Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito

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Nove storie che vi strapperanno la pelle dalle carni. Editi con la Damster edizioni, Lettere animate e Meligrana edizioni, otto romanzi e un’antologia di racconti capaci di scavare nel vostro cuore.

AFFAMMATA D’AMORE (tratto da una storia vera)

Sì, lei era un piccolo corpo martoriato e gettato in una discarica. Una principessa violentata. Una
bambolina usata e poi bruciata.
No, non sarebbe più stata una bambina ferita. Non avrebbe provato più niente. Tutto le sarebbe
scivolato addosso. Gli stessi uomini le sarebbero scivolati addosso. Al punto che, man mano, non
sentì più neanche quei cazzi muoversi in lei. Non sentì più niente! Era fredda. Come morta. Solo un
corpo senza coscienza.
Ma l’amore, come incubo, continuò a tormentare il suo corpo bardato di metallo.
Ogni tanto, l’illusione di essere compresa e amata la spingeva verso nuove spiagge. Verso folli
viaggi in cerca di quel cuore ormai dimenticato.
Ma il più delle volte non trovò niente se non nuovi morsi. Altro sangue sulla sua pelle. Altre
illusioni. Altre unghie che cercavano di conficcarsi nelle sue carni.
E apri ancora le gambe. Fallo entrare. Sta zitta. Chiudi gli occhi, fingi che ti piace. Trattieni i
conati di vomito. Stringi i pugni, sperando che finisca presto.
Ecco, quella era Elisa. La spavalda. La pazza. Quella che rideva sempre: In realtà una ragazza dal
cuore immenso e pieno di tagli.
 
 
UN CIELO DI CEMENTO (Seguito di Affamata d’amore)
Lei sorrise, accarezzando le miei mani contro al suo viso, e chiudendo gli occhi come se stesse sognando chissà cosa.
Mi avvicinai a lei e la baciai. Un bacio lungo e intenso. Le nostre labbra che si muovevano freneticamente. Le nostre lingue che si sfioravano. Le nostre mani sui nostri corpi.
La gente era sparita. Il mondo era sparito. Ma il dolore restava ancora!
Sì, lo percepivo nei suoi baci. Mi stava urlando “Non lasciarmi sola!”, e io forse le stavo urlando “Amami!”.
Già, eravamo solo dolore, ecco cosa. Due vite ferite che si erano incontrate, unendo il loro sangue e le loro lacrime.
Il nostro amore non era altro che un grido. Stavamo urlando! Stavamo urlando al mondo il diritto di essere felici. E forse inconsciamente ci stavamo divorando a vicenda in cerca di quella speranza capace di dirci che la vita non fosse solo uno schifo, e che noi fossimo degni di amore. Ancora capaci di essere amati.
Ma nessuno di noi svelò quel mistero. I nostri baci erano il tempio in cui si celava il corpo di Cristo. La nudità celata nell’oro. La passione e le lacrime nascoste da una fasulla risurrezione.
E stavamo davvero risorgendo? Quell’amore avrebbe guarito le nostre ferite?
 
 
THE WRITER
Fissai a lungo quella pagina. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole. Solamente il vuoto, e quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come se volessi annegarli. Ma rimasero lì. Innanzi a me. Vividi e penetranti come una pugnalata nella pancia.
«Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo!» sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, stavo lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa. Ricordandomi la realtà di me stesso. Di non essere altro che un fallito. Non uno scrittore, ma solamente un prodotto simile a una scatoletta di fagioli.
Chinai il capo, stringendo la testa tra le mani e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti, come se volessi che frantumare la realtà che mi avvolgeva.
«Che cazzo vuoi da me?» strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino. Velocemente. Affannato. Angosciato. Distrutto.
«Ma non sto scherzando!» riprese quel malefico eco «Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo»
«Fa silenzio!» urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto «Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente!»
 
 
VIOLA COME UN LIVIDO (In tutto e per tutto una storia vera)
Lei era tutto!
Io ero perso nel tutto, e per quanto lottassi, non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare nel mio mondo, nelle mie certezze, non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava, continuando a sorridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente prima. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra, pur essendo Violasan. Libera di succhiare il cazzo e bere fino all’ultima goccia di sperma, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
 
 
FOTTITI
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
 
 
LASCIAMI ENTRARE
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
 
 
SENSO UNICO
Ma di notte, di notte tutto cambiava!
Sì, la brava gente spariva da quel posto. La si vedeva a stento passare nelle loro auto lucenti per andare chissà dove. Lì in quelle palle di metallo, al sicuro da tutta quella gente di merda. Dai tossici e dagli ubriaconi che se ne stavano sotto a qualche statua di un qualsiasi eroe a farsi o ubriacarsi. Dai negri grandi e grossi che se ne stavano fermi fuori a qualche palazzo, attendendo chi rapinare o violentare. Dai barboni che dormivano per strada su qualche cartone, o sotto al grosso tetto di ferro e plastica della stazione centrale.
Emarginati di ogni genere, proprio come le puttane minorenni e i trans che battevano ai bordi della strada.
Che dire, avevo visto quel posto tante vote, per molti anni, ma non lo avevo mai visto per davvero.
No, viverlo era ben diverso! Far parte di quel posto. Camminare a piedi per quelle strade mischiandosi a quella gente a cui non avrei mai dato neanche un centesimo era davvero diverso. Qualcosa che non si può descrivere. Qualcosa che si può solo vivere. E io lo stavo vivendo! E mi mancava il fiato per quanto tutto fosse reale. Incisivo. Soffocante.
Sentivo fin dentro alle narici il tanfo di sudore dei negri lì per strada a farsi o ubriacarsi. La puzza dell’alcool. Il fetido odore dei semi di girasole masticati dalle puttane Ucraine o Rumene, e il tanfo di merda dei barboni che dormivano per strada. Nonché il tanfo di Italiani, Cinesi, Polacchi, o qualsiasi altra razza lì in mezzo. Qualsiasi altra persona senza razza né nome. Solo miseri topi di fogna persi in quell’incubo al di là dei confini del mondo civile.
Sentivo dentro di me la puzza di quel posto. La solitudine di quel posto. La disperazione di quel posto.
Ne ero pervaso. La mia pelle ne era impregnata. Al punto che non riuscivo a ragionare. Non riuscivo neanche a fissare qualcosa nitidamente.
Solo ombre! Vedevo solo ombre. Ombre avvolte dal fumo di sigaretta e dalle luci delle auto che si mischiavano come un vortice con quelle dei palazzi. Quelle luci che dividevano il mondo degli sconfitti da quello dei vincenti. Il mondo di cui un tempo facevo parte, da quello di cui ora facevo parte.
 
 
VICOLI BUI
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta. Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
 
 
UNA SCATOLA PER BAMBOLE (ZERO).
I mobili perfetti nella mia stanza perfetta accerchiavano come un vortice il mio corpo perfetto.
Ma ero davvero perfetta?
Sedici anni. Un metro e sessanta di altezza per meno di cinquanta chili.
Sì, ero perfetta. Davvero perfetta. Bellissima, lucente, radiosa e immacolata figlia di un facoltoso dottore.
Ero una bambolina riposta su di un comò, proprio come le tante bambole di porcellana che mia madre, misera contadina che aveva riposto i propri attrezzi da campo sposando il facoltoso medico del paese, mi obbligava a mantenere ancor lì.
Era un patto segreto. Lei non aveva preteso nulla, io non avevo acconsentito a nulla.
Era così e basta. Doveva esserlo. Era una regola in casa mia. In quella casa a Lodi dove tutto doveva essere perfetto, adeguato, socialmente accettato; proprio come me. Come me, una ragazzina perfetta in un corpo perfetto, che indossava abiti perfetti resi profumati da un ammorbidente perfetto.
Mio Dio, odiavo quell’odore di lavanda al gelsomino. Ma mia madre non lo sapeva. Forse nessuno sapeva niente di me in quella casa. Forse io, Lorenza, non esistevo neanche in quella casa.
Nulla parlava di me lì dentro. Il parato rosa non aveva il colore del mio umore, né tantomeno quella trapunta rosa e viola posta sul letto; ennesimo regalo non voluto di un qualsiasi Natale, passato in quella mia casa perfetta.
Non ero io riflessa allo specchio. Non erano miei i boccoli biondi che osservavo, e che avrei tanto voluto tagliare, magari solamente per non sentire mia madre dirmi ancora una volta “Lorenza, guarda come sono belli i tuoi capelli”, mentre mi pettinava con una spazzola regalata da sua madre, proprio come se fossi una di quelle bambole sul mio comodino. Una bambola perfetta in una casa perfetta. In un mondo perfetto.
E non mi appartenevano quei vestiti che indossavo. Vestiti sempre nuovi. Dai colori vivaci atti a farmi restare quella bambina che mai e poi mai sarebbe cresciuta. La figlia dello stimato dottore di una piccola cittadina, e di una donna così fortunata nell’averlo sposato.
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Diverse proposte, ovviamente gratuite, ma per questa raccolta di racconti io voglio il cartaceo. E basta! Questa è una parte del racconto “Non pensi a noi?”, presente nella raccolta “Che cazzo ci faccio qui?”.

“Cercasi operaio motivato e con esperienza pluriennale nel campo della lavorazione del vetro. Offresi contratto di apprendistato con possibilità di inquadramento. Inviare il curriculum all’indirizzo infocandidature@lastanzadivetro.com“.

