Tratto dal romanzo “Nuda”.

Arrivata al centro della pista, dove stava prima, non le sembrò di vedere nemmeno Stefania. Non vedeva niente. Tutto era un gioco di caravaggesche ombre che si susseguivano in una danza liquida e informe.
Volti, occhi, toraci, mani, braccia: non riusciva più a vedere corpi, ma soltanto pezzi umani che si dimenavano nel buio, e urla bestiali che le stritolavano le carni, come se fosse in un enorme mattatoio dove le bestie venivano macellate ancora vive.
Di lei quale parte del corpo era rimasta?
Un sorriso tremulo le deformò il viso, simile alla smorfia di un pagliaccio, e i suoi muscoli iniziarono a muoversi dapprima lenti, poi velocemente, come se ne avesse perso il controllo e ormai fosse diventata una marionetta mossa da invisibili fili.
Guardò attorno a sé con aria persa, quasi i suoi occhi fossero diventati di gesso.
Soltanto luci attorno a lei, corpi, mani, voci, urla, e la terra che sembrava tremare mentre lei da sola, abbandonata, ballava nel mezzo di carne sanguinolenta come fosse un quarto di bue che penzola da un gancio.
Stefania era sparita. L’aveva abbandonata. Eva era da sola, fragile, distrutta, gettata per strada come una bambola troppo vecchia per essere amata, o una puttana accoltellata perché troppo vecchia per essere ancora sfruttata.
Eva ebbe voglia di fermarsi e piangere, ma non una sola lacrima colò dal suo viso.
Sentì una mano afferrarle il braccio. Si voltò, ma non era Stefania. Era un uomo! Forse quello incontrato al bancone. Forse quello che l’aveva fermata all’inizio della serata. Forse Alessandro. Forse Mario. Forse Max.
Non importava!
Eva non ricordava i loro volti. Non ricordavo neanche il proprio volto. Sentiva soltanto una morsa nello stomaco e un fremito nel cuore, e le vene pulsare in cerca di eroina.
Sentì l’ago penetrarle le carni e una coltre di fumo annebbiare ogni suo pensiero.
Le luci intermittenti sembrarono lasciar spazio soltanto a un manto di ombre che pulsavano contro di lei mentre, come fosse una pupattola di pezza, veniva trascinata via fra corpi che le si scagliavano addosso, mani che si dimenavano contro al suo viso, e sorrisi deformati che puzzavano di alcool.
Sentì il proprio corpo sballottolato ovunque, come se non le appartenesse nemmeno, e poi un fiato di nicotina arrivarle verso le labbra sussurrandole: «Sei davvero molto bella.»
Lei accennò appena un sorriso. Gli occhi stavano per chiudersi, e il corpo era sempre più debole.
Il solo rumore che sentì fu quello di una porta che si spalancò. Poi alcune voci maschili. Delle risate. Qualcuno che ridacchiò: «Fottitela questa troia!»
Eva sentì ancora una porta spalancarsi, e poi dondolare nel vuoto fino a chiudersi.
Lei sorrise quasi quando quell’uomo di cui nemmeno vedeva gli zigomi la scagliò contro al muro di piccolo e squallido cesso, sussurrandole contro le labbra: «Ora ci divertiamo!»
Fu un lieve sorriso, come una smorfia di dolore: quel dolore che Eva voleva sentire sin dentro le proprie carni, come quando si mangiava a sangue le unghie. Quel dolore che voleva sentir fin dentro l’utero, come una mano violenta che le strappasse tutto dal corpo, per non lasciare nulla ad altri, né a lei.
Una qualsiasi emozione! Fosse anche la più atroce. Qualsiasi atto brutale per celare il pensiero di una vita masticata e poi vomitata.
Voleva farsi schifo, e lo sapeva.
Ora non era più la malattia a parlare, ma era il dolore di Eva incapace di non subire quella dannata malattia.
La senti urlare contro al proprio viso quando lui iniziò a muovere le mani sotto ai suoi vestiti.
Sentiva soltanto carne disgustosa toccarla, tastarla, stringerla, e labbra puzzolenti di alcool e fumo muoversi contro le sue.
Eva teneva chiusi gli occhi. Non voleva vedere, perché in fondo tutto sarebbe stato identico a quanto già visto troppe volte.
Persino la puzza di urina di cui erano impregnate le mattonelle sembrava la stessa di sempre, e così lo sfregarsi di quell’uomo contro di lei, e quelle sudice mani che le tenevano la testa abbassandogliela lentamente, senza che lei fosse ormai capace di opporre alcuna resistenza.
Udì soltanto il rumore della zippo calarsi, e poi puzza di pesce marcio contro al naso.
Non aprì nemmeno gli occhi. Sentiva freddo e una sensazione di bagnato sotto le ginocchia.
Era piscio sotto di lei, e lo sapeva, come sapeva cosa le stava davanti.
Non lo guardò nemmeno. Gli basto sentire le parole di sempre: «Avanti, succhia, troia.»
Aprì meccanicamente la bocca, come fosse dal dentista. Sentì carne dura, ruvida, bagnata e disgustosa contro le sue labbra da brava ragazza. Poi la lingua sfiorare della pelle che sapeva di pesce andato a male, e spinte violente nella sua bocca mentre una risata echeggiava attorno a lei, rendendo quasi visibili le mattonelle che lei nemmeno riusciva a vedere lì in ginocchio a occhi chiusi.
Sentì ancora una spinta nella sua gola.
“È come togliersi un dente” pensò un’altra volta.
Ma ormai ne aveva più di denti da togliere?
Quando lui la tirò su si sentì come una bambola inerme, senza vita; senza nemmeno più un’anima da violentare.
Sentiva le mani di lui muoversi sul corpo di un altro. Non sapeva di chi, ma non di lei: lei non ci stava nemmeno più.
