Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”.

Sentì una presenza calda, viva, fiondarsi su di lui, e poi una mano calda stringere la sua, e un profumo di fiori di campo insinuarsi nelle sue narici.
Gli parve quasi di percepire un sorriso sul proprio viso. Mosse appena le labbra: tremavano, ma da esse non usciva alcuna parola, come fossero quelle di un muto.
Una mano calda, soffice, gli accarezzò il viso, e alcune gocce gli caddero sulla guancia, scendendo verso le sue labbra e salandogliele.
«Danny, sei sveglio? Come stai?» sentì ancora, senza capire se quella fosse la voce di sua madre o di Sofia.
Mosse ancora le palpebre. Le chiuse e le riaprì più volte, velocemente, e ora vedeva davanti a lui, offuscato da un alone di luce, un soffitto grigio sporco con al centro un neon tondo.
I rumori delle auto erano ora più vicini, quasi fossero accanto a lui, come un respiro pesante che gli stava entrando nel cervello, assieme a un ticchettio elettronico che pareva pervenire da ogni dove.
Mosse appena il capo. Lo reclinò debole verso quella presenza calda accanto a lui che continuava a tenergli la mano.
Aprì nuovamente gli occhi. Davanti a essi apparve una sagoma avvolta da una cappa di densa luce, quasi liquida.
Vide il volto di sua madre, e il suo braccio vibrò, incapace di muoversi, senza poter raggiungere quell’immagine prima che svanisse lasciando davanti alle sue pupille soltanto l’immagine di Sofia.
Gli sembrò di vederla ancora muoversi in essa quando chiuse di colpo gli occhi, girando il capo a lasciandosi ancora tenere la mano da lei.
Vedeva impregnati nei suoi occhi gli occhi di lei stravolti dal dolore, e sapeva di essere lui la causa di quella sofferenza che aveva spezzato quella donna.
Non riuscì a dire una sola parola. Non sapeva nemmeno se fosse ancora in grado di parlare; ma anche se lo fosse stato, non avrebbe saputo che dirgli.
Forse prima di tutto avrebbe dovuto chiederle scusa per averle mentito per tanto tempo, rubandole anni di vita, come il cancro che gli stava rubando la sua di vita.
Pensando a quella parola i suoi occhi vibrarono nell’aria come bandiere colpite dal vento.
Davanti a lui ci stava un macchinario che emetteva dei “beep” fastidiosi. Era attaccato al corpo di un vecchio steso su di un letto, ormai grigio, ridotto a pelle e ossa, avvolto in una coperta simile a un sudario, dormendo forzato dalle medicine e rantolando nell’aria.
Osservò una finestra da dove provenivano i rumori delle auto e di una città che continuava a scorrere, nonostante lui stesse morendo; alle sue spalle si udivano dei passi, un brusio di voci, e delle rotelle sfregare il pavimento, trasportando qualcosa di pesante come carne umana.
Ancora non riuscì a dire niente. Avrebbe tanto voluto dire qualcosa: dire tante cose, come magari chiedere scusa a Sofia. Ma si sentiva soltanto smarrito assieme a lei in un buio talmente intimo da farlo sentire in imbarazzo.
Non ricordava di aver mai sentito lei stringergli la mano con tanto calore, né di essersi abbandonato a un simile caloroso amore.
Si sentiva al sicuro, eppure al tempo stesso tremendamente sporco, come suo padre che aveva rubato la vita a un altro essere umano pur senza amarlo, ma soltanto per non sentirsi solo più di quanto fosse, e costruire un mondo fasullo attorno a lui.
Ebbe appena la forza di voltarsi, ma non aprì gli occhi. Aveva paura che se l’avesse fatto non sarebbe riuscito a trattenere le lacrime.
Sentì ancora la voce di Sofia contro al proprio viso, ora pesante come se provenisse da ogni angolo della stanza, avvolgendola.
«Danny…»
Lui serrò con forza gli occhi, inabissandosi in un buio che non gli sembrava abbastanza profondo per soffocare il male che batteva nel suo cuore, e stringendo forte l’esile mano di Sofia come se volesse con ogni briciola di forza, con ogni minima pulsione della propria esistenza, dirle che gli dispiaceva.
Ma non emise un fiato.
Con l’altra mano si toccò appena le labbra.
Erano secche, screpolate, e non parevano emanare alcun profumo: non avevano più il profumo delle labbra di sua madre, né di quelle di Sofia.
La mano di Daniele lasciò velocemente quella di Sofia, lasciandola nel vuoto, come un ramo secco proteso verso il cielo.
Si rigirò nuovamente dall’altro lato, dando le spalle a Sofia lì accanto a lui: pallida, immobile, come fosse del tutto svuotata.
«Scusami» sussurrò soltanto. Una voce flebile e dolorosa come quella di un bambino che non sa cosa dire, dopo aver tradito la fiducia della propria mamma.