Mario sospirò, chiudendo quel dannato giornale e poggiandolo sul tavolino di vetro davanti a lui. Si lasciò cadere sul divano. La sua schiena villosa coperta da una canotta impregnata di sudore sprofondò nell’imbottitura di quel divano in finta pelle acquistato cinque anni fa in un negozio di merce usata. Poggiò i piedi nudi sul tavolino di vetro. Quel tavolino di vetro comprato assieme al divano e a tanta altra roba presente in quel minuscolo soggiorno.

Gina amava quel tavolino. Ma per fortuna quel pomeriggio Gina non era in casa, dunque Mario poteva fare tutto quello che voleva, compreso starsene stravaccato su quel divano dove chissà quante persone erano state stese, e tenere i piedi su quel vecchio tavolino, proprio come avevano fatto tante persone prima di lui.

Restò lì immobile, fissando il soffitto crepato e fumando una sigaretta. Lentamente, senza sapere il perché, fece scivolare la mano sinistra sul divano, accarezzandone la superficie come se fosse la schiena di una donna.

“Chissà quanta gente si è seduta su questo affare” pensò, continuando ad accarezzare quella similpelle verde bottiglia e fissando il vuoto. “Già, magari ci hanno anche scopato su questo coso” pensò ancora. E di colpo tolse la mano dal divano. Tirò giù i piedi dal tavolino e abbassò la schiena, poggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia.

Fissò il quotidiano poggiato su quel tavolino, tra un posacenere pieno di mozziconi, una bottiglia di whisky, una d’acqua tonica, e un bicchiere riempito a metà.

Allungò la mano verso il bicchiere e lo afferrò, portandoselo alla bocca. Diede un piccolo sorso e abbassò il bicchiere. Si passò la lingua sulle labbra umide, sfiorando i peli bagnati dei suoi baffi. Sospirò, poggiando la mano contro al mento e lisciandosi la barba incolta, mentre nell’altra continuava a mantenere il bicchiere, e la sigaretta tra le dita ingiallite.

Aveva mai scopato Gina su quell’affare? Ecco cosa pensò. E stranamente non riusciva a ricordarselo.

“Dio, ma si può dimenticare una cosa del genere?” gli ronzò nella testa, mentre fumava la sua sigaretta, continuando a fissare il giornale.

Eppure non riusciva proprio a ricordarselo.

Forse sì, forse no. Forse c’erano andati vicini, ma non avevano concretizzato. Forse Gina l’aveva fatto! Forse il suo vicino l’aveva fatto. O magari quel ragazzo che nel palazzo chiamavano Tony il rifiuto, dato che in cambio di qualche spicciolo si offriva per gettar via l’immondizia.

Preferì non pensarci. Mandò giù altro whisky. Spense la cicca nel posacenere e poi afferrò il giornale.

“Cercasi persone solari, giovanili, predisposte al contatto umano e al lavoro di gruppo, per lavoro parte time come operatore telefonico in bound presso call center leader nel settore delle comunicazioni”.

Un cinico sorriso solcò il suo viso. Chiuse il giornale per poi gettarlo sul tavolino amato da Gina. Alzò il bicchiere e ci si specchiò dentro.

No, non era affatto solare né giovanile, e tantomeno predisposto al contatto umano. E non aveva nessuna esperienza nel lavorare il vetro o il legno. Nella sua vita, in trentotto anni, aveva fatto tutto e niente. Era passato da un lavoro di merda a un altro lavoro di merda. Da una gabbia a un’altra gabbia. E ormai ne aveva davvero le palle piene.

Svuotò in un sorso il bicchiere. Fece un grosso respiro e si allungò verso il tavolino. Versò whisky e acqua tonica nel bicchiere. Accese un’altra sigaretta e si lasciò cadere sul divano, poggiando nuovamente i piedi sul divano amato da Gina.

Restò diverso tempo così. Fissando il nulla, mentre nella sua mente ronzavano come mosche centinaia di indefiniti pensieri. Frammenti di vita! Della sua vita. Di quella vita in cui non aveva combinato un cazzo. Un’esistenza passata a sopravvivere trascinandosi da un fallimento a un altro. Da giorni inutili ad altri giorni inutili. Rimbalzando da sponda a sponda come una pallina in un flipper. Senza poter far niente! Senza poter fermarsi. Senza poter decidere della propria vita.

Ma ecco che improvvisamente un rumore colpì la sua attenzione.

Udì la chiave girare nella serratura della porta d’ingresso. Qualche mandata. Un rumore metallico. Del metallo che si strofinava contro altro metallo arrugginito. E poi il legno sfregare contro il pavimento.

La porta si aprì e si chiuse velocemente. Mario sentì le chiavi urtare contro un coccio: probabilmente il grosso piatto in stile orientale che Gina aveva comprato un anno fa da un rigattiere, pagandolo ben dieci euro.

Poi udì dei passi. Il rumore di tacchi sul pavimento. Un rumore che iniziò a essere sempre più vicino. Sempre più vicino. Finché, ecco che un’altra porta sfregò contro il pavimento.

Gina entrò in quella stanza e si fermò sull’uscio della porta.

Aveva tra le braccia Martina, la loro bambina di appena un anno.

Martina dormiva. Mentre Gina era sveglia. Sin troppo sveglia!

Già, rimase immobile sotto l’uscio della porta a fissare Mario. Fissandolo con aria disgustata, come se non sopportasse neanche la sua presenza in quella stanza.

Esitò ancora un po’. Mario tolse i piedi dal tavolino, prima che Gina cominciasse a rompergli il cazzo.

Ma era tardi!

La miccia era accesa, e lui sapeva di aver poco tempo.

Forse sarebbe stato meglio scappare. Ma dove andare? Via da lì? Via da quella casa? Via dalla sua famiglia?

No, era una pensata assurda, almeno per uno come Mario.

Certo, ormai lui e Gina si detestavano. Litigavano per qualsiasi cazzata. E quando non litigavano, beh, se ne stavano in silenzio, ognuno a fare le proprie cose: Gina a guardare la televisione, e Mario a ubriacarsi sul divano.

No, non poteva che restare. Lo sapeva bene! E sapeva che gli sarebbe toccata un’altra strigliata. Che avrebbe dovuto ancora una volta abbassare la testa, assorbendo le urla di Gina e le sue continue lamentele.

Così diede un bel sorso al suo bicchiere. Caricandosi. Preparandosi. Pronto ad andare in scena.

Gina, dall’uscio della porta sbuffò, e poi in un attimo avanzò in quella stanza battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento. Arrivando fino a un vecchio mobile su cui stavano piazzate delle statuette di finta porcellana.

Strinse forte Martina con un braccio, e con l’altro si sfilò la borsetta dalla spalla, poggiandola su quel mobile. Poi, senza neanche guardare di striscio Mario, riprese a battere i tacchi sul pavimento, fino a sparire da quella stanza.

Ma Mario sapeva bene che non era finito niente. Anzi, il peggio stava appena per cominciare. E infatti, in un lampo Gina tornò all’attacco, apparendo da una porta e fermandosi contro a un muro.

Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.

Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.

Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.

Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.

Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, e mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.

Arrivò di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.

Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.

Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.

Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.

E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.

Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.

« Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? » gli disse con tono severo, acido, violento.

Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.

Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.

« E continui! » esclamò « Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? »

Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.

« Non sono mica ubriaco, Gina » disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.

« Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio »

Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.

Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.

Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona potesse voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.

Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.

Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!

Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.

Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.

« Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? » gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzita.

Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.

Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.

No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.

Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.

« Un tempo anche a te piaceva bere con me » borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.

Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.

« Oh signore, Mario, le cose cambiano! » esclamò con tono inviperito « Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? »

Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati a quelli di lei. Anche se in realtà non la stava vedendo.

No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.

“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.

Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.

Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.

Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solo starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella sua vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solo un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.

Ma Gina aveva ragione. Lui era un padre di famiglia. Aveva delle responsabilità, anche se solo l’udire quella parola gli fece accapponare la pelle.

Mandò giù metà del bicchiere in un sorso, e velocemente tornò a fissare la bottiglia.

Gina fece un passo fulmineo verso di lui. Afferrò il giornale e cominciò ad agitarglielo contro.

« Se uno vuole lavorare, un lavoro sta certo che lo trova » gli strillò contro.

A Mario venne da ridere cinicamente udendo quelle parole.

Sì, gliele diceva sempre il suo vecchio, quando lui da giovane non voleva fare un cazzo se non ubriacarsi e organizzare piccoli furtarelli assieme a ragazzi balordi quanto lui.

“Se uno vuole lavorare un lavoro sta certo che lo trova” gli diceva sempre. E il suo vecchio lavorava eccome! Dieci o dodici ore al giorno in una merdosa fabbrica di legno. Spaccandosi la schiena sei giorni su sette, e a volte anche la Domenica. Uscendo di casa la mattina presto per poi rincasare a sera tardi, così stanco da non riuscire a fare altro che cenare e guardare un po’ la TV prima di andare a letto. Prima di andare a letto per addormentarsi, pronto a ricominciare tutto d’accapo il giorno dopo. E infine, dopo infiniti anni, ammalarsi e crepare. Svanendo nel nulla. Senza mai aver fatto un cazzo della propria vita, se non lavorare. Senza aver mai vissuto la propria vita. Esistendo solamente. Passando una vita a lavorare, e al massimo venti giorni all’anno in una vacanza che gli serviva solo per maledire quei soldi che non bastavano mai.

