“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
Annunci

Tratto da “La finestra chiusa”, in fase di editing.

L’aria profuma di ammorbidente e di fiori freschi. La cucina ne è impregnata. Quel profumo si muove su mattonelle bianche decorate da piccoli fiori, sui mobili di ciliegio e su alcune fotografie poste sulle mura.
Percepisco l’aroma del caffè mischiarsi a questo profumo che conosco meglio dell’odore della mia pelle. Sento il ribollio della macchinetta per il caffè che fuma sui fornelli, e il suo odore sempre più forte insinuarsi per l’intera stanza: parte di un rituale da compiere in ogni casa quando giunge un ospite.
Lei, mia zia Francesca, sta ferma davanti ai fornelli. Sulle sue ossa che sembrano uscirle fuori dalla pelle smagliata ci sta un vecchio maglione bianco coperto da un grembiulino rosa, e da una gonna lunga e marrone si intravedono le sue pallide gambe, una volta carnose, ora ridotte a ossa coperte da pelle ruvida da cui si possono contare le vene.
Osservo le sue piccole mani che tante volte mi hanno stretto, ora afferrare con fatica delle tazzine da una credenza, mentre le sue magre ma sorridenti labbra si muovono chiedendomi: «Ma a mamma hai detto che stai qua?»
Non le rispondo subito. Mi perdo nei colori accesi del foulard sulla sua testa, immaginando quei rossi capelli che tante volte ho stretto e annusato.
Non ne ha più da mesi e mesi. Lei ha solamente dodici anni in più a me. A soli dodici anni già mi teneva tra le sue braccia, e ora la vedo andare fra le cupe braccia della morte, senza neanche poterle accarezzare un’ultima volta i capelli.
Sembra quasi saperlo mentre sorride, accogliendo il mio silenzio come fosse una risposta.
Respiro ancora il profumo del caffè. Ora è più intenso. Lei ha spento la fiamma, e mentre fisso una foto appesa al muro sento il tintinnio del cucchiaino contro la ceramica.
Lei sa già quanti cucchiaini di zucchero voglio. Lei sa tutto di me. Lei mi conosce da quando sono venuto al mondo, e forse anche meglio della sua sorella che mi ha dato la vita.
In questa foto ci stiamo proprio noi due, io e mia zia. Lei mi tiene in braccio. Ha solamente quattordici anni, ma sembra già una donna adulta. La mia mano paffuta le stringe un seno allora carnoso, diversamente dal petto scheletrico e fragile avvolto in quel grembiulino che ormai le va largo.
Sorridevo in quella foto, cercando il suo seno come fosse quello della mia mamma. Ero felice come quel bambino biondo nelle foto a casa mia.
Dio, come posso non ricordare?
Lei sorride, avvicinandosi e dicendomi: «Da piccolo eri proprio un malato. Stavi sempre a toccarmi le zizze.»
Cerco anche io di sorridere, anche se vorrei solamente piangere.
Uno dei suoi seni neanche esiste più. Glielo amputarono all’inizio della malattia, prima che il cancro si diffondesse ai polmoni.
Il mio sguardo lentamente si allontana da quel ricordo, come se una nube mi stesse portando altrove, rendendomi leggero come una lettera d’amore che vola nel cielo.
L’odore del caffè ora è vicinissimo, proprio sotto al mio naso.
Del caldo fumo si addensa contro al mio viso, e il sorriso di mia zia sembra volermi ancora stringere al proprio petto, come se potessimo entrambi tornare in quella foto davanti a noi.
«Dovreste trovare un modo per capirvi» riprende sedendosi al mio fianco, debole come un animale ferito che si trascina verso un angolo. «Al telefono lei mi parla sempre di te» aggiunge, porgendomi la tazza mentre io tenendo la testa china non ho nemmeno il coraggio di guardarla.
Afferro con le dita quella tazza calda e profumata, mentre lei, sorridendo delicatamente prende la sua con entrambe le mani, come se non riuscisse nemmeno a reggere quel misero peso.
La porta verso le labbra una volta morbide. Le vedo sfiorare appena la tazza mentre si muovono dicendomi: «È preoccupata per te, solamente che non sa come dimostrarlo.»
Ancora una volta non le rispondo. In un sorso finisco il caffè, mentre lei sorseggia il suo. La guardo un attimo e poi mi alzò andando verso la finestra. Un lieve luce entra nella stanza muovendosi da dietro le tende bianche davanti a me. È una luce gialla e arancione. La luce che ho sempre visto in questa casa, anche quando da adolescente andavo lì da lei per fare i compiti, oppure per nascondermi da mio padre quando era troppo arrabbiato perché potessi sopportarlo.
Ricordo che ogni volta stavo seduto proprio davanti a quella tavola, e lei stava lì ferma, proprio come ora.
Parlavamo a lungo, e parlavamo di tutto. Parlavamo di me!
Vorrei tanto tornare a quei giorni, ma so che non posso. Lei sta morendo, e so che non posso farci niente.

