Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
Mio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.
Affretto il passo. L’aria è fredda, ma cammino così velocemente che non sento neanche il vento, e ora non riesco a udire nemmeno i rumori delle auto alla mia sinistra.
Sono quasi arrivato. Ho ancora dieci minuti per timbrare il cartellino. Ancora dieci minuti prima di dover tornare in gabbia.
Le auto scorrono velocemente, mentre palazzi e fabbriche si susseguono attorno a me, e davanti ai miei occhi non vedo altro che un orizzonte di cemento.
Alzando lo sguardo vedo venire verso di me, lenti e pesanti, una famiglia di Rom. Ne sono tre. No, anzi, quattro, ma uno di loro, un bambino di appena dieci anni vestito con stracci abbinati a caso e dalla pelle scura come la terra, si è fermato a rovistare in un cassonetto dell’immondizia, mentre gli altri: un uomo vecchio, sdentato e dalla grossa pancia; una donna grassa e molle con attorno alla testa un pesante scialle di lana rosa e verde; e ancora una ragazzina forse dodicenne vestita di stracci e dall’aria cattiva, continuano a venire verso di me fissandomi come se neanche esistessi.
La ragazzina spinge un vecchio carrozzino con sopra un cartone colmo di rifiuti raccattati per strada. La donna trascina un grosso bustone scuro, pieno di chissà cosa, e il sudore le cola dalla fronte insinuandosi fra rughe che mi sembra quasi di poter toccare, mentre l’uomo fuma, ansimando, seguendo a passo lento le due donne, sudando e respirando faticosamente come se il suo cuore stesse per esplodere.
Mi passano accanto. Una forte puzza di cipolla marcia e sudore stantio mi riempie il naso, mentre intanto il ragazzino fatica a tirarsi via dal cassonetto annerito dalle fiamme, per poi correre verso la sua famiglia, passando accanto a me e arrivando a loro ormai alle mie spalle, sorridendo e stringendo fra le mani luride uno zainetto rotto.
Mentre mi passa accanto, ci guardiamo un istante. Giusto un attimo. Il tempo del battito d’ali di un colibrì. Un istante che non ci sarà mai più concesso. Quell’attimo in cui ci troviamo simili. In cui il vento emanato dal suo passaggio ci fa quasi sentire due esseri umani nello stesso spazio vitale.
Cercava forse l’amore di suo padre scavando fra quei rifiuti?
Quando avevo sette anni feci un lavoretto a scuola, di quelli che si fanno durante le feste comandate. Era Pasqua. La maestra aveva obbligato tutti a comprare una confezione di mollette di legno, dell’ovatta, una pallina da tennis, un cartoncino giallo e uno arancio, della colla e della carta crespa gialla.
Feci quel lavoretto mettendoci tutto me stesso. Avrei voluto fare altro, ma la maestra ci costrinse a creare con le stecche delle mollette una specie di sole coperto dall’ovatta, in cui stava posto un tenero pulcino.
Ero forse io quel pulcino?
Quando lo portai a mio padre, lui lo guardò appena, mentre facevi i conti per il lavoro.
Attendevo un suo complimento, e invece mi diede solamente duemila lire come premio. Proprio come fossi una puttana.
Vedo quel bambino porgere lo zaino a suo padre, ma lui neanche guarda. È la sorella a prenderlo per gettarlo senza cura nel carrozzino, e poi spariscono lontano: lontani da me, lontani fra loro.
Li fisso soltanto qualche istante, prima che svaniscano nel nulla, forse proprio come i sogni di quel bambino.
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Estratto di “Nuda”, romanzo che affonda gli artigli nel dramma dei disturbi alimentari, e nel bisogno di amore celato dietro di essi.

