Due toccanti estratti del mio ottavo romanzo, Un cielo di cemento, seguito di Affamata d’amore. Romanzo ispirato a una storia vera.

Già, lei era comunque la figlia di un dottore, ex vicesindaco di un paesino in provincia di Cuneo. Aveva di certo una casa bella e accogliente. Molti vestiti in un armadio, se pur magari mai messi. Una macchina sua, una per sua sorella, e una per il paparino. Aveva di certo partecipato a molti aperitivi, serate in discoteche lussuose o vacanze costose.
In fondo io che c’entravo con il suo mondo?
Eppure tra una settimana sarei entrato in quel mondo. In quel suo mondo fatto di sicurezze. Un mondo dove non si rischiava mai di non poter pagar l’affitto. Un mondo dove non ci si doveva scervellare per come sbarcare il lunario. Un mondo fatto di auto, condizionatori, vestiti, un frigo sempre pieno, televisori al plasma, serate mondane e laure appese al muro in bella vista, così da mostrare a tutti quanto fossero speciali e socialmente inseriti.
E io, io che c’entravo in tutto ciò? Che c’entravo in quel mondo in cui mi trovavo? Che c’entravo con lei e con il mondo che presto avrei visto?
Forse ero davvero solo un gioco. La distrazione di una bambina ricca e annoiata.
Io e lei stavamo su due pianeti diversi. Due emisferi totalmente opposti. Lei nel suo mondo dove non si doveva sgobbare per vivere in affitto in un merdoso appartamento, io nel mio mondo dove i soldi non bastavano mai, e si era costretti a fare lavori di merda solo per sopravvivere.
Già, una volta lei scrisse “Io voglio vivere, e non sopravvivere”. E a chi come lei, nata nel benessere, ciò era concesso. Le persone come lei avevano sempre delle opportunità nella vita. E anche se l’avessero bruciate, beh, ci sarebbe stato sempre chi per loro avrebbe pagato il conto. Mentre per quelli come me, sin dalla nascita le opportunità neanche esistevano. Si nasceva già bollati. Etichettati come Ebrei nel periodo nazista. Già predestinati a dover sgobbare per tirare avanti. A dover accontentarsi di un qualsiasi lavoro, non per pagarsi dei divertimenti, ma per pagarsi da vivere. Costretti a sopravvivere anziché vivere. Così impegni a dover sopravvivere da non avere il modo né i mezzi per poter vivere. Per poter raggiungere quei sogni a loro preclusi sin dalla nascita, senza che ne avessero colpa. E se mai a gente come me fosse per puro caso piovuta dal cielo un’occasione, beh, se l’avessero gettata via non avrebbero avuto altre scappatoie. Sarebbero sprofondati sempre di più. Nel fango, nella melma. In una vita straziante fatta solo di doveri, di responsabilità, e cose odiate da fare per sbarcare il lunario. Per pagarsi il diritto a sopravvivere, senza mai poter vivere.
Sì, io e lei eravamo così diversi. Lei lo sapeva? Forse sì, ma non l’avrebbe mai accettato.
Eppure chi tra noi stava vivendo, e chi stava sopravvivendo?
Lei, sempre ripiegata nel proprio dolore, in cerca sempre di una risata altrui per sentirsi viva? O io, che nonostante il dover umiliarmi per pagarmi da vivere, continuavo a lottare ogni notte? Scrivendo e pubblicando. Continuando a farlo. Continuando a sognare pur senza avere agganci. Pur senza avere soldi né tempo per frequentare ambienti pieni di finti intellettuali. Pur senza mai piegarmi a nessuno, sorridendo a gente che mi stava sul cazzo.
Chi stava sopravvivendo, e che stava vivendo?
Io la guardai. La guardai mentre camminava al mio fianco, mano nella mano, tra quella gente ricca che faceva parte del mondo da cui proveniva e da cui stava cercando di scappare da sempre, senza però mai avere il coraggio di chiudere ogni conto con quel suo mondo per entrare nel mio. Nel mondo dove si doveva sudare per vivere, continuando però a sopravvivere, mangiando merda ogni giorno.
Eppure, quel suo sorriso!
Cazzo, mi sembrava di rivederla. Era di nuovo lei? Era davvero lei, o solo un’altra proiezione della mia mente?
Non lo sapevo. Ma quando lei, vedendo uno negozio della Disney, divampò in un gioviale sorriso, beh, rividi la mia amata Elisa. Quella che non se ne fotteva di nessuno. Quella che avrebbe voluto ridere di tutto e tutti e giocare con il mondo intero.
Ma anche quella risata, era reale, o faceva parte di un mondo ovattato? Un mondo in cui lei stava bene. Mentre nel mondo reale, quello di responsabilità, momenti di noia, momenti di dolore, lei proprio non riusciva a stare.
In fondo noi eravamo come in una grande vacanza. Eravamo in vacanza, sì. Lontani dal lavoro. Lontani dalle responsabilità. Due incoscienti in un piccolo sogno. In un momento, non altro.
Dunque potevamo permetterci il lusso di giocare con il mondo. Eravamo turisti, ci era dovuto! Potevamo passare il tempo a ridere di tutto. A fare follie. A non fottercene di un cazzo.
Era quello per lei vivere? E poteva durare per sempre?
Forse per lei sì. Per me, probabilmente no.
Presto lei sarebbe andata a Torino per studiare. Io sarei rimasto a Napoli. Ecco la realtà!
Suo padre le avrebbe pagato la casa. Le avrebbe dato i soldi per mantenere l’auto. Le avrebbe dato i soldi per vivere, e anche per divertirsi.
Avrebbe passato il tempo senza dover lavorare. Studiando, sì, ma in verità, passando il più del tempo in qualche facoltà dove avrebbe conosciuto tanta gente. Uomini, perlopiù. I tipici coglioni senza palle che per fottersi qualcuna, o trovare la fidanzatina, sono pronti a diventare gli amichetti di chiunque.
Ecco, le sue giornate sarebbero state sì una continua vacanza. Sempre in giro con amici. Se non in giro, con loro a ridere durante lo studio. Poi, magari qualche serata in un pub. Più avanti, le discoteche. Presto, qualcuno a casa sua. Qualcuno nel suo letto. Tutto senza preoccupazioni. Avendo il tempo per problemi mentali, non avendone di economici.
E io, invece? Io avrei continuato a umiliarmi per pagarmi da vivere. Avrei fatto lavori di merda, solo per pagarmi da vivere. Solo per pagarmi il tetto e il cibo.
Non avrei potuto scegliere, no. Perché per scegliere bisogna avere i soldi. Per scegliere bisogna avere qualcuno che ti paga la sopravvivenza, mentre tu realizzi i tuoi sogni; proprio come si fa con i bambini! E io non ero un bambino, e forse non lo ero mai stato. Avrei ancora e ancora mangiato merda. Lavorando solo per arrivare giusto a fine mese, senza poter far niente per cambiare la mia situazione. Niente, se non scrivere ogni notte. Lottare ogni notte. Senza distrazioni. Senza appoggi. Senza niente se non i miei sogni. E poi, magari un domani, da morto sarei diventato famoso, e di quella fama non me ne sarei fatto un cazzo! Qualcun altro ne avrebbe goduto. Qualcuno proveniente dal mondo di Elisa. Mentre quelli nel mio mondo avrebbero continuato a morire per strada, o in una vita priva di vita. In un’esistenza passata a sopravvivere, anziché vivere. Perché non c’è scelta. Perché spesso si nasce già senza scelta.
E noi avevamo una scelta? Elisa avrebbe lasciato il suo mondo per il mio, e io mi sarei avvicinato al suo?
Per un attimo sperai di sì, quando la vidi correre verso quel negozio, tirandomi per la mano e sorridendo come una bambina.
Forse davvero lei avrebbe sudato per stare con me, oppure già domani se ne sarebbe dimenticata, tornando nel mondo del suo potente paparino, pronta a scegliere qualche figlio di papà conosciuto in università.
Che cazzo di confusione. Non ne potevo più! Non sapevo più cosa fosse vero e cosa no. Né chi fosse lei per davvero. O sei mai fosse esista la Elisa che avevo conosciuto.
Sapevo solo di rivolerla. Di rivolere quella Elisa. E di essere pronto a tutto per riaverla. Persino a entrare in un merdoso negozio della Disney.
Beh, a dire il vero non fu affatto male. Cioè, il posto era uno schifo! Ovunque colori come il rosa o viola. Attorno a noi pupazzi che ci fissavano con aria da fessi, e bambini altrettanto fessi ronzavano ovunque assieme a dei genitori lobotomizzati, toccando con fare curioso tutti quei giocattoli di gomma; bambolotti di Hercules, bambole di Cenerentola, la tazza a forma della testa di Pinocchio, il cuscino con su il disegno di auto con occhi e bocca, e altre cazzate sparse ovunque.
Elisa avanzò in quel posto a passo svelto, sorridendo, e di tanto in tanto spostando qualche moccioso, proprio come all’acquario di Genova.
Toccava tutto. Toccava ogni cosa, fottendosene dei cartelli con su scritto “vietato toccare”, o delle famigliole che ci guardavano con fare nauseato.
Eravamo di nuovo da soli. Di nuovo da soli contro al mondo. E io speravo che quel momento fosse durato per sempre, e che avremmo vissuto così sempre e comunque; a prescindere dai soldi e dalle difficoltà, e da quei doveri strazianti presenti in ogni giorno.
Ma non avevo alcuna certezza su ciò che sarebbe accaduto domani. Non avevo certezze neanche per il presente, figuriamoci per il futuro.
Volevo solo viverla ancora. Ed era bello vederla sorridere mentre toccava quella roba. Passando di scaffale in scaffale, come presa da una folle frenesia. Indossando la maschera Capitan America e baciandomi con quell’affare sul viso. Stavolta, baciandomi intensamente! Con desiderio. Come se io fossi nuovamente il suo Re, e lei la mia regina.
Sì, fu bello. Davvero bellissimo.
Noi in quel ridicolo mondo colorato pieno di mocciosi petulanti. Lei, piccola e bellissima, anche coperta da quella maschera blu cobalto con una grossa A sulla fronte che le teneva libera solo la bocca e le guance. Stretta a me. Stringendomi. Baciandomi ardentemente. Baciandomi come se null’altro al mondo esistesse. Come se quello fosse il nostro mondo. Come se quello fosse il nostro regno.
Ma anche quel sogno finì. Le cose da vedere svanirono. Le novità cessarono, e con esse la passione di Elisa.
Ci ritrovammo di nuovo per strada, in mezzo a quella gente ricca. Ma in quel momento Elisa era con me. Solo io e lei, ancora camminando per quella strada. Ridendo. Deridendo tutti. E avanzando mano nella mano fino a Piazza Plebiscito. Un’altra zona per ricchi! Gente ancora più ricca, e pezzenti ben vestiti che andavano lì per sentirsi come la gente ricca. Come i padroni che li schiavizzavano. Proprio come se fossero dei Capos; Ebrei che in un campo di concentramento si vendevano alle SS, comandando e schiavizzando altri Ebrei.
E il prossimo a essere venduto sarei stato proprio io? Magari sarebbe stata Elisa a vendermi. O forse sarebbe rimasta indifferente mentre altri lo avrebbero fatto.
Intanto eravamo ancora lì tra quella gente. Parlando di tutto. Ridendo di tutto. Sì, parlando di tutto, tranne che di noi.
Noi forse non esistevamo neanche più. No, camminavamo mano nella mano. Parlando di quello che vedevamo. Deridendo ciò che vedevamo. Ma senza mai parlare di noi. Senza mai parlare del nostro futuro, neanche quando arrivammo verso la villa comunale, né tantomeno sul lungo mare. Quel posto dove mesi prima avevamo vissuto tanto bellezza. Tanto amore. Un sogno passionale che aveva travolto entrambi.
Ma improvvisamente qualcosa colpì la nostra attenzione.
Io la presi per la mano e la condussi verso una grata poggiata lungo il muretto di pietra che costeggiava il lungo mare.
Coppiette silenziose continuavano a camminare, cercando un modo per non sentirsi sole. Gente ben vestita che portava a spasso i propri cani. Alcuni che facevano jogging. Altri che camminavano e basta. Noi fermi davanti a quel reticolato arrugginito a cui erano attaccati centinaia di lucchetti. Piccoli lucchetti con sopra dei nomi scritti a pennarello. Nomi di coppie. Roba come “Noemi e Pako X sempre” o “Pukka e Fico X tutta la vita”.
Qualcosa di ridicolo! Qualcosa che deridemmo durante i primi giorni trascorsi assieme. Proprio come in quel momento. Noi due, finalmente assieme, toccando quei catenacci e ridendo, mentre il mondo attorno a noi neanche ci vedeva.
«Uh, questo è nuovo!» esclamò lei, toccando un lucchetto con su scritto “Minnie sei la mia vita, Mickey sei il mio amore”, con tanto di cuore vicino.
Io la raggiunsi. Afferrai il catenaccio e scoppiai a ridere.
«Cazzo! Questa se lo sarà anche sposato a Mickey» dissi «E di certo si fa sbattere da un altro»
Lei scoppiò a ridere. La gente attorno a noi continuò a camminare. Dall’altra parte della strada qualcuno parcheggiò una lussuosa auto innanzi a un albergo a cinque stelle. E noi ridemmo ancora, guardando un lucchetto con su scritto “Cucciolo e Cucciola uniti tutta la vita”.
E improvvisamente, come fosse sbucata dal nulla, eccola di nuovo. Lei! La mia Elisa. Il suo sorriso meraviglioso. I suoi occhi lucenti che mi guardavano come se fossi Dio. Le sue braccia attorno al mio corpo. Le sue labbra contro le mie. Baciandomi intensamente. Donandomi tutto il suo sapore, la sua essenza, forse, il suo amore.
Perché, cos’era successo? Come mai quel repentino cambiamento?
Era come se di colpo tutte le sue paure fossero svanite, e in lei si fosse riacceso il desiderio. La voglia di me. La voglia di vivermi.
Sì, il sole era tornato a brillare su entrambi. Quello era di nuovo il nostro mondo. Era di nuovo il nostro sogno.
Ma si sa, il sole prima o poi è destinato a tramontare.
Una volta a casa, infatti, benché lei fosse più rilassata, nulla accadde di ciò che mi aspettavo.
Sì, credevo di averla riavuta, ma quanto vissuto non era altro che uno sprizzo della vecchia Elisa.
Non annullò il biglietto, né parlammo minimamente dell’argomento. Nulla era cambiato! Lei domani sarebbe partita. Sarebbe andata via dalla mia vita, ancora una volta.
E ci sarebbe tornata? Sperai di sì, anche se a dire il vero, al di là di quel fugace bacio, tutti gli elementi erano contro di me.
Persino quella sera non facemmo l’amore, né tantomeno ci provai.
Dopo aver cenato ci mettemmo a letto. Guardando un film che ovviamente non finimmo di vedere. Così da trovarmi nuovamente a letto alle undici e mezza appena. Lei al mio fianco, stesa su di un lato, che dormiva beata come una bambina, mentre io stavo steso accanto a lei. Stringendola. Tenendola al sicuro. Mentre la fissavo con occhi spalancati, senza sapere cosa sarebbe successo. Senza sapere cosa ne sarebbe stato di noi. Tenendola stretta a me. Sentendo il suo profumo. Quel profumo che forse presto sarebbe diventato per me una condanna. Un veleno capace di annientare la mia vita.
Già, domani prima di pranzo sarebbe andata via. Sarebbe andata via dopo essere stata con me solo pochi giorni. Dopo essere stata con me, pur non essendoci per davvero. Non altro che un corpo gelido. Solo lacrime, dolore; solo concime per i miei dubbi. Solo un pugnale nel mio cuore.
E avevo ragione ad avere paura?
Non lo sapevo! Non riuscivo più a capire chi fosse; se la donna che non mi voleva più, beccata continuamente con quel cazzo di telefono in mano, oppure la Elisa che avevo rivisto nel pomeriggio, baciandola innanzi a quei dannati lucchetti.
Cosa pensare? Ma per quanto cercassi cosa fosse giusto pensare. Mentre pensavo a quali fossero le risposte a quei miei dubbi. Capii che forse non avrei mai avuto alcuna risposta, se non pazientando ancora. Attendendola. Nonostante quel dolore interiore che mi stava spezzando in due.
 
