Tratto dal romanzo “Nuda”.

Eva sfogliò nervosamente una pagina, senza leggere nulla, ma sentendo soltanto gli occhi di suo padre su di lei: desiderando di sentirli! E di vedere il proprio sangue colargli in gola fino a soffocarlo.
Con fare goffo suo padre chiuse la porta alle proprie spalle, venendo avanti quasi fosse un bambino imbarazzato che avanza in un mondo gigantesco.
Eva sfogliò ancora una pagina, fingendo di leggere, mentre lui, in piedi a pochi passi da lei, iniziò a guardare attorno a sé, come se fosse la prima volta che vedeva quella stanza.
Forse in un certo senso era davvero così.
Osservò i peluche su di una mensola, e il loro finto pelo illuminato dalla luce giallognola della lampada, e poi le ultime due bambole di porcellana da lui regalate. Osservò i vestiti gettati su di una sedia, che di certo gli ricordarono quanto la sua bambina fosse ormai cresciuta, e con sguardo fiero osservò una libreria piena di libri e riviste di ogni genere, accarezzandola dolcemente con la sua forte mano, come se volesse accarezzare il volto di Eva dicendole: «Quanto sono fiero di te.»
Ma se Eva non fosse stata malata, lui non avrebbe mai fatto quel gesto; non avrebbe mai pensato quanto appena pensato, né sarebbe entrato in quella stanza.
La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.
Si alzò di scatto, asciugandosi le lacrime e raggiungendo la cornice.
Brutalmente la strappò via dal muro e la gettò sulla scrivania, per poi lasciarsi cadere sul letto, stesa su di un lato come un feto abortito, masticando voracemente le proprie unghie e fissando un vuoto impalpabile che le sembrava impossibile colmare, e in cui ancora violento si muoveva il fragore delle onde e le risate di sua sorella e suo padre che mai avrebbe raggiunto.
Aveva desiderato per tutta la vita l’amore di suo padre, eppure un attimo prima la sua presenza le era sembrata inopportuna; lui sembrava stesse cercando invano di rimettere insieme i pezzi di un vaso infranto, mentre lei continuava a urlargli contro che era stato lui a romperlo, incidendogli quella colpa nelle carni, e fin dentro al cuore.
14907813_10154491233111278_1280567480_o
Annunci

Tratto dal romanzo “NUDA”.

