Perché l’amore esiste per davvero, oppure tutto è solamente una menzogna? “Un cielo di cemento”, mio ottavo romanzo, ispirato a una storia vera

Ma come diverse volte in quei quattro lunghi mesi, feci finta che tutto andasse bene.
Continuai a mangiare. Seduto innanzi a lei. Sorridendole di tanto in tanto, giusto per non sentirmi come un marito sposato da una decina di anni, e ormai prossimo al divorzio.
E stava per succedere? Era davvero la fine?
Ero così confuso. Inizialmente una bellissima giornata. Quel bacio nel cesso del ristorante. Il baciarci in quella cazzo di chiesa ortodossa dove avevamo acceso le nostre candele. E poi la freddezza durante quella noiosa passeggiata ad Alba. Lei che non mi teneva la mano. Nessun bacio per ore. E adesso… Adesso cosa?
Eravamo alla resa dei conti? L’ultimo rintocco della nostra storia stava per essere scandito?
Cielo, ingurgitai l’ultimo boccone sentendo un tremendo senso di liberazione.
La recita era finita. Stavamo per andare nella sua camera. Lì dove avremo dormito assieme, forse fatto l’amore, magari riso.
Ma invece ancora e solo freddezza.
Eravamo una coppia sposata in procinto del divorzio. Eravamo dei migliori amici. Eravamo fratello e sorella. Eravamo tutto, tranne che quelli di un tempo.
Cazzo, lei era come imbarazzata. Distante. Camminava per quella stanza a testa bassa, come se io non ci fossi. O come se non volesse che io fossi lì.
Che cazzo era successo alla ragazza che pianse in quel treno, prima di salutarmi dopo il nostro primo incontro? Che diavolo era successo a quella donna che mi guardava con la luce negli occhi, come se io fossi Dio? Dove cazzo era finita la ragazza che circa sei ore prima mi aveva baciato ardentemente fuori a un dannato cesso?
Era svanita nell’aria. Di lei non c’era che qualche traccia; un ricordo, un profumo, i suoi capelli che si muovevano nel nulla.
Feci un passo, cercando di afferrarli. Di cogliere i pezzi di quel vetro infranto, nell’ennesimo e inutile tentativo di rimetterli assieme.
Fu appunto inutile!
Elisa guizzò via, come se avesse paura di sfiorarmi. Come se la mia presenza fosse qualcosa di troppo in quel suo mondo.
E dov’era lei? Dov’era quel mondo?
Avrei voluto tanto entravi. Per quattro mesi avevo fatto di tutto per entrarvi, e ora ci trovavamo alla fine dei giochi.
Lei si mise a sedere sul suo piccolo letto, restando a testa bassa.
I capelli sottili come un velo le coprivano il suo volto triste.
Io la guardai. Poi mi guardai attorno. Guardai quella stanza simile a quella di una bambina: lenzuola dai colori vivaci, un parato color pastello, pupazzi e oggetti da donna ovunque.
Dove cazzo mi trovavo? Non era il mio mondo, quello. Che c’entravo io in quel posto? E cosa c’entrava lei? La mia Elisa! Lei che mi aveva sempre detto di detestare i peluche.
Chissà, forse in un modo o in un altro eravamo entrambi in gabbia. Ma divisi! Lei in una cella e io in un’altra.
Feci di tutto per entrare nella sua!
Mi avvicinai a lei. Mi misi a sedere al suo fianco. Su quella coperta dai colori vivaci.
Le presi la piccola mano e la strinsi. Le unghie erano sempre rosicate. Devastate come il suo sguardo.
Fece un sospiro. Finse un sorriso e si alzò di nuovo dal letto.
«Guardiamo Batman?» mi chiese, avvicinandosi a quell’altro letto, dove avrei passato io la notte; magari unito al suo.
I miei occhi si immersero nei suoi. Lei mi fissò ancora. In piedi. Con occhi languidi come se stesse piangendo.
Un ironico sorriso solcò il mio viso.
“Già, Batman!” pensai, facendo una smorfia cinica e ironica e chinando il capo.
In fondo che me ne fotteva di quel film. Non me ne fotteva di fare niente in quel momento, se non stare con lei; parlare, e capire dove stavamo andando.
Lei forse lo capì. O forse era stanca anche lei di quella situazione, e voleva mettere fine a tutto al più presto.
Si avvicinò a me e si mise a sedere. Eravamo faccia a faccia. Due super potenze pronto al conflitto. Pronte a distruggersi per sempre.
Ma nessuno dei due ebbe il coraggio di pigiare quel maledetto pulsante rosso.
Ci fu solo silenzio. Ancora silenzio. Proprio come quello in cucina. Proprio come quello che avvolge ogni coppia ormai finita.
Cercai di infrangere quel glaciale specchio di ghiaccio che ci divideva. Allungai la mano verso di lei. Gliela strinsi, e le accarezzai teneramente il viso con l’altra.
«Allora, piccola, che hai?» le dissi con fare amorevole, senza smettere di fissarla né di accarezzare la sua minuscola mano e il suo viso ormai ricoperto dal cemento.
Lei mi guardo a sua volta. Uno sguardo triste di chi ha già scelto. Di chi sa che qualcosa sta per finire.
Io avevo già visto quello sguardo. L’avevo visto poche ore prima, ad Alba. L’avevo visto mentre camminavamo per Napoli l’ultima volta che venne da me. L’avevo visto l’ultimo giorno in cui stetti a Pietra.
Solo che in quel momento era diverso. Più incisivo. Come se nulla fosse in grado di spazzarlo via, facendola tornare a fissarmi con il sole negli occhi.
Ci provai comunque!
Un lieve sorriso. La sua mano stretta alla mia. Una dolce carezza sui suoi soffici capelli.
«Ehi, ne vogliamo parlare?» sussurrai, avvicinando il volto a lei. Ma il suo sguardo rimase basso. Strinse le ginocchia con un braccio, tenendo l’altro teso verso di me; come se fosse un ramo senza vita. Solo qualcosa da tenere lì per forza di abitudine, o per chissà quale senso di dovere.
Ecco, stava arrivando l’inverno. L’estate era del tutto finita. L’autunno era scivolato via alla velocità della luce.
Solo freddo. Solo freddo e silenzio, in cui il mio amore, inutile come un corpo privo di vita, cercava di raggiungere il suo. Quei barlumi di amore visti a Napoli, a Pietra, a Genova. Quel sorriso sparito poco prima di andar via da Pietra Ligure.
«Eli, per favore, mi dici che c’è? Ho notato già oggi che non stavi bene»
Lei si girò lentamente verso di me. I suoi occhi faticavano a guardarmi. Faticavano ad ammettere quel che stava accadendo. A darmi il colpo di grazia. O forse darlo a entrambi.
Le sue piccole labbra si mossero lentamente. Un piccolo sospiro uscì dalla sua bocca, sfiorando la mia pelle.
Ancora quelle parole!
«Non lo so. Non lo so! Non so cosa mi è preso» esclamò, con il suo solito tono agitato. Quella sua voce affannata e ansiosa che annunciava il nascere di un nuovo scontro.
Cercai di mantenere la calma, proprio come sempre. Avevo voglia di fumare. Avevo voglia di bere. Avevo voglia di urlare.
Ma non potevo fare niente di tutto ciò! Potevo solo star lì, chiuso in quella gabbia, affrontando il mio dolore. Affrontando quell’incubo sempre più reale; qualcosa di tangibile e nauseante come del letame spalmato sulla faccia.
Afferrai le sue piccole spalle, e con un gesto delicato voltai il suo corpicino verso di me.
Ebbe ancora una volta il coraggio di fissarmi, mentre le tenevo le mani. Fissando quei miei occhi stanchi ma pieni di amore, e chissà, forse anche misericordia.
Già, ero diventato di nuovo il suo paparino. Il suo confessore. La sua guida zen del cazzo! Quando invece avrei solo voluto il suo amore. Baciarla. Fare l’amore, e ridere proprio come una volta.
“Ma forse passerà” pensai ancora, illudendomi per l’ennesima volta, e pronto a dare per lei le risposte.
«Guarda che me ne sono accorto che hai incominciato a star male appena si è avvicinato il momento di venire qua» le dissi. Ma come risposta non ebbi altro che il suo sguardo basso. Altro gelido silenzio. Un manto di ghiaccio sulla mia pelle, e forse anche sulla sua.
«Vorrei capire che ti è successo?» ripresi «Avevi detto che forse, se fossi venuto io qua da te, a casa tua, tutto sarebbe tornato come prima. E oggi al ristorante mi è sembrato che fosse davvero tutto come prima. Eri felicissima! Sì, ti ho vista con me in quella chiesa. Eri felice di stare lì. Felice di stare con me»
Un piccolo respiro uscì dalla sua bocca, mentre i suoi occhi chiusi rimasero coperti dai suoi lunghi e sottili capelli.
«Ero felice, Marco» sussurrò «Con te sto sempre bene!»
«Pero?»
«Però non lo so» sbiascicò con fare nervoso, imbronciata, e facendo scivolare le mani dalle mie.
Per qualche istante rimase in silenzio. Poi la vidi alzare il capo verso il soffitto, poggiandolo contro la spalliera del letto a castello.
Fissò il vuoto per secondi che sembrarono anni. Io attesi ibernato in quel suo tempo. Attesi parole di speranza, come fatto per mesi. Quelle parole che, ormai sempre più lucido, sapevo non sarebbero mai giunte.
Poi, ecco il muoversi delle sue labbra.
«Non so più cosa mi succede» sussurrò ancora, come se la sua voce fosse soffocata da invisibili lacrime «Io sto bene con te. Sei tutto ciò che potrei desiderare. Ma proprio non ce la faccio!»
Si voltò energicamente verso di me.
«Io non riesco ad amarti, Marco» esclamò.
Ed eccola la pugnalata! Quel colpo che mi aspettava da sempre. Dall’inizio di quella nostra storia.
Ecco, il mio sguardo immobile e rassegnato, incapace di provare qualsiasi emozione se non rassegnazione. Un senso di torpore che invase ogni più piccola parte del mio corpo. E quella voce nella mia testa che mi urlava «Hai visto, coglione? Anche stavolta è andata male. Che cazzo ti aspettavi?»
Ed era vero, sì, era andata male. Andare lì era l’ultimo tentativo per sanare quel rapporto. L’ultima speranza per sanare un sogno.
E ora cosa fare?
Se avessi sentito il mio orgoglio, mi sarei alzato da lì, l’avrei mandata a cagare, preso la mia roba, e uscito di casa senza dire un cazzo di niente.
Insomma, la stessa sensazione che provai diverse volte in qui mesi. Ma proprio come in quei mesi, l’amore per Elisa riuscì a calmare la mia irruenza e il mio orgoglio.
Le presi le mani. Lei mi fissò ormai prossima a piangere.
«Lo so!» le risposi con un filo di voce. Consapevole della sconfitta. Consapevole di essere ancora una volta un niente.
I suoi occhi si arrossarono e diventarono lucidi, ma una mia carezza frenò le sue lacrime. Forse, l’ultimo ridicolo tentativo di frenare quell’imminente tornado che mi stava avvolgendo. O forse che ci stava avvolgendo.
«Eli, non voglio ripetere le cose. Ne abbiamo parlato mille volte» dissi «Io mi sono sentito amato a dismisura da te. La prima volta che venisti a Napoli, e tutte le volte che sono venuto a Pietra. Ma da quando sei uscita da lì qualcosa è cambiato. Non so cosa, ma sei lontana. Come se non ti interessassi più. Dunque, se è così, per favore dimmelo»
Attesi una sua risposta. Le lancette cominciarono a girare velocemente. Il tempo si era fermato, e io ero nel mezzo del nulla, fissato solo da qualche peluche piazzato su di un mobiletto.
Poi un altro sussurro. Un sussulto nel mio cuore. Il suo sguardo che si alzò appena di qualche centimetro, faticando a fissarmi.
«Marco, non è così. Io ti voglio! Ci tengo a te e ti voglio bene. Solo che… Solo che ora, ora non riesco a darti ciò che tu mi chiedi. Non posso stare con te e non provare la voglia di baciarti. Non provare niente, Marco. Io ora non riesco a provare niente! Lo capisci? Mi sento totalmente vuota. Apatica. Inutile»
Ed ecco di nuovo il tempo fermarsi. Le teste dei peluche esplodere, facendo schizzare sulla mia faccia immobile dei caldi fiotti di disgustoso sangue.
Era la fine. La fine di ogni sogno. La fine del mio sogno. Forse del nostro sogno.
Avrei dovuto urlare e disperarmi. Avrei dovuto piangere. Forse lei avrebbe voluto piangere.
Ma non ci fu concesso neanche quello!
No, eravamo in gabbia. In una gabbia non scelta da noi. In un mondo formale, dove dolore e rabbia non potevano essere urlati con tutta la loro irruenza.
Poi ecco che udimmo dei piccoli colpi contro la porta. Dapprima sembrò quasi di esserci sbagliati. Poi ci furono altri due colpi. E una delicata vocina dietro la porta che ci disse «Posso?».
Era Stefania. Sua sorella.
Che cara! O forse solo tremendamente formale, data la situazione.
A me venne da sorridere. Già, bussava perché sua sorella era in camera con il proprio uomo. Il fidanzato che non vedeva da circa un due settimane.
Ovvio, stavamo scopando. E se così non fosse, almeno eravamo di certo in procinto di farlo.
E invece, dopo due settimane e mesi di astinenza, eravamo lì pronti a mettere fine al nostro sogno. Io ero lì su quel letto, chiuso in quella gabbia, dopo aver fatto ottocento chilometri solo per quell’inferno.
Ma andava bene. Doveva andare bene! Dovevamo ancora recitare.
Così finsi un sorriso. Gli occhi di Elisa tornarono normali, e una tenera voce uscì dalla sua bocca.
«Ste, che c’è?» disse. Poi ecco che la porta si aprì. Dietro di essa Stefania sorrideva tenendo in mano il libro che le avevo regalato. E dietro di lei, il suo compiaciuto e ufficiale ragazzo.
Ci fu un sussulto di gioia da parte sua. Vero o forse fasullo.
«Grazie, Marco, non so come ringraziarti!» mi disse, stringendo in mano quel libro di quella scrittrice di merda.
Io riuscii solo ad abbozzare un prego. Sorridendo. Seduto su quel letto, mentre tenevo ancora le mani di Elisa.
«Ma non dovevi disturbarti!» aggiunse lei, recitando i soliti formalismi propinati innanzi a un regalo.
Io non riuscii a mettere a fuco niente. La sua immagine era confusa. Vedevo solo ombre innanzi a me. Dei sorrisi che ondeggiavano come fossero budini. Quel libro spiattellato contro la mia faccia. La voce di lei che rimbombava in maniera baritonale nella mia testa, come se fosse infilata in un secchio d’acqua. E le mie parole che mi uscivano dalla bocca senza che io riuscissi ad ascoltarle. Vedendo solo nebbia innanzi a me. Sentendo rumori scomposti, e squassato da tremende vertigini che mi scuotevano in ogni dove.
Ma sembrò andare bene!
No, di certo non le dissi niente di brutto. Niente del tipo “Non me ne fotte un cazzo del regalo! Non vedi che io e tua sorella stiamo per lasciarci? Cazzo! Un po’ di rispetto per il dolore umano”.
Ma per fortuna non credo che dissi ciò. Dato che andò via sorridendo, con il mio regalo in mano.
La porta si chiuse. La recita fini. Il gelo ci avvolse nuovamente.
E da dove cominciare?
Non lo sapevo. Non sapevo più niente! Non sapevo che dire né che fare.
Mi limitai a stringerle le mani.
Altro silenzio. Altri attimi interminabili. La lama affilata di un coltello lungo la mia schiena. Un profondo gelo sulla mia pelle.
Poi il mio sguardo si alzò nuovamente, come se fissando quella coperta colorata avesse trovato chissà quale risposta.
Eppure ancora una volta non avevo trovato nessuna risposta. Cercai solo di darne per lei. Di essere nuovamente il suo paparino. La sua guida. Il suo fratello maggiore saggio e premuroso.
«Eli, a me importa che mi vuoi» le dissi «Se stai male, ti starò vicino, come ho fatto finora. L’importante è che mi vuoi! Se invece non fosse così, dimmelo ora, e andrò via per sempre»
Un forte respirò uscì dalla sua bocca. La testa si poggiò nuovamente contro la spalliera del letto. Gli occhi fissarono il nulla per qualche istante, per poi chiudersi.
«E pensi che se non mi importasse di te sarei venuta fino a Napoli? Credi che se non ci tenessi a te ti avrei fatto venire fino a qui?»
Io non risposi. Logicamente sembrava tutto giusto quanto da lei detto. Ma in fondo, quante donne avevano detto o fatto cose simili prima di piantarmi?
Infinite!
E se lei non fosse altro che una delle tante?
Ecco, di nuovo le mie cazzo di paure.
Il suo non riuscire a baciarmi. Il suo non riuscire a fare l’amore con me. Il suo stare bene con me, ma tremare a ogni contatto fisico. E quel cazzo di cellulare sempre presente! Sì, a Napoli stava sempre con quel dannato coso in mano. E ancora ora, era proprio sul letto, come se dovesse essere sempre lì pronto a essere usato.
Che fossero tutte palle?
Già, magari ci stava un altro. Razionalmente ci stavano tutti gli indizi per pensarlo. E forse non riusciva a fare l’amore con me perché non era capace di scopare con due uomini contemporaneamente.
Sì, era così. Doveva essere così! Era di sicuro lo stronzo di Savona di cui mi aveva parlato. Quel coglione che neanche avevo mai visto.
In fondo mi era capitato altre volte. Con Antonella, per esempio. Lei quando scopava con Lui, dopo non riusciva a farlo con me. Si inventava sempre scuse profonde e cervellotiche. Ma la verità era che non riusciva a sostenere il farsi sbattere da due uomini.
No, no, no! Non poteva essere così. Lei era Elisa! Io la conoscevo bene.
Ma la conoscevo per davvero?
No, cazzo. “Basta, basta, basta!” tuonò nel mio cervello, alla velocità della luce. “Non ora. Non ora, cazzo!” strepitai in me, cercando di mettere a fuoco, e scacciar quei dannanti pensieri.
Mi fiondai su di lei e la strinsi. Lei si lasciò abbracciare. Una calda lacrima raggiunse la mia mano.
«Dimmi tu che devo fare, piccola. Dimmelo e lo farò» le sussurrai.
Lei alzò lentamente il capo. I suoi occhi lucidi e arrossati mi fissarono, alimentando la foga delle mie dolci carezze.
«Io non so che ho, Marco. Mi sento come se fossi tornata bambina» strepitò, con voce soffocata dalle lacrime.
Io la strinsi forte a me. Le sue lacrime bagnarono la mia maglia, e le sue dita senza unghie si conficcarono nella mia carne.
«Io sto bene con te» riprese «Mi piace stare con te. Mi fai sempre ridere. Mi coccoli, ma io ora mi sento come se dovessi ricominciare tutto daccapo. Come una bambina appena nata»
La strinsi e continuai ad accarezzarla.
Era vero? Era tutto vero o solo una scusa?
Doveva essere vero! Lei era Elisa. Lei non era come le altre.
Ma allora cosa fare? Se mi voleva ma non riusciva ad amarmi, cosa fare?
Ecco, ora il maestro zen era stato ucciso. Il suo paparino era passato a miglior vita. Non restava che una carcassa vuota. Un corpo sofferente che la stringeva. E un cuore che pulsava violentemente, come se stesse per scoppiare.
Non ebbi il coraggio di dirle niente, se no quanto già detto.
«Dimmi tu che devo fare, Eli» le sussurrai, aggiungendo con fare triste «Se tu sai che mi vuoi, ma hai queste cose da risolvere, io resto con te. Ti aspetto!»
Lei si divincolò dalle mie braccia di colpo, poggiando la schiena contro lo schienale del letto e ficcandosi le mani tra i capelli.
«E cosa farai, voto di castità?» disse, in lacrime, voltandosi e fisandomi.
«Ti ho fatto pesare la cosa in questi mesi?»
I suoi occhi lucidi di persero nei miei. Un silenzio. La paura. Poi un colpo forte!
«Non è giusto, Marco. Tu meriti di essere amato!» strepitò, piangendo e chinando la testa.
Io la raggiunsi. Stringendola e coccolandola. Di nuova la mia bambina! Il frutto del mio grembo. Le mie cellule. Parte del mio DNA. Un malsano legame che mi faceva elemosinare amore da lei, forse come un tempo aveva fatto con me. Quel tempo ormai lontano anni luce. Quel tempo ora coperto da un cielo di cemento.
cielodicemento
Annunci

