Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”.

Sentì una presenza calda, viva, fiondarsi su di lui, e poi una mano calda stringere la sua, e un profumo di fiori di campo insinuarsi nelle sue narici.
Gli parve quasi di percepire un sorriso sul proprio viso. Mosse appena le labbra: tremavano, ma da esse non usciva alcuna parola, come fossero quelle di un muto.
Una mano calda, soffice, gli accarezzò il viso, e alcune gocce gli caddero sulla guancia, scendendo verso le sue labbra e salandogliele.
«Danny, sei sveglio? Come stai?» sentì ancora, senza capire se quella fosse la voce di sua madre o di Sofia.
Mosse ancora le palpebre. Le chiuse e le riaprì più volte, velocemente, e ora vedeva davanti a lui, offuscato da un alone di luce, un soffitto grigio sporco con al centro un neon tondo.
I rumori delle auto erano ora più vicini, quasi fossero accanto a lui, come un respiro pesante che gli stava entrando nel cervello, assieme a un ticchettio elettronico che pareva pervenire da ogni dove.
Mosse appena il capo. Lo reclinò debole verso quella presenza calda accanto a lui che continuava a tenergli la mano.
Aprì nuovamente gli occhi. Davanti a essi apparve una sagoma avvolta da una cappa di densa luce, quasi liquida.
Vide il volto di sua madre, e il suo braccio vibrò, incapace di muoversi, senza poter raggiungere quell’immagine prima che svanisse lasciando davanti alle sue pupille soltanto l’immagine di Sofia.
Gli sembrò di vederla ancora muoversi in essa quando chiuse di colpo gli occhi, girando il capo a lasciandosi ancora tenere la mano da lei.
Vedeva impregnati nei suoi occhi gli occhi di lei stravolti dal dolore, e sapeva di essere lui la causa di quella sofferenza che aveva spezzato quella donna.
Non riuscì a dire una sola parola. Non sapeva nemmeno se fosse ancora in grado di parlare; ma anche se lo fosse stato, non avrebbe saputo che dirgli.
Forse prima di tutto avrebbe dovuto chiederle scusa per averle mentito per tanto tempo, rubandole anni di vita, come il cancro che gli stava rubando la sua di vita.
Pensando a quella parola i suoi occhi vibrarono nell’aria come bandiere colpite dal vento.
Davanti a lui ci stava un macchinario che emetteva dei “beep” fastidiosi. Era attaccato al corpo di un vecchio steso su di un letto, ormai grigio, ridotto a pelle e ossa, avvolto in una coperta simile a un sudario, dormendo forzato dalle medicine e rantolando nell’aria.
Osservò una finestra da dove provenivano i rumori delle auto e di una città che continuava a scorrere, nonostante lui stesse morendo; alle sue spalle si udivano dei passi, un brusio di voci, e delle rotelle sfregare il pavimento, trasportando qualcosa di pesante come carne umana.
Ancora non riuscì a dire niente. Avrebbe tanto voluto dire qualcosa: dire tante cose, come magari chiedere scusa a Sofia. Ma si sentiva soltanto smarrito assieme a lei in un buio talmente intimo da farlo sentire in imbarazzo.
Non ricordava di aver mai sentito lei stringergli la mano con tanto calore, né di essersi abbandonato a un simile caloroso amore.
Si sentiva al sicuro, eppure al tempo stesso tremendamente sporco, come suo padre che aveva rubato la vita a un altro essere umano pur senza amarlo, ma soltanto per non sentirsi solo più di quanto fosse, e costruire un mondo fasullo attorno a lui.
Ebbe appena la forza di voltarsi, ma non aprì gli occhi. Aveva paura che se l’avesse fatto non sarebbe riuscito a trattenere le lacrime.
Sentì ancora la voce di Sofia contro al proprio viso, ora pesante come se provenisse da ogni angolo della stanza, avvolgendola.
«Danny…»
Lui serrò con forza gli occhi, inabissandosi in un buio che non gli sembrava abbastanza profondo per soffocare il male che batteva nel suo cuore, e stringendo forte l’esile mano di Sofia come se volesse con ogni briciola di forza, con ogni minima pulsione della propria esistenza, dirle che gli dispiaceva.
Ma non emise un fiato.
Con l’altra mano si toccò appena le labbra.
Erano secche, screpolate, e non parevano emanare alcun profumo: non avevano più il profumo delle labbra di sua madre, né di quelle di Sofia.
La mano di Daniele lasciò velocemente quella di Sofia, lasciandola nel vuoto, come un ramo secco proteso verso il cielo.
Si rigirò nuovamente dall’altro lato, dando le spalle a Sofia lì accanto a lui: pallida, immobile, come fosse del tutto svuotata.
«Scusami» sussurrò soltanto. Una voce flebile e dolorosa come quella di un bambino che non sa cosa dire, dopo aver tradito la fiducia della propria mamma.
La voce di Daniele sembrò avvolgere Sofia in una bolla liquida in cui non riusciva nemmeno a respirare.
I rumori al di là della finestra erano svaniti, il rantolo del vecchio era cessato, e il brusio di voci e passi provenienti dal corridoio sembrava non essere mai esistito.
Nella testa di Sofia, sulla sua stessa pelle, non si muoveva altro che quella semplice ma lancinante parola:
“Scusami!”.
Lei cercò di sorridere, portando la mano verso Daniele e accarezzandogli i capelli zuppi di sudore, ma mentre lo faceva gli tornarono in mente i momenti vissuti assieme: la prima volta in cui avevano fatto l’amore, il giorno del matrimonio, lui che l’aveva portata in braccio fin dentro la loro nuova camera da letto, le tante serate passate a parlare assieme, abbracciati come due vecchi sposati da decenni, e i nomi che avrebbero voluto dare ai loro figli.