Restarono diversi minuti in un silenzio che pareva fatto di carne. Entrambi sembravano soltanto corpi che si urtano fra di loro in un mausoleo polveroso.
Una parte di Eva avrebbe voluto scappare lontano, ma in lei sentiva la forza prepotente di quell’uomo che sembrava non temere la solitudine insinuarsi sotto ai propri vestiti, denudandola, privandola di ogni corazza: persino della propria pelle.
Eva lo guardava senza capire, e senza capirlo, chiedendosi soltanto perché a conti fatti non l’avesse già mandata via.
Un piccolo sussulto si mosse nel petto di Eva, e faticando a guardarlo, sembrando quasi una ragazzina che arrossisce indugiando lo sguardo sul più ambito della classe, leggera sussurrò: «Non so cosa hai passato nella tua vita, non ti conosco nemmeno, ma dai tuoi quadri traspare molto dolore.»
Si guardò attorno, sfiorando i dipinti con gli occhi, mentre Max invece sembrava non vederla nemmeno, come se neanche l’avesse ascoltata.
«Io non sono mai riuscita a star bene con la gente» riprese, chinando lo sguardo e fissando le sue dita martoriate «ovunque sono andata, anche da piccola, mi sono sentita sempre fuori posto. Come se non mi sentissi a casa in nessun luogo. Come se nessuno appartenesse al mio mondo.»
A quelle parole lei notò gli occhi di Max fissarla intensamente. Sembrava quasi la stesse vedendo per davvero, come se la stesse toccando: il volto, le labbra, la pancia, il sesso. O magari la stava soltanto scrutando, quasi cercando di aprirle il torace per strapparle via il cuore e vedere se in esso ci stessero davvero le parole appena udite.
Forse stava osservando soltanto una ragazzina viziata seduta davanti a lui, giocando a fare la ragazza di mondo e piena di problemi. Oppure stava vedendo ciò che restava di Eva, gettato sul pavimento dopo l’ennesima abbuffata di vita: soltanto pezzi di carne sanguinolenti nel mezzo di fetido vomito.
Eva si sentiva ancora una volta sotto esame, proprio come sempre nella propria vita: a casa sua, con suo padre, con i ragazzi, e persino con Stefania.
Guardò le proprie dita e poi le unghie. Serrò le mani come volesse nasconderle e alzò gli occhi vedendo soltanto Max, come fosse ora parte dei dipinti che lo avvolgevano.
«Mio padre non si è mai accorto di me. Neanche una volta» aggiunse, quasi tremando nello sforzarsi di tenere alto lo sguardo.
Un piccolo e amaro sorriso le segnò il viso.
«So che stai pensando: che alla fine sono comunque una figlia di papà. Beh, lo sono! Sì, sono la figlia di un uomo ricco che non ha mai visto la propria bambina, neanche quando una sera, a soli quindici anni, fu costretto a raccattarla a una festa perché troppo ubriaca per tornare da sola a casa.»
Fece un attimo di silenzio. La stanza sembrava essere diventata più buia, liquida, quasi viscida.
Le ombre avvolgevano ogni cosa, inghiottendo i mobili, le mura, il pavimento, e il corpo di Eva immobile a tormentarsi le unghie rosicchiate.
Restavano soltanto i dipinti di Max, e lui in essi, fermo a osservare il nulla come se non volesse vedere il volto di Eva, perché non ne aveva la forza.
I suoi occhi vibravano come il corpo di un animale spaventato, mentre Eva cercava di raggiungerlo nuotando in un oceano di pece.
«Non si accorse nemmeno dei lividi sulle mie ginocchia e del mio trucco sbavato» uscì dalla bocca di Eva come un sospirò proveniente dal vento.