Quando lui le schiacciò la testa contro al muro sentì soltanto puzza di piscio, e aprendo lentamente gli occhi lesse appena la scritta: “Passivo femminile per maschi dotati e villosi. Chiamare al 3484411760”.
Chiuse di colpo gli occhi. Quasi sorrise pensando a quanto appena letto, e mentre sentì la propria gonna alzarsi, e le mutandine abbassarsi velocemente, riuscì appena a versare una lacrime prima che qualcosa di duro iniziasse a premere contro di lei.
Lui le afferrò i capelli e le leccò la faccia sussurrandole contro al viso: «Dai, che ti piace, troia!»
Diede una spinta decisa. Eva strinse i pugni contro le mattonelle e serrò gli occhi, come se le avessero appena conficcato un coltello nella pancia.
Senti un colpo dritto nello stomaco. Una risata contro al viso. Il puzzo di urina nella sue narici, e le proprie lacrime colare in un cesso colmo di piscio.
Eva senti ancora una mano premere contro la sua testa, scagliandola contro le mattonelle, mentre spinte brutali come coltellate si muoveva nel suo utero quasi volessero spaccarlo.
Tenne duro. Qualcuno stava scavando nel suo cuore, ma era già successo.
“Due dita in gola e poi tutto sparirà” pensò, mentre lui si muoveva in lei con forza e prepotenza, lasciandole percepire la sua schifosa presenza in lei, e le sue labbra mosse in una sorridente smorfia le sussurravano dritto in gola «Ti piace, vero, troia?»
Fu un sorriso a rispondere per Eva, mentre sentiva il proprio corpo sbattuto contro al muro e pensando soltanto: “Due dita in gola e poi tutto svanirà”.
Eva guardò appena le proprie mani poggiate contro al muro, mentre lui si muoveva velocemente dentro di lei stringendole le carni e ansimando, chiamandola: «Troia, puttana, cagna.»
Sentiva la propria testa, e il corpo intero, sbattere con violenza contro le mattonelle. Respirava puzza di piscio e ormai non sentiva nemmeno più le spinte dentro di lei, come se fosse del tutto svuotata.
Vedeva soltanto le sue dita divorate, versando lacrime ma senza emettere un solo gemito, come se ormai non fosse nemmeno più viva.
Poi ci fu un’ultima spinta. Un morso sulla sua spalla. E infine del disgustoso e caldo liquido che le colò sulle natiche, fino a macchiarle le mutandine.
Mentre lei stava con la faccia schiacciata contro le mattonelle, ansimando e respirando ancora la puzza di urina, sentendo il fiato di lui sul collo, pensò che quelle mutandine erano un regalo di Mario: le sue preferite!
Le lasciò immobili fra le sue gambe tremule, ancora a carponi, con le mani contro le mattonelle, mentre dietro di lei sentì soltanto il rumore di una zippo alzarsi, poi un sorriso, e infine una voce esclamare: «Ti è piaciuto, vero, troia?»
Poi sentì solamente la porta sbattere dietro di lei, restando immobile per qualche secondo, a occhi chiusi, prima di scivolare al suolo come fosse una macchia di sangue riversata contro al muro.
Rannicchiata in un angolo, contro al cesso come uno scarafaggio, nuda su di un pavimento fetido di urina, Eva fissava il vuoto portando le mani fra le cosce, come se volesse lenire il dolore di una ferita che mai nessuno avrebbe guarito.
Si strinse il sesso come se volesse stracciarlo via: quel vortice con cui da sempre cercava di ingoiare se stessa. Quella spugna che si lasciava impregnare di veleno, per poi riversarlo sulla sua nuda pelle.
Ed era nuda in quel momento. Priva di tutto.
Non provava niente, se non dolore. Le lamette con cui si era tagliata le carni non le avevano dato alcun piacere. Nulla era stato dimenticato: Max, Alice, suo padre, non erano stati dimenticati.
Lei stava lì, immobile, sventrata, maciullata: non era altro che carne da macello da gettare via.
Tremava, mantenendosi il sesso aperto e sentendo ancora quella calda e liquida colpa grondare su di esso.
Avrebbe soltanto voluto vomitare, ma non riusciva nemmeno a farlo.
Anche lo stomaco le avevano strappato dalla pancia!
O era stata lei a farlo?
Tolse la mano dal suo sesso e la fissò, sporca dello sperma colato dalle sue natiche, e ora per terra, sotto di lei, come una pozza di sangue.
Lo fissò ancora. Era reale, quanto ciò appena successo. Quanto lo schifo che provava nei suoi confronti, quasi si stesse vedendo con gli occhi di suo padre.
Ecco, era finita l’abbuffata, e ora non restava che il momento in cui farsi schifo. Autocondannandosi. Odiandosi. Vomitando via la propria vita, come se ci si volesse purificare dall’imperfezione: dalla consapevolezza di non essere niente, se non il cibo vomitato.
Eva si alzò di scatto, afferrando nervosamente la propria borsetta e scagliandola contro la porta di quella tomba.
Fece un forte tonfo, poi cadde a terra facendo fuoriuscire alcuni oggetti.
Era la sua vita che aveva scagliato contro a quella prigione?
Guardò la borsetta e poi fissò uno specchietto ridotto in mille pezzi, i suoi trucchi, il suo portafogli, e il telefono spaccato in due.
Non vide altro che quel telefono, e di colpo strisciò verso di esso, ancora in lacrime, raccogliendolo e fissandolo.
Guardò quel cumulo di plastica e vetro fra le sue mani, agitata, sentendosi sola più di prima e nervosamente cercando di rimettere assieme quei frammenti in cui era celata la sua vita.