Quali nomi aveva scelto Daniele? Non li ricordava! E forse lui non aveva mai scelto alcun nome. Forse lui aveva lasciato che fosse sempre lei a scegliere dei sogni che mai avrebbero realizzato.
Di colpo tutto era svanito. Tutto era stato spazzato via con una manata. In Sofia non restava che il vuoto: un buio immenso, asfissiante e pesante da cui sentiva di non poter fuggire.
Era così pallida da sembrare senza vita. Le sue labbra ora non sembravano più rosse, ma violacee come quelle di un cadavere.
Per un attimo le sembrò di essere lei la malata in quella stanza, e desiderò tanto che qualcuno l’abbracciasse, ma Daniele non mosse un dito; restò sdraiato su di un lato, immobile come se nemmeno fosse vivo, ma invece percependo sul proprio corpo tutto il peso del dolore di Sofia da cui sentiva di non avere scampo.
Avvertì ancora la mano di lei, sempre più lenta, quasi non avesse più forze, muoversi sul suo capo.
Un’ondata di calore gli riempì il petto, e in lui presero vita tante parole che avrebbe voluto dirle: quelle parole che non gli aveva mai detto, e che forse l’avrebbero salvata se mai avesse avuto il coraggio di dirgliele.
Mosse appena le labbra, lentamente, come fosse un sordomuto che cerca di parlare, senza riuscire a emettere alcun suono, restando in un silenzio assordante quanto il buio che l’avvolgeva e in cui ora persino le luci provenienti dalla finestra sembrarono sparite.
«Scusami» sospirò ancora, nascondendo il volto sotto le coperte e sentendo la mano di lei scivolare via fino a sfiorare soltanto il lenzuolo.
Sembrava volesse nascondersi da lei. Sembrava volesse svanire, come se si vergognasse persino di farsi vedere.
Una lacrima cadde sul volto di Sofia. Da fuori si sentì una sterzata brusca, e il vecchio nell’altro letto si rigirò violentemente, annaspando nell’aria per alcuni secondi, cadendo poi sfinito a letto, come se non gli restassero più forze in corpo.
Sofia lo guardò terrorizzata, e nel vederlo, per un attimo vide Daniele al suo posto.
Poggiò la mano su ciò che restava del suo viso, quasi del tutto coperto dal lenzuolo.
Per un attimo le parve un cadavere coperto da un sudario, ed ebbe voglia di scoppiare in un pianto feroce.
«Perché non me l’hai detto?» gli sussurrò, senza smettere di accarezzarlo.
Attese secondi che sembrarono anni. Il buio, palpabile e soffocante le si stringeva contro, mentre lei vedeva davanti ai suoi occhi madidi soltanto la forma immobile e silenziosa di un uomo di cui le pareva non conoscere più nemmeno il nome, e quel corpo a terra in un bagno dove aveva passato tanti momenti, ormai svaniti nel nulla.
«Vedrai che andrà tutto bene» riprese, cercando persino di sorridere, mentre silenti, come l’acqua che scorre sulle rocce fino a solcarle, lacrime bollenti le rigavano il viso, cadendogli sulle labbra gonfie e salandogliele.
«Il dottore ha detto che forse con la chemio…» riprese, per poi bloccarsi di colpo.
Fissò Daniele. Avrebbe voluto che fosse lui a dire qualcosa: qualsiasi cosa! Tutto, tranne che darle quella responsabilità che la stava schiacciando, e che sentiva sempre più vivida sulle sue magre spalle, accresciuta dal silenzio inumano di Daniele che orami sembrava soltanto un vecchio che decide di farsi morire per strada.
Spostò di un poco il lenzuolo e gli accarezzò la guancia, ma lui non si mosse minimamente.
«Vedrai che insieme ce la faremo» aggiunse. Ma niente! Stava parlando soltanto a se stessa. Di suo marito non ci stava traccia.
«Tu però devi reagire» incalzò, senza smettere di accarezzarlo, in attesa di un qualsiasi gesto di quell’uomo che aveva amato, e ormai del tutto scomparso.
Cercò persino di sorridere. Si asciugò le lacrime con la mano, e quando tirò su col naso, Daniele percepì un brivido febbrile lungo la schiena, e chiuse con violenza gli occhi per trattenere le lacrime.
Affondò la testa contro al cuscino. Il vecchio accanto a lui tossì forte. Un uomo per strada urlò verso chissà chi, e Sofia, sforzandosi ancora di sorridere, come se ci fosse qualcosa da sperare per lui e per loro, disse: «Danny, ora dobbiamo soltanto pensare a rimetterti in piedi»
Ma ancora una volta lui non si mosse, e lei ebbe voglia di urlare dalla disperazione e alzarsi dalla sedia gettando tutto per aria, strillando nel mezzo di quel buio in cui si sentiva ora sola come mai nella propria vita.
«Danny, ma mi ascolti?» aggiunse soltanto, incapace di fermare le lacrime che le stavano deformando il viso.
Lui si mosse appena. Un movimento lieve, ma che Sofia, sotto la propria mano, percepì violento quanto un terremoto.
«Danny…» sussurrò soltanto, fissandolo con occhi vetrosi, in attesa di una parola, di un gesto, di un urlo: di qualsiasi cosa!
«Sofia…» echeggiò nel buio, e lei percepì quella voce, quella parola, come se non fosse un suono, ma una mano precipitata con forza contro al proprio petto.
«Danny?»
«Scusami!»
