Tratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Ricordo come fosse ieri il giorno in cui portai per la prima volta mio padre in ospedale e gli diagnosticarono un cancro. Ricordo le urla, lo spavento, il dolore, la confusione.
Stavo nella mia stanza. Mio fratello non era ancora partito per Bologna. E Anna era ancora mia sorella, e non mi odiava ancora.
Era notte fonda. Io stavo in camera mia, ma allora non scrivevo ancora. Avevo appena finito di parlare con una ragazza fidanzata, con cui all’epoca stavo, quando sentii improvvisamente nel corridoio un grandissimo tonfo, simile a quello che potrebbe causare un masso che si stacca dal soffitto sfracellandosi al suolo.
Corsi di colpo fuori dalla stanza, e in un attimo vidi il corridoio illuminato, persino più immenso di quando ero piccolo, e mio padre steso per terra privo di sensi, simile a una grande e silenziosa macchia.
Mia madre corse verso di lui e si chinò al suo fianco, urlando e cercando di rinvenirlo.
Ricordo che rimasi immobile, straziato da un assordante senso di confusione, simile al sibilo che si percepisce prima di un infarto.
“Dunque mio padre poteva morire?”, questo pensai prima di udire mia madre urlare verso di me: «Corri a prendere la macchina. Muoviti!»
Poi non altro. Solamente le lacrime di mia sorella. Io che parcheggiai fuori dal palazzo quell’auto che normalmente rubavo di notte per andare in giro a fare danni, e poi la corsa verso l’ospedale.
Dopo meno di un’ora mio padre tornò a essere quello di sempre, seppur seduto su di una barella, ma deridendo gli ammalati che si lamentavano e gemevano dietro tende bianco sporco.
Sorrise persino quando il dottore gli disse che ci stava qualcosa che non andava ai polmoni, come se non accettasse di poter morire: come se non credesse che fosse possibile, e forse noi con lui.
Ricordo solamente il volto pallido di mia madre, mia sorella seduta in una corsia su di una sedia a rotelle, mio fratello che girava per i corridoi, e io che afferrai solamente una parola, una sola: “Cancro!”.
Non ne avevo mai avuto a che fare prima di allora. L’avevo sentita solamente nei film, o letta nei libri. Ma nei film e nei libri non ti narrano di quanto un cancro possa essere orrendo. Ti divora dal di dentro! È il tuo corpo che ti sta divorando, e tu non puoi farci niente. Sono le tue carni che ti divorano come un animale affamato. Una fame carnale, insaziabile, selvaggia che ti porti nel grembo, senza poterla vomitare.
In pochi mesi la malattia consumò mio padre come se lui fosse una candela accesa. Dapprima sembrava tutto normale, come se a conti fatti non fosse altro che un raffreddore da curare. Poi le prime chemio e le radio. Il suo corpo sempre più debole. I suoi capelli bianchi ormai svaniti per sempre, e così ogni pelo sul suo corpo.
In poco tempo dovette persino lasciare il lavoro. Non riuscì più a muoversi, finché di lui non rimase che uno scheletro riposto in un letto: solamente un corpo fragile, in putrefazione, che vagava in un corridoio come fosse un fantasma, appoggiandosi alle mura e ansimando mentre delirava parole senza senso.
Una volta, di notte fonda, si trascinò nel corridoio poggiandosi contro le mura e respirando a fatica. Il suo volto ormai era un teschio in cui insenature si muovevano ombre strazianti, e tanto era magro i pantaloni gli scivolarono di dosso.
Li trascinò attorno ai suoi piedi, fissandomi con occhi incavati in pelle rugosa e sudata, sussurrando appena tra forti rantoli: «Hai caricato le cornici sul portabagagli?»
Io annui, trattenendo le lacrime mentre mia madre stringeva mia sorella, e mio fratello ormai viveva altrove, lontano dalla nostra morte.
Lo raggiunsi e gli tirai su i calzoni. Lo strinsi a me, sostenendolo, e lui mi fissò con occhi pallidi come quelli di un cieco.
«Dove, dove stiamo andando?» rantolò, forse neanche riconoscendomi, continuando ad ansimare e a fissarmi con quei suoi occhi chiari come un ruscello, ora limpidi come quelli di un bambino.