Già, se uno vuole lavorare un lavoro di certo lo trova. E pensando a quelle parole rimase pietrificato sotto gli occhi di Gina, senza riuscire a far altro che sorridere in modo amaro.

« Oh, lo trovi anche divertente? » esclamò Gina, portandosi le mani ai fianchi.

Mario sospirò. Allungò la mano verso il tavolino e spense la sigaretta nel posacenere, per poi alzare lo sguardo verso Gina.

« Ti prego, Gina, non è proprio giornata! »

« Ah, non è giornata! Perché, che diavolo hai fatto per essere nervoso? Sì, dimenticavo » urlò ancora più forte « Sei sceso tu alle otto del mattino per accompagnare la piccola da mia madre, e poi andare a lavare le scale di ben cinque palazzi, vero? Sì, hai ragione a star nervoso, Mario, ti sei davvero rotto il culo oggi! Non è vero? Ti sei dato da fare un sacco a portare avanti questa casa, mentre io stavo sul divano a ubriacarmi. Sì, scusami. Non ci ho pensato che sei tropo stanco per parlare »

« Hai finito? »

« Non ho finito un bel niente! » strillò Gina, sbattendo con forza il giornale sul pavimento « Io sono stanca di vivere così, Mario. Non ce la faccio proprio più! Non ce la faccio più a dover lavorare solo io perché a te non va bene nessun cazzo di lavoro »

« Cristo, Gina, ma hai letto quegli annunci di lavoro? » esclamò, allungando le braccia verso il giornale steso a terra come se fosse un cadavere.

« Li ho letti eccome! » strillò ancora Gina « Sono lavori, Mario. Né più né meno! Lavori come ogni lavoro al mondo. Lavori di merda come quelli che faccio io per tirare avanti la baracca. Eppure li si fa! A volte anche più di un lavoro! Si prende quello che si trova, Mario. Si lavora perché bisogna lavorare per vivere. E dovresti ficcartelo una buona volta in quella tua testa pazza. Dovresti capire che questa vita va così, e che bisogna far di tutto per sopravvivere »

Mario la fissò intensamente, trafitto da quelle parole. Senza più riconoscere la donna davanti a lui.

Lei sembrò calmarsi, o almeno apparentemente. Restò ferma davanti a lui. In silenzio. Quasi ansimando, mentre una piccola vena si gonfiò sulla sua fronte.

Poi, Mario chinò lo sguardo. Fissò nel suo bicchiere. Guardò intensamente quella roba liquida e marroncina, forse desiderando di sparire lì dentro.

Un piccolo sorriso solcò il suo viso. Un sorriso amaro, come quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in cella, e ora portato alla camera a gas.

« Un tempo avevi tanti sogni, Gina » sussurrò, senza distogliere lo sguardo dal bicchiere.

Gina lo fissò con aria perplessa e al tempo stesso infuriata.

 

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Ossessivi estratt tratti da Fottiti, cruento romanzo edito dalla Damster edizioni.

Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
In fondo non eravamo poi diversi da ogni altra persona al mondo. E non ci credevamo né unici né tantomeno speciali.
Non eravamo dei geni né dei santoni orientali. Non eravamo né degli Einstein né dei cazzo di Osho. Eravamo solo due stronzi! Due falliti che si erano incontrati forse per noia.
Già. Mi sembrava già di vederla.
Eccola! A ormai quarantacinque anni. Non più magra, non più soda. Culo grosso, tette grosse e mosce, e capelli arruffati.
Se ne sta fuori a una fermata d’autobus. Sono le sei. Fa freddo! Lei è sola e aspetta l’autobus, coprendosi con un grosso cappotto; uno di quei cappotti da dieci euro preso in qualche mercatino rionale.
E cosa aspetta?
Quello che aspettano tutti!
Lavorare. Lavorare per tirare avanti. Un merdoso lavoro in qualche fabbrica, dove magari un vecchio capo sessantenne le tasta il suo culo ormai troppo grosso per essere venduto per strada.
E ancora gli sguardi della gente per strada. Le prime auto che ronzano per strada. Anche loro pronti ad andare a dare il culo a lavoro, lì alle prime luci dell’alba.
E su qualche fermata ci sarei stato anch’io. Aspettando il mio autobus per andare a lavoro. A lavoro in qualche fabbrica, in qualche magazzino, in qualche schifoso call center del cazzo.
Poi le ore interminabili per entrambi.
Ficca una camicia sotto una grossa pressa. Alza un pacco e mettilo su di uno scaffale. Poi guarda l’orologio. “Quanto manca? Dai, ancora un’ora. Posso farcela! Solo un’ora e tutto sarà finito. Solo un’ora e andrò in pausa”.
Ed ecco la pausa! Una sigaretta, un caffè, un pompino tirato a qualche vecchio direttore.
E si ricomincia!
Io in un call center a far finta di essere felice nell’ascoltare gente sconosciuta. Lei dietro il banco di un negozio di biancheria a sorridere a della gente sconosciuta, come se mutande e calze per vecchie fossero per lei qualcosa di speciale.
“Ancora un’ora, poi sarà finito. Andrò a casa. Sarò libero. Sarò lontano da questo inferno”, diremo entrambi. E quell’ora non avrà mai fine. Quell’ora si ripeterà all’infinito. Quell’ora scandirà ogni minuto delle nostre vite. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni decennio. Fino alla morte!
Ecco cosa sarebbe successo, pensai, continuando a guardarla. O meglio, sarebbe di sicuro successo a me.
Già, magari lei sarebbe stata abbastanza furba da usare la sua fica per incastrare qualcuno pieno di grana. Qualche stronzo che l’avrebbe mantenuta. Qualche ciccione sempre preso dal lavoro, che le avrebbe pagato la casa, il cibo, la monovolume nuova di zecca, il barboncino, i vestiti di marca, e la palestra per tenersi in forma. Per tenersi in forma per quelle due scopate a settimana. Quelle due scopate che le sarebbero toccate da contratto. Quelle due scopate a settimana per pagarsi il suo diritto a vivere.
Chissà, magari nel prenderlo dentro avrebbe pensato “Dai, ancora cinque minuti. Cinque minuti e sarò libera. Cinque minuti e tutto sarà finito”. E sarebbe stata intrappolata tutta la vita in quei suoi fottuti cinque minuti. Io sarei stato intrappolato tutta la vita nei miei fottuti cinque minuti. Il mondo intanto avrebbe continuato a scorrere, fingendo di non essere intrappolato in quei fottuti cinque minuti. In quel tempo che separa la realtà dall’illusione. In quel tempo che separa quanto siamo veramente da quel che ci illudiamo di poter essere, una volta passati quei fottuti cinque minuti.
Ma il tempo ormai era fermo. Il tempo era stato congelato da quella realtà. Dal nostro essere nudi l’uno di fronte all’altro.
«Dai, andiamo a casa tua» riprese. Io annuii. Annuii, riprendendo a camminare assieme a lei. Con lei in quella notte silenziosa. In quel nostro essere marito e moglie. In quel nostro essere innamorati. In quel nostro odiarci, desiderando di ucciderci a vicenda. In quei cinque minuti che non sarebbero mai terminati.
********
Fui a terra! I Vietcong erano ovunque. Quei dannati musi gialli erano ovunque. Le trincee erano invase. I pezzi di budella dei miei compagni piovevano su di me, e lei, lei era su di me. Lei piombò su di me come una leonessa su di una zebra.
«Bastardo!» gridò, lì sul mio corpo, stringendomi la gola cercando di soffocarmi.
Probabilmente voleva uccidermi. Probabilmente voleva che io sparissi dalla faccia del mondo.
Io non riuscivo a reagire. La sua rabbia era tremenda. La sua forza era simile a quella della gente pazza.
Aumento improvviso del testosterone, avrebbero detto alcuni psicologi. Una reazione dovuta a un elevato aumento della sensazione di stress e paura nel cervello.
Vedi anche DOC. Vedi anche schizofrenia. Vedi anche adrenalina.
Solo che lì non ci stava nessun cazzo di psicologo, né tantomeno un muscoloso Superman pronto a togliermi di dosso quella troia rabbiosa.
No, ci stavo solo io lì su quel pavimento pieno di schifezze. Solo io, e lei sul mio corpo, ormai prossima a soffocarmi. Quando ecco, non so cosa successe, non so dove trovai la forza, ma riuscii a togliermela di dosso scaraventandola in aria.
Aumento improvviso dell’adrenalina dovuto al rilascio di sinapsi del sistema centrale nervoso, causato da una forte paura, avrebbero detto alcuni psicologi.
Aumento del consumo d’ossigeno. Aumento del battito cardiaco. Aumento del rendimento metabolico. Incremento delle capacità muscolari.
Vedi anche epinefrina. Vedi anche Jokichi Takamine. Vedi anche catecolammine. Vedi anche volume sistolico.
Ma ancora una volta lì di psicologi non ce ne stavano. Ci stavo io, ancora a terra, e Monia, che in un attimo volò in aria, per poi atterrare sul campo di guerra.
Ed ecco che il Re del mondo venne a farci visita di nuovo.
«Cazzo, sono appena tornato a casa, e già sento questo fottuto casino? Io vengo lì a spaccarti il culo lurido pezzo di merda. Hai capito?» urlò il Re del mondo, appena rientrato in Paradiso.
Il mio piccolo angioletto era al suolo. Un angelo senza ali! Un angelo in minigonna. Un angelo su di un pavimento pieno di olio, maccheroni, pezzi di vetro e altre schifezze simili.
Io restai qualche istante lì steso su quella merda. Lì steso a guardarla, senza sapere se si fosse rialzata o meno.
Sembrava di no!
Se ne stava semplicemente a poco più di un metro da me. Lì con il culo a terra, la schiena contro il mio frigo, e le cosce aperte che facevano vedere chiaramente le sue deliziose mutandine rosa.
Pericolo passato! I superstiti rientravano nelle loro trincee, e alcuni conservavano con cura le lettere ricevute dai caduti. Lettere per le loro mogli, per i loro figli, e ogni altra persona che non avrebbero mai più rivisto.
Io non avevo lettere con me. Nessuno si era fidato di me. Nessuno aveva pensato che io avessi potuto farcela in quell’inferno.
Invece ero lì! Ero ancora vivo. Ero un fottuto eroe di guerra. Un cazzo di Ron Kovic con una fottutissima medaglia al valore militare appesa al collo.
Sì, ero un vero eroe! E da vero eroe mi tirai su, lentamente, con tutti gli abiti sporchi di ogni tipo di merda culinaria.
Mi tirai su e m’appoggiai al tavolo, mentre lei se ne stava lì contro al frigorifero, fissandomi con un indemoniata. Pronta a scattare!
Afferrai un di quelle birre. La stappai, e le diedi un bel sorso. Poi accesi una cicca, e ancora ansimando e tossendo cominciai a fumarla, guardando la mia piccola guerrigliera lì con il culo per terra.
«Che cazzo ti è preso?» le urlai contro.
Lei non rispose. Restò li a fissarmi con un cazzo di sguardo alla Regan McNeil.
Poi ecco che si alzò. Si alzò lentamente, con tutti gli abiti sporchi di olio e con qualche maccherone appiccicato addosso.
Io la guardai. Diedi un sorso alla bottiglia, poi l’abbassai, tenendola forte per il collo. Pronto a spaccargliela in testa alla sua prima mossa falsa.
Vero amore!
Eravamo già pronti per sposarci in fondo. Saremmo stati davvero una coppia perfetta. Proprio come quelle che si vedono alle cene di lavoro o al bingo parrocchiale. Proprio come quelle che poi s’insultano di notte, nei loro letti. Proprio come quelle che finiscono per ammazzarsi.
Lui spara a lei e poi si fa saltare le cervella. Lei taglia il cazzo a lui, lo fa morire dissanguato, e poi si avvelena con l’acido per il cesso.
“Sembravano un coppia perfetta. Andavano d’amore e d’accordo” avrebbero detto i vicini.
Chissà, forse il Re del mondo e la dolce Regina avrebbero detto la stessa cosa di noi. Ma per fortuna il Re del mondo aveva chiuso la sua dannata bocca, e assieme a lui la dolce Regina.
Ci stavamo solo noi lì dentro. Solo noi al mondo. Solo noi all’universo.
Poi eccola avvicinarsi di nuovo a me, lentamente, mentre io stringevo la bottiglia, pronto a sfracassargliela sulla testa.
Mi fu vicina, faccia a faccia.
Io la guardai. Lei mi guardò. Poi accennai un sorriso, e così lei.
Fu un attimo! Ancora una volta, un fottuto attimo.
«Pezzo di merda!» urlò, tirando fuori un coltello che aveva nascosto nel giubbetto.
Cazzo, neanche fosse un dannato Norman Bates.
Già, quella troia si scagliò contro di me con tutta la sua forza, brandendo quel dannato coltello e cercando di piantarmelo in gola.
Non so come feci, ma riuscì a fermarla.
Le bloccai il braccio e la girai di colpo, come fossi Steven Seagal o un cazzo di Jackie Chan.
Lei finì sul tavolo, con faccia e petto lì sul tavolo, mentre io le tenevo il braccio fermo. Quel piccolo braccio destro con quel cazzo di coltello in mano.
Lei mollò la presa. Il coltello cadde per terra tra maccheroni, pezzi di vetro e cubetti di pancetta.
Digrignò i denti, cercando di divincolarsi dalla presa.
«Lasciami, bastardo. Lasciami!» strillò, impotente, bloccata dalla mia forza.
«Ora vengo lì e vi spacco il culo!» urlò il Re del mondo.
Io mi girai. Mi girai di colpo verso il muro.
Fu un attimo! Come sempre, un attimo. Come sempre nella vita. Come sempre, sia per le cose belle che per le cose brutte.
«Tappati quella bocca del cazzo o vengo lì e ti sventro, merdoso vecchio!» urlai verso il Re del mondo, lanciandogli la bottiglia contro. La mia bottiglia contro il Paradiso.
E la mia bottiglia passò oltre l’uscio della mia cucina. La sorpassò, e s’infranse contro il muro che divideva i campi Elisei dall’Inferno.
Bersaglio mancato!
Il male non poteva raggiungere il Paradiso. Il Paradiso non poteva essere svelato al mondo, proprio come Babbo Natale per i bambini. Proprio come ogni altra bugia al mondo.
Beh, almeno il Re del mondo aveva smesso di rompere il cazzo.
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
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Tratto da The writer, sconvolgente romanzo edito dalla Damster edizioni.