Sei romanzi. Sei romanzi per spaccarvi il cuore.

Sei romanzi. Sei storie ossessive. Sei storie che vi spaccheranno il cuore.
Non ci credete?
Bah, allora leggete!
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
«Ma non sto scherzando!» riprese a echeggiare la voce attorno a me «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
«Tu non sai un cazzo di me!» strillai ancora «Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore!»
«Scrittore un paio di palle!» urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo «Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri!»
«Sta zitto!» urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
 
AFFAMATA D’AMORE
Lei stava davanti la porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
 
VIOLA COME UN LIVIDO
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
 
 
Fottiti
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
Lei urlò.
«Lasciami, lasciami!» strillò, con le lacrime agli occhi.
«Ora ti faccio vedere io, troia» esclamai, tenendola stretta, e slacciandomi i calzoni con la sinistra.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
VICOLI BUI
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.
Senzanome

Tratto da una storia REALMENTE ACCADUTA. Affamata d’amore, romanzo di Marco Peluso, partecipante al concorso Eroxè Context 2015. Pubblicato dalla Damster edizione e già disponibile in formato digitale su tutti i maggiori store online. Una vera storia d’amore! Forse un sogno, o magari un’illusione. La storia di due persone ferite che si trovano. Forse per sbanarsi. Forse per amarsi. Comunque sia, combattuti dalla paura di amare. Dalla paura di vivere. Ecco un piccolo estratto.

