Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
Mio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.
Affretto il passo. L’aria è fredda, ma cammino così velocemente che non sento neanche il vento, e ora non riesco a udire nemmeno i rumori delle auto alla mia sinistra.
Sono quasi arrivato. Ho ancora dieci minuti per timbrare il cartellino. Ancora dieci minuti prima di dover tornare in gabbia.
Le auto scorrono velocemente, mentre palazzi e fabbriche si susseguono attorno a me, e davanti ai miei occhi non vedo altro che un orizzonte di cemento.
Alzando lo sguardo vedo venire verso di me, lenti e pesanti, una famiglia di Rom. Ne sono tre. No, anzi, quattro, ma uno di loro, un bambino di appena dieci anni vestito con stracci abbinati a caso e dalla pelle scura come la terra, si è fermato a rovistare in un cassonetto dell’immondizia, mentre gli altri: un uomo vecchio, sdentato e dalla grossa pancia; una donna grassa e molle con attorno alla testa un pesante scialle di lana rosa e verde; e ancora una ragazzina forse dodicenne vestita di stracci e dall’aria cattiva, continuano a venire verso di me fissandomi come se neanche esistessi.
La ragazzina spinge un vecchio carrozzino con sopra un cartone colmo di rifiuti raccattati per strada. La donna trascina un grosso bustone scuro, pieno di chissà cosa, e il sudore le cola dalla fronte insinuandosi fra rughe che mi sembra quasi di poter toccare, mentre l’uomo fuma, ansimando, seguendo a passo lento le due donne, sudando e respirando faticosamente come se il suo cuore stesse per esplodere.
Mi passano accanto. Una forte puzza di cipolla marcia e sudore stantio mi riempie il naso, mentre intanto il ragazzino fatica a tirarsi via dal cassonetto annerito dalle fiamme, per poi correre verso la sua famiglia, passando accanto a me e arrivando a loro ormai alle mie spalle, sorridendo e stringendo fra le mani luride uno zainetto rotto.
Mentre mi passa accanto, ci guardiamo un istante. Giusto un attimo. Il tempo del battito d’ali di un colibrì. Un istante che non ci sarà mai più concesso. Quell’attimo in cui ci troviamo simili. In cui il vento emanato dal suo passaggio ci fa quasi sentire due esseri umani nello stesso spazio vitale.
Cercava forse l’amore di suo padre scavando fra quei rifiuti?
Quando avevo sette anni feci un lavoretto a scuola, di quelli che si fanno durante le feste comandate. Era Pasqua. La maestra aveva obbligato tutti a comprare una confezione di mollette di legno, dell’ovatta, una pallina da tennis, un cartoncino giallo e uno arancio, della colla e della carta crespa gialla.
Feci quel lavoretto mettendoci tutto me stesso. Avrei voluto fare altro, ma la maestra ci costrinse a creare con le stecche delle mollette una specie di sole coperto dall’ovatta, in cui stava posto un tenero pulcino.
Ero forse io quel pulcino?
Quando lo portai a mio padre, lui lo guardò appena, mentre facevi i conti per il lavoro.
Attendevo un suo complimento, e invece mi diede solamente duemila lire come premio. Proprio come fossi una puttana.
Vedo quel bambino porgere lo zaino a suo padre, ma lui neanche guarda. È la sorella a prenderlo per gettarlo senza cura nel carrozzino, e poi spariscono lontano: lontani da me, lontani fra loro.
Li fisso soltanto qualche istante, prima che svaniscano nel nulla, forse proprio come i sogni di quel bambino.
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Si lasciarono alle spalle il pronto soccorso, avanzando in un corridoio dalle pareti verde sporco puzzolente di alcol denaturato e garze impregnate di pus, mentre fra lettighe e sedie a rotelle lasciate a marcire nel vuoto, si udivano lamenti provenienti da alcune porte.