La voce di Daniele sembrò avvolgere Sofia in una bolla liquida in cui non riusciva nemmeno a respirare.
I rumori al di là della finestra erano svaniti, il rantolo del vecchio era cessato, e il brusio di voci e passi provenienti dal corridoio sembrava non essere mai esistito.
Nella testa di Sofia, sulla sua stessa pelle, non si muoveva altro che quella semplice ma lancinante parola:
“Scusami!”.
Lei cercò di sorridere, portando la mano verso Daniele e accarezzandogli i capelli zuppi di sudore, ma mentre lo faceva gli tornarono in mente i momenti vissuti assieme: la prima volta in cui avevano fatto l’amore, il giorno del matrimonio, lui che l’aveva portata in braccio fin dentro la loro nuova camera da letto, le tante serate passate a parlare assieme, abbracciati come due vecchi sposati da decenni, e i nomi che avrebbero voluto dare ai loro figli.
Quali nomi aveva scelto Daniele? Non li ricordava! E forse lui non aveva mai scelto alcun nome. Forse lui aveva lasciato che fosse sempre lei a scegliere dei sogni che mai avrebbero realizzato.
Di colpo tutto era svanito. Tutto era stato spazzato via con una manata. In Sofia non restava che il vuoto: un buio immenso, asfissiante e pesante da cui sentiva di non poter fuggire.
Era così pallida da sembrare senza vita. Le sue labbra ora non sembravano più rosse, ma violacee come quelle di un cadavere.
Per un attimo le sembrò di essere lei la malata in quella stanza, e desiderò tanto che qualcuno l’abbracciasse, ma Daniele non mosse un dito; restò sdraiato su di un lato, immobile come se nemmeno fosse vivo, ma invece percependo sul proprio corpo tutto il peso del dolore di Sofia da cui sentiva di non avere scampo.
Avvertì ancora la mano di lei, sempre più lenta, quasi non avesse più forze, muoversi sul suo capo.
Un’ondata di calore gli riempì il petto, e in lui presero vita tante parole che avrebbe voluto dirle: quelle parole che non gli aveva mai detto, e che forse l’avrebbero salvata se mai avesse avuto il coraggio di dirgliele.
Mosse appena le labbra, lentamente, come fosse un sordomuto che cerca di parlare, senza riuscire a emettere alcun suono, restando in un silenzio assordante quanto il buio che l’avvolgeva e in cui ora persino le luci provenienti dalla finestra sembrarono sparite.
«Scusami» sospirò ancora, nascondendo il volto sotto le coperte e sentendo la mano di lei scivolare via fino a sfiorare soltanto il lenzuolo.
Sembrava volesse nascondersi da lei. Sembrava volesse svanire, come se si vergognasse persino di farsi vedere.
Una lacrima cadde sul volto di Sofia. Da fuori si sentì una sterzata brusca, e il vecchio nell’altro letto si rigirò violentemente, annaspando nell’aria per alcuni secondi, cadendo poi sfinito a letto, come se non gli restassero più forze in corpo.
Sofia lo guardò terrorizzata, e nel vederlo, per un attimo vide Daniele al suo posto.
Poggiò la mano su ciò che restava del suo viso, quasi del tutto coperto dal lenzuolo.
Per un attimo le parve un cadavere coperto da un sudario, ed ebbe voglia di scoppiare in un pianto feroce.
«Perché non me l’hai detto?» gli sussurrò, senza smettere di accarezzarlo.
Attese secondi che sembrarono anni. Il buio, palpabile e soffocante le si stringeva contro, mentre lei vedeva davanti ai suoi occhi madidi soltanto la forma immobile e silenziosa di un uomo di cui le pareva non conoscere più nemmeno il nome, e quel corpo a terra in un bagno dove aveva passato tanti momenti, ormai svaniti nel nulla.
«Vedrai che andrà tutto bene» riprese, cercando persino di sorridere, mentre silenti, come l’acqua che scorre sulle rocce fino a solcarle, lacrime bollenti le rigavano il viso, cadendogli sulle labbra gonfie e salandogliele.
«Il dottore ha detto che forse con la chemio…» riprese, per poi bloccarsi di colpo.
Fissò Daniele. Avrebbe voluto che fosse lui a dire qualcosa: qualsiasi cosa! Tutto, tranne che darle quella responsabilità che la stava schiacciando, e che sentiva sempre più vivida sulle sue magre spalle, accresciuta dal silenzio inumano di Daniele che orami sembrava soltanto un vecchio che decide di farsi morire per strada.
Spostò di un poco il lenzuolo e gli accarezzò la guancia, ma lui non si mosse minimamente.
«Vedrai che insieme ce la faremo» aggiunse. Ma niente! Stava parlando soltanto a se stessa. Di suo marito non ci stava traccia.