Lo strinsi a me. Le lacrime iniziarono a fluire dal mio viso, mentre sentendo la sua pelle ruvida, sudata e gelida contro la mia mano ebbi appena la forza di dirgli: «A casa! Ora ti porto casa.»
Quella notte rimasi a vegliare accanto al suo letto mentre lui delirava, e più volte disse di aver paura. Più volte gli strinsi la mano, tremando nel farlo. Tremando nello stringere la mano a quello sconosciuto che in quel momento stavo riscoprendo come mio padre. Quell’uomo che avevo tanto ammirato per la sua forza. Quell’uomo che avevo odiato per la sua forza: ora, solamente un uomo fragile, proprio come me.
Quella notte piansi a dirotto, accanto al suo letto. Nessuno mi vide, nemmeno lui, e due giorni dopo morì, senza che io gli avessi mai detto di volergli bene, come lui non lo disse mai a me.
Dopo quella notte segreta non piansi più, se non di nascosto, chiuso in una stanza. E non piansi neanche quando vidi mio padre sparire sotto tre metri di terra. Come non piansi per mio nonno, capendo nel sentire la terra battere sulla bara in cui era avvolto che non avrei mai più mangiato con lui pane e melone. Che non mi avrebbe mai più fatto ridere, che non avrei mai più sentito la sua voce.
Quei due uomini si erano odiati in vita, contendendosi il mio amore.
Ormai sotto tre metri di terra, è stato almeno loro concesso di capirsi e amarsi? E io potrò amarli entrambi?
uomo-affacciato-alla-finestra

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Tratto dal racconto “Katja”.

Svoltò in un altro vicolo, e poi in un altro ancora, e in un altro ancora. Correva freneticamente in una ragnatela dove tutto sembrava sempre uguale; in un buio talmente fitto da essere palpabile e in cui non ci stava anima viva, e dove non sembrava neanche essere vicino il Natale.
Si guardò attorno. Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di sacchetti neri, e una bottiglia rotolo nell’oscurità, fino a fermarsi contro un altro ammasso di rifiuti.
Gli occhi tremuli di Katja osservarono i portoni dei palazzi, e poi uno stretto vicolo alla sua sinistra, e più avanti, sulla sua destra ancora un altro vicolo.
Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. Nell’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, e il vecchio albergatore: un porco grasso e dalla faccia simile a un mastino, le aveva già fatto intendere che avrebbero potuto trovare un accordo per pagare la stanza.
Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, ma invece non le rimase che camminare ancora in un buio vicolo dove nulla udiva se non i rumori dei propri passi, respirando un miasma di piscio e immondizia proveniente dalle umide mura dei palazzi.
Entrò in uno di essi. Era vecchio. Sembrava cadere a pezzi, e il portone era pressoché inesistente.
Calpestò vecchi volantini e preservativi usati, fino a nascondersi in un sottoscala, tremula e affamata come fosse un gattino abbandonato.
Restò immobile senza dire una parola, osservando il portone senza saperne nemmeno il motivo, mentre sentiva fino in gola un disgustoso puzzo di piedi sudati, cavoli e sperma proveniente dalle mura.
Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.
A lui gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, anche se erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei.
Da allora, da quando aveva soltanto tredici anni, aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.
Se la sentiva costantemente addosso quella puzza, come fosse l’odore della propria pelle: una pelle che ormai sembrava stesse cadendo a pezzi, proprio come le pareti pieni di scritte schifose di quel palazzo.
Si guardò ancora attorno, attenta e furtiva, senza nemmeno capire cosa stesse cercando.
Non avrebbe mai trovato un appartamento abbandonato, lo sapeva; e anche se l’avesse trovato, di certo non sarebbe stato vuoto.
Strinse le ginocchia coperte da un jeans stracciato fra le sue esili braccia e poggiò la testa su di esse, continuando a fissare il portone, senza più sapere cosa fare. Senza più sapere cosa farne della propria vita.
Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento e lo vide aprirsi lentamente.
I suoi balzarono, e come un animale impaurito si tirò indietro, cercando di svanire nell’ombra, restando rannicchiata in un angolo come fosse una bambina in castigo.
