Tratto dal romanzo “Nuda”.

Arrivata al centro della pista, dove stava prima, non le sembrò di vedere nemmeno Stefania. Non vedeva niente. Tutto era un gioco di caravaggesche ombre che si susseguivano in una danza liquida e informe.
Volti, occhi, toraci, mani, braccia: non riusciva più a vedere corpi, ma soltanto pezzi umani che si dimenavano nel buio, e urla bestiali che le stritolavano le carni, come se fosse in un enorme mattatoio dove le bestie venivano macellate ancora vive.
Di lei quale parte del corpo era rimasta?
Un sorriso tremulo le deformò il viso, simile alla smorfia di un pagliaccio, e i suoi muscoli iniziarono a muoversi dapprima lenti, poi velocemente, come se ne avesse perso il controllo e ormai fosse diventata una marionetta mossa da invisibili fili.
Guardò attorno a sé con aria persa, quasi i suoi occhi fossero diventati di gesso.
Soltanto luci attorno a lei, corpi, mani, voci, urla, e la terra che sembrava tremare mentre lei da sola, abbandonata, ballava nel mezzo di carne sanguinolenta come fosse un quarto di bue che penzola da un gancio.
Stefania era sparita. L’aveva abbandonata. Eva era da sola, fragile, distrutta, gettata per strada come una bambola troppo vecchia per essere amata, o una puttana accoltellata perché troppo vecchia per essere ancora sfruttata.
Eva ebbe voglia di fermarsi e piangere, ma non una sola lacrima colò dal suo viso.
Sentì una mano afferrarle il braccio. Si voltò, ma non era Stefania. Era un uomo! Forse quello incontrato al bancone. Forse quello che l’aveva fermata all’inizio della serata. Forse Alessandro. Forse Mario. Forse Max.
Non importava!
Eva non ricordava i loro volti. Non ricordavo neanche il proprio volto. Sentiva soltanto una morsa nello stomaco e un fremito nel cuore, e le vene pulsare in cerca di eroina.
Sentì l’ago penetrarle le carni e una coltre di fumo annebbiare ogni suo pensiero.
Le luci intermittenti sembrarono lasciar spazio soltanto a un manto di ombre che pulsavano contro di lei mentre, come fosse una pupattola di pezza, veniva trascinata via fra corpi che le si scagliavano addosso, mani che si dimenavano contro al suo viso, e sorrisi deformati che puzzavano di alcool.
Sentì il proprio corpo sballottolato ovunque, come se non le appartenesse nemmeno, e poi un fiato di nicotina arrivarle verso le labbra sussurrandole: «Sei davvero molto bella.»
Lei accennò appena un sorriso. Gli occhi stavano per chiudersi, e il corpo era sempre più debole.
Il solo rumore che sentì fu quello di una porta che si spalancò. Poi alcune voci maschili. Delle risate. Qualcuno che ridacchiò: «Fottitela questa troia!»
Eva sentì ancora una porta spalancarsi, e poi dondolare nel vuoto fino a chiudersi.
Lei sorrise quasi quando quell’uomo di cui nemmeno vedeva gli zigomi la scagliò contro al muro di piccolo e squallido cesso, sussurrandole contro le labbra: «Ora ci divertiamo!»
Fu un lieve sorriso, come una smorfia di dolore: quel dolore che Eva voleva sentire sin dentro le proprie carni, come quando si mangiava a sangue le unghie. Quel dolore che voleva sentir fin dentro l’utero, come una mano violenta che le strappasse tutto dal corpo, per non lasciare nulla ad altri, né a lei.
Una qualsiasi emozione! Fosse anche la più atroce. Qualsiasi atto brutale per celare il pensiero di una vita masticata e poi vomitata.
Voleva farsi schifo, e lo sapeva.
Ora non era più la malattia a parlare, ma era il dolore di Eva incapace di non subire quella dannata malattia.
La senti urlare contro al proprio viso quando lui iniziò a muovere le mani sotto ai suoi vestiti.
Sentiva soltanto carne disgustosa toccarla, tastarla, stringerla, e labbra puzzolenti di alcool e fumo muoversi contro le sue.
Eva teneva chiusi gli occhi. Non voleva vedere, perché in fondo tutto sarebbe stato identico a quanto già visto troppe volte.
Persino la puzza di urina di cui erano impregnate le mattonelle sembrava la stessa di sempre, e così lo sfregarsi di quell’uomo contro di lei, e quelle sudice mani che le tenevano la testa abbassandogliela lentamente, senza che lei fosse ormai capace di opporre alcuna resistenza.
Udì soltanto il rumore della zippo calarsi, e poi puzza di pesce marcio contro al naso.
Non aprì nemmeno gli occhi. Sentiva freddo e una sensazione di bagnato sotto le ginocchia.
Era piscio sotto di lei, e lo sapeva, come sapeva cosa le stava davanti.
Non lo guardò nemmeno. Gli basto sentire le parole di sempre: «Avanti, succhia, troia.»
Aprì meccanicamente la bocca, come fosse dal dentista. Sentì carne dura, ruvida, bagnata e disgustosa contro le sue labbra da brava ragazza. Poi la lingua sfiorare della pelle che sapeva di pesce andato a male, e spinte violente nella sua bocca mentre una risata echeggiava attorno a lei, rendendo quasi visibili le mattonelle che lei nemmeno riusciva a vedere lì in ginocchio a occhi chiusi.