Abbassò lo sguardo e si fissò le dita, alzando poi appena gli occhi vedendo lo sguardo tremante di Max.
«Mi urlò contro solamente che ero una fallita. Non mi vide neanche. Non vedeva ciò che sua figlia aveva perso per sempre. Non vedeva nemmeno sua figlia!»
Restò un secondo zitta, come se stesse rivedendo l’intera scena, prima di dire: «Quando tornai a casa mi chiusi nel bagno e vomitai, e mentre lo facevo, lo sentivo urlare in cucina contro mia madre. Urlava: «Io non so cosa fare con tua figlia!»
Lui voltò il capo di scatto. I loro occhi si intrecciarono come un nodo troppo stretto per scioglierlo e stretto alla gola di un disperato che sta soffocando.
Sembravano due cani magri e stanchi, ormai ridotti a carcasse che vagano per strada sotto l’indifferenza di tutti, affamati, e stando assieme soltanto perché nessuno altro avrebbe mai accolto il loro dolore.
Eva era dunque soltanto un cucciolo di cui prendersi cura?
Gli occhi di Max sembrarono spaccarsi come un terreno di malta colpito dal sole, vedendo il volto di Eva arrossato dalle lacrime che iniziarono a colare dai suoi occhi, fino bagnarle le labbra tremanti, portando via le ultime tracce di rossetto, lasciando nude le labbra di una bambina impaurita.
Era dunque questo Eva? Un bambina mai vista da nessuno al mondo. Un corpo masticato. Una sposa tradita. Un figlio abortito.
Un dolore mai sanato né in lei, né in lui.
Eva guardò le proprie unghie, vedendo gocce di lacrime colpirle, quasi fossero pioggia.
Lo smalto regalatole da Stefania si stava spaccando, come il suo cuore. Era rosso. Le sue unghie sembravano quelle di un cadavere: spaccate e ricoperte di sangue.
Chiuse di scatto i pugni, sorridendo cinicamente e sentendo le proprie lacrime scivolarle sulle labbra.
«Già, davvero una ragazzina ricca e viziata!» aggiunse, incapace di frenare le lacrime che incontrollabile le scorrevano sul viso, quasi bruciandole la pelle. «Una ragazzina che ha dato se stessa in ogni modo, pur di sentirsi voluta. E alla fine, riducendosi a una malata di merda! Non altro che una malata di merda!» urlò, iniziando a piangere senza alcun controllo, stringendo fra le mani il volto, agitandosi e strillando disperata: «Una malata di merda! Una schifosa malata di merda!»
Scoppiò a piangere a dirotto, sempre più forte: un pianto inumano che pareva l’urlo di una bestia legata.
Le lacrime le stavano deformando il viso Non riusciva a fermarsi. Le lacrime la soffocavano, mentre tremava e urlava, rannicchiata in se stessa come una madre straziata da un dolore bestiale per la perdita di un figlio.
Ed era lei quel bambino morto?
Eva era di nuovo svanita, e in una parte di se stessa lo sapeva, ma lui non doveva saperlo, e lei non doveva vederlo.
Eva non ci stava più. Al posto suo ci stava soltanto la sua malattia, e stava ruggendo contro di lei, contro di Max, contro il mondo intero.
La sua malattia le stava spaccando le ossa e le stava aprendo le carni, uscendo dal suo grembo come un figlio mostruoso di cui si ha il terrore, ma che non si riesce a uccidere.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Avanzo a passo svelto lasciandomi alle spalle la stazione centrale, proseguendo davanti a cumuli di bancarelle e teloni che emergono da alcuni vicoli, come mani pronte ad afferrare ogni passante.