La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale! Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io tal tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.
Le strinsi forte la mano. Lei abbozzò un piccolo sorriso, mentre mi avvicinai a lei, stringendola e accarezzandola.
<< Ehi, scusa se mi sono spaventato >> le dissi con fare dolce. E lei sorrise ancora. Mi accarezzò il viso, continuando a guardarmi. Cercando il coraggio di andare avanti.
Io non la forzai. Lei riprese fiato. Attese qualche istante, e poi continuò a parlare.
<< Quando tu hai un vuoto in te, ogni cosa ti sembra vuota, e tutto è come una morsa che ti stringe lo stomaco. Il mio stomaco era letteralmente stretto! Non sto qui a dirti il perché. Magari un giorno lo farò, se vorrai, e se ci sarà quel giorno. Ma come forse avrai già capito, in passato iniziai a non mangiare più >>
Stinse forte la mia mano e se la portò nuovamente contro al petto, mentre io, in silenzio, non riuscii a far altro che fissarla. Senza capire. Senza capire cosa ci fosse di così orrendo in quanto mi stava dicendo.
Già, in fondo tutte le ragazze attraversavano periodi in cui non mangiavano un cazzo di niente, a volte per giorni. Ci ero passato anch’io in un periodo. All’inizio dell’adolescenza. Cercando a ogni costo di perdere qualche chilo. Facendo giorni e giorni di digiuni alternati ad abbuffate tremende.
Poi guardai il mio corpo basso e magro. Guardai le sue piccole mani, e le unghie del tutto divorate.
Capii! Capii il suo dolore, o almeno in parte. Capii ciò che io avevo appena sfiorato, e lei vissuto. Un qualcosa che l’aveva travolta. Qualcosa che l’aveva totalmente cambiata. Qualcosa che si era mosso in lei, cambiando dall’interno il suo corpo, mentre lei, ignara, camminava su di un filo di rasoio, rischiando in un attimo di cadere e di spaccarsi in due per sempre.
<< Arrivai a pesare 30 chili >> riprese << Ero uno scheletro. Senza la forza di fare niente. Eppure continuavo ad andare avanti! Con tutta me stessa. Convincendomi che non stava succedendo niente. Passando giorni e giorni a bere solo litri e litri di acqua pur di riempirmi lo stomaco. Giorni in cui il mio solo pensiero, ironicamente, era il cibo. Come evitarlo. Come rifiutarlo. Come non vederlo nemmeno >>
Tirò un forte respiro, per poi adagiare la testa contro la mia spalla, mentre io continuai ad accarezzarle i suoi profumati capelli.
<< Nella malattia, tutto è confuso come quando hai la testa in un secchio d’acqua. Sai di star male, ma non lo vuoi accettare. Non accetti di essere tirata fuori da quel vortice. Ne diventi dipendente. Dipendente dal tuo stesso malessere. Come se senza di esso tu non esisti. Come se lo stesso malessere sia la tua personalità. Ciò che t’identifica. Ciò che ti rende viva. Presente. Vera >>
Rimase qualche attimo in silenzio, lasciandosi accarezzare da me proprio come se fosse la stessa ragazzina di allora. Una ragazzina che in sé portava ancora un vuoto immenso.
<< Poi, ti ritrovi a fare infinite sedute psichiatriche. La psichiatra diventa la tua sola amica, anche se inizialmente tu la odi. Sì, perché il resto delle persone o ti guardano con compassione, oppure ti urlano contro. E quelle che incontri sul tuo cammino, beh, sono spesso persone deviate al punto da essere pronte a tutto pur di difendersi. Ragazze ridotte a scheletri, con gli organi compromessi per sempre, che farebbero di tutto pur di appiopparti addosso il loro malessere, trascinandoti con loro in un baratro senza uscita. Oppure, nel mondo degli ospedali psichiatrici, s’incontrano anche un mucchio di psicopatici o finti tali, pronti a mettere in scena qualsiasi cazzata pur di scoparsi una povera scema. Per poi lasciarla da sola, gettata a terra come un calzino usato >>
La strinsi forte a me. Cominciando a baciarle il viso. Sentendo la sua pelle contro la mia. Il suo profumo immergermi totalmente.
<< Ma ora ne sono uscita! >> aggiunse << Da quasi due anni. Fortunatamente! E credimi, io ce la sto mettendo tutta per recuperare la mia vita. Per tirarmi fuori da ciò che mi ha condotta in quell’incubo >>
Non aggiunse altro. Io la strinsi più forte, avvicinando il volto a lei e iniziando a baciarla.
Le sue dita si conficcarono nella mia schiena. I suoi baci diventarono sempre più intensi. Un nuovo vortice di passione ci avvolse. E il cazzo divenne duro non per il suo corpo né per i suoi baci, ma per ciò che lei era. Per ciò che mi stava trasmettendo.
In un attimo, le sue piccole mani cominciarono ad accarezzare il mio corpo, e le mie grosse mani s’insinuarono lungo tutto il suo corpicino.
Mi tirai su, portandola con me, e in un attimo, prendendola di colpo in braccio.
Lei sorrise. Sorrise, tornando la Elisa pimpante che coesisteva con la Elisa triste. Stringendomi il collo e baciando dolcemente le mie labbra.

11742718_773776762742583_32833419374778949_n

Tratto dal romanzo “The writer”. Edito dalla Damster edizioni. Partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, e già disponibile in formato digitale presso i migliori store online.

Lasciai quella gente del cazzo e mi rimisi sul corso che conduceva a Piazza Garibaldi. E lì su quel corso, per fortuna di persone non ce ne stavano. No, solo qualche puttana, qualche trans, qualche disperato che camminava fissando il vuoto, e un paio di auto di tanto in tanto.
Io continuai ad avanzare. Pensando solo al mio libro. Al mio futuro da scrittore ormai incapace a scrivere anche solo la lista della spesa. E a quella mia vita che stava andando a puttana.
Mi fermai davanti al cancello del palazzo di Antonella. Ancora una volta. Fissandolo e pensando cosa avrei provato facendomela nuovamente.
Forse non avrei riconosciuto la differenza tra lo scopare lei e lo scopare Ivana. Magari non avrei provato niente! Forse non avrei nutrito neanche un qualsiasi senso di colpa nei confronti di Ivana.
Ma il problema non si pose!
No, Anto non c’era. Ivana se ne stava a casa a dormire, o magari a parlare al telefono con Dario. E io ero da solo lì per strada. Come un vagabondo. Come un topo di fogna.
Cazzo, un tempo quella era la mia linfa vitale. Ciò che mi permetteva di scrivere.
Cioè, vedevo qualcosa per strada, e baam! Di colpo migliaia di immagini prendevano vita nella mia mente.
Invece, ora cosa?
Il vuoto assoluto! Ero solo un perdente che desiderava di diventare ricco come Gordon Gekko, famoso come Mark Zuckerberg, potente come Gheddafi.
La mia passione era svanita. Ero solo una piccola troietta lasciata per strada dopo essere stata stuprata: le cosce sporche di sperma, i vestiti stracciati, il trucco sciolto dalle lacrime.
Cristo, mi venne da sorridere arrivando a Piazza Garibaldi. Vedendo quei rifiuti umani seduti ai piedi di una grossa statua, intenti a bere birra. Vedendo puttane forse minorenni venderla per strada, e pezzenti girare a vuoto in cerca di un modo per far passare la serata.
Diedi ancora un sorso alla birra, svuotandola del tutto, per poi cominciare a fissarla.
La guardai a lungo. Senza vedere niente. Sentendo solo i rumori della città rimbombare attorno a me. Le urla di quella gente! Le lacrime di qualcuno. I rumori delle gomme che stridevano sull’asfalto.
Strinsi la bottiglia e la lanciai con forza contro a un palazzo, facendola fracassare in mille pezzi.
Udii ancora altre urla. Qualche risata. Ancora auto sfrecciare nella notte.
Andai via da lì. Camminando velocemente. Sentendo tamburi battere nella mia testa.
<< Che patetico coglione! >> udii echeggiare attorno a me.
<< Fa silenzio. Sta zitto! >> urlai senza fermarmi. Camminando per quella piazza, fissato da occhi di pazzi che mi credevano pazzo.
E forse lo ero per davvero! Sì, ma non me ne fotteva un cazzo. Non in quel momento, almeno.
Volevo solo sparire.
Così mi ficcai in un bar. Nel bar Azzurro, per l’esattezza. Andando con fare frettoloso verso il vecchio lardoso dietro la cassa.
Non persi tempo né a guardare lui né a guardare chiunque ci fosse lì dentro. Non guardai niente e nessuno! No, ordinai una bottiglia di vino rosso, la pagai e uscii da lì con la stessa fretta con cui ero entrato. Riprendendo a camminare per strada. Bevendo a grandi sorsi da quella bottiglia e fumando sigarette come se stessi respirando.
Arrivai fino alla stazione. Non sapevo perché. Ma lo feci! Fermandomi lì e mettendomi a sedere su di un marciapiede.
Attorno a me alcune puttane la vendevano. Alcuni disperati aspettavano un pullman notturno che li portasse a casa. Dei tassisti abusivi cercavano di trovare dei clienti. E decine di barboni se ne stavano stesi a terra, dormendo avvolti da unte trapunte.
Improvvisamente sentii un tremendo tanfo di merda proprio dietro di me. Una puzza ben peggiore di quella emanata dalla mondezza piazzata in ogni dove per strada.
Mi voltai lentamente. Fissando dietro di me con fare disinteressato. Con fare apatico.
Un vecchio sdentato e vestito di stracci puzzolenti stava ritto proprio dietro di me. Sorridendomi. Mostrandomi le sue grosse e violacee labbra avvolte da una stepposa barba e i suoi pochi denti neri come la pece.
Sospirai e mi voltai nuovamente. Ma fu inutile! Perché il tipo avanzò, mettendosi a sedere accanto a me.
<< Ehi, amico, lo so che stai anche tu nella merda. Ma non è che mi offriresti una sigaretta? >> mi chiese con la sua voce rauca.
Io non aggiunsi altro. Tirai fuori il pacchetto di sigarette e gliene passai due.
Lui sorrise di più. Spalancando quella sua enorme bocca deformata dai denti mancanti.
Una se la ficcò nel taschino del suo cappotto, l’altra se la piazzò in bocca, accendendola.
Diede  qualche strippata. Restando seduto accanto a me e fissando il vuoto.
<< E’ molto che sei per strada? >> mi chiese.
Io mi voltai verso di lui. Fissandolo dritto negli occhi. Fissandolo come se lo stessi trapassando con una lancia.
Cazzo, avrei voluto ucciderlo! Urlargli contro “Ma lo sai con chi cazzo stai parlando? Io non sono una merda come te. Io sono uno scrittore!”.
Ma lo ero? O ero una merda come lui?
Cristo, un tempo non me ne sarei vergognato. Quel tempo in cui avevo scritto roba buona! Quel tempo ormai lontano.
Mi alzai di scatto e lo fissai. Fissai quell’uomo non diverso da me. Un fallito come me! Un fallito come tanti al mondo.
No, non ero né uno scrittore né un barbone. Ero niente! Un misero puntino. Il nulla nel nulla.
Lo lasciai lì e a passo veloce andai verso casa.
Erano le tre di notte. La pancia bruciava. La testa girava. Il cuore batteva sempre più forte. E non sentivo né le gambe né le braccia.
Stavo morendo? No, ero solo un povero ubriacone! Talmente ridicolo da non riuscire neanche ad aprire il portone del mio palazzo.
Cominciai a prenderlo a calci! Con fare goffo e curioso.
<< Cazzo, maledetto, apriti! Apriti, figlio di puttana! >> urlai, continuando a prendere a calci quell’affare.
Qualche cane abbaiò. Qualche gatto miagolò. E poi dal nulla le cascate del Niagara mi travolsero!
Rimasi immobile qualche istante, per poi guardare in alto. Fissando quel balcone da cui qualche vecchia mi aveva gettato un secchio d’acqua.
<< Vecchia troia del cazzo! Scendi giù, che sfondo il culo a te e a quel frocio di merda del tuo vecchio uomo >>
Ma nessuno scese!
<< Vai a letto, ubriacone di merda! Prima che chiamiamo la polizia >> urlò qualcuno da quel palazzo.
Così mi calmai. Trovai il modo di aprire quel portone ed entrai nel palazzo, salendo le scale fino al mio pianerottolo, e ficcandomi in casa mia, ancora bagnato fradicio.
Beh, non trovai la mia gatta ad attendermi, stavolta. No, lei stava mangiando! Sì, perché la luce della cucina era accesa. E da essa vidi uscire mia madre. Lì ferma a fissarmi con le lacrime agli occhi. Guardando il frutto del suo grembo ridotto solo a un pazzo ubriacone che urlava nella notte.
La lasciai lì! Non andai da lei per abbracciarla, né le dissi niente. No, entrai nella mia camera da letto e chiusi la porta a chiave. Così da stare nel mio mondo. Da solo. Senza dover spiegare niente a nessuno.
Tanto, che sarebbe cambiato? Un cazzo di niente!
Eppure la gente amava parlare! Faceva terapie dove si doveva parlare a qualche sconosciuto delle proprie cose. Andava a riunioni di condominio, riunioni per alcolisti anonimi, corsi di meditazione guidata, circoli di lettura come quelli di Dario, oppure chiamava a qualche cazzo di call center.
E poi cambiava qualcosa? No, per niente! Alla fine tanto parlare, e nulla cambiava. Condivisioni spirituali, e le cose rimanevano sempre uguali. Discorsi su come cambiare il mondo, e tutto restava uguale.
Che si poteva fare allora? 11880937_785585364895056_15797643_n
Scrivere! Sì, la sola cosa da fare.
Così mi spoglia e mi misi al computer, bevendo ancora e fumando. Fissando ancora quel foglio bianco.
Niente! Ancora una notte nessuna parola. Un cazzo di niente!
<< Che c’è, non sai più cosa scrivere, fallito? >>
<< Fa silenzio. Zitto, zitto! >> urlai, piazzandomi le mani contro la testa come se volessi schiacciarla.
Una risata rimbombò nella stanza. Io mi alzai di colpo, guardandomi attorno.
Fermai lo sguardo verso il nulla e diedi un sorso alla bottiglia, per poi abbassarla di scatto.
<< Che cazzo ne sai tu? >> strillai << Tu non sai un cazzo di niente di me. Niente! >>
<< Oh, davvero? Invece so tutto di te, amico, e lo sai bene! So ogni minima stronzata che ti frulla nella testa. Ah, sì, il grande artista! Beh, almeno prima riuscivi a scrivere tanta merda. Le tue opere d’arte che non sono mai interessate a nessuno >>
<< La gente non capisce un cazzo! >> urlai, puntando il dito contro al vuoto.
Quella risata rimbombò nuovamente nella stanza, colpendomi in pieno volto.
<< Coglione! La gente è tutto! È lei che decide. E tu, da bravo fallito, cosa hai fatto? Hai continuato a scrivere la tua merda. Prendendotela contro al mondo che non ti cagava. E poi, quando finalmente qualcuno ha deciso d’investire sul tuo schifo noioso, psicologico, e aggressivo, tu cosa hai fatto? Hai creduto di poter far di più! E ora? Ora non riesci neanche più a scrivere una sola parola. Sei nella merda, amico! Non scrivi più e non sei neanche famoso. Non sei niente! >>
<< Fa silenzio! >> strillai, mettendomi in ginocchio e cominciando a piangere. Sì, a piangere! Proprio come non facevo da anni. Lì in ginocchio davanti al nulla, a piangere innanzi alla consapevolezza di non essere niente. Innanzi alla consapevolezza di quella vita di merda che lentamente mi stava divorando.
Rimasi li a terra a piangere come un bambino, non so per quanto tempo. Fottendomene del freddo. Non riuscendo a pensare a niente. Piangendo solamente! Piangendo, mentre attorno a me non sentivo altro che quella risata. E sotto di me solo il pavimento molle come un budino. Come la merda che mi stava inghiottendo.