Sentì ancora una spinta nella sua gola.
“È come togliersi un dente” pensò un’altra volta.
Ma ormai ne aveva più di denti da togliere?
Quando lui la tirò su si sentì come una bambola inerme, senza vita; senza nemmeno più un’anima da violentare.
Sentiva le mani di lui muoversi sul corpo di un altro. Non sapeva di chi, ma non di lei: lei non ci stava nemmeno più.
Quando lui le schiacciò la testa contro al muro sentì soltanto puzza di piscio, e aprendo lentamente gli occhi lesse appena la scritta: “Passivo femminile per maschi dotati e villosi. Chiamare al 3484411760”.
Chiuse di colpo gli occhi. Quasi sorrise pensando a quanto appena letto, e mentre sentì la propria gonna alzarsi, e le mutandine abbassarsi velocemente, riuscì appena a versare una lacrime prima che qualcosa di duro iniziasse a premere contro di lei.
Lui le afferrò i capelli e le leccò la faccia sussurrandole contro al viso: «Dai, che ti piace, troia!»
Diede una spinta decisa. Eva strinse i pugni contro le mattonelle e serrò gli occhi, come se le avessero appena conficcato un coltello nella pancia.
Senti un colpo dritto nello stomaco. Una risata contro al viso. Il puzzo di urina nella sue narici, e le proprie lacrime colare in un cesso colmo di piscio.
Eva senti ancora una mano premere contro la sua testa, scagliandola contro le mattonelle, mentre spinte brutali come coltellate si muoveva nel suo utero quasi volessero spaccarlo.
Tenne duro. Qualcuno stava scavando nel suo cuore, ma era già successo.
“Due dita in gola e poi tutto sparirà” pensò, mentre lui si muoveva in lei con forza e prepotenza, lasciandole percepire la sua schifosa presenza in lei, e le sue labbra mosse in una sorridente smorfia le sussurravano dritto in gola «Ti piace, vero, troia?»
Fu un sorriso a rispondere per Eva, mentre sentiva il proprio corpo sbattuto contro al muro e pensando soltanto: “Due dita in gola e poi tutto svanirà”.
Eva guardò appena le proprie mani poggiate contro al muro, mentre lui si muoveva velocemente dentro di lei stringendole le carni e ansimando, chiamandola: «Troia, puttana, cagna.»
Sentiva la propria testa, e il corpo intero, sbattere con violenza contro le mattonelle. Respirava puzza di piscio e ormai non sentiva nemmeno più le spinte dentro di lei, come se fosse del tutto svuotata.
Vedeva soltanto le sue dita divorate, versando lacrime ma senza emettere un solo gemito, come se ormai non fosse nemmeno più viva.
Poi ci fu un’ultima spinta. Un morso sulla sua spalla. E infine del disgustoso e caldo liquido che le colò sulle natiche, fino a macchiarle le mutandine.
Mentre lei stava con la faccia schiacciata contro le mattonelle, ansimando e respirando ancora la puzza di urina, sentendo il fiato di lui sul collo, pensò che quelle mutandine erano un regalo di Mario: le sue preferite!
Le lasciò immobili fra le sue gambe tremule, ancora a carponi, con le mani contro le mattonelle, mentre dietro di lei sentì soltanto il rumore di una zippo alzarsi, poi un sorriso, e infine una voce esclamare: «Ti è piaciuto, vero, troia?»
Poi sentì solamente la porta sbattere dietro di lei, restando immobile per qualche secondo, a occhi chiusi, prima di scivolare al suolo come fosse una macchia di sangue riversata contro al muro.
Rannicchiata in un angolo, contro al cesso come uno scarafaggio, nuda su di un pavimento fetido di urina, Eva fissava il vuoto portando le mani fra le cosce, come se volesse lenire il dolore di una ferita che mai nessuno avrebbe guarito.
Si strinse il sesso come se volesse stracciarlo via: quel vortice con cui da sempre cercava di ingoiare se stessa. Quella spugna che si lasciava impregnare di veleno, per poi riversarlo sulla sua nuda pelle.
Ed era nuda in quel momento. Priva di tutto.
Non provava niente, se non dolore. Le lamette con cui si era tagliata le carni non le avevano dato alcun piacere. Nulla era stato dimenticato: Max, Alice, suo padre, non erano stati dimenticati.
Lei stava lì, immobile, sventrata, maciullata: non era altro che carne da macello da gettare via.
Tremava, mantenendosi il sesso aperto e sentendo ancora quella calda e liquida colpa grondare su di esso.
Avrebbe soltanto voluto vomitare, ma non riusciva nemmeno a farlo.
Anche lo stomaco le avevano strappato dalla pancia!
O era stata lei a farlo?
Tolse la mano dal suo sesso e la fissò, sporca dello sperma colato dalle sue natiche, e ora per terra, sotto di lei, come una pozza di sangue.
Lo fissò ancora. Era reale, quanto ciò appena successo. Quanto lo schifo che provava nei suoi confronti, quasi si stesse vedendo con gli occhi di suo padre.
Ecco, era finita l’abbuffata, e ora non restava che il momento in cui farsi schifo. Autocondannandosi. Odiandosi. Vomitando via la propria vita, come se ci si volesse purificare dall’imperfezione: dalla consapevolezza di non essere niente, se non il cibo vomitato.