MACERIE, prefazione della mia maestra ANTONELLA CILENTO. Antologia cui ricavato andrà alle vittime di Amatrice.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?
E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?
Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.
Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.
È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.
Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.
È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.
L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.
Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.
La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.
Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

Antonella Cilento

https://www.amazon.it/dp/B01MZZONYY/ref=sr_1_6…

 

15151088_1174918392573915_1110552591_n

 

Ossessivi estratt tratti da Fottiti, cruento romanzo edito dalla Damster edizioni.

Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
In fondo non eravamo poi diversi da ogni altra persona al mondo. E non ci credevamo né unici né tantomeno speciali.
Non eravamo dei geni né dei santoni orientali. Non eravamo né degli Einstein né dei cazzo di Osho. Eravamo solo due stronzi! Due falliti che si erano incontrati forse per noia.
Già. Mi sembrava già di vederla.
Eccola! A ormai quarantacinque anni. Non più magra, non più soda. Culo grosso, tette grosse e mosce, e capelli arruffati.
Se ne sta fuori a una fermata d’autobus. Sono le sei. Fa freddo! Lei è sola e aspetta l’autobus, coprendosi con un grosso cappotto; uno di quei cappotti da dieci euro preso in qualche mercatino rionale.
E cosa aspetta?
Quello che aspettano tutti!
Lavorare. Lavorare per tirare avanti. Un merdoso lavoro in qualche fabbrica, dove magari un vecchio capo sessantenne le tasta il suo culo ormai troppo grosso per essere venduto per strada.
E ancora gli sguardi della gente per strada. Le prime auto che ronzano per strada. Anche loro pronti ad andare a dare il culo a lavoro, lì alle prime luci dell’alba.
E su qualche fermata ci sarei stato anch’io. Aspettando il mio autobus per andare a lavoro. A lavoro in qualche fabbrica, in qualche magazzino, in qualche schifoso call center del cazzo.
Poi le ore interminabili per entrambi.
Ficca una camicia sotto una grossa pressa. Alza un pacco e mettilo su di uno scaffale. Poi guarda l’orologio. “Quanto manca? Dai, ancora un’ora. Posso farcela! Solo un’ora e tutto sarà finito. Solo un’ora e andrò in pausa”.
Ed ecco la pausa! Una sigaretta, un caffè, un pompino tirato a qualche vecchio direttore.
E si ricomincia!
Io in un call center a far finta di essere felice nell’ascoltare gente sconosciuta. Lei dietro il banco di un negozio di biancheria a sorridere a della gente sconosciuta, come se mutande e calze per vecchie fossero per lei qualcosa di speciale.
“Ancora un’ora, poi sarà finito. Andrò a casa. Sarò libero. Sarò lontano da questo inferno”, diremo entrambi. E quell’ora non avrà mai fine. Quell’ora si ripeterà all’infinito. Quell’ora scandirà ogni minuto delle nostre vite. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni decennio. Fino alla morte!
Ecco cosa sarebbe successo, pensai, continuando a guardarla. O meglio, sarebbe di sicuro successo a me.
Già, magari lei sarebbe stata abbastanza furba da usare la sua fica per incastrare qualcuno pieno di grana. Qualche stronzo che l’avrebbe mantenuta. Qualche ciccione sempre preso dal lavoro, che le avrebbe pagato la casa, il cibo, la monovolume nuova di zecca, il barboncino, i vestiti di marca, e la palestra per tenersi in forma. Per tenersi in forma per quelle due scopate a settimana. Quelle due scopate che le sarebbero toccate da contratto. Quelle due scopate a settimana per pagarsi il suo diritto a vivere.