Appena Eva fu a casa, suo padre, dopo aver portato i bagagli di lei nella sua cameretta, la strinse forte dicendole: «Ora sei a casa.»
Eva rispose appena all’abbraccio. Si sentiva intimidita, come se quell’uomo non fosse suo padre, né quella la propria casa.
Tutto sembrava soltanto la scenografia di una recita, e loro erano attori che interpretavano per la millesima volta la stessa parte.
Era la malattia a essere amata, non lei.
Eva l’abbracciò e si lasciò abbracciare da lei, lì nella frenesia di una famiglia inventata in cui sua madre si dava da fare per mettere via la roba di Eva, e suo padre ora le dava consigli sui test di medicina, mentre sua sorella, sorridente come non mai, dava una mano a sua madre.
Rimase quasi immobile, come fosse un ospite da accudire, lì nella sua stanza che profumava di lavanda e dalle pareti color pesca, osservando i gesti di sua madre come se li vedesse da dietro uno schermo televisivo, e udendo la voce di suo padre simile a un eco confuso proveniente da una grotta.
Valeria passandole accanto le sorrise e le diede una carezza, indicando la loro madre con il capo e sussurrando appena: «Vedrai che appena uscirà dirà che fra poco sarà pronto a tavola.»
Eva finse di sorridere, senza guardare sua sorella, vedendola soltanto in delle fotografie poste su alcune mensole, fra peluche regalati da chissà chi, in cui due bambine ai suoi occhi sconosciute stavano abbracciate, sorridendo come se al mondo nulla esistesse di più importante di quell’abbraccio.
Sua madre continuò a lamentarsi parlando a se stessa e dividendo i vestiti puliti da quelli sporchi, e ancora da quelli che a suo dire erano da gettare via.
Buttò via anche un perizoma nero regalato a Eva da Mario.
«Guarda com’è ridotto questo!» disse, gettandolo a terra su di un cumulo di vestiti sporchi.
Lei non sapeva che quelle erano state le ultime mutandine che Mario aveva tolto dal corpo di sua figlia, e Mario non sapeva quanti altri uomini dopo di lui avevano sfilato dal corpo di Eva quelle mutandine.
Eva vide sua madre andare via, uscendo di scena con la battuta prevista da Valeria, e dopo essere stata rincuorata ancora da quella sorella che cercava in ogni modo di tornare a essere la bambina nelle foto attorno a loro, e non l’adolescente isterica che una volta le aveva dato un morso sulla guancia soltanto perché lei non voleva rimettere in ordine la stanza, Eva rimase da sola in quella camera da bambina che aveva accolto la sua vita, e che lei avrebbe voluto bruciare, come il resto di quella casa.
Nulla parlava di lei in quella stanza dove ora stava da sola, sistemando le ultime cose. Dei peluche la fissavano da una mensola, ricordandole di essere soltanto una sconosciuta lì dentro, come se lei fosse un errore in mezzo a tanto candore.
«Puttana!» sembrava urlargli uno.
«Vattene via, che non servi a niente» pareva strillare un altro.
E una bambola di porcellana fissandola sembrava sputarle contro la bocca: «Muori! Che sarebbe meglio per tutti.»
Scostò la testa come se stesse scrollandosi da dosso della polvere, passando poi in rassegna le mensole piene di ricordi: libri divorati per noia, le foto assieme a Stefania o con le amiche del liceo, e tante altre piccole cose di una vita che non le apparteneva più.
Guardò la sua scrivania, poggiando su di essa la mano e percependo nella mente tutte le parole scritte in un diario segreto.
Nulla di speciale! Una vita riciclata. Una vita come tante.
Cosa avrebbe detto di lei Max vedendo quella vita? Cosa avrebbe detto Max vedendola in quella stanza da ragazzina ricca?
Avrebbe riso, ecco cosa.
Eva non si sentiva più la ragazza speciale che credeva di essere. Si sentiva una bambola, non altro. Una bambola rinchiusa in una scatola piena di fiocchetti da cui non riusciva a uscire.
Guardò una foto di lei e Stefania con un drink in mano, un’altra in cui sorridevano nel mezzo della pista di una discoteca, e poi fissò un lungo vestito da sera che penzolava dall’armadio, numerose scarpe dal tacco alto poste in una scarpiera, e un portatile d’ultima generazione fermo sulla scrivania.
Guardò delle scarpe nere dal tacco alto poste ai piedi del letto. Erano le sue preferite! Le aveva comprate assieme a Stefania. Le aveva ai piedi l’ultima volta che era uscita con Mario.
Era stato lui a chiederle di indossarle. Lui sapeva che erano le sue preferite, dunque fu forse solamente un sadico atto per castigarla prima di andare via, lasciandola da sola, imperfetta, nuda con addosso solamente le sue scarpe perfette.
O magari era un modo per cercare di vederla ancora una volta meravigliosa, come ormai lei non si vedeva da tempo, così da illudersi di poter resistere ancora una volta al martirio con cui Eva lo stava mutilando.
Sospirò, continuando a fissare quelle scarpe e ricordando che le aveva ai piedi anche quando andò a letto con uno di cui neanche ricordava il nome. Ricordava soltanto il proprio sguardo che fissava i propri piedi ritti contro al tettuccio di un’auto, mentre sentiva qualcosa scavarle dentro e pensando: «Dio, ma si muove o no a finire?»
Avrebbe tanto voluto cancellare quei ricordi. Quei pensieri bulimici. Un amore bulimico che tutto divorava: morso dopo morso, illusione dopo illusione, amore dopo amore, e infine vomitando tutto.
Alla fine non rimaneva che un corpo sbranato. Una mente confusa. E lenzuola sporche di un sesso passeggero. Un amore malsano e senza nome che si ripeteva ogni notte, lasciando che corpi si violentassero a vicenda, divorandosi voracemente, per poi vomitare tutto su quelle lenzuola che, puntualmente, avrebbe cambiato lei, gettandole nella pattumiera di una coscienza celata dietro rabbiose e disperate lacrime.
14907813_10154491233111278_1280567480_o

Estratto di “Nuda”, romanzo che affonda gli artigli nel dramma dei disturbi alimentari, e nel bisogno di amore celato dietro di essi.