La mano di Sofia si paralizzò sul volto immobile di Daniele. Ogni centimetro della sua pelle, imperlata da gelido sudore, si ritrasse come un arco pronto a scoccare, e i suoi occhi erano di colpo diventati due grotte buie nel mezzo di un pallido viso su cui labbra, simili a una ferita, tremavano incapaci di emettere alcun suono.
Sofia precipitò sul corpo di Daniele, piangendo di un pianto furioso, straziante, implacabile.
I suoi gemiti rimbombavano nel buio. Le lacrime le stravolgevano il viso, cadendo sulle gote arrossate fino a entrarle nella bocca, salando le labbra ormai gonfie come ferite infette.
Daniele sentiva le mani di lei affondare sul suo corpo coperto dalle lenzuola, e le lacrime cadergli fin sulle guance, mischiandosi alle sue che, silenziose, non avevano nemmeno più la forza di narrare un dolore che dal di dentro lo stava spaccando in due, come si spezza la chiglia di una nave travolta dalle onde.
Restò immobile, accogliendo il pianto disperato di Sofia, finché lei non ebbe più urla, e striminzita come una bambola a lungo usata e poi gettata per strada restò col capo stesa sul letto, in ginocchio, accanto a Daniele ancora voltato.
Portò la mano contro la sua schiena, sfiorandola delicatamente, come aveva fatto tanto volte mentre lui dormiva.
«Perché?» disse soltanto.
Un pesante sospiro sembrò immergere la stanza intera, e le vite di entrambi.
«Non lo so» rispose Daniele, debole da sembrare non avesse più forze per parlare.24448-freud-saba-linfanzia
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Tratto dal racconto “Katja”.

Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
Mio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.
Affretto il passo. L’aria è fredda, ma cammino così velocemente che non sento neanche il vento, e ora non riesco a udire nemmeno i rumori delle auto alla mia sinistra.
Sono quasi arrivato. Ho ancora dieci minuti per timbrare il cartellino. Ancora dieci minuti prima di dover tornare in gabbia.
Le auto scorrono velocemente, mentre palazzi e fabbriche si susseguono attorno a me, e davanti ai miei occhi non vedo altro che un orizzonte di cemento.
Alzando lo sguardo vedo venire verso di me, lenti e pesanti, una famiglia di Rom. Ne sono tre. No, anzi, quattro, ma uno di loro, un bambino di appena dieci anni vestito con stracci abbinati a caso e dalla pelle scura come la terra, si è fermato a rovistare in un cassonetto dell’immondizia, mentre gli altri: un uomo vecchio, sdentato e dalla grossa pancia; una donna grassa e molle con attorno alla testa un pesante scialle di lana rosa e verde; e ancora una ragazzina forse dodicenne vestita di stracci e dall’aria cattiva, continuano a venire verso di me fissandomi come se neanche esistessi.
La ragazzina spinge un vecchio carrozzino con sopra un cartone colmo di rifiuti raccattati per strada. La donna trascina un grosso bustone scuro, pieno di chissà cosa, e il sudore le cola dalla fronte insinuandosi fra rughe che mi sembra quasi di poter toccare, mentre l’uomo fuma, ansimando, seguendo a passo lento le due donne, sudando e respirando faticosamente come se il suo cuore stesse per esplodere.
Mi passano accanto. Una forte puzza di cipolla marcia e sudore stantio mi riempie il naso, mentre intanto il ragazzino fatica a tirarsi via dal cassonetto annerito dalle fiamme, per poi correre verso la sua famiglia, passando accanto a me e arrivando a loro ormai alle mie spalle, sorridendo e stringendo fra le mani luride uno zainetto rotto.
Mentre mi passa accanto, ci guardiamo un istante. Giusto un attimo. Il tempo del battito d’ali di un colibrì. Un istante che non ci sarà mai più concesso. Quell’attimo in cui ci troviamo simili. In cui il vento emanato dal suo passaggio ci fa quasi sentire due esseri umani nello stesso spazio vitale.
Cercava forse l’amore di suo padre scavando fra quei rifiuti?
Quando avevo sette anni feci un lavoretto a scuola, di quelli che si fanno durante le feste comandate. Era Pasqua. La maestra aveva obbligato tutti a comprare una confezione di mollette di legno, dell’ovatta, una pallina da tennis, un cartoncino giallo e uno arancio, della colla e della carta crespa gialla.
Feci quel lavoretto mettendoci tutto me stesso. Avrei voluto fare altro, ma la maestra ci costrinse a creare con le stecche delle mollette una specie di sole coperto dall’ovatta, in cui stava posto un tenero pulcino.
Ero forse io quel pulcino?
Quando lo portai a mio padre, lui lo guardò appena, mentre facevi i conti per il lavoro.
Attendevo un suo complimento, e invece mi diede solamente duemila lire come premio. Proprio come fossi una puttana.
Vedo quel bambino porgere lo zaino a suo padre, ma lui neanche guarda. È la sorella a prenderlo per gettarlo senza cura nel carrozzino, e poi spariscono lontano: lontani da me, lontani fra loro.
Li fisso soltanto qualche istante, prima che svaniscano nel nulla, forse proprio come i sogni di quel bambino.
Giosetta-Fioroni-Bambino-solo-1968-smalti-su-tela

Tratto dal romanzo “NUDA”.

Appena Eva fu a casa, suo padre, dopo aver portato i bagagli di lei nella sua cameretta, la strinse forte dicendole: «Ora sei a casa.»
Eva rispose appena all’abbraccio. Si sentiva intimidita, come se quell’uomo non fosse suo padre, né quella la propria casa.
Tutto sembrava soltanto la scenografia di una recita, e loro erano attori che interpretavano per la millesima volta la stessa parte.
