Tratto dal romanzo “Nuda”.

Arrivata al centro della pista, dove stava prima, non le sembrò di vedere nemmeno Stefania. Non vedeva niente. Tutto era un gioco di caravaggesche ombre che si susseguivano in una danza liquida e informe.
Volti, occhi, toraci, mani, braccia: non riusciva più a vedere corpi, ma soltanto pezzi umani che si dimenavano nel buio, e urla bestiali che le stritolavano le carni, come se fosse in un enorme mattatoio dove le bestie venivano macellate ancora vive.
Di lei quale parte del corpo era rimasta?
Un sorriso tremulo le deformò il viso, simile alla smorfia di un pagliaccio, e i suoi muscoli iniziarono a muoversi dapprima lenti, poi velocemente, come se ne avesse perso il controllo e ormai fosse diventata una marionetta mossa da invisibili fili.
Guardò attorno a sé con aria persa, quasi i suoi occhi fossero diventati di gesso.
Soltanto luci attorno a lei, corpi, mani, voci, urla, e la terra che sembrava tremare mentre lei da sola, abbandonata, ballava nel mezzo di carne sanguinolenta come fosse un quarto di bue che penzola da un gancio.
Stefania era sparita. L’aveva abbandonata. Eva era da sola, fragile, distrutta, gettata per strada come una bambola troppo vecchia per essere amata, o una puttana accoltellata perché troppo vecchia per essere ancora sfruttata.
Eva ebbe voglia di fermarsi e piangere, ma non una sola lacrima colò dal suo viso.
Sentì una mano afferrarle il braccio. Si voltò, ma non era Stefania. Era un uomo! Forse quello incontrato al bancone. Forse quello che l’aveva fermata all’inizio della serata. Forse Alessandro. Forse Mario. Forse Max.
Non importava!
Eva non ricordava i loro volti. Non ricordavo neanche il proprio volto. Sentiva soltanto una morsa nello stomaco e un fremito nel cuore, e le vene pulsare in cerca di eroina.
Sentì l’ago penetrarle le carni e una coltre di fumo annebbiare ogni suo pensiero.
Le luci intermittenti sembrarono lasciar spazio soltanto a un manto di ombre che pulsavano contro di lei mentre, come fosse una pupattola di pezza, veniva trascinata via fra corpi che le si scagliavano addosso, mani che si dimenavano contro al suo viso, e sorrisi deformati che puzzavano di alcool.
Sentì il proprio corpo sballottolato ovunque, come se non le appartenesse nemmeno, e poi un fiato di nicotina arrivarle verso le labbra sussurrandole: «Sei davvero molto bella.»
Lei accennò appena un sorriso. Gli occhi stavano per chiudersi, e il corpo era sempre più debole.
Il solo rumore che sentì fu quello di una porta che si spalancò. Poi alcune voci maschili. Delle risate. Qualcuno che ridacchiò: «Fottitela questa troia!»
Eva sentì ancora una porta spalancarsi, e poi dondolare nel vuoto fino a chiudersi.
Lei sorrise quasi quando quell’uomo di cui nemmeno vedeva gli zigomi la scagliò contro al muro di piccolo e squallido cesso, sussurrandole contro le labbra: «Ora ci divertiamo!»
Fu un lieve sorriso, come una smorfia di dolore: quel dolore che Eva voleva sentire sin dentro le proprie carni, come quando si mangiava a sangue le unghie. Quel dolore che voleva sentir fin dentro l’utero, come una mano violenta che le strappasse tutto dal corpo, per non lasciare nulla ad altri, né a lei.
Una qualsiasi emozione! Fosse anche la più atroce. Qualsiasi atto brutale per celare il pensiero di una vita masticata e poi vomitata.
Voleva farsi schifo, e lo sapeva.
Ora non era più la malattia a parlare, ma era il dolore di Eva incapace di non subire quella dannata malattia.
La senti urlare contro al proprio viso quando lui iniziò a muovere le mani sotto ai suoi vestiti.
Sentiva soltanto carne disgustosa toccarla, tastarla, stringerla, e labbra puzzolenti di alcool e fumo muoversi contro le sue.
Eva teneva chiusi gli occhi. Non voleva vedere, perché in fondo tutto sarebbe stato identico a quanto già visto troppe volte.
Persino la puzza di urina di cui erano impregnate le mattonelle sembrava la stessa di sempre, e così lo sfregarsi di quell’uomo contro di lei, e quelle sudice mani che le tenevano la testa abbassandogliela lentamente, senza che lei fosse ormai capace di opporre alcuna resistenza.