«Tu però devi reagire» incalzò, senza smettere di accarezzarlo, in attesa di un qualsiasi gesto di quell’uomo che aveva amato, e ormai del tutto scomparso.
Cercò persino di sorridere. Si asciugò le lacrime con la mano, e quando tirò su col naso, Daniele percepì un brivido febbrile lungo la schiena, e chiuse con violenza gli occhi per trattenere le lacrime.
Affondò la testa contro al cuscino. Il vecchio accanto a lui tossì forte. Un uomo per strada urlò verso chissà chi, e Sofia, sforzandosi ancora di sorridere, come se ci fosse qualcosa da sperare per lui e per loro, disse: «Danny, ora dobbiamo soltanto pensare a rimetterti in piedi»
Ma ancora una volta lui non si mosse, e lei ebbe voglia di urlare dalla disperazione e alzarsi dalla sedia gettando tutto per aria, strillando nel mezzo di quel buio in cui si sentiva ora sola come mai nella propria vita.
«Danny, ma mi ascolti?» aggiunse soltanto, incapace di fermare le lacrime che le stavano deformando il viso.
Lui si mosse appena. Un movimento lieve, ma che Sofia, sotto la propria mano, percepì violento quanto un terremoto.
«Danny…» sussurrò soltanto, fissandolo con occhi vetrosi, in attesa di una parola, di un gesto, di un urlo: di qualsiasi cosa!
«Sofia…» echeggiò nel buio, e lei percepì quella voce, quella parola, come se non fosse un suono, ma una mano precipitata con forza contro al proprio petto.
«Danny?»
«Scusami!»
La mano di Sofia si paralizzò sul volto immobile di Daniele. Ogni centimetro della sua pelle, imperlata da gelido sudore, si ritrasse come un arco pronto a scoccare, e i suoi occhi erano di colpo diventati due grotte buie nel mezzo di un pallido viso su cui labbra, simili a una ferita, tremavano incapaci di emettere alcun suono.
Sofia precipitò sul corpo di Daniele, piangendo di un pianto furioso, straziante, implacabile.
I suoi gemiti rimbombavano nel buio. Le lacrime le stravolgevano il viso, cadendo sulle gote arrossate fino a entrarle nella bocca, salando le labbra ormai gonfie come ferite infette.
Daniele sentiva le mani di lei affondare sul suo corpo coperto dalle lenzuola, e le lacrime cadergli fin sulle guance, mischiandosi alle sue che, silenziose, non avevano nemmeno più la forza di narrare un dolore che dal di dentro lo stava spaccando in due, come si spezza la chiglia di una nave travolta dalle onde.
Restò immobile, accogliendo il pianto disperato di Sofia, finché lei non ebbe più urla, e striminzita come una bambola a lungo usata e poi gettata per strada restò col capo stesa sul letto, in ginocchio, accanto a Daniele ancora voltato.
Portò la mano contro la sua schiena, sfiorandola delicatamente, come aveva fatto tanto volte mentre lui dormiva.
«Perché?» disse soltanto.
Un pesante sospiro sembrò immergere la stanza intera, e le vite di entrambi.
«Non lo so» rispose Daniele, debole da sembrare non avesse più forze per parlare.24448-freud-saba-linfanzia
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
Sento delle lacrime nel mezzo di un buio vortice. Mi distolgono da un sonno profondo, e vedo mia madre poggiata contro al muro, piangendo e grattando contro al cemento come se cercasse una via di fuga.
«Perché? Perché devo vivere tutto questo? Perché non posso morire?» la sento sussurrare. Un lamento che spacca in due il mio cuore, ma che ancora una volta non mi dà la forza di stringerla.
No, le mie gambe restano paralizzate, come cortecce conficcate nella terra, inermi al cospetto di un mondo che scorre attorno a esse come un bestiale vento.
La guardo ancora, e mi sembra di rivederla più giovane.
Quanti anni sono passati? Dieci? Quindici?
Mio fratello era ubriaco come sempre. Stava seduto davanti al tavolo della cucina, e mia madre accanto a lui.
Era Giovedì. Lo ricordo perché a casa mia in quel giorno si preparava sempre il polpettone, e il suo odore proveniva dal forno, invitante e atroce in quel demoniaco momento.
Io stavo contro la porta del balcone. La luce del sole attraversava la mia schiena e i rumori della città trapanavano le mie orecchie.
Già, non esiste momento migliore della quotidiana normalità per scatenare l’inferno.
Osservai il volto di mia madre stravolto dal dolore, e l’impalpabile gelo sul viso di mio fratello, mentre lei gli strillò contro: «Insomma, quando ti deciderai a crescere? Anche ieri sei tornato ubriaco. Ma ti sembra normale?»
