Alcune immagini della presentazione di Viola come un livido, più gli altri miei libri.

Pittoresca e sincera presentazione del romanzo Viola come un livido, edito dalla Damster edizioni a gennaio 2015, e terzo classificato al concorso Eroxè Contest 2015.
La presentazione si è tenuta giovedì 7 luglio nel meraviglioso locale Portico340, sito a Napoli, in Via Tribunali 340. Qui, l’autore, moderato dall’autrice Marianna Grillo (autrice di Amaranto ed Eden e il mare) a presentato i suoi lavori, rendendo partecipe il pubblico, anche grazie al carisma della sua amica e collega.
Un’esperienza al limite dell’umana sensibilità, dove l’autore e la relatrice hanno mostrato il volto di Marco e Alessandra/Violasan, protagonisti del romanzo, portando gli invitati a vivere il dramma dei due protagonisti. Il dramma di voler vivere una vita priva di maschere, ma non poterlo fare, risucchiati da una realtà formale che sta rubando loro un sogno. Il sogno senza barriere di due bambina alla ricerca del mondo, e di se stessi.

Hanno poi annunciato al pubblico i lavori di Marco Peluso: altri sette romanzi e un’antologia di racconti. Storie che mostrano il volto di un’umanità nascosta, e le paure che albergano in ogni essere umano.
Qui, l’autore, ha svelato al pubblico che forse entro l’inizio dell’anno prossimo anche i romanzi “Affamata d’amore” e “Un cielo di cemento” saranno disponibili in cartaceo.

Di seguito un piccolo estratto del romanzo.

Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.

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Ecco il mio ottavo romanzo, seguito di Affamata d’amore, Un cielo di cemento. Romanzo, come il primo, ispirato a una storia vera.

