Tratto dal racconto “Vicky”.

Mosse la mano sulla sua schiena graffiata, e con l’altra gli accarezzò i capelli fradici di sudore, sussurrandogli appena contro al viso: «Come ti chiami?»
Attese qualche istante una risposta, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un lungo sorso, osservandolo immobile su di lei, a occhi aperti come un animale massacrato.
«Nicola. Nico!»
Lei sorrise, stringendolo a sé e sussurrandogli in un orecchio: «Io mi chiamo Victoria. Vicky, se ti piace.»
Lui non riuscì a dire niente. Stretto ai suoi seni, contro la sua pelle, a occhi aperti fissava oggetti irriconoscibili persi in un denso buio, proprio come si sentiva lui stretto a quella donna, ancora in lei, sentendo le sue carni palpitare contro di lui, e il respiro di quella donna di cui conosceva soltanto il nome battergli contro la faccia.
Si alzò di scatto, divincolandosi dalle sue braccia e andando verso la scrivania.
Accese subito una sigaretta e si portò alla finestra. Vicky si alzò appena di qualche centimetro dal letto, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un sorso, restando poi ferma a osservare la schiena di Nico colma di graffi, e la flebile luce proveniente dalla finestra calata che ne definiva la sagoma.
Rimase silenziosa a osservarlo, senza pensare, guardandolo soltanto mentre lui, immobile, osservava da dietro misere tende solcate da una luce gialla un uomo di mezz’età caricare con cura un carillon, come faceva ogni notte, per poi lasciarlo suonare malinconico in quel vicolo dove non si sentivano altro che risate ubriache, o il miagolio isterico di un gatto che guizzava da un cumulo di rifiuti.
Nel silenzio più abissale, respirando soltanto la puzza della propria sigaretta che ardeva fra le sue dita ingiallite, Nico sentì la voce lenta di Vicky muoversi fra le note di quel carillon, sussurrando: «Un tempo ne avevo un così anch’io.»
Nicola si girò lentamente, guardandola come se stesse osservando un’ombra.
Le lenzuola sotto di lei profumavano ancora di sesso, ma era una puzza più che un odore: una puzza di un sesso passeggero, che non avrebbe lasciato altro che rimpianti e malinconie nella mente di chi avrebbe dovuto poi cambiarle.
Nico fissò le lenzuola, poi guardò Vicky, pensando a quante volte Elisa era stata stesa su quelle stesse coperte.
Gli venne persino da sorridere, ricordando che quelle erano proprio le lenzuola su cui avevano fatto l’ultima volta l’amore, molto tempo prima che lei andasse via.
«Lo so che non sono lei» disse Vicky, fissando soltanto il cuscino e muovendo le dita su di esso, come se avesse appena letto nella testa di Nico.
Lui sobbalzò, e la cenere cadde dalla sigaretta fra le sue dita.
«Mio figlio amava quel carillon» riprese, senza distogliere lo sguardo da quell’angolo di stoffa, come se ormai ogni immagine fosse diventata irrilevante al cospetto dei ricordi che come annegati riaffioravano nel suo cuore.
«Ti ho detto che si chiama Andrea?» aggiunse, alzando lo sguardo verso Nico: due occhi spalancati che gli si accalcarono alla gola come una supplica.
Lei abbassò nuovamente lo sguardo, sospirando e al tempo stesso sorridendo.
«Un nome così dubbio, e poi suo padre non voleva che giocasse con un carillon.»
Nico si avvicinò di un passo, lei strinse il cuscino, lasciandosi cadere con la bottiglia ancora in mano, e poggiando le labbra contro di esso.
L’aria era così densa che la si poteva toccare, e le ombre si muovevano sui loro corpi come mantelli percossi dal vento.
Nico si mise a sedere accanto a lei, senza guardarla né toccarla, ma standole solamente vicino, come un animale che dorme ai piedi del proprio padrone, giusto per mostrargli che lui ci sta, e sapere a sua volta di non essere solo.