In un silenzio simile a un incubo alcuni passi batterono sul pavimento mentre Katja, nascosta, terrorizzata non osava scorgere la testa per vedere chi stava avanzando.
Sentì poi i passi fermarsi. Una mano le strinse la gola e il suo cuore iniziò a battere all’impazzata, tanto che istintivamente si schiacciò il petto con le mani, come se avesse paura che qualcuno potesse sentirla.
Non udì alcun rumore per secondi che le sembrarono anni, immobile, tesa come un nervo pronto a spezzarsi, e iniziando a sentire la sua fronte imperlarsi di gelido sudore nonostante il freddo.
Un rumore le fece salire lo stomaco fin nel torace. Fu un lungo respiro, simile a un sospiro, seguito subito da colpi di tosse così forti che sembrarono rimbombare nella tromba delle scale.
Tremando, stretta nel proprio giubbetto, scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che timidamente caccia le antenne da sotto a un mobile prima di uscire allo scoperto.
Ancora palpitante, sentendo il cuore battergli nel collo, vide un uomo vestito con abiti scadenti e dai colori sparati, probabilmente poco meno che quarantenne, mantenersi con una mano al muro e tossendo talmente forte che sembrava gli stesse uscendo il cuore di bocca.
Katja restò a guardarlo per tutto il tempo. L’uomo sembrava davvero stesse morendo, che avesse bisogno di aiuto, ma lei rimase immobile, osservando le labbra di quello sconosciuto contorcersi e la lingua uscirgli a scatti dalla bocca come fosse la testa di un serpente.
Poi la tosse rallentò. Un rantolo si mosse nella gola di quell’uomo mentre si tirò in piedi, barcollando e asciugandosi il sudore, respirando avidamente come se fosse appena emerso da un profondo oceano.
Senza ritegno alcuno sputò una macchia verdastra di muco alla sua sinistra, e lento, come se la realtà attorno a lui fosse molle e appiccicosa, alzò lo sguardo verso il vuoto.
Gli occhi di Katja e di quello strano uomo si sfiorarono per un secondo impercettibile, ma talmente pesante sulla pelle di lei da farla strepitare.
Si tirò indietro di scatto. Contro al muro. Tremando come una lepre nella propria tana che cerca di nascondersi da una volpe famelica.
Velocemente, in pochissimi secondi, iniziò a frugare nelle proprie tasche, agitata, in cerca di qualsiasi cosa per difendersi, ma tastando soltanto alcune sigarette, un accendino, delle monete e un sacchetto di stoffa.
Ma non trovò niente, e stringendo i pugni, strizzando gli occhi dalla paura e digrignando i denti, sentì i passi di quell’uomo avvicinarsi e poi la sua voce dire: «E tu chi sei?»
Katja udì ancora altri due passi. Poi un altro, e basta.
Non sapeva se lui fosse già lì. Non sapeva chi fosse, né cosa potesse mai volere da lei.
Aveva soltanto paura. Aveva persino paura di aprire gli occhi. Si stringeva forte, tremando e accalcandosi contro al muro, come se sperasse di poter svanire.
Ma quando quel silenzio carico di soffocante tensione fu rotto dalla voce di quell’uomo che esclamò: «Ma fa un po’ come ti pare!», improvvisamente i suoi occhi si spalancarono, e il cuore le smise di palpitare.
Scostò lo sguardo alla sua sinistra, senza vedere null’altro che l’angolo del muro a cui era appoggiata, e una fioca luce giallognola proveniente da essa.
Poi i passi dell’uomo iniziarono nuovamente a battere sul pavimento. Erano lenti, come se si stesse trascinando: e forse in parte lo stava facendo davvero.
Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio, restando ferma, in ginocchio sul freddo pavimento e fissando la schiena di quell’uomo.
Lui si fermò, ansimò e poi si voltò, osservando Katja ma senza dire nulla, quasi non la stesse nemmeno vedendo per davvero.
I loro occhi restarono intrecciati come ossa calcificate che giacciono in una fosse comune.
Katja vedeva negli occhi di quell’uomo soltanto stanchezza e dolore, come se fosse troppo vecchio per fare qualsiasi cosa. Mentre lui, beh, osservando Katja forse non vedeva niente; e qualsiasi cosa vedesse non voleva vederla.