Nel mezzo di logori tendoni di plastica erosa dalla pioggia si muovono volti, voci, sguardi, odori, puzze, passi. Decine di persone si accalcano come una mandria di lente e pesanti mucche. Ci sfioriamo tutti. Sento la voce della casalinga che parla in dialetto, lamentandosi di chissà chi con un’altra donna. Alla mia destra l’onesto lavoratore urla al proprio telefono cellulare. Un ragazzino di appena dodici anni fischia verso una ragazzina appena passata mano nella mano del proprio ragazzo, e due persone stanno ferme davanti alla vetrina di un negozio, fissando un cellulare da ottocento euro.

Un riciclo di persone entra ed esce da minuscoli bar. Un uomo grasso, dalla faccia molle, mangia una pizzetta a bocca aperta, poggiato contro al muro di un palazzo e facendosi colare il sugo sul mento, mentre un vecchio simile a uno scheletro impreca in dialetto contro un nigeriano che gli passa davanti tagliandogli la strada con un carello pieno di borse taroccate.

Mi trovo in un tornado di volti, di aliti, di sguardi. Vedo occhi ovunque, e mi sento come gli occhiali falsi o le statuette di legno poggiate su bancarelle poste sotto a un cielo di teloni sotto ai quali si muove un fiume di carne, e occhi bianchissimi incastonati in pelle nera ci fissano, invidiandoci, e forse desiderando di ucciderci.

Hanno il volto stanco e arrabbiato di chi non ha niente ed è costretto ogni giorno a vedere sotto ai propri occhi il benessere di altri. Le loro mani sono rugose e colme di ferite, i loro talloni sono callosi e crepati, e le ossa sembrano spaccargli la pelle.

Nessuno manderà per loro un sms solidale. Nessuno li salverà mai. Nessuna ragazza desiderosa di salvare la Siria o la Palestina scoperà mai con loro. Sono da soli. Stanno morendo. Non esistono nemmeno.

Loro sono quel bambino biondo che si pisciò nei calzoni al primo anno d’asilo.

E io li vedo?

Non posso che andare ancora avanti. Ho i conati di vomito e la testa gira, e camminando a testa bassa incrocio un uomo basso e grasso, due vecchi e una donna pacchiana immobili davanti a un banco di legno.

L’uomo grasso ha il volto abbronzato dal sole e continua a sorridere, muovendo velocemente sul banco tre piccole carte da gioco, mentre a due passi da loro tre piccoli ragazzi Rom camminano velocemente, con occhi luminosi e furbi, cercando come sfogare il dolore di una vita che li ha reclusi.

Io avanzo il passo. La gente attorno a me non svanirà mai, e lo so. Il vento scorre fra i palazzi, tra i tubi di ferro che sovrastano la stazione della metropolitana e contro la statua di un eroe che osserva l’intera piazza, spazzando via rifiuti e verdure che marciscono agli angoli della strada.

Guardo il posto dove la notte prima ho visto Angela. Lei non ci sta. Lei è altrove, e io non so dove.

Vedo solamente corpi calpestare il cemento dove lei mille volte ha ricevuto una sentenza di morte, e so che in fondo è inutile anche pensarla.

Lei non esiste. Io non esisto.

Alcuni entrano in un ristorante, altri in un negozio di scommesse sportive, e altri ancora in un negozio di telefonia.

Cerco di non guardare nessuno di loro. Raggiungo la statua posta a una delle estremità della piazza.

Quell’eroe fissa una città che ha abbandonato ormai da secoli, mentre attorno a lui alcuni uomini di colore stanno immobili bevendo birre in latta, e altri cercano di vendere merce raccolta dai rifiuti e poggiata su bancarelle di cartone.

Chino lo sguardo. È un attimo. Solamente un attimo! Un impercettibile battito del cuore nel mezzo di un turbinio di voci confuse.

Davanti agli occhi, come se ogni immagine giungesse a me da una pesante coltre di fumo, vedo solamente pelle rugosa, due piccoli e stanchi occhi apparire a malapena da rughe simili a fiordi, e magre ginocchia poggiate sul freddo cemento.

Il suo corpo è coperto di stracci. Ha scarpe di vernice attorno ai piedi gonfi, i collant che porta alle gambe non riescono a coprirle del tutto scheletrici e rugosi polpacci colmi di vene varicose, e il misero giubbotto di tela che indossa e talmente zeppo di tagli che mi sembra di udire il violento fischio del vento muoversi in essi.

I suoi capelli bianchi sembrano volare al vento da sotto al cappuccio del suo giubbotto, e la sua mano magra e venosa è come congelata nell’aria, tesa verso la gente che l’attraversa senza vederla, trapassandola come fosse fatta d’aria.