Eva si alzò di scatto, afferrando nervosamente la propria borsetta e scagliandola contro la porta di quella tomba.
Fece un forte tonfo, poi cadde a terra facendo fuoriuscire alcuni oggetti.
Era la sua vita che aveva scagliato contro a quella prigione?
Guardò la borsetta e poi fissò uno specchietto ridotto in mille pezzi, i suoi trucchi, il suo portafogli, e il telefono spaccato in due.
Non vide altro che quel telefono, e di colpo strisciò verso di esso, ancora in lacrime, raccogliendolo e fissandolo.
Guardò quel cumulo di plastica e vetro fra le sue mani, agitata, sentendosi sola più di prima e nervosamente cercando di rimettere assieme quei frammenti in cui era celata la sua vita.
Veloci e violente le lacrime incominciarono a colarle sul viso arrosato, mentre fissando quell’oggetto capì che non avrebbe mai saputo cosa le aveva scritto Max.
Quel pensiero la uccise. Non sapeva perché, ma sentiva che quelle parole erano importanti, e che lei le aveva svendute per una dose d’eroina tagliata male, ancora una volta.
Stringendo il telefono si sentì svanire nelle mattonelle sotto di lei, fra la puzza di urina, fra le sue lacrime che continuavano a colare, e quel suo sguardo doloroso che sembrava capace di dare una vita anche a quello squallido cesso.
Max, Max, Max.
“Perdonami!”.
Afferrò soltanto le chiavi dell’auto e quelle di casa lasciando lì tutto il resto, uscendo di corsa dal bagno e fiondandosi fra la folla che si dimenava come se nulla fosse successo.
Si trovò avvolta in un buio liquido scosso dalle lame colorate dei faretti che illuminavano ora un viso, ora degli occhi, ora una bocca, ora un naso.
Lei non metteva a fuoco niente. I suo occhi erano cechi. Vedeva soltanto buio, e tastando corpi informi udiva soltanto il proprio fiatone e il cuore battergli nella testa.
Non cerco nemmeno Stefania. Uscì di colpo dal locale, correndo in una notte che sembrava fatta di cemento.
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Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Le luci di Natale negli appartamenti di fronte al mio mi ricordano che presto dovrei fare gli auguri a mia madre, e so che non lo farò. So che non uscirò da questa stanza.
I palazzi decrepiti di fronti alla mia finestra brillano di luci colorate e intermittenti, come se negli squallidi depositi al pian terreno ormai adibiti a monolocali per vecchie sole o puttane, o nelle case decrepite abitate da pezzenti e disperati ci possa essere qualcosa da festeggiare. Eppure quello scintillio nevrotico di luci continua ad avvolgere interi vicoli. Sono talmente tante che sovrastano le luci dei lampioni, e da alcune finestre, nel mezzo di stanze spoglie e che cadono a pezzi, si vedono persino alberi colmi di addobbi natalizi.
Dalle piccole insenature della tapparella vedo un mondo di cui non faccio più parte, ora ancora più disgustoso e crudele avvolto dalle luci del Natale.
Non ho più un orologio, eppure so che è giovedì e che sono le sei e trenta del pomeriggio.
Lo so perché ogni giovedì il cinese panciuto che abita di fronte a me, in una decrepita casa che cade a pezzi come la mia, indossa il suo maglioncino rosa.
È il terzo giovedì che lo fa. Deve significare qualcosa.
Al di là di una vetrata che sembra di plastica sporca, l’ho visto più volte sistemare con cura quel maglione su di un vecchio comodino di legno, per poi indossarlo e osservarsi a uno specchio enorme che sostituisce la porta di un armadio.
Di norma gira due volte su se stesso. E lo fa anche stavolta: due giri, un sorriso allo specchio, e poi svanisce chissà dove in quella sua lurida casa, lasciando sul comodino soltanto le foto incorniciate di parenti che sorridono.
So che sono le sei e mezza passate perché la vecchia che abita accanto a lui, in un’altra lurida casa in quel decrepito palazzo di pietra, a quest’ora sente sempre il rosario alla radio.
Ha messo anche il bambino Gesù in un piccolo presepio posto su di un misero mobiletto di legno vecchio quanto lei, e odiose litanie escono dalle inferriate della sua finestra assieme a un’accecante luce gialla.
Quella dannata luce è sempre accesa! Chissà quanto cazzo paga di corrente.
Beh, certo meno del vecchio che vive al piano superiore.
Dal buio della sua cucina si vede sempre la luce del televisore acceso. Ieri notte l’ho vista anche alle quattro. So che erano le quattro perché a quell’ora la puttana nigeriana che vive al pian terreno è solita rientrare.
Lei non fa mai alcun rumore, come se volesse dimenticare i troppi gemiti sentiti durante tutta la notte.
Anche per Angela è così?
Cerco di non pensare a lei. Guardo il mio amico: quel vecchio che persino di notte ha il volume del televisore alzato, pur senza guardarlo, sparendo di continuo nel buio di una porta simile a un cratere.
Chissà perché nessuno gli ha mai detto niente.
Forse quella è la sola voce che lui possa sentire, relegato in quel suo piccolo mondo. È la sua sola amica, proprio come lo è il veliero per il vecchio del terzo piano.
Ieri non ci ha messo mano. Ha passato tutta la serata a guardare la televisione.