Mi rimisi per strada, e come prima cosa accesi una sigaretta, come se fossi in crisi di astinenza.
Diedi una strippata, restando fermo davanti al portone di Antonella e alzando lo sguardo verso i palazzi davanti a me.
Niente, non era cambiato niente!
La città era ancora lì. Niente era sparito, e tutti dormivano nelle loro belle case o cazzeggiavano in qualche locale.
Mi venne da sorridere e abbassai il capo, pensando che sarei potuto crepare lì e a nessuno sarebbe fottuto un cazzo di niente. E che di certo il tipo nel cartellone pubblicitario visto qualche ora
prima avrebbe continuato a ridere.
Bah, solita storia! il mondo non sarebbe mai cambiato. Il mondo era rumoroso e pieno di gente pronta a tutto pur di affermarsi. E io, beh, non avevo che il mio eremo dove rifugiarmi.
E lo feci!
Sì, tornai a casa, camminando per quelle strade ormai deserte. Popolate solo da falliti come me.
Da solo, bevendo la mia birra e fumando una cicca dietro l’altra, finché arrivai a casa. Davanti allo schifoso e decrepito palazzo in cui vivevo.
La porta era aperta, come sempre. Così da permettere a qualche puttana di entrare lì con qualche cliente senza dover perdere tempo ad aprire il cancello.
Si sa, il tempo è denaro. Lo dicono tutti! Ma il mio di tempo si era fermato per sempre. Lì nel mio mondo il tempo non esisteva neanche. Gli orologi si erano fermati! Ci stavano solo lancette
arrugginite, vetri rotti sparsi ovunque, e gente di gesso che si urtavano tra loro.
Era l’inferno! E non avevo che un modo per sfuggirvi. Un solo modo! Il solito modo.
Entrai nel mio appartamento, pronto a farlo, e come sempre la mia vecchia e obesa gatta mi venne
contro, miagolando e facendomi le fusa.
Entrai nella mia stanza con lei a seguito. Lasciai a terra la tracolla e il cappotto, poi gettai il cappello e la bottiglia vuota su di un mobile pieno di carte e bicchierini di plastica sporchi di caffè.
Uscii da lì e andai in cucina, seguito dalla mia gatta.
La mia vecchia dormiva già. Oppure piangeva nel suo letto, pensando a quel figlio bastardo che con ogni probabilità sarebbe crepato prima di lei.
Cercai di non pensarci. Non alla morte! Quanto al dolore che le avrei causato e che già le stavo causando.
Raccolsi una bustina di merda gelatinosa per gatti e in un attimo la ficcai in un piatto di carta, calmando subito la foga della mia gatta che innanzi al cibo si dimenticò dell’amore per me. Proprio
come Antonella. Proprio come ogni donna.
Restai fermo a fissarla per qualche istante. Sorridendo cinicamente. Pensando ad Antonella e tutte le donne che mi avevano usato o che avevo usato.
Infiniti amori fasulli! Solo cadaveri che si divoravano a vicenda.
Poi presi una bottiglia di vino rosso dal frigo e uscii da quella stanza, lasciando la mia gatta al suo nuovo amore e andando nella mia camera da letto.
Chiusi la porta e arrivai verso una piccola scrivania con sopra infinite carte, bicchieri sporchi, pacchetti di sigarette vuoti, e al centro un portatile acceso.
Ficcai lì sopra la bottiglia e accessi il portatile, per poi spogliarmi del tutto e gettare i vestiti a terra tra altri vestiti. Attento a non far cadere varie bottiglie vuote sparse sul pavimento: alcune piene
di piscio!
Mi venne nuovamente da sorridere, mettendomi addosso un lercio pigiama e fissando quelle bottiglie sul pavimento.
Sembravano tante lapidi!
Sì, quello era un cimitero. Il cimitero dove era sepolta la mia vita. Un’esistenza buttata nel cesso. Un’esistenza inutile e fetida proprio come quel piscio.
Raccattai il pacchetto di sigarette e l’accendino dalla tasca dei miei jeans, e anche il cellulare dal mio cappotto.
Ne accesi subito una, andando verso la scrivania e mettendomi a sedere davanti a essa.
Guardai il cellulare. Niente! Lei non chiamava.
Di certo erano tornati i suoi, e lei si era addormentata in attesa che andassero a letto, così da potermi telefonare.
Niente di nuovo! No, mai niente di nuovo.
Come sempre ero solo. E la cosa mi andava bene! Sì, non so perché, ma benché la gente fuggisse sempre dalla solitudine, io ne sentivo invece il bisogno. Stare da solo. Lontano dal mondo. Lontano dalle voci. Lontano dalle conversazioni fatte solo per dovere, quando magari avresti voluto ficcare un coltello nella fronte del tuo interlocutore. Proprio come spesso desideravo fare con Antonella.
Ma lei non ci stava. Nessuno c’era lì dentro.
Ero nel mio mondo! Nel mio eremo. Nel mio limbo. In quella che con ogni probabilità sarebbe stata la mia tomba.
Vino, sigarette, musica, e finalmente i rumori delle mie dita contro i tasti della tastiera. Una storia che prendeva vita. Come ogni notte! Da solo nel mio mondo a deridere quella realtà da cui mai sarei fuggito e che domani mi aspettava ancora fuori da quella stanza. In attesa come una tigre in agguato. Pronta a sbranarmi! Pronta a mordermi finché sarei venuto meno. Finché mi sarei ucciso pur di sfuggirgli.
E intanto, ancora il rumore dei tasti. Il fumo che si addensava sul soffitto. La tosse forte, lo sputare moccio verde per terra, il vino in gola, il pisciare nelle bottiglie e il sentirsi sempre più leggero e al tempo stesso vuoto. Parola dopo parola. Bicchiere dopo bicchiere. Sigaretta dopo sigaretta. Dolore dopo dolore. Fino alle cinque del mattino. Per poi sparire, mentre la brava gente cominciava a svegliarsi. Mentre il mondo cominciava a svegliarsi.
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Sei romanzi non adatti a coloro che amano le favolette o le storie fasulle.

