Tratto dal romanzo “Nuda”.

Arrivata al centro della pista, dove stava prima, non le sembrò di vedere nemmeno Stefania. Non vedeva niente. Tutto era un gioco di caravaggesche ombre che si susseguivano in una danza liquida e informe.
Volti, occhi, toraci, mani, braccia: non riusciva più a vedere corpi, ma soltanto pezzi umani che si dimenavano nel buio, e urla bestiali che le stritolavano le carni, come se fosse in un enorme mattatoio dove le bestie venivano macellate ancora vive.
Di lei quale parte del corpo era rimasta?
Un sorriso tremulo le deformò il viso, simile alla smorfia di un pagliaccio, e i suoi muscoli iniziarono a muoversi dapprima lenti, poi velocemente, come se ne avesse perso il controllo e ormai fosse diventata una marionetta mossa da invisibili fili.
Guardò attorno a sé con aria persa, quasi i suoi occhi fossero diventati di gesso.
Soltanto luci attorno a lei, corpi, mani, voci, urla, e la terra che sembrava tremare mentre lei da sola, abbandonata, ballava nel mezzo di carne sanguinolenta come fosse un quarto di bue che penzola da un gancio.
Stefania era sparita. L’aveva abbandonata. Eva era da sola, fragile, distrutta, gettata per strada come una bambola troppo vecchia per essere amata, o una puttana accoltellata perché troppo vecchia per essere ancora sfruttata.
Eva ebbe voglia di fermarsi e piangere, ma non una sola lacrima colò dal suo viso.
Sentì una mano afferrarle il braccio. Si voltò, ma non era Stefania. Era un uomo! Forse quello incontrato al bancone. Forse quello che l’aveva fermata all’inizio della serata. Forse Alessandro. Forse Mario. Forse Max.
Non importava!
Eva non ricordava i loro volti. Non ricordavo neanche il proprio volto. Sentiva soltanto una morsa nello stomaco e un fremito nel cuore, e le vene pulsare in cerca di eroina.
Sentì l’ago penetrarle le carni e una coltre di fumo annebbiare ogni suo pensiero.
Le luci intermittenti sembrarono lasciar spazio soltanto a un manto di ombre che pulsavano contro di lei mentre, come fosse una pupattola di pezza, veniva trascinata via fra corpi che le si scagliavano addosso, mani che si dimenavano contro al suo viso, e sorrisi deformati che puzzavano di alcool.
Sentì il proprio corpo sballottolato ovunque, come se non le appartenesse nemmeno, e poi un fiato di nicotina arrivarle verso le labbra sussurrandole: «Sei davvero molto bella.»
Lei accennò appena un sorriso. Gli occhi stavano per chiudersi, e il corpo era sempre più debole.
Il solo rumore che sentì fu quello di una porta che si spalancò. Poi alcune voci maschili. Delle risate. Qualcuno che ridacchiò: «Fottitela questa troia!»
Eva sentì ancora una porta spalancarsi, e poi dondolare nel vuoto fino a chiudersi.
Lei sorrise quasi quando quell’uomo di cui nemmeno vedeva gli zigomi la scagliò contro al muro di piccolo e squallido cesso, sussurrandole contro le labbra: «Ora ci divertiamo!»
Fu un lieve sorriso, come una smorfia di dolore: quel dolore che Eva voleva sentire sin dentro le proprie carni, come quando si mangiava a sangue le unghie. Quel dolore che voleva sentir fin dentro l’utero, come una mano violenta che le strappasse tutto dal corpo, per non lasciare nulla ad altri, né a lei.
Una qualsiasi emozione! Fosse anche la più atroce. Qualsiasi atto brutale per celare il pensiero di una vita masticata e poi vomitata.
Voleva farsi schifo, e lo sapeva.
Ora non era più la malattia a parlare, ma era il dolore di Eva incapace di non subire quella dannata malattia.
La senti urlare contro al proprio viso quando lui iniziò a muovere le mani sotto ai suoi vestiti.
Sentiva soltanto carne disgustosa toccarla, tastarla, stringerla, e labbra puzzolenti di alcool e fumo muoversi contro le sue.
Eva teneva chiusi gli occhi. Non voleva vedere, perché in fondo tutto sarebbe stato identico a quanto già visto troppe volte.
Persino la puzza di urina di cui erano impregnate le mattonelle sembrava la stessa di sempre, e così lo sfregarsi di quell’uomo contro di lei, e quelle sudice mani che le tenevano la testa abbassandogliela lentamente, senza che lei fosse ormai capace di opporre alcuna resistenza.
Udì soltanto il rumore della zippo calarsi, e poi puzza di pesce marcio contro al naso.
Non aprì nemmeno gli occhi. Sentiva freddo e una sensazione di bagnato sotto le ginocchia.
Era piscio sotto di lei, e lo sapeva, come sapeva cosa le stava davanti.
Non lo guardò nemmeno. Gli basto sentire le parole di sempre: «Avanti, succhia, troia.»
Aprì meccanicamente la bocca, come fosse dal dentista. Sentì carne dura, ruvida, bagnata e disgustosa contro le sue labbra da brava ragazza. Poi la lingua sfiorare della pelle che sapeva di pesce andato a male, e spinte violente nella sua bocca mentre una risata echeggiava attorno a lei, rendendo quasi visibili le mattonelle che lei nemmeno riusciva a vedere lì in ginocchio a occhi chiusi.
Sentì ancora una spinta nella sua gola.
“È come togliersi un dente” pensò un’altra volta.
Ma ormai ne aveva più di denti da togliere?
Quando lui la tirò su si sentì come una bambola inerme, senza vita; senza nemmeno più un’anima da violentare.
Sentiva le mani di lui muoversi sul corpo di un altro. Non sapeva di chi, ma non di lei: lei non ci stava nemmeno più.
Quando lui le schiacciò la testa contro al muro sentì soltanto puzza di piscio, e aprendo lentamente gli occhi lesse appena la scritta: “Passivo femminile per maschi dotati e villosi. Chiamare al 3484411760”.
Chiuse di colpo gli occhi. Quasi sorrise pensando a quanto appena letto, e mentre sentì la propria gonna alzarsi, e le mutandine abbassarsi velocemente, riuscì appena a versare una lacrime prima che qualcosa di duro iniziasse a premere contro di lei.
Lui le afferrò i capelli e le leccò la faccia sussurrandole contro al viso: «Dai, che ti piace, troia!»
Diede una spinta decisa. Eva strinse i pugni contro le mattonelle e serrò gli occhi, come se le avessero appena conficcato un coltello nella pancia.