Chissà, magari nel prenderlo dentro avrebbe pensato “Dai, ancora cinque minuti. Cinque minuti e sarò libera. Cinque minuti e tutto sarà finito”. E sarebbe stata intrappolata tutta la vita in quei suoi fottuti cinque minuti. Io sarei stato intrappolato tutta la vita nei miei fottuti cinque minuti. Il mondo intanto avrebbe continuato a scorrere, fingendo di non essere intrappolato in quei fottuti cinque minuti. In quel tempo che separa la realtà dall’illusione. In quel tempo che separa quanto siamo veramente da quel che ci illudiamo di poter essere, una volta passati quei fottuti cinque minuti.
Ma il tempo ormai era fermo. Il tempo era stato congelato da quella realtà. Dal nostro essere nudi l’uno di fronte all’altro.
«Dai, andiamo a casa tua» riprese. Io annuii. Annuii, riprendendo a camminare assieme a lei. Con lei in quella notte silenziosa. In quel nostro essere marito e moglie. In quel nostro essere innamorati. In quel nostro odiarci, desiderando di ucciderci a vicenda. In quei cinque minuti che non sarebbero mai terminati.
********
Fui a terra! I Vietcong erano ovunque. Quei dannati musi gialli erano ovunque. Le trincee erano invase. I pezzi di budella dei miei compagni piovevano su di me, e lei, lei era su di me. Lei piombò su di me come una leonessa su di una zebra.
«Bastardo!» gridò, lì sul mio corpo, stringendomi la gola cercando di soffocarmi.
Probabilmente voleva uccidermi. Probabilmente voleva che io sparissi dalla faccia del mondo.
Io non riuscivo a reagire. La sua rabbia era tremenda. La sua forza era simile a quella della gente pazza.
Aumento improvviso del testosterone, avrebbero detto alcuni psicologi. Una reazione dovuta a un elevato aumento della sensazione di stress e paura nel cervello.
Vedi anche DOC. Vedi anche schizofrenia. Vedi anche adrenalina.
Solo che lì non ci stava nessun cazzo di psicologo, né tantomeno un muscoloso Superman pronto a togliermi di dosso quella troia rabbiosa.
No, ci stavo solo io lì su quel pavimento pieno di schifezze. Solo io, e lei sul mio corpo, ormai prossima a soffocarmi. Quando ecco, non so cosa successe, non so dove trovai la forza, ma riuscii a togliermela di dosso scaraventandola in aria.
Aumento improvviso dell’adrenalina dovuto al rilascio di sinapsi del sistema centrale nervoso, causato da una forte paura, avrebbero detto alcuni psicologi.
Aumento del consumo d’ossigeno. Aumento del battito cardiaco. Aumento del rendimento metabolico. Incremento delle capacità muscolari.
Vedi anche epinefrina. Vedi anche Jokichi Takamine. Vedi anche catecolammine. Vedi anche volume sistolico.
Ma ancora una volta lì di psicologi non ce ne stavano. Ci stavo io, ancora a terra, e Monia, che in un attimo volò in aria, per poi atterrare sul campo di guerra.
Ed ecco che il Re del mondo venne a farci visita di nuovo.
«Cazzo, sono appena tornato a casa, e già sento questo fottuto casino? Io vengo lì a spaccarti il culo lurido pezzo di merda. Hai capito?» urlò il Re del mondo, appena rientrato in Paradiso.
Il mio piccolo angioletto era al suolo. Un angelo senza ali! Un angelo in minigonna. Un angelo su di un pavimento pieno di olio, maccheroni, pezzi di vetro e altre schifezze simili.
Io restai qualche istante lì steso su quella merda. Lì steso a guardarla, senza sapere se si fosse rialzata o meno.
Sembrava di no!
Se ne stava semplicemente a poco più di un metro da me. Lì con il culo a terra, la schiena contro il mio frigo, e le cosce aperte che facevano vedere chiaramente le sue deliziose mutandine rosa.
Pericolo passato! I superstiti rientravano nelle loro trincee, e alcuni conservavano con cura le lettere ricevute dai caduti. Lettere per le loro mogli, per i loro figli, e ogni altra persona che non avrebbero mai più rivisto.
Io non avevo lettere con me. Nessuno si era fidato di me. Nessuno aveva pensato che io avessi potuto farcela in quell’inferno.