«Fino ai quattro anni tutti lo scambiavano per una femminuccia» riprese Vicky, ora chiudendo gli occhi, come se nei propri sospiri stesse rivedendo quelle immagini. «A Riccardo non gli andava giù questa cosa, fu per questo che lo rimproverò quando lo vide giocare con il mio carillon.»
Fece un attimo silenzio. Nico rimase immobile seduto sul letto, con la testa raccolta nel vuoto, fra le sue gambe, bisognoso di quella sconosciuta e al tempo stesso infastidito dalla sua presenza che di colpo aveva reso viva la sua gabbia: pulsante come un organo che rabbrividisce al cospetto di una cancrena.
Quel silenzio fu immensamente pesante sulla sua pelle, ma non trovò la forza di dirle niente, quando invece avrebbe voluto chiederle tante cose: da dove veniva, perché era fuggita, e soprattutto cosa cercava.
Ma rimase zitto. Un respiro pesante di Vicky tranciò l’aria, fino a raggiungere la sua schiena.
«Ruppi io quel carillon, dando la colpa a lui, e lo feci perché gli occhi di Riccardo non lo guardassero più come fosse un malato da curare.»
Nico mosse appena il capo, lasciando cadere la sigaretta dalle dita.
«Lui ora dove sta?»
«Lontano! Lontano con suo padre.»
Non le chiese altro. Non volle sapere il perché, non le chiese quale fosse il posto, né le domandò se un giorno li avrebbe raggiunti.
Si lasciò cadere sul letto, stanco, come un animale che ha percorso troppi chilometri.
Lei gli strinse il capo, e le sue mani erano ancora calde: profumavano ancora di quella loro fugace intimità.
«E lei dove sta?»
«Lontano!» gli rispose lui.
Nico percepì le labbra di Vicky muoversi in un piccolo sorriso contro al suo collo, mentre lei continuava ad accarezzargli il capo.
«Dormi con me stanotte?» gli chiese.
Lui non disse niente. La strinse forse a sé, respirando il profumo della sua pelle misto all’aroma di sesso di cui era ancora pregna la stanza.
Chiuse gli occhi assieme ai suoi. Nessuno disse una sola parola. Restarono così, in silenzio, avviluppati come due animali in una tana, mentre il mondo fuori continuava a scorrere.

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Estratto del romanzo “Nuda”.

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

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Estratto dal romanzo “Nuda”.

Lasciò cadere la mano sul lavello e si osservò in cerca di ogni minimo difetto del suo corpo, passando alla rassegna il più insignificante neo, scucendosi di dosso la pelle per poi osservarla al microscopio. Osservando quel corpo che la terrorizzava e l’attraeva. Un corpo che un giorno le sembrava un impareggiabile e meraviglioso altare, e un giorno ancora soltanto la peggiore delle fosse colma di puzzolenti cadaveri.
Come sarebbe stata agli occhi della prossima persona che l’avrebbe stretta?
Ancora una volta il suo pensiero tornò a Max. Gli occhi parvero paralizzarsi innanzi a un’angosciante consapevolezza, e si sentì ricoprire da un liquido manto di vergogna: una vergogna tossica che le entrava nelle vene come il veleno di una vipera.
Coprì quelle paure e ogni vergogna con del belletto, del mascara e del rossetto.
Adesso era perfetta.
Era una bambolina immacolata da amare, e la peggiore delle troie da usare.
Dietro a quel trucco aveva nascosto infiniti volti, tanto che ormai non ricordava nemmeno più quali fossero davvero i propri lineamenti.
La ragazza che fissava allo specchio non era Eva, ma soltanto una sconosciuta; ciò che la sua malattia aveva lasciato di lei: un corpo perfetto che avvolgeva come un sudario un cadavere imperfetto.
Se l’avesse tolto dalla propria pelle avrebbe visto soltanto ossa marce su cui ancora erano incisi aguzzi morsi che facevano male anche solo a guardarli.