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Cercai di non darmi risposte da solo. Già ero troppo confuso di mio, data la sua freddezza. Ero confuso e imbarazzato al punto che persino nello spogliarmi mi sentii come se stessi innanzi a un’estranea. Io, che con lei giravo tranquillamente nudo per casa. Lei che mi stava quasi per scopare in un castello, o in un parchetto pieno di petulanti mocciosi.
E ora cosa rimaneva?
Solo formalità. Lei era sparita di nuovo. Tutto era formale! Come il suo commentare il mio pantaloncino, portato in un posto dove anche a Settembre si congelava.
Poi le trapunte che mi aveva portato su madre. Il letto in cui avrei dormito. Il balcone dove avrei potuto fumare.
Infime giunse l’ora di cena.
Ecco, eravamo a tavola. Per la prima volta a casa sua. Quella casa che avevo immaginato per mesi.
Era proprio come la immaginavo. Una grande casa, pulita e arredata con cura. Una grande casa dove regnava solo il silenzio.
Si sentiva quasi il rumore delle nostre posate. I passi di sua madre che, di tanto in tano, entrava in cucina per controllare se tutto fosse okay.
Era okay! Sì, tutto era formalmente okay. Tutto era civilmente pacato e ordinario.
Elisa stava seduta davanti a me, mangiando la sua insalata. Io mangiavo la mia. Nessun dialogo! Solo parole su quello che stavamo mangiando.
«Prendi la mozzarella. Vuoi del pane?».
Queste le uniche e sole parole che rimbombavano in quell’atroce freddezza che mi stava uccidendo.
Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
Elisa guizzò via, come se avesse paura di sfiorarmi. Come se la mia presenza fosse qualcosa di troppo in quel suo mondo.
E dov’era lei? Dov’era quel mondo?
Avrei voluto tanto entravi. Per quattro mesi avevo fatto di tutto per entrarvi, e ora ci trovavamo alla fine dei giochi.
Lei si mise a sedere sul suo piccolo letto, restando a testa bassa.
I capelli sottili come un velo le coprivano il suo volto triste.
Io la guardai. Poi mi guardai attorno. Guardai quella stanza simile a quella di una bambina: lenzuola dai colori vivaci, un parato color pastello, pupazzi e oggetti da donna ovunque.
Dove cazzo mi trovavo? Non era il mio mondo, quello. Che c’entravo io in quel posto? E cosa c’entrava lei? La mia Elisa! Lei che mi aveva sempre detto di detestare i peluche.
Chissà, forse in un modo o in un altro eravamo entrambi in gabbia. Ma divisi! Lei in una cella e io in un’altra.
Feci di tutto per entrare nella sua!
Mi avvicinai a lei. Mi misi a sedere al suo fianco. Su quella coperta dai colori vivaci.
Le presi la piccola mano e la strinsi. Le unghie erano sempre rosicate. Devastate come il suo sguardo.
Fece un sospiro. Finse un sorriso e si alzò di nuovo dal letto.
«Guardiamo Batman?» mi chiese, avvicinandosi a quell’altro letto, dove avrei passato io la notte; magari unito al suo.
I miei occhi si immersero nei suoi. Lei mi fissò ancora. In piedi. Con occhi languidi come se stesse piangendo.
Un ironico sorriso solcò il mio viso.
“Già, Batman!” pensai, facendo una smorfia cinica e ironica e chinando il capo.
In fondo che me ne fotteva di quel film. Non me ne fotteva di fare niente in quel momento, se non stare con lei; parlare, e capire dove stavamo andando.
Lei forse lo capì. O forse era stanca anche lei di quella situazione, e voleva mettere fine a tutto al più presto.
Si avvicinò a me e si mise a sedere. Eravamo faccia a faccia. Due super potenze pronto al conflitto. Pronte a distruggersi per sempre.
Ma nessuno dei due ebbe il coraggio di pigiare quel maledetto pulsante rosso.
Ci fu solo silenzio. Ancora silenzio. Proprio come quello in cucina. Proprio come quello che avvolge ogni coppia ormai finita.
Cercai di infrangere quel glaciale specchio di ghiaccio che ci divideva. Allungai la mano verso di lei. Gliela strinsi, e le accarezzai teneramente il viso con l’altra.
cielodicemento
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Sei romanzi non adatti a coloro che amano le favolette o le storie fasulle.

THE WRITER
Tirai fuori le chiavi dalla mia tracolla e aprii la porta. La gatta mi venne contro, miagolando, e io spinsi dentro con i piedi quegli scatoli, per poi chiudere la porta.
La gatta miagolò ancora. Poi si concentrò sugli scatoli. Annusandoli e salendoci persino sopra.
Mi venne da sorridere!
Sì, forse quella fottuta stava facendo il miglior utilizzo dei miei libri. Forse la sola cosa buona che i miei romanzi potessero fare era dare un posto dove dormire alla mia gatta.
Ma persino alla gatta sembrò fottersene!
Scese da quegli scatoloni e corse in cucina. Seguita da me. Pronto a farla felice ancora una notte.
E lo feci!
Le diedi da mangiare e poi presi del vino dal frigo.
Decisi di non andare a vedere mia madre quella notte. Sarebbe stato inutile! Lei di certo dormiva, dopo una giornata di merda e in totale solitudine. E io ero stanco! Non fisicamente, ma mentalmente. Ero stanco dentro! Stanco e confuso.
Andai nella mia camera da letto e mi spogliai lentamente. Mettendo addosso una maglia e il pantalone di una vecchia tutta.
Lasciai perdere l’idea di spararmi una sega. Non ne avevo voglia! Ero brillo e demoralizzato per masturbarmi. E inoltre, innanzi a me non vedevo che la faccia di tutta quella gente. Di quegli sconosciuti in quella sala che mi facevano il terzo grado. E delle mie risposte! Quelle mie risposte false. Il mio sorridere innanzi a loro come se fossi solo uno schiavo. Un patetico coglione come tanti pronto a far tutto per amicarsi delle persone. Pur di avere dei consensi. Pur di vincere la statuetta d’oro alla notte degli Oscar.
Che fine del cazzo, pensai, mettendomi a sedere al computer.
Controllai la mia casella di posta, proprio come ogni notte. Ma non ci stava niente d’interessante!
No, la mia presentazione non aveva suscitato l’interesse di qualche giornale o di qualche regista di Hollywood. Niente di niente! Solo altre congratulazioni su quel dannato social network, e le foto della presentazione condivise dalla mia cara amica Francesca.
“Il nuovo Bukowski!”. Sì, così scrisse ancora. E a molti sembrò rizzarsi il cazzo innanzi a quella stronzata. Altra gente che non avrebbe mai speso quindici euro per quel mio nuovo romanzo, come non li aveva spesi per quello precedente.
Sospirai, e chinai il capo contro la tastiera collegata al portatile. A occhi chiusi. Cercando di non vedere più quei volti attorno a me.
Ma c’erano ancora!
Alzai lo sguardo, sentendo ancora vivida l’umiliazione provata quel pomeriggio. E vedendo le “richieste di amicizia” di tutti quegli sconosciuti.
Accettai tutti! Dal primo all’ultimo. Senza neanche leggere i loro nomi. E altrettanto feci rispondendo alle varie congratulazioni.
Poi decisi di chiudere quel dannato affare e aprii una pagina di word.
La fissai a lungo. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me.  Vividi e penetranti.
<< Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo! >> sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
<< Che cazzo vuoi da me? >> strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
<< Ma non sto scherzando! >> riprese a echeggiare la voce attorno a me << Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo >>
<< Fa silenzio! >> urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto << Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente! >>
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
<< Tu non sai un cazzo di me! >> strillai ancora << Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore! >>
<< Scrittore un paio di palle! >> urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo << Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri! >>
<< Sta zitto! >> urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
Restai lì per qualche secondo. Poi, di scatto uscii da lì e andai in cucina, prendendo una bottiglia di vino dal frigo.
Feci per tornare nella mia stanza, ma incontrai mia madre nel corridoio. Ferma davanti a me. In vestaglia. Simile a uno spettro. Lì ferma a fissarmi con aria triste e al tempo stesso piena di rabbia.
La fissai a mia volta, senza dire niente. Per poi voltarmi e andare nella mia stanza.
Neanche lei disse niente. Non c’era niente da dire! Era abituata a quelle cose. Alle mie urla notturne. A bottiglie infrante contro ai mobili. Alla mia pazzia che l’aveva privata di un bravo figlio normale.
La lasciai tornare nel suo letto. Probabilmente a piangere. Senza riuscire a trovare in me la forza di andare a consolarla.
Restai fermo su quella sedia. Bevendo e fissando il vuoto. Fissando quel foglio bianco. Senza riuscire a scrivere una sola parola.