Senti un colpo dritto nello stomaco. Una risata contro al viso. Il puzzo di urina nella sue narici, e le proprie lacrime colare in un cesso colmo di piscio.
Eva senti ancora una mano premere contro la sua testa, scagliandola contro le mattonelle, mentre spinte brutali come coltellate si muoveva nel suo utero quasi volessero spaccarlo.
Tenne duro. Qualcuno stava scavando nel suo cuore, ma era già successo.
“Due dita in gola e poi tutto sparirà” pensò, mentre lui si muoveva in lei con forza e prepotenza, lasciandole percepire la sua schifosa presenza in lei, e le sue labbra mosse in una sorridente smorfia le sussurravano dritto in gola «Ti piace, vero, troia?»
Fu un sorriso a rispondere per Eva, mentre sentiva il proprio corpo sbattuto contro al muro e pensando soltanto: “Due dita in gola e poi tutto svanirà”.
Eva guardò appena le proprie mani poggiate contro al muro, mentre lui si muoveva velocemente dentro di lei stringendole le carni e ansimando, chiamandola: «Troia, puttana, cagna.»
Sentiva la propria testa, e il corpo intero, sbattere con violenza contro le mattonelle. Respirava puzza di piscio e ormai non sentiva nemmeno più le spinte dentro di lei, come se fosse del tutto svuotata.
Vedeva soltanto le sue dita divorate, versando lacrime ma senza emettere un solo gemito, come se ormai non fosse nemmeno più viva.
Poi ci fu un’ultima spinta. Un morso sulla sua spalla. E infine del disgustoso e caldo liquido che le colò sulle natiche, fino a macchiarle le mutandine.
Mentre lei stava con la faccia schiacciata contro le mattonelle, ansimando e respirando ancora la puzza di urina, sentendo il fiato di lui sul collo, pensò che quelle mutandine erano un regalo di Mario: le sue preferite!
Le lasciò immobili fra le sue gambe tremule, ancora a carponi, con le mani contro le mattonelle, mentre dietro di lei sentì soltanto il rumore di una zippo alzarsi, poi un sorriso, e infine una voce esclamare: «Ti è piaciuto, vero, troia?»
Poi sentì solamente la porta sbattere dietro di lei, restando immobile per qualche secondo, a occhi chiusi, prima di scivolare al suolo come fosse una macchia di sangue riversata contro al muro.
Rannicchiata in un angolo, contro al cesso come uno scarafaggio, nuda su di un pavimento fetido di urina, Eva fissava il vuoto portando le mani fra le cosce, come se volesse lenire il dolore di una ferita che mai nessuno avrebbe guarito.
Si strinse il sesso come se volesse stracciarlo via: quel vortice con cui da sempre cercava di ingoiare se stessa. Quella spugna che si lasciava impregnare di veleno, per poi riversarlo sulla sua nuda pelle.
Ed era nuda in quel momento. Priva di tutto.
Non provava niente, se non dolore. Le lamette con cui si era tagliata le carni non le avevano dato alcun piacere. Nulla era stato dimenticato: Max, Alice, suo padre, non erano stati dimenticati.
Lei stava lì, immobile, sventrata, maciullata: non era altro che carne da macello da gettare via.
Tremava, mantenendosi il sesso aperto e sentendo ancora quella calda e liquida colpa grondare su di esso.
Avrebbe soltanto voluto vomitare, ma non riusciva nemmeno a farlo.
Anche lo stomaco le avevano strappato dalla pancia!
O era stata lei a farlo?
Tolse la mano dal suo sesso e la fissò, sporca dello sperma colato dalle sue natiche, e ora per terra, sotto di lei, come una pozza di sangue.
Lo fissò ancora. Era reale, quanto ciò appena successo. Quanto lo schifo che provava nei suoi confronti, quasi si stesse vedendo con gli occhi di suo padre.
Ecco, era finita l’abbuffata, e ora non restava che il momento in cui farsi schifo. Autocondannandosi. Odiandosi. Vomitando via la propria vita, come se ci si volesse purificare dall’imperfezione: dalla consapevolezza di non essere niente, se non il cibo vomitato.
Eva si alzò di scatto, afferrando nervosamente la propria borsetta e scagliandola contro la porta di quella tomba.
Fece un forte tonfo, poi cadde a terra facendo fuoriuscire alcuni oggetti.
Era la sua vita che aveva scagliato contro a quella prigione?
Guardò la borsetta e poi fissò uno specchietto ridotto in mille pezzi, i suoi trucchi, il suo portafogli, e il telefono spaccato in due.
Non vide altro che quel telefono, e di colpo strisciò verso di esso, ancora in lacrime, raccogliendolo e fissandolo.
Guardò quel cumulo di plastica e vetro fra le sue mani, agitata, sentendosi sola più di prima e nervosamente cercando di rimettere assieme quei frammenti in cui era celata la sua vita.
Veloci e violente le lacrime incominciarono a colarle sul viso arrosato, mentre fissando quell’oggetto capì che non avrebbe mai saputo cosa le aveva scritto Max.
Quel pensiero la uccise. Non sapeva perché, ma sentiva che quelle parole erano importanti, e che lei le aveva svendute per una dose d’eroina tagliata male, ancora una volta.
Stringendo il telefono si sentì svanire nelle mattonelle sotto di lei, fra la puzza di urina, fra le sue lacrime che continuavano a colare, e quel suo sguardo doloroso che sembrava capace di dare una vita anche a quello squallido cesso.
Max, Max, Max.
“Perdonami!”.
Afferrò soltanto le chiavi dell’auto e quelle di casa lasciando lì tutto il resto, uscendo di corsa dal bagno e fiondandosi fra la folla che si dimenava come se nulla fosse successo.
Si trovò avvolta in un buio liquido scosso dalle lame colorate dei faretti che illuminavano ora un viso, ora degli occhi, ora una bocca, ora un naso.
Lei non metteva a fuoco niente. I suo occhi erano cechi. Vedeva soltanto buio, e tastando corpi informi udiva soltanto il proprio fiatone e il cuore battergli nella testa.
Non cerco nemmeno Stefania. Uscì di colpo dal locale, correndo in una notte che sembrava fatta di cemento.
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Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”