Quei morsi Eva li sentiva ancora sulla propria pelle, e alcuni avevano dei nomi, dei volti, degli occhi, delle labbra; altri erano stati così veloci e lancinanti da non aver lasciato in lei nessun immagine, ma soltanto l’atroce sensazioni di mani che ti afferrano nella notte per trascinarti al suolo, il rumore dei vestiti che si stracciano, poi delle urla, delle spinte nella pancia, e infine soltanto lacrime e puzza di sperma.
Nel tempo aveva imparato a non sentirla più quella puzza, come una puttana che non sente il sapore della gomma di un preservativo e che poi resta immobile, a gambe aperte, fissando il vuoto mentre qualcuno le fiata sul collo e le si muove dentro.
Eva ormai sentiva soltanto il profumo del trucco sul proprio viso, il suo nemmeno lo ricordava. Non sentiva niente, non provava niente, non era nulla, se non l’immagine di una malattia che la proteggeva da tutto, come un guanto da cucina avvolge una mano, ma che la lasciava insensibile a ogni calore.
Il dolore le aveva anestetizzato anche la ragione, o forse le aveva dato solamente una scusa per assopirsi, così che Eva potesse dare alla propria droga la colpa di ogni sua azione.
Era quella la verità. Lo sapeva. L’aveva già vissuta diverse volte, e poi vomitata velocemente.
Avrebbe vomitato ancora?
Indossò uno dei suoi abiti più belli è si guardò ancora allo specchio. Le sembrò di essere tornata indietro nel tempo, prima di Max, prima del CDAA, prima di Mario.
Per un attimo sentì una goccia di sudore gelato colarle sulla schiena, e le gambe iniziarono a tremare, vedendo nello specchio uno scheletro di 36 chilogrammi, dagli occhi incavati e il volto cupo e coperto di graffi.
Avvertì una stretta alla gola, e un pugno dritto nella pancia: la stessa orrenda sensazione provata da quella ragazzina di 36 chilogrammi in ginocchio sul pavimento, con le mani contro alla ceramica del water a fissare il proprio vomito precipitare in acqua fetida, respirandone il fetore e sentendo nella gola dolorante soltanto sapore di marcio e di lacrime.

anoressia

Nuda

La puzza di pittura era ovunque. Olii e acrilici gettati su mobili, poltrone, sul muro e il pavimento stesso, e fra bottiglie vuote sparse ovunque, emanavano un tale tanfo da soffocarla.
Erano le lacrime di Max! Le sue urla. La sua malsana ossessione di vita.
Quella casa era il suo mondo. Sulle mura aveva scritto la propria vita: violenti tagli che descrivevano una vita fatta a pezzi, come quei mobili in rovina, simili a pezzi di legno presi da lui a scudisciate.
Ci sarebbe morto in quella vita?
Aveva murato ogni finestra, perché nulla potesse entrare nella sua vita: niente! Neanche il più impercettibile sospiro del sole. Neanche un solo respiro, al di là del tanfo di pittura misto a quello del fumo che respirava come fosse ossigeno, e lasciando che solamente l’alcool scandisse le lancette di un tempo infinito.
Si era barricato lì dentro, spezzando la chiave nella serratura della porta d’ingresso. Nessuno poteva entrare. Nessuno poteva uscire. Esisteva solamente la sua vita incisa sulle pareti. Il monito di un monarca folle. La sua pelle incollata a quelle mura, simili a uno specchio in cui lui solamente poteva fissarsi. Una vita passata murato vivo, chiuso in quella stanza dove aveva mangiato, dormito, pisciato, amato, pianto. Quella stanza cui mura sanguinolenti narravano infiniti tentati suicidi, e dietro di esse, celate nella polvere, le urla di un bambino abbandonato: un delitto da nascondere per sempre! Una colpa che mai più avrebbe leso la sua mente, celata in uno specchio su cui lui aveva dipinto un’immagine: i tratti di un dipinto da nessuno visto, se non da Eva, ora persa in quel suo dolore, tremante, confusa, sentendosi parte di coloro che l’avevano recluso in quella stanza, pur essendo lì con lui: la sola in quel buio, fra quelle urla che non capiva né udiva.