AFFAMATA D’AMORE
Lei era davanti alla porta del balcone. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale!” oppure altre cazzate come “Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

VICOLI BUI
Che coglione! Se qualcuno dei miei compari di Piazza Garibaldi mi avesse visto, di certo mi avrebbe sputato in faccia. E tutto per cosa? Per Maria! Una ragazza che non vedevo da quindici anni. Una che neanche me l’aveva mai data, e che con ogni probabilità non l’avrebbe mai fatto.
Che cazzo mi stava succedendo? Le botte prese mi avevano rincoglionito? Che stronzo! Avrei dovuto alzarmi da quel letto e fregare quei soldi, per poi sparire veloce come il vento. Eppure me ne stavo lì. A letto come un malato. Senza poter far niente. Senza potermi neanche tirare una sega tanto erano forti quei cazzo di dolori.
Rimasi lì qualche istante prima di sentire la porta di casa aprirsi.
Sentii i suoi passi. Sentii la porta chiudersi.
-Ehi, sei sveglio? Sono a casa.
Io non risposi e lei, lei avanzò nel corridoio, fino a entrare nella camera da letto.
Venne accanto a me, poggiando due buste della spesa ai piedi del letto.
Controllò la flebo.
-Beh, direi che questa ormai è andata- disse chiudendo del tutto il flacone. Poi si mise a sedere sul letto al mio fianco.
–Allora, come ti senti oggi? Hai mangiato?
Io annuii.
-Mi sento di merda!- le risposi. Lei sorrise, strizzando gli occhi come un cartone animato Giapponese.
-È già qualcosa!- fece alzandosi di colpo dal letto, restando lì in piedi davanti a me e sorridendo.
Poi raccolse le buste della spesa. Andò via, in cucina, e tornò subito con dell’altra merda.
Ficcò un’altra siringa nella flebo e girò la rotellina, lasciando scorrere quel liquido fin dentro le mie vene.
-Oggi e domani, e poi forse potremo anche smetterla con gli antidolorifici- disse. Poi annusò l’aria, quasi come se fosse un cane.
–Ma tu hai fumato?- mi chiese.
Io scossi le spalle. O almeno, lo feci alla meglio che potevo.
Lei continuò a guardarmi con quei suoi grossi e profondi occhi verdi. E non avevano rabbia in essi, né una saccente voglia di rimproverarmi. Aveva solo dolcezza! Una dolcezza così grande da spiazzarmi. Da disarmarmi.
-Di certo non ti fa bene! Ma non credo che ci sia bisogno che te lo dica io, né tanto meno potrei far niente per impedirti di farlo. Dico bene?
Io non risposi. Lei sorrise ancora, e tornò a sedersi accanto a me.
-Senti, ci sta una cosa che devo dirti.
-Uhm, cosa?
-Il telegiornale! Hanno diramato le tue foto.
-Cristo!
-Già. Uno dei poliziotti, forse quello di cui mi ha parlato, ha detto alla tele che tutti i corpi di pubblica sicurezza ti stanno cercando. Che faranno di tutto per assicurarti alla giustizia. E che sei sospettato di molti altri crimini- disse. Poi abbassò la testa e sorrise.
–Giustizia!- riprese a dire alzando lo sguardo verso di me –E pensare che un tempo credevo in questa parola.
-Mi spiace! Mi spiace davvero, Maria- esclamai sapendo di mentire. Sapendo di non provare niente, se non un po’ di confusione.
-Lascia stare- fece lei, restando in silenzio per qualche istante. Poi alzò la testa al cielo come rapita da una visione.
–In fondo sono sempre stata una sognatrice, giusto?- riprese a dire abbassando nuovamente lo sguardo verso di me –Come quella volta di tantissima anni fa, ricordi? Io avevo dodici anni, tu sedici. Stavo nel cortile. O meglio… In quello spiazzale di cemento che tutti ci ostinavamo a chiamare “cortile”. Stavo giocando con delle bottiglie fingendo che fossero bambole. Quella di Coca Cola era la regina, e le piccole bottigliette di gassosa erano i sudditi. E tutti i sudditi erano felici di stare con la loro regina, perché lei non li trattava come inferiori, ma come suoi pari. E fu allora che un gruppo di ragazzini mi accerchiò, scaraventando le bottiglie per terra, dicendomi che non ero altro che una mocciosa piagnucolona e stupida. Che i poveri erano poveri, e i ricchi erano ricchi, e che a nessuno fotteva niente né di me né di loro.
Poi fece un attimo di silenzio abbassando lo sguardo, mentre io continuavo a fissarla tornando a quel passato che non volevo rivedere. Tornando a quella vita che volevo solo dimenticare.
Lei rialzò lo sguardo verso di me, sorridendo.
-Tu venisti dal nulla. Prendesti il primo per il collo della camicia e lo gettasti per terra. “Figlio di puttana!” ti urlarono contro gli altri. Ma tu li prendesti a pugni. Uno a uno, gettandoli a terra come fossero bersagli di carta. Poi quando andarono via, tu ti pulisti il sangue che ti colava dal naso e ti avvicinasti a me. Raccogliesti le bottiglie da terra. La regina era salva! E anche tre o quattro sudditi. Me li piazzasti davanti! “Non esistono ricchi che fanno patti con i poveri” mi dicesti, “Ma se a te va di crederlo, beh, fallo! E difendi con i pugni ciò in cui credi. Non lasciare che siano gli altri a dirti cos’è giusto e cosa è sbagliato.”
Lei sorrise e mi strinse la mano.
-Beh, io lo sto facendo!- riprese a dire, quasi piangendo –Sto lottando per ciò in cui credo! E non permetterò ad altri di dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.

 

Senzanome

Avete mai pensato al dolore che prova uno scrittore emergente? Notti e notti a scrivere, da solo, chiuso nel suo mondo, e alla fine dei giochi resta un Mister nessuno. Una formica tra sette miliardi di formiche. Questo è quanto trovere in The writer, mio quinto romanzo, edito dalla Damster edizioni e già disponibile in digitale presso i maggiori store online.

Tirai fuori le chiavi dalla mia tracolla e aprii la porta. La gatta mi venne contro, miagolando, e io spinsi dentro con i piedi quegli scatoli, per poi chiudere la porta.
La gatta miagolò ancora. Poi si concentrò sugli scatoli. Annusandoli e salendoci persino sopra.
Mi venne da sorridere!
Sì, forse quella fottuta stava facendo il miglior utilizzo dei miei libri. Forse la sola cosa buona che i miei romanzi potessero fare era dare un posto dove dormire alla mia gatta.
Ma persino alla gatta sembrò fottersene!
Scese da quegli scatoloni e corse in cucina. Seguita da me. Pronto a farla felice ancora una notte.
E lo feci!
Le diedi da mangiare e poi presi del vino dal frigo.
Decisi di non andare a vedere mia madre quella notte. Sarebbe stato inutile! Lei di certo dormiva, dopo una giornata di merda e in totale solitudine. E io ero stanco! Non fisicamente, ma mentalmente. Ero stanco dentro! Stanco e confuso.
Andai nella mia camera da letto e mi spogliai lentamente. Mettendo addosso una maglia e il pantalone di una vecchia tutta.
Lasciai perdere l’idea di spararmi una sega. Non ne avevo voglia! Ero brillo e demoralizzato per masturbarmi. E inoltre, innanzi a me non vedevo che la faccia di tutta quella gente. Di quegli sconosciuti in quella sala che mi facevano il terzo grado. E delle mie risposte! Quelle mie risposte false. Il mio sorridere innanzi a loro come se fossi solo uno schiavo. Un patetico coglione come tanti pronto a far tutto per amicarsi delle persone. Pur di avere dei consensi. Pur di vincere la statuetta d’oro alla notte degli Oscar.
Che fine del cazzo, pensai, mettendomi a sedere al computer.
Controllai la mia casella di posta, proprio come ogni notte. Ma non ci stava niente d’interessante!
No, la mia presentazione non aveva suscitato l’interesse di qualche giornale o di qualche regista di Hollywood. Niente di niente! Solo altre congratulazioni su quel dannato social network, e le foto della presentazione condivise dalla mia cara amica Francesca.
“Il nuovo Bukowski!”. Sì, così scrisse ancora. E a molti sembrò rizzarsi il cazzo innanzi a quella stronzata. Altra gente che non avrebbe mai speso quindici euro per quel mio nuovo romanzo, come non li aveva spesi per quello precedente.
Sospirai, e chinai il capo contro la tastiera collegata al portatile. A occhi chiusi. Cercando di non vedere più quei volti attorno a me.
Ma c’erano ancora!
Alzai lo sguardo, sentendo ancora vivida l’umiliazione provata quel pomeriggio. E vedendo le “richieste di amicizia” di tutti quegli sconosciuti.
Accettai tutti! Dal primo all’ultimo. Senza neanche leggere i loro nomi. E altrettanto feci rispondendo alle varie congratulazioni.
Poi decisi di chiudere quel dannato affare e aprii una pagina di word.
La fissai a lungo. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me.  Vividi e penetranti.
<< Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo! >> sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
<< Che cazzo vuoi da me? >> strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
<< Ma non sto scherzando! >> riprese a echeggiare la voce attorno a me << Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo >>
<< Fa silenzio! >> urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto << Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente! >>
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
<< Tu non sai un cazzo di me! >> strillai ancora << Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore! >>
<< Scrittore un paio di palle! >> urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo << Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri! >>
<< Sta zitto! >> urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
Restai lì per qualche secondo. Poi, di scatto uscii da lì e andai in cucina, prendendo una bottiglia di vino dal frigo.
Feci per tornare nella mia stanza, ma incontrai mia madre nel corridoio. Ferma davanti a me. In vestaglia. Simile a uno spettro. Lì ferma a fissarmi con aria triste e al tempo stesso piena di rabbia.
La fissai a mia volta, senza dire niente. Per poi voltarmi e andare nella mia stanza.
Neanche lei disse niente. Non c’era niente da dire! Era abituata a quelle cose. Alle mie urla notturne. A bottiglie infrante contro ai mobili. Alla mia pazzia che l’aveva privata di un bravo figlio normale.
La lasciai tornare nel suo letto. Probabilmente a piangere. Senza riuscire a trovare in me la forza di andare a consolarla.
Restai fermo su quella sedia. Bevendo e fissando il vuoto. Fissando quel foglio bianco. Senza riuscire a scrivere una sola parola.