Udì soltanto il rumore della zippo calarsi, e poi puzza di pesce marcio contro al naso.
Non aprì nemmeno gli occhi. Sentiva freddo e una sensazione di bagnato sotto le ginocchia.
Era piscio sotto di lei, e lo sapeva, come sapeva cosa le stava davanti.
Non lo guardò nemmeno. Gli basto sentire le parole di sempre: «Avanti, succhia, troia.»
Aprì meccanicamente la bocca, come fosse dal dentista. Sentì carne dura, ruvida, bagnata e disgustosa contro le sue labbra da brava ragazza. Poi la lingua sfiorare della pelle che sapeva di pesce andato a male, e spinte violente nella sua bocca mentre una risata echeggiava attorno a lei, rendendo quasi visibili le mattonelle che lei nemmeno riusciva a vedere lì in ginocchio a occhi chiusi.
Sentì ancora una spinta nella sua gola.
“È come togliersi un dente” pensò un’altra volta.
Ma ormai ne aveva più di denti da togliere?
Quando lui la tirò su si sentì come una bambola inerme, senza vita; senza nemmeno più un’anima da violentare.
Sentiva le mani di lui muoversi sul corpo di un altro. Non sapeva di chi, ma non di lei: lei non ci stava nemmeno più.
Quando lui le schiacciò la testa contro al muro sentì soltanto puzza di piscio, e aprendo lentamente gli occhi lesse appena la scritta: “Passivo femminile per maschi dotati e villosi. Chiamare al 3484411760”.
Chiuse di colpo gli occhi. Quasi sorrise pensando a quanto appena letto, e mentre sentì la propria gonna alzarsi, e le mutandine abbassarsi velocemente, riuscì appena a versare una lacrime prima che qualcosa di duro iniziasse a premere contro di lei.
Lui le afferrò i capelli e le leccò la faccia sussurrandole contro al viso: «Dai, che ti piace, troia!»
Diede una spinta decisa. Eva strinse i pugni contro le mattonelle e serrò gli occhi, come se le avessero appena conficcato un coltello nella pancia.
Senti un colpo dritto nello stomaco. Una risata contro al viso. Il puzzo di urina nella sue narici, e le proprie lacrime colare in un cesso colmo di piscio.
Eva senti ancora una mano premere contro la sua testa, scagliandola contro le mattonelle, mentre spinte brutali come coltellate si muoveva nel suo utero quasi volessero spaccarlo.
Tenne duro. Qualcuno stava scavando nel suo cuore, ma era già successo.
“Due dita in gola e poi tutto sparirà” pensò, mentre lui si muoveva in lei con forza e prepotenza, lasciandole percepire la sua schifosa presenza in lei, e le sue labbra mosse in una sorridente smorfia le sussurravano dritto in gola «Ti piace, vero, troia?»
Fu un sorriso a rispondere per Eva, mentre sentiva il proprio corpo sbattuto contro al muro e pensando soltanto: “Due dita in gola e poi tutto svanirà”.
Eva guardò appena le proprie mani poggiate contro al muro, mentre lui si muoveva velocemente dentro di lei stringendole le carni e ansimando, chiamandola: «Troia, puttana, cagna.»
Sentiva la propria testa, e il corpo intero, sbattere con violenza contro le mattonelle. Respirava puzza di piscio e ormai non sentiva nemmeno più le spinte dentro di lei, come se fosse del tutto svuotata.
Vedeva soltanto le sue dita divorate, versando lacrime ma senza emettere un solo gemito, come se ormai non fosse nemmeno più viva.
Poi ci fu un’ultima spinta. Un morso sulla sua spalla. E infine del disgustoso e caldo liquido che le colò sulle natiche, fino a macchiarle le mutandine.
Mentre lei stava con la faccia schiacciata contro le mattonelle, ansimando e respirando ancora la puzza di urina, sentendo il fiato di lui sul collo, pensò che quelle mutandine erano un regalo di Mario: le sue preferite!
Le lasciò immobili fra le sue gambe tremule, ancora a carponi, con le mani contro le mattonelle, mentre dietro di lei sentì soltanto il rumore di una zippo alzarsi, poi un sorriso, e infine una voce esclamare: «Ti è piaciuto, vero, troia?»
Poi sentì solamente la porta sbattere dietro di lei, restando immobile per qualche secondo, a occhi chiusi, prima di scivolare al suolo come fosse una macchia di sangue riversata contro al muro.