Nessuno dei due mosse un solo muscolo. Nella penombra si vedevano soltanto il petto di lei e quello di lui pulsare, quasi fosse possibile vedere il respiro di entrambi denso e tangibile.
Lui, silenzioso, accese una sigaretta, tossendo ancora, e poi si girò riprendendo a camminare.
Katja balzò in piedi, come se ogni parte di sé fosse una mano protesa verso la schiena di quello sconosciuto.
«Aspetta» strepitò con una voce da bambina impaurita che, almeno per un attimo, sembrò dar forma a quello sconosciuto, separandolo dalle ombre che lo avvolgevano.
Lento, quasi pesante come un macigno, si mosse nella stanza come se la stesse respirando e si voltò verso di lei.
La guardò negli occhi: essi tremavano, e sembravano in procinto di piangere, mentre lo sguardo dell’uomo era soltanto fiacco come quello di un cane randagio ormai troppo vecchio per lottare ancora. E come un vecchio cane che attende la morte, così lui rimase zitto, in attesa, avvolto dal fumo esalato dalla propria bocca.
Katja fece appena una passo verso di lui. Si guardò attorno come se cercasse qualcosa, e poi tornò a lui, senza aver trovato nient’altro.
«Puoi aiutarmi?» gli chiese con un filo di voce, così leggera da sembrare avere la consistenza del vetro.
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Tratto dal racconto “Puttana”.

Amava ascoltare sua nonna raccontarle delle favole: le tante storie di principi, cavalieri, zar e dame bellissime che aveva imparato a memoria.
Un giorno sarebbe diventata un’eroina di qualche librò, aveva pensato più volte, e sarebbe stata come sua nonna.
Passava ore a guardare sua nonna preparare da mangiare, mentre sua madre si ammazzava di lavoro nei campi, nel tempo iniziando a preoccuparsi per il troppo fantasticare della sua piccola Irina.
Ormai sua madre non aveva più nulla da temere. Irina di sogni non ne aveva più, glieli avevano strappati via dall’utero come fossero un aborto.
Di lei non era rimasto altro che un involucro, e il suo cuore era talmente avvizzito da non percepire niente, come un corpo anoressico incapace di avvertire il gusto del nutrimento.
Non restava che trucco sul suo viso. La sue pelle era ormai svanita.
E pensare che fino a quindici anni, prima della morte di sua nonna Olena, la pelle di Irina non era mai stata sfiorata da nessun cosmetico.
Sua madre, vedova che era rimasta per sempre fedele alla memoria di un marito mai amato, e per Irina padre mai conosciuto, le aveva sempre impedito di truccarsi, e la vestiva continuamente come una contadina, dicendole: «Soltanto così diventerai una donna forte e troverai un uomo onesto da rendere felice.»
Passavano le giornate con semplicità. Si svegliavano presto per accudire assieme gli animali. Sua madre le aveva insegnato il rispetto per la fatica, il doversi sporcare le mani per vivere dignitosamente, e le aveva inculcato l’amore per la vergine Maria e il timore nei confronti delle tantissime icone ortodosse in casa loro.
La rimproverava quando alla radio, anche solamente per qualche istante, ascoltava musica rock: «È musica per le donnacce di Kiev e Odessa, e non per una ragazza timorata di Dio» diceva. E mentre strepitava quelle parole, Irina notava il suo volto pallido avvolto in un pesante scialle nero: un volto inodore, come le mani di un vecchio appena morto; e osservava a lungo le sue labbra tremule che nascondevano dietro quel fremito di rabbia chissà quante passioni e cattiverie mai confessate.
Quale malignità avrebbe mai detto se avesse visto in quel momento la propria bambina?
Irina lasciò i ricordi, assieme all’odore di marcio di quel bagno, attraversando una tendina rossa che strusciò sul suo corpo da ragazzina.
I tacchi alti battevano sul pavimento, accompagnando fuori ritmo note rock di un gruppo emergente di Odessa provenienti dalla radio.
Adesso poteva sentire quella musica, e poteva vivere la sua vita, come aveva desiderato fare dopo la morte di sua nonna.