Tratto dal romanzo “Affamata d’amore”. Romanzo tratto da una storia vera. Pubblicato dalla Damster edizioni, partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, e già disponibile in formato digitale presso tutti gli store online.

Cristo, dannate paure! Non riuscivo a dirlo. Lo sentivo muoversi in me, ma non riuscivo proprio a dirlo.
Era come un boccone rimasto nella trachea, che m’impediva di respirare.
Mollare la presa avrebbe significato farlo finire nelle vie respiratorie, così da morire. Oppure farlo bloccare ancor di più, se avessi tentato di mandarlo giù.
Era lì fermo. In bilico. In un limbo in cui ogni mia certezza svaniva, sbranata da un’irruenta confusione.
Già, avrei dovuto sputarlo. Buttar fuori quel boccone. Sputare tutto fuori, liberandomi di quel peso. Di ciò che mi stava soffocando. Aria compressa che cresceva in me fino a farmi implodere.
E cosa avrebbe fatto Gesù Cristo? Glielo avrebbe detto? Avrebbe detto quella parola? Quella sola e unica parola!
Ma non ero il suo Cristo. Non ero il suo papà. Non ero il suo Babbo Natale, il suo psicologo, il suo santone.
Non sapevo neanche cosa fossi per lei. Quale fosse il nome da attribuirmi. Il titolo sociale da accollarmi.
Ma non me ne fotteva un cazzo!
No, m’importava solo di quei suoi occhi. Il suo sguardo pieno di gioia nel vedere quel libro. Afferrando quel mio piccolo regalo e osservandolo. Contenta come se le avessi regalato una parte della mia vita.
E forse, forse era davvero così!
Ma nessuno di noi due volle chiederselo.
Io lo sapevo. Lei lo sapeva. Ma il suo fiondarsi tra le mie braccia significava più di tutto.
La strinsi forte. Percependo la sua pelle contro la mia. Il suo sorriso pieno di felicità. Le sue lacrime piene di gioia, o forse di terrore innanzi a una vita che non avremmo mai capito. Un futuro incerto irto innanzi a noi.
Ma nessuno dei due si chiese altro.
No, restammo lì abbracciati, baciandoci appassionatamente, mentre attorno a noi il mondo continuava a scorrere. Frettoloso. Vorace. Avido. Insensibile. Lasciandoci lì da soli. Due naufraghi su di un’isola deserta. Due alieni persi in un mondo lontano. Due pazzi appena fuggiti da un manicomio.
Poi, il nostro abbraccio fu interrotto da un’orrenda vecchia grassona che con fare rumoroso cominciò a sfogliare i libri su quelle bancarelle.
Ci scansammo, fissandoci, poi fissandola, e cominciando a ridere tra noi.
Chissà, probabilmente l’avrei volentieri uccisa a quella vecchia e inutile troia. Eppure lo stare con lei frenava la mia rabbia. Era come se il mondo fosse più bello! Anche se in verità sapevo benissimo che il mondo faceva sempre schifo. Che lì fuori c’erano infiniti doveri strazianti pronti ad afferrarmi le carni per smembrarle. E che il mio era solo un sogno. Probabilmente solo un’illusione.
Eppure, continuammo a vivere quel sogno. Camminando nella nostra illusione. In bilico come due funamboli, consapevoli che stavamo camminando su di un filo posto a mille metri sopra dal mondo.
Già, stavolta la caduta sarebbe stata immensa, e forse nessuno dei due sarebbe sopravvissuto.
Ne eravamo consci. Entrambi conoscevamo i rischi ai quali ci stavamo sottoponendo. Entrambi eravamo consapevoli di cosa avrebbe causato in noi la fine di quel sogno.
Stavamo rischiando tutto! Avevamo messo in gioco noi stessi, e forse neanche capivamo il perché.
In fondo, eravamo due sconosciuti. Due che si erano incontrati per pure caso. Conoscendosi velocemente. Ardendo ogni tappa. Percependo l’uno la storia dell’altro. Entrando l’uno nel mondo dell’altro.
E dove saremmo mai arrivati?
Quella era la storia perfetta, o ci saremmo bruciati come una stella pronta a implodere?
Era un rischio da correre. O forse, nessuno dei due si rendeva conto di quel pericolo. Di come forse una nuova ferita ci avrebbe scagliato al tappeto, impedendoci per sempre di rialzarci.
Ma nessuno dei due se ne curò.
No, continuammo ad andare avanti. Sia fisicamente che mentalmente. Baciandoci, abbracciandoci e scherzando. Desiderando solo di stare assieme. Di essere lì. Ovunque, purché assieme! Fottendocene della gente incontrata sul nostro cammino. Di tutti quei mocciosi artistoidi presi dalle loro mille cose atte a conferma il loro essere. Tutta quella gente che ci circondava, fluente come migliaia di formiche attorno a una mollica di pane.
Infine, dopo tanto camminare, dopo alcune birre e tante risate, giungemmo nuovamente nei pressi della stazione centrale.