Rannicchiata in un angolo, contro al cesso come uno scarafaggio, nuda su di un pavimento fetido di urina, Eva fissava il vuoto portando le mani fra le cosce, come se volesse lenire il dolore di una ferita che mai nessuno avrebbe guarito.
Si strinse il sesso come se volesse stracciarlo via: quel vortice con cui da sempre cercava di ingoiare se stessa. Quella spugna che si lasciava impregnare di veleno, per poi riversarlo sulla sua nuda pelle.
Ed era nuda in quel momento. Priva di tutto.
Non provava niente, se non dolore. Le lamette con cui si era tagliata le carni non le avevano dato alcun piacere. Nulla era stato dimenticato: Max, Alice, suo padre, non erano stati dimenticati.
Lei stava lì, immobile, sventrata, maciullata: non era altro che carne da macello da gettare via.
Tremava, mantenendosi il sesso aperto e sentendo ancora quella calda e liquida colpa grondare su di esso.
Avrebbe soltanto voluto vomitare, ma non riusciva nemmeno a farlo.
Anche lo stomaco le avevano strappato dalla pancia!
O era stata lei a farlo?
Tolse la mano dal suo sesso e la fissò, sporca dello sperma colato dalle sue natiche, e ora per terra, sotto di lei, come una pozza di sangue.
Lo fissò ancora. Era reale, quanto ciò appena successo. Quanto lo schifo che provava nei suoi confronti, quasi si stesse vedendo con gli occhi di suo padre.
Ecco, era finita l’abbuffata, e ora non restava che il momento in cui farsi schifo. Autocondannandosi. Odiandosi. Vomitando via la propria vita, come se ci si volesse purificare dall’imperfezione: dalla consapevolezza di non essere niente, se non il cibo vomitato.
Eva si alzò di scatto, afferrando nervosamente la propria borsetta e scagliandola contro la porta di quella tomba.
Fece un forte tonfo, poi cadde a terra facendo fuoriuscire alcuni oggetti.
Era la sua vita che aveva scagliato contro a quella prigione?
Guardò la borsetta e poi fissò uno specchietto ridotto in mille pezzi, i suoi trucchi, il suo portafogli, e il telefono spaccato in due.
Non vide altro che quel telefono, e di colpo strisciò verso di esso, ancora in lacrime, raccogliendolo e fissandolo.
Guardò quel cumulo di plastica e vetro fra le sue mani, agitata, sentendosi sola più di prima e nervosamente cercando di rimettere assieme quei frammenti in cui era celata la sua vita.
Veloci e violente le lacrime incominciarono a colarle sul viso arrosato, mentre fissando quell’oggetto capì che non avrebbe mai saputo cosa le aveva scritto Max.
Quel pensiero la uccise. Non sapeva perché, ma sentiva che quelle parole erano importanti, e che lei le aveva svendute per una dose d’eroina tagliata male, ancora una volta.
Stringendo il telefono si sentì svanire nelle mattonelle sotto di lei, fra la puzza di urina, fra le sue lacrime che continuavano a colare, e quel suo sguardo doloroso che sembrava capace di dare una vita anche a quello squallido cesso.
Max, Max, Max.
“Perdonami!”.
Afferrò soltanto le chiavi dell’auto e quelle di casa lasciando lì tutto il resto, uscendo di corsa dal bagno e fiondandosi fra la folla che si dimenava come se nulla fosse successo.
Si trovò avvolta in un buio liquido scosso dalle lame colorate dei faretti che illuminavano ora un viso, ora degli occhi, ora una bocca, ora un naso.
Lei non metteva a fuoco niente. I suo occhi erano cechi. Vedeva soltanto buio, e tastando corpi informi udiva soltanto il proprio fiatone e il cuore battergli nella testa.
Non cerco nemmeno Stefania. Uscì di colpo dal locale, correndo in una notte che sembrava fatta di cemento.
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Tratto dal romanzo “Nuda”.

Eva sfogliò nervosamente una pagina, senza leggere nulla, ma sentendo soltanto gli occhi di suo padre su di lei: desiderando di sentirli! E di vedere il proprio sangue colargli in gola fino a soffocarlo.
Con fare goffo suo padre chiuse la porta alle proprie spalle, venendo avanti quasi fosse un bambino imbarazzato che avanza in un mondo gigantesco.
