei sta morendo, e so che non posso farci niente.

La meravigliosa prefazione di Antonella Cilento, mia maestra, realizzata per “Macerie”: antologia di racconti di cui sono uno degli ideatori nonché autore.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?

E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?

Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.

Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.

È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti  case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.

Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.

È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.

L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.

Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.

La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.

Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

 

Antonella Cilento