Era la malattia a essere amata, non lei.
Eva l’abbracciò e si lasciò abbracciare da lei, lì nella frenesia di una famiglia inventata in cui sua madre si dava da fare per mettere via la roba di Eva, e suo padre ora le dava consigli sui test di medicina, mentre sua sorella, sorridente come non mai, dava una mano a sua madre.
Rimase quasi immobile, come fosse un ospite da accudire, lì nella sua stanza che profumava di lavanda e dalle pareti color pesca, osservando i gesti di sua madre come se li vedesse da dietro uno schermo televisivo, e udendo la voce di suo padre simile a un eco confuso proveniente da una grotta.
Valeria passandole accanto le sorrise e le diede una carezza, indicando la loro madre con il capo e sussurrando appena: «Vedrai che appena uscirà dirà che fra poco sarà pronto a tavola.»
Eva finse di sorridere, senza guardare sua sorella, vedendola soltanto in delle fotografie poste su alcune mensole, fra peluche regalati da chissà chi, in cui due bambine ai suoi occhi sconosciute stavano abbracciate, sorridendo come se al mondo nulla esistesse di più importante di quell’abbraccio.
Sua madre continuò a lamentarsi parlando a se stessa e dividendo i vestiti puliti da quelli sporchi, e ancora da quelli che a suo dire erano da gettare via.
Buttò via anche un perizoma nero regalato a Eva da Mario.
«Guarda com’è ridotto questo!» disse, gettandolo a terra su di un cumulo di vestiti sporchi.
Lei non sapeva che quelle erano state le ultime mutandine che Mario aveva tolto dal corpo di sua figlia, e Mario non sapeva quanti altri uomini dopo di lui avevano sfilato dal corpo di Eva quelle mutandine.
Eva vide sua madre andare via, uscendo di scena con la battuta prevista da Valeria, e dopo essere stata rincuorata ancora da quella sorella che cercava in ogni modo di tornare a essere la bambina nelle foto attorno a loro, e non l’adolescente isterica che una volta le aveva dato un morso sulla guancia soltanto perché lei non voleva rimettere in ordine la stanza, Eva rimase da sola in quella camera da bambina che aveva accolto la sua vita, e che lei avrebbe voluto bruciare, come il resto di quella casa.
Nulla parlava di lei in quella stanza dove ora stava da sola, sistemando le ultime cose. Dei peluche la fissavano da una mensola, ricordandole di essere soltanto una sconosciuta lì dentro, come se lei fosse un errore in mezzo a tanto candore.
«Puttana!» sembrava urlargli uno.
«Vattene via, che non servi a niente» pareva strillare un altro.
E una bambola di porcellana fissandola sembrava sputarle contro la bocca: «Muori! Che sarebbe meglio per tutti.»
Scostò la testa come se stesse scrollandosi da dosso della polvere, passando poi in rassegna le mensole piene di ricordi: libri divorati per noia, le foto assieme a Stefania o con le amiche del liceo, e tante altre piccole cose di una vita che non le apparteneva più.
Guardò la sua scrivania, poggiando su di essa la mano e percependo nella mente tutte le parole scritte in un diario segreto.
Nulla di speciale! Una vita riciclata. Una vita come tante.
Cosa avrebbe detto di lei Max vedendo quella vita? Cosa avrebbe detto Max vedendola in quella stanza da ragazzina ricca?
Avrebbe riso, ecco cosa.
Eva non si sentiva più la ragazza speciale che credeva di essere. Si sentiva una bambola, non altro. Una bambola rinchiusa in una scatola piena di fiocchetti da cui non riusciva a uscire.
Guardò una foto di lei e Stefania con un drink in mano, un’altra in cui sorridevano nel mezzo della pista di una discoteca, e poi fissò un lungo vestito da sera che penzolava dall’armadio, numerose scarpe dal tacco alto poste in una scarpiera, e un portatile d’ultima generazione fermo sulla scrivania.
Guardò delle scarpe nere dal tacco alto poste ai piedi del letto. Erano le sue preferite! Le aveva comprate assieme a Stefania. Le aveva ai piedi l’ultima volta che era uscita con Mario.
Era stato lui a chiederle di indossarle. Lui sapeva che erano le sue preferite, dunque fu forse solamente un sadico atto per castigarla prima di andare via, lasciandola da sola, imperfetta, nuda con addosso solamente le sue scarpe perfette.
O magari era un modo per cercare di vederla ancora una volta meravigliosa, come ormai lei non si vedeva da tempo, così da illudersi di poter resistere ancora una volta al martirio con cui Eva lo stava mutilando.
Sospirò, continuando a fissare quelle scarpe e ricordando che le aveva ai piedi anche quando andò a letto con uno di cui neanche ricordava il nome. Ricordava soltanto il proprio sguardo che fissava i propri piedi ritti contro al tettuccio di un’auto, mentre sentiva qualcosa scavarle dentro e pensando: «Dio, ma si muove o no a finire?»
Avrebbe tanto voluto cancellare quei ricordi. Quei pensieri bulimici. Un amore bulimico che tutto divorava: morso dopo morso, illusione dopo illusione, amore dopo amore, e infine vomitando tutto.
Alla fine non rimaneva che un corpo sbranato. Una mente confusa. E lenzuola sporche di un sesso passeggero. Un amore malsano e senza nome che si ripeteva ogni notte, lasciando che corpi si violentassero a vicenda, divorandosi voracemente, per poi vomitare tutto su quelle lenzuola che, puntualmente, avrebbe cambiato lei, gettandole nella pattumiera di una coscienza celata dietro rabbiose e disperate lacrime.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”, in esame presso la mia meravigliosa maestra.