Si sarebbero divorati a vicenda?

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Nuda

La malattia di Eva era il cordone ombelicale che li univa. Era la malattia di Eva la figlia di quell’uomo. Senza quella malattia Eva sarebbe svanita agli occhi di tutti.
Chinò lo sguardo, e con un imbarazzo che lasciò Eva inamovibile sussurrò appena: «Lo so che non parliamo da molto.»
Eva sfogliò con una foga animalesca un’altra pagina. Un sorriso cinico le rigò il viso, e fissando ancora il libro, come se suo padre nemmeno esistesse, rispose soltanto: «Ah, da ciò che ricordo non abbiamo mai parlato.»
Ebbe quasi voglia di voltarsi verso suo padre per vedere se le proprie parole gli avessero spaccato in due il petto, facendogli balzare il cuore sul pavimento.
Trepidante, fingendo ancora di leggere, Eva attendeva una parola di suo padre, sentendo la timidezza di lui sulla propria pelle, appiccicosa come muco e pesante come metallo, e godendone.
Percepì il suo tremore, e di certo lui avvertì il disagio di Eva, mentre nel silenzio che li divideva si udivano soltanto il rumore delle pagine sfogliate e il canto degli uccellini provenire dalla finestra.
«Spero che potremmo recuperare» disse lui con voce strozzata «E mi dispiace se tante volte sono stato assente, e altre volte ti ho trattata con sufficienza.»
«Sufficienza?» esclamò Eva, sgranando gli occhi contro al muro davanti a lei e chiudendo di sbotto il libro.
Quel rumore sordo fece quasi tremare suo padre, ormai ridotto a uno schiavo alle dipendenze della malattia della propria bambina.
Forse rivide davanti a sé il dottore del CDAA, prima delle dimissioni di Eva, quando gli aveva detto: «Mi raccomando, dovete stare molto vicini a Eva, ne ha bisogno.»
Era forse soltanto un dovere che lo legava a sua figlia?
E cosa legava Eva a lui?
Lei mosse il capo contro di lui come una frustata. I suoi occhi erano tizzoni ardenti. La fronte era imperlata di gelido sudore, e il suo sorriso sembrava il ringhio di un animale.
«Beh, se dire a una bambina di quindici anni appena raccattata dalla sua prima festa, ubriaca e in lacrime, che lei è la vergogna della famiglia significa trattare una persona con sufficienza, allora mi hai trattata con sufficienza. Contento?»
Un pallore mortale soverchiò il colorito del viso di quell’uomo, e suoi occhi diventarono due grotte profonde in cui si perdevano i momenti di quella notte ormai lontana: l’auto che sfrecciava in autostrada fra i fasci di luce delle altre auto, le sue urla che sembravano quasi pugni scagliati nell’abitacolo, e sua figlia seduta di dietro, in lacrime, rannicchiata come un feto.
Non aveva mai ricordato di averla vista così, e ora quell’immagine gli stava spaccando in due il cuore, come se stesse osservando sulle proprie mani il sangue della propria bambina.
Gli esplose del tutto il cuore, e le costole gli spaccarono il petto quando Eva, fissandolo con gli occhi di una statua gli disse: «Non vedesti nemmeno le mie ginocchia insanguinate e i miei vestiti stracciati. Non ti sei mai nemmeno chiesto cos’era successo quella dannata notte!»
Suo padre rimase paralizzato. Il suo corpo sembrò sgretolarsi come una statua di cenere colpita da una folata, e attorno a sé non udiva altro che le lacrime della sua bambina scagliate contro di lui durante quella maledetta notte.
Cercò di muovere le labbra. Gli tremavano, ma non riusciva ad aprirle.
Sentì soltanto Eva dirgli: «E ora vai via!»
Poi non udì altro. Tutto era svanito, forse persino sua figlia, e la stanza attorno a lui non aveva alcun odore: era asettica come il corpo di un cadavere appena ripulito.