Durante la notte Daniele fu svegliato da violenti colpi di tosse. Sembravano cannonate che stravolgono una cittadina nel cuore del sonno.
Sofia balzò di colpo, tenendogli la testa e accarezzandogli il viso, urlandogli contro: «Amore, che hai?», mentre lui si rigirava nel letto, senza più respirare, violaceo in viso, sentendo soltanto cemento denso occludergli la gola, e i colpi di tosse che invano cercavano di spaccare quel muro posto fra lui e la vita.
Fu uno sputo tremendo, violento, inumano a riportarlo alla vita.
Fra le braccia di Sofia, Daniele respirava a grandi boccate l’aria, come fosse risalito da una profonda apnea. Il buio attorno a lui sembrava denso e girava contro al suo viso sudato, infilandosi nella sua bocca aperta che ancora ansava in cerca della vita che gli stava sfuggendo dal petto, mentre sul lenzuolo, proprio davanti ai suoi piedi, giaceva silenziosa ed enorme una macchia di muco colmo di sangue.
Sofia la fissò con terrore. Avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto dire qualcosa. Ma le parole le erano rimaste incollate sul palato, come se le avessero mozzato la lingua e ormai fosse in grado soltanto di esprimersi con sguardi o smorfie.
Soltanto buio, terrore e respiri pesanti si muovevano fra i loro corpi avviluppati come due animali che tremano sentendo un nemico avvicinarsi alla propria tana.
Ma Sofia aveva capito che quell’animale era stretto fra le sue braccia, e che sarebbe stato lui a recidergli con un morso la gola.
Lui le disse che andava tutto bene. Sì: «Dannata bronchite!»
Lei lo vide svanire nel buio, come fosse uno spettro, restando immobile sul letto senza poterlo raggiungere: cerea, come se lei stesse morendo al posto suo.
Sentì i passi di Daniele perdersi nel buio, e il suo respiro rantolare come unghie che grattavano le mura del corridoio.
Le parve di poter contare persino i passi di lui. Lo vedeva persino barcollare nel corridoio, come se stesse cercando un posto dove rintanarsi per morire, e infine, quando udì la porta del bagno chiudersi, gli parve di sentirlo crollare a terra, pesantissimo, come un corpo ormai troppo sfinito per poter andare avanti, e dunque desideroso soltanto di fermarsi, così da non provare più niente.
E Daniele si sentiva proprio così, avanzando a fatica nel bagno, riuscendo a malapena a respirare mentre bava, muchi e rivoli di sangue gli colavano sul volto.
Restò immobile contro al lavello, fissandosi allo specchio, e ora vedendo un volto che non sembrava il suo: un volto pallido, affaticato, sofferente e impaurito.
Al posto degli occhi vedeva soltanto due grotte buie, e il suo volto era un insieme di carne mutilata da cui grondava sangue misto a pus.
Rivide il volto di suo padre quando una volta, rantolando nel buio di un corridoio che pareva infinito, trascinandosi contro le mura come una bestia colpita a un fianco, ansimava tendendo la mano contro al vuoto, forse non vedendo nulla, ma cercando soltanto di raggiungere uno spiraglio di luce nel mezzo dell’oscurità che lo stava divorando vivo.
Ora Daniele non vedeva nulla davanti ai propri occhi se non il volto di suo padre, e lo fissava con aria dura come quand’era bambino, terrorizzandolo, impedendogli ogni movimento.
Ansimando ancora, allungò appena la mano tremula verso il vetro, sfiorandolo, e sentendo le unghie grattare contro di esso.
La lasciò cadere di colpo nel vuoto, contro a un lavello che odorava di cosmetici da donna, e di tutti i suoi profumi che ormai non gli sembravano avere più un senso.
Li guardò a uno a uno. Osservò le sue lamette pulite, il dopobarba di marca, e persino le pinzette con cui si sistemava le sopracciglia.
Poi rivide il proprio volto allo specchio, e una morsa atroce gli strappò via il cuore dal petto.
Suo padre lo fissava con occhi neri, privi di pupille, profondi quanto due pozzi senza fine.
Il terrore di Daniele era diventato una ferita profonda incapace di rimarginarsi, perennemente dolorante e che gronda sangue.
Nemmeno la morte era pari a quel dolore. Lo stava tagliando a pezzi vivo. Sentiva le proprie carni aprirsi e mani strappargli via dalla pancia gli organi mentre lui, immobile e ansimando, vedeva il volto gelido e violaceo di suo padre fissarlo.
Le lacrime iniziarono a cadergli silenziose dagli occhi, bagnandogli il viso mentre attorno a lui sentiva soltanto pesanti vangate, e fredda terra precipitare in una fossa, sopra la tomba di suo padre.
Ne sentiva ancora la puzza sin dentro al naso, e come allora da quella fossa udiva la voce di suo padre urlargli contro: «Perché mi hai ucciso?»