THE WRITER
Tirai fuori le chiavi dalla mia tracolla e aprii la porta. La gatta mi venne contro, miagolando, e io spinsi dentro con i piedi quegli scatoli, per poi chiudere la porta.
La gatta miagolò ancora. Poi si concentrò sugli scatoli. Annusandoli e salendoci persino sopra.
Mi venne da sorridere!
Sì, forse quella fottuta stava facendo il miglior utilizzo dei miei libri. Forse la sola cosa buona che i miei romanzi potessero fare era dare un posto dove dormire alla mia gatta.
Ma persino alla gatta sembrò fottersene!
Scese da quegli scatoloni e corse in cucina. Seguita da me. Pronto a farla felice ancora una notte.
E lo feci!
Le diedi da mangiare e poi presi del vino dal frigo.
Decisi di non andare a vedere mia madre quella notte. Sarebbe stato inutile! Lei di certo dormiva, dopo una giornata di merda e in totale solitudine. E io ero stanco! Non fisicamente, ma mentalmente. Ero stanco dentro! Stanco e confuso.
Andai nella mia camera da letto e mi spogliai lentamente. Mettendo addosso una maglia e il pantalone di una vecchia tutta.
Lasciai perdere l’idea di spararmi una sega. Non ne avevo voglia! Ero brillo e demoralizzato per masturbarmi. E inoltre, innanzi a me non vedevo che la faccia di tutta quella gente. Di quegli sconosciuti in quella sala che mi facevano il terzo grado. E delle mie risposte! Quelle mie risposte false. Il mio sorridere innanzi a loro come se fossi solo uno schiavo. Un patetico coglione come tanti pronto a far tutto per amicarsi delle persone. Pur di avere dei consensi. Pur di vincere la statuetta d’oro alla notte degli Oscar.
Che fine del cazzo, pensai, mettendomi a sedere al computer.
Controllai la mia casella di posta, proprio come ogni notte. Ma non ci stava niente d’interessante!
No, la mia presentazione non aveva suscitato l’interesse di qualche giornale o di qualche regista di Hollywood. Niente di niente! Solo altre congratulazioni su quel dannato social network, e le foto della presentazione condivise dalla mia cara amica Francesca.
“Il nuovo Bukowski!”. Sì, così scrisse ancora. E a molti sembrò rizzarsi il cazzo innanzi a quella stronzata. Altra gente che non avrebbe mai speso quindici euro per quel mio nuovo romanzo, come non li aveva spesi per quello precedente.
Sospirai, e chinai il capo contro la tastiera collegata al portatile. A occhi chiusi. Cercando di non vedere più quei volti attorno a me.
Ma c’erano ancora!
Alzai lo sguardo, sentendo ancora vivida l’umiliazione provata quel pomeriggio. E vedendo le “richieste di amicizia” di tutti quegli sconosciuti.
Accettai tutti! Dal primo all’ultimo. Senza neanche leggere i loro nomi. E altrettanto feci rispondendo alle varie congratulazioni.
Poi decisi di chiudere quel dannato affare e aprii una pagina di word.
La fissai a lungo. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me.  Vividi e penetranti.
<< Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo! >> sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
<< Che cazzo vuoi da me? >> strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
<< Ma non sto scherzando! >> riprese a echeggiare la voce attorno a me << Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo >>
<< Fa silenzio! >> urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto << Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente! >>
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
<< Tu non sai un cazzo di me! >> strillai ancora << Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore! >>
<< Scrittore un paio di palle! >> urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo << Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri! >>
<< Sta zitto! >> urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
Restai lì per qualche secondo. Poi, di scatto uscii da lì e andai in cucina, prendendo una bottiglia di vino dal frigo.
Feci per tornare nella mia stanza, ma incontrai mia madre nel corridoio. Ferma davanti a me. In vestaglia. Simile a uno spettro. Lì ferma a fissarmi con aria triste e al tempo stesso piena di rabbia.
La fissai a mia volta, senza dire niente. Per poi voltarmi e andare nella mia stanza.
Neanche lei disse niente. Non c’era niente da dire! Era abituata a quelle cose. Alle mie urla notturne. A bottiglie infrante contro ai mobili. Alla mia pazzia che l’aveva privata di un bravo figlio normale.
La lasciai tornare nel suo letto. Probabilmente a piangere. Senza riuscire a trovare in me la forza di andare a consolarla.
Restai fermo su quella sedia. Bevendo e fissando il vuoto. Fissando quel foglio bianco. Senza riuscire a scrivere una sola parola.

AFFAMATA D’AMORE
Lei era davanti alla porta del balcone. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale!” oppure altre cazzate come “Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

VICOLI BUI
Che coglione! Se qualcuno dei miei compari di Piazza Garibaldi mi avesse visto, di certo mi avrebbe sputato in faccia. E tutto per cosa? Per Maria! Una ragazza che non vedevo da quindici anni. Una che neanche me l’aveva mai data, e che con ogni probabilità non l’avrebbe mai fatto.
Che cazzo mi stava succedendo? Le botte prese mi avevano rincoglionito? Che stronzo! Avrei dovuto alzarmi da quel letto e fregare quei soldi, per poi sparire veloce come il vento. Eppure me ne stavo lì. A letto come un malato. Senza poter far niente. Senza potermi neanche tirare una sega tanto erano forti quei cazzo di dolori.
Rimasi lì qualche istante prima di sentire la porta di casa aprirsi.
Sentii i suoi passi. Sentii la porta chiudersi.
-Ehi, sei sveglio? Sono a casa.
Io non risposi e lei, lei avanzò nel corridoio, fino a entrare nella camera da letto.
Venne accanto a me, poggiando due buste della spesa ai piedi del letto.
Controllò la flebo.
-Beh, direi che questa ormai è andata- disse chiudendo del tutto il flacone. Poi si mise a sedere sul letto al mio fianco.
–Allora, come ti senti oggi? Hai mangiato?
Io annuii.
-Mi sento di merda!- le risposi. Lei sorrise, strizzando gli occhi come un cartone animato Giapponese.
-È già qualcosa!- fece alzandosi di colpo dal letto, restando lì in piedi davanti a me e sorridendo.
Poi raccolse le buste della spesa. Andò via, in cucina, e tornò subito con dell’altra merda.
Ficcò un’altra siringa nella flebo e girò la rotellina, lasciando scorrere quel liquido fin dentro le mie vene.
-Oggi e domani, e poi forse potremo anche smetterla con gli antidolorifici- disse. Poi annusò l’aria, quasi come se fosse un cane.
–Ma tu hai fumato?- mi chiese.
Io scossi le spalle. O almeno, lo feci alla meglio che potevo.
Lei continuò a guardarmi con quei suoi grossi e profondi occhi verdi. E non avevano rabbia in essi, né una saccente voglia di rimproverarmi. Aveva solo dolcezza! Una dolcezza così grande da spiazzarmi. Da disarmarmi.
-Di certo non ti fa bene! Ma non credo che ci sia bisogno che te lo dica io, né tanto meno potrei far niente per impedirti di farlo. Dico bene?
Io non risposi. Lei sorrise ancora, e tornò a sedersi accanto a me.
-Senti, ci sta una cosa che devo dirti.
-Uhm, cosa?
-Il telegiornale! Hanno diramato le tue foto.
-Cristo!
-Già. Uno dei poliziotti, forse quello di cui mi ha parlato, ha detto alla tele che tutti i corpi di pubblica sicurezza ti stanno cercando. Che faranno di tutto per assicurarti alla giustizia. E che sei sospettato di molti altri crimini- disse. Poi abbassò la testa e sorrise.
–Giustizia!- riprese a dire alzando lo sguardo verso di me –E pensare che un tempo credevo in questa parola.
-Mi spiace! Mi spiace davvero, Maria- esclamai sapendo di mentire. Sapendo di non provare niente, se non un po’ di confusione.
-Lascia stare- fece lei, restando in silenzio per qualche istante. Poi alzò la testa al cielo come rapita da una visione.
–In fondo sono sempre stata una sognatrice, giusto?- riprese a dire abbassando nuovamente lo sguardo verso di me –Come quella volta di tantissima anni fa, ricordi? Io avevo dodici anni, tu sedici. Stavo nel cortile. O meglio… In quello spiazzale di cemento che tutti ci ostinavamo a chiamare “cortile”. Stavo giocando con delle bottiglie fingendo che fossero bambole. Quella di Coca Cola era la regina, e le piccole bottigliette di gassosa erano i sudditi. E tutti i sudditi erano felici di stare con la loro regina, perché lei non li trattava come inferiori, ma come suoi pari. E fu allora che un gruppo di ragazzini mi accerchiò, scaraventando le bottiglie per terra, dicendomi che non ero altro che una mocciosa piagnucolona e stupida. Che i poveri erano poveri, e i ricchi erano ricchi, e che a nessuno fotteva niente né di me né di loro.
Poi fece un attimo di silenzio abbassando lo sguardo, mentre io continuavo a fissarla tornando a quel passato che non volevo rivedere. Tornando a quella vita che volevo solo dimenticare.
Lei rialzò lo sguardo verso di me, sorridendo.
-Tu venisti dal nulla. Prendesti il primo per il collo della camicia e lo gettasti per terra. “Figlio di puttana!” ti urlarono contro gli altri. Ma tu li prendesti a pugni. Uno a uno, gettandoli a terra come fossero bersagli di carta. Poi quando andarono via, tu ti pulisti il sangue che ti colava dal naso e ti avvicinasti a me. Raccogliesti le bottiglie da terra. La regina era salva! E anche tre o quattro sudditi. Me li piazzasti davanti! “Non esistono ricchi che fanno patti con i poveri” mi dicesti, “Ma se a te va di crederlo, beh, fallo! E difendi con i pugni ciò in cui credi. Non lasciare che siano gli altri a dirti cos’è giusto e cosa è sbagliato.”
Lei sorrise e mi strinse la mano.
-Beh, io lo sto facendo!- riprese a dire, quasi piangendo –Sto lottando per ciò in cui credo! E non permetterò ad altri di dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.