«Ero io in turno ieri sera quando l’hanno portata qui» disse la guardia, camminando a un passo da Nico, senza guardarlo, come se volesse evitare di instaurare con lui un’intimità troppo profonda.
Il fiato si era bloccato nella gola di Nico. Non ebbe la forza di dire una sola parola. Nella sua mente, camminando dietro a quell’uomo fra lamenti e bestemmie, pensava soltanto alla frase: «L’hanno portata qui.»
Chi, e perché l’avevano portata lì?
Aveva voglia di chiederglielo, ma non ne aveva il coraggio, né lui ebbe la forza di dirglielo.
Il ragazzo ribadì: «Ora sta fuori pericolo. Sta bene!», mentre lui non lo ascoltava neanche. Sentiva la voce di quell’uomo lontana e confusa, come proveniente da un pozzo, e attorno a sé vedeva la stanza comprimersi come un polmone marcio che esala l’ultimo battito.
L’uomo lo condusse alla porta di un ufficio, in una corsia dove tanti malati vagavano pallidi e deboli, alcuni con garze macchiate di sangue sugli arti o sulla testa, e altri trascinando bastoni con attaccata una flebo.
Si sentiva puzza di carne andata a male, di muffa, e di urina mischiarsi al profumo del borotalco e del disinfettante, e qualsiasi rumore lì in mezzo era confuso da un velo di lamenti che volteggiava nel corridoio come un drappo soffocante.
La guardia chiamò il dottore, e lui uscì nel corridoio, osservato dai volti impazienti di tanti malati che lo fissavano in cerca di una risposta, mentre invece Nico non aveva nemmeno il coraggio di guardarlo, come se temesse di sapere la verità: quella verità in cui non era stato coinvolto né Riccardo né Andrea, ma soltanto lui.
«Nella borsa non aveva altro che il suo portafogli, senza carte né soldi, ma soltanto i suoi documenti. Oltre a esso aveva della biancheria, un vestito, fotografie e tanti fogli, ma niente capace di aiutarci a sapere la sua identità.»
Gli occhi di Nico tremavano, senza che lui osasse dire nulla, sentendo soltanto la voce del dottore e seguendolo fra urla, puzza di carne in cancrena, e vedendo attorno a lui solamente un susseguirsi di volti stanchi e sofferenti, e pelle colma di sangue.
«Come le ho detto, è riuscita soltanto a dirci che si chiama Victorya. Non ci ha parlato di altro, nemmeno di lei, e non vuole parlare con nessuno.»
Andarono ancora avanti. Altre urla si addensavano attorno a loro, e gli occhi di Nico si perdevano fra gli sguardi assenti dei malati immobili contro a un muro, stesi su di una barella oppure seduti su di una sedie a rotelle: volti pallidi, alcuni sporchi di sangue, altri del tutto assenti.
Camminava, e fra quei volti vedeva la forma di Vicky apparire e svanire, mentre il dottore continuava a parlare, e lui lo seguiva, immagazzinando le parole che gli stava dicendo.
La frase: «Il trauma sarà duro da superare!» lo fece balzare, e si paralizzò di colpo, tanto che il dottore, dopo altri passi, dovette tornare indietro per recuperarlo.
Arrivandogli faccia e faccia, sospirò, come se quel gemito di dolore fosse vero, e non soltanto un copione da recitare a ogni parente di un paziente.
Gli occhi di Nico rimasero incollati a i suoi. Immobili. Del tutto vitrei. Come se non esistesse nemmeno quell’uomo, ma soltanto le parole che aveva appena pronunciato.
Poco distante qualcuno urlò disperatamente. Altrove si udì un pugno battere contro al muro, e da una camera si sentì una grande risata.
Gli occhi di Nico rimasero immobili contro quelli del dottore, come fossero flutti marini in una notte coperta da un banco di nubi.
Le sue labbra vibrarono come quelle di un bambino, e riuscì soltanto a dire, trattenendo le lacrime: «È stata… E stata?»