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Tratto da una storia REALMENTE ACCADUTA. Affamata d’amore, romanzo di Marco Peluso, partecipante al concorso Eroxè Context 2015. Pubblicato dalla Damster edizione e già disponibile in formato digitale su tutti i maggiori store online. Una vera storia d’amore! Forse un sogno, o magari un’illusione. La storia di due persone ferite che si trovano. Forse per sbanarsi. Forse per amarsi. Comunque sia, combattuti dalla paura di amare. Dalla paura di vivere. Ecco un piccolo estratto.

La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale! Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io tal tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.
Le strinsi forte la mano. Lei abbozzò un piccolo sorriso, mentre mi avvicinai a lei, stringendola e accarezzandola.
<< Ehi, scusa se mi sono spaventato >> le dissi con fare dolce. E lei sorrise ancora. Mi accarezzò il viso, continuando a guardarmi. Cercando il coraggio di andare avanti.
Io non la forzai. Lei riprese fiato. Attese qualche istante, e poi continuò a parlare.
<< Quando tu hai un vuoto in te, ogni cosa ti sembra vuota, e tutto è come una morsa che ti stringe lo stomaco. Il mio stomaco era letteralmente stretto! Non sto qui a dirti il perché. Magari un giorno lo farò, se vorrai, e se ci sarà quel giorno. Ma come forse avrai già capito, in passato iniziai a non mangiare più >>
Stinse forte la mia mano e se la portò nuovamente contro al petto, mentre io, in silenzio, non riuscii a far altro che fissarla. Senza capire. Senza capire cosa ci fosse di così orrendo in quanto mi stava dicendo.
Già, in fondo tutte le ragazze attraversavano periodi in cui non mangiavano un cazzo di niente, a volte per giorni. Ci ero passato anch’io in un periodo. All’inizio dell’adolescenza. Cercando a ogni costo di perdere qualche chilo. Facendo giorni e giorni di digiuni alternati ad abbuffate tremende.
Poi guardai il mio corpo basso e magro. Guardai le sue piccole mani, e le unghie del tutto divorate.
Capii! Capii il suo dolore, o almeno in parte. Capii ciò che io avevo appena sfiorato, e lei vissuto. Un qualcosa che l’aveva travolta. Qualcosa che l’aveva totalmente cambiata. Qualcosa che si era mosso in lei, cambiando dall’interno il suo corpo, mentre lei, ignara, camminava su di un filo di rasoio, rischiando in un attimo di cadere e di spaccarsi in due per sempre.
<< Arrivai a pesare 30 chili >> riprese << Ero uno scheletro. Senza la forza di fare niente. Eppure continuavo ad andare avanti! Con tutta me stessa. Convincendomi che non stava succedendo niente. Passando giorni e giorni a bere solo litri e litri di acqua pur di riempirmi lo stomaco. Giorni in cui il mio solo pensiero, ironicamente, era il cibo. Come evitarlo. Come rifiutarlo. Come non vederlo nemmeno >>
Tirò un forte respiro, per poi adagiare la testa contro la mia spalla, mentre io continuai ad accarezzarle i suoi profumati capelli.
<< Nella malattia, tutto è confuso come quando hai la testa in un secchio d’acqua. Sai di star male, ma non lo vuoi accettare. Non accetti di essere tirata fuori da quel vortice. Ne diventi dipendente. Dipendente dal tuo stesso malessere. Come se senza di esso tu non esisti. Come se lo stesso malessere sia la tua personalità. Ciò che t’identifica. Ciò che ti rende viva. Presente. Vera >>
Rimase qualche attimo in silenzio, lasciandosi accarezzare da me proprio come se fosse la stessa ragazzina di allora. Una ragazzina che in sé portava ancora un vuoto immenso.
<< Poi, ti ritrovi a fare infinite sedute psichiatriche. La psichiatra diventa la tua sola amica, anche se inizialmente tu la odi. Sì, perché il resto delle persone o ti guardano con compassione, oppure ti urlano contro. E quelle che incontri sul tuo cammino, beh, sono spesso persone deviate al punto da essere pronte a tutto pur di difendersi. Ragazze ridotte a scheletri, con gli organi compromessi per sempre, che farebbero di tutto pur di appiopparti addosso il loro malessere, trascinandoti con loro in un baratro senza uscita. Oppure, nel mondo degli ospedali psichiatrici, s’incontrano anche un mucchio di psicopatici o finti tali, pronti a mettere in scena qualsiasi cazzata pur di scoparsi una povera scema. Per poi lasciarla da sola, gettata a terra come un calzino usato >>
La strinsi forte a me. Cominciando a baciarle il viso. Sentendo la sua pelle contro la mia. Il suo profumo immergermi totalmente.
<< Ma ora ne sono uscita! >> aggiunse << Da quasi due anni. Fortunatamente! E credimi, io ce la sto mettendo tutta per recuperare la mia vita. Per tirarmi fuori da ciò che mi ha condotta in quell’incubo >>
Non aggiunse altro. Io la strinsi più forte, avvicinando il volto a lei e iniziando a baciarla.
Le sue dita si conficcarono nella mia schiena. I suoi baci diventarono sempre più intensi. Un nuovo vortice di passione ci avvolse. E il cazzo divenne duro non per il suo corpo né per i suoi baci, ma per ciò che lei era. Per ciò che mi stava trasmettendo.
In un attimo, le sue piccole mani cominciarono ad accarezzare il mio corpo, e le mie grosse mani s’insinuarono lungo tutto il suo corpicino.
Mi tirai su, portandola con me, e in un attimo, prendendola di colpo in braccio.
Lei sorrise. Sorrise, tornando la Elisa pimpante che coesisteva con la Elisa triste. Stringendomi il collo e baciando dolcemente le mie labbra.

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Tratto dal romanzo “The writer”. Edito dalla Damster edizioni. Partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, e già disponibile in formato digitale presso i migliori store online.

Lasciai quella gente del cazzo e mi rimisi sul corso che conduceva a Piazza Garibaldi. E lì su quel corso, per fortuna di persone non ce ne stavano. No, solo qualche puttana, qualche trans, qualche disperato che camminava fissando il vuoto, e un paio di auto di tanto in tanto.
Io continuai ad avanzare. Pensando solo al mio libro. Al mio futuro da scrittore ormai incapace a scrivere anche solo la lista della spesa. E a quella mia vita che stava andando a puttana.
Mi fermai davanti al cancello del palazzo di Antonella. Ancora una volta. Fissandolo e pensando cosa avrei provato facendomela nuovamente.
Forse non avrei riconosciuto la differenza tra lo scopare lei e lo scopare Ivana. Magari non avrei provato niente! Forse non avrei nutrito neanche un qualsiasi senso di colpa nei confronti di Ivana.
Ma il problema non si pose!
No, Anto non c’era. Ivana se ne stava a casa a dormire, o magari a parlare al telefono con Dario. E io ero da solo lì per strada. Come un vagabondo. Come un topo di fogna.
Cazzo, un tempo quella era la mia linfa vitale. Ciò che mi permetteva di scrivere.
Cioè, vedevo qualcosa per strada, e baam! Di colpo migliaia di immagini prendevano vita nella mia mente.
Invece, ora cosa?
Il vuoto assoluto! Ero solo un perdente che desiderava di diventare ricco come Gordon Gekko, famoso come Mark Zuckerberg, potente come Gheddafi.
La mia passione era svanita. Ero solo una piccola troietta lasciata per strada dopo essere stata stuprata: le cosce sporche di sperma, i vestiti stracciati, il trucco sciolto dalle lacrime.
Cristo, mi venne da sorridere arrivando a Piazza Garibaldi. Vedendo quei rifiuti umani seduti ai piedi di una grossa statua, intenti a bere birra. Vedendo puttane forse minorenni venderla per strada, e pezzenti girare a vuoto in cerca di un modo per far passare la serata.
Diedi ancora un sorso alla birra, svuotandola del tutto, per poi cominciare a fissarla.
La guardai a lungo. Senza vedere niente. Sentendo solo i rumori della città rimbombare attorno a me. Le urla di quella gente! Le lacrime di qualcuno. I rumori delle gomme che stridevano sull’asfalto.
Strinsi la bottiglia e la lanciai con forza contro a un palazzo, facendola fracassare in mille pezzi.
Udii ancora altre urla. Qualche risata. Ancora auto sfrecciare nella notte.
Andai via da lì. Camminando velocemente. Sentendo tamburi battere nella mia testa.
<< Che patetico coglione! >> udii echeggiare attorno a me.
<< Fa silenzio. Sta zitto! >> urlai senza fermarmi. Camminando per quella piazza, fissato da occhi di pazzi che mi credevano pazzo.
E forse lo ero per davvero! Sì, ma non me ne fotteva un cazzo. Non in quel momento, almeno.
Volevo solo sparire.
Così mi ficcai in un bar. Nel bar Azzurro, per l’esattezza. Andando con fare frettoloso verso il vecchio lardoso dietro la cassa.
Non persi tempo né a guardare lui né a guardare chiunque ci fosse lì dentro. Non guardai niente e nessuno! No, ordinai una bottiglia di vino rosso, la pagai e uscii da lì con la stessa fretta con cui ero entrato. Riprendendo a camminare per strada. Bevendo a grandi sorsi da quella bottiglia e fumando sigarette come se stessi respirando.
Arrivai fino alla stazione. Non sapevo perché. Ma lo feci! Fermandomi lì e mettendomi a sedere su di un marciapiede.
Attorno a me alcune puttane la vendevano. Alcuni disperati aspettavano un pullman notturno che li portasse a casa. Dei tassisti abusivi cercavano di trovare dei clienti. E decine di barboni se ne stavano stesi a terra, dormendo avvolti da unte trapunte.
Improvvisamente sentii un tremendo tanfo di merda proprio dietro di me. Una puzza ben peggiore di quella emanata dalla mondezza piazzata in ogni dove per strada.
Mi voltai lentamente. Fissando dietro di me con fare disinteressato. Con fare apatico.
Un vecchio sdentato e vestito di stracci puzzolenti stava ritto proprio dietro di me. Sorridendomi. Mostrandomi le sue grosse e violacee labbra avvolte da una stepposa barba e i suoi pochi denti neri come la pece.
Sospirai e mi voltai nuovamente. Ma fu inutile! Perché il tipo avanzò, mettendosi a sedere accanto a me.
<< Ehi, amico, lo so che stai anche tu nella merda. Ma non è che mi offriresti una sigaretta? >> mi chiese con la sua voce rauca.
Io non aggiunsi altro. Tirai fuori il pacchetto di sigarette e gliene passai due.
Lui sorrise di più. Spalancando quella sua enorme bocca deformata dai denti mancanti.
Una se la ficcò nel taschino del suo cappotto, l’altra se la piazzò in bocca, accendendola.
Diede  qualche strippata. Restando seduto accanto a me e fissando il vuoto.
<< E’ molto che sei per strada? >> mi chiese.
Io mi voltai verso di lui. Fissandolo dritto negli occhi. Fissandolo come se lo stessi trapassando con una lancia.
Cazzo, avrei voluto ucciderlo! Urlargli contro “Ma lo sai con chi cazzo stai parlando? Io non sono una merda come te. Io sono uno scrittore!”.
Ma lo ero? O ero una merda come lui?
Cristo, un tempo non me ne sarei vergognato. Quel tempo in cui avevo scritto roba buona! Quel tempo ormai lontano.
Mi alzai di scatto e lo fissai. Fissai quell’uomo non diverso da me. Un fallito come me! Un fallito come tanti al mondo.
No, non ero né uno scrittore né un barbone. Ero niente! Un misero puntino. Il nulla nel nulla.
Lo lasciai lì e a passo veloce andai verso casa.
Erano le tre di notte. La pancia bruciava. La testa girava. Il cuore batteva sempre più forte. E non sentivo né le gambe né le braccia.
Stavo morendo? No, ero solo un povero ubriacone! Talmente ridicolo da non riuscire neanche ad aprire il portone del mio palazzo.
Cominciai a prenderlo a calci! Con fare goffo e curioso.
<< Cazzo, maledetto, apriti! Apriti, figlio di puttana! >> urlai, continuando a prendere a calci quell’affare.
Qualche cane abbaiò. Qualche gatto miagolò. E poi dal nulla le cascate del Niagara mi travolsero!
Rimasi immobile qualche istante, per poi guardare in alto. Fissando quel balcone da cui qualche vecchia mi aveva gettato un secchio d’acqua.
<< Vecchia troia del cazzo! Scendi giù, che sfondo il culo a te e a quel frocio di merda del tuo vecchio uomo >>
Ma nessuno scese!
<< Vai a letto, ubriacone di merda! Prima che chiamiamo la polizia >> urlò qualcuno da quel palazzo.
Così mi calmai. Trovai il modo di aprire quel portone ed entrai nel palazzo, salendo le scale fino al mio pianerottolo, e ficcandomi in casa mia, ancora bagnato fradicio.
Beh, non trovai la mia gatta ad attendermi, stavolta. No, lei stava mangiando! Sì, perché la luce della cucina era accesa. E da essa vidi uscire mia madre. Lì ferma a fissarmi con le lacrime agli occhi. Guardando il frutto del suo grembo ridotto solo a un pazzo ubriacone che urlava nella notte.
La lasciai lì! Non andai da lei per abbracciarla, né le dissi niente. No, entrai nella mia camera da letto e chiusi la porta a chiave. Così da stare nel mio mondo. Da solo. Senza dover spiegare niente a nessuno.
Tanto, che sarebbe cambiato? Un cazzo di niente!
Eppure la gente amava parlare! Faceva terapie dove si doveva parlare a qualche sconosciuto delle proprie cose. Andava a riunioni di condominio, riunioni per alcolisti anonimi, corsi di meditazione guidata, circoli di lettura come quelli di Dario, oppure chiamava a qualche cazzo di call center.
E poi cambiava qualcosa? No, per niente! Alla fine tanto parlare, e nulla cambiava. Condivisioni spirituali, e le cose rimanevano sempre uguali. Discorsi su come cambiare il mondo, e tutto restava uguale.
Che si poteva fare allora? 11880937_785585364895056_15797643_n
Scrivere! Sì, la sola cosa da fare.
Così mi spoglia e mi misi al computer, bevendo ancora e fumando. Fissando ancora quel foglio bianco.
Niente! Ancora una notte nessuna parola. Un cazzo di niente!
<< Che c’è, non sai più cosa scrivere, fallito? >>
<< Fa silenzio. Zitto, zitto! >> urlai, piazzandomi le mani contro la testa come se volessi schiacciarla.
Una risata rimbombò nella stanza. Io mi alzai di colpo, guardandomi attorno.
Fermai lo sguardo verso il nulla e diedi un sorso alla bottiglia, per poi abbassarla di scatto.
<< Che cazzo ne sai tu? >> strillai << Tu non sai un cazzo di niente di me. Niente! >>
<< Oh, davvero? Invece so tutto di te, amico, e lo sai bene! So ogni minima stronzata che ti frulla nella testa. Ah, sì, il grande artista! Beh, almeno prima riuscivi a scrivere tanta merda. Le tue opere d’arte che non sono mai interessate a nessuno >>
<< La gente non capisce un cazzo! >> urlai, puntando il dito contro al vuoto.
Quella risata rimbombò nuovamente nella stanza, colpendomi in pieno volto.
<< Coglione! La gente è tutto! È lei che decide. E tu, da bravo fallito, cosa hai fatto? Hai continuato a scrivere la tua merda. Prendendotela contro al mondo che non ti cagava. E poi, quando finalmente qualcuno ha deciso d’investire sul tuo schifo noioso, psicologico, e aggressivo, tu cosa hai fatto? Hai creduto di poter far di più! E ora? Ora non riesci neanche più a scrivere una sola parola. Sei nella merda, amico! Non scrivi più e non sei neanche famoso. Non sei niente! >>
<< Fa silenzio! >> strillai, mettendomi in ginocchio e cominciando a piangere. Sì, a piangere! Proprio come non facevo da anni. Lì in ginocchio davanti al nulla, a piangere innanzi alla consapevolezza di non essere niente. Innanzi alla consapevolezza di quella vita di merda che lentamente mi stava divorando.
Rimasi li a terra a piangere come un bambino, non so per quanto tempo. Fottendomene del freddo. Non riuscendo a pensare a niente. Piangendo solamente! Piangendo, mentre attorno a me non sentivo altro che quella risata. E sotto di me solo il pavimento molle come un budino. Come la merda che mi stava inghiottendo.