Erano ormai le cinque del pomeriggio. Il cielo era coperto di nuvole scure, e un fresco vento estivo batteva conto di noi e attorno ai palazzi che costeggiavano la piazza.
I primi gruppi di onesti lavoratori cominciavano a muoversi per quella piazza, uscendo dalla metrò, attendendo dei pullman, o sfrecciando nelle loro auto prese a rate. Mentre non distanti da loro, come locuste fameliche si muovevano altre facce, percorrendo i marciapiedi pieni di bancarelle tenute da ambulanti di colore che cercavano di mettere al riparo la loro merda da una pioggia ormai sempre più imminente. E ancora, gente che non pensava ad altro che a fissare vetrine, comprare patatine in un merdoso negozio, camminare freneticamente parlando al telefono cellulare, oppure camminare per andare chissà dove.
Io alzai lo sguardo al cielo, capendo che mancava ancora molto alla verità.
La notte era ancora lontana! Le strade erano ancora popolate di brava gente. Le blatte erano nei loro buchi, e i topi nelle loro fogne.
Per le strade, solo pochi barboni ormai impazziti, se ne stavano fermi contro le mura dei palazzi. Fissando il vuoto. Trapassati da tutta la brava gente intenta a raggiungere le proprie vite.
Da qualche parte, alcuni Rom scavavano tra i rifiuti. Degli ubriaconi bevevano vino in cartone, stando seduti sotto a qualche solenne statua, assieme a tossici e morti di fame, mentre nascoste in dei vicoli, come fossero lebbrose, delle grasse e vecchie puttane cercavano di vendere la propria fica per dieci pezzi, o anche solo cinque. Tutto pur di sopravvivere! Per continuare a barcollare in quel mondo di merda. In quel mondo che non lasciava speranza alcuna, e che forse presto avrebbe soffocato anche il nostro sogno.
Sì, forse io sarei finito tra quella gente. Forse lei sarebbe tornata a Cuneo. Magari avrebbe dimenticato il suo vissuto, cominciando a rigare dritto, e diventando come tutti i patetici individui che odiavo. Quella gente che si muoveva per quelle strade. Ignorando il mondo a due passi da loro: quelle macerie dove vivevano gli invisibili. I pezzi di merda come me.
Io la strinsi forte. Forse per difenderla da uno dei due mondi. Forse per difenderla da entrambi. Forse per sentirla solo più vicina, e non sentirmi più solo.
Ma lei era lontana. Pensierosa. Triste. Quasi assente.
Vidi il suo sguardo triste. Quel suo silenzio che celava chissà cosa. Forse un addio. Magari un arrivederci. Comunque, quella lontananza che presto avrebbe dilaniato entrambi.
Guardai la piazza innanzi a noi. Al centro di essa, la nuova e modernissima metropolitana ricoperta da tubi e filamenti di ferro.
La gente, come se fossero tanti cadaveri, si muoveva sotto quella tettoia metallica, senza vedere né percepire niente. Sopravvivendo. Muovendosi in modo disincantato, solo per compiere le loro quotidiane commissioni. I loro inutili rituali che formavano le loro esistenze.
Vidi alcuni di essi scendere per le grosse scale di pietra che portavano verso la metrò. Verso quel grosso cratere scavato nel centro della pancia di quella piazza.
Non ci pensai due volte. Strinsi la mano di Elisa e feci un balzo, trascinandola verso la metrò.
Raggiungemmo le transenne di vetro rinforzato che cingevano la lunga metrò al centro della piazza.
Entrambi, come due ragazzini, poggiammo le mani contro di esse, chinando lo sguardo verso il basso.
<< Dio mio! >> esclamò lei, fissando con aria sbalordita quanto sotto di noi. Vedendo un enorme spiazzale di pietra avvolto da serrande di negozi chiusi, e al suo centro, un altro cratere da cui si vedevano file e file di scale mobili che si attorcigliavano tra esse. Scale metalliche, di ferro cromato, che salivano e scendevano. Intrecciate. Formando degli ingranaggi perfetti nel mezzo di quella città imperfetta.
Guardai con altrettanto stupore quello spettacolo. Quella stazione mai vita prima. Quella parte moderna e rinomata lì nel cuore di quella piazza piena di pezzenti come me.
Sì, era bella, e l’avevo scoperta solo grazie a lei. Anche se la bellezza che vedevo era ben diversa da quella che con ogni probabilità aveva in mente l’ingegnere miliardario che l’aveva progettata.
Quelle scale cromate che salivano e scendevano, intrecciandosi come ingranaggi, mi portavano alla mente Il Signore degli anelli. Mi sembrava di vedere Isengard. E in fondo, la gente che stava ferma su quegli ingranaggi non erano dissimili a tanti insensibili Hurk-hai fabbricati dalla gelida mano di Saruman.
Ecco, non avevo alcun dubbio. Dovevo farlo! E lo feci.
Afferrai di nuovo la mano di Elisa e la trascinai verso l’ingresso di quella grandissima metrò.
<< Ehi, ma che cazzo hai in mente? >> disse lei, ridacchiando e correndo assieme a me.
<< Hai detto che ti piacciono le stazione della metrò, no? >>
Lei non rispose. Sorrise solamente, continuando ad avanzare velocemente assieme a me, fino a raggiungere l’ingresso della metrò.
Scendemmo una rampa di scale di marmo attorniate da ringhiere di ferro cromato e due enormi pannelli di lucente plastica arancione.
Arrivammo alla fine di quelle scale. Ad almeno sei metri di profondità.
Avanzammo con passo veloce tra le serrande chiuse. Tra serrande che ben presto avrebbero ospitato negozi per la brava gente. Per lavoratori e studenti che avrebbero stuprato quella stazione. Quel piccolo sogno vissuto da sue stupidi pionieri.
Elisa alzò lo sguardo verso il cielo. Sorrise! Sorrise vedendo la tettoia fatta di filamenti di ferro e tubi metallici che la sovrastava. Che sovrastava me e lei. Quel nostro piccolo rifugio.
Dio, ci sembrava di essere in una navicella spaziale. Era il nostro sogno. Un libro inventato da noi. Un nuovo romanzo in cui immergerci, forse per innamoraci. Un mondo in cui non c’era più spazio per la gente indaffarata che percorreva quella stazione. Un mondo in cui c’eravamo solo noi, coperti da una ragnatela di ferro che ci proteggeva, e andando oltre le mura di cemento che ci soffocavano.
Arrivammo al cuore di quella stazione. Al posto che avevamo visto prima, sporgendoci dalle transenne.
Ci appoggiammo a delle sbarre di metallo. Guardando ancora giù. Guardando nuovamente quegli ingranaggi metallici che scendevano almeno fino a una quindicina di metri al di sotto del suolo.
<< Cielo, non finiscono mai! >> esclamò Elisa, fissando con aria esterrefatta e affascinata quel gioco di ferro lucente che si muoveva su e giù, formando perfetti ingranaggi che sembravano dar vita all’intera città.
Io guardai ancora i suoi meravigliosi occhi pieni di stupore. La tristezza era svanita. Era di nuovo viva. Di nuovo presente in quel sogno, senza chiedersi più quanto tempo ancora ci restasse.
La presi di nuovo per mano.
<< Vieni con me! >> dissi ridendo.
<< Ma stavolta che cazzo hai in mente? >> ridacchiò lei.
E cosa avevo in mente?
No, non ero diventato un coglione romantico come Dawson Leery o uno stronzissimo Brandon Walsh.
No, ero sempre un pezzo di merda disadattato. Uno che odiava il mondo. Un alcolizzato scansafatiche e perverso.
Ma lei valeva ogni fatica!
Per lei, e solo per lei, mi veniva naturale fare ogni follia. Gesti epici come neanche nel mio romanzo aveva mai letto. Cose che per nessuna donna avevo mai fatto.
E infatti, vidi il suo stupore quando la condussi fino agli sportelli delle biglietterie.
Lei, invano, cercò di tirarmi via.
<< Ma che diavolo fai? Dai, andiamo! >>
<< Non volevi vedere la metrò? >> le risposi. Sorridendo e trascinandola a forza fino a uno di quegli sportelli.
Lì dietro, un vecchio e grasso impiegato se ne stava immobile e zitto, fumando una sigaretta e sfogliando una rivista.
Io ed Elisa rompemmo quel suo stato di grazia. Piazzandoci davanti a lui. Solo per chiedere due biglietti.
Beh, quando glieli chiesi, lo stronzo neanche ci guardò. Neanche capì la meraviglia a cui stava assistendo. Come forse non la capì tutta la gente lì sotto.
No, si limitò a incassare quattro pezzi. Io presi i due biglietti, e tenendo la mano di Elisa mi diressi assieme a lei verso le sbarre che delimitavano l’ingresso ai binari della metrò.
Dio, lei era entusiasta. Quando marcò il biglietto sembrò che stesse aprendo la porta per un nuovo mondo.
Cristo, era bellissima, e io ero pazzo di lei. Incantato da quel suo muoversi come se fosse una bambina, camminando assieme a me per il lungo corridoio di cemento lucente e intarsiato, toccando le mura, e qualsiasi cosa gli si parasse innanzi.
Stava scoprendo il mondo. Un nuovo mondo. Il suo mondo! Un mondo fatato in cui poteva stare da sola con il suo strano uomo. E quando giungemmo innanzi a quelle scale mobili. A quegli ingranaggi perfetti che si muovevano susseguendosi in mille riflessi di luce metallica. Lei sembrò quasi impazzire dalla gioia!
Mi strinse forte la mano e mi diede un bacio. Poi, come due esploratori, ci mettemmo a bordo di uno di quei macchinari. Cominciando a scendere. Lasciandoci trasportare dal metallo sotto di noi.
Lei strinse forte la ringhiera della scala. Sentendosi leggera. Quasi come se stesse volando.
Alzò lo sguardo. Su di lei, su di noi, il reticolato di ferro diventava sempre più lontano. E attorno a noi, altre scale salivano e scendevano lentamente. Alcune vuote. Altre ancora che trasportavano frettolosi ammassi di carne troppo presi a sopravvivere per potersi godere quel momento di bellezza.
Poi scendemmo dalla prima rampa, percorrendo qualche metro di cemento, e mettendoci subito su di un altro ingranaggio.
<< Non finisce mai! >> esclamò Elisa << Ma quanto scendiamo? >>
Io non le risposi. Non avevo più parole per commentare la bellezza che provavo nello stare con lei. Riuscii solo a baciarla! A baciarla intensamente, mentre attorno a noi la gente continuava a scorrere come un fiume di letame, e sotto di noi, quel metallo magico ci conduceva al nostro mondo fatato. Gradino dopo gradino. Scala dopo scala. Finché, scendendo sempre più in giù, finalmente salimmo in paradiso: nel cuore di quel mondo. Nel cuore del nostro sogno. Io e lei da soli, incuranti della gente che doveva andare chissà dove. Sapendo di non voler andare in nessun posto preciso. Di voler stare solo assieme. Assieme, in quella nostra strana follia.
Raggiungemmo uno dei binari. Uno a caso! Non ce ne fotteva un cazzo.
Le mura erano nuovissime: gialle, blu e nere. Decine di persone annoiate se ne stavano ferme dietro a una linea gialla. E nell’aria echeggiava una stupida musichetta proveniente da uno dei monitor LCD appesi ai muri.
Io ed Elisa ci fermammo davanti al binario. Proprio sopra alla linea gialla che metteva in guardia aspiranti suicidi, o li invitava al folle gesto.
Noi non avevamo però intenzione di gettarci sotto a un treno. No, stavamo bene! Stranamente stavamo bene in quel momento.
Rimanemmo lì fermi. Fissandoci dritto negli occhi. Perdendoci nella luce emanata dai nostri occhi.
Quella ridicola musichetta continuò a echeggiare attorno a noi. Degli sguardi si posarono sui nostri corpi. Ma noi rimanemmo lì fermi. Vicini. L’uno con le mani sul corpo dell’altro e i volti quasi uniti.
Le mie labbra si avvicinarono alle sue. Le sue labbra si avvicinarono alle mie. E in un attimo si sfiorarono. Cominciarono a baciarsi. Intensamente. Ardentemente. Forse come mai fatto prima da quando c’eravamo conosciuti.
No, quello non era un addio. Ma una speranza! Quella speranza che non conoscevo da anni. Quella speranza persa crescendo. Quella speranza che fluiva in me, assaporando le sue labbra. Gustando la sua essenza. Entrando sempre di più in quel mondo meraviglioso chiamato Elisa. Una speranza che quella storia non sarebbe finita. Un qualcosa di duraturo e intenso come quel bacio. Quell’appassionato bacio! Le sue labbra che si muovevano contro le mie, assaporandole, avvolgendole, mordendole. Muovendosi allo stesso ritmo delle mie. Assieme! Unite. Fuse. Mentre noi, altrettanto uniti, a occhi chiusi, lasciavamo che le nostre mani parlassero per noi, costellando di tenerezza i nostri corpi. Le nostre anime che si erano incontrate per caso. Forse spinte da un selvaggio e atavico desiderio. Portate lì, in quel mondo fatato dove tutto era di colpo sparito. Dove non restavamo che noi. Il sapore di quel bacio. Il suo profumo. La tenerezza delle sue labbra. Le sue piccole mani attorno al mio corpo. Il tocco della sua lingua. Il suo respiro. La sua morbidezza. La sua dolcezza. Il suo sorriso.
Dio, era tutto un sogno. Eppure era vero! Lei era vera, ed era davanti a me. Stretta a me. Unita a me. Mentre le sue labbra continuavano a muoversi sulle mie. E le sue lacrime, invisibili, fluivano assieme alle mie.
Quell’addio o arrivederci sempre più prossimo sembrava ora così lontano, al cospetto di quei baci. Di quel sapore. Di quel nostro divoraci. Di quella parola che entrambi conoscevamo e provavamo, ma che ancora non avevamo il coraggio di dirci, feriti com’eravamo dalla vita. Quella vita che lentamente stava riaffiorando in noi, insegnandoci, come fossimo due infanti, il significato della parola speranza. E forse di una parola ancora più grande. Quella sola parola che, baciandoci, avremmo voluto dire.
No, un attimo! Respiri profondi. Respiri profondi. Respiri profondi. Fai entrare e uscire l’aria. Ragiona! Cosa stai dicendo? Cosa credi di provare?
Eppure, lì in piedi, davanti a quel binario, fissandola mi sentivo felice. Come se fossi innanzi alla vera bellezza. Al volto di Dio. All’incanto del paradiso.
Poi, ecco un fischio da lontano. Delle luci emergere dalla galleria della metro. Un grosso rumore. Una ventata. I nostri occhi che s’intrecciarono ancora, e i nostri sorrisi che brillarono tra decine e decine di volti spenti, gommosi. insensibili.
Ci prendemmo per la mano, e sorridendo lasciammo quel binario. Ancora impregnati di quella dolcezza vissuta pochi istanti fa. Sempre più uniti. Consapevoli di ciò che stavamo vivendo, anche se nessuno dei due aveva ancora il coraggio di dirlo. E forse, nessuno di noi l’avrebbe mai detto.