Era stato lui a uccidere sua figlia, dimenticandone il cadavere, e ora non riusciva a dirle niente per chiederle perdono, mentre lei, con lo sguardo rivolto verso il libro, fingendo ancora di leggerlo, celava dietro occhi gelidi un sorriso che non avrebbe mai confessato a nessuno.
Mosse appena le labbra e sfogliò una pagina quando suo padre si voltò, indietreggiando verso la porta come un sonnambulo.
Si fermò davanti a una mensola. Guardò ancora i peluche, senza sapere chi fosse stato a regalarli a sua figlia, e guardò le bambole che lui le aveva regalato, ormai ingrigite dalla polvere.
I suoi occhi vitrei, tremanti e liquidi, si spostarono su di una foto, perdendosi in essa quasi fosse un’immagine viva.
Le labbra gli si mossero senza il suo controllo, e con una voce deformata dal dolore sussurrò: «Non ci crederai, ma da piccola eri la mia preferita. E lo sei sempre stata.»
Eva scostò nevroticamente un’altra pagina. Suo padre continuò a guardare quella foto, e una parte di Eva sperò di vederlo piangere.
Forse se lui l’avesse fatto lei si sarebbe gettata su di lui per abbracciarlo. Ma ancora una volta suo padre non versò una sola lacrima.
Sussurrò soltanto: «Mi dispiace di tutto.»
Poi Eva non udì altro che la porta chiudersi, e di scatto, come avrebbe voluto fare da subito, voltò lo sguardo verso le foto.
Non sapeva perché, ma fra tutte le foto di quell’infanzia felice di cui non aveva ricordo, le sue iridi ambrate si posarono proprio sulla fotografia in cui sua sorella la stava aiutando a mettere i braccioli.
Un magone le strinse la gola, e un crampo animalesco le fece balzare lo stomaco fino al cuore.
Sentì attorno a sé il rumore delle onde, le risate di sua sorella, suo padre che le chiamava dal largo, e vide sua madre sorridere sulla spiaggia mentre le fotografava.
I suoi occhi tremavano come una lepre spaventata. Sentiva quasi le pupille aprirsi in una sofferenza carnale, e sforzandosi di trattenere le lacrime, a pugni stretti, né percepì appena una colarle sul viso e salarle le labbra: lo stesso sapore salato che avvertì da bambina, subito dopo che sua sorella l’aiutò a mettersi i braccioli per poi tuffarsi, raggiungendo suo padre mentre lei, quasi fosse mutilata, non poteva far altro che star lì a guardarli.
Aveva faticato per raggiungerli, ma non ci era riuscita, e nessuno dei due aveva visto le lacrime di lei mischiarsi al mare.

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Nuda

Fra le braccia di Max, Eva si sentì del tutto nuda, e aveva freddo! Le sue carni erano violacee e si stavano spaccando.
Vedeva soltanto pezzi delle propria pelle e fiotti di sangue volare contro al volto marmoreo di Max che ora, davanti a lei, aveva riempito tutta la stanza.
Si allontanò da lui di scatto, tremando e osservandolo con occhi dilatati e trepidanti, come se lui fosse un spettro che mai avrebbe pensato di poter vedere.
Max si voltò, camminando nel vuoto e avvicinandosi al dipinto fatto per lei.
«Credevo tu fossi diversa.»
Eva scattò contro di lui, come se volesse ricacciargli in bocca quelle parole con un bacio. Ma appena lui si voltò, travolta da uno sguardo talmente lontano da farla sentire sola in un buco nero, il suo passo si frenò, e lei rimase immobile sentendo sudore gelido imperlarle la fronte e percependo fin dentro le carni, come una lama che si rigirava nella pancia, tutto il furente pesò del dolore di Max che la stava accusando senza permetterle di opporre resistenza.
«Non temere, vedrai che me troverai un altro di fesso. Per quelle come te le cose vanno sempre bene. Al massimo ti toccherà versare qualche posticcia lacrima. E ti basteranno le stesse lacrime per comprare ancora tuo padre.»
A quelle parole Eva sembrò balzare come una bestia inferocita.