Restarono diversi minuti in un silenzio che pareva fatto di carne. Entrambi sembravano soltanto corpi che si urtano fra di loro in un mausoleo polveroso.
Una parte di Eva avrebbe voluto scappare lontano, ma in lei sentiva la forza prepotente di quell’uomo che sembrava non temere la solitudine insinuarsi sotto ai propri vestiti, denudandola, privandola di ogni corazza: persino della propria pelle.
Eva lo guardava senza capire, e senza capirlo, chiedendosi soltanto perché a conti fatti non l’avesse già mandata via.
Un piccolo sussulto si mosse nel petto di Eva, e faticando a guardarlo, sembrando quasi una ragazzina che arrossisce indugiando lo sguardo sul più ambito della classe, leggera sussurrò: «Non so cosa hai passato nella tua vita, non ti conosco nemmeno, ma dai tuoi quadri traspare molto dolore.»
Si guardò attorno, sfiorando i dipinti con gli occhi, mentre Max invece sembrava non vederla nemmeno, come se neanche l’avesse ascoltata.
«Io non sono mai riuscita a star bene con la gente» riprese, chinando lo sguardo e fissando le sue dita martoriate «ovunque sono andata, anche da piccola, mi sono sentita sempre fuori posto. Come se non mi sentissi a casa in nessun luogo. Come se nessuno appartenesse al mio mondo.»
A quelle parole lei notò gli occhi di Max fissarla intensamente. Sembrava quasi la stesse vedendo per davvero, come se la stesse toccando: il volto, le labbra, la pancia, il sesso. O magari la stava soltanto scrutando, quasi cercando di aprirle il torace per strapparle via il cuore e vedere se in esso ci stessero davvero le parole appena udite.
Forse stava osservando soltanto una ragazzina viziata seduta davanti a lui, giocando a fare la ragazza di mondo e piena di problemi. Oppure stava vedendo ciò che restava di Eva, gettato sul pavimento dopo l’ennesima abbuffata di vita: soltanto pezzi di carne sanguinolenti nel mezzo di fetido vomito.
Eva si sentiva ancora una volta sotto esame, proprio come sempre nella propria vita: a casa sua, con suo padre, con i ragazzi, e persino con Stefania.
Guardò le proprie dita e poi le unghie. Serrò le mani come volesse nasconderle e alzò gli occhi vedendo soltanto Max, come fosse ora parte dei dipinti che lo avvolgevano.
«Mio padre non si è mai accorto di me. Neanche una volta» aggiunse, quasi tremando nello sforzarsi di tenere alto lo sguardo.
Un piccolo e amaro sorriso le segnò il viso.
«So che stai pensando: che alla fine sono comunque una figlia di papà. Beh, lo sono! Sì, sono la figlia di un uomo ricco che non ha mai visto la propria bambina, neanche quando una sera, a soli quindici anni, fu costretto a raccattarla a una festa perché troppo ubriaca per tornare da sola a casa.»
Fece un attimo di silenzio. La stanza sembrava essere diventata più buia, liquida, quasi viscida.
Le ombre avvolgevano ogni cosa, inghiottendo i mobili, le mura, il pavimento, e il corpo di Eva immobile a tormentarsi le unghie rosicchiate.
Restavano soltanto i dipinti di Max, e lui in essi, fermo a osservare il nulla come se non volesse vedere il volto di Eva, perché non ne aveva la forza.
I suoi occhi vibravano come il corpo di un animale spaventato, mentre Eva cercava di raggiungerlo nuotando in un oceano di pece.