Veloci e violente le lacrime incominciarono a colarle sul viso arrosato, mentre fissando quell’oggetto capì che non avrebbe mai saputo cosa le aveva scritto Max.
Quel pensiero la uccise. Non sapeva perché, ma sentiva che quelle parole erano importanti, e che lei le aveva svendute per una dose d’eroina tagliata male, ancora una volta.
Stringendo il telefono si sentì svanire nelle mattonelle sotto di lei, fra la puzza di urina, fra le sue lacrime che continuavano a colare, e quel suo sguardo doloroso che sembrava capace di dare una vita anche a quello squallido cesso.
Max, Max, Max.
“Perdonami!”.
Afferrò soltanto le chiavi dell’auto e quelle di casa lasciando lì tutto il resto, uscendo di corsa dal bagno e fiondandosi fra la folla che si dimenava come se nulla fosse successo.
Si trovò avvolta in un buio liquido scosso dalle lame colorate dei faretti che illuminavano ora un viso, ora degli occhi, ora una bocca, ora un naso.
Lei non metteva a fuoco niente. I suo occhi erano cechi. Vedeva soltanto buio, e tastando corpi informi udiva soltanto il proprio fiatone e il cuore battergli nella testa.
Non cerco nemmeno Stefania. Uscì di colpo dal locale, correndo in una notte che sembrava fatta di cemento.
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Tratto dal romanzo “Lei”.

Erano ormai le dieci di sera. I vicoli attorno a me sembravano più bui del solito. Erano talmente silenziosi che sentivo il rumore dei topi che si muovevano nel mezzo di fetidi rifiuti, e le gocce di acqua stantia colare a picco da vecchie e fredde tubature fino a verdognole pozze d’acqua.
Soverchiato da un cielo buio che sembrava scrutare ogni mio passo, mi addentrai nel vicolo lasciato poco prima, e in quel denso buio la sola realtà tangibile sbucava dall’oscurità in un susseguirsi di scritte luminose arabe o russe poste sulle insegne mezze fulminate di un alimentari e di un internet point.
Le guardai appena, perdendomi poi nei volti di due marocchini seduti su cassette di frutta davanti a quell’alimentari, bevendo birra in latta e fissandomi con aria dura.
Continuai a camminare, guardando quegli occhi colmi di odio nei confronti del mondo e della vita stessa, duri come la pietra ma tristi come le lacrime di una bambina. Poi la mia attenzione fu rapita da un rumore alla mia destra: il rumore di una busta accartocciata.
Non vidi altro che un vecchio corpo. Il corpo di una donna di colore forse cinquantenne, ma simile a una sessantenne.
Stava seduta sul gradino antistante la porta del cinema porno. Avvolta dal buio. Coperta solamente da una squallida minigonna, calze a rete sfilate, e una lercia finta pelliccia da mercato.
Rovistava in una busta, tirando di tanto in tanto avanzi di un kebab e portandoli fra le sue gonfie labbra coperte di rossetto.
A mia madre sarebbe toccata quella fine?
Non dissi nulla. Cercai di non pensare a nulla, annegando ogni pensiero nell’alcool, e avanzando fino a fuori da quel vicolo.
Arrivai nella piazza centrale, e lo scenario era del tutto diverso da poche ore prima. Ora l’aria malsana di miseria sembrava avvolgere come nebbia i palazzi da cui provenivano solamente pochissime luci, come se chiunque si sentisse minacciato da quella povertà ululante, capace di mandare in cancrena l’intera città, e persino le luci delle finestre e provenienti dai balconi erano svanite lasciando spazio soltanto ad aloni bluastri e intermittenti di qualche televisore acceso.
Le luci dei lampioni, fioche e cupe, illuminavano una piazza ormai deserta: non altro che mattoni enormi di granito che formavano il nuovissimo pavimento della stazione, percorso solamente da vagabondi che cercavano un modo di eludere la notte, e di puttane minorenni che si stringevano in miseri cappotti, infreddolite, ma sorridendo a ogni auto che passava davanti a loro, come fossero cani che scodinzolano in un canile ogni volta che qualcuno giunge a loro.
Ecco, la notte era ovunque. Il buio era ovunque. Il nulla era ovunque. Di brave persone non ne era rimasta neanche una. Solamente qualcuno che di tanto in tanto passava in auto. Per il resto non altro che blatte impazzite che correvano ovunque, pur restando immobili a ubriacarsi innanzi a qualche palazzo. Immobili, proprio come le giovani puttane costrette a battere il marciapiede, o un disperato che incrociai avanzando: non altro che un barbone steso per terra davanti alle grate di ferro della stazione della metropolitana ormai chiusa. Non altro che un corpo pallido, quasi violaceo, tremante su di un cartone avvolgendosi in una lurida e vecchia trapunta marrone.
Lo fissai appena, cercando di non percepire il mio cuore che stava per spaccarsi in due, pensando se Lara avesse mai scritto un articolo su quell’uomo, o sulle giovani ragazze che come quarti di bue in una macelleria stavano lì al freddo, attendendo che un qualsiasi stronzo tranciasse dai loro corpi un pezzo di carne per divorarlo.
Ovunque non si respirava che miseria. Un cielo colmo di polvere sovrastava noi tutti, e i nostri corpi volavano in esso come cenere trasportata via dal vento; come i sacchetti di immondizia che rotolavano sull’asfalto, e le cartacce che mi volarono davanti mentre continuai a camminare nella notte.
Avanzai ancora. Passai davanti a qualche puttana: Tacchi alti, odore di caramello sulla loro pelle, un fasullo sorriso su volti troppo giovani.