Tratto dal romanzo “Affamata d’amore”. Romanzo tratto da una storia vera. Pubblicato dalla Damster edizioni, partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, e già disponibile in formato digitale presso tutti gli store online.

Cristo, dannate paure! Non riuscivo a dirlo. Lo sentivo muoversi in me, ma non riuscivo proprio a dirlo.
Era come un boccone rimasto nella trachea, che m’impediva di respirare.
Mollare la presa avrebbe significato farlo finire nelle vie respiratorie, così da morire. Oppure farlo bloccare ancor di più, se avessi tentato di mandarlo giù.
Era lì fermo. In bilico. In un limbo in cui ogni mia certezza svaniva, sbranata da un’irruenta confusione.
Già, avrei dovuto sputarlo. Buttar fuori quel boccone. Sputare tutto fuori, liberandomi di quel peso. Di ciò che mi stava soffocando. Aria compressa che cresceva in me fino a farmi implodere.
E cosa avrebbe fatto Gesù Cristo? Glielo avrebbe detto? Avrebbe detto quella parola? Quella sola e unica parola!
Ma non ero il suo Cristo. Non ero il suo papà. Non ero il suo Babbo Natale, il suo psicologo, il suo santone.
Non sapevo neanche cosa fossi per lei. Quale fosse il nome da attribuirmi. Il titolo sociale da accollarmi.
Ma non me ne fotteva un cazzo!
No, m’importava solo di quei suoi occhi. Il suo sguardo pieno di gioia nel vedere quel libro. Afferrando quel mio piccolo regalo e osservandolo. Contenta come se le avessi regalato una parte della mia vita.
E forse, forse era davvero così!
Ma nessuno di noi due volle chiederselo.
Io lo sapevo. Lei lo sapeva. Ma il suo fiondarsi tra le mie braccia significava più di tutto.
La strinsi forte. Percependo la sua pelle contro la mia. Il suo sorriso pieno di felicità. Le sue lacrime piene di gioia, o forse di terrore innanzi a una vita che non avremmo mai capito. Un futuro incerto irto innanzi a noi.
Ma nessuno dei due si chiese altro.
No, restammo lì abbracciati, baciandoci appassionatamente, mentre attorno a noi il mondo continuava a scorrere. Frettoloso. Vorace. Avido. Insensibile. Lasciandoci lì da soli. Due naufraghi su di un’isola deserta. Due alieni persi in un mondo lontano. Due pazzi appena fuggiti da un manicomio.
Poi, il nostro abbraccio fu interrotto da un’orrenda vecchia grassona che con fare rumoroso cominciò a sfogliare i libri su quelle bancarelle.
Ci scansammo, fissandoci, poi fissandola, e cominciando a ridere tra noi.
Chissà, probabilmente l’avrei volentieri uccisa a quella vecchia e inutile troia. Eppure lo stare con lei frenava la mia rabbia. Era come se il mondo fosse più bello! Anche se in verità sapevo benissimo che il mondo faceva sempre schifo. Che lì fuori c’erano infiniti doveri strazianti pronti ad afferrarmi le carni per smembrarle. E che il mio era solo un sogno. Probabilmente solo un’illusione.
Eppure, continuammo a vivere quel sogno. Camminando nella nostra illusione. In bilico come due funamboli, consapevoli che stavamo camminando su di un filo posto a mille metri sopra dal mondo.
Già, stavolta la caduta sarebbe stata immensa, e forse nessuno dei due sarebbe sopravvissuto.
Ne eravamo consci. Entrambi conoscevamo i rischi ai quali ci stavamo sottoponendo. Entrambi eravamo consapevoli di cosa avrebbe causato in noi la fine di quel sogno.
Stavamo rischiando tutto! Avevamo messo in gioco noi stessi, e forse neanche capivamo il perché.
In fondo, eravamo due sconosciuti. Due che si erano incontrati per pure caso. Conoscendosi velocemente. Ardendo ogni tappa. Percependo l’uno la storia dell’altro. Entrando l’uno nel mondo dell’altro.
E dove saremmo mai arrivati?
Quella era la storia perfetta, o ci saremmo bruciati come una stella pronta a implodere?
Era un rischio da correre. O forse, nessuno dei due si rendeva conto di quel pericolo. Di come forse una nuova ferita ci avrebbe scagliato al tappeto, impedendoci per sempre di rialzarci.
Ma nessuno dei due se ne curò.
No, continuammo ad andare avanti. Sia fisicamente che mentalmente. Baciandoci, abbracciandoci e scherzando. Desiderando solo di stare assieme. Di essere lì. Ovunque, purché assieme! Fottendocene della gente incontrata sul nostro cammino. Di tutti quei mocciosi artistoidi presi dalle loro mille cose atte a conferma il loro essere. Tutta quella gente che ci circondava, fluente come migliaia di formiche attorno a una mollica di pane.
Infine, dopo tanto camminare, dopo alcune birre e tante risate, giungemmo nuovamente nei pressi della stazione centrale.