Mi misi a sedere su di una lercia panchina. Puzzava di piscio e sudore. Mi sembrava di stare a casa!
Quello squallore, quella tristezza, la merda dei piccioni su di una statua, bottiglie vuote per terra, e un gruppo di barboni stesi su dei cartoni.
Uno di loro si tirò su e diede un sorso a una birra in latta, nonostante fossero appena le otto del mattino. Gli altri due rimasero stesi. Qualche piccione volò su quel monumento decaduto. Io restai seduto a leggere e fumare, mentre lontano da quello scenario simile a una donna stuprata e poi gettata per strada a fare la puttana, il mondo scorreva veloce, insensibile, senza cogliere la bellezza dell’umana tristezza di cui facevo parte.
Ovviamente pensai a Elisa. Lei amava Carver! Quel libro era pieno di simili personaggi. Personaggi proprio come me. Dei pagliacci malinconici che ridevano di se stessi, morendo in una pozza di merda.
Ma un libro è pur sempre solo un libro. Lei avrebbe retto alla realtà o presto o tardi avrebbe cercato altro? Magari uno di quegli pseudo artisti che parlano di rinascite spirituali e altre cazzate simili. E forse avrebbe rinnegato ogni cosa. Gettato merda su di me. Vedendomi solo come un errore da cancellare.
Sospirai, alzando lo sguardo verso quei barboni stesi sui cartoni. Pensando a cosa ne sarebbe stato della mia vita.
Sarei stato davvero assieme a Elisa per sempre? Assieme alla figlia dello stimato dottore. Lei che non conosceva per davvero la fame e la disperazione. La strada. Essere derisa. Trattata solo come merda. Come un niente!
La vedevo così dura. Lei veniva da un mondo così diverso dal mio. Non aveva mai temuto per davvero di finire per strada. Le sarebbe, in fondo, bastato un colpo di telefono, e qualcuno l’avrebbe tirata fuori dalla merda.
Avrebbe mai accettato il compromesso come lo stavo facendo io? Mischiare i nostri due mondi. Proprio come in una favola della Disney.
Bah, favole, amore eterno; ma cosa cazzo mi stava succedendo?
Forse avrei fatto bene a lasciarla io. Già, perché a conti fatti, quanto può durare un amore?
È solo un gioco di ruoli. Né più né meno. Due sconosciuti che si incontrano e si scelgono, e vengono scelti: in fondo stessa cosa!
Delle parole. Qualche risata. Entrambi già sanno di star giocando in modo malizioso.
Cambiano gli schemi di approccio. Alcuni sono davvero squallidi, ripetuti mille volte con mille volti. Altri sono passivi. Subiscono il corteggiamento, si lasciando andare, e poi nasce quella cosa chiamata “relazione”.
Eppure, tutte cose già fatte. Tutte cose già dette, in un modo o in un altro. Persone reputate speciali e diverse, proprio come in passato furono reputate speciali e diverse altre persone. Sorrisi donati già ad altri esseri umani. A conti fatti, gli stessi complimenti. La stessa complicità. Magari segreti confessati già ad altre persone, ma spacciati come unici, così da donare all’interlocutore l’illusione di essere una persona diversa da tutte. Privilegiata. Scelta tra mille.
Poi ecco la fine. A volte indifferenza. Altre volte solo odio. Addirittura urla, ricatti, minacce, denunce. E poi ancora un altro volto: di norma per la donna è più facile, per l’uomo un po’ meno. Altre volte è il contrario: dipende dalle parti! Ma alla fine si ricomincia tutto daccapo. Finché l’età sopraggiunge. Ci si accontenta. Ci si adagia su un nuovo amore speciale. Si decide di dar vita a quel “per sempre”. E poi ecco che la staticità inghiotte tutto. Tutto diventa freddo, nauseante, volgare. Dapprima il disgusto. Lei che vede lui sempre più brutto. Lui che vede lei sempre più flaccida. Un odio profondo per gli assorbenti di lei, disgusto per il piscio sulla tavoletta lasciato da lui. Serate infinite in cucina a mangiare davanti a un televisore perennemente acceso.
Ed ecco che i bambini crescono. Non sono più cuccioli da coccolare, ma solo un peso che lega due sconosciuti.
«È solo colpa tua» urlerà lei «Tu non ci stai mai. Non sai fare il padre!»
«Io mando avanti questa dannata casa» strillerà lui «Che cazzo vuoi più da me?»
E nel mezzo, creature condotte al macello cresceranno imbottite di nauseante sangue, scoprendo lentamente le menzogne a loro raccontate quando erano ancora bambini. La menzogna di una vita felice e speciale. Proprio come quella sognata da due sconosciuti, ora assieme per forza. Nel tempo, non odiandosi nemmeno più. Provando solo qualcosa di peggiore. Indifferenza! Non altro che indifferenza. Un freddo glaciale. Un gelo che tutto avvolge. In un tempo indefinito. Finché la morte di uno dei due metterà fine a un amore mai stato.
Ecco, ecco la realtà. Quello sempre successo. Quello che sarebbe successo. Quello che succedeva proprio in quel momento, a pochi passi da me, in quel mondo di cui non mi sentivo parte. Sempre di meno, ormai.
No, ancora qualcosa mi legava a quel mondo. Ancora una speranza. La speranza che almeno una volta l’amore potesse essere qualcosa di bello. Qualcosa in cui credere. Qualcosa di diverso.
Chiusi il libro e guardai quei barboni. Rividi il mio volto che lei aveva scelto così com’era. Rividi il suo volto, e risentii le sue parole che mi tirarono fuori dalla mia indifferenza.
La prima volta che la vidi. Il suo fare arrogante. Il mio cinismo.
Poi la curiosità!
Chi era quella sconosciuta che si poneva così nei miei confronti? L’aveva già fatto con altri, forse. Magari era solo annoiata.
Io decisi di crederla. Forse lei aveva creduto in me.
Non lo sapevo. Potevo solo sperare. Sperare che tutto fosse vero. Che per una volta l’amore fosse qualcosa di vero. Che lei fosse vera. Che noi fossimo veri.
Ma fu inutile perdersi in quei pensieri. Nulla era cambiato. Il tempo era passato su di me. Alcune pagine lette. Dei mozziconi a terra. La latta vuota lasciata dal barbone.
Mi alzai da lì e andai verso la stazione. Mancavano dieci minuti alle nove e quindici. Il suo treno sarebbe arrivato alle nove e quindici! Lei sarebbe arrivata alle nove e quindici.
Avanzai tra la folla, emozionato come uno scolaretto al suo primo giorno di scuola. Emozionato come un bambino la mattina di Natale. Emozionato come un uomo pronto a baciare per la prima volta una donna.
E l’avrei baciata, o avrei sfiorato solo un pezzo di ghiaccio?
Rimasi lì fermo sulla pensilina innanzi al binario. Attendendo. Guardando verso l’orizzonte, in attesa di quel treno. Tremando e sperando contemporaneamente.
Poi ecco qualcosa all’orizzonte. Era lei! Sì, lei era in quella massa di metallo che si avvicinava. Lentamente, da quel che sembrava all’occhio umano, ma in verità veloce al punto che passandomi innanzi fece sventolare la mia camicia.
Così raccolsi da terra lo zaino che avevo portato con me, a cui stava legato un sacco a pelo di quelli economici. Mi guardai attorno. Lentamente il treno si fermò. Alcune persone si avvicinarono a esso, aspettando che le porte si aprissero.
Io aspettai a mia volta. Camminando lentamente fino alla locomotiva e cercando di vederla da dietro un finestrino.
Non la vidi!
Le porte si aprirono. Alcuni volti scesero da quella tomba di metallo; una massa di carne pulsante rumorosa si accalcò attorno a me, defluendo come una cascata di sangue e viscere verso una direzione nascosta al mio occhio.
Mi feci spazio tra quell’ammasso di carne. Cercandola. Desiderandola. Ansioso e spaventato al tempo stesso.
Quando ecco che finalmente la vidi!
Era bellissima. Aveva addosso un vestito di cui mi aveva parlato. L’aveva comprato la settimana prima a Genova, andando lì con le ragazze. Disse che le metteva in risalto le forme. Ed era vero! Tremavo tanto era bella. Tanto la desideravo. Vedendola venire verso di me. A testa bassa e sorridendo. Forse emozionata proprio quanto me. E quando mi raggiunse alzò appena di un pò lo sguardo. Sorridendo. E in un attimo fiondandosi su di me.
La strinsi forte. Stritolandola d’amore e iniziando a baciarla. Sentendo le sue labbra muoversi al ritmo delle mie. Le mie labbra muoversi al ritmo delle sue. Le nostre lingue sfiorarsi, toccarsi, unirsi. Piccoli morsi sulle labbra. Dei sorrisi. Gli occhi chiusi. Il suo sapore. Il suo profumo.
Che diavolo era successo? Perché quel repetio cambiamento?
Sentivo il suo desiderio trasudare dalla sua pelle, fino a giungere nella mia. Sentivo la sua passione. La sua voglia. La sua felicità. Il suo amore.
Ecco, era di nuovo lei. Era la Elisa dei giorni di Napoli. Era lei, non c’era dubbio! E non m’importava il perché. Non m’importava niente, se non averla nuovamente lì con me. Davanti a me. Mentre mi baciava intensamente. Mentre mi donava se stessa. Finché ebbro di lei la strinsi con più forza e l’alzai da terra, cominciando a girare su me stesso. Vedendola sorridere come una bambina. Felice! Mentre il mondo attorno a noi scorreva insensibile. Meccanico. Senza percepire quella bellezza.
cielodicemento