Eva sfogliò ancora una pagina, fingendo di leggere, mentre lui, in piedi a pochi passi da lei, iniziò a guardare attorno a sé, come se fosse la prima volta che vedeva quella stanza.
Forse in un certo senso era davvero così.
Osservò i peluche su di una mensola, e il loro finto pelo illuminato dalla luce giallognola della lampada, e poi le ultime due bambole di porcellana da lui regalate. Osservò i vestiti gettati su di una sedia, che di certo gli ricordarono quanto la sua bambina fosse ormai cresciuta, e con sguardo fiero osservò una libreria piena di libri e riviste di ogni genere, accarezzandola dolcemente con la sua forte mano, come se volesse accarezzare il volto di Eva dicendole: «Quanto sono fiero di te.»
Ma se Eva non fosse stata malata, lui non avrebbe mai fatto quel gesto; non avrebbe mai pensato quanto appena pensato, né sarebbe entrato in quella stanza.
La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.
Si alzò di scatto, asciugandosi le lacrime e raggiungendo la cornice.
Brutalmente la strappò via dal muro e la gettò sulla scrivania, per poi lasciarsi cadere sul letto, stesa su di un lato come un feto abortito, masticando voracemente le proprie unghie e fissando un vuoto impalpabile che le sembrava impossibile colmare, e in cui ancora violento si muoveva il fragore delle onde e le risate di sua sorella e suo padre che mai avrebbe raggiunto.
Aveva desiderato per tutta la vita l’amore di suo padre, eppure un attimo prima la sua presenza le era sembrata inopportuna; lui sembrava stesse cercando invano di rimettere insieme i pezzi di un vaso infranto, mentre lei continuava a urlargli contro che era stato lui a romperlo, incidendogli quella colpa nelle carni, e fin dentro al cuore.
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Tratto dal romanzo “NUDA”.

Appena Eva fu a casa, suo padre, dopo aver portato i bagagli di lei nella sua cameretta, la strinse forte dicendole: «Ora sei a casa.»
Eva rispose appena all’abbraccio. Si sentiva intimidita, come se quell’uomo non fosse suo padre, né quella la propria casa.
Tutto sembrava soltanto la scenografia di una recita, e loro erano attori che interpretavano per la millesima volta la stessa parte.
Era la malattia a essere amata, non lei.
Eva l’abbracciò e si lasciò abbracciare da lei, lì nella frenesia di una famiglia inventata in cui sua madre si dava da fare per mettere via la roba di Eva, e suo padre ora le dava consigli sui test di medicina, mentre sua sorella, sorridente come non mai, dava una mano a sua madre.
Rimase quasi immobile, come fosse un ospite da accudire, lì nella sua stanza che profumava di lavanda e dalle pareti color pesca, osservando i gesti di sua madre come se li vedesse da dietro uno schermo televisivo, e udendo la voce di suo padre simile a un eco confuso proveniente da una grotta.
Valeria passandole accanto le sorrise e le diede una carezza, indicando la loro madre con il capo e sussurrando appena: «Vedrai che appena uscirà dirà che fra poco sarà pronto a tavola.»
Eva finse di sorridere, senza guardare sua sorella, vedendola soltanto in delle fotografie poste su alcune mensole, fra peluche regalati da chissà chi, in cui due bambine ai suoi occhi sconosciute stavano abbracciate, sorridendo come se al mondo nulla esistesse di più importante di quell’abbraccio.
Sua madre continuò a lamentarsi parlando a se stessa e dividendo i vestiti puliti da quelli sporchi, e ancora da quelli che a suo dire erano da gettare via.
Buttò via anche un perizoma nero regalato a Eva da Mario.
«Guarda com’è ridotto questo!» disse, gettandolo a terra su di un cumulo di vestiti sporchi.
Lei non sapeva che quelle erano state le ultime mutandine che Mario aveva tolto dal corpo di sua figlia, e Mario non sapeva quanti altri uomini dopo di lui avevano sfilato dal corpo di Eva quelle mutandine.
Eva vide sua madre andare via, uscendo di scena con la battuta prevista da Valeria, e dopo essere stata rincuorata ancora da quella sorella che cercava in ogni modo di tornare a essere la bambina nelle foto attorno a loro, e non l’adolescente isterica che una volta le aveva dato un morso sulla guancia soltanto perché lei non voleva rimettere in ordine la stanza, Eva rimase da sola in quella camera da bambina che aveva accolto la sua vita, e che lei avrebbe voluto bruciare, come il resto di quella casa.
