Tratto dal racconto Il profumo dei pastelli

Bianca infilò i soldi guadagnati nel suo logoro zainetto e a testa bassa s’incamminò in un oceano di volti.

Una folata di corpi, voci e passi l’oltrepassava. Bianca respirava l’odore di chi le passava accanto mischiarsi al profumo di pane caldo, pasta al sugo e dolci proveniente dai negozi.

Alcune volte s’incantava a fissare le vetrine delle pasticcerie, ma non osava entrarvi: non ci aveva messo più piede da quando due anni prima, decisa a fregare suo padre spendendo qualche moneta per un dolce, era entrata in una pasticceria e il negoziante l’aveva cacciata.

Svoltò in una traversa alla sua sinistra. Attorno a lei i palazzi si susseguivano in un tunnel di pietra, ricoperti da portoni rotti, balconcini arrugginiti e finestre chiuse.  Le mura puzzavano di muffa, di palazzo in palazzo fili di zinco formavano una ragnatela da cui penzolavano abiti bagnati.

I passi di Bianca battevano forte sul selciato di pietra. Di tanto in tanto sfrecciava un motorino con a bordo due, o anche tre ragazzini. Di passanti non ce n’erano quasi. Qualche cinese scaricava scatoloni da un camioncino, poggiandoli fuori a negozi che puzzavano di plastica. Da un internet point proveniva puzza di piedi sporchi e urla arabe, e in un Donner Kebab negri silenziosi affondavano le mani in piatti pieni di riso e pollo.

Bianca conosceva a memoria quelle strade: capillari di pietra che si diramavano nel cuore di Napoli. Aveva visto migliaia di volte le insegne mezze fulminate dei negozi cinesi, le porte arrugginite degli internet point su cui erano posti manifesti ingialliti; i negozi di alimentari le sembravano tutti identici: piccoli buchi maleodoranti fuori cui c’erano cassette di legno che puzzavano di frutta marcia, e dentro si vedeva gente sempre ubriaca o arrabbiata.

Bianca passò veloce davanti a uno di quei negozi. Respirò una folata di frutta mischiarsi al puzzo di sudore di un nigeriano che le passò accanto, e svoltò in un altro vicolo, poi ancora in un altro, e in un altro ancora.

Era un labirinto. Tutto era uguale, man mano che avanzava i palazzi, sempre più scuri, si innalzavano fino a nascondere il cielo.

Ormai non c’erano più nemmeno negozi. Nel vicolo echeggiavano solo rumori di pentole, piatti, e urla che si mischiavano alla voce dei televisori provenienti da appartamenti al piano terra: piccoli buchi senza nemmeno finestre, tanto che d’estate la gente teneva la porta di casa aperta, e le persone che passavano per quei vicoli potevano vedere in tutta tranquillità donne che cucinavano, famiglie che mangiavano, persone che dormivano in tre su di un letto matrimoniale, gente che litigava.

Bianca continuò ad avanzare. Dalle porte socchiuse si vedevano sagome umane muoversi, si respirava profumo di ragù e puzza di pesce fritto.

Fece ancora alcuni passi. Si udì un motorino, poi delle urla. Dalla porta aperta di un basso si vedevano nel buio le luci intermittenti di un albero di Natale.

Di sbotto una porta si aprì davanti a Bianca. Un uomo di colore uscì urlando e sparì nel buio.

Lei svoltò rapida in un altro vicolo. Era identico a quello appena lasciato, e a quello in cui entrò dopo.

Ora respirava solo puzza di detersivo proveniente da vestiti penzolanti dai balconcini. Il sapone colava su scaglie di pietra, scivolava in esse formando rigagnoli schiumosi.

Bianca svoltò ancora in un altro vicolo. Dai palazzi altissimi non si vedeva alcuna luce. Tutto era addormentato. Le porte dei bassi erano chiuse, ogni tanto rumori di pentole, di piatti, e qualche colpo di tosse.

Ogni tanto Bianca vedeva due piccole palle bianche attraversare le imposte calate delle porte al pian terreno, per poi sparire veloci nell’oscurità.