Invece ero lì! Ero ancora vivo. Ero un fottuto eroe di guerra. Un cazzo di Ron Kovic con una fottutissima medaglia al valore militare appesa al collo.
Sì, ero un vero eroe! E da vero eroe mi tirai su, lentamente, con tutti gli abiti sporchi di ogni tipo di merda culinaria.
Mi tirai su e m’appoggiai al tavolo, mentre lei se ne stava lì contro al frigorifero, fissandomi con un indemoniata. Pronta a scattare!
Afferrai un di quelle birre. La stappai, e le diedi un bel sorso. Poi accesi una cicca, e ancora ansimando e tossendo cominciai a fumarla, guardando la mia piccola guerrigliera lì con il culo per terra.
«Che cazzo ti è preso?» le urlai contro.
Lei non rispose. Restò li a fissarmi con un cazzo di sguardo alla Regan McNeil.
Poi ecco che si alzò. Si alzò lentamente, con tutti gli abiti sporchi di olio e con qualche maccherone appiccicato addosso.
Io la guardai. Diedi un sorso alla bottiglia, poi l’abbassai, tenendola forte per il collo. Pronto a spaccargliela in testa alla sua prima mossa falsa.
Vero amore!
Eravamo già pronti per sposarci in fondo. Saremmo stati davvero una coppia perfetta. Proprio come quelle che si vedono alle cene di lavoro o al bingo parrocchiale. Proprio come quelle che poi s’insultano di notte, nei loro letti. Proprio come quelle che finiscono per ammazzarsi.
Lui spara a lei e poi si fa saltare le cervella. Lei taglia il cazzo a lui, lo fa morire dissanguato, e poi si avvelena con l’acido per il cesso.
“Sembravano un coppia perfetta. Andavano d’amore e d’accordo” avrebbero detto i vicini.
Chissà, forse il Re del mondo e la dolce Regina avrebbero detto la stessa cosa di noi. Ma per fortuna il Re del mondo aveva chiuso la sua dannata bocca, e assieme a lui la dolce Regina.
Ci stavamo solo noi lì dentro. Solo noi al mondo. Solo noi all’universo.
Poi eccola avvicinarsi di nuovo a me, lentamente, mentre io stringevo la bottiglia, pronto a sfracassargliela sulla testa.
Mi fu vicina, faccia a faccia.
Io la guardai. Lei mi guardò. Poi accennai un sorriso, e così lei.
Fu un attimo! Ancora una volta, un fottuto attimo.
«Pezzo di merda!» urlò, tirando fuori un coltello che aveva nascosto nel giubbetto.
Cazzo, neanche fosse un dannato Norman Bates.
Già, quella troia si scagliò contro di me con tutta la sua forza, brandendo quel dannato coltello e cercando di piantarmelo in gola.
Non so come feci, ma riuscì a fermarla.
Le bloccai il braccio e la girai di colpo, come fossi Steven Seagal o un cazzo di Jackie Chan.
Lei finì sul tavolo, con faccia e petto lì sul tavolo, mentre io le tenevo il braccio fermo. Quel piccolo braccio destro con quel cazzo di coltello in mano.
Lei mollò la presa. Il coltello cadde per terra tra maccheroni, pezzi di vetro e cubetti di pancetta.
Digrignò i denti, cercando di divincolarsi dalla presa.
«Lasciami, bastardo. Lasciami!» strillò, impotente, bloccata dalla mia forza.
«Ora vengo lì e vi spacco il culo!» urlò il Re del mondo.
Io mi girai. Mi girai di colpo verso il muro.
Fu un attimo! Come sempre, un attimo. Come sempre nella vita. Come sempre, sia per le cose belle che per le cose brutte.
«Tappati quella bocca del cazzo o vengo lì e ti sventro, merdoso vecchio!» urlai verso il Re del mondo, lanciandogli la bottiglia contro. La mia bottiglia contro il Paradiso.
E la mia bottiglia passò oltre l’uscio della mia cucina. La sorpassò, e s’infranse contro il muro che divideva i campi Elisei dall’Inferno.
Bersaglio mancato!
Il male non poteva raggiungere il Paradiso. Il Paradiso non poteva essere svelato al mondo, proprio come Babbo Natale per i bambini. Proprio come ogni altra bugia al mondo.
Beh, almeno il Re del mondo aveva smesso di rompere il cazzo.
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
10743341_10205124444980660_472125569_n (3)