Nulla parlava di lei in quella stanza dove ora stava da sola, sistemando le ultime cose. Dei peluche la fissavano da una mensola, ricordandole di essere soltanto una sconosciuta lì dentro, come se lei fosse un errore in mezzo a tanto candore.
«Puttana!» sembrava urlargli uno.
«Vattene via, che non servi a niente» pareva strillare un altro.
E una bambola di porcellana fissandola sembrava sputarle contro la bocca: «Muori! Che sarebbe meglio per tutti.»
Scostò la testa come se stesse scrollandosi da dosso della polvere, passando poi in rassegna le mensole piene di ricordi: libri divorati per noia, le foto assieme a Stefania o con le amiche del liceo, e tante altre piccole cose di una vita che non le apparteneva più.
Guardò la sua scrivania, poggiando su di essa la mano e percependo nella mente tutte le parole scritte in un diario segreto.
Nulla di speciale! Una vita riciclata. Una vita come tante.
Cosa avrebbe detto di lei Max vedendo quella vita? Cosa avrebbe detto Max vedendola in quella stanza da ragazzina ricca?
Avrebbe riso, ecco cosa.
Eva non si sentiva più la ragazza speciale che credeva di essere. Si sentiva una bambola, non altro. Una bambola rinchiusa in una scatola piena di fiocchetti da cui non riusciva a uscire.
Guardò una foto di lei e Stefania con un drink in mano, un’altra in cui sorridevano nel mezzo della pista di una discoteca, e poi fissò un lungo vestito da sera che penzolava dall’armadio, numerose scarpe dal tacco alto poste in una scarpiera, e un portatile d’ultima generazione fermo sulla scrivania.
Guardò delle scarpe nere dal tacco alto poste ai piedi del letto. Erano le sue preferite! Le aveva comprate assieme a Stefania. Le aveva ai piedi l’ultima volta che era uscita con Mario.
Era stato lui a chiederle di indossarle. Lui sapeva che erano le sue preferite, dunque fu forse solamente un sadico atto per castigarla prima di andare via, lasciandola da sola, imperfetta, nuda con addosso solamente le sue scarpe perfette.
O magari era un modo per cercare di vederla ancora una volta meravigliosa, come ormai lei non si vedeva da tempo, così da illudersi di poter resistere ancora una volta al martirio con cui Eva lo stava mutilando.
Sospirò, continuando a fissare quelle scarpe e ricordando che le aveva ai piedi anche quando andò a letto con uno di cui neanche ricordava il nome. Ricordava soltanto il proprio sguardo che fissava i propri piedi ritti contro al tettuccio di un’auto, mentre sentiva qualcosa scavarle dentro e pensando: «Dio, ma si muove o no a finire?»
Avrebbe tanto voluto cancellare quei ricordi. Quei pensieri bulimici. Un amore bulimico che tutto divorava: morso dopo morso, illusione dopo illusione, amore dopo amore, e infine vomitando tutto.
Alla fine non rimaneva che un corpo sbranato. Una mente confusa. E lenzuola sporche di un sesso passeggero. Un amore malsano e senza nome che si ripeteva ogni notte, lasciando che corpi si violentassero a vicenda, divorandosi voracemente, per poi vomitare tutto su quelle lenzuola che, puntualmente, avrebbe cambiato lei, gettandole nella pattumiera di una coscienza celata dietro rabbiose e disperate lacrime.
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Estratto di “Nuda”, romanzo che affonda gli artigli nel dramma dei disturbi alimentari, e nel bisogno di amore celato dietro di essi.

Restarono diversi minuti in un silenzio che pareva fatto di carne. Entrambi sembravano soltanto corpi che si urtano fra di loro in un mausoleo polveroso.
Una parte di Eva avrebbe voluto scappare lontano, ma in lei sentiva la forza prepotente di quell’uomo che sembrava non temere la solitudine insinuarsi sotto ai propri vestiti, denudandola, privandola di ogni corazza: persino della propria pelle.
Eva lo guardava senza capire, e senza capirlo, chiedendosi soltanto perché a conti fatti non l’avesse già mandata via.
Un piccolo sussulto si mosse nel petto di Eva, e faticando a guardarlo, sembrando quasi una ragazzina che arrossisce indugiando lo sguardo sul più ambito della classe, leggera sussurrò: «Non so cosa hai passato nella tua vita, non ti conosco nemmeno, ma dai tuoi quadri traspare molto dolore.»