Erano ormai le cinque del pomeriggio. Il cielo era coperto di nuvole scure, e un fresco vento estivo batteva conto di noi e attorno ai palazzi che costeggiavano la piazza.
I primi gruppi di onesti lavoratori cominciavano a muoversi per quella piazza, uscendo dalla metrò, attendendo dei pullman, o sfrecciando nelle loro auto prese a rate. Mentre non distanti da loro, come locuste fameliche si muovevano altre facce, percorrendo i marciapiedi pieni di bancarelle tenute da ambulanti di colore che cercavano di mettere al riparo la loro merda da una pioggia ormai sempre più imminente. E ancora, gente che non pensava ad altro che a fissare vetrine, comprare patatine in un merdoso negozio, camminare freneticamente parlando al telefono cellulare, oppure camminare per andare chissà dove.
Io alzai lo sguardo al cielo, capendo che mancava ancora molto alla verità.
La notte era ancora lontana! Le strade erano ancora popolate di brava gente. Le blatte erano nei loro buchi, e i topi nelle loro fogne.
Per le strade, solo pochi barboni ormai impazziti, se ne stavano fermi contro le mura dei palazzi. Fissando il vuoto. Trapassati da tutta la brava gente intenta a raggiungere le proprie vite.
Da qualche parte, alcuni Rom scavavano tra i rifiuti. Degli ubriaconi bevevano vino in cartone, stando seduti sotto a qualche solenne statua, assieme a tossici e morti di fame, mentre nascoste in dei vicoli, come fossero lebbrose, delle grasse e vecchie puttane cercavano di vendere la propria fica per dieci pezzi, o anche solo cinque. Tutto pur di sopravvivere! Per continuare a barcollare in quel mondo di merda. In quel mondo che non lasciava speranza alcuna, e che forse presto avrebbe soffocato anche il nostro sogno.
Sì, forse io sarei finito tra quella gente. Forse lei sarebbe tornata a Cuneo. Magari avrebbe dimenticato il suo vissuto, cominciando a rigare dritto, e diventando come tutti i patetici individui che odiavo. Quella gente che si muoveva per quelle strade. Ignorando il mondo a due passi da loro: quelle macerie dove vivevano gli invisibili. I pezzi di merda come me.
Io la strinsi forte. Forse per difenderla da uno dei due mondi. Forse per difenderla da entrambi. Forse per sentirla solo più vicina, e non sentirmi più solo.
Ma lei era lontana. Pensierosa. Triste. Quasi assente.
Vidi il suo sguardo triste. Quel suo silenzio che celava chissà cosa. Forse un addio. Magari un arrivederci. Comunque, quella lontananza che presto avrebbe dilaniato entrambi.
Guardai la piazza innanzi a noi. Al centro di essa, la nuova e modernissima metropolitana ricoperta da tubi e filamenti di ferro.
La gente, come se fossero tanti cadaveri, si muoveva sotto quella tettoia metallica, senza vedere né percepire niente. Sopravvivendo. Muovendosi in modo disincantato, solo per compiere le loro quotidiane commissioni. I loro inutili rituali che formavano le loro esistenze.
Vidi alcuni di essi scendere per le grosse scale di pietra che portavano verso la metrò. Verso quel grosso cratere scavato nel centro della pancia di quella piazza.
Non ci pensai due volte. Strinsi la mano di Elisa e feci un balzo, trascinandola verso la metrò.
Raggiungemmo le transenne di vetro rinforzato che cingevano la lunga metrò al centro della piazza.
Entrambi, come due ragazzini, poggiammo le mani contro di esse, chinando lo sguardo verso il basso.
<< Dio mio! >> esclamò lei, fissando con aria sbalordita quanto sotto di noi. Vedendo un enorme spiazzale di pietra avvolto da serrande di negozi chiusi, e al suo centro, un altro cratere da cui si vedevano file e file di scale mobili che si attorcigliavano tra esse. Scale metalliche, di ferro cromato, che salivano e scendevano. Intrecciate. Formando degli ingranaggi perfetti nel mezzo di quella città imperfetta.
Guardai con altrettanto stupore quello spettacolo. Quella stazione mai vita prima. Quella parte moderna e rinomata lì nel cuore di quella piazza piena di pezzenti come me.
Sì, era bella, e l’avevo scoperta solo grazie a lei. Anche se la bellezza che vedevo era ben diversa da quella che con ogni probabilità aveva in mente l’ingegnere miliardario che l’aveva progettata.
Quelle scale cromate che salivano e scendevano, intrecciandosi come ingranaggi, mi portavano alla mente Il Signore degli anelli. Mi sembrava di vedere Isengard. E in fondo, la gente che stava ferma su quegli ingranaggi non erano dissimili a tanti insensibili Hurk-hai fabbricati dalla gelida mano di Saruman.
Ecco, non avevo alcun dubbio. Dovevo farlo! E lo feci.
Afferrai di nuovo la mano di Elisa e la trascinai verso l’ingresso di quella grandissima metrò.
<< Ehi, ma che cazzo hai in mente? >> disse lei, ridacchiando e correndo assieme a me.
<< Hai detto che ti piacciono le stazione della metrò, no? >>
Lei non rispose. Sorrise solamente, continuando ad avanzare velocemente assieme a me, fino a raggiungere l’ingresso della metrò.
Scendemmo una rampa di scale di marmo attorniate da ringhiere di ferro cromato e due enormi pannelli di lucente plastica arancione.
Arrivammo alla fine di quelle scale. Ad almeno sei metri di profondità.
Avanzammo con passo veloce tra le serrande chiuse. Tra serrande che ben presto avrebbero ospitato negozi per la brava gente. Per lavoratori e studenti che avrebbero stuprato quella stazione. Quel piccolo sogno vissuto da sue stupidi pionieri.
Elisa alzò lo sguardo verso il cielo. Sorrise! Sorrise vedendo la tettoia fatta di filamenti di ferro e tubi metallici che la sovrastava. Che sovrastava me e lei. Quel nostro piccolo rifugio.
Dio, ci sembrava di essere in una navicella spaziale. Era il nostro sogno. Un libro inventato da noi. Un nuovo romanzo in cui immergerci, forse per innamoraci. Un mondo in cui non c’era più spazio per la gente indaffarata che percorreva quella stazione. Un mondo in cui c’eravamo solo noi, coperti da una ragnatela di ferro che ci proteggeva, e andando oltre le mura di cemento che ci soffocavano.
Arrivammo al cuore di quella stazione. Al posto che avevamo visto prima, sporgendoci dalle transenne.
Ci appoggiammo a delle sbarre di metallo. Guardando ancora giù. Guardando nuovamente quegli ingranaggi metallici che scendevano almeno fino a una quindicina di metri al di sotto del suolo.
<< Cielo, non finiscono mai! >> esclamò Elisa, fissando con aria esterrefatta e affascinata quel gioco di ferro lucente che si muoveva su e giù, formando perfetti ingranaggi che sembravano dar vita all’intera città.
Io guardai ancora i suoi meravigliosi occhi pieni di stupore. La tristezza era svanita. Era di nuovo viva. Di nuovo presente in quel sogno, senza chiedersi più quanto tempo ancora ci restasse.
La presi di nuovo per mano.
<< Vieni con me! >> dissi ridendo.
<< Ma stavolta che cazzo hai in mente? >> ridacchiò lei.
E cosa avevo in mente?
No, non ero diventato un coglione romantico come Dawson Leery o uno stronzissimo Brandon Walsh.
No, ero sempre un pezzo di merda disadattato. Uno che odiava il mondo. Un alcolizzato scansafatiche e perverso.
Ma lei valeva ogni fatica!
Per lei, e solo per lei, mi veniva naturale fare ogni follia. Gesti epici come neanche nel mio romanzo aveva mai letto. Cose che per nessuna donna avevo mai fatto.
E infatti, vidi il suo stupore quando la condussi fino agli sportelli delle biglietterie.
Lei, invano, cercò di tirarmi via.
<< Ma che diavolo fai? Dai, andiamo! >>
<< Non volevi vedere la metrò? >> le risposi. Sorridendo e trascinandola a forza fino a uno di quegli sportelli.
Lì dietro, un vecchio e grasso impiegato se ne stava immobile e zitto, fumando una sigaretta e sfogliando una rivista.
Io ed Elisa rompemmo quel suo stato di grazia. Piazzandoci davanti a lui. Solo per chiedere due biglietti.
Beh, quando glieli chiesi, lo stronzo neanche ci guardò. Neanche capì la meraviglia a cui stava assistendo. Come forse non la capì tutta la gente lì sotto.
No, si limitò a incassare quattro pezzi. Io presi i due biglietti, e tenendo la mano di Elisa mi diressi assieme a lei verso le sbarre che delimitavano l’ingresso ai binari della metrò.
Dio, lei era entusiasta. Quando marcò il biglietto sembrò che stesse aprendo la porta per un nuovo mondo.
Cristo, era bellissima, e io ero pazzo di lei. Incantato da quel suo muoversi come se fosse una bambina, camminando assieme a me per il lungo corridoio di cemento lucente e intarsiato, toccando le mura, e qualsiasi cosa gli si parasse innanzi.
Stava scoprendo il mondo. Un nuovo mondo. Il suo mondo! Un mondo fatato in cui poteva stare da sola con il suo strano uomo. E quando giungemmo innanzi a quelle scale mobili. A quegli ingranaggi perfetti che si muovevano susseguendosi in mille riflessi di luce metallica. Lei sembrò quasi impazzire dalla gioia!
Mi strinse forte la mano e mi diede un bacio. Poi, come due esploratori, ci mettemmo a bordo di uno di quei macchinari. Cominciando a scendere. Lasciandoci trasportare dal metallo sotto di noi.
Lei strinse forte la ringhiera della scala. Sentendosi leggera. Quasi come se stesse volando.
Alzò lo sguardo. Su di lei, su di noi, il reticolato di ferro diventava sempre più lontano. E attorno a noi, altre scale salivano e scendevano lentamente. Alcune vuote. Altre ancora che trasportavano frettolosi ammassi di carne troppo presi a sopravvivere per potersi godere quel momento di bellezza.
Poi scendemmo dalla prima rampa, percorrendo qualche metro di cemento, e mettendoci subito su di un altro ingranaggio.
<< Non finisce mai! >> esclamò Elisa << Ma quanto scendiamo? >>
Io non le risposi. Non avevo più parole per commentare la bellezza che provavo nello stare con lei. Riuscii solo a baciarla! A baciarla intensamente, mentre attorno a noi la gente continuava a scorrere come un fiume di letame, e sotto di noi, quel metallo magico ci conduceva al nostro mondo fatato. Gradino dopo gradino. Scala dopo scala. Finché, scendendo sempre più in giù, finalmente salimmo in paradiso: nel cuore di quel mondo. Nel cuore del nostro sogno. Io e lei da soli, incuranti della gente che doveva andare chissà dove. Sapendo di non voler andare in nessun posto preciso. Di voler stare solo assieme. Assieme, in quella nostra strana follia.
Raggiungemmo uno dei binari. Uno a caso! Non ce ne fotteva un cazzo.
Le mura erano nuovissime: gialle, blu e nere. Decine di persone annoiate se ne stavano ferme dietro a una linea gialla. E nell’aria echeggiava una stupida musichetta proveniente da uno dei monitor LCD appesi ai muri.
Io ed Elisa ci fermammo davanti al binario. Proprio sopra alla linea gialla che metteva in guardia aspiranti suicidi, o li invitava al folle gesto.
Noi non avevamo però intenzione di gettarci sotto a un treno. No, stavamo bene! Stranamente stavamo bene in quel momento.
Rimanemmo lì fermi. Fissandoci dritto negli occhi. Perdendoci nella luce emanata dai nostri occhi.
Quella ridicola musichetta continuò a echeggiare attorno a noi. Degli sguardi si posarono sui nostri corpi. Ma noi rimanemmo lì fermi. Vicini. L’uno con le mani sul corpo dell’altro e i volti quasi uniti.
Le mie labbra si avvicinarono alle sue. Le sue labbra si avvicinarono alle mie. E in un attimo si sfiorarono. Cominciarono a baciarsi. Intensamente. Ardentemente. Forse come mai fatto prima da quando c’eravamo conosciuti.
No, quello non era un addio. Ma una speranza! Quella speranza che non conoscevo da anni. Quella speranza persa crescendo. Quella speranza che fluiva in me, assaporando le sue labbra. Gustando la sua essenza. Entrando sempre di più in quel mondo meraviglioso chiamato Elisa. Una speranza che quella storia non sarebbe finita. Un qualcosa di duraturo e intenso come quel bacio. Quell’appassionato bacio! Le sue labbra che si muovevano contro le mie, assaporandole, avvolgendole, mordendole. Muovendosi allo stesso ritmo delle mie. Assieme! Unite. Fuse. Mentre noi, altrettanto uniti, a occhi chiusi, lasciavamo che le nostre mani parlassero per noi, costellando di tenerezza i nostri corpi. Le nostre anime che si erano incontrate per caso. Forse spinte da un selvaggio e atavico desiderio. Portate lì, in quel mondo fatato dove tutto era di colpo sparito. Dove non restavamo che noi. Il sapore di quel bacio. Il suo profumo. La tenerezza delle sue labbra. Le sue piccole mani attorno al mio corpo. Il tocco della sua lingua. Il suo respiro. La sua morbidezza. La sua dolcezza. Il suo sorriso.
Dio, era tutto un sogno. Eppure era vero! Lei era vera, ed era davanti a me. Stretta a me. Unita a me. Mentre le sue labbra continuavano a muoversi sulle mie. E le sue lacrime, invisibili, fluivano assieme alle mie.
Quell’addio o arrivederci sempre più prossimo sembrava ora così lontano, al cospetto di quei baci. Di quel sapore. Di quel nostro divoraci. Di quella parola che entrambi conoscevamo e provavamo, ma che ancora non avevamo il coraggio di dirci, feriti com’eravamo dalla vita. Quella vita che lentamente stava riaffiorando in noi, insegnandoci, come fossimo due infanti, il significato della parola speranza. E forse di una parola ancora più grande. Quella sola parola che, baciandoci, avremmo voluto dire.
No, un attimo! Respiri profondi. Respiri profondi. Respiri profondi. Fai entrare e uscire l’aria. Ragiona! Cosa stai dicendo? Cosa credi di provare?
Eppure, lì in piedi, davanti a quel binario, fissandola mi sentivo felice. Come se fossi innanzi alla vera bellezza. Al volto di Dio. All’incanto del paradiso.
Poi, ecco un fischio da lontano. Delle luci emergere dalla galleria della metro. Un grosso rumore. Una ventata. I nostri occhi che s’intrecciarono ancora, e i nostri sorrisi che brillarono tra decine e decine di volti spenti, gommosi. insensibili.
Ci prendemmo per la mano, e sorridendo lasciammo quel binario. Ancora impregnati di quella dolcezza vissuta pochi istanti fa. Sempre più uniti. Consapevoli di ciò che stavamo vivendo, anche se nessuno dei due aveva ancora il coraggio di dirlo. E forse, nessuno di noi l’avrebbe mai detto.