Ricordo che avevo diciannove anni la prima volta che chiusi fuori di casa mio fratello. Erano le tre passate di notte. Lui non si decideva a tornare, e mia madre, preoccupata e in lacrime, provò più volte a chiamarlo a casa di un amico.
Nessuno rispose. Mio padre stava in silenzio, fissando la TV, già vestito, proprio come me, nel caso fossimo dovuti andare a riprenderlo chissà in quale buco.
Mio fratello lo faceva spesso. Usciva e si ubriacava, con il solo intento di tornare poi a casa e dare di matto. In cuor mio sapevo che anche quella sera l’avrebbe fatto. Fissavo mia madre, vedendo le sue lacrime sempre più copiose colare su di un viso che sembrava invecchiato precocemente, e il volto rude di mio padre ricordarmi la delusione che eravamo per lui noi tutti.
Non ci vidi più. Quando lui girò la chiave nella serratura, mi fiondai contro la porta, bloccandola e chiudendola a chiave.
Ricordo che provò ad aprirla più volte, ma io chiusi la porta con più mandante, finché a lui non fu concesso altro che urlare e dimenarsi dietro a quel pezzo di ferro, battendo contro di esso i pugni come fosse una bestia furiosa, pretendendo di entrare in quella casa che stava distruggendo.
Io invece la stavo salvando quella casa?
Fu mia madre e farmi spostare dalla porta dopo diversi minuti, piangendo e aprendola, urlandomi contro: «La volete smettere tutti e due?»
Mio fratello si riversò nel corridoio come fosse una animale appena uscito da una gabbia, ma quando incrociò il mio sguardo colmo di odio sembrò calmarsi, o almeno apparentemente.
I nostri occhi incandescenti si guardarono per un tempo indefinito. Lui una volta, quando avevo dodici anni, mi aveva chiuso fuori di casa, e in quel momento stavo pareggiando i conti. Gli stavo rigettando contro tutto l’odio che lui mi aveva vomitato in bocca.
Quando andò via, sparendo nel bagno, rimase davanti a me soltanto una madre che non riuscii ad abbracciare, e altrove, in un’altra stanza, mio padre che guardava la TV, e nel proprio letto mia sorella fingeva di dormire, piangendo, senza capire perché fosse costretta a piangere. Sapendo solamente che tutto era tremendamente doloroso e orrendo. Ingiusto. Malsano. Indesiderato dal suo piccolo cuore che cresceva nel mezzo di una famiglia che si stava sgretolando come una statua di gesso colpita ripetutamente da un martello.
Ora forse la sta facendo pagare a me?
Una volta entrato in casa non vedo né mia madre né mia sorella. Non vedo altro che un corridoio vuoto.
Mia madre nel pomeriggio deve aver passato il detersivo ai fiori di bosco, perché il pavimento ne è pregno.
Deve essere venerdì dunque. Sì, lei lo fa ogni venerdì. Sono quelle sue piccole abitudini che la tengono in vita, illudendosi di avere ancora una famiglia. Illudendosi che noi siamo ancora una famiglia, e non solamente zombie putrefatti che vagano in uno spazio piccolo, urtandosi di continuo e senza neanche vedersi.
Ma ecco che in quel corridoio infinito e ombroso i nostri occhi si scontrano fin quasi a frantumarsi, mentre avanzo avvolto da fotografie che sembrano fissarmi come se mi stessero accusando, giungendo poi in cucina e trovandola sull’uscio della porta.
La sfioro appena. I riflessi gialli della lampadine in cucina si insinuano fra le pieghe della sua vestaglia bianca e dei suoi capelli color mogano, rendendo ancora più spettrali le rughe del suo viso che una volta fu liscio come la seta.
La sua pelle sembra quasi avere il profumo del detersivo di cui sono impregnati i mobili, ma passandole accanto non riesco neanche a distinguere i mobili da lei. No, chiudo soltanto gli occhi, pur tenendoli aperti. Non voglio vedere nulla. Non voglio sentire niente. Attraverso la cucina sotto al suo sguardo severo e vigile, arrivando al frigo e prendendo una bottiglia di vino.
Quando esco lei sta ancora lì immobile, come se il suo corpo non si fosse mosso di un millimetro.
Sento il suo sguardo seguirmi millimetro dopo millimetro, come se stessi osservando dai suoi occhi il mio corpo muoversi a rallentatore.
I miei passi sono lenti: calpestano le piastrelle spaccandole e affondando nel cemento, mentre gli occhi di mia madre scavano nella mia pelle, lacerandomi le carni e strappandomi le ossa.
La sento stracciarmi dal corpo la colonna vertebrale quando urla: «Ma insomma, avete deciso tutti di uccidermi? Possibile che non si possa mai parlare con te? Appena torni qui ti chiudi in camera tua a ubriacarti.»
I mei occhi fremono e le mie labbra tremano, mentre stringo i pugni come se volessi fermare il mio corpo che scalpita assieme alle mura che mi avvolgono, sbriciolandosi come esse.
Mi volto verso di lei urlando: «E di cosa vorresti parlare? Sentiamo!»
Ma lei non risponde. Le sue labbra tremano, senza che riescano a emettere un suono, mentre simile a un cucciolo di cane rinchiuso in un canile lei mi guarda con occhi palpitanti di lacrime.
Non mi dice niente. Rabbioso fisso le sue labbra che si aprono in un doloroso tremolio, ma da esse non esce un solo fiato, né lei riesce a muovere un solo muscolo.
Mi volto di scatto, come se con quel gesto la stessi abbandonando per sempre, gettando sul suo corpo tre metri di fredda terra, proprio come accadde a mio padre.