Si guardò attorno, sfiorando i dipinti con gli occhi, mentre Max invece sembrava non vederla nemmeno, come se neanche l’avesse ascoltata.
«Io non sono mai riuscita a star bene con la gente» riprese, chinando lo sguardo e fissando le sue dita martoriate «ovunque sono andata, anche da piccola, mi sono sentita sempre fuori posto. Come se non mi sentissi a casa in nessun luogo. Come se nessuno appartenesse al mio mondo.»
A quelle parole lei notò gli occhi di Max fissarla intensamente. Sembrava quasi la stesse vedendo per davvero, come se la stesse toccando: il volto, le labbra, la pancia, il sesso. O magari la stava soltanto scrutando, quasi cercando di aprirle il torace per strapparle via il cuore e vedere se in esso ci stessero davvero le parole appena udite.
Forse stava osservando soltanto una ragazzina viziata seduta davanti a lui, giocando a fare la ragazza di mondo e piena di problemi. Oppure stava vedendo ciò che restava di Eva, gettato sul pavimento dopo l’ennesima abbuffata di vita: soltanto pezzi di carne sanguinolenti nel mezzo di fetido vomito.
Eva si sentiva ancora una volta sotto esame, proprio come sempre nella propria vita: a casa sua, con suo padre, con i ragazzi, e persino con Stefania.
Guardò le proprie dita e poi le unghie. Serrò le mani come volesse nasconderle e alzò gli occhi vedendo soltanto Max, come fosse ora parte dei dipinti che lo avvolgevano.
«Mio padre non si è mai accorto di me. Neanche una volta» aggiunse, quasi tremando nello sforzarsi di tenere alto lo sguardo.
Un piccolo e amaro sorriso le segnò il viso.
«So che stai pensando: che alla fine sono comunque una figlia di papà. Beh, lo sono! Sì, sono la figlia di un uomo ricco che non ha mai visto la propria bambina, neanche quando una sera, a soli quindici anni, fu costretto a raccattarla a una festa perché troppo ubriaca per tornare da sola a casa.»
Fece un attimo di silenzio. La stanza sembrava essere diventata più buia, liquida, quasi viscida.
Le ombre avvolgevano ogni cosa, inghiottendo i mobili, le mura, il pavimento, e il corpo di Eva immobile a tormentarsi le unghie rosicchiate.
Restavano soltanto i dipinti di Max, e lui in essi, fermo a osservare il nulla come se non volesse vedere il volto di Eva, perché non ne aveva la forza.
I suoi occhi vibravano come il corpo di un animale spaventato, mentre Eva cercava di raggiungerlo nuotando in un oceano di pece.
«Non si accorse nemmeno dei lividi sulle mie ginocchia e del mio trucco sbavato» uscì dalla bocca di Eva come un sospirò proveniente dal vento.
Abbassò lo sguardo e si fissò le dita, alzando poi appena gli occhi vedendo lo sguardo tremante di Max.
«Mi urlò contro solamente che ero una fallita. Non mi vide neanche. Non vedeva ciò che sua figlia aveva perso per sempre. Non vedeva nemmeno sua figlia!»
Restò un secondo zitta, come se stesse rivedendo l’intera scena, prima di dire: «Quando tornai a casa mi chiusi nel bagno e vomitai, e mentre lo facevo, lo sentivo urlare in cucina contro mia madre. Urlava: «Io non so cosa fare con tua figlia!»
Lui voltò il capo di scatto. I loro occhi si intrecciarono come un nodo troppo stretto per scioglierlo e stretto alla gola di un disperato che sta soffocando.
Sembravano due cani magri e stanchi, ormai ridotti a carcasse che vagano per strada sotto l’indifferenza di tutti, affamati, e stando assieme soltanto perché nessuno altro avrebbe mai accolto il loro dolore.
Eva era dunque soltanto un cucciolo di cui prendersi cura?
Gli occhi di Max sembrarono spaccarsi come un terreno di malta colpito dal sole, vedendo il volto di Eva arrossato dalle lacrime che iniziarono a colare dai suoi occhi, fino bagnarle le labbra tremanti, portando via le ultime tracce di rossetto, lasciando nude le labbra di una bambina impaurita.
Era dunque questo Eva? Un bambina mai vista da nessuno al mondo. Un corpo masticato. Una sposa tradita. Un figlio abortito.
Un dolore mai sanato né in lei, né in lui.
Eva guardò le proprie unghie, vedendo gocce di lacrime colpirle, quasi fossero pioggia.