Sentì un’ultima vangata colpire la terra, poi le pale battere su di essa, e pesanti lastre di marmo precipitare nel vuoto.
Sì lavò in fretta la faccia, ansimando ancora e tossendo, pulendo il sangue dal proprio viso e cercando di lavare via il sangue che gli inquinava il cuore.
Quando uscì dal bagno Sofia l’attendeva in piedi nella camera da letto.
La lampada accesa sul comodino sembrava avvolgere soltanto lei, come se quella casa, i vestiti costosi di Daniele e ogni altra cosa non avessero più importanza.
Sofia sembrava una bambola, proprio come quella che Daniele le aveva regalato, e posta ancora su di un mobile pieno di trucchi, foto di loro due sorridenti, e alcune statuette di porcellana che Sofia amava particolarmente.
In quel momento lei era pallida più di quelle statuette. Fissava soltanto Daniele, e Daniele fissava soltanto lei: nel buio non esisteva altro che il bianco dei loro occhi incrociati in un comune terrore.
Le labbra di Sofia si mossero più volte, tremule, come se stessero dicendo qualcosa, ma senza emettere un suono.
Daniele le si avvicinò. Cercò di trattenere la tosse, sentendola rantolare nel petto e nella gola, e appena le fu vicino lei lo strinse forte, affondando le proprie dita contro la sua schiena e sfiorandogli la guancia con le labbra, sussurrandogli, quasi stesse per piangere: «Ma che hai? Sei sicuro che va tutto bene?»
A Daniele sembrava che Sofia fosse ora una bambina: quella bambina che non le aveva mai dato e che mai le avrebbe dato.
La strinse forte a sé. Le diede prima un bacio, e poi un altro.
Nel buio non si sentì altro che il rumore delle loro labbra umide toccarsi, e poi un respiro spaccare l’immensa densità del buio che li avvolgeva, proprio come un lampo squarcia il cielo notturno.
«Domani inizierò la cura» le rispose Daniele, trattenendo a fatica la tosse, mentre il suo petto pulsava veloce contro ai seni di Sofia.
Lei non ebbe il coraggio di dire una sola parola, proprio come tante altre volte, durante i silenzi di Daniele in cui lui stesso non sapeva a cosa stesse pensando. E ultimamente quei silenzi erano aumentati vorticosamente. Daniele non sembrava più nemmeno un marito, ma un padre; persino quando facevano l’amore a lei sembrava di essere stretta per compassione, non per altro.
A volte pensava che amasse un’altra. A volte pensava che non amasse lei e basta. A volte pensava di essere soltanto una stupida, perché a conti fatti Daniele le dava tutto, la trattava con una tenerezza tale da farla sembrare una principessa, e da quando erano sposati non avevano litigato mai nemmeno una volta.
Eppure mancava qualcosa. Lei non sapeva cosa, ma qualcosa mancava, come in una notte profonda in cui ti rigiri a letto, pensando a mille cose, ma incapace di afferrare quel pensiero che ti toglie il sonno.
Nemmeno in quel buio che li avvolgeva, o nei suoi occhi, o nelle labbra contro le sue, Sofia riuscì a dare nome a quel pensiero. Aveva soltanto paura, e l’abbraccio di Daniele non riusciva a frenare il tremore che scuoteva la sua anima.
Persino una volta a letto, in un buio che sembrava crema densa, lei rimase con gli occhi aperti: due palle bianche perse in un nero soffocante, mentre immobile sentiva il respiro pesante di Daniele, e i colpi di tosse che spaccavano il silenzio della notte, e dei colpi ancor più violenti spezzarle il cuore.
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Mosse la mano sulla sua schiena graffiata, e con l’altra gli accarezzò i capelli fradici di sudore, sussurrandogli appena contro al viso: «Come ti chiami?»
Attese qualche istante una risposta, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un lungo sorso, osservandolo immobile su di lei, a occhi aperti come un animale massacrato.
«Nicola. Nico!»
Lei sorrise, stringendolo a sé e sussurrandogli in un orecchio: «Io mi chiamo Victoria. Vicky, se ti piace.»
Lui non riuscì a dire niente. Stretto ai suoi seni, contro la sua pelle, a occhi aperti fissava oggetti irriconoscibili persi in un denso buio, proprio come si sentiva lui stretto a quella donna, ancora in lei, sentendo le sue carni palpitare contro di lui, e il respiro di quella donna di cui conosceva soltanto il nome battergli contro la faccia.
Si alzò di scatto, divincolandosi dalle sue braccia e andando verso la scrivania.
Accese subito una sigaretta e si portò alla finestra. Vicky si alzò appena di qualche centimetro dal letto, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un sorso, restando poi ferma a osservare la schiena di Nico colma di graffi, e la flebile luce proveniente dalla finestra calata che ne definiva la sagoma.