Un mio passo si muove appena lento in un buio denso quanto melma, quando lei sussurra dietro di me, accarezzando la mia schiena: «Ma cosa ti sta succedendo?»
Sento una lacrima colare dal viso di mia madre, lenta e pesante, fino e cadere su di una pozza di sangue.
Il suo rumore echeggia in tutto il corridoio. E io resto immobile, a testa bassa, mentre da una foto mio padre mi guarda tenendomi in braccio, mio fratello mi strige fra tanti peluche, e io stringo una dolcissima bambina dagli occhi azzurri.
«Non lo so» sospiro solamente. Senza riuscire a dire altro.
Ora vorrei che ci fosse mia zia qui con me. Lei saprebbe cosa dirmi. Lei saprebbe come farmi sorridere.
Invece sento soltanto la straziante voce di mia madre sospirare: «Da bambino eri così dolce. Perché ora è tutto così diverso?»
Mi volto di scatto. La terra sotto di noi vibra. Il pavimento si spacca colpito da un magnitudo 6.5, e dalle mattonelle infrante, coperte di sangue, giungono a noi le urla e gli aborti di tanti dolori soffocati in un tempo indecifrabile.
Vedo il vetro che copre la foto in cui quel bambino biondo sorride in braccio alla propria madre spaccarsi di colpo, e le tempie di quell’infante grondare viscido e scuro sangue.
E lo stesso colore del sangue che sta sgorgando dagli occhi di mia madre mentre urla: «Vorrei che tutto tornasse come prima.»
«Ma prima di cosa? Che cazzo ne sai tu del prima?» urlo, scagliandole la mano contro al petto, trapassandolo e strappandole via il cuore.
Lo vedo pulsare davanti ai miei piedi mentre grido: «Dove cazzo stavate tutti quando avevo bisogno di voi?»
«Ma di cosa parli? Perché devi sempre farmi sentire una pessima madre?»
«Perché lo sei stata!» urlo. E quell’urlo spacca tutto, persino il silenzio.
Attorno a noi non resta nulla. Nemmeno il silenzio si può udire. Ci avvolge un vuoto talmente vivido in cui lo sguardo doloroso e sgomentato di mia madre sembra dilatarsi in uno spazio infinito.
Attorno a me e in me non vedo altro che i suoi occhi, e sento soltanto il rumore pesante delle sue lacrime rigarle il viso.
Riesco appena a sussurrarle: «Mi dispiace, non dovevo dirlo», prima che lei, in lacrime, poggiando una mano contro al muro come se stesse venendo meno, in un flebile sussulto mi dice: «Tu, Nico e Anna siete la mia vita. Tu e Nico dovreste essere come dei padri per Anna.»
Improvvisamente le mie pupille si dilatano come quelle di un tossico, e le mura iniziano a spaccarsi, gettando contro di me pietre insanguinate.
Quel nome rimbomba nella mia testa, e per quanto io digrigni i denti esso non svanisce: resta impresso nelle mie carni come un ematoma, simile a un’insanabile ferita che non può smettere di sanguinare.
Il pavimento trema sotto ai miei piedi, il soffitto crolla, e una coltre di fumo rosso mi avvolge.
«Sono io che porto avanti la casa. Io! Non Nico» urlo, agitandomi come una bestia e spaccando tutto.
Le urla di mia madre si susseguono alle mie, nel mezzo di un turbinio di vetri infranti e colpi scagliati contro la pietra.
«Senza di me a chi avreste chiesto aiuto, a Nico?» grido ancora «Sì, quello se ne fotte di tutti noi! Se ne è andato per i fatti suoi, e chi deve occuparsi di tutto qui sono io. Io e solamente io! Neanche le tue sorelle pensano a noi, no. Ci sono solamente io, e tu che fai?»
Un impercettibile attimo di silenzio fende l’aria. I nostri due volti si fissano nel mezzo di un meriggio intramontabile, dove nulla mai rivivrà o morirà per sempre.
«Tu dici che sono io quello sbagliato!» urlo, colpendo con forza il muro e fracassando la foto di mio padre.
Lui crolla al suolo. Mi stringe ancora, e il suo volto è ora insanguinato.
Sento un boato infrangersi sul pavimento quando la cornice si frantuma in mille pezzi, e poi un fragore più forte attorno a me quando mia madre, in lacrime grida: «Io non ce la faccio più. Non ce la faccio più con te!»
Gli ultimi frammenti di vetro colmi del mio sangue si assestano sul pavimento. Dal mio pugno stretto gronda altro sangue che si addensa sul pavimento, mentre mia madre, ormai un fuscello poggiato contro al muro, in lacrime e tremula riesce solamente a sospirare: «Cosa ho fatto di male per meritarmi tutto questo?»
E cosa ha fatto di male lei? Cosa ho fatto di male io? Cosa ha fatto di male quella bambina cresciuta da sola, rinchiusa in una stanza, ora ombra di un fratello per lei morto?
Improvvisamente la mia rabbia si placa. Il mio sguardo osserva il corridoio al di là del corpo etereo di mia madre, percependolo gigantesco come quando ero bambino e scalzo vagavo lungo di esso in cerca della mamma.
Verrà lei a salvarmi?
No, io l’ho appena uccisa, e ciò che resta di lei giace per terra su di un freddo pavimento, a pochi passi dalla camera di mia sorella.
Vedo i suoi occhi chiusi e gonfi di lacrime. Il suo pallido volto è una smorfia di dolore. Lei ingoia le sue stesse lacrime, soffocando quasi e grattando le unghie contro al muro riuscendo soltanto a urlare: «Basta, basta, basta.»