In un attimo aveva estratto la lama che le stava nella pancia. La ferita le bruciava, e a ogni suo movimento perdeva sangue.
Sentiva soltanto il bisogno di chiudere quel dannato buco che la stava dissanguando, e di pulire il proprio corpo da quel fetido sangue, tornando così perfetta e immacolata.
Gli fu faccia a faccia, e senza vedere nulla, ringhiando come una mastino, percepì appena una folata veloce avvolgerle il braccio in corsa, prima che la sua mano precipitasse sul volto di Max in un sonoro schiaffo.
Lui mosse appena il capo. Eva lo fissava con occhi tremuli e simili a tizzoni ardenti, come fossero fiamme mosse da un vento furioso, e il petto le palpitava aritmico scosso da un pesante respiro, quasi non riuscisse più a riprendere fiato.
Max abbassò appena la bottiglia nella propria mano e sorrise cinicamente.
«Ne hai mai mollato uno a tuo padre? Eppure credo che vorresti farlo.»
Eva gli saltò addosso e iniziò a colpirlo ripetutamente al petto, furiosa come fosse impazzita; frenetica come quando contava le calorie di ogni alimento.
«Sei uno stronzo. Uno stronzo! Un dannato stronzo», strillava, continuando a colpirlo finché stravolta da un’immane fatica, sfinita, ormai senza più una briciola di vita nella pancia, si lasciò cadere sul suo petto scoppiando in un pianto furioso e urlando: «Stronzo! Sei uno stronzo!»
Max rimase immobile. Quelle lacrime gli stavano liquefacendo le carni come fossero acido, fino a corrodergli le ossa.
Un altro po’ e gli avrebbero aperto il cuore, ed Eva, continuando a colpirgli lentamente il petto, sarebbe giunta fino a esso, afferrandolo di nuovo e stracciarglielo dal torace, per poi ingoiarlo come fosse un minuscolo seme.
Per un attimo le sembrò di percepire le sue forti dita contro ai capelli che le avvolgevano come un manto il mio viso deformato dalle lacrime, ma in verità non ci stava che lei in quella stretta. Lui era assente. Era altrove, fremendo come un bambino al momento del parto, ma trattenendosi per non muoversi, abortendo la propria vita nel grembo materno, a costo di uccidere se stesso e chi lo stava mettendo al mondo.
Si scostò senza la minima cura, ed Eva cadde su di un lato, in lacrime contro a un mucchio di tele che si rovesciarono a terra, diffondendo ovunque puzza di pittura.
Quella puzza sembrò quasi seppellire entrambi in un alone di fumo e polvere di vernici.
«Che poi dove sta scritto che tuo padre deve essere perfetto? Nessuno è mai perfetto! E tu, a detta mia, hai avuto un padre migliore di molti altri.»
«Ma tu cosa diavolo ne sai di mio padre?» strepitò lei, ingoiando le proprie lacrime e tenendo il capo contro al muro, grattando con le unghie contro di esso come cercasse una via di fuga.
«Ma fammi il favore, Eva! Non devi lavorare, puoi permetterti di sfasciare una macchina senza fregartene, e per quello che ne so non ti ha mai messo le mani addosso né ti ha mai fatto mancare un cazzo. Ma dico, tu sai cosa significa avere un padre che davvero se ne sbatte le palle di te?»
Eva era un fascio di nervi. Continuava a ingoiare le proprie lacrime, inerme, quando in cuor suo avrebbe voluto soltanto saltare contro Max e strappargli la lingua a morsi, oppure posarsi su di lui, mettendolo a tacere con il calore del proprio corpo.
Ma di caldo in quella stanza non esisteva nulla, se non la rabbia incandescente emanata dagli occhi di entrambi.
«Ma di cosa cazzo sto parlando!» sbuffò Max, dando un sorso alla bottiglia fin quasi svuotandola «No, tu non sai cosa significa avere un padre di cui quasi non ricordi un cazzo, né sai cosa significa avere un patrigno che ogni giorno ti guarda come se stesse pensando: “Che cazzo ci fa questo in casa mia?”.»