Tratto dal romanzo FOTTITI, pubblicato dalla Damster edizioni, disponibile nei maggiori store online.

Lei afferrò di nuovo il mio serpente. Prese in mano Lucifero. Prese in mano L’Inferno. Prese nella sua piccola manina le sorti dell’umano pudore. Quel male che avrebbe portato via l’intera umanità dal Paradiso.
Gli diede ancora un’occhiata continuando a sorridere. Ed eccola finalmente. Sì, eccola finalmente avvicinarsi lentamente al mio grosso cazzo.
Vendetta! Voglia di vendetta, avrebbero detto molti psicologi, e forse anche dei sessuologi.
La donna aveva raggiunto solo alla fine degli anni sessanta una certa indipendenza nel campo sociale/lavorativo/affettivo. La donna era sempre stata sottomessa all’uomo, e dopo la loro emancipazione l’uomo cercava di riprendere il possesso sulla donna ficcandoglielo dentro. Violentando il loro cervello a colpi di cazzo nella fica. Trattandole come troie. Trattandole come cagne. Facendo loro sentire che, anche se fossero state delle Alda Merini o delle Margarethe Thatcher, alla fine avrebbero comunque preso un grosso e duro cazzo dentro. Avrebbero sempre preso la carne di un uomo dentro. Avrebbero sempre sentito qualcosa muoversi in loro. Un cazzo scavare nel loro corpo emancipato. Un cazzo pomparle fino a inondarle di schifosa e densa sborra.
Sì, ecco perché le donne godevano tanto a vestirsi come mignotte. A mostrare il proprio corpo. A far sbavare centinaia di uomini.
Vendetta! La rivolta degli Indiani D’America. La rivoluzione Francese. La presa di Fort Alamo.
Vendetta!
La stessa cosa che le rendeva schiave diveniva l’arma con la quale vendicarsi.
Ecco, Cleopatra la usò per far morire Marcantonio, Dalila per fottere Sansone, Lorena Bobbit per far rilassare il suo uomo, prima di staccargli il cazzo con un paio di forbici.
Vendetta!
La donna sapeva di non aver altro modo per pareggiare i conti. Per vendicarsi di secoli di soprusi e schiavitù. E lei era lì. Lei era la Dea vendicatrice con il mio cazzo in mano. La vendetta di ogni donna. Un Demonio mandato dall’Inferno per punirmi.
La giusta punizione per ogni mio peccato.
Sì, era proprio  lei! Ed eccola aprire la bocca pronta a compiere il suo sacrificio pagano. Eccola lì, con le sue morbide labbra contro al mio cazzo. Con quelle labbra che lo stringevano. Con quelle labbra che salivano e scendevano sul mio cazzo, mentre  la sua lingua faceva il resto, muovendosi su di esso come fosse il tentacolo di un alieno. Un alieno intento a studiarmi. Un alieno pronto a deporre in me le proprie uova, per rendermi un involucro senza vita, un fantoccio in preda al suo volere.
E io la lasciavo fare. Ero in balia della sua arma. Lì poggiato contro la parete di quel mobile a ponte. Lì su quel letto, affondando le mie dita nei suoi riccioli, spingendo la sua testa su e giù. Sentendo le sue labbra sul mio cazzo. La sua lingua sul mio  cazzo. Le sua mani accarezzarmi le palle.