Andai ancora avanti, attraversando lo spiazzale della metrò, sovrastato da quella gelida ragnatela di metallo ora, in quel tempo senza tempo, ancora più glaciale e terrificante: imponente come un cielo di metallo che mi stava crollando addosso, mischiandosi a un cielo cobalto, grigio, nero. Quel cielo che sovrastava noi tutti: me, le puttane, marocchini che avanzavano cercando dove comprare del crack, oppure ubriaconi che simili a zombie camminavano a passo lento, dondolando e tenendo in mano un cartone di vino.
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Tratto dal racconto “Katja”.

Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
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Tratto dal racconto “Il profumo dei pastelli”.

Raggiunse il lavello, e una massa nera di mosche volò via in aria, lasciando davanti a lei un cumulo di piatti sporchi che puzzavano come una bocca colma di denti marci.
Bianca sciacquò appena un panno e poi tornò subito da sua nonna, poggiandoglielo contro la fronte e accarezzandola ancora, prima di alzarsi, brutale come una frustata, rivolgendo lo sguardo ardente di collera contro suo padre.
Lui non la guardò nemmeno. Dimezzò la bottiglia con un sorso e accese subito una sigaretta, incurante della nebbia di fumo che si addensava nell’aria, e dei colpi di tosse che di tanto in tanto esalava la vecchia, come se ormai fosse la sua unica voce.
«Deci ce vrei să faci?» esclamò Bianca, rivolgendosi a suo padre e fendendo l’aria con una manata.
Ma ancora una volta l’uomo non si voltò. Mandò giù un sorso di birra, e una nube di fumo gli coprì il volto.
Bianca, con una forza che sembrava impossibile potesse albergare in un corpo tanto piccolo, si fece avanti verso di lui, sbattendo le mani contro la tavola e urlando: «Ma tu vuoi che lei morire?»
Suo padre non la guardò nemmeno, e mentre nonna Dumitra tossiva, al di là di un drappo rosso sporco una piccola voce, leggera come un sussurro, si mosse timida nella stanza.
«Bianca?»
Il volto di Bianca guizzò a destra, veloce come una folata, e i suoi occhi scavarono nel buio come fari nella notte.
Corse verso di lei. Nuta, in pigiama, scalza e sporca in viso stava ferma davanti la tenda che separava la camera da pranzo e la cucina dalla camera da letto.
Bianca l’afferrò e la tirò su, come se lei stessa non fosse ancora una bambina, proprio come quella che stringeva fra le proprie braccia.
«Comoara mea» le sussurrò quasi in bocca, tenendole stretto il viso al suo come fosse davvero il suo tesoro.
Si voltò con scatto verso suo padre, ma lui nemmeno si voltò.
Tornò a guardare la piccola Nuta che, confusa, muoveva gli occhi fra lei, sua nonna e suo padre, capendo sempre meno quanto stava accadendo in quella casa.
Bianca le accarezzò i riccioli castani e le diede un bacio sulla fronte.
«Ora andiamo a disegnare, che dopo Bianca tua preparare cena.»
Il volto di Nuta fu rigato da un dolce sorriso, e nel vederlo Bianca ebbe voglia soltanto di piangere, ma finse di sorridere a sua volta, come se lei da sola, in quella casa ormai ridotta a un cimitero dove tutto stava marcendo, potesse salvare quella piccola bambina, e sua nonna.
Suo padre, girato di spalle, sembrava un muro lugubre e fetido di piscio, posto innanzi a ogni finestra da cui potesse passare un po’ d’aria, e la minima speranza.
Portando Nuta nella loro stanza, Bianca ebbe soltanto paura che lei potesse fare la sua stessa fine.
Già di mattina suo padre la portava in giro per centri commerciali o nei vagoni dei treni in partenza a chiedere l’elemosina.
Presto, cosa le avrebbe fatto fare?
Si passò la mano fra i piccoli seni, accarezzando con l’altra Nuta che, stesa sul loro lettino coperto da lenzuola sfatte, colorava un blocco di disegni che lei le aveva comprato, assieme a pastelli e pennarelli.
Un maiale era giallo, un cane era rosa e un elefante era verde.
Bianca continuava a osservarla, e ogni volta che Nuta finiva un disegno glielo mostrava, cercando in lei un sorriso che non avrebbe mai più avuto da quella madre che ormai nemmeno più ricordava.
Era lei la mamma di Nuta, e Bianca lo sapeva, ma non sapeva invece cosa fare per salvare quella sua bambina.
«Sta qua buona, ora vado a preparare cena» le disse. E Nuta annuì soltanto, senza guardarla, sorridendo di un sorriso candido, mentre colorava di rosso un coccodrillo, e Bianca faticò a trattenere le lacrime nel guardarla.
Ebbe quasi paura di lasciarla da sola. Avrebbe voluto stringerla, restando lì a letto assieme a lei, avviluppate come due cuccioli in una cesta.
Ma sapeva di non poterlo fare. Nemmeno arrendersi le era concesso.
Tornò in cucina. Sua nonna ora dormiva, russando pesantemente, quasi stesse soffocando. Davanti a suo padre le birre erano diventate cinque, e la sesta la teneva in mano, rosso in viso e fissando il vuoto con occhi lascivi, colmi di chissà quale depravata fantasia.
Bianca si abbottonò la lampo del maglione fino al collo. Arrivò ai fornelli, e il frastuono dei piatti iniziò a vibrare nell’aria assieme all’acqua corrente.
Suo padre la spiava mentre puliva. Lei si sentiva i suoi occhi incollati addosso, fino nella sua più intima cavità.
Sbatté con forza le pentole nel lavello e iniziò a pulirle con una foga isterica, quasi volesse con quel fracasso coprire tutto: suo padre, il suo sguardo, e la casa stessa.
Ma quegli occhi le restavano incollati addosso, quasi fossero una seconda pelle che ormai, dopo anni, non poteva più togliersi dalle carni.