Si scagliò contro di Eva, e lei non ebbe nemmeno il tempo di urlare che lui l’afferrò per un braccio e di colpo la scaraventò verso il divano, gettandola via come fosse spazzatura.
Eva urtò con la schiena contro a una parete, e una tela cadde per terra, facendo un grosso frastuono, mentre lui di colpo, furioso, si voltò verso di lei puntandole contro la bottiglia.
«No, mia cara signorina “Malattia”» strepitò, afferrandola per il vestito e tirandola via dal muro, e poi lasciando la presa, iniziò a girarle attorno come fosse uno squalo affamato urlando: «Tu non conosci affatto il dover fissare la porta di casa, pensando “Quando tornerà me le darà di nuovo?”. E non conosci i Natali passati senza un regalo. La derisione dei compagni di scuola solamente perché sei povero. Il vedere quello stronzo che devi chiamare papà, altrimenti ti prenderebbe a cinghiate, pisciare fuori dal balcone perché troppo ubriaco per andare al cesso. E non sai cosa significa doverti fare il culo a soli dieci anni perché nessuno ti dà i soldi non per uscire con gli amici, ma per sopravvivere. E non sai cosa cazzo significa l’essere piantato da un giorno a un altro da una madre per il quale non sei un cazzo di niente, se non un peso che le impedisce di farsi scopare da chiunque. No, bella mia, tu non conosci proprio un cazzo!» strillò, afferrando Eva per un braccio e poi gettandola a terra.
Ansimando, stremato dal dolore più che dalla rabbia e trattenendo lacrime che sembravano pulsare contro le sue palpebre, Max continuò a girare attorno a Eva, mentre lei, asciugandosi le lacrime, pallida in viso, si tirò su appoggiandosi a una parete, toccando con mani tremanti dipinti che sembravano fissarla: come se Max fosse in ogni angolo ad accusarla di essere un niente.
«Ma che diavolo sto perdendo a fare tempo con una come te!» strepitò, scagliando la mano verso di lei come fosse un insetto da scacciare «tu non sai un cazzo! Non sai un cazzo della vita, Eva. Sentiamo» aggiunse, avanzando verso di lei a passo spedito, afferrandola per le braccia per poi sbattendola contro al muro «Qual era il nome del tuo peluche preferito? Milly, Piggy? Beh, io non ce l’ho mai avuto un cazzo di peluche! E quale è stato il regalo più bello ricevuto a Natale? Una Barbie o cosa? Sì, e io invece ho sempre avuto un maglione di merda o delle mutande. E vuoi sapere il nome del mio cucciolo? Non ho mai avuto un cucciolo! Come non ho mai fatto passeggiate in riva al mare con gli amici. Non ho mai avuto qualcuno che pagasse per me delle feste o serate nei locali. Non ho mai potuto indossare bei vestiti, né ho mai avuto qualcuno che pagasse per me l’università.»
La scagliò violentemente sul divano, lasciandola cadere su di esso come fosse un oggetto: incapace persino di urlare, ormai del tutto devastata, vedendo davanti ai suoi occhi soltanto suo padre.
«Io non ho potuto fare nemmeno la metà delle cose che hai fatto tu!» strillò Max, fracassando la bottiglia contro a un muro.
Un boato simile a un ruggito echeggiò nella stanza, e nel petto di Eva.
Lei urlò e si riparò la testa con le mani, rannicchiandosi sul divano, mentre ovunque volavano frammenti di vetri, e una macchia scura giaceva sul muro, come fosse il cuore di Max esploso in una pozza di sangue.
Respirando a fatica, ora lento come un cielo grigio e madido dopo una tempesta, Max rimase fermo davanti a lei, fissandola come se nelle piaghe dei suoi capelli stesse rivedendo un orrore che gli avevano cucito nella pancia.