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Tratto dal racconto “Che cazzo ci faccio qui?”, presente nell’omonima antologia.

Il sole di Luglio batteva forte sul mare, infiammandolo di luccicanti e intermittenti riflessi.
Se ne stava lì alto, in un pomeriggio qualunque. In un posto qualunque. Arrostendo  gente qualunque stesa su di una spiaggia qualunque.
Eddy si portò la bottiglia di birra alla bocca. Era ancora fredda! Presa pochi minuti prima in un bar di un lido antistante la spiaggia libera in cui si trovava.
La barista, forse la proprietaria di quel posto –una donna magra, bassa, bionda e dallo sguardo pungente- l’aveva guardato come se avesse voluto vomitargli addosso. Ma appena Eduardo, Eddy, le aveva mostrato la grana, la donna di colpo lasciò ogni suo pregiudizio incominciando a servirlo.
Intanto, la donna era ancora lì barricata in quel suo piccolo bar di legno in cui giovani, vecchi e bambini si accalcavano per prendere gelati, bibite, granite: tutte cose giuste, sane, approvate dall’unione consumatori.
Eddy portò ancora una volta la bottiglia alle sue labbra, sfiorando la sua lunga e incolta barba. Le diede un sorso. Poi un altro. Abbassò la bottiglia. Alzò lo sguardo al cielo.
Il sole batteva forte! Sì, e lui pensò “Ma che cazzo ci faccio qui?”.
Poi, ecco che rivolse lo sguardo ai suoi pallidi e nudi piedi, per poi salire fino ai grossi polpacci altrettanto pallidi, e poi ancor più su fino al jeans arrotolato fin sotto le sue ginocchia.
Spostò lo sguardo sul lato destro, sorpassando il telo marroncino su cui stava poggiato.
Arrivò alla sua camicia bianca e stropicciata gettata senza cura sulla sabbia, proprio accanto a un paio di anfibi neri e un vecchio zaino logoro e dello stesso colore delle sue scarpe.
Da quell’affare tirò fuori un pacchetto di Marlboro e ne prese una, portandosela alla bocca, per poi accenderla.
Gettò sul telo l’accendino. Mollò una strippata, alzando nuovamente lo sguardo al cielo, mentre attorno a lui la gente continuava a rosolarsi al sole, bambini fastidiosi correvano per la spiaggia urlando e dimenandosi come cernie prese all’amo, e qualche giovane giocava a palla o con le racchette.
“Sì, che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, Eddy, dando un’altra strippata alla sua cicca, e poi sorseggiando la sua birra.
Pamela! Ecco perché. O “Pam”, come da sempre la chiamava Eddy.
Quel pomeriggio Eddy aveva di nuovo litigato con Pam. O meglio, era stata Pam a litigare con Eddy.
<< Sei uno stronzo insensibile >>, questo gli urlò contro, Pam. E tutto solo perché Eddy, mentre Pam era intenta a guardare una schifosissima fiction alla tele, le aveva detto, ridacchiando, che un tale di nome Sean (idolo di Pam) avrebbe di certo gradito se una certa Sharon, sorella di Brenda, la sua moglie, gli avesse succhiato il cazzo.
Beh, non che a Pam fottesse più di tanto del matrimonio tra Sean e Brenda, ma sentire quella cosa le diede modo di dar libero sfogo al suo essere una femminista convinta.
Già, in fondo Eddy la conobbe circa tre anni prima a un reading di poesie. Uno di quei posti dove tutti si riuniscono per  mostrare al prossimo quanto sono bravi e capaci. Un posto pieno di finti intellettuali, finti artisti, finti gay, finte lesbiche, finti rivoluzionari, finti santoni, finti esseri umani.
A Eddy toccò la finta femminista!
L’aveva notata mentre lei recitava una poesia sull’amore assoluto, o altre cagate simili. E di certo non si fermò a notare le sue liriche. No di certo! Ma notò eccome i suoi lunghi riccioli biondi, i suoi occhi azzurri, e ancor più la sua quarta di seno e il culetto simile a un cocomero.
Non perse tempo. Si diede subito da fare, Eddy. E dopo esser stato costretto a sorbirsi tutte la cazzate di Pam (cose come il suo voler liberare per sempre la Palestina, o vivere su di una casa piazzata nell’oceano), finalmente riuscì a portarla via da quel posto, e dopo qualche cocktail (proprio adatto a chi dice di voler vivere in povertà, come la cara Pam), beh, il vecchio Eddy la portò in un parcheggio deserto. Per parlare solo, ovviamente. Solo che sia lui che Pam sapevano bene che se lui avesse voluto parlarle, di certo non l’avrebbe portata in un luogo isolato. Perlopiù stando sul sedile posteriore di un auto.
Comunque, per parlare parlarono eccome. Di altre stronzate dette da Pam! Solo che dopo, Pam acconsentì a farsi limonare alla grande. E prima che potesse accorgersene, Eddy gli era già dentro.
In culo al femminismo! In quel momento svanì del tutto. Solo che Eddy non poteva sapere cosa gli riservasse quella piccola scopata.
Certo, inizialmente fu tutto rose e fiori quando andarono a convivere nel bilocale al centro di Napoli dove viveva Eddy, proprio come succede all’inizio di ogni storia. E lui, avendo quarant’anni, non poteva pretendere di meglio. Niente di meglio di una trentasettenne ancora bella formosa e dalla fica non troppo larga. Solo che, come detto, certe cose durano sempre poco.
Pam iniziò a rompere per davvero le palle. Non subito, ma a gradi. Che ne so, prima con piccole cose come il fatto che Eddy non alzava mai la tavoletta del cesso. Poi passò agli incontri di boxe che Eddy amava guardare alla tele: troppo violenti, a detta sua. E inoltre lei amava vedere documentari o fiction piene d’amore. E naturalmente voleva che Eddy vedesse quella roba assieme a lei.
Dopo qualche mese che vivevano assieme, fu il turno delle uscite di gruppo.
<< Cielo, Ed, stiamo sempre da soli >> gli urlava contro << Non senti il bisogno di socializzare? Essere una coppia non significa star sempre da soli, ma significa vedere gente. Bisogna farlo! Oppure l’amore appassisce. Anche il più grande amore può appassire se non si vede altra gente! >>
E così, via a vedere altra gente. Portato al guinzaglio da Pam ad altri reading di poesie, al teatro, in qualche museo, o in posti dove si facevano comizi su come salvare i popoli Africani.
Ma non era finita lì!
Pam presto iniziò a interessarsi di pittura moderna. E ovviamente anche Eddy doveva interessarsi di pittura moderna. Solo che a lui non gliene fotteva un cazzo di pittura moderna.
Beh, purtroppo a Pam gliene fotteva eccome!
<< Eddy, possibile che a te non ti va di fare niente? Guardati! Quando non lavori te ne vuoi stare solo a casa, a bere birra e oziare. Dov’è finito l’uomo brillante che avevo conosciuto? >>
Ma Eddy non lo sapeva dove fosse finito quell’uomo. Neanche sapeva che ci fosse mai esistito un uomo brillante lì dentro.
Ma dovette fingere di esserlo, accompagnando Pam a mostre d’arte contemporanea, a corsi di pittura, o anche solo a serate tra amici che come Pam coltivavano la passione per l’arte moderna.
E poi via con le passeggiate al mare. I cineforum.
<< Eddy, che ne diresti di andare a fare un pic nic? >>.
Insomma, un inferno!
E non ci volle molto prima che la cara Pam si accorse che Eddy odiava fare tutte quelle cose. Che Eddy odiava lei, come lei odiava lui.
Iniziarono a detestarsi, pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto.
Normale routine, insomma.
Assieme a cenare davanti alla tele, in totale silenzio. Condividere un letto senza quasi più scopare. Litigare per chi dovesse andare per prima al cesso. E lei nel suo mondo, Eddy nel suo: ognuno la propria vita, pur stando comunque sotto lo stesso tetto.
Impossibile non litigare! E quel giorno Pam aveva deciso che il motivo del litigio doveva essere proprio il pompino desiderato da Sean. Anche se non fu proprio colpa delle presunte voglie animalesche di Sean a innescare l’ennesima guerra.
No, ormai il loro rapporto era simile ad acqua che bolliva violentemente in una pentola a pressione. Una pentola che poteva esplodere da un momento a un altro. Una pentola che Pam ed Eddy tenevano ermeticamente chiusa, forse solo per evitare di dover faticare a pulire il casino che sarebbe successo se quell’acqua fosse straboccata.
In fondo, anche quando Pam poco prima gli aveva violentemente urlato contro << Sei un porco! Non voglio vederti mai più >> sapeva bene che presto l’avrebbe rivisto. Che nessuno dei due avrebbe avuto mai le palle di sollevare quel dannato coperchio.
Già, “Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, fissando il suo zaino con dentro la roba che aveva portato via da casa sua, dopo l’ennesimo litigio con Pam. O meglio, quella graziosa casa nei pressi di Salerno. Un piccolo appartamento che aveva fittato per due settimane, dopo che Pam gli aveva urlato contro << Possibile che non possiamo permetterci neanche una vacanza? >>.
Ma continuò a sorridere, se pur amaramente, dando un altro sorso alla birra, una strippata alla Marlboro, e spostando lo sguardo verso l’orizzonte.
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
<< Che schifo! >> borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo di famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardano, mentre sua moglie, la Vergine Maria,  se ne stava stesa su di un telo da spiaggia, facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solo del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole: lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo cazzo di smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle bocce ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla. E le passò a rassegna tutte! A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solo di correre lì, prendendo una a caso di loro –magari quella con il costumino verde mela- e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e fotterla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il suo giornale e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il suo smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare care, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente!
No, o vecchi, o famiglie, o mocciosi, o altri culi. Culi che si mostravano a lui con tutta la loro forza. Con indecenza. Con prepotenza. Come se gli stessero urlando contro “Guardami. Desiderami”.
In particolare, il culo che più gli urlava contro era quello di una moretta stesa poco distante da lui.
Cristo, Eddy si consumò gli occhi tra le cosce di quella ragazza. Fissando intensamente quelle chiappe strette e percorse nel mezzo da un sottile filo di stoffa nero.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della tipa. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi verso la spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti e gente stesa su teli da spiaggia, finché non svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto i suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di loro.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche. Quelle belle porcelline che avrebbe violentato, se solo non avesse rischiato di finire in gabbia.