Rassegnata al fetore, agli sguardi, e a suo padre, finì di lavare i piatti e poi iniziò a cucinare.
Le mosche si scagliarono comunque contro al lavello, ronzando sui residui di cibo marcio emanati dalla tubature che colavano sotto al mobile, e nell’aria si sentiva ora un profumo di carne bollita in un brodo di verdure.
Bianca sembrava una vedova dolorante ferma davanti a una lapide illuminata soltanto da pochi lumini. Si muoveva lentamente, girando il mestolo nella pentola e sentendo ancora gli occhi di suo padre su di lei, quando poi, non potendone più, gettò con un gesto ferino il mestolo nella pentola e si voltò verso suo padre, strepitando: «Ma hai deciso di farla morire?»
Lui ora non la guardava più. Fissava soltanto la sigaretta fra le dita ingiallite, portando di tanto in tanto la bottiglia contro le labbra gonfie e bagnate.
Ora era lui a sentire gli occhi di Bianca fin dentro la sua più intima cavità, come se stessero grattando contro al suo petto in cerca di un cuore, o una traccia lontana di umanità.
Finì la birra e la lasciò sul tavolo, alzandosi, stanco e pesante e senza guardarla, rispondendole: «E chi la porta? Tu, senza documento?»
Sorrise e sputò a terra, borbottando: «Idiot!»
Raggiunse il frigo, scrutato dagli occhi di sua figlia che sembrava un animale pronto a saltargli al collo.
Ma lui non si mosse. Sapeva che lei non avrebbe morso: i denti ormai glieli aveva spaccati a colpi di pugni, e così l’anima, e ogni briciola di resistenza albergasse ormai in quel corpo diventato soltanto una bambola di pezza.
A Bianca non restò che voltarsi, continuando a cucinare, mentre lui afferrata un’altra birra tornò al proprio posto, immobile e apatico come una bestia che vive soltanto per mangiare e dormire.
Alcune lacrime di Bianca caddero nel brodo, ma lei si asciugò alla svelta il viso, sapendo che se suo padre le avesse viste l’avrebbe presa a schiaffi, proprio come l’ultima volta che aveva pianto perché non voleva andare per strada. E ancora un’altra volta in cui non voleva…
Ma che importava!
Tanto, quelle lacrime disperse nel brodo nessuno le avrebbe mai percepite, come nessuno avrebbe mai sentito il dolore che Bianca provava nel grembo, costretta a continuare a cucinare mentre, lo sapeva ormai, sua nonna stava morendo a pochi passi da lei.
Stava morendo proprio come era morta sua madre, abbandonata in un letto, con Bianca affianco che le accarezzava la fronte mentre lei, dolorante, sforzandosi di sorridere le sussurrava: «È soltanto un po’ di febbre.»
La portarono in ospedale quando ormai era troppo tardi: quando ormai aveva perso del tutto i sensi.
Suo padre non ci andò nemmeno, per la paura dei documenti. Mentre sua madre moriva accanto a lei ci stava soltanto Bianca, accompagnata da un vicino attirato dalle urla sentite poco prima in casa.
Forse per sua nonna non sarebbero nemmeno andati in ospedale.
Mentre a tavola, accanto a sua sorella Nuta, Bianca osservava suo padre ingozzarsi voracemente, pensava al momento in cui sarebbe successo: il giorno in cui si sarebbe svegliata, vedendo sua nonna stessa sul letto con occhi spalancati e la bocca aperta, e le mosche contro al suo corpo che in poco tempo avrebbe iniziato a puzzare di decomposizione.
Forse suo padre l’avrebbe gettata fra i rifiuti, come la carcassa di una cane, e tutto sarebbe tornato come prima, come se niente fosse successo.
Avrebbe voluto ucciderlo, ma continuò a mangiare, in silenzio, proprio come sua sorella, lì a quella tavola in cui non era concesso nemmeno sorridere, ma si udiva soltanto il rumore dei denti che masticavo il cibo e delle posate battere contro ai piatti.
Quando sua madre era ancora viva, lei e Bianca parlavano sempre a tavola, e perlopiù in rumeno, visto che Dragomir lo capiva poco, conoscendo maggiormente il dialetto Rom della borgata in cui era cresciuto.
Quando lui le vedeva ridere dava sempre un pugno sulla tavola, e loro capivano che quello era il momento di smetterla, e tornare al cupo silenzio di quella casa in cui soltanto lui era il padrone.
Da anni il padre di Bianca non aveva più avuto bisogno di battere il pugno sulla tavola per farla stare zitta. Ormai nessuno osava più parlare in quella casa. Nessuno osava essere meno di quanto desiderato da lui, compresa la piccola Nuta.
Finita la cena, Dragomir si vestì alla meglio e uscì, forse per andare a bere, o forse per andare a donne, usando i soldi portati da Bianca e quelli guadagnati grazie alla piccola Nuta.
Bianca e Nuta rimasero stese sul letto accanto alla nonna, come se lei potesse vederle, mentre Bianca continuava ad accarezzare i capelli di Nuta, vedendola ancora una volta colorare, e sperando che quei capelli potessero un giorno tornare profumati come quando sua madre glieli lavava.
La guardò più volte in viso. Nuta aveva occhi grossi e intensi, come se in essi si stessero muovendo mille sogni, fantastici quanto gli animali che continuava a colorare.
Nuta indicò un ippopotamo rosa con il dito, guardando Bianca e sorridendo.
«Ittopotamo»
Bianca sorrise e le baciò la fronte.
«Ippopotamo» replicò, accarezzandole il viso.
Lei guardò il disegno colorato, poi guardò Bianca. Mosse le labbra senza parlare, e infine esclamò fiera e ridente: «Ippopotamo!»