11742718_773776762742583_32833419374778949_n

Tratto dal racconto “Che cazzo ci faccio qui?”, presente nell’omonima antologia.

Il sole di Luglio batteva forte sul mare, infiammandolo di luccicanti e intermittenti riflessi.
Se ne stava lì alto, in un pomeriggio qualunque. In un posto qualunque. Arrostendo  gente qualunque stesa su di una spiaggia qualunque.
Eddy si portò la bottiglia di birra alla bocca. Era ancora fredda! Presa pochi minuti prima in un bar di un lido antistante la spiaggia libera in cui si trovava.
La barista, forse la proprietaria di quel posto –una donna magra, bassa, bionda e dallo sguardo pungente- l’aveva guardato come se avesse voluto vomitargli addosso. Ma appena Eduardo, Eddy, le aveva mostrato la grana, la donna di colpo lasciò ogni suo pregiudizio incominciando a servirlo.
Intanto, la donna era ancora lì barricata in quel suo piccolo bar di legno in cui giovani, vecchi e bambini si accalcavano per prendere gelati, bibite, granite: tutte cose giuste, sane, approvate dall’unione consumatori.
Eddy portò ancora una volta la bottiglia alle sue labbra, sfiorando la sua lunga e incolta barba. Le diede un sorso. Poi un altro. Abbassò la bottiglia. Alzò lo sguardo al cielo.
Il sole batteva forte! Sì, e lui pensò “Ma che cazzo ci faccio qui?”.
Poi, ecco che rivolse lo sguardo ai suoi pallidi e nudi piedi, per poi salire fino ai grossi polpacci altrettanto pallidi, e poi ancor più su fino al jeans arrotolato fin sotto le sue ginocchia.
Spostò lo sguardo sul lato destro, sorpassando il telo marroncino su cui stava poggiato.
Arrivò alla sua camicia bianca e stropicciata gettata senza cura sulla sabbia, proprio accanto a un paio di anfibi neri e un vecchio zaino logoro e dello stesso colore delle sue scarpe.
Da quell’affare tirò fuori un pacchetto di Marlboro e ne prese una, portandosela alla bocca, per poi accenderla.
Gettò sul telo l’accendino. Mollò una strippata, alzando nuovamente lo sguardo al cielo, mentre attorno a lui la gente continuava a rosolarsi al sole, bambini fastidiosi correvano per la spiaggia urlando e dimenandosi come cernie prese all’amo, e qualche giovane giocava a palla o con le racchette.
“Sì, che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, Eddy, dando un’altra strippata alla sua cicca, e poi sorseggiando la sua birra.
Pamela! Ecco perché. O “Pam”, come da sempre la chiamava Eddy.
Quel pomeriggio Eddy aveva di nuovo litigato con Pam. O meglio, era stata Pam a litigare con Eddy.
<< Sei uno stronzo insensibile >>, questo gli urlò contro, Pam. E tutto solo perché Eddy, mentre Pam era intenta a guardare una schifosissima fiction alla tele, le aveva detto, ridacchiando, che un tale di nome Sean (idolo di Pam) avrebbe di certo gradito se una certa Sharon, sorella di Brenda, la sua moglie, gli avesse succhiato il cazzo.
Beh, non che a Pam fottesse più di tanto del matrimonio tra Sean e Brenda, ma sentire quella cosa le diede modo di dar libero sfogo al suo essere una femminista convinta.
Già, in fondo Eddy la conobbe circa tre anni prima a un reading di poesie. Uno di quei posti dove tutti si riuniscono per  mostrare al prossimo quanto sono bravi e capaci. Un posto pieno di finti intellettuali, finti artisti, finti gay, finte lesbiche, finti rivoluzionari, finti santoni, finti esseri umani.
A Eddy toccò la finta femminista!
L’aveva notata mentre lei recitava una poesia sull’amore assoluto, o altre cagate simili. E di certo non si fermò a notare le sue liriche. No di certo! Ma notò eccome i suoi lunghi riccioli biondi, i suoi occhi azzurri, e ancor più la sua quarta di seno e il culetto simile a un cocomero.
Non perse tempo. Si diede subito da fare, Eddy. E dopo esser stato costretto a sorbirsi tutte la cazzate di Pam (cose come il suo voler liberare per sempre la Palestina, o vivere su di una casa piazzata nell’oceano), finalmente riuscì a portarla via da quel posto, e dopo qualche cocktail (proprio adatto a chi dice di voler vivere in povertà, come la cara Pam), beh, il vecchio Eddy la portò in un parcheggio deserto. Per parlare solo, ovviamente. Solo che sia lui che Pam sapevano bene che se lui avesse voluto parlarle, di certo non l’avrebbe portata in un luogo isolato. Perlopiù stando sul sedile posteriore di un auto.
Comunque, per parlare parlarono eccome. Di altre stronzate dette da Pam! Solo che dopo, Pam acconsentì a farsi limonare alla grande. E prima che potesse accorgersene, Eddy gli era già dentro.
In culo al femminismo! In quel momento svanì del tutto. Solo che Eddy non poteva sapere cosa gli riservasse quella piccola scopata.
Certo, inizialmente fu tutto rose e fiori quando andarono a convivere nel bilocale al centro di Napoli dove viveva Eddy, proprio come succede all’inizio di ogni storia. E lui, avendo quarant’anni, non poteva pretendere di meglio. Niente di meglio di una trentasettenne ancora bella formosa e dalla fica non troppo larga. Solo che, come detto, certe cose durano sempre poco.
Pam iniziò a rompere per davvero le palle. Non subito, ma a gradi. Che ne so, prima con piccole cose come il fatto che Eddy non alzava mai la tavoletta del cesso. Poi passò agli incontri di boxe che Eddy amava guardare alla tele: troppo violenti, a detta sua. E inoltre lei amava vedere documentari o fiction piene d’amore. E naturalmente voleva che Eddy vedesse quella roba assieme a lei.
Dopo qualche mese che vivevano assieme, fu il turno delle uscite di gruppo.
<< Cielo, Ed, stiamo sempre da soli >> gli urlava contro << Non senti il bisogno di socializzare? Essere una coppia non significa star sempre da soli, ma significa vedere gente. Bisogna farlo! Oppure l’amore appassisce. Anche il più grande amore può appassire se non si vede altra gente! >>
E così, via a vedere altra gente. Portato al guinzaglio da Pam ad altri reading di poesie, al teatro, in qualche museo, o in posti dove si facevano comizi su come salvare i popoli Africani.
Ma non era finita lì!
Pam presto iniziò a interessarsi di pittura moderna. E ovviamente anche Eddy doveva interessarsi di pittura moderna. Solo che a lui non gliene fotteva un cazzo di pittura moderna.
Beh, purtroppo a Pam gliene fotteva eccome!
<< Eddy, possibile che a te non ti va di fare niente? Guardati! Quando non lavori te ne vuoi stare solo a casa, a bere birra e oziare. Dov’è finito l’uomo brillante che avevo conosciuto? >>
Ma Eddy non lo sapeva dove fosse finito quell’uomo. Neanche sapeva che ci fosse mai esistito un uomo brillante lì dentro.
Ma dovette fingere di esserlo, accompagnando Pam a mostre d’arte contemporanea, a corsi di pittura, o anche solo a serate tra amici che come Pam coltivavano la passione per l’arte moderna.
E poi via con le passeggiate al mare. I cineforum.
<< Eddy, che ne diresti di andare a fare un pic nic? >>.
Insomma, un inferno!
E non ci volle molto prima che la cara Pam si accorse che Eddy odiava fare tutte quelle cose. Che Eddy odiava lei, come lei odiava lui.
Iniziarono a detestarsi, pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto.
Normale routine, insomma.
Assieme a cenare davanti alla tele, in totale silenzio. Condividere un letto senza quasi più scopare. Litigare per chi dovesse andare per prima al cesso. E lei nel suo mondo, Eddy nel suo: ognuno la propria vita, pur stando comunque sotto lo stesso tetto.
Impossibile non litigare! E quel giorno Pam aveva deciso che il motivo del litigio doveva essere proprio il pompino desiderato da Sean. Anche se non fu proprio colpa delle presunte voglie animalesche di Sean a innescare l’ennesima guerra.
No, ormai il loro rapporto era simile ad acqua che bolliva violentemente in una pentola a pressione. Una pentola che poteva esplodere da un momento a un altro. Una pentola che Pam ed Eddy tenevano ermeticamente chiusa, forse solo per evitare di dover faticare a pulire il casino che sarebbe successo se quell’acqua fosse straboccata.
In fondo, anche quando Pam poco prima gli aveva violentemente urlato contro << Sei un porco! Non voglio vederti mai più >> sapeva bene che presto l’avrebbe rivisto. Che nessuno dei due avrebbe avuto mai le palle di sollevare quel dannato coperchio.
Già, “Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, fissando il suo zaino con dentro la roba che aveva portato via da casa sua, dopo l’ennesimo litigio con Pam. O meglio, quella graziosa casa nei pressi di Salerno. Un piccolo appartamento che aveva fittato per due settimane, dopo che Pam gli aveva urlato contro << Possibile che non possiamo permetterci neanche una vacanza? >>.
Ma continuò a sorridere, se pur amaramente, dando un altro sorso alla birra, una strippata alla Marlboro, e spostando lo sguardo verso l’orizzonte.
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
<< Che schifo! >> borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo di famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardano, mentre sua moglie, la Vergine Maria,  se ne stava stesa su di un telo da spiaggia, facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solo del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole: lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo cazzo di smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle bocce ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla. E le passò a rassegna tutte! A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solo di correre lì, prendendo una a caso di loro –magari quella con il costumino verde mela- e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e fotterla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il suo giornale e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il suo smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare care, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente!
No, o vecchi, o famiglie, o mocciosi, o altri culi. Culi che si mostravano a lui con tutta la loro forza. Con indecenza. Con prepotenza. Come se gli stessero urlando contro “Guardami. Desiderami”.
In particolare, il culo che più gli urlava contro era quello di una moretta stesa poco distante da lui.
Cristo, Eddy si consumò gli occhi tra le cosce di quella ragazza. Fissando intensamente quelle chiappe strette e percorse nel mezzo da un sottile filo di stoffa nero.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della tipa. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi verso la spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti e gente stesa su teli da spiaggia, finché non svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto i suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di loro.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche. Quelle belle porcelline che avrebbe violentato, se solo non avesse rischiato di finire in gabbia.