Una porta si aprì davanti a lei e da essa uscì un uomo bianco che si incappottò velocemente e avanzò a testa bassa. Poi l’esile mano nera di una donna strinse la porta e la chiuse.

Bianca corse veloce verso casa: il battito del suo cuore echeggiava ovunque.

Suo padre era in casa. Lo sapeva perché dall’appartamento provenivano colpi di tosse, scatarri e il rumore di una bottiglia battuta contro al tavolo.

Entrata in casa respirò un nauseante tanfo di scoreggie e sudore addensarsi contro mobili sfasciati, illuminati a malapena dalla luce di una lampadina appesa a un filo.

Si mosse nella penombra senza dire una parola. Suo padre sedeva a tavola, davanti a lui tre bottiglie grandi di birra ormai vuote.

La quarta la teneva in mano.

La portò alla bocca, scrutava Bianca a ogni suo passo.

Lei cercò di non guardarlo.

Il maglione che indossava suo padre riusciva a malapena a coprirgli l’enorme pancia, ed era colmo di scatarri e di certo, Bianca lo sapeva, anche di macchie di sperma, visto che quando si masturbava non si curava affatto della vecchia Dumitra che giaceva in un divano a letto in quella stessa stanza, né di Bianca e la piccola Nuta che dormivano nell’altra stanza, coperta appena da una tenda.

Quando una delle due entrava in cucina lui non si copriva nemmeno, si fermava appena.

Bianca lo oltrepassò e andò verso sua nonna. Udì la voce roca e bassa di suo padre bisbigliare: «Cățea mică», ma lei non si voltò. Si chinò su sua nonna, le sorrise e le accarezzò i bianchi cappelli umidi di sudore.

Sua nonna non la vedeva nemmeno. Le cornee erano pallide, in esse brillavano appena due minuscoli spilli.

«Bunică?» sussurrò Bianca.

Ma sua nonna non si mosse. I suoi occhi erano fissi al soffitto. Le labbra tremule, del tutto striminzite, si muovevano appena.

Bianca le diede un bacio sulla fronte.

«Bunică, mă asculți?» sussurrò. Ma sua non sentiva più niente, proprio come Bianca non sentiva ormai nulla di vivo in lei.

Tutto era morto in Bianca. Ora le stavano strappando via anche sua nonna.

Suo padre ruttò. Bianca si voltò verso di lui e lo fissò con occhi ferini.

Si alzò di scatto. Raggiunse il lavello, delle mosche volarono in aria ronzando su piatti sporchi.

Bianca sciacquò un panno e tornò subito da sua nonna. Glielo poggiò sulla fronte, ma lei non sembrò nemmeno percepirlo.

Bianca si voltò spedita verso suo padre.

«Deci ce vrei să faci?» strepitò, fendendo l’aria con la mano.

Suo padre mando giù un sorso di birra. Poi una nube di fumo gli coprì il volto.

Bianca, rossa in viso, si fece avanti verso di lui.

«Ma tu vuoi che lei muoia?»

Suo padre non la guardò nemmeno. Nonna Dumitra tossì.

Al di là di un drappo rosso si udì una timida voce.

«Bianca…»

Bianca si voltò fulminea. I suoi occhi tremavano, nelle sue pupille c’era solo l’immagine di Nuta, in piedi davanti la tenda che separava la cucina dalla camera da letto, in pigiama e con dei disegni in mano.

Bianca corse verso sua sorella. L’afferrò e la tirò su.

«Comoara mea» le sussurrò in bocca: i loro volti uniti, le labbra che si sfioravano.

Le accarezzò i riccioli castani e le diede un bacio sulla fronte.

«Ora andiamo a disegnare, che dopo Bianca tua ti prepara la cena.»

Nuta sorrise, Bianca invece avrebbe voluto soltanto piangere: temeva che Nuta potesse fare la sua stessa fine. Già suo padre la portava in giro per centri commerciali, autobus e treni a chiedere l’elemosina.

Presto cosa le avrebbe fatto fare?

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