Bianca la strinse forte. Lei scoppiò a ridere, e poi stretta a lei in un carnale e intimo amore, le sussurrò contro le labbra: «E nella lingua di mamma, come si dice ittopo… ippopotamo?»
Gli occhi di bianca si gonfiarono, le pupille diventarono lucide, e nella retina la luce portava soltanto l’immagine di Nuta, ancora stretta fra le braccia della loro mamma.
Le diede un candido bacio sulle labbra e le sussurrò contro al nasino: «Hippo.»
Lei scoppiò a ridere, abbracciandola e strepitando: «Hippo! Hippo! Hippo!»
Poi entrambe precipitarono sul letto, accanto alla loro nonna che non dormiva né era sveglia.
Gli occhi di Nuta si posarono sul viso di sua nonna, ora confusi, e accarezzandole il viso mosse le labbra come se volesse chiedere qualcosa.
Ma Bianca, chiudendo gli occhi, nascondendo se stessa dietro a un sorriso, e con essa un dolore così lancinante da spaccarle la pancia, tirò a sé Nuta dicendole soltanto: «Viene, dai, lasciamo nonna dormire.»
La mise a letto e si stese accanto a lei, accarezzandola ancora, cercando di percepire il profumo della pelle di sua sorella, e non il tanfo di sudore e fumo di cui era impregnata la stanza.
Prima che Nuta si addormentasse, la sentì sussurrare: «Mamă.»
Una lacrime cadde sul cuscino di Nuta, ma Bianca si asciugò subito gli occhi, baciando lei sulla fronte e poi tirandosi su, prendendo un quaderno e una penna dal proprio zainetto e chiudendosi nel bagno.
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Nico diede un sorso alla bottiglia e restò in silenzio, continuando a camminare assieme a quella sconosciuta, come se lei fosse la sola cosa a cui aggrapparsi in quel momento.
«Io invece sono sempre stata povera» aggiunse, svoltando assieme a lui in un vicolo, e tappandosi subito il naso passando davanti a un cumulo di rifiuti.
Al loro passaggio un gatto guizzò via da un mucchio di sacchi neri, svanendo nella notte, assieme alla risata di un presentatore televisivo proveniente da chissà quale appartamento.
«Mi fa venire il voltastomaco!»
«Devi vomitare?» le chiese Nico, rallentando e guardandola.
Lei lo tirò a sé, accelerando e dicendogli: «Non sono messa poi così male.»
Poi si fermò di colpo. Il suo sguardo si perse nel vuoto, colmo di confusione, e per un attimo il suo cinico sorriso sfumò in una smorfia di smarrimento che le rigò il viso.
Quello fu il primo momento in cui Nico, da quando al bar si era seduto accanto a lei, la vide stare in silenzio.
«Cosa stavo dicendo?»
A quelle parole Nico quasi sorrise. Fu tentato di dirle qualsiasi cosa diversa da quanto lei aveva detto.
Non sapeva perché, ma dentro di sé sentiva che se lo avesse fatto lei avrebbe trovato comunque un argomento di cui parlare.
Sembrava stesse parlando soltanto per non svanire. Perché se fosse rimasta ancora zitta sarebbe scomparsa del tutto, come il fumo che esalava in aria dai tombini lungo quel vicolo.
«Ah sì!» esclamò, stringendo forte il braccio di Nico e riprendendo a camminare «stavo dicendo che sono sempre stata povera, prima di conoscere Riccardo, ovviamente.»
Fece ancora qualche passo. Poi si fermò davanti a un palazzo. Il portone era aperto, rotto probabilmente da sempre, e le mura sprigionavano una tremenda puzza di vecchio.
Su di loro brillava cupa la luce di un appartamento, e da essa si udiva il brusio proveniente da un televisore, e rumori di piatti in un lavello.
A meno di una decina di metri da loro, alla fine di quel vicolo, si vedeva la luce giallastra di un internet point tappezzato di scritte arabe, e fuori da esso dei marocchini stavano seduti a bere birra, fissando nel buio loro due, come se stessero cercando di pesarli, e capire cosa farne.
«Aspetta, iniziano a farmi male i piedi» disse, togliendosi le scarpe e poggiando i piedi nudi sulla fredda pietra.
Guardò in alto e sorrise, i suoi occhi si riempirono di una carnale malinconia, e a Nico sembrò vedere brillare in essi le miserabili luci di quel vicolo.
«Riccardo mi ha conosciuta che servivo ai tavoli» riprese «sai, un bar non diverso da quello da cui siamo usciti» aggiunse guardandolo e sfiorandogli il braccio con le dita.
Gli tolse la bottiglia di mano e le diede un sorso, così forte quasi volesse annegare il proprio cuore.
Quando chinò il capo, osservando i suoi piedi nudi e muovendo le dita sospirò: «Io avrei voluto finire gli studi, ma lui ci teneva tanto a sposarsi.»
Rimase un attimo zitta, guardando fra le dita dei suoi piedi, come se stesse vedendo un passato indimenticabile intrecciarsi a un presente in cui lei sembrava non potesse mai fermarsi.
Nemmeno in quel momento si fermò. Poggiò la bottiglia contro la pancia di Nico, lasciando che lui l’afferrasse e poi, sorridendo ancora come una bambini si rimise le scarpe dicendo: «Sapessi che bei voti avevo! È stato davvero un peccato.»
Lo riprese sotto al braccio, esclamando: «Dai, camminiamo ancora. Che ore sono?»
«Sarà mezzanotte, forse l’una.»
«È ancora presto, dai. Facciamo un altro giro!»
Lo trascinò in fretta fuori dal vicolo. I marocchini fuori all’internet point, avvolti da una nebbia di fumo, lì videro passare davanti a loro senza capire: forse nemmeno vedendoli per davvero, come loro stessi erano incapaci di vedersi in quel momento.