Sì, prenderle, spogliarle con forza e scoparle a sangue. Non certo corteggiarle come aveva fatto con quella vacca di Pam. No, non avrebbe mai più fatto lo stesso errore! Non sarebbe più tornato da lei.
Ma ecco che un tornado lo riportò nuovamente alle realtà.
Un moccioso con addosso un costume giallo gli passò davanti, correndo e urlando, proprio come tutti i mocciosi su quella cazzo di spiaggia.
In un attimo, una tempesta di sabbia lo colpì in piena. Facendo colare sul suo petto e sulle sue gambe infiniti granelli di sabbia.
Eddy si diede una pulita con la mano, continuando a fissare con lo sguardo quel moccioso che non smise di corre e ridersela.
L’avrebbe ucciso! Di certo lo avrebbe fatto, se solo avesse potuto. Ma ancora una volta dovette restare lì fermo. Fissando quel moccioso. Reprimendo il suo odio. Implodendo, mentre quel coglioncello raggiunse un uomo e una donna piazzati sotto un ombrellone.
La tipa, una donna alta e magra sui quaranta, dai capelli visibilmente tinti di biondo, si alzò dal suo telo fucsia e andò contro a quel marmocchio.
<< Christian, a mamma, vieni che togliamo il costumino >> gli disse.
Christian tentennò un po’. Continuò a ronzare per la spiaggia, come fosse una mosca fastidiosa.
Eddy lo fissò ancora. Desiderando di ucciderlo. Di uccidere quel moccioso petulante e tutta la gente lì su quella spiaggia.
Poi ancora un urlo! Un urlo gentile.
<< Christian, a mamma, non fare il cattivo! >> strillò la bionda. E a quelle parole Christian si fermò di colpo.
Obbedì!
Sì, Christian di certo non desiderava di essere cattivo. Christian voleva i regali da Babbo Natale, l’amore di Cristo, i consensi dalla maestra, i bacini dalla mammina, la carica di presidente degli Stati uniti.
Così calmò la sua foga e raggiunse sua madre, mentre a meno di due metri da Eddy, seduti su di un telo bianco a righe blu e rosse, se ne stavano una coppia di vecchi: lui, magro e dalla pelle pallida e con al centro dell’addome un grossa pancia come se avesse inghiottito tre o quattro cocomeri. Lei, una donnetta magra e dalla pelle rinsecchita, seduta accanto a quel deficiente e intenta a scrutare ogni passo del piccolo Christian.
Christian raggiunse la sua mammina. Lei lo prese quasi al volo, avvolgendolo in un telo colorato e cominciando a scrollargli la sabbia da dosso.
La vecchia lo fissò ancora. Sorridendo. Compiaciuta. Desiderosa di mostrare al mondo quanto lei sia buona nel sorridere di gioia vedendo un bambino.
<< Quanti anni ha? >> chiese improvvisamente la vecchia, come se conoscesse da sempre quella donna. Come se quanto appena detto fosse qualcosa d’importante.
La finta bionda diede ancora una strapazzata a Christian e rivolse il suo sguardo verso la vecchia, mentre suo marito, un uomo né grasso né magro e dalla faccia quadrata, continuava a leggere un giornale, steso su di un telo blu e viola.
<< Cinque anni >> le rispose.
La vecchia sorrise ancora. Felice di quella risposta. Felice di aver trovato ancora una volta un’utilità alla sua giornata. Una degna conversatrice con cui parlare di cose importantissime.
<< E una sorellina o un fratellino, no? >> riprese.
Stavolta fu la bionda a sorridere, dando un’ultima strofinata al caro Christian, che una volta libero corse subito verso il paparino, ora in piedi per togliere l’ombrellone dalla sabbia.
<< La sorellina è a casa con la nonna >> rispose la finta bionda.
Ci fu un altro sorriso da parte della vecchia, e suo marito si decise a chiudere il giornale, partecipando con un sorriso a quella dolce discussione.
<< Oh, e lei quanti anni ha? >> chiese ancora la vecchia.
<< Ventotto mesi! >>
<< Certo che di questi tempi fare due figli uno a breve distanza dall’altro, di certo è un atto di coraggio. Ma nostro Signore ci aiuta sempre. E aiuta soprattutto chi come voi vuole mettere al mondo delle creature innocenti >>
La finta bionda le donò un altro sorriso. Lei fece altrettanto. Suo marito pure. E il marito della finta bionda mise a posto l’ombrellone e iniziò a rassettare la roba sparsa per terra, mentre Christian continuò a ronzargli attorno.
Eddy sbuffò, chinando il capo e dando ancora un sorso alla sua birra.
La vecchia lo fissò con aria disgustata. Lui avrebbe voluto ricambiare la cosa. Fulminarla con lo sguardo. E ancor più avrebbe avuto voglia di alzarsi e andare da lei, mollandole tanti calci sulla faccia fino a fracassargliela.
Ma rimase lì seduto. Neanche la guardò. Diede un altro tiro alla sua sigaretta, e senza accorgersene spostò lo sguardo verso la famiglia di Christian.
Abbassò subito lo sguardo!
Cazzo, l’aveva proprio visto! Senza neanche accorgersene aveva visto Christian totalmente nudo, senza più addosso quel fottuto costumino.
Niente di strano, ovvio, tutti l’avevano visto. Ma Eddy non era tutti! Eddy era un uomo solitario che se ne stava seduto su un vecchio telo da mare, con addosso un jeans loro, in faccia barba lunga e sfatta, in mano una birra, e accanto a sé uno zaino pieno di vestiti.
Poteva costargli cara quell’imprudenza!
“Cosa fare ora?” pensò, dando un ultimo sorso alla sua birra. “Mi hanno visto! Sì, di certo mi hanno visto. Io non ho fatto niente, sì, lo so. Ma so anche come vanno certe cose. Quelli penseranno che l’ho fissato volutamente. Con fare malizioso. Cristo, potrebbero tagliarmi le palle e ficcarmele in bocca!”.
Si guardo attorno. Poggiò la sua birra sulla sabbia. Scrutò un attimo la vecchia, ancora intenta a parlare con la mamma di Christian, e poi fece una panoramica sulla spiaggia.
“Okay” pensò “Ho distolto subito lo sguardo!”. Poi si fermò un attimo, allungando la sua mano callosa verso la sua crespa barba. ”Ma potrebbero pensare che l’ho fatto di proposito!” pensò ancora “Sì, magari penseranno che ho abbassato lo sguardo perché l’ho fissato con malizia. Sì, potrebbero pensarlo! In fondo quella vecchia troia ha continuato a guardarlo come se niente fosse. Non si è fatta i problemi che mi sto facendo io. Forse avrei dovuto fare come lei! Far finta di niente. Non scandalizzarmi per aver visto un moccioso nudo. Avrei dovuto fingere di fissarlo con amore. Di certo sarebbe stato un alibi ben più credibile del mio averlo fissato per sbaglio, perché intento a pensare ad altro”.
Poi timidamente e in modo furtivo si guardò attorno, osservando la famiglia di Christian.
Niente! Per fortuna lui non esisteva. Loro non l’avevano neanche visto. Stavano presi a parlare tra loro di come la vecchia un tempo faceva nascere dei mocciosi nell’ospedale lì vicino.
“Pericolo scampato!” pensò Eddy. Voltando lo sguardo e mettendosi in piedi. Non sono buono neanche come potenziale pedofilo” pensò ancora, tirandosi su e afferrando la bottiglia di birra ormai vuota.
Lasciò lì lo zaino, andando verso il bar. Salì dei piccoli gradini di legno, raggiungendo una grezza palafitta piazzata sulla spiaggia.
Gettò la bottiglia in un contenitore con su scritto “raccolta vetro”, e avanzò ancora, oltrepassando come se fosse uno spettro della brava gente seduta a dei tavolini su quel portico.
Entrò lì dentro. Il bancone di legno e ferro era davanti a lui, coperto da patatine, contenitori con caramelle e altre cazzate simili.
La vecchia l’osservò ancora. Disgustata come prima.. Ma quando lui poggiò una moneta da due e una da uno su quel banco, ordinando una birra, lei si calmò nuovamente, e in un attimo, dopo aver preso quei soldi, svanì nel nulla, per poi tornare con la birra di Eddy.
Eddy afferrò la bottiglia e si tolse da quel posto.
“Cazzo, che furto!” pensò, scendendo le scale di legno e avviandosi sulla spiaggia “Tre euro una bottiglia di birra. E solo per quella stronza! Sì, perché doveva venire qui a fare la reginetta del mio cazzo”.
Ma cercò di non pensarci ulteriormente. Ormai aveva pagato! Nella vita si paga sempre anticipatamente, e lui aveva già pagato le due settimane di vacanza per quella cagna di Pam.
“ Che si fottessero tutti!” pensò, tornando a sedersi sul suo telo e attaccando subito la birra.
La vecchia era ancora lì, intenta a parlare con la mamma di Christian. E anche i loro rispettivi mariti sembrano aver preso parte alla conversazione.
<< A Salerno si mangia del pesce buonissimo >> sentì dire dalla vecchia.
Poi il suo caro compagno aggiunse qualcosa con la sua voce nasale.
<< Dovremmo dargli l’indirizzo del ristorante dove siamo andato ieri, tesoro>> disse.
<< Oh, sì, Mario, dovremmo per davvero >>
La finta bionda e il suo marito dalla faccia quadrata sorrisero.
<< Sarebbe meraviglioso >> esclamò il tipo dalla faccia quadrata, mentre suo figlio, Christian, cominciò a prendere a calzi l’ombrellone riposto sulla sabbia.
Eddy rimase lì ad ascoltarli. Senza sapere perché. Senza capire più niente.
Ma voltò subito lo sguardo, accendendo un’altra sigaretta. Cercando di non ascoltare più quelle stronzate. Quelle cazzate sentite e strasentite. Cose udite in ogni posto, da ogni persona, in ogni tempo. Quelle cose che si dicono in un mondo dove bisogna chiedere a uno sconosciuto quanti figli ha, che lavoro fa, cosa ne pensa dei politici o quale sia il suo programma televisivo preferito. Un mondo dove è importante parlare del lavoro, dei ristoranti, del pesce fresco, della spiaggia, del tempo, oppure stare zitti per pascolare in riva al mare, o abbrustolirsi ai raggi del sole.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, ansimando come se un’enorme fatica lo stesse spossando. Come travolto da un quintale di cemento liquido. Guardando attorno a sé in cerca di un posto dove scappare.
Ma niente! Quei volti erano ovunque. Quelle voci erano ovunque. Erano aloni vorticosi che aleggiano in ogni dove. Attorno a lui. Attraversandolo. Stritolandolo. Soffocandolo.
Cristo, quanto avrebbe voluto fuggire da tutto! Avrebbe voluto che tutta quella gente sparisse. Che Pam sparisse. Che lui stesso sparisse.
Ma intanto restò lì fermo. La birra scese nel suo corpo, ormai sempre più calda. Qualche culo gli passò davanti. Dei mocciosi continuarono a strepitare per la spiaggia. I vecchi pascolavano in riva al mare o sparlottavano tra loro stesi sotto qualche ombrellone.
CONTINUA…

Tratto dal racconto “Non pensi a noi?”, presente nell’antologia “Che cazzo ci faccio qui?”.