Lei sta lì ferma in ginocchio con la testa china, ma nessuno la vede. Neanche io la vedo, oltrepassando lei e quel cartello con su scritto “Ho fame”.

Faccio ancora un passo. Il mio piede, pesante e atrofizzato come le rigida membra di un vecchio prossimo alla morte, si poggia appena sull’asfalto, fermandosi assieme a ogni parte di me, mentre decine di corpi continuano a scorrere attorno a me e a lei, simili a una violenta folata di sabbia. Abbandonandoci. Senza vederci. Sfumando chissà dove, e susseguendosi all’infinito.

Sento il vento trapassarmi, insinuandosi sotto le frange del mio cappotto e fin dentro la mia pelle, come se la mia pelle si stesse agitando per staccarsi dalle ossa.

Ho freddo. Improvvisamente provo un freddo innaturale, come quello che si percepisce un attimo prima della morte.

Mio padre provò la stessa sensazione prima di morire?

Mi volto lentamente. Lei sta ancora lì. E immobile come una statua di calcare, e davanti a lei non vede che corpi veloci: vestiti che si mischiano in un solo incomprensibile colore, e voci che si intrecciano al punto da diventare un confuso e agghiacciante ronzio.

Lei è sola. È sola al mondo. Sta morendo, e nessuno fa niente.

E io posso fare qualcosa?

I miei occhi sono sprofondati in una fossa buia, e sul mio corpo pietrificato, mentre fisso lo sguardo triste e rassegnato di quella vecchia donna, un’improvvisa e lancinante tristezza si diffonde sul mio corpo avvolgendolo come una ragnatela di pulsanti capillari.

È lo sguardo di mia madre che mi fissa? La sto condannando a fare la fine di quella donna?

Vorrei piangere, ma non ci riesco. Vorrei urlare, ma non ci riesco.

Dalla mia fronte gronda gelido sudore, e il petto sembra spaccato dai battiti del mio cuore, mentre vedendo quella donna osservo il volto insanguinato di mia madre, immobile su di una sedia a fissare un televisore.

Lascio appena cadere una moneta a terra. Lei sorride. Io non dico niente e scappo via. Fuggo via da lei, da mia madre, e dalla mia colpa.

Un euro. Solamente un euro.  È questo il prezzo della vita di mia madre?

Ecco, sono ancora fermo davanti a una porta di plastica. Ho paura e sto bagnando il mio grembiulino.

Mia madre stavolta mi abbraccerà? Qualcuno abbraccerà mai quella donna? Io abbraccerò mai mia madre?

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Estratto dal racconto: “Il profumo di mia madre”.