Senso unico, romanzo edito dalla Meligrana edizioni. Un viaggio nell’avidità umana.

Comunque fosse, a mezzogiorno avrei dovuto lasciare la stanza. A mezzogiorno mi sarei ritrovato per strada, e non c’era niente che potessi fare per evitarlo.
Dio, cosa si dovrebbe pensare in un simile momento?
Fatti forza! Avanti, sii uomo! Te la caverai. Vedrai, i nanetti di Babbo Natale verranno a portarti dolci e caramelle.
Che cazzate! La verità era chiara innanzi a me. Io sapevo bene cosa stava per accadere. E la verità non aveva niente di affascinante.
Sarei finito per strada, ecco cosa! Per strada, da solo e senza un soldo. Girando a vuoto. Scavando nei rifiuti o chiedendo l’elemosina per mangiare, oppure facendo la fila alla Caritas.
Avrei girato a lungo di notte, in cerca di un posto dove dormire. Un posto sicuro. Un posto dove non sarei stato pestato a sangue o violentato. Un posto dove sarei stato invisibile persino per gli invisibili del mondo. E poi, la mattina sarei stato svegliato dai rumori della gente, o dalle guardie che mi avrebbero scacciato per nascondere alla brava gente il mio volto di merda.
Avrei cercato un posto dove cagare. Se mi fosse andato bene, il cesso di una stazione. Oppure avrei dovuto cagare in qualche aiuola nascosta, o magari in qualche vicolo. E poi via a girare ancora. A cercare ancora qualcosa da mangiare. A cercare ancora qualcosa da fare, ben sapendo di non avere niente da fare. Niente, se non sopravvivere. Proprio come un animale! Come un cane randagio che gira da solo per le strade. Senza uno scopo. Senza una famiglia. Senza nient’altro che passare il tempo per vivere ancora. Vivere soffrendo. Vivere senza vivere. Vivere in un limbo.