Ero ipnotizzato!
La zecca si era conficcata nel mio corpo iniettando sostanze anestetiche. L’alieno aveva conficcato in me i suoi tentacoli, pompandomi dentro vino drogato. Anestetizzandomi per farmi gioire mentre mi succhiava l’anima. Mentre mi succhiava il sangue da ogni parte del mio corpo.
E io gioivo! Gioivo mentre lei succhiava. Gioivo mentre lei succhiava il mio cazzo, il  mio sangue, la mia anima, la mia vita, il mio cervello.
Ero il bamboccio che obbediva alla mamma. Il secchione che obbediva al bullo. L’impiegato che obbediva al suo capo. Lo schiavo Ebreo che lo succhiava al Faraone.
Sì, ero io a succhiare, non lei!
Ed ero felice di succhiare. Ero felice di star lì, drogato, immobile, mentre lei mi succhiava l’anima e iniettava uova nel mio cervello.
Poi ecco che di colpo smise di farlo.
Aveva già pompato abbastanza veleno nel mio corpo. Ormai ero paralizzato, e lei lo sapeva. Sapeva di avere già il controllo del mio corpo. Il controllo della mia anima. Il controllo della mia mente.
Lei sapeva di essere ormai Dio. E Dio se ne stava lì, nuda, impetuosa, sexy.
Dio se ne stava lì, sorridendomi, penetrandomi con i suoi occhi, scopandomi con i suoi occhi, mentre muoveva lentamente la mano sul mio grosso cazzo.
E non c’era bisogno di parole. No, le parole avevano perso ogni senso. Le parole avrebbero svelato il mistero. Avrebbero svelato il nostro assassinarci a vicenda. Avrebbero svelato la nostra comune colpa.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Ecco la colpa! La verità da nascondere. L’ultimo mistero di Fatima. La congiunzione tra il Sacro e l’umano. Il volto di Dio mostrato all’uomo.
Ti odio!
La rabbia per essere venuti al mondo. La rabbia per una vita inutile. Una vita nella quale nessun sogno avrebbe mai trovato sfogo. E quella rabbia era viva in quel pompino. Resa reale dal suo succhiare il cazzo. Incisiva nel suo affondare il proprio dominio nella mia stupida anima.
Già, era tutto lì, davanti a me. Tutto reale. Tutto concreto. Tutto dannatamente incisivo.
Eppure il suo veleno era ormai in circolazione. La zecca era conficcata nelle mie carni, e il suo veleno anestetizzante aveva addormenta ogni mio senso.
Ti odio! La parola da non dire. La verità da non mostrare.
Ed eccola, la mia zecca salire fino alle cervella. Le sue carezze sulle mie cosce. Le sue mani che mi sfilarono la maglia, lasciando il mio petto nudo in balia dei suoi baci.
E  quei baci salivano. Quei baci salivano lungo il mio petto. Quei baci erano il velo bianco che nascondeva la fica aperta della vergine Maria. Quei baci erano l’impiego sociale che celava  gli abusi sessuali di un bravo padre di famiglia fatti alla propria figliola.
Quei baci mi avevano fottuto!

http://www.damster.it/index.php/features/eroxe-dove-l-eros-si-fa-parola/item/fottiti

 

10743341_10205124444980660_472125569_n