Sua nonna Olena morì di setticemia. I funerali furono lunghi, perché tutti in paese la conoscevano come una donna forte e timorata di Dio, anche se un po’ bizzarra, a causa di tutti i libri che aveva letto.
Irina aveva nascosto i libri di sua nonna sotto al proprio letto. Non sapeva perché, ma aveva paura che qualcuno potesse portarglieli via. Ma ormai leggerli da sola non aveva la stessa bellezza provata da bambina, quando stava seduta ai piedi di sua nonna, ascoltandola narrare le vicende di Anna Karenina oppure di Emma Bovary.
Aveva già perso suo padre a soli due anni. Neanche si ricordava di lui, e vedendo le poche foto in casa sistemate accanto alle sacre icone della vergine Maria e di Cristo Signore, avrebbe potuto giurare che quell’uomo forte e dai folti barbi non fosse altro che uno sconosciuto.
Ma con sua nonna fu diverso.
Ogni angolo di quella casa parlava di sua nonna. Sul tavolo di pietra accanto alla cucina di ghisa tante volte l’aveva vista prepararle il Kutia, e vedendo il camino di terracotta o la sedia a dondolo di legno coperta da cuscini verdi e rossi non poteva che ripensare a tutto l’amore che le aveva donato quella donna, ormai sepolta sotto metri di gelida terra.
La casa in cui si trovava adesso, invece, non aveva nessun odore, se non quello di cosmetici da donna, di scarpe usate e di cibo andato a male.
Meccanicamente Irina si incamminò nella stanza che era cucina, soggiorno e camera da letto, ricoperta dalla luce di una lampada rossa che illuminava alcuni mobili rotti, e un lavello incrostato con dentro dei piatti sporchi
Poggiò la borsetta su di un comodino pieno di fazzolettini di carta e l’aprì.
Un velo macabro le coprì il viso. Ripensò a quando aveva quattro anni, e sua nonna le metteva delle caramelle allo zenzero nella borsetta giocattolo.
Erano passati quattro anni dalla morte di sua nonna, e Irina non infilava più caramelle allo zenzero nella propria borsetta, ma solamente dei preservativi.
La richiuse con forza. La zippo fece un grosso rumore, come stoffa che si squarcia.
Alzò lo sguardo, incapace di guardarsi allo specchio davanti a lei, quasi temesse che se l’avesse fatto avrebbe visto quella bambina che non voleva più rivedere.
Ripensò quando a solamente quindici anni, subito dopo la morte di sua nonna, come il più delle ragazze povere di Valky fu costretta a lasciare la scuola, ritrovandosi tutto il giorno nei campi assieme a sua madre.
Allora persino il profumo del grano le dava la nausea, e i cibi preparati tempo addietro da sua nonna, una volta per lei squisiti, le recavano solamente disgusto.
Nulla di quella terra, di quella casa, di quella vita, le piaceva più ormai. Con la morte della nonna erano andati via ormai anche i suoi sogni.
Eppure in quel momento, guardando la borsetta fra le sue mani, desiderava tanto poter risentire quel profumo di grano, e persino vedere il volto di sua madre.
Uscì di casa alla svelta, sbattendo la porta di ferro alle sue spalle, come se volesse chiudere in quella stanza ogni ricordo.
Della bambina che amava correre per i prati di Valky non era rimasto nulla: soltanto una donna sola che vagava a testa bassa in un vicolo buio che puzzava di mondezza e piscio di cane.
Non sentiva altro che il rumore dei propri tacchi battere su di una vecchia strada fatta di squame di pietra.
Attorno a lei si ergevano vecchi palazzi, resi quasi neri dalla notte. Non si vedevano luci, se non qualche rettangolo giallognolo proveniente da appartamenti in cui di tanto in tanto si vedeva muoversi una sagoma, e da cui uscivano ora i rumori dei televisori accesi, qualche urla, o soltanto una volgare risata.
Irina continuò a camminare: quel vicolo, quei rumori, persino la puzza non gli apparteneva. Era soltanto un rituale da compiere, forse non diverso da quello di una donna sposata che si concede a un uomo che non ama più, o che forse mai ha amato.
Quel vicolo lo percorreva ogni notte. Non lo conosceva neanche di giorno. Viveva lì da due anni, eppure non ricordava di averlo mai visto alla luce del sole.
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