Lo smalto regalatole da Stefania si stava spaccando, come il suo cuore. Era rosso. Le sue unghie sembravano quelle di un cadavere: spaccate e ricoperte di sangue.
Chiuse di scatto i pugni, sorridendo cinicamente e sentendo le proprie lacrime scivolarle sulle labbra.
«Già, davvero una ragazzina ricca e viziata!» aggiunse, incapace di frenare le lacrime che incontrollabile le scorrevano sul viso, quasi bruciandole la pelle. «Una ragazzina che ha dato se stessa in ogni modo, pur di sentirsi voluta. E alla fine, riducendosi a una malata di merda! Non altro che una malata di merda!» urlò, iniziando a piangere senza alcun controllo, stringendo fra le mani il volto, agitandosi e strillando disperata: «Una malata di merda! Una schifosa malata di merda!»
Scoppiò a piangere a dirotto, sempre più forte: un pianto inumano che pareva l’urlo di una bestia legata.
Le lacrime le stavano deformando il viso Non riusciva a fermarsi. Le lacrime la soffocavano, mentre tremava e urlava, rannicchiata in se stessa come una madre straziata da un dolore bestiale per la perdita di un figlio.
Ed era lei quel bambino morto?
Eva era di nuovo svanita, e in una parte di se stessa lo sapeva, ma lui non doveva saperlo, e lei non doveva vederlo.
Eva non ci stava più. Al posto suo ci stava soltanto la sua malattia, e stava ruggendo contro di lei, contro di Max, contro il mondo intero.
La sua malattia le stava spaccando le ossa e le stava aprendo le carni, uscendo dal suo grembo come un figlio mostruoso di cui si ha il terrore, ma che non si riesce a uccidere.
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Estratto dal romanzo “Nuda”.

Loro tutte stavano sputando sangue. Il pavimento ne era pieno. Ma continuavano ad andare avanti come fossero bestie condotte al mattatoio.
Eva, continuando ad andare avanti sentiva il pungente odore di zafferano fin dentro le narici. Non le faceva né caldo né freddo! Ma accanto a lei Elena fissava il vuoto con occhi vitrei, trattenendo le lacrime mentre le sue labbra tremule sembravano stessero urlando: «Ho paura.»
Eva provò il desiderio di stringerle la mano, ma non lo fece. Camminò accanto a lei, sentendosi ancora una volta il giocattolo non voluto da suo padre.
Osservò le proprie unghie mangiucchiate e i polpastrelli deformati, pieni di rossi segni, e senza rendersene conto, ancora come un automa, continuò a mangiarle voracemente. Divorandosi. Mordendosi fino a sentire il rivoltante sapore del suo stesso sangue. Ferendosi come se sentisse il bisogno di un dolore atto ad anestetizzare un dolore più forte.
Era come loro, e non voleva vederlo. Era come loro, e anche peggio. Anche lei, giovane ragazza all’apparenza perfetta, portava i segni del martirio sul proprio corpo. Lei, una graziosa bambola di porcellana ridotta alla peggiore delle troie da marciapiede: violentata, uccisa e gettata per strada. Non altro che un corpo morente lasciato a marcire fra fetidi rifiuti, divorata dai topi, come lei aveva divorato tutto nella vita.
Era una carcassa deperibile. Carne putrida lacerata. L’iperbole esistenziale che come uno sputo le gettava in faccia ciò che era e ciò che mai sarebbe stata, intrappolata in una vita di illusioni in cui dopo la foga di un’orgia di morsi, non restava altro che il silenzio: un cuore rattoppato che non marcisce e al quale neanche più giunge il gusto del nutrimento, e arti di plastica che cadono al suolo, esausti da troppa fatica.
Eva scosse il capo, cercando di scrollare via quei pensieri.
Guardò ancora le ragazze, evitando lo sguardo di Elena, e poi pietrificandosi nel vedere Alice a meno di un metro da lei: una creatura cui sorte sembrava esser stata goliardica attribuendole proprio quel nome.
Era uno scheletro che camminava. Letteralmente uno scheletro! La più grande di tutte loro, ma quella più vicina alla fine.
Aveva trentadue anni. Era alta un metro e settantacinque, ma forse pesava anche meno di Eva.
I lunghi capelli, una volta castani, ormai sembravano grigi, tanto erano sfibrati e indeboliti. I suoi denti erano marci, di un colore simile al giallo chiaro, e il suo alito era sempre fetido, come cibo avariato.