«Non si accorse nemmeno dei lividi sulle mie ginocchia e del mio trucco sbavato» uscì dalla bocca di Eva come un sospirò proveniente dal vento.
Abbassò lo sguardo e si fissò le dita, alzando poi appena gli occhi vedendo lo sguardo tremante di Max.
«Mi urlò contro solamente che ero una fallita. Non mi vide neanche. Non vedeva ciò che sua figlia aveva perso per sempre. Non vedeva nemmeno sua figlia!»
Restò un secondo zitta, come se stesse rivedendo l’intera scena, prima di dire: «Quando tornai a casa mi chiusi nel bagno e vomitai, e mentre lo facevo, lo sentivo urlare in cucina contro mia madre. Urlava: «Io non so cosa fare con tua figlia!»
Lui voltò il capo di scatto. I loro occhi si intrecciarono come un nodo troppo stretto per scioglierlo e stretto alla gola di un disperato che sta soffocando.
Sembravano due cani magri e stanchi, ormai ridotti a carcasse che vagano per strada sotto l’indifferenza di tutti, affamati, e stando assieme soltanto perché nessuno altro avrebbe mai accolto il loro dolore.
Eva era dunque soltanto un cucciolo di cui prendersi cura?
Gli occhi di Max sembrarono spaccarsi come un terreno di malta colpito dal sole, vedendo il volto di Eva arrossato dalle lacrime che iniziarono a colare dai suoi occhi, fino bagnarle le labbra tremanti, portando via le ultime tracce di rossetto, lasciando nude le labbra di una bambina impaurita.
Era dunque questo Eva? Un bambina mai vista da nessuno al mondo. Un corpo masticato. Una sposa tradita. Un figlio abortito.
Un dolore mai sanato né in lei, né in lui.
Eva guardò le proprie unghie, vedendo gocce di lacrime colpirle, quasi fossero pioggia.
Lo smalto regalatole da Stefania si stava spaccando, come il suo cuore. Era rosso. Le sue unghie sembravano quelle di un cadavere: spaccate e ricoperte di sangue.
Chiuse di scatto i pugni, sorridendo cinicamente e sentendo le proprie lacrime scivolarle sulle labbra.
«Già, davvero una ragazzina ricca e viziata!» aggiunse, incapace di frenare le lacrime che incontrollabile le scorrevano sul viso, quasi bruciandole la pelle. «Una ragazzina che ha dato se stessa in ogni modo, pur di sentirsi voluta. E alla fine, riducendosi a una malata di merda! Non altro che una malata di merda!» urlò, iniziando a piangere senza alcun controllo, stringendo fra le mani il volto, agitandosi e strillando disperata: «Una malata di merda! Una schifosa malata di merda!»
Scoppiò a piangere a dirotto, sempre più forte: un pianto inumano che pareva l’urlo di una bestia legata.
Le lacrime le stavano deformando il viso Non riusciva a fermarsi. Le lacrime la soffocavano, mentre tremava e urlava, rannicchiata in se stessa come una madre straziata da un dolore bestiale per la perdita di un figlio.
Ed era lei quel bambino morto?
Eva era di nuovo svanita, e in una parte di se stessa lo sapeva, ma lui non doveva saperlo, e lei non doveva vederlo.
Eva non ci stava più. Al posto suo ci stava soltanto la sua malattia, e stava ruggendo contro di lei, contro di Max, contro il mondo intero.
La sua malattia le stava spaccando le ossa e le stava aprendo le carni, uscendo dal suo grembo come un figlio mostruoso di cui si ha il terrore, ma che non si riesce a uccidere.
14907813_10154491233111278_1280567480_o