Rimase silenziosa a osservarlo, senza pensare, guardandolo soltanto mentre lui, immobile, osservava da dietro misere tende solcate da una luce gialla un uomo di mezz’età caricare con cura un carillon, come faceva ogni notte, per poi lasciarlo suonare malinconico in quel vicolo dove non si sentivano altro che risate ubriache, o il miagolio isterico di un gatto che guizzava da un cumulo di rifiuti.
Nel silenzio più abissale, respirando soltanto la puzza della propria sigaretta che ardeva fra le sue dita ingiallite, Nico sentì la voce lenta di Vicky muoversi fra le note di quel carillon, sussurrando: «Un tempo ne avevo un così anch’io.»
Nicola si girò lentamente, guardandola come se stesse osservando un’ombra.
Le lenzuola sotto di lei profumavano ancora di sesso, ma era una puzza più che un odore: una puzza di un sesso passeggero, che non avrebbe lasciato altro che rimpianti e malinconie nella mente di chi avrebbe dovuto poi cambiarle.
Nico fissò le lenzuola, poi guardò Vicky, pensando a quante volte Elisa era stata stesa su quelle stesse coperte.
Gli venne persino da sorridere, ricordando che quelle erano proprio le lenzuola su cui avevano fatto l’ultima volta l’amore, molto tempo prima che lei andasse via.
«Lo so che non sono lei» disse Vicky, fissando soltanto il cuscino e muovendo le dita su di esso, come se avesse appena letto nella testa di Nico.
Lui sobbalzò, e la cenere cadde dalla sigaretta fra le sue dita.
«Mio figlio amava quel carillon» riprese, senza distogliere lo sguardo da quell’angolo di stoffa, come se ormai ogni immagine fosse diventata irrilevante al cospetto dei ricordi che come annegati riaffioravano nel suo cuore.
«Ti ho detto che si chiama Andrea?» aggiunse, alzando lo sguardo verso Nico: due occhi spalancati che gli si accalcarono alla gola come una supplica.
Lei abbassò nuovamente lo sguardo, sospirando e al tempo stesso sorridendo.
«Un nome così dubbio, e poi suo padre non voleva che giocasse con un carillon.»
Nico si avvicinò di un passo, lei strinse il cuscino, lasciandosi cadere con la bottiglia ancora in mano, e poggiando le labbra contro di esso.
L’aria era così densa che la si poteva toccare, e le ombre si muovevano sui loro corpi come mantelli percossi dal vento.
Nico si mise a sedere accanto a lei, senza guardarla né toccarla, ma standole solamente vicino, come un animale che dorme ai piedi del proprio padrone, giusto per mostrargli che lui ci sta, e sapere a sua volta di non essere solo.
«Fino ai quattro anni tutti lo scambiavano per una femminuccia» riprese Vicky, ora chiudendo gli occhi, come se nei propri sospiri stesse rivedendo quelle immagini. «A Riccardo non gli andava giù questa cosa, fu per questo che lo rimproverò quando lo vide giocare con il mio carillon.»
Fece un attimo silenzio. Nico rimase immobile seduto sul letto, con la testa raccolta nel vuoto, fra le sue gambe, bisognoso di quella sconosciuta e al tempo stesso infastidito dalla sua presenza che di colpo aveva reso viva la sua gabbia: pulsante come un organo che rabbrividisce al cospetto di una cancrena.
Quel silenzio fu immensamente pesante sulla sua pelle, ma non trovò la forza di dirle niente, quando invece avrebbe voluto chiederle tante cose: da dove veniva, perché era fuggita, e soprattutto cosa cercava.
Ma rimase zitto. Un respiro pesante di Vicky tranciò l’aria, fino a raggiungere la sua schiena.
«Ruppi io quel carillon, dando la colpa a lui, e lo feci perché gli occhi di Riccardo non lo guardassero più come fosse un malato da curare.»
Nico mosse appena il capo, lasciando cadere la sigaretta dalle dita.
«Lui ora dove sta?»
«Lontano! Lontano con suo padre.»
Non le chiese altro. Non volle sapere il perché, non le chiese quale fosse il posto, né le domandò se un giorno li avrebbe raggiunti.
Si lasciò cadere sul letto, stanco, come un animale che ha percorso troppi chilometri.
Lei gli strinse il capo, e le sue mani erano ancora calde: profumavano ancora di quella loro fugace intimità.
«E lei dove sta?»
«Lontano!» gli rispose lui.
Nico percepì le labbra di Vicky muoversi in un piccolo sorriso contro al suo collo, mentre lei continuava ad accarezzargli il capo.
«Dormi con me stanotte?» gli chiese.
Lui non disse niente. La strinse forse a sé, respirando il profumo della sua pelle misto all’aroma di sesso di cui era ancora pregna la stanza.
Chiuse gli occhi assieme ai suoi. Nessuno disse una sola parola. Restarono così, in silenzio, avviluppati come due animali in una tana, mentre il mondo fuori continuava a scorrere.