Daniele non vedeva più niente. I suoi occhi sembravano grigi, privi di luce: soltanto due palle nere fisse nel vuoto, mentre il suo corpo meccanicamente avanzava sotto un cielo talmente grigio da sembrare di cemento.
Gli pareva dello stesso colore di quando fu sepolto suo padre, e come allora le persone attorno a lui gli sembravano informi, quasi inesistenti.
Le persone che oltrepassava erano fatte di fumo, e così le auto e i palazzi. Non udiva alcun rumore. Non sentiva nessun odore o alcuna puzza.
Nella propria testa udiva soltanto rimbombare la parola udita poco prima, e che in una attimo gli aveva spaccato le ossa.
Si trascinava come una bestia ferita. Scrutava davanti a sé come fosse un fantasma, non distinguendo alcun volto, vedendo soltanto un vortice di sagome che gli venivano incontro o lo superavano.
Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida, e decine di gambe marciavano ai suoi fianchi, rumorose, battendo su un cemento che ormai sembrava inesistente sotto ai piedi di Daniele.
Daniele non udiva altro che un fastidioso brusio, come fosse nel mezzo di uno sciame di mosche, e i rumori fulminei delle auto in corsa e dei clacson che stridevano gli sembravano urla mostruose provenienti dal vuoto.
Vetrine e volti si susseguivano. L’odore di focaccia calda proveniente da qualche pizzeria e il profumo di dolci scaturito dalla porta di una pasticceria si mischiavano alla puzza di catrame emanata dalle auto, al fetore di sudore delle persone che lo attraversavano, e al tanfo di immondizia proveniente da alcuni vicoli ai bordi della strada che continuava a percorre come se nemmeno si trovasse lì, ma fosse altrove, fermo ancora davanti all’uomo che in due secondi gli aveva tolto tutto.
Sospirò, portandosi la mano al petto come se stesse cercando di accarezzare qualcosa che non poteva toccare né vedere, ma che sapeva in lui, presente, incisivo, enorme.
Restò immobile nel mezzo della folla. Volti, sguardi, corpi lo attraversavano velocemente, e contro di lui vedeva bocche muoversi come se stessero urlando senza voce, e le mura dei palazzi gli sembravano scogliere erose da troppe onde.
Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria e subito lui iniziò a tossire: prima alcuni colpo secchi, così potenti da fargli vibrare il petto, mozzandogli il respiro e sovrastando persino il rumore delle auto; poi colpi veloci quanto una serie di pugni: e lui li sentiva tutti dritti nel petto quei pugni!
Il torace gli si contraeva velocemente, per poi esplodere in uno spasmo inumano, come se si stesse spaccando.
Non riusciva a riprendere fiato. Il cuore gli pulsava nelle orecchie, e le voci, i rumori delle auto, la musica proveniente da negozi gli sembravano un turbinio melmoso in cui si scagliavamo le luci giallognole dei lampioni e dei fari delle auto, ora sempre più opache innanzi ai suoi occhi gonfi di lacrime.
Quando riprese fiato, rantolando come una bestia, ripensò alle parole dette poco prima a Sofia, prima di uscire da casa:
«Di certo è soltanto bronchite» le aveva detto, e ora guardando il palmo della propria mano tremula davanti a lui, sporco soltanto di muchi, quasi gli venne da sorridere.
Aveva pensato ci dovesse essere del sangue. Né rimase quasi deluso nel non vederlo, sentendosi ancora una volta un inetto, un incapace, un fallito.
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E in solo un mese ecco il mio secondo racconto su Il Roma.

Amoressia (così è il titolo originale) nasce come compito svolto durante il primo anno della scuola di scrttura creativa Lalineascrtta: il solo compito che strappò alla mia maestra Antonella Cilento un: “Questo va benissimo!”, e ora incorporato nel mio romanzo “Nuda”.