 

Senzanome

Ecco un estratto di The writer e Affamata d’amore, due romanzi di Marco Peluso, editi dalla Damster edizioni e disponibili in formato digitale presso i maggiori store online. Il primo, la vera storia di uno scrittore fallito. Il secondo, una storia realmente accaduta.

Presi un’altra birra. Mandai giù un altro po’ di prosciutto cotto e tornai nella mia stanza, seguito dalla mia gatta.Mi misi al pc, e non per scrivere. No. Quanto per continuare le mie pubbliche relazioni. Per mettere qualche estratto del mio romanzo. Qualche foto della copertina. Qualche post atto a incrementare le vendite inesistenti.

E chi rispose? I soliti!

Gente che non aveva mai letto niente di mio. Scrittori che non avevano mai letto niente di mio. Sconosciuti che non avevano mai letto niente di mio.

I soli a non congratularsi furono i miei pochi amici. Loro che non avevano mai letto i miei libri. E che sapevano bene quanto mi facessero schifo tutti quei fasulli convenevoli.
Eppure ero proprio nel mezzo di quella farsa!
Sì, ero l’amico di tutti. Dispensavo “grazie” a palate. Ridevo con tutti. Parlavo con tutti. Invitavo tutti a comprare il mio libro per poi darmi un’opinione.
<< Che uomo senza palle! >> sentii rimbombare attorno a me.
Io mi alzai di scatto, guardandomi attorno con aria spaventata.
Una risata avvolse tutto. Mi penetrò. Mi lacerò. Mentre con aria sconvolta continuavo a fissare quella stanza simile a un campo Rom.
<< Quegli stronzi non compreranno mai una sola copia del tuo libro. Lo sai, vero? >> riprese quella voce.
<< Chiudi quella cazzo di bocca! >> urlai, dando un calcio alle mie scarpe lì sul pavimento.
La mia gatta scappò via. Quella voce prese a ridere ancora.
<< Lo scrittore dannato! >> esclamò ridendosela.
Io caddi in ginocchio. Con il volto rivolto al pavimento. Ansimando e mantenendomi la testa.
<< Ma guardati! >> udii ancora << Uno stronzetto che fa tanto l’emarginato, e poi sta a chattare su di un cazzo di social network. Gli scrittori che piacciono a te non hanno mai fatto simili merdate da checca! >>
<< Che cazzo ne sai tu? >> urlai, alzando la testa verso il vuoto.
Quella voce scoppiò nuovamente a ridere, rimbombando per tutta la stanza.
Poi smise di colpo. Svanendo. Lasciandomi la da solo, in ginocchio, stravolto da mille pensieri indefiniti. Mille pensieri che si muovevano nel mio cervello come fossero locuste impazzite.
Mi alzai lentamente. Respirando a fatica e fissando il nulla. Bevendo lentamente la mia birra.
Poi un altro tuono!
<< La tua merda non piacerà mai a nessuno! >> udii ancora.
Digrignai i denti e strinsi i pugni, brandendo la bottiglia nella mia destra.
<< Basta! >> strillai, scaraventando la bottiglia contro a un muro.
I vetri volarono in ogni dove. Spargendosi tra la sporcizia nella mia camera.
Io rimasi lì fermo a fissarli. Sembravano lacrime pietrificate! Il mio pianto ghiacciato da un gelido dolore.
Le fissai ancora un po’.
Cristo santo! Avevo voglia di spaccare tutto. Voglia di gettare bombe atomiche contro al mondo intero. Voglia di spezzare il collo a ogni bambino Africano. Di spellare vive tutte le foche. Di dare fuoco ai negozi di piccoli imprenditori. Stuprare le figlie sedicenni di chi si fosse rifiutato di apprezzare i miei scritti.
Ero una bestia! Ero il male puro. Ero rabbia in carne e ossa.
Sentivo le vene pulsare nel mio corpo. La pressione sanguigna irrompere nelle mie arterie fin quasi a spaccarle. La mia testa palpitare come un tamburo. I miei denti digrignarsi tra di essi così forte come se si stessero spaccando.
Diedi un pugno contro al muro. Violentemente. Sentendo il braccio vibrare per il forte colpo.
Restai fermo per qualche secondo. Fissando il muro davanti a me e poi, lentamente, allontanando il braccio.
Non era cambiato niente! Il mondo era ancora intatto. La realtà vivida e presente.
La mia rabbia non era servita a niente!
Così cercai di calmarmi, consapevole di essere fottuto. Che quella pubblicazione mi aveva dato un’ulteriore conferma di essere Mr nessuno.
Andai in cucina e preparai da mangiare, bevendo intanto un’altra birra. Poi verso le sette di sera, affamato come non mai, mi misi al pc mangiando la mia pasta e rispondendo a tutti i miei fasulli fan e ai miei nuovi amici scrittori.
Feci tutto meccanicamente. Mangiare, rispondere, scrivere, sorridere: tutto meccanicamente! Come se non fossi io a farlo. Come se al posto mio ci fosse un robot programmato per farlo.
E passai così quasi tutta la serata. Bevendo, fumando. Senza scrivere nessuna nuova storia! Perso nel nulla. Cercando solo un modo per far decollare quel mio romanzo. Un modo per tirarmi fuori da quella schifosa esistenza. Per avere finalmente quella gloria e quel successo che tutti in un modo o in un altro desiderano.
Sì, anche io! Io, il disadattato. Quello a cui non fotteva un cazzo di apparire, piacere, essere voluto bene.
Improvvisamente, dopo ore e ore, il mio telefono prese a squillare nuovamente.
Io guardai l’orologio sul mio pc. Erano appena le undici e mezza di sera. Appena pomeriggio per me.
Strano, si era liberata prima del solito, pensai, agguantando quel telefono e rispondendo.
E infatti era lei!
<< Amore, come stai? >> mi chiese con fare preoccupato.
Io scossi le spalle.
<< Bene, perché? >>
Lei sospirò.
<< Non devi dirmi niente? >> mi chiese ancora.
Mandai giù altra birra e poi accesi subito una cicca, con aria seccata.
<< Senti, Anto, non ho scopato con nessun’altra, se è questo che vuoi sapere >> le risposi.
Lei rimase un attimo zitta. Forse pensando. Forse desiderosa di spaccarmi il culo.
<< Ti prego, non litighiamo >> sussurrò.
Io fissai il vuoto, come se stessi vedendo lei. Intento solo a bere e fumare.
Era chiaro. Sì, sin troppo chiaro. La troia si era fatta sbattere da un altro che non era il suo fidanzato.
Beh, un tempo avrei dato di matto. Avrei spaccato serrande e mobili. Mi sarei ubriacato fino a farmi esplodere il fegato.
Ma orami non me ne fotteva più un cazzo! Né di lei, né di me, né di altro al mondo.
<< Okay, Anto. Non litighiamo! >> le dissi.
Lei sorrise. Felice come non mai. Contenta di avere ancora il suo fidanzatino non ufficiale, il suo fidanzatino ufficiale, e qualche amante.
<< Hai l’aria triste >> mi chiese << Non sei felice di aver vinto? >>
Scossi le spalle nuovamente, mandando giù altra birra.
<< Stai bevendo? >> riprese.
<< Sì! >> le risposi, con tono freddo.
Dall’altra parte del telefono sentii un grosso respiro, accompagnato da un interminabile silenzio.
Ma per fortuna non mi cagò il cazzo sul fatto di bere o non bere. Né sulla famiglia che desiderava avere con me, e non con il suo fidanzato ufficiale.
No, aveva già avuto il cazzo! Di certo un altro se l’era sbattuta al posto mio e del suo fidanzato. Dunque, dentro di lei sapeva di non essere nella posizione per cagarmi il cazzo.
Beh, forse avrei dovuto ringraziare quello stronzo. Chiunque egli fosse. Mi aveva tolto davanti una bella rottura di palle. La mia quotidiana rottura di palle!
<< Sai, oggi ho visto delle tutine che starebbero davvero bene a nostro figlio >> riprese << Ero in giro con mamma. E quando le ho viste, beh, avrei voluto tanto star lì con te e comprarle >>
<< Ah, davvero, inutile contenitore di sperma? E dimmi, le hai viste prima o dopo esserti fatta sbattere dal tuo fidanzatino o da qualche straccia culo incontrato per caso? Già, se desideri tanto un figlio, perché non ti fai ingravidare da quel coglione del tuo uomo invece di sparare queste boiate contro di me? Tanto si è capito che non lo lascerai mai a quello stronzo! E che ti farai sbattere da me finché non lo sposerai >>
Ecco cosa avrei voluto dirle! Ma mi limitai a dirle “Sì, sarebbe piaciuto anche a me”.
E lei sorrise ancora. Mi parlò ancora di quella merdosa tutina e di nostro figlio che ora aveva preso il nome di Mattia.
<< Sai, sono sicura che un giorno riuscirai per davvero a sfondare con i tuoi libri. In fondo hai pubblicato anche un romanzo in formato cartaceo! >>
<< Sì, Anto, sono sicuro che ti renderò fiera di me >> le risposi. Capendo che per dire tali stronzate si era davvero fatta sbattere da un altro. E sapendo che non sarei mai diventato famoso. Che avrei continuato ad essere mister sconosciuto. Un niente! Un coglione anonimo che avrebbe venduto sì e no cinquecento copie l’anno. Uno che avrebbe continuato a succhiare cazzi in un call center, senza mai essere un vero scrittore.
Ma continuai la farsa!
Ero stanco per litigare. Stanco per dire ogni cosa. Stanco persino di piangere.
Restai immobile ad ascoltarla. Acconsentendo a ogni cosa. Sorridendo persino! E infine, dopo un paio di ore, quando lei fu stanca, ci mettemmo a letto assieme: come sempre! Lei accanto a me, sul cuscino, nel mio telefono. E come sempre attesi che si addormentasse. Poi afferrai quel telefono. Tolsi il volume del microfono e misi gli auricolari. Portandola con me verso il pc. Sentendo da quel telefono il suo respiro mentre dormiva. Standomene seduto a fissare il monitor, fumando e bevendo.
Le congratulazioni erano aumentate nuovamente! Tutti si congratulavano per me. Nessuno aveva mai letto un cazzo di mio, eppure tutti erano felici per me. Tutti dicevano che ero un artista! Il migliore. Un grande genio.