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Tratto dal romanzo “Nuda”.

Eva sfogliò nervosamente una pagina, senza leggere nulla, ma sentendo soltanto gli occhi di suo padre su di lei: desiderando di sentirli! E di vedere il proprio sangue colargli in gola fino a soffocarlo.
Con fare goffo suo padre chiuse la porta alle proprie spalle, venendo avanti quasi fosse un bambino imbarazzato che avanza in un mondo gigantesco.
Eva sfogliò ancora una pagina, fingendo di leggere, mentre lui, in piedi a pochi passi da lei, iniziò a guardare attorno a sé, come se fosse la prima volta che vedeva quella stanza.
Forse in un certo senso era davvero così.
Osservò i peluche su di una mensola, e il loro finto pelo illuminato dalla luce giallognola della lampada, e poi le ultime due bambole di porcellana da lui regalate. Osservò i vestiti gettati su di una sedia, che di certo gli ricordarono quanto la sua bambina fosse ormai cresciuta, e con sguardo fiero osservò una libreria piena di libri e riviste di ogni genere, accarezzandola dolcemente con la sua forte mano, come se volesse accarezzare il volto di Eva dicendole: «Quanto sono fiero di te.»
Ma se Eva non fosse stata malata, lui non avrebbe mai fatto quel gesto; non avrebbe mai pensato quanto appena pensato, né sarebbe entrato in quella stanza.
La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.
Si alzò di scatto, asciugandosi le lacrime e raggiungendo la cornice.
Brutalmente la strappò via dal muro e la gettò sulla scrivania, per poi lasciarsi cadere sul letto, stesa su di un lato come un feto abortito, masticando voracemente le proprie unghie e fissando un vuoto impalpabile che le sembrava impossibile colmare, e in cui ancora violento si muoveva il fragore delle onde e le risate di sua sorella e suo padre che mai avrebbe raggiunto.
Aveva desiderato per tutta la vita l’amore di suo padre, eppure un attimo prima la sua presenza le era sembrata inopportuna; lui sembrava stesse cercando invano di rimettere insieme i pezzi di un vaso infranto, mentre lei continuava a urlargli contro che era stato lui a romperlo, incidendogli quella colpa nelle carni, e fin dentro al cuore.
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NUDA