Lei lo condusse fuori dal vicolo. Un frastuono d’auto sembrò frustarli, e ovunque, in una grossa piazza avvolta da solenni palazzi, fasci di luci si muoveva veloci davanti a loro, susseguendosi in fari, lampioni, e luci provenienti da appartamenti e dai pochi negozi ancora aperti.
Lei alzò il capo al cielo, respirando a bocca aperta e annusando l’aria quasi non fosse pregna di smog.
Guardò davanti a sé: su di un rettangolo di cemento, un cielo fatto da filamenti di ferro e tubi metallici sovrastava la stazione della metropolitana ormai chiusa sotto cui, come fantasmi, vagavano soltanto disperati passando davanti a ristoranti ormai chiusi, e intrecciando i propri sguardi a quelli di puttane immobili davanti ai marciapiedi, o ubriaconi seduti sui gradini di qualche palazzo.
Trascinò ancora Nico per il braccio, esultando: «Dai, andiamo verso la stazione.»
«Ma che ci andiamo a fare?»
Lei lo tirò con più foga, sorpassandolo e voltando il capo.
«Non ti piacerebbe prendere un treno assieme a me?»
Quel sorriso, così innocente e al tempo stesso perverso, gli trapassò la pancia come fosse una freccia.
Nico sentì i propri nervi rilassarsi, il sangue fluirgli caldo nelle vene, e il cuore palpitare forte, ma senza recargli paura: come se quel battito fosse necessario quanto la presenza di lei al suo fianco.
La sentì dire ancora: «Sarebbe bello prendere un treno e andare lontano, senza avere una meta» mentre passarono davanti a un Doner Kebab da cui usciva un forte tanfo di carne speziata mista a piedi sporchi, oltrepassando ancora un gruppo di negri fermi contro a un muro, un negozio indiano da cui si sentiva una tremenda puzza di curry e incomprensibili urla, e un gruppo di ragazzini rumeni che vagavano simili a cani randagi.
Nico si sentiva confuso. Aveva faticato per costruirsi la sua piccola malinconia in cui annegare come un pagliaccio dal volto coperto di cerone, ma ormai da giorni non se la sentiva più sulla pelle quella malinconia: era vuoto, come prosciugato, e quella donna lo stava portando ora in un nuovo mondo da vivere, o forse alla perdizione totale.
Non riuscì a fare altro che seguirla, bevendo assieme a lei, accogliendo i sui nostalgici sorrisi e le sue frettolose parole, come se lei temesse che se non le avesse dette in tempo qualcuno avrebbe potuto rubargliele dalla testa.
«Riccardo pianificava sempre tutto, ogni viaggio» esclamò, senza fermarsi, passando assieme a lui nel mezzo di un turbinio di volti, occhi e labbra che si muovevano fra luci disperse nella notte.
Si bloccò appena arrivo innanzi la stazione, sovrastata da un cielo di cemento che ne ricopriva lo spiazzale, e trovandosi davanti una serie di corpi che vagavano lentamente davanti a vetrate ormai chiuse.
Sospirò amaramente, osservando le luci dal di dentro della stazione penetrare le lastre di vetro fino a scagliarsi su barboni che dormivano a terra, avvolti in lerce trapunte; venditori ambulanti e gente stanca in piedi d’avanti a una fermata attendendo un autobus notturno, balordi che giravano come iene fra la gente, e ubriaconi e tossici che vagavano soltanto in attesa della fine, mentre veloci le auto sfrecciavano accanto a quella matassa di carne pulsante e stracci dai colori disparati, senza vedere niente: nemmeno lei e Nico.
Lei abbassò lo sguardo, fissando i suoi piccoli piedi ormai gonfi in scarpe dal tacco alto.
Improvvisamente le sembrò di aver camminato troppo a lungo, e di non farcela più: di essere ormai esausta.
Con lo stesso broncio di una bambina alzò nuovamente lo sguardo verso le porte di vetro della stazione, osservando i tabelloni luminosi al di là di esse, per poi voltarsi verso Nico.
«Per favore, andiamo» gli disse.
Lui non aggiunse altro. Sapeva dove stavano andando: lo sapeva da quando avevano lasciato il bar, o forse addirittura da quando si era avvicinato a lei, proprio come lo sapeva Vicky.
La strinse a sé, e assieme camminarono in una notte trafitta da fioche luci, mentre i rumori della città li avvolgevano, pur essendo incapaci di toccarli.
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Tratto dal racconto “Puttana”.

Amava ascoltare sua nonna raccontarle delle favole: le tante storie di principi, cavalieri, zar e dame bellissime che aveva imparato a memoria.
Un giorno sarebbe diventata un’eroina di qualche librò, aveva pensato più volte, e sarebbe stata come sua nonna.
Passava ore a guardare sua nonna preparare da mangiare, mentre sua madre si ammazzava di lavoro nei campi, nel tempo iniziando a preoccuparsi per il troppo fantasticare della sua piccola Irina.
Ormai sua madre non aveva più nulla da temere. Irina di sogni non ne aveva più, glieli avevano strappati via dall’utero come fossero un aborto.
Di lei non era rimasto altro che un involucro, e il suo cuore era talmente avvizzito da non percepire niente, come un corpo anoressico incapace di avvertire il gusto del nutrimento.
Non restava che trucco sul suo viso. La sue pelle era ormai svanita.
E pensare che fino a quindici anni, prima della morte di sua nonna Olena, la pelle di Irina non era mai stata sfiorata da nessun cosmetico.
Sua madre, vedova che era rimasta per sempre fedele alla memoria di un marito mai amato, e per Irina padre mai conosciuto, le aveva sempre impedito di truccarsi, e la vestiva continuamente come una contadina, dicendole: «Soltanto così diventerai una donna forte e troverai un uomo onesto da rendere felice.»