Mi sta implorando di risparmiarla, ma non ci riesco. Non riesco a fare un passo. Non riesco a smettere di digrignare i denti. Non riesco a impedire alla mia mano di sanguinare, e così al mio cuore.
Alzo lo sguardo verso la camera di mia sorella, avvolto da un vortice di pesante e scuro catrame che soffoca ogni rumore.
La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
angoscia

Estratto di “Nuda”, romanzo che affonda gli artigli nel dramma dei disturbi alimentari, e nel bisogno di amore celato dietro di essi.

Restarono diversi minuti in un silenzio che pareva fatto di carne. Entrambi sembravano soltanto corpi che si urtano fra di loro in un mausoleo polveroso.
Una parte di Eva avrebbe voluto scappare lontano, ma in lei sentiva la forza prepotente di quell’uomo che sembrava non temere la solitudine insinuarsi sotto ai propri vestiti, denudandola, privandola di ogni corazza: persino della propria pelle.
Eva lo guardava senza capire, e senza capirlo, chiedendosi soltanto perché a conti fatti non l’avesse già mandata via.
Un piccolo sussulto si mosse nel petto di Eva, e faticando a guardarlo, sembrando quasi una ragazzina che arrossisce indugiando lo sguardo sul più ambito della classe, leggera sussurrò: «Non so cosa hai passato nella tua vita, non ti conosco nemmeno, ma dai tuoi quadri traspare molto dolore.»
Si guardò attorno, sfiorando i dipinti con gli occhi, mentre Max invece sembrava non vederla nemmeno, come se neanche l’avesse ascoltata.
«Io non sono mai riuscita a star bene con la gente» riprese, chinando lo sguardo e fissando le sue dita martoriate «ovunque sono andata, anche da piccola, mi sono sentita sempre fuori posto. Come se non mi sentissi a casa in nessun luogo. Come se nessuno appartenesse al mio mondo.»
A quelle parole lei notò gli occhi di Max fissarla intensamente. Sembrava quasi la stesse vedendo per davvero, come se la stesse toccando: il volto, le labbra, la pancia, il sesso. O magari la stava soltanto scrutando, quasi cercando di aprirle il torace per strapparle via il cuore e vedere se in esso ci stessero davvero le parole appena udite.
Forse stava osservando soltanto una ragazzina viziata seduta davanti a lui, giocando a fare la ragazza di mondo e piena di problemi. Oppure stava vedendo ciò che restava di Eva, gettato sul pavimento dopo l’ennesima abbuffata di vita: soltanto pezzi di carne sanguinolenti nel mezzo di fetido vomito.
Eva si sentiva ancora una volta sotto esame, proprio come sempre nella propria vita: a casa sua, con suo padre, con i ragazzi, e persino con Stefania.
Guardò le proprie dita e poi le unghie. Serrò le mani come volesse nasconderle e alzò gli occhi vedendo soltanto Max, come fosse ora parte dei dipinti che lo avvolgevano.
«Mio padre non si è mai accorto di me. Neanche una volta» aggiunse, quasi tremando nello sforzarsi di tenere alto lo sguardo.
Un piccolo e amaro sorriso le segnò il viso.
«So che stai pensando: che alla fine sono comunque una figlia di papà. Beh, lo sono! Sì, sono la figlia di un uomo ricco che non ha mai visto la propria bambina, neanche quando una sera, a soli quindici anni, fu costretto a raccattarla a una festa perché troppo ubriaca per tornare da sola a casa.»
Fece un attimo di silenzio. La stanza sembrava essere diventata più buia, liquida, quasi viscida.
Le ombre avvolgevano ogni cosa, inghiottendo i mobili, le mura, il pavimento, e il corpo di Eva immobile a tormentarsi le unghie rosicchiate.
Restavano soltanto i dipinti di Max, e lui in essi, fermo a osservare il nulla come se non volesse vedere il volto di Eva, perché non ne aveva la forza.
I suoi occhi vibravano come il corpo di un animale spaventato, mentre Eva cercava di raggiungerlo nuotando in un oceano di pece.
«Non si accorse nemmeno dei lividi sulle mie ginocchia e del mio trucco sbavato» uscì dalla bocca di Eva come un sospirò proveniente dal vento.
Abbassò lo sguardo e si fissò le dita, alzando poi appena gli occhi vedendo lo sguardo tremante di Max.
«Mi urlò contro solamente che ero una fallita. Non mi vide neanche. Non vedeva ciò che sua figlia aveva perso per sempre. Non vedeva nemmeno sua figlia!»
Restò un secondo zitta, come se stesse rivedendo l’intera scena, prima di dire: «Quando tornai a casa mi chiusi nel bagno e vomitai, e mentre lo facevo, lo sentivo urlare in cucina contro mia madre. Urlava: «Io non so cosa fare con tua figlia!»
Lui voltò il capo di scatto. I loro occhi si intrecciarono come un nodo troppo stretto per scioglierlo e stretto alla gola di un disperato che sta soffocando.
Sembravano due cani magri e stanchi, ormai ridotti a carcasse che vagano per strada sotto l’indifferenza di tutti, affamati, e stando assieme soltanto perché nessuno altro avrebbe mai accolto il loro dolore.
Eva era dunque soltanto un cucciolo di cui prendersi cura?
Gli occhi di Max sembrarono spaccarsi come un terreno di malta colpito dal sole, vedendo il volto di Eva arrossato dalle lacrime che iniziarono a colare dai suoi occhi, fino bagnarle le labbra tremanti, portando via le ultime tracce di rossetto, lasciando nude le labbra di una bambina impaurita.
Era dunque questo Eva? Un bambina mai vista da nessuno al mondo. Un corpo masticato. Una sposa tradita. Un figlio abortito.