Il suo stato d’animo e la sua stessa vita rispecchiavano le sue unghie rosicchiate: specchio di una vita divorata fino all’osso.

Non si sentiva pronta, e uscì da quella stanza così come vi era entrata due mesi prima: una bambina impaurita al cospetto di un mondo troppo immenso.

Si ritrovò per l’ennesima volta in un corridoio dalle mura bianche piene di colorati disegni fatti con pastelli a cera: deformi animali rossi, gialli, verdi, viola o rosa; e ancora disegni raffiguranti persone che si tenevano per mano, bambini sorridenti, alberi e prati fioriti: tutto ciò che doveva portare al cuore amorevoli sensazioni e pensieri felici, ma che a niente servivano se non ad appestare l’aria di un pastoso odore di cera che si mischiava a quello del detersivo scadente proveniente dal pavimento.

Li aveva visti mille volte quei disegni, forse anche di più, perché durante la prigionia, fra colloqui, attività di gruppo e le poche ore di libera uscita, lei come le altre non faceva che vagare in pigiama per quel corridoio.

Conosceva a memoria ogni mattonella. Era entrata e uscita mille volte dalla grossa porta del refettorio alla sua sinistra, ormai impregnata dalla puzza di stufato di carne bollita e da cui sembravano ancora uscire i lamenti di ragazze terrorizzate al cospetto di un piatto fumante. Era entrata e uscita mille volte dalla porta dei bagni dove solitamente le ragazze si ammassavano per la doccia, e in cui, per quanto candeggina si passasse, si respirava sempre un disgustoso tanfo di vomito misto a sangue mestruale di un ciclo a lungo ritardato. Ed era entrata infinite volte nella stanza di ogni ragazza dove a volte, in lacrime, lei e le altre si riunivano per confessarsi indicibili segreti, oppure solamente menzogne propinate per ricevere un abbraccio.

Come uno spettro in pena aveva percorso migliaia di volte quel corridoio, fissando i propri pensieri densi e vischiosi quanto schiuma da barba, circondata da ragazzine pallide e ossute con addosso pigiami da bambina e dallo sguardo inanimato: il suo stesso sguardo! Gli stessi sguardi delle ragazze che vide ancora una volta in quel corridoio; alcune camminavano velocemente per cercare di smaltire inesistenti calorie, altre stavano appoggiate a un muro leggendo o fissando il vuoto, e altre ancora entravano e uscivano dalla propria stanza, giusto per far scorrere il tempo.

Sembravano tutte uguali: pigiami, volti pallidi e occhi incavati si susseguivano lungo il corridoio avvolto dal vocio petulante di adolescenti e le urla nevrotiche di un’infermiera che diceva loro di stare calme.

Eva sapeva che stavano fingendo, pur di non morire; e anche lei stava fingendo: fingeva di sorridere, perché non sapeva come dire a loro che fra poco le avrebbe abbandonate per sempre, e che era felice di farlo.

Continuò soltanto ad avanzare fra volti, urla, risate, e scheletriche braccia che oscillavano nel vuoto come rami secchi scossi dal vento.

In mezzo a loro, ancora una volta, si sentiva una persona inadeguata: quella che non avrebbe mai fatto niente nella propria vita, diversamente da una sorella che eccelleva in ogni cosa.

Pensò ancora a cosa avrebbe fatto una volta fuori da lì, camminando a passo lento fra quelle mura coperte da disegni per bambini, mentre quei volti sembravano circondarla, come se con i loro occhi incavati volessero ricordarle una realtà da cui mai sarebbe fuggita.

Studiare medicina o iscriversi a una scuola di scrittura?

E con quali soldi?

Qualsiasi pensiero si insinuasse nella sua mente, alla fine la riconduceva sempre a lui: suo padre!

Era stato lui a pagarle l’università a Macerata. Era stato lui a pagarle l’auto. Era stato lui a pagarle il ricovero. E sarebbe stato lui a pagarle il futuro.

Ovunque fosse andata, suo padre l’avrebbe sempre inseguita dicendole: «Tu senza di me non vali niente!» E non avrebbe avuto bisogno di parole per dirlo, gli sarebbe bastata la sua presenza: un solo sguardo e l’avrebbe uccisa.

Forse il solo modo per liberarsi della malattia sarebbe stato vedere suo padre morto.

Guardò ancora i volti di quelle ragazze, cercando di non pensare a nulla, ma senza riuscirci, sentendosi fragile come il giorno di due mesi prima, quando aveva messo piede in quel posto.

Fra un intreccio di volti, braccia e voci, vide Elena poco distante dalla porta della loro camera. I suoi grossi occhi azzurri, incastonati in due bui crateri su di un pallido viso, erano tristi più del solito, come se vedendo Eva fosse a conoscenza che presto le avrebbe detto addio.

I boccoli biondi, simili a quelli delle bambole nella camera di Eva, le cadevano sul viso mentre teneva il capo chino su di un libro.

Eva istintivamente guardò il libro fra le mani scheletriche di Elena: era Anna Karenina. Elena l’aveva letto almeno tre volte.

Elena era del luogo. Abitava poco distante da Genova. Infatti i suoi venivano a trovarla ogni giorno, anche se la cosa non le faceva piacere. Era una ragazza schiva, taciturna, spesso cupa. Ma quando sorrideva, e ciò succedeva di raro, le sue sottili labbra -sempre coperte dal rossetto- mostravano una fragilità sconcertante: come se non fosse un’adolescente, ma soltanto una bambina. E in fondo lo era, proprio come Eva.

Elena profumava sempre di vaniglia o di zucchero, vestiva sempre con abiti freschi, e aveva una passione innata per la lettura.

Tolstoj, Flaubert, Dostoevskij, Čechov, Bulgakov, Simenon; grazie a lei Eva aveva passato infinite notti assieme a Emma Bovary, Anna Karenina o Varvara Dobroselova. Elena le aveva narrato tutto dei personaggi presenti nei libri da lei letti, quasi fossero reali, e per lei la sola famiglia.