Il dottore sospirò, sfiorandogli appena il braccio e facendogli cenno di seguirlo.
«Avrà bisogno di tempo per riprendersi, e lei, qualunque sia il suo rapporto con la signorina, dovrà essere discreto e attenderla.»
Si fermò ad angolo del corridoio, fra urla e puzza di disinfettante.
Guardò appena Nicola dicendogli: «La polizia è venuta prima, e tornerà in serata. Magari vorranno fare qualche domanda anche a lei.»
«La polizia?»
«Sì, è la prassi!»
Nicola era pietrificato. La vita di Vicky, la sua vita, di colpo erano scivolate in qualcosa di formale e gelido come una prassi da eseguire. Nemmeno il dolore che li stava martoriando era per il mondo qualcosa di speciale, no, ma soltanto un evento ordinario, proprio come un temporale o il sorgere del sole.
Lui sapeva cos’era successo, ma non aveva il coraggio di formulare quella semplice, orrende parola. Come se sperasse che fino all’ultimo potesse essere smentito. Che magari fosse tutto uno scherzo. O che magari Vicky si fosse fatta soltanto una storta.
Prima di voltare l’angolo, il dottore gli disse ancora: «Soprattutto non le faccia pressione in alcun modo.»
Nicola annuì soltanto, quasi tremando, vedendo l’uomo davanti a lui semplicemente come una sagoma bianca.
Voltarono nell’altro corridoio, ed era identico a quello di prima: soltanto malati che si ammassavano contro ai corridoi, urla provenienti da qualche porta chiusa, e una tremenda puzza di disinfettante e bende sporche su mura verdi illuminate dalla luce del sole proveniente da un finestrone dai vetri sporchi.
In fondo al corridoio, lontana da tutti, ci stava lei, rannicchiata su di una barella come fosse soltanto carne da macello.
Gli sembrava di vedere un animale ferito. Vicky era soltanto un corpo immobile avvolto in una coperta da cui uscivano fuori un braccio e una gamba nuda che penzolavano nel vuoto.
La scarpa giaceva sul pavimento, e una matassa di capelli sporchi le avvolgevano il capo, nascondendole il viso.
«Volevamo metterla in una stanza, ma non siamo riusciti a lavarla a dovere» disse il dottore, sospirando e aggiungendo «Ha quasi cavato un occhio a un’infermiera, e morso al collo un altro infermiere. Abbiamo dovuta lavarla da vestita, e curarla senza toglierle del tutto gli abiti di dosso. Ma converrà, così non potremmo aiutarla a ricevere le cure adatte. Magari lei…»
Nico non ascoltò altro. Prima che il dottore terminasse la frase, lui si spinse lungo il corridoio ai suoi occhi interminabile, e in cui non esistevano più volti, sguardi, lamenti, puzze: esisteva soltanto lei, verso cui lui andava, tremando, mantenendo nella mano le buste che le aveva portato.
La raggiunse. Rimase fermo davanti a lei, vedendola immobile, come fosse addormentata.
I suoi vestiti erano sporchi e stracciati, e la sua pelle sudicia di terra.
Persino sotto le unghie aveva della terra, e puzzava di alcool e merda.
Lui si rannicchiò davanti a lei, osservandola, incurante di quel fetore.
Avrebbe voluto stringerle la mano, sistemarle la scarpa al piede, ma aveva paura di toccarla, come se lei fosse di cristallo.
Improvvisamente, mentre i suoi occhi erano tesi verso il volto di lei in attesa di un suo gesto, vide le sue palpebre muoversi, e gli occhi aprirsi un istante, per poi richiudersi lentamente.
Lui sorrise. Le labbra gli si mossero come se volesse dire qualcosa, e allungò la mano verso di lei, quasi sfiorandola, e poi lasciandola cadere nel vuoto.
Lei mosse le labbra con fare lento, quasi stessero tremando.
Nico si avvicinò di più, stringendo la busta nella mano e dicendo: «Sono qui, Vicky. Sono qui! Ora va tutto bene.»
Lei non riaprì gli occhi. Rimase immobile, con la testa contro la barella, muovendo appena le labbra in un cupo broncio.