Sì, prenderle, spogliarle con forza e scoparle a sangue. Non certo corteggiarle come aveva fatto con quella vacca di Pam. No, non avrebbe mai più fatto lo stesso errore! Non sarebbe più tornato da lei.
Ma ecco che un tornado lo riportò nuovamente alle realtà.
Un moccioso con addosso un costume giallo gli passò davanti, correndo e urlando, proprio come tutti i mocciosi su quella cazzo di spiaggia.
In un attimo, una tempesta di sabbia lo colpì in piena. Facendo colare sul suo petto e sulle sue gambe infiniti granelli di sabbia.
Eddy si diede una pulita con la mano, continuando a fissare con lo sguardo quel moccioso che non smise di corre e ridersela.
L’avrebbe ucciso! Di certo lo avrebbe fatto, se solo avesse potuto. Ma ancora una volta dovette restare lì fermo. Fissando quel moccioso. Reprimendo il suo odio. Implodendo, mentre quel coglioncello raggiunse un uomo e una donna piazzati sotto un ombrellone.
La tipa, una donna alta e magra sui quaranta, dai capelli visibilmente tinti di biondo, si alzò dal suo telo fucsia e andò contro a quel marmocchio.
<< Christian, a mamma, vieni che togliamo il costumino >> gli disse.
Christian tentennò un po’. Continuò a ronzare per la spiaggia, come fosse una mosca fastidiosa.
Eddy lo fissò ancora. Desiderando di ucciderlo. Di uccidere quel moccioso petulante e tutta la gente lì su quella spiaggia.
Poi ancora un urlo! Un urlo gentile.
<< Christian, a mamma, non fare il cattivo! >> strillò la bionda. E a quelle parole Christian si fermò di colpo.
Obbedì!
Sì, Christian di certo non desiderava di essere cattivo. Christian voleva i regali da Babbo Natale, l’amore di Cristo, i consensi dalla maestra, i bacini dalla mammina, la carica di presidente degli Stati uniti.
Così calmò la sua foga e raggiunse sua madre, mentre a meno di due metri da Eddy, seduti su di un telo bianco a righe blu e rosse, se ne stavano una coppia di vecchi: lui, magro e dalla pelle pallida e con al centro dell’addome un grossa pancia come se avesse inghiottito tre o quattro cocomeri. Lei, una donnetta magra e dalla pelle rinsecchita, seduta accanto a quel deficiente e intenta a scrutare ogni passo del piccolo Christian.
Christian raggiunse la sua mammina. Lei lo prese quasi al volo, avvolgendolo in un telo colorato e cominciando a scrollargli la sabbia da dosso.
La vecchia lo fissò ancora. Sorridendo. Compiaciuta. Desiderosa di mostrare al mondo quanto lei sia buona nel sorridere di gioia vedendo un bambino.
<< Quanti anni ha? >> chiese improvvisamente la vecchia, come se conoscesse da sempre quella donna. Come se quanto appena detto fosse qualcosa d’importante.
La finta bionda diede ancora una strapazzata a Christian e rivolse il suo sguardo verso la vecchia, mentre suo marito, un uomo né grasso né magro e dalla faccia quadrata, continuava a leggere un giornale, steso su di un telo blu e viola.
<< Cinque anni >> le rispose.
La vecchia sorrise ancora. Felice di quella risposta. Felice di aver trovato ancora una volta un’utilità alla sua giornata. Una degna conversatrice con cui parlare di cose importantissime.
<< E una sorellina o un fratellino, no? >> riprese.
Stavolta fu la bionda a sorridere, dando un’ultima strofinata al caro Christian, che una volta libero corse subito verso il paparino, ora in piedi per togliere l’ombrellone dalla sabbia.
<< La sorellina è a casa con la nonna >> rispose la finta bionda.
Ci fu un altro sorriso da parte della vecchia, e suo marito si decise a chiudere il giornale, partecipando con un sorriso a quella dolce discussione.
<< Oh, e lei quanti anni ha? >> chiese ancora la vecchia.
<< Ventotto mesi! >>
<< Certo che di questi tempi fare due figli uno a breve distanza dall’altro, di certo è un atto di coraggio. Ma nostro Signore ci aiuta sempre. E aiuta soprattutto chi come voi vuole mettere al mondo delle creature innocenti >>
La finta bionda le donò un altro sorriso. Lei fece altrettanto. Suo marito pure. E il marito della finta bionda mise a posto l’ombrellone e iniziò a rassettare la roba sparsa per terra, mentre Christian continuò a ronzargli attorno.
Eddy sbuffò, chinando il capo e dando ancora un sorso alla sua birra.
La vecchia lo fissò con aria disgustata. Lui avrebbe voluto ricambiare la cosa. Fulminarla con lo sguardo. E ancor più avrebbe avuto voglia di alzarsi e andare da lei, mollandole tanti calci sulla faccia fino a fracassargliela.
Ma rimase lì seduto. Neanche la guardò. Diede un altro tiro alla sua sigaretta, e senza accorgersene spostò lo sguardo verso la famiglia di Christian.
Abbassò subito lo sguardo!
Cazzo, l’aveva proprio visto! Senza neanche accorgersene aveva visto Christian totalmente nudo, senza più addosso quel fottuto costumino.
Niente di strano, ovvio, tutti l’avevano visto. Ma Eddy non era tutti! Eddy era un uomo solitario che se ne stava seduto su un vecchio telo da mare, con addosso un jeans loro, in faccia barba lunga e sfatta, in mano una birra, e accanto a sé uno zaino pieno di vestiti.
Poteva costargli cara quell’imprudenza!
“Cosa fare ora?” pensò, dando un ultimo sorso alla sua birra. “Mi hanno visto! Sì, di certo mi hanno visto. Io non ho fatto niente, sì, lo so. Ma so anche come vanno certe cose. Quelli penseranno che l’ho fissato volutamente. Con fare malizioso. Cristo, potrebbero tagliarmi le palle e ficcarmele in bocca!”.
Si guardo attorno. Poggiò la sua birra sulla sabbia. Scrutò un attimo la vecchia, ancora intenta a parlare con la mamma di Christian, e poi fece una panoramica sulla spiaggia.
“Okay” pensò “Ho distolto subito lo sguardo!”. Poi si fermò un attimo, allungando la sua mano callosa verso la sua crespa barba. ”Ma potrebbero pensare che l’ho fatto di proposito!” pensò ancora “Sì, magari penseranno che ho abbassato lo sguardo perché l’ho fissato con malizia. Sì, potrebbero pensarlo! In fondo quella vecchia troia ha continuato a guardarlo come se niente fosse. Non si è fatta i problemi che mi sto facendo io. Forse avrei dovuto fare come lei! Far finta di niente. Non scandalizzarmi per aver visto un moccioso nudo. Avrei dovuto fingere di fissarlo con amore. Di certo sarebbe stato un alibi ben più credibile del mio averlo fissato per sbaglio, perché intento a pensare ad altro”.
Poi timidamente e in modo furtivo si guardò attorno, osservando la famiglia di Christian.
Niente! Per fortuna lui non esisteva. Loro non l’avevano neanche visto. Stavano presi a parlare tra loro di come la vecchia un tempo faceva nascere dei mocciosi nell’ospedale lì vicino.
“Pericolo scampato!” pensò Eddy. Voltando lo sguardo e mettendosi in piedi. Non sono buono neanche come potenziale pedofilo” pensò ancora, tirandosi su e afferrando la bottiglia di birra ormai vuota.
Lasciò lì lo zaino, andando verso il bar. Salì dei piccoli gradini di legno, raggiungendo una grezza palafitta piazzata sulla spiaggia.
Gettò la bottiglia in un contenitore con su scritto “raccolta vetro”, e avanzò ancora, oltrepassando come se fosse uno spettro della brava gente seduta a dei tavolini su quel portico.
Entrò lì dentro. Il bancone di legno e ferro era davanti a lui, coperto da patatine, contenitori con caramelle e altre cazzate simili.
La vecchia l’osservò ancora. Disgustata come prima.. Ma quando lui poggiò una moneta da due e una da uno su quel banco, ordinando una birra, lei si calmò nuovamente, e in un attimo, dopo aver preso quei soldi, svanì nel nulla, per poi tornare con la birra di Eddy.
Eddy afferrò la bottiglia e si tolse da quel posto.
“Cazzo, che furto!” pensò, scendendo le scale di legno e avviandosi sulla spiaggia “Tre euro una bottiglia di birra. E solo per quella stronza! Sì, perché doveva venire qui a fare la reginetta del mio cazzo”.
Ma cercò di non pensarci ulteriormente. Ormai aveva pagato! Nella vita si paga sempre anticipatamente, e lui aveva già pagato le due settimane di vacanza per quella cagna di Pam.
“ Che si fottessero tutti!” pensò, tornando a sedersi sul suo telo e attaccando subito la birra.
La vecchia era ancora lì, intenta a parlare con la mamma di Christian. E anche i loro rispettivi mariti sembrano aver preso parte alla conversazione.
<< A Salerno si mangia del pesce buonissimo >> sentì dire dalla vecchia.
Poi il suo caro compagno aggiunse qualcosa con la sua voce nasale.
<< Dovremmo dargli l’indirizzo del ristorante dove siamo andato ieri, tesoro>> disse.
<< Oh, sì, Mario, dovremmo per davvero >>
La finta bionda e il suo marito dalla faccia quadrata sorrisero.
<< Sarebbe meraviglioso >> esclamò il tipo dalla faccia quadrata, mentre suo figlio, Christian, cominciò a prendere a calzi l’ombrellone riposto sulla sabbia.
Eddy rimase lì ad ascoltarli. Senza sapere perché. Senza capire più niente.
Ma voltò subito lo sguardo, accendendo un’altra sigaretta. Cercando di non ascoltare più quelle stronzate. Quelle cazzate sentite e strasentite. Cose udite in ogni posto, da ogni persona, in ogni tempo. Quelle cose che si dicono in un mondo dove bisogna chiedere a uno sconosciuto quanti figli ha, che lavoro fa, cosa ne pensa dei politici o quale sia il suo programma televisivo preferito. Un mondo dove è importante parlare del lavoro, dei ristoranti, del pesce fresco, della spiaggia, del tempo, oppure stare zitti per pascolare in riva al mare, o abbrustolirsi ai raggi del sole.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, ansimando come se un’enorme fatica lo stesse spossando. Come travolto da un quintale di cemento liquido. Guardando attorno a sé in cerca di un posto dove scappare.
Ma niente! Quei volti erano ovunque. Quelle voci erano ovunque. Erano aloni vorticosi che aleggiano in ogni dove. Attorno a lui. Attraversandolo. Stritolandolo. Soffocandolo.
Cristo, quanto avrebbe voluto fuggire da tutto! Avrebbe voluto che tutta quella gente sparisse. Che Pam sparisse. Che lui stesso sparisse.
Ma intanto restò lì fermo. La birra scese nel suo corpo, ormai sempre più calda. Qualche culo gli passò davanti. Dei mocciosi continuarono a strepitare per la spiaggia. I vecchi pascolavano in riva al mare o sparlottavano tra loro stesi sotto qualche ombrellone.
CONTINUA…