«Sta zitta. Zitta!» tuonò lui, senza neanche guardarla, mentre i miei occhi lo scrutavano nel desiderio di soffocarlo, e mia madre continuava a gridare contro di lui, mostrandogli tutto il dolore che le stava vomitando nel cuore.
Avrei tanto voluto che lei lo uccidesse in quel momento. Ma lei invece lo amava. Lo amava, ci amava, nonostante la stessimo uccidendo.
E mio fratello non esitò a ucciderla ancora una volta, come avrei voluto fare io con lui.
Si alzò di scatto dalla sedia, urlando: «Vuoi smettere di respirare, cazzo!», gettando in un attimo la sedia contro al muro.
Pezzi di legno volarono innanzi al volto di mia madre congelato dal terrore, mentre Nicola, feroce e veloce, scaraventò per terra un cassetto della cucina con una tale violenza come fosse una bestia vorace che attacca la propria preda.
Un frastuono metallico rimbombo nella stanza, fra le urla e le lacrime di mia madre che riuscì solamente a vedere Nicola, furioso come mai prima, afferrare dal suolo un coltello.
Prima che potessi intervenire, usando il suo star minacciando mia madre come movente per togliergli di mano quella lama e conficcargliela in gola, lo vidi portarsela contro al polso urlando verso mia madre: «Tanto a te importa solamente del tuo coccolino, vero?»
Guardai la scena senza comprendere perché dovessi essere proprio io il movente per il suo dolore, per poi fissare la lama del coltello.
Era pulito quel coltello, l’avevo lavato io, e se mio padre mi avesse visto farlo mi avrebbe chiamato frocio, come forse avrebbe fatto mio fratello.
Era dunque con un coltello da frocio che mio fratello aveva deciso di togliersi la vita? Era dunque con un coltello da frocio che avrei tanto voluto togliere la vita a mio fratello?
No, era solamente scena, ma mia madre non poteva capirlo, mentre io quando vidi la lama tagliare le carni di mio fratello come fossero burro, vedendo grumi di sangue sgorgare da piccole fessure molli che iniziarono ad aprirsi, provai un forte senso di gioia: come se qualcuno avesse fatto ciò che io avrei dovuto fare da sempre.
Percepii una tremenda frenesia quando il sangue cominciò a zampillare a fiotti da quel braccio, e provai un senso di sadico potere quando lui, quel colosso ormai ridotto a un niente, cadde a terra, mantenendosi il braccio, piangendo e urlando, pallido in viso e terrorizzato al pensiero della morte.
Vidi il sangue colare sul pavimento, insinuandosi come rigagnoli lungo le insenature delle mattonelle.
“Che stronzo” pensai “Stavolta non ha fatto bene i conti.”. E intanto il sangue continuava a fluire copioso. Lui era sempre più cereo e tremava, mentre mia madre stringendolo forte urlava il suo nome, in lacrime, per poi alzare lo sguardo verso di me strillando: «Presto, prendi lo strofinaccio! Vuoi muoverti?»
Avrei tanto voluto non farlo. Sì, ricordo che in quel momento mi vidi al di fuori del mio corpo. È uno dei pochi momenti che ricordo, forse perché in quel momento desiderai con tutto me stesso di uccidere mio fratello, provando l’impotenza di non poterlo fare.
Ma non morì, no.
Avrei tanto voluto che quel sangue si riversasse ovunque: sulle mattonelle, sulle mura, sul soffitto, sui mobili, sul letto.
Invece fui costretto a soccorrerlo.
Gli strinsi il braccio con uno straccio, mentre mia madre chiamò l’autoambulanza.
Sentii contro le mie mani la sua carne. La sua pelle. Il suo sangue.
Lui mi guardò negli occhi dicendomi di avere paura. Neanche capiva. No, forse per lui, proprio come per me, non restavano che sbiaditi ricordi in alcune foto attaccate al muro di un corridoio. Ma allora io, stringendolo, pensavo soltanto: “Vuoi smettere di respirare? Cazzo!”, mentre mia madre piangeva per lui, vedendo il suo sangue, e senza vedere il mio di sangue.
E ora lo vede?
Io la vedo solamente tremare. Ha paura. Sì, ha paura che stavolta tutto sia diverso. Che non sia come per quel suo bambino dai capelli scuri. Ha paura che il suo bambino dai capelli biondi abbia deciso di morire, e di farlo davanti ai suoi occhi.
Per un attimo, mentre in lacrime mi sussurra: «Tony, tu eri così bravo. Sei sempre stato il più bravo. Perché ora è tutto così orrendo?», vorrei tanto abbracciarla. Ma non riesco a muovermi, come se il mio corpo, quello che lei conosce, fosse rinchiuso nelle foto ai miei piedi.
Esiste peggiore inferno di vedere la propria madre morire senza poter far niente?

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