Strinsi la bottiglia e la spaccai contro al muro. Le lacrime ghiacciate si aggiunsero a quelle sul pavimento. E io afferrai subito un’altra birra. Dandole un sorso. Capendo sempre di più di non essere uno scrittore, ma solo un coglione senza futuro. Un patetico disadattato che non avrebbe mai combinato niente nella vita. Se non passare la notte sentendo il respiro della propria amante nelle orecchie, proveniente da un telefono cellulare. Leggendo inutili quanto fasulle congratulazioni di sconosciuti. Ora, senza neanche più riuscire a scrivere. Vuoto. Congelato. Spento come un cane a lungo bastonato.

Le diedi ancora una carezza. Qualche bacio.
Il tempo si era fermato!
Poi ci fu una spinta. E ancora un sorriso.
<< Ti avevo detto di starmi lontano >> disse lei, ridacchiando e dandomi calci e spinte.
Io cercai di fermarla. Sorridendo come un bambino. Sorridendo come un coglione.
Ma era tutto bellissimo!
Bellissima la sua innocenza. Quel suo sguardo. Quel suo sorriso.
Già, lei era la troia del paese. Quella che era fuggita di casa per farsi sbattere da ogni povero stronzo. E io ero l’alcolizzato. Quello visto con disgusto da ogni brava persona nella città dove abitavo.
Davvero una bella coppia!
Eppure, era come una magia. Come quella che si vedono nelle favole. Benché nessuno di noi credeva da tempo nelle favole.
No, che si fottesse la Disney e tutte le sue patetiche cazzate. Quella non era una favola. Era la realtà. E noi sapevamo che da un momento a un altro saremmo potuti precipitare da quel grattacielo di gioia, sfracellandoci su di un cumulo di cadaveri. Sulla cruda e bastarda realtà.
Sì, era già successo per entrambi, e ne portavamo ancora le cicatrici sul petto. Eppure restammo lì fermi. Come due incoscienti. Persi in quella nostra illusione. O magari in un sogno.
Lei affondò di più le dita contro al mio petto, poggiandoci sopra il capo, mentre io continuai ad accarezzarla.
<< Dio, me l’hai rotta! Sei davvero una furia >> disse, sorridendo.
Io la strinsi più forte, baciandole la fronte.
<< Dai, non sarà mica così grave. In fondo non è stata mica la tua prima volta >>
Ma fu una pessima mossa!
Lei rimase in silenzio. Muovendo le sue piccole dita sul mio petto e respirando contro al mio collo.
Ecco, la favola era finita, e quello era il momento della verità. Il momento del dolore. Di ciò che non veniva mai narrato nelle favole.
Sentii le sue dita trapassare la mia carne. Il mio petto. Il mio cuore.
<< Hai mai sognato di non essere te? >> mi disse con un filo di voce, continuando a stringermi il petto.
Io l’accarezzai ancora. Senza risponderle. Percependo in me il suo dolore.
<< A volte mi son vista come una fata o una principessa >> riprese << Sai, di quelle delle favole! Del tipo, vagavo per i boschi della mia città. Mi stendevo per terra. Fissavo il cielo. Le nuvole si muovevano prendendo tante forme, e attorno a me mi sembrava di vedere tante farfalle volare >>
Per un attimo restò in silenzio. Stretta a me. Come se stesse vedendo chissà cosa.
Percepii le sue dita conficcarsi nella mia carne, e il mio stanco cuore battere contro la sua mano.
<< Neanche me la ricordo la mia prima volta! >> aggiunse << Era una festa. Una festa data da qualche stronzo del mio paese. Io a quel tempo bevevo e fumavo molto. Tutto, pur di evadere da quella mia famiglia borghese. E lui, quel tipo, mi piaceva molto. Sì, gli facevo il filo, ma lui era il tipico stronzo tutto sport e che non cagava nessuna, se non per scoparsela >>
Alzò lo sguardo verso il mio viso. Mi sorrise con fare amaro. Poi mi diede una carezza, e chinò nuovamente il capo sul mio petto.
<< Io ero ubriaca >> riprese << Lui mi portò in una stanza. E poi… Beh, poi… Poi fece quello che voleva fare! >>
Ci fu ancora un attimo di silenzio. Io rimasi zitto. Accarezzandola. Desiderando con tutto me stesso d’incontrare quel bamboccio per fargli sputare i denti da bocca.
Ma a che sarebbe servito?
Lei aveva mangiato tanta merda. Io avevo mangiato tanta merda. Il mondo era in debito con noi, ma nessuno ci avrebbe mai ripagato.
Le diedi ancora una carezza. Lei mi sorrise ancora. Con fare cinico. Stringendomi. Cercando di seppellire nella mia pelle il suo dolore.
<< Figurati che lo seppi dalla mia migliore amica >> disse ancora << Ci pensi? Sapere dalla tua migliore amica di essere stata sverginata. E prima che io lo sapessi, tutto il paese lo sapeva. Io ero una puttana! E neanche ricordavo niente. Non una minima cosa, per fortuna >>
La strinsi ancora. Sentii sulla mia pelle le sue lacrime, benché lei continuò solo a sorridere. A sorridere in maniera amara.
Poi alzò lo sguardo verso di me. Mi accarezzò ancora e sorrise nuovamente, come se stesse vedendo il sole.
Sentii le sue dita contro al mio viso. I suoi polpastrelli sulle mie guance.
Era qualcosa di tenero. Di mai provato prima. Come un sogno che mi stava travolgendo.
Le mie delusioni di quand’ero bambino. Il mio essere deriso quando portavo lo zainetto da discount mentre tutti nella mia classe avevano lo zainetto della Standa. Mia madre sempre a dirmi che non valevo niente. Mio padre che non ricordava il mio nome. Quella sua famiglia che neanche la vedeva, mentre lei vagava nel nulla, lasciandosi sbranare da lupi. Invisibile. Come un qualcosa d’inventato.
Eppure, in quel silenzio, mentre la luce del sole ci travolgeva entrando dalla finestra, io non riuscii a dirle niente. A fare niente. Niente! Se non stringerla a me. Per permetterle di dimenticare. Per dimenticare!
Fu così strano! Stare lì stesi. Abbracciati. L’uno conoscendo il dolore dell’altro.
Poi sentii ancora le sue dita nella mia carne. Un sorriso! Un balzo. Un calcio nel mio fianco.
Rimanemmo lì fermi. Stringendoci e scherzando. Finché lei si alzò. Si guardò a torno, e poi tornò a fissare me.
Ridendo, corse nuda fino alla mia camera da letto.
Io la seguii, e quando entrai lì dentro, la trovai davanti alla mia scrivania. Sfogliando i miei libri.
Li toccò a uno a uno, come se toccandoli potesse leggerli. Poi, la sua attenzione si fermò su uno di essi.
Soffocare, era il suo titolo. E lei lo estrasse da quella massa di libri, sfogliandolo, e poi mostrandomelo.
<< Questo è quello di cui parli nel tuo libro? Il libro che ti regalo Alessandra? >>
Io annuii, avvicinandomi a lei e stringendola.
<< Fico! >> esclamò, stando tra le mie braccia e continuando a sfogliare le pagine di quel libro << Se ci pensi ho tra le mani lo stesso libro di cui hai parlato nel tuo romanzo. E non una copia qualsiasi. No, proprio lui. L’originale! >>
Poi, silenziosa, continuò a sfogliare quelle pagine. Fissandole con attenzione, mentre io tenendola stretta contemplavo la sua bellezza. Quel suo essere come al di fuori del mondo. Capace di cogliere piccole ma meravigliose cose proprio come quella. Come quel piccolo particolare a cui forse io non avrei mai pensato.
Dopo meno di un minuto lasciò perdere quel libro, rimettendolo al proprio posto e tirandone fuori altri due. Li guardò attentamente, e poi girò il capo verso me, mostrandomeli.
<< Ma questi sono sempre tuoi? >>
<< Non proprio! Ci sta un mio racconto in ognuno di essi >>