Un dolore mai sanato né in lei, né in lui.
Eva guardò le proprie unghie, vedendo gocce di lacrime colpirle, quasi fossero pioggia.
Lo smalto regalatole da Stefania si stava spaccando, come il suo cuore. Era rosso. Le sue unghie sembravano quelle di un cadavere: spaccate e ricoperte di sangue.
Chiuse di scatto i pugni, sorridendo cinicamente e sentendo le proprie lacrime scivolarle sulle labbra.
«Già, davvero una ragazzina ricca e viziata!» aggiunse, incapace di frenare le lacrime che incontrollabile le scorrevano sul viso, quasi bruciandole la pelle. «Una ragazzina che ha dato se stessa in ogni modo, pur di sentirsi voluta. E alla fine, riducendosi a una malata di merda! Non altro che una malata di merda!» urlò, iniziando a piangere senza alcun controllo, stringendo fra le mani il volto, agitandosi e strillando disperata: «Una malata di merda! Una schifosa malata di merda!»
Scoppiò a piangere a dirotto, sempre più forte: un pianto inumano che pareva l’urlo di una bestia legata.
Le lacrime le stavano deformando il viso Non riusciva a fermarsi. Le lacrime la soffocavano, mentre tremava e urlava, rannicchiata in se stessa come una madre straziata da un dolore bestiale per la perdita di un figlio.
Ed era lei quel bambino morto?
Eva era di nuovo svanita, e in una parte di se stessa lo sapeva, ma lui non doveva saperlo, e lei non doveva vederlo.
Eva non ci stava più. Al posto suo ci stava soltanto la sua malattia, e stava ruggendo contro di lei, contro di Max, contro il mondo intero.
La sua malattia le stava spaccando le ossa e le stava aprendo le carni, uscendo dal suo grembo come un figlio mostruoso di cui si ha il terrore, ma che non si riesce a uccidere.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ho chiuso tutto in lenzuola insanguinate.
Ricordo che il pomeriggio in cui il mio cuore smise di battere, mentre mio fratello guardava un film dell’orrore, e sulla mia pelle ancora pulsava un orrore che non comprendevo, raccolsi le lenzuola dal mio letto e le portai nel bagno.
Le gettai nella vasca e feci scorrere su di esse l’acqua.
Non sapevo come si lavassero le lenzuola, ma avevo visto tante volte mia madre farlo quando d’inverno non bagnavo solamente le lenzuola, ma anche la trapunta, costringendola a spaccarsi la schiena per lavarla nella vasca.
Se mio padre mi avesse visto in quel momento si sarebbe limitato a chiamarmi frocio, proprio come sempre, oppure mi avrebbe annegato in quella stessa vasca? Magari affogandomi nello stesso sangue che vidi sciogliersi fra acqua e sapone, proprio come fosse quello visto nei numerosi film dell’orrore che mio fratello mi costringeva a guardare.
Ma quel sangue non sarebbe andato via cambiando canale. No, e non mi sarebbe bastato correre nel letto di mia madre e mio padre per non vederlo sulla mia pelle.
Quel sangue doveva sparire e basta! Nessuno doveva vederlo.
Non sapevo perché, ma sentivo che quello era un delitto da cancellare. Una colpa troppo grande per mostrarla al mondo. Un segreto inconfessabile che non avrei mai potuto condividere con nessuno, tantomeno con la mia famiglia.
Cercai di cancellarlo del tutto, sfregando con una forza maggiore dei miei undici anni quel lenzuolo, piangendo pur senza conoscerne il motivo. Piangendo, lasciando che le mie lacrime si mischiassero al mio stesso sangue, mentre nell’altra stanza mio fratello sorrideva guardando un film dell’orrore.
Ricordo ancora quella sua risata. Non capivo il perché, ma in quel momento avrei voluto conficcargli un coltello dritto in gola.
Avrei gioito nel vedere il suo sangue, e invece ero costretto a fissare il mio di sangue, cercando di cancellarlo, mentre il mio piccolo corpo mi faceva tremendamente male come fosse un insieme di lividi freschi, e percepivo qualcosa di strano nella mia pancia: come un buco! Una voragine. E non era fame, no, era qualcosa che mancava. Qualcosa che qualcuno aveva portato via, e che non mi sarebbe mai più stata ridata.
Quel pomeriggio ero stato mutilato non solamente nel corpo, ma anche nell’anima, e quando mia madre tornò, mentre guardava il lenzuolo steso maldestramente sullo stendino fuori al balcone, mi rimproverò solamente di averla fatta nuovamente a letto, e di aver persino scolorito le lenzuola cercando di lavarle.
Non si accorse che quell’alone rosso non era tintura, ma il mio sangue. Non vide il mio sangue in quel momento, mentre mio fratello continuava a fissare il televisore, e io immobile davanti a lei, a testa bassa, desiderai per la prima volta di morire.
Fu forse allora che perse per sempre il suo piccolo bambino. E ora che le ho spaccato il cuore, potrò più dirle che quel bambino le stava chiedendo solamente un abbraccio? Che le stava chiedendo solamente che qualcuno pulisse dal proprio corpo quel sangue, come lui non era riuscito a fare da quelle lenzuola.
Lei non vide mai quel sangue, né l’avrebbe mai più visto. No, quelle lenzuola nessuno le pulirà mai. Rimarranno per sempre sporche, ma nascoste nel mio cuore. Non chiederò mai più a nessuno di pulirle. Non chiederò più a nessuno di pulire tutto il sangue che la vita mi ha gettato addosso, perché ora che la mia pelle è piena del sangue di mia madre, ogni delitto subito mi sembra una carezza a confronto del male da me commesso.
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