Ecco, la realtà era ben diversa da come la si vedeva nei film, nelle canzoni o nei romanzi. La realtà faceva schifo! E per la prima volta ne provavo il peso. O forse… forse non avevo nessun piacere che mi desse modo di non guardarla dritta negli occhi. Niente, se non l’alcool!
Così continuai a fumare e a bere fino a notte inoltrata. Forse fino alle quattro. Forse fino alle sei.
Non lo sapevo!
Il tempo ormai era svanito. Il tempo era scandito solo dall’alcool e dal fumo. Il tempo era un qualcosa di pericoloso. Qualcosa da non fissare a lungo.
Silvia. Silvia! Se solo fosse stata lì.
Ma lei non c’era, e non c’era Virginia; la mia bambina!
Non ci stavano i miei soldi. Non ci stava il mio lavoro. Non ci stava la mia casa. Non ci stava la mia auto. Non ci stava il mio cane. Non ci stava il mio televisore. Non ci stavano i miei mobili, i miei vestiti, i miei cd, la mia collezione di cravatte, la mia vasca da bagno o la collezione di film porno.
Non ci stava niente! Niente se non il vuoto. Niente se non la realtà nuda e cruda. Niente se non me stesso, lì in quel mondo di cui non facevo più parte. Ormai uno spettro! Un’ombra. Qualcosa d’invisibile. Qualcosa di non pronunciabile. Qualcosa da evitare come la merda. Come il vomito di un cane.

Senso unico

 

 

Tratto dal mio racconto “Il Re”. Presente nell’antologia “Zero”, edita dalla Damster edizioni. Antologia creata da me assieme ad altre due autrici, e realizzata assieme ad altri 11 validi autori. Un viaggio nelle dipendenze che soffocano la vita.

Tutti finti. Tutti noiosi. Tutti uguali tra loro.
E vennero a me a decine! Gente che un tempo non mi avrebbe neanche cagato! E invece mi facevano sorrisi, e di certo avrebbero cominciato a sputare merda contro di me una volta che fossi andato via.
Ma intanto ero lì, purtroppo. Nel centro di quel vortice. Ascoltando le loro stronzate. Rispondendo controvoglia alle loro merdose domande mentre a grandi sorsi bevevo birra come se volessi annegare il mio cuore. Finendo subito la prima, poi la seconda, finendo una terza offerta da uno di quegli stronzi, e attaccando ancora un’altra passata da un altro coglione.
Cristo, tutto era così confuso. Tutto roteava attorno a me velocemente. Ero gettato in una lavatrice a gettoni. Ero solo uno straccio che girava velocemente in un vortice di acqua fetida. E le loro facce erano ovunque. Le loro labbra mollicce erano ovunque. I loro occhi gelidi erano ovunque. Le loro parole insulse erano ovunque. E le loro voci ronzavano attorno a me come uno sciame di mosche.
«Signor Gargiulo, ma come le vengono certe storie?»
«Marco! Posso chiamarti Marco, vero? Ma come mai nelle tue storie parli sempre di sesso?»
«Marco, hai mai avuto una visione?»
«Mi dica, signor Gargiulo, lei è sicuro di essere etero?»
«Signor Gargiulo, ha mai pensato di scrivere una storia d’amore a lieto fine?»
«Marco, non credi che bevendo ogni giorno ti perdi il meglio della vita?»
«Senti, Marco, tu sei il più cazzuto figlio di puttana che sia mai esistito al mondo!»
Cristo, non ne potevo più!
Quella massa di sconosciuti pretendeva di conoscere la mia vita. Voleva pesarla, analizzarla, imballarmi e mettermi addosso una bella etichetta.
Ero una cavia da laboratorio, né più né meno. Ero un oggetto in una vetrina, un dvd su di uno scaffale, un vestito su di un manichino.
Non ero niente! Non esistevo neanche per quelli. Eppure tutti mi volevano! Tutti volevano me. O forse tutti cercavano un modo per vivisezionarmi, così da potermi crocifiggere meglio quando sarebbe venuto il momento del mio declino.
E stava davvero arrivando quel momento?

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