Non l’aveva mai fatto da quando lo conosco. E ora non lo vedo nemmeno, la luce nella sua stanza è spenta, e nessun albero brilla in essa, mentre poco distante, nella casa dei due vecchi, un piccolo albero brilla in un angolo, e le luci del presepio roteano intermittenti su di un mobiletto di legno.
Lei sta cucinando, senza dire niente; lui guarda la TV, senza dire una sola parola.
Il cinese è andato via. Il rosario continua a echeggiare dal giallo in cui si vede il volto cupo di quella vecchia ringrinzita, scosso appena dalle luci del presepio e dell’albero di Natale.
Tra circa dieci minuti finirà. Sì, ormai l’ho imparato a memoria. E so che fra circa dieci minuti la voce amica dell’uomo al piano superiore narrerà delle imprese del Tenente Colombo.
Lo guarda ogni giorno! O forse lo ascolta solamente. E tra quaranta minuti il grosso ucraino del palazzo accanto aprirà la finestra di casa sua, appena rientrato dal suo lavoro come manovale.
Inizierà a lamentarsi con la moglie. Non ho mai capito cosa si dicano, ma ormai le parole sono sempre le stesse.
Quella che più ripetono è “hroshi”.
Non conosco la loro lingua, ma dal tono in cui la pronunciano sembra qualcosa di ricorrente e fastidioso, forse qualcosa inerente ai soldi che non bastano mai.
Sì, in fondo anche fuori da questa stanza tutto uguale e ripetitivo, proprio come la mia vita in questa gabbia.
Oltre al mio amico del veliero, mi risultano simpatici solamente i tre indiani rintanati in un buco di venti metri quadrati. Almeno loro non fanno altro che dire parole incomprensibili, sorridendo mentre cucinano cibo talmente speziato che ne sento il fetore persino da qui.
Osservo loro, e osservo il mondo, ma ormai il mondo fuori questa stanza non mi vede più. Sono giorni, settimane, mesi che io sono sparito.
Io sto morendo qui dentro, e nessuno lo vede, mentre le luci dei festoni natalizi si diramano nel vicolo, scagliandosi su pozze di liquame e su un cumulo di rifiuti da cui guizza via un gatto bianco e nero.
Lo vedo ogni giorno, ogni sera, ogni notte.
Sta sempre in questo vicolo, come fosse casa sua, eppure puntualmente fugge via appena sente un qualsiasi rumore.
Chissà, magari al posto suo farei lo stesso. Anche ora appena mia madre o mia sorella passano davanti la porta mi nascondo sotto le coperte, e quando sento la tosse comprimermi il petto ho una tale paura da sembrare un cucciolo di cane lasciato al freddo, affamato e solo, ululando al cielo perché non vuole morire.
Anche poco prima ho sputato sangue sul pavimento. Per quanto le pulisca, per paura che si possa sentire il fetore della mia morte, esso ne resta impregnato.
È la morte che mi ricorda la propria presenza. So che mi sta prendendo. Lo sento nei miei arti sempre più deboli, nella tosse che aumenta, e nel modo in cui il mio collo si contorce, quasi stesse scoppiando.
A volte sento l’aria comprimersi contro al mio cranio, come se volesse spaccarlo pur di uscire. La mia testa è sempre pesante. Percepisco il fumo muoversi nel mio cranio e spingersi sotto la pelle della mia fronte.
È tutto così atroce, e io non posso fermarlo. Non posso fare niente per fuggire da questo lento suicidio. Nulla per impedire al mio corpo di morire.
Guardo ancora dalla finestra. Sento i rumori delle auto e poi alcune pubblicità proveniente dai televisori in qualche appartamento.
La luce nell’appartamento del vecchio è sempre spenta. Il cinese è andato via. La vecchia ha smesso di recitare le sue preghiere e si è messa a tavola. La solita donna lava freneticamente i piatti, e la vecchia coppia si prepara a cenare assieme, lasciando che solamente gesti lenti e silenziosi si muovano in una stanza colma di polvere.
Abbasso lo sguardo verso le unghie delle mie mani. Sono verdi, come quelle di mio padre, e sotto di esse mi sembra di vedere ancora i brandelli insanguinati della carne di Angela.
Lentamente abbasso le braccia, ora pesanti come macigni, continuando a guardare il cielo buio davanti a me.
Mi lascio cadere a terra piangendo, ma non colano lacrime sulle mie guance, né percepisco alcun gemito sfiorare le mie secche labbra socchiuse.
Sfioro il muro davanti a me, accarezzando tagli simili a ferite aperte che grondando ancora sangue.
“Mamma, perdonami per essere nato” leggo, tremando nell’accarezzarle, come se stessi toccando il volto cereo di mia madre.
Lentamente alzo lo sguardo verso il muro, senza riuscire neanche a piangere. Barcollando e tremando mi alzo in piedi e guardo la porta della mia camera, vedendola lontana, del tutto irraggiungibile.
Presto verrà lì fuori per piangere e morire ancora?
Guardo nuovamente la finestra. Al di là di essa il buio di quel vicolo è squassato da luci provenienti dalla stazione centrale. I tubi di ferro al di sopra della stazione della metropolitana sono coperti da luci, e così l’intera stazione e tutti i palazzi.
Tra pochi giorni sarà la vigilia, e la gente si affretta con gli ultimi regali e le spese da fare.
Ieri notte sono andato nuovamente a fare spese. Era tardi, ma non abbastanza, le strade erano piene di persone che si accalcavano per adempiere ai rituali di questa bestiale festa.
Ho vagato per vicoli bui, evitando con cura tutte le strade principali. Ma il rumore era ovunque. In ogni dove. Petulante come il ronzio di miliardi di mosche.
Appena uscito fuori da un vicolo, le luci di alcune bancarelle mi hanno accecato, sfavillando nel buio come stelle.
Erano le undici di sera. Lo sapevo perché poco prima avevo visto uscire di casa il nigeriano che abita nel palazzo di fronte a me.
Dopo una giornata a lavorare esce sempre a quell’ora, per passare il tempo in un internet point a farsi di crack.
Chissà dove stava morendo in quel momento, mentre quelle dannate luci sembravano soffocarmi, simili e denso e fluorescente sangue sulla mia pelle.
Avrei voluto evitarle, ma non potevo. In ogni dove, lungo la piazza, erano poste bancarelle dai tendoni colorati: rossi e bianchi perlopiù, gli stessi che mi sembrava di ricordare nella mia infanzia.
Appesi a essi stavano giocattoli e caramelle. Il profumo dolce e pungente di noccioline zuccherate e caramelle gommose mi entrava fin dentro alle narici, e il vocio delle persone attorno a me trapassava le mie orecchie, mentre si ammassavano ai lati della piazza, parlando, sorridendo, ignorandosi e senza smettere di calpestare il cemento.
Le strade erano sovrastate da un vortice di carne umana: perlopiù famiglie stanche che fissavano le bancarelle, coppie silenziose che camminavano mano nella mano fissando le vetrine dei negozi, e volti che si perdevano in un turbinio di carne e odori in un vortice di corpi che sembravano impegnati davanti a una poderosa catena di montaggio, mentre sceglievano un nuovo telefono cellulare da regalare, comprando dei dolci, alcuni vestiti, o fissando semplicemente le bancarelle.
Avrei tanto desiderato lasciarmi cadere al suolo, urlando verso un cielo sovrastato da metallici filamenti avvolti da colorate luci, sotto di cui i disperati come me non erano accetti. Non quella notte. Non in quel tempo. Non quando la gente doveva solamente sorridere.
A testa bassa, assordato dal brusio della folla, dai loro passi, e dai rumori metallici emanati dai generatori delle bancarelle, fra decine di luci ho visto diverse persone avvicinarsi ai tendoni per comprare caramelle ai propri bambini, mentre altre persone fissavano le vetrine di negozi che sarebbero rimasti aperti fino a tardi, così da permettere a quella brava gente di soddisfare i bisogni di altra brava gente, fingendosi migliori di loro nel regalargli qualcosa di meraviglioso.
Andando avanti, ho visto nascosto dietro l’angolo di una strada, seduto sul freddo gradino di un palazzo, un vecchio barbone avvolto da una lurida coperta.
Quegli stracci bisunti gli coprivano il volto, e le luci dei festoni e delle bancarelle si scagliavano su di esse, così come il vocio della gente e le canzoni provenienti dai negozi si insinuavano fin dentro a quel vicolo.
L’ho visto rigirarsi più volte nelle sue coperte. Forse stava morendo, sì, ma nessuno riusciva a vederlo.
Ho ricordato i Natali della mia infanzia, la festa di Tutti i Santi, il veglione di Capodanno.
Da bambino fissavo spesso quelle bancarelle. Avevano lo stesso colore visto in quel momento, e la gente sembrava uguale a quella che vedevo.
Persino i profumi erano gli stessi, ma percepivo tutto diversamente. Diverso era l’odore dello zucchero filato, così dolce da stordirmi. Diverso l’odore delle noccioline tostate e di quelle caramellate. Diverso l’odore delle caramelle gommose.
Persino i giocattoli appesi a quelle bancarelle avevano un odore. E così i volti delle persone, e la pelle di mia madre che mi stringeva la mano nella sua allora ancora liscia e morbida: una sensazione calda e candida contro la mia pelle, come un bagno caldo e pieno di schiuma che ti avvolge.
Ma ormai tutto è lontano, come quel barbone che non si muoveva neanche più, simile alla carcassa di un cane lasciata a putrefarsi al gelo.
Ho continuato ad attraversare quella folla come fossi uno spettro che aleggia fra i palazzi silenziosi, adorni di elettrici festoni luminosi. Sovrastato dalle lampadine fluorescenti che avvolgevano la tettoia di ferro della metropolitana, e passando davanti alle bancarelle ai due lati della piazza che formavano uno scintillio di luci e odori, mischiandosi alle luci e al profumo di cibo proveniente da ristoranti zeppi di brave famiglie.
Mangiai mai in uno di quei ristoranti?
Guardando la gente seduta ai tavoli di quei ristoranti, intenti a ingozzarsi in silenzio o fra continue lamentele, mi è tornato in mente mio padre.
Avevo otto anni, o forse nove. Lui già non mi chiamava più per nome, ma ancora non mi odiava, e io non odiavo lui.
Ancora non conoscevamo la fame. Quella vera! Quella che ti stacca la pelle dalle ossa. Quella che ti rende una bestia nel vedere l’altrui opulenza.
Spesso mi portava con lui a lavoro, durante le consegne che faceva ai suoi clienti. E quando questi ci facevano pranzare in un qualche ristorante, tutto a spese loro, io mi sentivo come il figlio di un Re.
Ma poi qualcosa cambia. Cambia sempre quella cosa. Deve cambiare. È una regola! C’è sempre qualcosa di bello che deve cambiare e diventare orrendo.
Senza fermarmi, trafitto dalle persone che mi venivano contro, ho rivisto passarmi davanti i giorni freddi in cui di colpo non andammo più al ristorante.
Nessuna consegna da fare. Un silenzio sempre più grande. E quel giorno in cui lui, il mio Re, tornò a casa con un occhio nero.
La sola parola che allora riuscii a udire urlata da mia madre, mentre stavo rintanato nella mia piccola stanza assieme a mio fratello, fu “debiti”. Una parola che mi rimase impressa e che ho sentito anche in quel momento, tra quella folla in festa. In quella città in festa. Da solo come lui, umiliato e intimidito mentre tornava a casa con un occhio nero, sentendosi solamente un fallito.
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Tratto dal romanzo “Nuda”.

Eva sfogliò nervosamente una pagina, senza leggere nulla, ma sentendo soltanto gli occhi di suo padre su di lei: desiderando di sentirli! E di vedere il proprio sangue colargli in gola fino a soffocarlo.
Con fare goffo suo padre chiuse la porta alle proprie spalle, venendo avanti quasi fosse un bambino imbarazzato che avanza in un mondo gigantesco.
Eva sfogliò ancora una pagina, fingendo di leggere, mentre lui, in piedi a pochi passi da lei, iniziò a guardare attorno a sé, come se fosse la prima volta che vedeva quella stanza.
Forse in un certo senso era davvero così.
Osservò i peluche su di una mensola, e il loro finto pelo illuminato dalla luce giallognola della lampada, e poi le ultime due bambole di porcellana da lui regalate. Osservò i vestiti gettati su di una sedia, che di certo gli ricordarono quanto la sua bambina fosse ormai cresciuta, e con sguardo fiero osservò una libreria piena di libri e riviste di ogni genere, accarezzandola dolcemente con la sua forte mano, come se volesse accarezzare il volto di Eva dicendole: «Quanto sono fiero di te.»
Ma se Eva non fosse stata malata, lui non avrebbe mai fatto quel gesto; non avrebbe mai pensato quanto appena pensato, né sarebbe entrato in quella stanza.
La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.
Si alzò di scatto, asciugandosi le lacrime e raggiungendo la cornice.
Brutalmente la strappò via dal muro e la gettò sulla scrivania, per poi lasciarsi cadere sul letto, stesa su di un lato come un feto abortito, masticando voracemente le proprie unghie e fissando un vuoto impalpabile che le sembrava impossibile colmare, e in cui ancora violento si muoveva il fragore delle onde e le risate di sua sorella e suo padre che mai avrebbe raggiunto.
Aveva desiderato per tutta la vita l’amore di suo padre, eppure un attimo prima la sua presenza le era sembrata inopportuna; lui sembrava stesse cercando invano di rimettere insieme i pezzi di un vaso infranto, mentre lei continuava a urlargli contro che era stato lui a romperlo, incidendogli quella colpa nelle carni, e fin dentro al cuore.
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Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?
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Tratto dal racconto “Il profumo di mia madre”.

Sentì una presenza calda, viva, fiondarsi su di lui, e poi una mano calda stringere la sua, e un profumo di fiori di campo insinuarsi nelle sue narici.
Gli parve quasi di percepire un sorriso sul proprio viso. Mosse appena le labbra: tremavano, ma da esse non usciva alcuna parola, come fossero quelle di un muto.
Una mano calda, soffice, gli accarezzò il viso, e alcune gocce gli caddero sulla guancia, scendendo verso le sue labbra e salandogliele.
«Danny, sei sveglio? Come stai?» sentì ancora, senza capire se quella fosse la voce di sua madre o di Sofia.
Mosse ancora le palpebre. Le chiuse e le riaprì più volte, velocemente, e ora vedeva davanti a lui, offuscato da un alone di luce, un soffitto grigio sporco con al centro un neon tondo.
I rumori delle auto erano ora più vicini, quasi fossero accanto a lui, come un respiro pesante che gli stava entrando nel cervello, assieme a un ticchettio elettronico che pareva pervenire da ogni dove.
Mosse appena il capo. Lo reclinò debole verso quella presenza calda accanto a lui che continuava a tenergli la mano.
Aprì nuovamente gli occhi. Davanti a essi apparve una sagoma avvolta da una cappa di densa luce, quasi liquida.
Vide il volto di sua madre, e il suo braccio vibrò, incapace di muoversi, senza poter raggiungere quell’immagine prima che svanisse lasciando davanti alle sue pupille soltanto l’immagine di Sofia.
Gli sembrò di vederla ancora muoversi in essa quando chiuse di colpo gli occhi, girando il capo a lasciandosi ancora tenere la mano da lei.
Vedeva impregnati nei suoi occhi gli occhi di lei stravolti dal dolore, e sapeva di essere lui la causa di quella sofferenza che aveva spezzato quella donna.
Non riuscì a dire una sola parola. Non sapeva nemmeno se fosse ancora in grado di parlare; ma anche se lo fosse stato, non avrebbe saputo che dirgli.
Forse prima di tutto avrebbe dovuto chiederle scusa per averle mentito per tanto tempo, rubandole anni di vita, come il cancro che gli stava rubando la sua di vita.