Era la sola di loro a indossare lo stesso vestito da più giorni: quel giorno un pigiama lungo e rosa, nonostante il tremendo caldo.
Ma quella stoffa non riusciva a nascondere le ossa che quasi sembravano lacerarle la pelle.
La sua figura trasudava puzza tristezza da ogni poro della sua secca pelle attaccata a ossa sempre più fragili. Ne era impregnata. Non era altro che un cadavere condotto alla morte. Quella morte che l’aveva travolta, e da lei abbracciata come fosse il solo amore a cui potesse stringersi in una notte dove nessuno ti bacia e puoi soltanto versare lacrime su di un cuscino di cui non senti neanche più la morbidezza.

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Estratto del romanzo “Nuda”.

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

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Estratto dal romanzo “Nuda”.

Lasciò cadere la mano sul lavello e si osservò in cerca di ogni minimo difetto del suo corpo, passando alla rassegna il più insignificante neo, scucendosi di dosso la pelle per poi osservarla al microscopio. Osservando quel corpo che la terrorizzava e l’attraeva. Un corpo che un giorno le sembrava un impareggiabile e meraviglioso altare, e un giorno ancora soltanto la peggiore delle fosse colma di puzzolenti cadaveri.
Come sarebbe stata agli occhi della prossima persona che l’avrebbe stretta?
Ancora una volta il suo pensiero tornò a Max. Gli occhi parvero paralizzarsi innanzi a un’angosciante consapevolezza, e si sentì ricoprire da un liquido manto di vergogna: una vergogna tossica che le entrava nelle vene come il veleno di una vipera.
Coprì quelle paure e ogni vergogna con del belletto, del mascara e del rossetto.
Adesso era perfetta.
Era una bambolina immacolata da amare, e la peggiore delle troie da usare.
Dietro a quel trucco aveva nascosto infiniti volti, tanto che ormai non ricordava nemmeno più quali fossero davvero i propri lineamenti.
La ragazza che fissava allo specchio non era Eva, ma soltanto una sconosciuta; ciò che la sua malattia aveva lasciato di lei: un corpo perfetto che avvolgeva come un sudario un cadavere imperfetto.
Se l’avesse tolto dalla propria pelle avrebbe visto soltanto ossa marce su cui ancora erano incisi aguzzi morsi che facevano male anche solo a guardarli.
Quei morsi Eva li sentiva ancora sulla propria pelle, e alcuni avevano dei nomi, dei volti, degli occhi, delle labbra; altri erano stati così veloci e lancinanti da non aver lasciato in lei nessun immagine, ma soltanto l’atroce sensazioni di mani che ti afferrano nella notte per trascinarti al suolo, il rumore dei vestiti che si stracciano, poi delle urla, delle spinte nella pancia, e infine soltanto lacrime e puzza di sperma.
Nel tempo aveva imparato a non sentirla più quella puzza, come una puttana che non sente il sapore della gomma di un preservativo e che poi resta immobile, a gambe aperte, fissando il vuoto mentre qualcuno le fiata sul collo e le si muove dentro.
Eva ormai sentiva soltanto il profumo del trucco sul proprio viso, il suo nemmeno lo ricordava. Non sentiva niente, non provava niente, non era nulla, se non l’immagine di una malattia che la proteggeva da tutto, come un guanto da cucina avvolge una mano, ma che la lasciava insensibile a ogni calore.
Il dolore le aveva anestetizzato anche la ragione, o forse le aveva dato solamente una scusa per assopirsi, così che Eva potesse dare alla propria droga la colpa di ogni sua azione.
Era quella la verità. Lo sapeva. L’aveva già vissuta diverse volte, e poi vomitata velocemente.
Avrebbe vomitato ancora?
Indossò uno dei suoi abiti più belli è si guardò ancora allo specchio. Le sembrò di essere tornata indietro nel tempo, prima di Max, prima del CDAA, prima di Mario.
Per un attimo sentì una goccia di sudore gelato colarle sulla schiena, e le gambe iniziarono a tremare, vedendo nello specchio uno scheletro di 36 chilogrammi, dagli occhi incavati e il volto cupo e coperto di graffi.
Avvertì una stretta alla gola, e un pugno dritto nella pancia: la stessa orrenda sensazione provata da quella ragazzina di 36 chilogrammi in ginocchio sul pavimento, con le mani contro alla ceramica del water a fissare il proprio vomito precipitare in acqua fetida, respirandone il fetore e sentendo nella gola dolorante soltanto sapore di marcio e di lacrime.

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