Estratto del romanzo “Nuda”.

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

14907813_10154491233111278_1280567480_o

Estratto dal romanzo “Nuda”.

Lasciò cadere la mano sul lavello e si osservò in cerca di ogni minimo difetto del suo corpo, passando alla rassegna il più insignificante neo, scucendosi di dosso la pelle per poi osservarla al microscopio. Osservando quel corpo che la terrorizzava e l’attraeva. Un corpo che un giorno le sembrava un impareggiabile e meraviglioso altare, e un giorno ancora soltanto la peggiore delle fosse colma di puzzolenti cadaveri.
Come sarebbe stata agli occhi della prossima persona che l’avrebbe stretta?
Ancora una volta il suo pensiero tornò a Max. Gli occhi parvero paralizzarsi innanzi a un’angosciante consapevolezza, e si sentì ricoprire da un liquido manto di vergogna: una vergogna tossica che le entrava nelle vene come il veleno di una vipera.
Coprì quelle paure e ogni vergogna con del belletto, del mascara e del rossetto.
Adesso era perfetta.
Era una bambolina immacolata da amare, e la peggiore delle troie da usare.
Dietro a quel trucco aveva nascosto infiniti volti, tanto che ormai non ricordava nemmeno più quali fossero davvero i propri lineamenti.
La ragazza che fissava allo specchio non era Eva, ma soltanto una sconosciuta; ciò che la sua malattia aveva lasciato di lei: un corpo perfetto che avvolgeva come un sudario un cadavere imperfetto.
Se l’avesse tolto dalla propria pelle avrebbe visto soltanto ossa marce su cui ancora erano incisi aguzzi morsi che facevano male anche solo a guardarli.
Quei morsi Eva li sentiva ancora sulla propria pelle, e alcuni avevano dei nomi, dei volti, degli occhi, delle labbra; altri erano stati così veloci e lancinanti da non aver lasciato in lei nessun immagine, ma soltanto l’atroce sensazioni di mani che ti afferrano nella notte per trascinarti al suolo, il rumore dei vestiti che si stracciano, poi delle urla, delle spinte nella pancia, e infine soltanto lacrime e puzza di sperma.
Nel tempo aveva imparato a non sentirla più quella puzza, come una puttana che non sente il sapore della gomma di un preservativo e che poi resta immobile, a gambe aperte, fissando il vuoto mentre qualcuno le fiata sul collo e le si muove dentro.
Eva ormai sentiva soltanto il profumo del trucco sul proprio viso, il suo nemmeno lo ricordava. Non sentiva niente, non provava niente, non era nulla, se non l’immagine di una malattia che la proteggeva da tutto, come un guanto da cucina avvolge una mano, ma che la lasciava insensibile a ogni calore.
Il dolore le aveva anestetizzato anche la ragione, o forse le aveva dato solamente una scusa per assopirsi, così che Eva potesse dare alla propria droga la colpa di ogni sua azione.
Era quella la verità. Lo sapeva. L’aveva già vissuta diverse volte, e poi vomitata velocemente.
Avrebbe vomitato ancora?
Indossò uno dei suoi abiti più belli è si guardò ancora allo specchio. Le sembrò di essere tornata indietro nel tempo, prima di Max, prima del CDAA, prima di Mario.
Per un attimo sentì una goccia di sudore gelato colarle sulla schiena, e le gambe iniziarono a tremare, vedendo nello specchio uno scheletro di 36 chilogrammi, dagli occhi incavati e il volto cupo e coperto di graffi.
Avvertì una stretta alla gola, e un pugno dritto nella pancia: la stessa orrenda sensazione provata da quella ragazzina di 36 chilogrammi in ginocchio sul pavimento, con le mani contro alla ceramica del water a fissare il proprio vomito precipitare in acqua fetida, respirandone il fetore e sentendo nella gola dolorante soltanto sapore di marcio e di lacrime.

anoressia

Tratto dal romanzo: “Nuda”.