Eva aveva letto molte cose, e spesso del desiderio di farsi ammirare da suo padre, eppure innanzi la vorace fame di libri mostrata da Elena si era spesso sentita un’inetta: proprio come quando andava da suo padre, dicendogli di aver letto un libro, e sentendosi rispondere con tono annoiato: «Sì, niente male, ma ci sta di meglio.»

Alcune volte, mentre Elena parlava, Eva rimaneva incantata; altre volte invece la odiava! Fissava i suoi grossi azzurri, sorridendo, ma desiderando di cavarglieli e schiacciarli sotto al calcagno. Perché lei era la figlia che suo padre avrebbe voluto! Perché lei forse sarebbe morta, ricordandole il suo essere malata e imperfetta.

Presto le avrebbe detto addio, eppure, guardandola, non provò la minima nostalgia verso di lei, ma solamente un senso di liberazione nel sapere che presto non avrebbe più udito le sue lacrime durante la notte, o quelle di tutte le altre ragazze.

La guardò ancora, scrutando i suoi zigomi incavati in cui, come pietre marine erose da troppe onde, si celavano infiniti anni di dolore.

Gli occhi di entrambe si incrociarono come due incomunicabili solitudini che si trovano, senza però potersi abbracciare.

Mentre nel corridoio continuavano a rimbombare le urla delle ragazze, Eva non vedeva nulla davanti a sé se non gli occhi di Elena. Sembravano si stessero dilatando, inghiottendo ogni cosa: persino i passi di Eva che avanzava verso di lei sforzandosi di sorridere, ma vedendo in quegli occhi soltanto una bestia che gli stava ringhiando contro: «Guarda ciò che sei!»

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Forse una delle parti più dolorose e cruente di “Nuda”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

Con un fendente, stringendomi forte, mi trapassò le carni e l’anima. Stringendomi forte e affondando i suoi denti nel mio minuto collo.
Un gemito di piacere e di dolore rimbombò in quella buia e silenziosa tomba in cui noi, condannati a morte, stavamo perpetuando il delitto che ci avrebbe condotti infine al suicidio.
Lui iniziò a muoversi su di me con decisione. Con forza. Stringendomi come se volesse stritolarmi. Mordendomi il collo come se volesse lacerarlo. E io, sotto di lui, mi muovevo al suo stesso ritmo; meccanicamente, violentemente, disperatamente su di un materasso impregnato di lacrime più che di sudore. Agitandomi su lenzuola che non avevano su di esse il profumo di sesso, ma solamente il fetido tanfo del sangue; sangue vomitato da due bestie che si stavano dimenando in una landa priva di luce.
Ero io a scopare lui, non lui me. Ero io a violentare me stessa, non lui. Era quello il mio masochistico delirio, e io ero le mie dita divorate. Il vomito gettato nel cesso dopo una lunga abbuffata. Ero la mia fica smembrata dalla sua violenza. Dalla mia violenza. Dalla voglia di non essere mai nata. Da quella voglia di morire, perché incapace a vivere.
Mi muovevo sotto di lui come se volessi prenderlo pugni, urlando in me “Pugnalami. Pugnalami. Pugnala il mio cuore marcio. Puniscimi per essere nata”.
Questo rimbombava nella mia testa mentre il mio corpo, come fosse una bambola di plastica, veniva scosso dalle sue spinte. Agitandomi a mia volta sotto di lui e sentendo il suo corpo sudato, rabbioso, colmo di dolore che si muoveva sul mio; penetrandomi, colpendomi con forza. Colpi simili a pugnalate in cui era intriso tutto il suo dolore nei confronti di una vita che l’aveva relegato in un dipinto. Quella mia stessa rabbia che, con atti masochistici, si scagliava contro di lui, costringendolo ad uccidermi e uccidersi. Colpendolo mentre lui mi colpiva. Muovendomi assieme a lui mentre la stanza roteava attorno a noi: tutto confuso, stordito, lontano, come se non fossimo più noi a stare lì, ma solamente le viscere di due cadaveri ormai putrefatte. Solamente sangue che nessuno avrebbe mai lavato via. Il sangue di vite gettate tra cumuli di rifiuti tossici, mai nate; aborti strappati dal grembo materno e lasciati al freddo, mentre gli ultimi secondi di una vita mai compiuta ancora pulsavano nei loro informi cuori, mostrandogli una vita che mai avrebbero avuto. Un nome che mai avrebbero avuto.
E qual era il mio nome? Qual era il suo nome?
Un gemito di rabbia donò un nome a entrambi, mentre lui, stritolandomi, diede un colpo fortissimo in me, accolto dal mio pube famelico; dal mio corpo affamato di quella vita rubata, lì sotto di lui, dimenandosi come fossi indemoniata. Inchiodata a un letto che non aveva più il sapore dei nostri baci e dei nostri giuramenti, ma solamente lo stesso nauseante sapore di un bacio di un omicida dato sulla carcassa della propria vittima.
Infine, si lasciò cadere su di me. Nel buio. Nel buio che celava quel delitto. In un silenzio dove solamente i nostri respiri affannati rimbombavano, come monito a una fatica che ci aveva uccisi, senza però cancellare nulla dai nostri cuori avariati.
Saremmo mai stati liberi?

 

Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito