Tratto dal racconto “Nel nome del padre”.

Una volta a tavola nessuno disse niente di preciso. Si sentiva soltanto un rumore molle e umidiccio di cibo masticato, le posate sfregare contro i piatti di ceramica, il vino versato da Carlo in un bicchiere, e i passi di Sara che ogni tanto si alzava per andare a prendere qualcosa dal frigo.
Se l’indomani Carlo avesse voluto raccontare in fabbrica un qualsiasi giorno della sua settimana, avrebbe raccontato proprio di quel giorno: tanto era identico a ogni altro giorno, a ogni altra cena, a ogni altro momento passato assieme alla sua famiglia.
Tutti loro sembravano non esistere nemmeno. Erano soltanto una pietosa e sterile scenografia. Non altro che ombre che si muovevano in un ambiente vuoto, freddo, silenzioso.
Soltanto la TV sembrava parlare per loro: ora una risata, ora un urlo, ora un consiglio su quale fosse il miglior dentifricio al mondo.
Ogni tanto un commento sulla cottura dello stufato, sulla quantità di sale o sul gusto del brodo. Uno sguardo truce di Sara nel vedere suo marito riempirsi un altro bicchiere di vino. Poi una domanda di Sara sulle bollette da pagare.
Carlo le aveva pagate. Le rispose soltanto annuendo, bevendo poi altro vino mandando giù la carne che aveva in bocca.
«Dovremmo cambiare compagnia del gas» disse lei, come tante altre volte, mentre Mattia infilzava con la forchetta pezzi di carne sugosa e Antonio portava alla bocca minuscoli bocconi, sforzandosi di mangiare.
Qualcuno, proprio alle spalle di Antonio, scoppiò a ridere dalla TV, ma lui avvertì contro di sé soltanto lo sguardo di sua madre, pesante sul suo corpo come se gli stesse scavando nelle carni.
«Che c’è, non ti piace nemmeno questo?»
Lui non rispose. Inizialmente diceva di sì, che gli piaceva, ma nel tempo si era stancato anche di dirlo.
Non mentiva, il cibo gli piaceva: era altro che non gli piaceva.
Si sforzò di mandare giù un altro boccone. Masticava così lentamente da non emettere alcun rumore, mentre a testa china, sentiva ancora su di lui gli occhi lancinanti di Sara.
«Guarda che non siamo nelle condizioni di gettare via cibo, dunque forza e mangia.»
Antonio non replicò. Mattia continuò a giocare con il cibo, ficcandosi in bocca di tanto in tanto un boccone e masticandolo a bocca aperta, mentre suo padre mangiava tenendo il capo chino contro al piatto, ripensando alle parole appena dette da sua moglie: «Non siamo nelle condizioni di gettare via cibo.»
Riempì un bicchiere di vino e lo vuotò in un sorso. Sara levò di scatto lo sguardo verso di lui, poi chinò il capo verso il piatto e infilzò energicamente pezzi di carne con la forchetta, come se stesse accoltellando un invisibile nemico.
«Ti hanno confermato il giorno di ferie per domani, vero?»
Carlo annuì soltanto. Riempì ancora un bicchiere. Gli occhi di Sara gli si fiondarono addosso, rimpettini, colpendolo alla gola come un morso per poi svanire nel nulla, nascosti da un velo di freddezza più atroce di qualsiasi supplizio.
«Se non fossi impegnata in associazione ci sarei andata io» replicò, con la solita sadica abilità con cui ogni volta cercava di far sentire in colpa Carlo; proprio come faceva sua madre quando da bambino gli diceva: «Tu prima o poi mi farai morire.»
«Senza di me la signora Celardo farebbe soltanto casini» riprese «Quelle si crede chissà chi soltanto perché suo marito ha una gioielleria, e poi non sa nemmeno preparare come si deve due maccheroni per i bambini alla mensa.»
Carlo non rispose. Stavolta non le aveva nemmeno chiesto di cosa si trattasse: dei bambini somali, di quelli siriani, oppure soltanto di qualche orfanello locale.
Era solamente stanco di parlare.
«Sai benissimo quanto ci tengono i professori che si vada ai consigli di classe» replicò lei, masticando ancora e infilzando sempre più velocemente lo stufato «Soprattutto se vogliamo sperare in una buona parola per farlo capitare nella classe migliore dell’istituto alberghiero.»
Quella due semplici parole si conficcarono nel cuore di Antonio come lame.
I suoi occhi diventarono vitrei e il volto di un pallore cadaverico.
Le posate gli caddero di mano precipitando nel piatto come da un’altezza infinita. Un boccone di carne rotolò sulla tovaglia a fiori. Nell’aria si sentì soltanto il rumore della forchetta di Mattia conficcata a ripetizione nella carne, e gli applausi del pubblico provenienti dal televisore.
Antonio si alzò di scatto. Si tirò quasi dietro la tovaglia, facendo rovesciare sul tavolo un’ampolla piena di olio d’oliva.
Come un balsamo, il profumo dell’olio si espanse per tutta la cucina, sovrastando l’aroma dello stufato, mentre dalla TV, alle spalle di Antonio ancora in piedi e con i pugni serrati, qualcuno applaudì nuovamente.
Sara si alzò furiosa, isterica, iniziando ad asciugare l’olio sulla tovaglia e strepitando: «Dio misericordioso, ma che diavolo hai nella testa?»
Ripulì tutto alla svelta, andando poi di corsa verso il lavello, continuando a sbraitare.
Le sue parole rimbombavano avvolte dall’acqua che scorreva dal lavello, come se ogni cosa fosse immerso in una cascata.
«Dovrei prenderti a schiaffi per quello che hai fatto. Ma lo sai quanto costa quella tovaglia?»
«Io non voglio fare l’alberghiero. Non voglio farlo!»
«Ancora con questa storia?» esclamò Sara, chiudendo di botto l’acqua e voltandosi bestiale contro di lui.
Per un attimo non si sentirono nemmeno le risate provenienti dal televisore. Non si udì più neppure il picchiettare della forchetta di Mattia nel piatto.
In quella stanza erano rimasti soltanto Sara e Antonio, al centro di un ring sporco di sudore e sangue, mentre Carlo stava in un angolo, troppo debole per reagire.
Sara, asciugandosi le mani con uno straccio, andò spedita verso il tavolo e si rimise a sedere al proprio posto.
Fissò Antonio con aria brutale, come se non fosse suo figlio, ma soltanto un nemico.
«Non abbiamo ancora finito, siediti!»
Antonio rimase immobile come una statua di calcare. I suoi occhi vibravano, le pupille erano lucide, ma non aveva la forza di versare una sola lacrima.
Mattia batteva sempre più forte la forchetta nel piatto. Gli occhi di Sara, gonfi di collera si rivolsero verso suo marito.
«E tu non dici niente?» strillò.
Carlo sbuffò. Lasciò cadere la forchetta nel piatto e ancora tenendo stretto il bicchiere, senza guardare suo figlio gli disse soltanto: «Antonio, hai sentito o no la mamma? Mettiti a sedere.»
«Io non voglio fare l’alberghiero!» esclamò, mettendosi a sedere, ora rosso in viso, gli occhi ludici e le mani tremule, proprio come le sue labbra che avrebbero voluto aprirsi per urlare chissà quante parole, ma che restarono chiuse in una morsa di sofferente impotenza.
«Quando la finirai con questa storia?» replicò Sara, riprendendo a mangiare meccanicamente, fra il frastuono del televisore acceso «Fare il liceo classico per poi trovarsi come uno dei tanti futuri professori disoccupati?»
Antonio non replicò. Sapeva che non ci stava altro da dire: non lì, non con loro, non in quel momento.
Si sforzò di mangiare, trattenendo le lacrime e i conati di vomito, mentre suo fratello continuava a battere con forza la forchetta nel piatto, come se con quel rumore cercasse di soffocare le urla della propria famiglia.
Sara lo colpì dietro la nuca con una leggera sberla.
«E tu vedi di mangiare, che lo stai rovinando tutto il cibo.»
Lo sguardo di Mattia non mutò minimamente. I suoi occhi sembravano due palle nere, senza vita come quelle di uno squalo immerso negli abissi.
Iniziò soltanto a mangiare, fissando il piatto, proprio come suo fratello, mentre Carlo vuotò un bicchiere e ne riempì subito un altro.
Sentì su di sé il peso degli occhi di sua moglie, e avvertì le mura della stanza, i mobili che ancora stava pagando e che profumavano di detersivo ai fiori di bosco, e le urla provenienti dalla Tv stringersi contro a lui.
Non ebbe nemmeno il coraggio di guardarla. Udì soltanto dirle: «Questo è il sesto!»
Poggiò il bicchiere sul tavolo, sospirando e poi mettendo una mano nel taschino del maglione.
Estrasse un pacchetto di sigarette, ne prese una e l’accese, sotto lo sguardo contrariato di Sara.
Scosse le spalle. Il fumo volò fra lei e Sara, mentre attorno stavano Antonio e Matteo con i volti chini sui rispettivi piatti, e nell’aria si udiva la voce pimpante di un uomo dare consigli su come riuscire ad aver successo nella vita.
«Che c’è, ora non posso nemmeno fumare?» le sputò contro, ormai esasperato, desiderando soltanto di fuggire via da lei, forse anche dai suoi figli, o magari dalla sua stessa vita.
Lei conficcò la forchetta in un pezzo di carne. Antonio mangiava lentamente, sforzandosi di non piangere, e Mattia divorava quanto aveva davanti, quasi stesse cercando di non udire altro che il rumore del cibo masticato nella propria bocca.
«Come se il cibo non lo pagassi io» aggiunse Carlo, ciccando nel piatto.
Un rossore febbrile invase il volto di Sara. Avvertì la stanza intera tremare, le ceramiche nella credenza spaccarsi, e le ante sul lavello aprirsi lasciando precipitare sul pavimento, come un violento vomito, decine di piatti che si frantumarono in mille pezzi.
«E questo ti autorizza a ubriacarti?»
«Non sono ubriaco, Sara. Non lo sono ancora.»
«A me sembra di sì. Ricordi cosa hai fatto due domeniche fa? Lo ricordi?»
Mattia mangiava sempre più voracemente. Antonio masticava lentamente, chiudendo gli occhi per non piangere, e un gruppo di persone alla TV iniziarono a strepitare dalla gioia.
«A casa di Rino, il tuo amico del lavoro» riprese.
«Rino non è mio amico. È soltanto un collega, e tu sei voluta andare alla loro cena.»
«Sembrava brutto rifiutarsi.»
«Sei comunque voluta andare tu. Rino non è mio amico.»
«Quello che è! Fatto sta che hai dato di matto, proprio come sempre.»
«Io ho dato di matto?»
«Ah, e secondo te come si potrebbe definire il tuo aver iniziato a ridere a squarciagola, grugnendo come un maiale, additando la moglie del tuo amico solamente perché inciampata sul tappeto, facendo cadere a terra la pentola piena di pasta?»
«Ti ho detto che non è mio amico.»
«Quello che è!» esclamò Sara, calma in viso: occhi roventi incastonati in un volto pallido, marmoreo, glaciale.
Ebbe persino la forza di masticare altro cibo, mentre Mattia quasi svuotò il piatto, e Antonio ingoiò finalmente il boccone che teneva in bocca da più di un minuto.
Sara tranciò velocemente un pezzo di carne con la forchetta, fissandolo come se null’altro esistesse e masticando quanto aveva ancora in bocca.
«Mi piacerebbe soltanto che tu non bevessi tutte le sere» replicò, infilandosi in bocca velocemente il pezzo di carne appena infilzato, senza aver nemmeno finito quanto già aveva in bocca.
«Non mi pare che io mi ubriachi ogni sera.»
«Quando bevi fai stupidaggini, e poi te ne penti.»
«Ho detto che non mi ubriaco ogni sera.»
Carlo vuotò il bicchiere e lo poggiò con forza sul tavolo. Sara tagliò fulminea un altro pezzo di carne. Mattia, a testa bassa, infilzava velocemente pezzi di carne per poi infilarli in bocca senza nemmeno gustarli, e Antonio fissava un pezzo di carne conficcato nella propria forchetta, senza la forza di portarlo alla bocca.
Carlo, innervosito, sudando nonostante il freddo e rosso in viso, riempì subito un altro bicchiere e se lo portò alla bocca.
«Vedi!» esclamò Sara.
«Ma cosa diavolo c’è? Cristo, è solo vino!»
«Non bestemmiare! Ti ho detto mille volte di non bestemmiare.»
«E io ho detto che è solo vino.»
«E io ho detto che non voglio un marito ubriacone!»
Il braccio di Carlo rimase paralizzato a mezz’aria. Un amaro sorriso gli solcò il viso, come quello di uno sconfitto.
Abbassò il bicchiere e rivolse lo sguardo verso Mattia.
«Mattia, lo vedi, il tuo papà è un alcolizzato.»
Lui non lo guardò nemmeno. Continuò soltanto a mangiare, ora più velocemente.
«Hai finito o no?» strepitò Sara.
«Ma finito cosa!»
«Abbassa la voce» sibilò lei, guardandosi attorno come se temesse che qualcuno potesse udirli.
Si alzò di scatto dal tavolo, raccogliendo il suo piatto e poi subito quello ormai vuoto di Mattia.
«Ecco come diventi quando bevi, lo vedi?» aggiunse, andando verso il lavello per poi farvi cadere dentro i piatti.
Carlo non ebbe il tempo di replicare, e in fondo non aveva niente da dire: dire qualsiasi cosa non avrebbe cambiato le cose.
Sara arrivò ad Antonio e praticamente lo tirò su per il braccio.
«E tu, muoviti, visto che non hai voglia di mangiare fila in bagno a lavarti e poi in camera a fare i compiti.»
Antonio non disse nulla. Sembrava persino incapace di aprire la bocca.
Come un sonnambulo, a testa china e con occhi lucidi ed enormi immersi in un vuoto buio quanto la pece, uscì dalla cucina, portandosi dietro tutto il peso di una vita insopportabile che lo stava ormai mutilando.
Guardandolo uscire, Carlo vide soltanto un vecchio esanime e ormai prossimo alla morte. Gli ricordava se stesso da piccolo, dopo il litigi con suo padre e sua madre.
«Non combinerai mai niente di buono nella tua vita. Io alla tua età già davo una mano a mio padre in bottega, altro che libri!»
«Carlo, a mamma, io non riesco proprio a capirti. Vorrei soltanto che tu fossi come tutti gli altri ragazzini.»
In quei momenti Carlo avrebbe voluto che qualcuno lo strappasse via dalla sua famiglia, e forse poco prima anche Antonio l’aveva desiderato, e lui non aveva fatto niente per aiutarlo.
Restò in cucina. Mattia colorava i propri disegni seduto davanti al tavolo. Sara in silenzio lavava frenetica i piatti, rumorosamente, come se nel farlo volesse imporre a Carlo la propria presenza.
Carlo continuò a bere e fumare, immobile, fissando un angolo della tavola senza nemmeno il coraggio di alzare lo sguardo verso Mattia, e sentendo attorno a sé, e nella propria testa, soltanto il rumore di piatti e pentole sbattuti nel lavello.
 
Più tardi mise Mattia a letto. Antonio stava anche lui a letto, probabilmente già da tempo.
La lampada del suo comodino era accesa e lui leggeva grossi libri di scuola, ma Carlo sapeva benissimo che poco prima del suo ingresso lui stava leggendo un romanzo o dei racconti: lo sapeva perché anche lui faceva così da ragazzino.
Mattia si addormentò dopo pochi minuti. Faceva sempre così. Come una gattino si faceva accarezzare i capelli per un po’ e poi restava in silenzio, rannicchiato come un feto e col dito in bocca.
Dopo poco di lui non si udiva che un respiro profondo, come se dormisse da ore.
Forse fingeva soltanto per non dover più vedere e sentire niente, quasi gli fosse concesso di trovare pace per qualche ora dalla propria famiglia, immerso in una morte fittizia.
Carlo preferì non darsi una risposta, proprio come sempre. Andò verso Antonio. Si fermò davanti a lui, e lui non lo guardò nemmeno, restando incollato alle pagine di un noioso libro di scienze, fingendo di leggerlo, ma attendendo soltanto che suo padre andasse via.
Carlo non si mise a sedere. Non lo accarezzò. Non lo baciò sulla fronte.
Diversamente che con il piccolo Mattia, fra i due ci stava un sacro imbarazzo, e spesso anche parlare era per entrambi una fatica immane. Quando ci provavano diventavano rossi in viso, i loro occhi divenivano liquidi e volteggiavano nel vuoto, e le loro parole risultavano sempre goffe, ombrose, scivolose.
Era come se non fossero nemmeno loro l’uno di fronte all’altro, ma soltanto due sconosciuti trovatisi lì per caso, e costretti a stare assieme.
Carlo, come spesso gli capitava, osservò una delle foto appese al muro: era una foto in cui lui stava a mare assieme ad Antonio. Allora Antonio aveva l’età di Mattia.
Guardandolo gli sembrava che davanti a lui non ci fosse lo stesso ragazzo che stringeva nella foto appena vista, come se da un giorno a un altro quel bambino fosse svanito, e al posto suo fosse fiondato nella propria vita un estraneo.
Suo figlio era cresciuto, e lui non l’aveva visto crescere: gli era sfuggito. L’aveva perso. Proprio come si perde un treno, una moneta da due centesimi infilata in una tasca, o un pensiero che sai importante, ma che non ritroverai mai più.
E lui non avrebbe mai più ritrovato suo figlio. Stava davanti a lui, a pochi centimetri, ma ormai era svanito.
Lui l’aveva perduto.
Cercò di avvicinarsi a lui, come un cieco che tasta un buio impalpabile e infinito, tremando a ogni passo nel terrore di precipitare.
Avrebbe voluto dirgli tante cose, chiedergli tante cose, e invece sussurrò appena: «Tua madre parla per il tuo bene.»
Antonio non rispose. Rimase con gli occhi incollati alla pagina, intimidito come suo padre; avvolto come suo padre in una massa gelatinosa e pulsante che li stava inghiottendo.
Sfogliò una pagina velocemente. Suo padre guardò ancora quel ragazzo che fra qualche anno sarebbe stato alto quanto lui, coperto da un pigiama che non ricordava nemmeno di avergli comprato né visto addosso, e cercando qualcosa nei suoi occhi bui e lucidi quanto pietre marine da cui invece nulla traspariva, se non la stanchezza di una roccia che ha accolto troppi secoli.
Non disse nulla. Non disse altro e si voltò, avvertendo contro la sua schiena la presenza vivida di suo figlio come fosse una maglia di sudore gelido.
Arrivato alla porta avrebbe voluto dirgli qualcosa. Chiedergli delle letture fatte. Chiedergli di ciò che scriveva. Ma non ne ebbe il coraggio, come da anni ormai non aveva più lo stomaco di fissare se stesso a uno specchio per più di qualche secondo.
Rimase sull’uscio della porta, fermo, con la mano contro al legno, mentre la luce della lampada spingeva contro di lui un manto d’ombra, il respiro di Mattia echeggiava pesante ovunque, e lui, come un animale, respirava il profumo dei suoi cuccioli ormai sempre più lontani.
Improvvisamente sentì una voce muoversi nel buio, come un eco profondo proveniente da una grotta.
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
A Carlo gli si gelò il sangue nelle vene. Non avvertì più nulla muoversi in lui, nemmeno il proprio respiro.
Tutto era pietrificato. Di lui restavano soltanto due palle bianche perse nel buio, fisse contro un vortice nero che gli stava venendo contro.
Si voltò un istante, senza guardarlo, dicendo velocemente: «Cerca di dormire, su.»
Poi la porta si chiuse nuovamente fra loro, pesante, durissima, gelida.
Era come se una coltre di ghiaccio avesse avvolto l’intero corridoio, e Carlo la sentiva addosso, muovendosi lentamente ma non percependo più se stesso.
Udiva soltanto la voce di Antonio:
«Papà, ma è vero che siamo poveri come dice la mamma?»
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Tratto dal racconto “Vicky”.

Mosse la mano sulla sua schiena graffiata, e con l’altra gli accarezzò i capelli fradici di sudore, sussurrandogli appena contro al viso: «Come ti chiami?»
Attese qualche istante una risposta, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un lungo sorso, osservandolo immobile su di lei, a occhi aperti come un animale massacrato.
«Nicola. Nico!»
Lei sorrise, stringendolo a sé e sussurrandogli in un orecchio: «Io mi chiamo Victoria. Vicky, se ti piace.»
Lui non riuscì a dire niente. Stretto ai suoi seni, contro la sua pelle, a occhi aperti fissava oggetti irriconoscibili persi in un denso buio, proprio come si sentiva lui stretto a quella donna, ancora in lei, sentendo le sue carni palpitare contro di lui, e il respiro di quella donna di cui conosceva soltanto il nome battergli contro la faccia.
Si alzò di scatto, divincolandosi dalle sue braccia e andando verso la scrivania.
Accese subito una sigaretta e si portò alla finestra. Vicky si alzò appena di qualche centimetro dal letto, afferrando la bottiglia dal comodino e dandole un sorso, restando poi ferma a osservare la schiena di Nico colma di graffi, e la flebile luce proveniente dalla finestra calata che ne definiva la sagoma.
Rimase silenziosa a osservarlo, senza pensare, guardandolo soltanto mentre lui, immobile, osservava da dietro misere tende solcate da una luce gialla un uomo di mezz’età caricare con cura un carillon, come faceva ogni notte, per poi lasciarlo suonare malinconico in quel vicolo dove non si sentivano altro che risate ubriache, o il miagolio isterico di un gatto che guizzava da un cumulo di rifiuti.
Nel silenzio più abissale, respirando soltanto la puzza della propria sigaretta che ardeva fra le sue dita ingiallite, Nico sentì la voce lenta di Vicky muoversi fra le note di quel carillon, sussurrando: «Un tempo ne avevo un così anch’io.»
Nicola si girò lentamente, guardandola come se stesse osservando un’ombra.
Le lenzuola sotto di lei profumavano ancora di sesso, ma era una puzza più che un odore: una puzza di un sesso passeggero, che non avrebbe lasciato altro che rimpianti e malinconie nella mente di chi avrebbe dovuto poi cambiarle.
Nico fissò le lenzuola, poi guardò Vicky, pensando a quante volte Elisa era stata stesa su quelle stesse coperte.
Gli venne persino da sorridere, ricordando che quelle erano proprio le lenzuola su cui avevano fatto l’ultima volta l’amore, molto tempo prima che lei andasse via.
«Lo so che non sono lei» disse Vicky, fissando soltanto il cuscino e muovendo le dita su di esso, come se avesse appena letto nella testa di Nico.
Lui sobbalzò, e la cenere cadde dalla sigaretta fra le sue dita.
«Mio figlio amava quel carillon» riprese, senza distogliere lo sguardo da quell’angolo di stoffa, come se ormai ogni immagine fosse diventata irrilevante al cospetto dei ricordi che come annegati riaffioravano nel suo cuore.
«Ti ho detto che si chiama Andrea?» aggiunse, alzando lo sguardo verso Nico: due occhi spalancati che gli si accalcarono alla gola come una supplica.
Lei abbassò nuovamente lo sguardo, sospirando e al tempo stesso sorridendo.
«Un nome così dubbio, e poi suo padre non voleva che giocasse con un carillon.»
Nico si avvicinò di un passo, lei strinse il cuscino, lasciandosi cadere con la bottiglia ancora in mano, e poggiando le labbra contro di esso.
L’aria era così densa che la si poteva toccare, e le ombre si muovevano sui loro corpi come mantelli percossi dal vento.
Nico si mise a sedere accanto a lei, senza guardarla né toccarla, ma standole solamente vicino, come un animale che dorme ai piedi del proprio padrone, giusto per mostrargli che lui ci sta, e sapere a sua volta di non essere solo.
«Fino ai quattro anni tutti lo scambiavano per una femminuccia» riprese Vicky, ora chiudendo gli occhi, come se nei propri sospiri stesse rivedendo quelle immagini. «A Riccardo non gli andava giù questa cosa, fu per questo che lo rimproverò quando lo vide giocare con il mio carillon.»
Fece un attimo silenzio. Nico rimase immobile seduto sul letto, con la testa raccolta nel vuoto, fra le sue gambe, bisognoso di quella sconosciuta e al tempo stesso infastidito dalla sua presenza che di colpo aveva reso viva la sua gabbia: pulsante come un organo che rabbrividisce al cospetto di una cancrena.
Quel silenzio fu immensamente pesante sulla sua pelle, ma non trovò la forza di dirle niente, quando invece avrebbe voluto chiederle tante cose: da dove veniva, perché era fuggita, e soprattutto cosa cercava.
Ma rimase zitto. Un respiro pesante di Vicky tranciò l’aria, fino a raggiungere la sua schiena.
«Ruppi io quel carillon, dando la colpa a lui, e lo feci perché gli occhi di Riccardo non lo guardassero più come fosse un malato da curare.»
Nico mosse appena il capo, lasciando cadere la sigaretta dalle dita.
«Lui ora dove sta?»
«Lontano! Lontano con suo padre.»
Non le chiese altro. Non volle sapere il perché, non le chiese quale fosse il posto, né le domandò se un giorno li avrebbe raggiunti.
Si lasciò cadere sul letto, stanco, come un animale che ha percorso troppi chilometri.
Lei gli strinse il capo, e le sue mani erano ancora calde: profumavano ancora di quella loro fugace intimità.
«E lei dove sta?»
«Lontano!» gli rispose lui.
Nico percepì le labbra di Vicky muoversi in un piccolo sorriso contro al suo collo, mentre lei continuava ad accarezzargli il capo.
«Dormi con me stanotte?» gli chiese.
Lui non disse niente. La strinse forse a sé, respirando il profumo della sua pelle misto all’aroma di sesso di cui era ancora pregna la stanza.
Chiuse gli occhi assieme ai suoi. Nessuno disse una sola parola. Restarono così, in silenzio, avviluppati come due animali in una tana, mentre il mondo fuori continuava a scorrere.

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Tratto dal racconto “Vicky”.

Nico diede un sorso alla bottiglia e restò in silenzio, continuando a camminare assieme a quella sconosciuta, come se lei fosse la sola cosa a cui aggrapparsi in quel momento.
«Io invece sono sempre stata povera» aggiunse, svoltando assieme a lui in un vicolo, e tappandosi subito il naso passando davanti a un cumulo di rifiuti.
Al loro passaggio un gatto guizzò via da un mucchio di sacchi neri, svanendo nella notte, assieme alla risata di un presentatore televisivo proveniente da chissà quale appartamento.
«Mi fa venire il voltastomaco!»
«Devi vomitare?» le chiese Nico, rallentando e guardandola.
Lei lo tirò a sé, accelerando e dicendogli: «Non sono messa poi così male.»
Poi si fermò di colpo. Il suo sguardo si perse nel vuoto, colmo di confusione, e per un attimo il suo cinico sorriso sfumò in una smorfia di smarrimento che le rigò il viso.
Quello fu il primo momento in cui Nico, da quando al bar si era seduto accanto a lei, la vide stare in silenzio.
«Cosa stavo dicendo?»
A quelle parole Nico quasi sorrise. Fu tentato di dirle qualsiasi cosa diversa da quanto lei aveva detto.
Non sapeva perché, ma dentro di sé sentiva che se lo avesse fatto lei avrebbe trovato comunque un argomento di cui parlare.
Sembrava stesse parlando soltanto per non svanire. Perché se fosse rimasta ancora zitta sarebbe scomparsa del tutto, come il fumo che esalava in aria dai tombini lungo quel vicolo.
«Ah sì!» esclamò, stringendo forte il braccio di Nico e riprendendo a camminare «stavo dicendo che sono sempre stata povera, prima di conoscere Riccardo, ovviamente.»
Fece ancora qualche passo. Poi si fermò davanti a un palazzo. Il portone era aperto, rotto probabilmente da sempre, e le mura sprigionavano una tremenda puzza di vecchio.
Su di loro brillava cupa la luce di un appartamento, e da essa si udiva il brusio proveniente da un televisore, e rumori di piatti in un lavello.
A meno di una decina di metri da loro, alla fine di quel vicolo, si vedeva la luce giallastra di un internet point tappezzato di scritte arabe, e fuori da esso dei marocchini stavano seduti a bere birra, fissando nel buio loro due, come se stessero cercando di pesarli, e capire cosa farne.
«Aspetta, iniziano a farmi male i piedi» disse, togliendosi le scarpe e poggiando i piedi nudi sulla fredda pietra.
Guardò in alto e sorrise, i suoi occhi si riempirono di una carnale malinconia, e a Nico sembrò vedere brillare in essi le miserabili luci di quel vicolo.
«Riccardo mi ha conosciuta che servivo ai tavoli» riprese «sai, un bar non diverso da quello da cui siamo usciti» aggiunse guardandolo e sfiorandogli il braccio con le dita.
Gli tolse la bottiglia di mano e le diede un sorso, così forte quasi volesse annegare il proprio cuore.
Quando chinò il capo, osservando i suoi piedi nudi e muovendo le dita sospirò: «Io avrei voluto finire gli studi, ma lui ci teneva tanto a sposarsi.»
Rimase un attimo zitta, guardando fra le dita dei suoi piedi, come se stesse vedendo un passato indimenticabile intrecciarsi a un presente in cui lei sembrava non potesse mai fermarsi.
Nemmeno in quel momento si fermò. Poggiò la bottiglia contro la pancia di Nico, lasciando che lui l’afferrasse e poi, sorridendo ancora come una bambini si rimise le scarpe dicendo: «Sapessi che bei voti avevo! È stato davvero un peccato.»
Lo riprese sotto al braccio, esclamando: «Dai, camminiamo ancora. Che ore sono?»
«Sarà mezzanotte, forse l’una.»
«È ancora presto, dai. Facciamo un altro giro!»
Lo trascinò in fretta fuori dal vicolo. I marocchini fuori all’internet point, avvolti da una nebbia di fumo, lì videro passare davanti a loro senza capire: forse nemmeno vedendoli per davvero, come loro stessi erano incapaci di vedersi in quel momento.
Lei lo condusse fuori dal vicolo. Un frastuono d’auto sembrò frustarli, e ovunque, in una grossa piazza avvolta da solenni palazzi, fasci di luci si muoveva veloci davanti a loro, susseguendosi in fari, lampioni, e luci provenienti da appartamenti e dai pochi negozi ancora aperti.
Lei alzò il capo al cielo, respirando a bocca aperta e annusando l’aria quasi non fosse pregna di smog.
Guardò davanti a sé: su di un rettangolo di cemento, un cielo fatto da filamenti di ferro e tubi metallici sovrastava la stazione della metropolitana ormai chiusa sotto cui, come fantasmi, vagavano soltanto disperati passando davanti a ristoranti ormai chiusi, e intrecciando i propri sguardi a quelli di puttane immobili davanti ai marciapiedi, o ubriaconi seduti sui gradini di qualche palazzo.
Trascinò ancora Nico per il braccio, esultando: «Dai, andiamo verso la stazione.»
«Ma che ci andiamo a fare?»
Lei lo tirò con più foga, sorpassandolo e voltando il capo.
«Non ti piacerebbe prendere un treno assieme a me?»
Quel sorriso, così innocente e al tempo stesso perverso, gli trapassò la pancia come fosse una freccia.
Nico sentì i propri nervi rilassarsi, il sangue fluirgli caldo nelle vene, e il cuore palpitare forte, ma senza recargli paura: come se quel battito fosse necessario quanto la presenza di lei al suo fianco.
La sentì dire ancora: «Sarebbe bello prendere un treno e andare lontano, senza avere una meta» mentre passarono davanti a un Doner Kebab da cui usciva un forte tanfo di carne speziata mista a piedi sporchi, oltrepassando ancora un gruppo di negri fermi contro a un muro, un negozio indiano da cui si sentiva una tremenda puzza di curry e incomprensibili urla, e un gruppo di ragazzini rumeni che vagavano simili a cani randagi.
Nico si sentiva confuso. Aveva faticato per costruirsi la sua piccola malinconia in cui annegare come un pagliaccio dal volto coperto di cerone, ma ormai da giorni non se la sentiva più sulla pelle quella malinconia: era vuoto, come prosciugato, e quella donna lo stava portando ora in un nuovo mondo da vivere, o forse alla perdizione totale.
Non riuscì a fare altro che seguirla, bevendo assieme a lei, accogliendo i sui nostalgici sorrisi e le sue frettolose parole, come se lei temesse che se non le avesse dette in tempo qualcuno avrebbe potuto rubargliele dalla testa.
«Riccardo pianificava sempre tutto, ogni viaggio» esclamò, senza fermarsi, passando assieme a lui nel mezzo di un turbinio di volti, occhi e labbra che si muovevano fra luci disperse nella notte.
Si bloccò appena arrivo innanzi la stazione, sovrastata da un cielo di cemento che ne ricopriva lo spiazzale, e trovandosi davanti una serie di corpi che vagavano lentamente davanti a vetrate ormai chiuse.
Sospirò amaramente, osservando le luci dal di dentro della stazione penetrare le lastre di vetro fino a scagliarsi su barboni che dormivano a terra, avvolti in lerce trapunte; venditori ambulanti e gente stanca in piedi d’avanti a una fermata attendendo un autobus notturno, balordi che giravano come iene fra la gente, e ubriaconi e tossici che vagavano soltanto in attesa della fine, mentre veloci le auto sfrecciavano accanto a quella matassa di carne pulsante e stracci dai colori disparati, senza vedere niente: nemmeno lei e Nico.
Lei abbassò lo sguardo, fissando i suoi piccoli piedi ormai gonfi in scarpe dal tacco alto.
Improvvisamente le sembrò di aver camminato troppo a lungo, e di non farcela più: di essere ormai esausta.
Con lo stesso broncio di una bambina alzò nuovamente lo sguardo verso le porte di vetro della stazione, osservando i tabelloni luminosi al di là di esse, per poi voltarsi verso Nico.