Eva sapeva che non sarebbe mai tornata da lui, e sapeva che Max non era perfetto per lei, ma sapeva anche di non volere essere giudicata. Di non voler essere odiata. E quel sangue sulle proprie mani di cui aveva chiesto perdono a Max, lei nemmeno lo vedeva.
Eva doveva essere perfetta, anche a costo di rendere la vita di un altro una totale menzogna.
Ma in fondo lei ci viveva da sempre in una menzogna. Eva era un bellissimo quadro, ma falso.
Avrebbe eretto mura su mura pur di celare la decomposizione del proprio cuore, e lo stava facendo, ma per quante mura alzasse, sentiva sempre qualche piccola breccia nella pietra, e mille occhi spiarla, vivisezionandola, accusandola, schiacciandola.
Quel pomeriggio li sentiva fin dentro la pancia quegli occhi, e un grande urlo irruppe nella sua stanza, seguito da una poderoso tonfo.
Il libro urtò contro al muro e cadde per terra. Le pagine si mossero velocemente fino a restare aperte sul capitolo riguardante il trapianto del cuore umano.
Il cuore di Eva sembrava essersi fermato di colpo, e nessun trapianto l’avrebbe ormai salvata. Stava andando in necrosi.
Ormai non riusciva nemmeno a respirare mentre paralizzata ferma davanti la sua scrivania fissava con occhi pullulanti di terrore i risultati del test di medicina.
Un altro strillo isterico, simile a quello di un animale, rimbombò nella stanza, e poi ancora un tonfo pesantissimo echeggiò contro al muro
Un incensiere a forma di elefante cadde sul pavimento fra libri e scartoffie, esalando verso le tendine rosa i suoi ultimi respiri di patchouli.
Era un regalo di Mario. Glielo aveva comprato a Milano, durante una giornata in giro per mercatini.
Eva adorava andare per mercati, e lui lo sapeva, come sapeva che amava quel profumo. Lo portava sempre sulla pelle quando stava con lui.
Ormai non metteva da tempo quel profumo. In quel momento le sembrò persino di non aver alcun odore, ma soltanto una tremenda puzza che le aveva impregnato le carni: puzza di sudore mista a quella di cibo marcio.
Si alzò di scatto dalla sedia e quando suo padre spalancò la porta lei lo fissò con occhi gonfi di lacrime, urlandogli contro: «Che diavolo vuoi? Ora sei soddisfatto?»
Si scagliò sul letto come una valanga, schiacciando il volto contro al cuscino e stringendolo, mentre nell’aria non si udiva altro che la sua voce strozzata dal pianto strillare: «Faccio schifo! Sono solamente un’idiota!»
Suo padre non sapeva che fare, proprio come sempre al cospetto di quella figlia che non capiva, e forse mai aveva capito.
Eva era soltanto un corpo informe che giaceva su di un letto. Era un cumulo di carne coperta da un pigiama rosa, e dal volto sommerso da un manto di capelli biondi. Era una bambola rotta gettata sul pavimento, proprio come quelle che lui le aveva regalato, e che lei aveva fracassato.
Suo padre la fissava senza riconoscerla. Non c’era traccia in lei di quella bambina che aveva alzato al cielo quando era appena nata, né di quello scricciolo a cui tante volte aveva fatto il bagnetto.
Eva era cresciuta, e lui non l’aveva vista crescere. Di sua figlia ricordava soltanto una bambina sorridente, tutto ciò che era venuto dopo l’aveva perso, come accade a uno spettatore distratto che più volte si alza durante la proiezione di un film.
Poteva semplicemente stare fermo, vedendo con occhi vitrei quella sconosciuta devastata da un pianto di cui non comprendeva l’origine, sentendosi ora impotente, nonostante la sua immensa cultura, senza sapere cosa dire, o se ci fosse davvero qualcosa da dire in quel momento.
Le sue labbra tremavano in una smorfia ridicola. Ora sembrava stesse per dire una parola, ma subito un istante dopo si fermava, lasciando di sé soltanto l’immagine di un vecchio incapace dalla pelle rugosa, gli occhi stanchi, e il fiato corto.
Il dolore di Eva lo stava consumando. Lui cercava di inseguirla, ma era come un cieco che tasta l’aria. Non riusciva a trovarla, e dunque a raggiungerla. Udiva quel pianto incessante che ormai sognava persino di notte, ma senza trovarne l’origine, impazzendo nel non poterlo fermare, e devastato al pensiero che forse era sua la causa di quel dolore che stava uccidendo sua figlia, e lui.
Quando Eva gettando in aria dei vestiti urlò contro al cuscino: «Sei contento ora?», ogni nervo del viso gli si paralizzò. Non riusciva nemmeno a muovere le labbra, e le palpebre gli tremavano appena, come se stesse contemplando l’immensità terrificante di un cratere senza fondo.
Gli parve di precipitarci in quella fossa, non sentendo più nulla del proprio corpo, quasi si fosse infranto come un vaso scagliato al suolo.