<< Oh, mica male! Un romanzo su carta, altri sei in digitale, e poi due racconti in due diversi libri. Non è mica da tutti! >>
<< Bah, non ci pago mica l’affitto con quel che scrivo >>
Lei si divincolò dalle mie braccia, facendo una smorfia e dandomi uno dei suoi piccoli calci.
<< Il solito pessimista del cazzo! >> disse, ridacchiando << Ora, dai, fai il bravo e fammi leggere i tuoi racconti >> aggiunse, stendendosi sulla coperta lasciata sul pavimento.
Si stese a pancia all’aria, incrociando le gambe come se stesse seduta, e tenendo ritto contro la sua faccia uno di quei libri, mentre l’altro lo lasciò al suo fianco.
Io mi misi a sedere sul letto. Accendendo una paglia e fissandola. Guardando quella sua stranissima bellezza. Il suo non imbarazzarsi a starsene nuda a leggere davanti ai miei occhi. Come se fosse normalissimo stare lì. Come se ci fossimo da sempre lì.
Dio, quell’immagine rimase impressa nella mia mente. Le sue forme, il suo sguardo attento, il suo essere così attenta a quanto da me scritto.
Poi, una volta finito, gettò quel libro a terra e afferrò l’altro, cercando il mio racconto.
<< Certo che scrivi proprio bene! >> disse, sfogliando quelle pagine in cerca dell’altro mio racconto.
<< Lo so, piccolina >>
<< Presuntuosa del cazzo! >> esclamò sorridendo, e iniziando poi a leggere quell’altro racconto, mentre io rimasi seduto davanti a lei, fissandola, perso in quella sua bellezza.
Una volta finito di leggere, lasciò cadere quel libro sulla coperta, rimanendo stesa lì sopra. Nuda tra quei libri. Sospirando mentre fissava il soffitto.
<< Dio, mi piace troppo come scrivi! >> sospirò, come se stesse sognando. Come se stesse vedendo innanzi ai suoi occhi i personaggi delle mie storie. E forse anche me e Alessandra. O magari me e Violasan.
Poi, ecco che si alzò di scatto, mettendosi in piedi davanti a me.
<< Ma che ore sono? >> mi chiese.
Io non le risposi. Era mezzogiorno passato. Ma ormai il tempo non aveva più senso. Niente aveva più senso! Ci stavamo solo noi. Da soli. Nudi. Nel niente. Persi al di là delle nostre illusioni.
Restammo ancora un po’ lì, abbracciati e coccolandoci. A volte prendendoci a calci o sfottendoci.
Fu lei a prendere l’iniziativa!
<< Dai, mollusco, pranziamo assieme che dopo voglio andare un po’ in giro. O hai da fare? >> disse, tirandosi su. Piazzandosi in ginocchio sul letto e fissandomi con occhi ora pieni di vita.
Io restai a guardarla per qualche secondo. Dio, era bellissima! E mi stava entrando sempre più dentro. Proprio come una droga.
Chissà, forse nel tempo mi avrebbe avvelenato il sangue, facendomi crepare tra atroci sofferenze. Oppure quello strano e improvviso sogno sarebbe finito da un giorno a un altro. Magari domani, o forse dopodomani. Ma intanto, lei voleva stare con me. E stranamente anch’io volevo stare con lei.
Già, andare in giro! Era una vita che non andavo in giro con una donna. Intendo, in un orario in cui ci fosse ancora il sole.
Sì, le donne amano sempre uscire alla luce del sole. Amano fare lunghe passeggiate, magari parlando di stronzate come il loro lavoro, i loro hobby, i loro sogni. E io odiavo quelle cazzate! Soprattutto, odiavo vedere il genere umano alla luce del sole.
Eppure, sapevo che l’avrei fatto. Sapevo che sarei uscito con lei, magari andando in giro come due turisti. Forse mangiando addirittura un gelato o bevendo uno schifoso aperitivo.
Cristo santo, ma che cazzo mi stava succedendo? Avevo forse perso le palle?
No, non potevo ridurmi così solo per una sconosciuta. Non poteva davvero interessarmi a tal punto una che conoscevo da solo un giorno.
Era un fatto di pelle, né più né meno. Succede spesso quando c’è una forte intesa sessuale. Credi addirittura di amare una persona. Ne senti il bisogno. Credi di non poter fare a meno di lei, quando invece, non puoi far a meno solo della sua pelle. Di quella carne di cui sei innamorato. Di quella carne che crea in te una dipendenza mille volte superiore a quella dell’eroina.
Sì, di certo era questo che mi legava a lei. Doveva essere questo! Non poteva essere altro. Eppure, mentre lei mi tirava per un braccio e mi mollava pizzicotti, cercando di convincermi ad alzarmi dal letto, mi sentivo come mai prima. Sentivo un forte calore inondare il mio corpo. E il senso di soffocamento che provavo perennemente era come svanito di colpo.
Stavo bene! Ecco il termine giusto. Quel termine a cui non pensavo da anni, essendo un qualcosa di così lontano dalla mia vita.
Già, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue battute ironiche e pungenti sul mio conto, il suo essere un vulcano in eruzione.
Mi stava travolgendo. Mi aveva travolto!
No, no, no. Forse ero ancora in tempo! Ancora in tempo per fuggire da lei. Per fuggire da quello che presto o tardi sarebbe stato solo un ennesimo colpo al cuore di un povero e ingenuo fallito.
Succede sempre. Deve succedere prima o poi.
Subentra la noia. Lei non ti guarda più con occhi pieni di luce. Parla sempre meno con te. E poi, ecco che arriva quella dannata telefonata. “Dobbiamo parlare!”.
Una frase udita mille volte. Il sinonimo di un tradimento. Di una nuova umiliazione. Di un nuovo fallimento. Di una nuova morte.
La droga che ti dava piacere diventa veleno. I capillari si spezzano. Le vene esplodono. E tu rimani a terra, in una pozza di sangue. Solo un pezzo di carne maciullata.
Sì, succede sempre! A me era successo mille volte. E forse, se non fossi scappato, sarebbe successo ancora una volta.
Ma nonostante ciò, ero ancora lì. Lottando assieme a lei. Sorridendo. Stringendola. Baciandola.
E se la catena si fosse infranta? Se stavolta fosse andata bene?
Cazzo, mi passarono in testa termini ridicoli come “quella giusta”, o altre cazzate simili.
Ero diventato un bamboccio che credeva nelle favole, e magari le avrei regalato persino un mazzo di rose e avrei visto assieme a lei un film della Disney.
Già, mi sembrava persino di vedere i titoli di qualche sconosciuto giornaletto locale. “Scrittore emergente, noto per il suo stile violento e scurrile, di colpo cambia genere, abbracciando temi romantici e pieni di speranza. I lettori sono entusiasti! C’è persino chi l’ha ribattezzato Il nuovo Fabio Volo”.
Da farmi cadere le palle!
Ma neanche quella prospettiva mi frenò.
No, guardandola, mi sembrava quasi di vedermi in uno specchio. Vedevo la mia follia. Il mio non voler crepare come uno dei tanti mediocri al mondo. Il mio non fottermene di una casa al mare, di un’auto costosa, dei vestiti o di qualche merdoso reality.
Ecco, ero fottuto! Lei era entrata. E forse anch’io ero entrato in lei.
Eravamo entrambi nudi. Inermi. Forse spaventati. Eppure, nessuno di noi due riusciva a smettere di volersi. Eravamo travolti dalle stesse fiamme. Eravamo due pazzi incoscienti che stavano giocando tutto a una mano di poker, senza neanche sapere quali fossero le carte nelle proprie mani.
Ma sapevo di voler rischiare! Non capivo il perché. Sapevo solo di star bene. Quel termine mai usato. Quel termine che neanche conoscevo più.

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