«Cosa c’è? Cosa vuoi dirmi, tesoro?»
Gli sembrò quasi di vederla sorridere a quella parola, e neanche lui sapeva perché gliel’aveva detta.
Ma era un sorriso, oppure una smorfia di dolore?
Vide una lacrima colarle sulla guancia, fino a bagnarle le labbra secche.
Poggiò appena la mano sulla barella, ma lei si rigirò di colpo, rilasciando una nauseante puzza di merda.
Nico osservo i suoi capelli sporchi, il suo piede lercio che fuoriusciva dalla barella, e respirava la puzza di quell’esanime corpo come fosse una colpa da doversi addossare.
Pronunciò soltanto il suo nome, dicendo appena: «Vicky?»
Ma nell’aria, come un drappo funebre, altro non calò che un tenebroso: «Shh» che fece gelare il sangue nelle vene di Nico, come se di colpo un muro fosse stato eretto fra loro due.
Ma non capiva che quel muro era da sempre in piedi davanti a Vicky, e che soltanto ora stava crollando, forse come il muro che lui aveva posto sempre davanti a tutti.
Rimase in silenzio, accanto a lei, desiderando di aiutarla, ma senza sapere come fare: e forse senza poterlo fare.
Lasciò scivolare la mano sulla lettiga, quasi sfiorando i capelli di lei.
L’osservò ancora. Guardò ogni tratto di quel corpo martoriato, come se stesse cercando ogni ferita da sanare.
«Vicky, io…»
«Nico» sussurrò lei, con una voce che sembrava provenire da molto lontano.
«Sì?»
«Per favore, sta zitto.»
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?
Non riesco a pensare a loro, non riesco a pensare a niente, non riesco nemmeno a piangere, ormai fermo in questo spiazzale di terra accanto a mia madre e mia sorella, accerchiato da tanti volti che mi sembra di non riconoscere, udendo solamente la terra pesante cadere nella fossa in cui stanno seppellendo non mia zia Francesca, ma la mia unica speranza di poterle dire di amarla.
Sento solamente terra bagnata, fredda, pesante e disgustosa seppellire una parte di me e una parte profonda di mia madre, stretta fra le mie braccia a piangere a dirotto. Soffocata dalle lacrime che ingoia, ormai ridotta a una maschera di dolore fatta di rughe arrossate che mai potrò lenire con un dolce bacio.
Ecco, come mio padre e mio nonno prima di lei mia zia è svanita sotto metri di viscida terra. Come per la morte di mio padre e mio nonno io sono solo, stringendo mia madre, mentre lei fissa quella fossa chiedendosi quale sarà il prossimo amore che dovrà seppellire.
So che pensa a me, ma non dico niente. Trattengo la tosse, quasi soffocando, e stringendola ancora al mio corpo, come se nel farlo le stessi giurando che non andrò mai via.
Ma sto mentendo, e lo so.
Vedendo la fossa davanti a me sento un brivido percorrere la mia schiena. Una sensazione glaciale, orrenda e dolorosa come non la percepii neanche quando morì mio padre.
Udendo la terra battere violentemente nella fossa, sento la voce di mio padre in lacrime, ora simile alla mia. E quando i becchini coprono la terra con delle lastre di marmo, è il mio corpo che vedo sepolto lì sotto, identico a quello di mio padre.
Accarezzo i capelli di mia madre. Sono bagnati di sudore, come se avesse combattuto una faticosa battaglia.
Osservo il suo volto pallido e le sue lacrime scorrere sul suo viso, mentre mia sorella, ormai invecchiata di altri cento anni, guarda la foto di mia zia sul marmo chiedendosi quale altro volto vedrà posto su della fredda terra.
Sta pensando la stessa cosa di mia madre?
I suoi occhi azzurri, simili a quelli di mio padre, incrociano appena i miei narrandomi lo stesso dolore di quella madre che non riesco ad amare, urlandomi contro: «Ti prego, non farlo anche tu.»