«No, Eva, tu hai un padre e una famiglia sin troppo perfetta. Di certo ricordi il volto di tuo padre, e di tua madre non ricordi la sua mano contro al tuo piccolo braccio, tirandotelo così forte come se volesse strappartelo via, mentre ti urla: “Vai in camera tua subito, brutto bastardo, o ti giurò che te ne darò tante fino a ucciderti”, per poi andarsene in camera da letto a scopare con qualche stronzo.»
Fece un attimo di silenzio, proprio come Eva, ora con il volto rivolto verso di lui, fissandolo con occhi gonfi di lacrime quasi fosse un cane che fissa il padrone dopo averle prese, e subito dopo vedendolo piangere.
Ma dagli occhi di Max non colò una sola lacrima. Si lasciò cadere contro al muro come fosse stato ferito da una pallottola, e ora guardasse il soffitto in attesa di qualcosa che lo portasse via da ogni sofferenza.
Non arrivò niente. Niente! Entrambi erano sovrastati da un dolore carnale che premeva contro le loro membra, mentre lui, chinando il capo come fosse una bestia ferita si lasciò cadere in un angolo, a testa bassa, seppellito dalle ombre che celavano al mondo un volto che forse ora avrebbe voluto nascondere per sempre.
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Nuda

Lasciò cadere la mano sul lavello e si osservò in cerca di ogni minimo difetto del suo corpo, passando alla rassegna il più insignificante neo, scucendosi di dosso la pelle per poi osservarla al microscopio. Osservando quel corpo che la terrorizzava e l’attraeva. Un corpo che un giorno le sembrava un impareggiabile e meraviglioso altare, e un giorno ancora soltanto la peggiore delle fosse colma di puzzolenti cadaveri.
Come sarebbe stata agli occhi della prossima persona che l’avrebbe stretta?
Ancora una volta il suo pensiero tornò a Max. Gli occhi parvero paralizzarsi innanzi a un’angosciante consapevolezza, e si sentì ricoprire da un liquido manto di vergogna: una vergogna tossica che le entrava nelle vene come il veleno di una vipera.
Coprì quelle paure e ogni vergogna con del belletto, del mascara e del rossetto.
Adesso ero perfetta.
Era una bambolina immacolata da amare, e la peggiore delle troie da usare.
Dietro a quel trucco aveva nascosto infiniti volti, tanto che ormai non ricordava nemmeno più quali fossero davvero i propri lineamenti.
La ragazza che fissava allo specchio non era Eva, ma soltanto una sconosciuta; ciò che la sua malattia aveva lasciato di lei: un corpo perfetto che avvolgeva come un sudario un cadavere imperfetto.
Se l’avesse tolto dalla propria pelle avrebbe visto soltanto ossa marce su cui ancora erano incisi aguzzi morsi che facevano male anche solo a guardarli.
Quei morsi Eva li sentiva ancora sulla propria pelle, e alcuni avevano dei nomi, dei volti, degli occhi, delle labbra; altri erano stati così veloci e lancinanti da non aver lasciato in lei nessun immagine, ma soltanto l’atroce sensazioni di mani che ti afferrano nella notte per trascinarti al suolo, il rumore dei vestiti che si stracciano, poi delle urla, delle spinte nella pancia, e infine soltanto lacrime e puzza di sperma.
Nel tempo aveva imparato a non sentirla più quella puzza, come una puttana che non sente il sapore della gomma di un preservativo e che poi resta immobile, a gambe aperte, fissando il vuoto mentre qualcuno le fiata sul collo e le si muove dentro.
Eva ormai sentiva soltanto il profumo del trucco sul proprio viso, il suo nemmeno lo ricordava più. Non sentiva niente, non provava niente, non era nulla, se non l’immagine di una malattia che la proteggeva da tutto, come un guanto da cucina avvolge una mano, ma che la lasciava insensibile a ogni calore.
Il dolore le aveva anestetizzato anche la ragione, o forse le aveva dato solamente una scusa per assopirsi, così che Eva potesse dare alla propria droga la colpa di ogni sua azione.
Era quella la verità. Lo sapeva. L’aveva già vissuta diverse volte, e poi vomitata velocemente.
Avrebbe vomitato ancora?

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