14907813_10154491233111278_1280567480_o

NUDA

Il suo stato d’animo e la sua stessa vita rispecchiavano le sue unghie rosicchiate: specchio di una vita divorata fino all’osso.

Non si sentiva pronta, e uscì da quella stanza così come vi era entrata due mesi prima: una bambina impaurita al cospetto di un mondo troppo immenso.

Si ritrovò per l’ennesima volta in un corridoio dalle mura bianche piene di colorati disegni fatti con pastelli a cera: deformi animali rossi, gialli, verdi, viola o rosa; e ancora disegni raffiguranti persone che si tenevano per mano, bambini sorridenti, alberi e prati fioriti: tutto ciò che doveva portare al cuore amorevoli sensazioni e pensieri felici, ma che a niente servivano se non ad appestare l’aria di un pastoso odore di cera che si mischiava a quello del detersivo scadente proveniente dal pavimento.

Li aveva visti mille volte quei disegni, forse anche di più, perché durante la prigionia, fra colloqui, attività di gruppo e le poche ore di libera uscita, lei come le altre non faceva che vagare in pigiama per quel corridoio.

Conosceva a memoria ogni mattonella. Era entrata e uscita mille volte dalla grossa porta del refettorio alla sua sinistra, ormai impregnata dalla puzza di stufato di carne bollita e da cui sembravano ancora uscire i lamenti di ragazze terrorizzate al cospetto di un piatto fumante. Era entrata e uscita mille volte dalla porta dei bagni dove solitamente le ragazze si ammassavano per la doccia, e in cui, per quanto candeggina si passasse, si respirava sempre un disgustoso tanfo di vomito misto a sangue mestruale di un ciclo a lungo ritardato. Ed era entrata infinite volte nella stanza di ogni ragazza dove a volte, in lacrime, lei e le altre si riunivano per confessarsi indicibili segreti, oppure solamente menzogne propinate per ricevere un abbraccio.

Come uno spettro in pena aveva percorso migliaia di volte quel corridoio, fissando i propri pensieri densi e vischiosi quanto schiuma da barba, circondata da ragazzine pallide e ossute con addosso pigiami da bambina e dallo sguardo inanimato: il suo stesso sguardo! Gli stessi sguardi delle ragazze che vide ancora una volta in quel corridoio; alcune camminavano velocemente per cercare di smaltire inesistenti calorie, altre stavano appoggiate a un muro leggendo o fissando il vuoto, e altre ancora entravano e uscivano dalla propria stanza, giusto per far scorrere il tempo.

Sembravano tutte uguali: pigiami, volti pallidi e occhi incavati si susseguivano lungo il corridoio avvolto dal vocio petulante di adolescenti e le urla nevrotiche di un’infermiera che diceva loro di stare calme.

Eva sapeva che stavano fingendo, pur di non morire; e anche lei stava fingendo: fingeva di sorridere, perché non sapeva come dire a loro che fra poco le avrebbe abbandonate per sempre, e che era felice di farlo.

Continuò soltanto ad avanzare fra volti, urla, risate, e scheletriche braccia che oscillavano nel vuoto come rami secchi scossi dal vento.

In mezzo a loro, ancora una volta, si sentiva una persona inadeguata: quella che non avrebbe mai fatto niente nella propria vita, diversamente da una sorella che eccelleva in ogni cosa.

Pensò ancora a cosa avrebbe fatto una volta fuori da lì, camminando a passo lento fra quelle mura coperte da disegni per bambini, mentre quei volti sembravano circondarla, come se con i loro occhi incavati volessero ricordarle una realtà da cui mai sarebbe fuggita.

Studiare medicina o iscriversi a una scuola di scrittura?

E con quali soldi?

Qualsiasi pensiero si insinuasse nella sua mente, alla fine la riconduceva sempre a lui: suo padre!