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“La finestra chiusa”, in fase di editing

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.

Tratto da “Lei”, romanzo ancora inedito.

E come si fa a dimenticare?
Se ti amputassero un braccio, riusciresti a dimenticare di averlo avuto? O magari lo sentiresti ancora vivo, attaccato al tuo corpo? Forse ne percepiresti ancora la sensazione. Sentiresti i peli drizzare sulla pelle. I piccoli stiramenti muscolari. Le fitte dovute alla cervicale.
Sindrome dell’arto fantasma viene chiamata. E vale anche per le persone? Vale anche quando perdi una persona?
Togli una donna dalla vita di un uomo, e lui la sentirà ancora presente. Sentirà la sua pelle, il suo profumo, la sua voce.
Alcune volte, nella notte, dormendo, cercherà persino di stringere il corpo di lei. Trovandosi poi da solo. Da solo nel nulla. Senza un braccio. Senza un arto. Senza una donna. Senza una vita.
Sindrome dell’arto fantasma. Percepire ancora l’arto amputato, e provare uno straziante senso di angoscia nel non poterlo muovere.
Sindrome dell’altro fantasma. Una donna viene estirpata dalla tua vita, e tu provi un indicibile tormento nel sentirla ancora accanto a te, ma senza poterla raggiungere.
Tutti ci passano prima poi. Tutti siamo mutilati, chi in un modo o in un altro. Tutti ci siamo disperati sentendo ancora quel braccio perso, ma senza poterlo muovere.

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti gli editori.

A Natale la gente è solita mettere festoni fuori la porta di casa. Fuori alla mia non ne ricordo da quando morì mio padre.
Forse fu allora che questa casa si trasformò.
L’ultima parvenza di una famiglia normale svanì con il suo ultimo respiro.
Ricordo che dovetti tirargli su le braghe una volta. Era uscito dalla camera che fu una volta di mia sorella, ormai costretta a dormire nella stanza di mia madre. Era ridotto a uno scheletro. La grossa e tonda pancia che un tempo fu oggetto di derisione da parte di mia sorella, ormai era del tutto svanita. Di lui non restava che uno scheletro. Uno scheletro dalla pelle fetida di vecchio e alcool denaturato attaccata sulle sue ossa.
Lo vidi uscire da quella stanza, ansimando e mantenendosi a fatica contro lo spigolo della porta. Respirando a fatica, come se l’aria nei suoi polmoni non bastasse, e la mancanza di ossigeno gli stesse facendo schizzare via gli occhi azzurri ormai vitrei e pallidi come quelli di un morto.
Mia madre e mia sorella erano appena uscite dalla loro stanza quando corsi verso di lui, afferrandolo prima che cadesse, e fissando i suoi sempre più bianchi occhi conficcati in insenature nere come un baratro.
Quei suoi occhi ormai invisibili mi osservarono pesanti e dolorosi come una preghiera proveniente da una profonda grotta. E io ci stavo per cadere dentro in quel baratro. E ci caddi quasi, quando tenendo strette quelle ossa che mi sembravano fragili come vetro, lui sussurrò con voce lontana, come se non fossimo più lì: «Hai caricato le cornici?»
Annuii. Gli dissi di sì, trattenendo le lacrime e accompagnandolo al bagno per pisciare. Sentendo per la prima volta contro le mie mani la pelle di mio padre. Quella pelle calda che non dimenticherò mai, e che non ho mai stretto a me se non in quel momento.
Dopo lo rimisi a letto, come fosse un fuscello. Solamente un pupazzo di pezza, e non più il colosso che mi aveva vinto tante volte a braccio di ferro. Non più l’uomo che avevo temuto di deludere.
E piansi quella notte? Riuscii a piangere almeno quella cazzo di notte?
Non ricordo alcuna lacrima. Non ricordo niente. So solamente che dopo pochi giorni mio padre morì, e da allora in questa casa non ci fu alcun albero di Natale. Nessun festone fuori a una porta. Nessun presepio. Nessun regalo.
Cercammo di andare avanti come una famiglia normale. Ma non eravamo neanche vivi. Non emanavamo alcun odore, come le persone che stanno in coma.
Eravamo morti con lui. Quella famiglia era morta assieme a lui.
Sulla targhetta inchiodata sulla porta d’ingresso ci stava ancora il suo nome. Ancora il nome della sua famiglia. Ma quella famiglia era svanita.
Io sarei dovuto essere il loro nuovo padre, il marito di mia madre. Sarei dovuto essere mio padre.
Ma come si fa a vivere una vita perduta?

 

Tratto da “La finestra chiusa”, romanzo ancora in fase di editing, e non per tutti.

Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro «Femminiello!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla destra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso un grembiulino blu e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?