“Cercasi operaio motivato e con esperienza pluriennale nel campo della lavorazione del vetro. Offresi contratto di apprendistato con possibilità di inquadramento. Inviare il curriculum all’indirizzo infocandidature@lastanzadivetro.com”.
Mario sospirò, chiudendo quel dannato giornale e poggiandolo sul tavolino di vetro davanti a lui. Si lasciò cadere sul divano. La sua schiena villosa coperta da una canotta impregnata di sudore sprofondò nell’imbottitura di quel divano in finta pelle acquistato cinque anni fa in un negozio di merce usata. Poggiò i piedi nudi sul tavolino di vetro. Quel tavolino di vetro comprato assieme al divano e a tanta altra roba presente in quel minuscolo soggiorno.
Gina amava quel tavolino. Ma per fortuna quel pomeriggio Gina non era in casa, dunque Mario poteva fare tutto quello che voleva, compreso starsene stravaccato su quel divano dove chissà quante persone erano state stese, e tenere i piedi su quel vecchio tavolino, proprio come avevano fatto tante persone prima di lui. Restò lì immobile, fissando il soffitto crepato e fumando una sigaretta. Lentamente, senza sapere il perché, fece scivolare la mano sinistra sul divano, accarezzandone la superficie come se fosse la schiena di una donna.
“Chissà quanta gente si è seduta su questo affare” pensò, continuando ad accarezzare quella similpelle verde bottiglia e fissando il vuoto. “Già, magari ci hanno anche scopato su questo coso” pensò ancora. E di colpo tolse la mano dal divano. Tirò giù i piedi dal tavolino e abbassò la schiena, poggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia.
Fissò il quotidiano poggiato su quel tavolino, tra un posacenere pieno di mozziconi, una bottiglia di whisky, una d’acqua tonica, e un bicchiere riempito a metà.
Allungò la mano verso il bicchiere e lo afferrò, portandoselo alla bocca. Diede un piccolo sorso e abbassò il bicchiere. Si passò la lingua sulle labbra umide, sfiorando i peli bagnati dei suoi baffi. Sospirò, poggiando la mano contro al mento e lasciandosi la barba incolta, mentre nell’altra continuava a mantenere il bicchiere, e la sigaretta tra le dita ingiallite.
Aveva mai scopato Gina su quell’affare? Ecco cosa pensò. E stranamente non riusciva a ricordarselo.
“Dio, ma si può dimenticare una cosa del genere?” gli ronzò nella testa, mentre fumava la sua sigaretta, continuando a fissare il giornale. Eppure non riusciva proprio a ricordarselo. Forse sì, forse no. Forse c’erano andati vicini, ma non avevano concretizzato. Forse Gina l’aveva fatto! Forse il suo vicino l’aveva fatto. O magari quel ragazzo che nel palazzo chiamavano Tony il rifiuto, dato che in cambio di qualche spicciolo si offriva per gettar via l’immondizia.
Preferì non pensarci. Mandò giù altro whisky. Spense la cicca nel posacenere e poi afferrò il giornale.
“Cercasi persone solari, giovanili, predisposte al contatto umano e al lavoro di gruppo, per lavoro parte time come operatore telefonico in bound presso call center leader nel settore delle comunicazioni”.
Un cinico sorriso solcò il suo viso. Chiuse il giornale per poi gettarlo sul tavolino amato da Gina. Alzò il bicchiere e ci si specchiò dentro.
No, non era affatto solare né giovanile, e tantomeno predisposto al contatto umano. E non aveva nessuna esperienza nel lavorare il vetro o il legno. Nella sua vita, in trentotto anni, aveva fatto tutto e niente. Era passato da un lavoro di merda a un altro lavoro di merda. Da una gabbia a un’altra gabbia. E ormai ne aveva davvero le palle piene.
Svuotò in un sorso il bicchiere. Fece un grosso respiro e si allungò verso il tavolino. Versò whisky e acqua tonica nel bicchiere. Accese un’altra sigaretta e si lasciò cadere sul divano, poggiando nuovamente i piedi sul divano amato da Gina.
Restò diverso tempo così. Fissando il nulla, mentre nella sua mente ronzavano come mosche centinaia di indefiniti pensieri. Frammenti di vita! Della sua vita. Di quella vita in cui non aveva combinato un cazzo. Un’esistenza passata a sopravvivere trascinandosi da un fallimento a un altro. Da giorni inutili ad altri giorni inutili. Rimbalzando da sponda a sponda come una pallina in un flipper. Senza poter far niente! Senza poter fermarsi. Senza poter decidere della propria vita.
Ma ecco che improvvisamente un rumore colpì la sua attenzione.
Udì la chiave girare nella serratura della porta d’ingresso. Qualche mandata. Un rumore metallico. Del metallo che si strofinava contro altro metallo arrugginito. E poi il legno sfregare contro il pavimento.
La porta si aprì e si chiuse velocemente. Mario sentì le chiavi urtare contro un coccio: probabilmente il grosso piatto in stile orientale che Gina aveva comprato un anno fa da un rigattiere, pagandolo ben dieci euro.
Poi udì dei passi. Il rumore di tacchi sul pavimento. Un rumore che iniziò a essere sempre più vicino. Sempre più vicino. Finché, ecco che un’altra porta sfregò contro il pavimento.
Gina entrò in quella stanza e si fermò sull’uscio della porta.
Aveva tra le braccia Martina, la loro bambina di  appena un anno.
Martina dormiva. Mentre Gina era sveglia. Sin troppo sveglia!
Già, rimase immobile sotto l’uscio della porta a fissare Mario. Fissandolo con aria disgustata, come se non sopportasse neanche la sua presenza in quella stanza.
Esitò ancora un po’. Mario tolse i piedi dal tavolino, prima che Gina cominciasse a rompergli il cazzo.
Ma era tardi!
La miccia era accesa, e lui sapeva di aver poco tempo.
Forse sarebbe stato meglio scappare. Ma dove andare? Via da lì? Via da quella casa? Via dalla sua famiglia?
No, era una pensata assurda, almeno per uno come Mario.
Certo, ormai lui e Gina si detestavano quasi. Litigavano per qualsiasi cazzata. E quando non litigavano, beh, se ne stavano in silenzio, ognuno a fare le proprie cose: Gina a guardare la televisione, e Mario a ubriacarsi sul divano.
No, non poteva che restare. Lo sapeva bene! E sapeva che gli sarebbe toccata un’altra strigliata. Che avrebbe dovuto ancora una volta abbassare la testa, assorbendo le urla di Gina e le sue continue lamentele.
Così diede un bel sorso al suo bicchiere. Caricandosi. Preparandosi. Pronto ad andare in scena.
Gina, dall’uscio della porta sbuffò, e poi in un attimo avanzò in quella stanza battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento. Arrivando fino a un vecchio mobile su cui stavano piazzate delle statuette di finta porcellana.
Strinse forte Martina con un braccio, e con l’altro si sfilò la borsetta dalla spalla, poggiandola su quel mobile. Poi, senza neanche guardare di striscio Mario, riprese a battere i tacchi sul pavimento, fino a sparire da quella stanza.
Ma Mario sapeva bene che non era finito niente. Anzi, il peggio stava appena per cominciare. E infatti, in un lampo Gina tornò all’attacco, apparendo da una porta e fermandosi contro a un muro.
Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.
Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.
Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.
Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.
Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.
Arrivo di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.
Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.
Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.
Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.
E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.
Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.
<< Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? >> gli disse con tono severo, acido, violento.
Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.
Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.
<< E’ continui! >> esclamò << Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? >>
Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.
<< Non sono mica ubriaco, Gina >> disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.
<< Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio >>
Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.
Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.
Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona può voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.
Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.
Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!
Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.
Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.
<< Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? >> gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzito.
Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.
Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.
No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.
Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.
<< Un tempo anche a te piaceva bere con me >> borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.
Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.
<< Oh signore, Mario, le cose cambiano! >> esclamò con tono inviperito << Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? >>
Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati ai suoi. Anche se in realtà non la stava neanche vedendo.
No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.
“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.
Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.
Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.
Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solo starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella sua vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solo un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.
Ma Gina aveva ragione. Lui era un padre di famiglia. Aveva delle responsabilità, anche se solo l’udire quella parola gli fece accapponare la pelle.
Mandò giù metà del bicchiere in un sorso, e velocemente tornò a fissare la bottiglia.
Gina fece un passo fulmineo verso di lui. Afferrò il giornale e cominciò ad agitarglielo contro.
<< Se uno vuole lavorare, un lavoro sta certo che lo trova >> gli strillò contro. E a Mario venne da ridere cinicamente udendo quelle parole.
Sì, gliele diceva sempre il suo vecchio, quando lui da giovane non voleva fare un cazzo se non ubriacarsi e organizzare piccoli furtarelli assieme a ragazzi balordi quanto lui.
“Se uno vuole lavorare un lavoro sta certo che lo trova” gli diceva sempre. E il suo vecchio lavorava eccome! Dieci  o dodici ore al giorno in una merdosa fabbrica di legno. Spaccandosi la schiena sei giorni su sette, e a volte anche la Domenica. Uscendo di casa la mattina presto per poi rincasare a sera tardi, così stanco da non riuscire a fare altro che cenare e guardare un po’ la TV prima di andare a letto. Prima di andare a letto per addormentarsi, pronto a ricominciare tutto d’accapo il giorno dopo. E infine, dopo infiniti anni, ammalarsi e crepare. Svanendo nel nulla. Senza mai aver fatto un cazzo della propria vita, se non lavorare. Senza aver mai vissuto la propria vita. Esistendo solamente. Passando una vita a lavorare, e al massimo venti giorni all’anno in una vacanza che gli serviva solo per maledire quei soldi che non bastavano mai.
Già, se uno vuole lavorare un lavoro di certo lo trova. E pensando a quelle parole rimase pietrificato sotto gli occhi di Gina, senza riuscire a far altro che sorridere in modo amaro.
<< Oh, lo trovi anche divertente? >> esclamò Gina, portandosi le mani ai fianchi.
Mario sospirò. Allungò la mano verso il tavolino e spense la sigaretta nel posacenere, per poi alzare lo sguardo verso Gina.
<< Ti prego, Gina, non è proprio giornata! >>
<< Ah, non è giornata! Perché, che diavolo hai fatto per stare nervoso? Sì, dimenticavo >> urlò ancora più forte << Sei sceso tu alle otto del mattino per accompagnare la piccola da mia madre, e poi andare a lavare le scale di ben cinque palazzi, vero? Sì, hai ragione a star nervoso, Mario, ti sei davvero rotto il culo oggi! Non è vero? Ti sei dato da fare un sacco a portare avanti questa casa, mentre io stavo sul divano a ubriacarmi. Sì, scusami. Non ci ho pensato che sei tropo stanco per parlare >>
<< Hai finito? >>
<< Non ho finito un bel niente! >> strillò Gina, sbattendo con forza il giornale sul pavimento << Io sono stanca di vivere così, Mario. Non ce la faccio proprio più! Non ce la faccio più a dover lavorare solo io perché a te non va bene nessun cazzo di lavoro >>
<< Cristo, Gina, ma hai letto quegli annunci di lavoro? >> esclamò Mario, allungando le braccia verso il giornale steso a terra come se fosse un cadavere.
<< Li ho letti eccome! >> strillò ancora Gina << Sono lavori, Mario. Né più né meno! Lavori come ogni lavoro al mondo. Lavori di merda come quelli che faccio io per tirare avanti la baracca. Eppure li si fa! A volte anche più di un lavoro! Si prende quello che si trova, Mario. Si lavora perché bisogna lavorare per vivere! E dovresti ficcartelo una buona volta in quella tua testa pazza. Dovresti capire che questa vita va così, e che bisogna far di tutto per sopravvivere >>
Mario la fissò intensamente, trafitto da quelle parole. Senza più riconoscere la donna davanti a lui.
CONTINUA…