Era stato lui a pagarle l’università a Macerata. Era stato lui a pagarle l’auto. Era stato lui a pagarle il ricovero. E sarebbe stato lui a pagarle il futuro.

Ovunque fosse andata, suo padre l’avrebbe sempre inseguita dicendole: «Tu senza di me non vali niente!» E non avrebbe avuto bisogno di parole per dirlo, gli sarebbe bastata la sua presenza: un solo sguardo e l’avrebbe uccisa.

Forse il solo modo per liberarsi della malattia sarebbe stato vedere suo padre morto.

Guardò ancora i volti di quelle ragazze, cercando di non pensare a nulla, ma senza riuscirci, sentendosi fragile come il giorno di due mesi prima, quando aveva messo piede in quel posto.

Fra un intreccio di volti, braccia e voci, vide Elena poco distante dalla porta della loro camera. I suoi grossi occhi azzurri, incastonati in due bui crateri su di un pallido viso, erano tristi più del solito, come se vedendo Eva fosse a conoscenza che presto le avrebbe detto addio.

I boccoli biondi, simili a quelli delle bambole nella camera di Eva, le cadevano sul viso mentre teneva il capo chino su di un libro.

Eva istintivamente guardò il libro fra le mani scheletriche di Elena: era Anna Karenina. Elena l’aveva letto almeno tre volte.

Elena era del luogo. Abitava poco distante da Genova. Infatti i suoi venivano a trovarla ogni giorno, anche se la cosa non le faceva piacere. Era una ragazza schiva, taciturna, spesso cupa. Ma quando sorrideva, e ciò succedeva di raro, le sue sottili labbra -sempre coperte dal rossetto- mostravano una fragilità sconcertante: come se non fosse un’adolescente, ma soltanto una bambina. E in fondo lo era, proprio come Eva.

Elena profumava sempre di vaniglia o di zucchero, vestiva sempre con abiti freschi, e aveva una passione innata per la lettura.

Tolstoj, Flaubert, Dostoevskij, Čechov, Bulgakov, Simenon; grazie a lei Eva aveva passato infinite notti assieme a Emma Bovary, Anna Karenina o Varvara Dobroselova. Elena le aveva narrato tutto dei personaggi presenti nei libri da lei letti, quasi fossero reali, e per lei la sola famiglia.

Eva aveva letto molte cose, e spesso del desiderio di farsi ammirare da suo padre, eppure innanzi la vorace fame di libri mostrata da Elena si era spesso sentita un’inetta: proprio come quando andava da suo padre, dicendogli di aver letto un libro, e sentendosi rispondere con tono annoiato: «Sì, niente male, ma ci sta di meglio.»

Alcune volte, mentre Elena parlava, Eva rimaneva incantata; altre volte invece la odiava! Fissava i suoi grossi azzurri, sorridendo, ma desiderando di cavarglieli e schiacciarli sotto al calcagno. Perché lei era la figlia che suo padre avrebbe voluto! Perché lei forse sarebbe morta, ricordandole il suo essere malata e imperfetta.

Presto le avrebbe detto addio, eppure, guardandola, non provò la minima nostalgia verso di lei, ma solamente un senso di liberazione nel sapere che presto non avrebbe più udito le sue lacrime durante la notte, o quelle di tutte le altre ragazze.

La guardò ancora, scrutando i suoi zigomi incavati in cui, come pietre marine erose da troppe onde, si celavano infiniti anni di dolore.

Gli occhi di entrambe si incrociarono come due incomunicabili solitudini che si trovano, senza però potersi abbracciare.

Mentre nel corridoio continuavano a rimbombare le urla delle ragazze, Eva non vedeva nulla davanti a sé se non gli occhi di Elena. Sembravano si stessero dilatando, inghiottendo ogni cosa: persino i passi di Eva che avanzava verso di lei sforzandosi di sorridere, ma vedendo in quegli occhi soltanto una bestia che gli stava ringhiando contro: «Guarda ciò che sei!»

14907813_10154491233111278_1280567480_o