Nuda

Lasciò cadere la mano sul lavello e si osservò in cerca di ogni minimo difetto del suo corpo, passando alla rassegna il più insignificante neo, scucendosi di dosso la pelle per poi osservarla al microscopio. Osservando quel corpo che la terrorizzava e l’attraeva. Un corpo che un giorno le sembrava un impareggiabile e meraviglioso altare, e un giorno ancora soltanto la peggiore delle fosse colma di puzzolenti cadaveri.
Come sarebbe stata agli occhi della prossima persona che l’avrebbe stretta?
Ancora una volta il suo pensiero tornò a Max. Gli occhi parvero paralizzarsi innanzi a un’angosciante consapevolezza, e si sentì ricoprire da un liquido manto di vergogna: una vergogna tossica che le entrava nelle vene come il veleno di una vipera.
Coprì quelle paure e ogni vergogna con del belletto, del mascara e del rossetto.
Adesso ero perfetta.
Era una bambolina immacolata da amare, e la peggiore delle troie da usare.
Dietro a quel trucco aveva nascosto infiniti volti, tanto che ormai non ricordava nemmeno più quali fossero davvero i propri lineamenti.
La ragazza che fissava allo specchio non era Eva, ma soltanto una sconosciuta; ciò che la sua malattia aveva lasciato di lei: un corpo perfetto che avvolgeva come un sudario un cadavere imperfetto.
Se l’avesse tolto dalla propria pelle avrebbe visto soltanto ossa marce su cui ancora erano incisi aguzzi morsi che facevano male anche solo a guardarli.
Quei morsi Eva li sentiva ancora sulla propria pelle, e alcuni avevano dei nomi, dei volti, degli occhi, delle labbra; altri erano stati così veloci e lancinanti da non aver lasciato in lei nessun immagine, ma soltanto l’atroce sensazioni di mani che ti afferrano nella notte per trascinarti al suolo, il rumore dei vestiti che si stracciano, poi delle urla, delle spinte nella pancia, e infine soltanto lacrime e puzza di sperma.
Nel tempo aveva imparato a non sentirla più quella puzza, come una puttana che non sente il sapore della gomma di un preservativo e che poi resta immobile, a gambe aperte, fissando il vuoto mentre qualcuno le fiata sul collo e le si muove dentro.
Eva ormai sentiva soltanto il profumo del trucco sul proprio viso, il suo nemmeno lo ricordava più. Non sentiva niente, non provava niente, non era nulla, se non l’immagine di una malattia che la proteggeva da tutto, come un guanto da cucina avvolge una mano, ma che la lasciava insensibile a ogni calore.
Il dolore le aveva anestetizzato anche la ragione, o forse le aveva dato solamente una scusa per assopirsi, così che Eva potesse dare alla propria droga la colpa di ogni sua azione.
Era quella la verità. Lo sapeva. L’aveva già vissuta diverse volte, e poi vomitata velocemente.
Avrebbe vomitato ancora?