Pensando a quella parola i suoi occhi vibrarono nell’aria come bandiere colpite dal vento.
Davanti a lui ci stava un macchinario che emetteva dei “beep” fastidiosi. Era attaccato al corpo di un vecchio steso su di un letto, ormai grigio, ridotto a pelle e ossa, avvolto in una coperta simile a un sudario, dormendo forzato dalle medicine e rantolando nell’aria.
Osservò una finestra da dove provenivano i rumori delle auto e di una città che continuava a scorrere, nonostante lui stesse morendo; alle sue spalle si udivano dei passi, un brusio di voci, e delle rotelle sfregare il pavimento, trasportando qualcosa di pesante come carne umana.
Ancora non riuscì a dire niente. Avrebbe tanto voluto dire qualcosa: dire tante cose, come magari chiedere scusa a Sofia. Ma si sentiva soltanto smarrito assieme a lei in un buio talmente intimo da farlo sentire in imbarazzo.
Non ricordava di aver mai sentito lei stringergli la mano con tanto calore, né di essersi abbandonato a un simile caloroso amore.
Si sentiva al sicuro, eppure al tempo stesso tremendamente sporco, come suo padre che aveva rubato la vita a un altro essere umano pur senza amarlo, ma soltanto per non sentirsi solo più di quanto fosse, e costruire un mondo fasullo attorno a lui.
Ebbe appena la forza di voltarsi, ma non aprì gli occhi. Aveva paura che se l’avesse fatto non sarebbe riuscito a trattenere le lacrime.
Sentì ancora la voce di Sofia contro al proprio viso, ora pesante come se provenisse da ogni angolo della stanza, avvolgendola.
«Danny…»
Lui serrò con forza gli occhi, inabissandosi in un buio che non gli sembrava abbastanza profondo per soffocare il male che batteva nel suo cuore, e stringendo forte l’esile mano di Sofia come se volesse con ogni briciola di forza, con ogni minima pulsione della propria esistenza, dirle che gli dispiaceva.
Ma non emise un fiato.
Con l’altra mano si toccò appena le labbra.
Erano secche, screpolate, e non parevano emanare alcun profumo: non avevano più il profumo delle labbra di sua madre, né di quelle di Sofia.
La mano di Daniele lasciò velocemente quella di Sofia, lasciandola nel vuoto, come un ramo secco proteso verso il cielo.
Si rigirò nuovamente dall’altro lato, dando le spalle a Sofia lì accanto a lui: pallida, immobile, come fosse del tutto svuotata.
«Scusami» sussurrò soltanto. Una voce flebile e dolorosa come quella di un bambino che non sa cosa dire, dopo aver tradito la fiducia della propria mamma.
La voce di Daniele sembrò avvolgere Sofia in una bolla liquida in cui non riusciva nemmeno a respirare.
I rumori al di là della finestra erano svaniti, il rantolo del vecchio era cessato, e il brusio di voci e passi provenienti dal corridoio sembrava non essere mai esistito.
Nella testa di Sofia, sulla sua stessa pelle, non si muoveva altro che quella semplice ma lancinante parola:
“Scusami!”.
Lei cercò di sorridere, portando la mano verso Daniele e accarezzandogli i capelli zuppi di sudore, ma mentre lo faceva gli tornarono in mente i momenti vissuti assieme: la prima volta in cui avevano fatto l’amore, il giorno del matrimonio, lui che l’aveva portata in braccio fin dentro la loro nuova camera da letto, le tante serate passate a parlare assieme, abbracciati come due vecchi sposati da decenni, e i nomi che avrebbero voluto dare ai loro figli.
Quali nomi aveva scelto Daniele? Non li ricordava! E forse lui non aveva mai scelto alcun nome. Forse lui aveva lasciato che fosse sempre lei a scegliere dei sogni che mai avrebbero realizzato.
Di colpo tutto era svanito. Tutto era stato spazzato via con una manata. In Sofia non restava che il vuoto: un buio immenso, asfissiante e pesante da cui sentiva di non poter fuggire.
Era così pallida da sembrare senza vita. Le sue labbra ora non sembravano più rosse, ma violacee come quelle di un cadavere.
Per un attimo le sembrò di essere lei la malata in quella stanza, e desiderò tanto che qualcuno l’abbracciasse, ma Daniele non mosse un dito; restò sdraiato su di un lato, immobile come se nemmeno fosse vivo, ma invece percependo sul proprio corpo tutto il peso del dolore di Sofia da cui sentiva di non avere scampo.
Avvertì ancora la mano di lei, sempre più lenta, quasi non avesse più forze, muoversi sul suo capo.
Un’ondata di calore gli riempì il petto, e in lui presero vita tante parole che avrebbe voluto dirle: quelle parole che non gli aveva mai detto, e che forse l’avrebbero salvata se mai avesse avuto il coraggio di dirgliele.
Mosse appena le labbra, lentamente, come fosse un sordomuto che cerca di parlare, senza riuscire a emettere alcun suono, restando in un silenzio assordante quanto il buio che l’avvolgeva e in cui ora persino le luci provenienti dalla finestra sembrarono sparite.
«Scusami» sospirò ancora, nascondendo il volto sotto le coperte e sentendo la mano di lei scivolare via fino a sfiorare soltanto il lenzuolo.
Sembrava volesse nascondersi da lei. Sembrava volesse svanire, come se si vergognasse persino di farsi vedere.