Passavano le giornate con semplicità. Si svegliavano presto per accudire assieme gli animali. Sua madre le aveva insegnato il rispetto per la fatica, il doversi sporcare le mani per vivere dignitosamente, e le aveva inculcato l’amore per la vergine Maria e il timore nei confronti delle tantissime icone ortodosse in casa loro.
La rimproverava quando alla radio, anche solamente per qualche istante, ascoltava musica rock: «È musica per le donnacce di Kiev e Odessa, e non per una ragazza timorata di Dio» diceva. E mentre strepitava quelle parole, Irina notava il suo volto pallido avvolto in un pesante scialle nero: un volto inodore, come le mani di un vecchio appena morto; e osservava a lungo le sue labbra tremule che nascondevano dietro quel fremito di rabbia chissà quante passioni e cattiverie mai confessate.
Quale malignità avrebbe mai detto se avesse visto in quel momento la propria bambina?
Irina lasciò i ricordi, assieme all’odore di marcio di quel bagno, attraversando una tendina rossa che strusciò sul suo corpo da ragazzina.
I tacchi alti battevano sul pavimento, accompagnando fuori ritmo note rock di un gruppo emergente di Odessa provenienti dalla radio.
Adesso poteva sentire quella musica, e poteva vivere la sua vita, come aveva desiderato fare dopo la morte di sua nonna.
Sua nonna Olena morì di setticemia. I funerali furono lunghi, perché tutti in paese la conoscevano come una donna forte e timorata di Dio, anche se un po’ bizzarra, a causa di tutti i libri che aveva letto.
Irina aveva nascosto i libri di sua nonna sotto al proprio letto. Non sapeva perché, ma aveva paura che qualcuno potesse portarglieli via. Ma ormai leggerli da sola non aveva la stessa bellezza provata da bambina, quando stava seduta ai piedi di sua nonna, ascoltandola narrare le vicende di Anna Karenina oppure di Emma Bovary.
Aveva già perso suo padre a soli due anni. Neanche si ricordava di lui, e vedendo le poche foto in casa sistemate accanto alle sacre icone della vergine Maria e di Cristo Signore, avrebbe potuto giurare che quell’uomo forte e dai folti barbi non fosse altro che uno sconosciuto.
Ma con sua nonna fu diverso.
Ogni angolo di quella casa parlava di sua nonna. Sul tavolo di pietra accanto alla cucina di ghisa tante volte l’aveva vista prepararle il Kutia, e vedendo il camino di terracotta o la sedia a dondolo di legno coperta da cuscini verdi e rossi non poteva che ripensare a tutto l’amore che le aveva donato quella donna, ormai sepolta sotto metri di gelida terra.
La casa in cui si trovava adesso, invece, non aveva nessun odore, se non quello di cosmetici da donna, di scarpe usate e di cibo andato a male.
Meccanicamente Irina si incamminò nella stanza che era cucina, soggiorno e camera da letto, ricoperta dalla luce di una lampada rossa che illuminava alcuni mobili rotti, e un lavello incrostato con dentro dei piatti sporchi
Poggiò la borsetta su di un comodino pieno di fazzolettini di carta e l’aprì.
Un velo macabro le coprì il viso. Ripensò a quando aveva quattro anni, e sua nonna le metteva delle caramelle allo zenzero nella borsetta giocattolo.
Erano passati quattro anni dalla morte di sua nonna, e Irina non infilava più caramelle allo zenzero nella propria borsetta, ma solamente dei preservativi.
La richiuse con forza. La zippo fece un grosso rumore, come stoffa che si squarcia.
Alzò lo sguardo, incapace di guardarsi allo specchio davanti a lei, quasi temesse che se l’avesse fatto avrebbe visto quella bambina che non voleva più rivedere.
Ripensò quando a solamente quindici anni, subito dopo la morte di sua nonna, come il più delle ragazze povere di Valky fu costretta a lasciare la scuola, ritrovandosi tutto il giorno nei campi assieme a sua madre.
Allora persino il profumo del grano le dava la nausea, e i cibi preparati tempo addietro da sua nonna, una volta per lei squisiti, le recavano solamente disgusto.
Nulla di quella terra, di quella casa, di quella vita, le piaceva più ormai. Con la morte della nonna erano andati via ormai anche i suoi sogni.
Eppure in quel momento, guardando la borsetta fra le sue mani, desiderava tanto poter risentire quel profumo di grano, e persino vedere il volto di sua madre.
Uscì di casa alla svelta, sbattendo la porta di ferro alle sue spalle, come se volesse chiudere in quella stanza ogni ricordo.
Della bambina che amava correre per i prati di Valky non era rimasto nulla: soltanto una donna sola che vagava a testa bassa in un vicolo buio che puzzava di mondezza e piscio di cane.
Non sentiva altro che il rumore dei propri tacchi battere su di una vecchia strada fatta di squame di pietra.
Attorno a lei si ergevano vecchi palazzi, resi quasi neri dalla notte. Non si vedevano luci, se non qualche rettangolo giallognolo proveniente da appartamenti in cui di tanto in tanto si vedeva muoversi una sagoma, e da cui uscivano ora i rumori dei televisori accesi, qualche urla, o soltanto una volgare risata.
Irina continuò a camminare: quel vicolo, quei rumori, persino la puzza non gli apparteneva. Era soltanto un rituale da compiere, forse non diverso da quello di una donna sposata che si concede a un uomo che non ama più, o che forse mai ha amato.
Quel vicolo lo percorreva ogni notte. Non lo conosceva neanche di giorno. Viveva lì da due anni, eppure non ricordava di averlo mai visto alla luce del sole.
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Tratto da “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?dainese_29092012_0001_master_bw