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LA FINESTRA CHIUSA

Da piccolo ricordo che mia madre mi amava come se fossi un tesoro prezioso da custodire. Come fossi la sua bambola, il suo trofeo, la sua rivincita.
Ero il suo amore da preservare. La parte bella di lei da tutelare.
Eppure non vide mai il sangue sulla mia pelle.
Steso per terra, ora che sento queste calde lacrime scorrere sulla pelle ruvida del mio viso, fissando un materasso nudo e orrendo come un cucciolo squartato, la rivedo quando entrò in casa dopo quel dannato pomeriggio.
Non vide il sangue, no, né io glielo mostrai.
Perché non glielo mostrai?
Mi ripiego sul pavimento come un insetto schiacciato, piangendo e stringendo la mia testa fra le mani, ingoiando le mie lacrime e il sangue che continuo a sputare a ogni colpo di tosse.
No, non fu colpa di mia madre. Non fu colpa di mio padre.
Quel sangue era rinchiuso in una stanza da me sigillata. Fetido e nauseante, celato nel volto di un bambino che si stava indurendo come la roccia.
Quel sangue era davanti ai loro occhi, ma io mi affannavo per coprirlo. Per nasconderlo. Per celarlo dietro a lenzuola pulite che mi rendessero immacolato.
Avrei forse dovuto dirlo?
Tremando, strisciando verso lo specchio, vedo una sola parola incisa sul muro: “Violenza, violenza, violenza, violenza”.
La fisso mentre il materasso gronda sangue bollente che inizia a bruciarlo, e urla di bambini martoriati echeggiano nel fumo che sovrasta la stanza.
Le mura attorno a me sembrano comprimersi come un organo divorato da un cancro, lasciando scorrere sangue e pus, simile allo schifo che sputo per terra, rigirandomi su di un lato e continuando a tossire.
La tosse è sempre più forte, come le lacrime di mia sorella e la voce di mia madre che mi dice: «Tony, per favore, esci. È la vigilia di Natale, non lasciarmi sola questa notte.» Quella sua voce che simula il suono di una donna morta decenni fa, e che ma più potrà riabbracciarmi. Quella sua voce che spera ancora, pur sapendo che tutto è finito, e noi non siamo altro che cadaveri sepolti da gelide macerie.
Eppure quella voce sembra giungere a me come un sogno lontano: non altro che una visione che si intravede durante il dormiveglia, mentre tossendo ancora e sputando sangue mi trascino debole verso la finestra, udendo la voce di mia madre, in lacrime, dirmi: «Per favore, apri questa porta.»
Ma la porta resta chiusa. I nostri mondi restano divisi. E mentre mi trascino verso la finestra sento appena le sue lacrime, e poi i passi di mia sorella che si allontanano.
Non sento più alcun rumore. Non vedo niente, se non una macchia dietro al vetro della porta, forse simile a quella che mi sta divorando il petto e la vita.
Tossisco ancora. Sputo sangue, e respirando a fatica lo ingoio, cadendo al suolo con la faccia sul mio stesso sangue.
Cerco di farmi forza. Irrigidisco le braccia, e come un insetto dalle zampe mozzate mi trascino sul pavimento, raggiungendo il muro e restano immobile contro di esso, respirando lentamente la puzza di decomposizione attorno a me.
Ansimando, ingoiando ancora il sangue che mi cola dal naso, sfioro il muro alle mie spalle come se stessi toccando il viso di mia madre. Lo sfioro, mentre lei non tocca niente se non un vetro che ci divide e ci dividerà per sempre.
Tremando, la mia mano scivola sulla scritta: “Scusami per i baci mai dati. Per quelle carezze che desideravi e mai ti ho donato. Scusami per tutte le volte in cui avrei dovuto ascoltarti e non l’ho fatto. Scusami per il dolore che ti ho cucito addosso, e scusami per il sangue. Scusami se ho sporcato il tuo cuore con il mio sangue. Scusami se non sono stato capace di vivere. E scusami per essere nato: non sono il figlio che desideravi.”
La mia mano scivola ancora, lentamente, su quelle ruvide parole, ormai simili alla mia pelle, e la mano di mia madre scorre contro al vetro della porta che ci separa, condannandoci a un silenzio inumano, bestiale, straziante.
In questo soffocante silenzio sembra quasi che ci stiamo fissando, come se fossimo entrambi chiusi in questa gabbia. Ma è solamente la sua voce che giunge a me, come se provenisse dal passato. Una voce così atroce e dolorosa da farmi balzare il cuore, mentre odo un triste canto avvolgere l’intera stanza: la voce di mia madre, lacrimosa e ora vicinissima, cantare soffocata dal pianto:
«Dormono le case, dorme la città,
Solo un orologio suona e fa tic tac;
Anche la formica si riposa ormai,
Ma tu sei la mamma e non dormi mai.»
Stringo i pugni e digrigno i denti con una tale rabbia da sentire in bocca il sapore del sangue.
Sento la sua voce, simile a una supplica, scavarmi nel cuore e nell’anima, e le mie ossa si spaccano come le mura attorno a me, mentre la sua mano sfiora la porta come se fosse quel bambino biondo che mai più accarezzerà.
Sento ancora la sua voce cantare come faceva con quel bambino ormai morto, sepolto in una stanza colma di vomito e piscio.
La sento singhiozzare amaramente. Sempre più dolorosa. Sempre più vicina, come il pianto che ci unisce. E la sua voce debole, che svanisce nell’aria cantando:
«Quando sarò grande comprerò per te
Tante cose belle come fai per me,
Chiudi gli occhi e sogna quello che non hai,
I tuoi sogni poi mi racconterai.»
La sua voce svanisce nell’aria come il velo di una sposa ormai morta che vola nel vento. Non resta altro che silenzio. Cemento attorno a noi, e gelo sulla pelle.
Sento soltanto il fruscio della sua mano contro al vetro. Il suo respiro che non sfiorerà mai più la mia pelle. E il suo carnale pianto ricordarmi che sta morendo.
Ecco, è Natale, e io e mia madre stiamo morendo.