Una lacrima cadde sul volto di Sofia. Da fuori si sentì una sterzata brusca, e il vecchio nell’altro letto si rigirò violentemente, annaspando nell’aria per alcuni secondi, cadendo poi sfinito a letto, come se non gli restassero più forze in corpo.
Sofia lo guardò terrorizzata, e nel vederlo, per un attimo vide Daniele al suo posto.
Poggiò la mano su ciò che restava del suo viso, quasi del tutto coperto dal lenzuolo.
Per un attimo le parve un cadavere coperto da un sudario, ed ebbe voglia di scoppiare in un pianto feroce.
«Perché non me l’hai detto?» gli sussurrò, senza smettere di accarezzarlo.
Attese secondi che sembrarono anni. Il buio, palpabile e soffocante le si stringeva contro, mentre lei vedeva davanti ai suoi occhi madidi soltanto la forma immobile e silenziosa di un uomo di cui le pareva non conoscere più nemmeno il nome, e quel corpo a terra in un bagno dove aveva passato tanti momenti, ormai svaniti nel nulla.
«Vedrai che andrà tutto bene» riprese, cercando persino di sorridere, mentre silenti, come l’acqua che scorre sulle rocce fino a solcarle, lacrime bollenti le rigavano il viso, cadendogli sulle labbra gonfie e salandogliele.
«Il dottore ha detto che forse con la chemio…» riprese, per poi bloccarsi di colpo.
Fissò Daniele. Avrebbe voluto che fosse lui a dire qualcosa: qualsiasi cosa! Tutto, tranne che darle quella responsabilità che la stava schiacciando, e che sentiva sempre più vivida sulle sue magre spalle, accresciuta dal silenzio inumano di Daniele che orami sembrava soltanto un vecchio che decide di farsi morire per strada.
Spostò di un poco il lenzuolo e gli accarezzò la guancia, ma lui non si mosse minimamente.
«Vedrai che insieme ce la faremo» aggiunse. Ma niente! Stava parlando soltanto a se stessa. Di suo marito non ci stava traccia.
«Tu però devi reagire» incalzò, senza smettere di accarezzarlo, in attesa di un qualsiasi gesto di quell’uomo che aveva amato, e ormai del tutto scomparso.
Cercò persino di sorridere. Si asciugò le lacrime con la mano, e quando tirò su col naso, Daniele percepì un brivido febbrile lungo la schiena, e chiuse con violenza gli occhi per trattenere le lacrime.
Affondò la testa contro al cuscino. Il vecchio accanto a lui tossì forte. Un uomo per strada urlò verso chissà chi, e Sofia, sforzandosi ancora di sorridere, come se ci fosse qualcosa da sperare per lui e per loro, disse: «Danny, ora dobbiamo soltanto pensare a rimetterti in piedi»
Ma ancora una volta lui non si mosse, e lei ebbe voglia di urlare dalla disperazione e alzarsi dalla sedia gettando tutto per aria, strillando nel mezzo di quel buio in cui si sentiva ora sola come mai nella propria vita.
«Danny, ma mi ascolti?» aggiunse soltanto, incapace di fermare le lacrime che le stavano deformando il viso.
Lui si mosse appena. Un movimento lieve, ma che Sofia, sotto la propria mano, percepì violento quanto un terremoto.
«Danny…» sussurrò soltanto, fissandolo con occhi vetrosi, in attesa di una parola, di un gesto, di un urlo: di qualsiasi cosa!
«Sofia…» echeggiò nel buio, e lei percepì quella voce, quella parola, come se non fosse un suono, ma una mano precipitata con forza contro al proprio petto.
«Danny?»
«Scusami!»
La mano di Sofia si paralizzò sul volto immobile di Daniele. Ogni centimetro della sua pelle, imperlata da gelido sudore, si ritrasse come un arco pronto a scoccare, e i suoi occhi erano di colpo diventati due grotte buie nel mezzo di un pallido viso su cui labbra, simili a una ferita, tremavano incapaci di emettere alcun suono.
Sofia precipitò sul corpo di Daniele, piangendo di un pianto furioso, straziante, implacabile.
I suoi gemiti rimbombavano nel buio. Le lacrime le stravolgevano il viso, cadendo sulle gote arrossate fino a entrarle nella bocca, salando le labbra ormai gonfie come ferite infette.
Daniele sentiva le mani di lei affondare sul suo corpo coperto dalle lenzuola, e le lacrime cadergli fin sulle guance, mischiandosi alle sue che, silenziose, non avevano nemmeno più la forza di narrare un dolore che dal di dentro lo stava spaccando in due, come si spezza la chiglia di una nave travolta dalle onde.
Restò immobile, accogliendo il pianto disperato di Sofia, finché lei non ebbe più urla, e striminzita come una bambola a lungo usata e poi gettata per strada restò col capo stesa sul letto, in ginocchio, accanto a Daniele ancora voltato.
Portò la mano contro la sua schiena, sfiorandola delicatamente, come aveva fatto tanto volte mentre lui dormiva.
«Perché?» disse soltanto.
Un pesante sospiro sembrò immergere la stanza intera, e le vite di entrambi.
«Non lo so» rispose Daniele, debole da sembrare non avesse più forze per parlare.24448-freud-saba-linfanzia

Tratto dal racconto “Katja”.

Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
Immagini 003

Tratto da “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?dainese_29092012_0001_master_bw