«Per favore, andiamo» gli disse.
Lui non aggiunse altro. Sapeva dove stavano andando: lo sapeva da quando avevano lasciato il bar, o forse addirittura da quando si era avvicinato a lei, proprio come lo sapeva Vicky.
La strinse a sé, e assieme camminarono in una notte trafitta da fioche luci, mentre i rumori della città li avvolgevano, pur essendo incapaci di toccarli.
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Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Provo appena a sfiorarla, vedendo la mia mano fendere l’aria pesante come se nemmeno fosse la mia. Ma appena sfioro i suoi capelli, lei si scosta e volta il capo, forse svanendo per sempre in quel suo gesto.
Restano soltanto dei capelli che volano contro al mio viso, e la stanza ora sembra priva di luce, lasciandoci in balia di una densa ombra in cui i nostri sguardi non possono intrecciarsi.
Sussurrando il suo nome con un lamento animalesco, osservo la sua schiena e non sento altro che il rumore del suo naso tirare su, mentre lei continua a ingoiare le proprie lacrime, sfiorando dolorosamente il letto sotto di sé.
Le asciuga con la sua piccola mano, alzando il capo verso il soffitto, come se stesse vedendo innanzi a lei immagini a me non concesse di vedere.
Seguo l’orizzonte tracciato dal suo sguardo, sentendo la sua voce echeggiare ovunque dicendomi: «Ogni giorno penso a mia madre. Io la odiavo prima di andare via, eppure ora darei ogni cosa per vederla.»
Paralizzato dalle sue parole, lascio che la mia mano, immobile nel vuoto, cada lentamente sul letto, mentre il suo sguardo sfiora appena i miei occhi in lacrime.
«Vorrei poterle dire la verità» riprende, abbassando lo sguardo verso le proprie ginocchia e accarezzandole delicatamente con le dita, come se stesse sfiorando il volto di sua madre, o di quella bambina che non potrà mai più essere «vorrei poter parlare a lei di me, sì, e non inventare sempre bugie per farle credere che sua figlia sta bene. Vorrei dirle che sua figlia sta morendo, e che ha bisogno di lei. Vorrei dirle che sua figlia è una…»
La sua voce si interrompe. A fatica trattiene le lacrime, fissando le proprie mani aperte poggiate sulle ginocchia, come se stesse vedendo la sua vita scivolarle fra le dita, simile a sabbia.
«Ricordo che quando avevo quattro anni mia mamma mi chiamava pryntsesa. Diceva che ero bellissima, e se solamente avessi saputo a cosa mi avrebbe condotto mia bellezza mi sarei sfregiata da sola viso. Ma invece ero sua pryntsesa, e tutto mi sembrava bellissimo quando ero bambina.»
La sua mano improvvisamente scivola sulla mia, stringendola, e irradiando di calore il mio corpo. Un calore gelido, simile a quello della neve che ti brucia la pelle.
I suoi occhi tristi e grandi come quelli di una bambina sembrano toccare i miei, come un bacio a lungo agognato che ristora un cuore provato dal dolore.
«Natale a casa mia era bellissimo» aggiunge, tenendomi la mano e chinando di nuovo lo sguardo «ricordo profumo del kutya e quello dei dobrenyky. E poi ricordo le scorpacciate di varenichki. Dio!» esclama, sorridendo con aria triste, come se stesse toccando i volti di persone una volta amate e ormai svanite per sempre «lo scherzo di cui erano imbottiti puntualmente capitava sempre a me. Una volta ingoiai persino grossa manciata di pepe nero, e starnutii per decine di minuti prima di riprendermi.»
A quelle parole, mentre lei mi guarda appena, vedo un delicato sorriso dolce come zucchero sulle labbra.
È l’amore che vibra nel suo cuore martoriato da cemento e ferro. È l’amore che ancora la tiene in vita, rendendola bellissima: malinconica e meravigliosa come il fantasma di un innamorato che non vuole lasciare la terra pur di non abbandonare la propria amata.
È proprio questo che la sta uccidendo?
«E ricordo che era sempre mia nonna a benedire la tavola con acqua santa» riprende, facendo scivolare la mano nella mia e portandosela sulle ginocchia, stringendola come se stesse abbracciando sua nonna. «Avrebbe dovuto farlo mio padre, sì, ma da quando ho memoria ricordo di avere visto farlo solo a lei. E quando è morta, nessuno ha più benedetto tavola di casa mia. Io e mia madre non abbiamo neanche più mangiato davanti stessa tavola. Io e mia madre non abbiamo neanche mai più parlato. E ora che sta venendo Natale, e come anni precedenti lo passerò qui in questa stanza, o chissà dove e con chissà chi, vorrei solamente vedere lei e dirle che mi dispiace di non averla capita. Mi dispiace del male che ci siamo fatte a vicenda. Mi dispiace dell’incomprensione. Mi dispiace del tempo che non le ho dato. E mi dispiace di essere andata via, finendo poi in questo inferno. E mi dispiace del sangue che le ho gettato addosso.»
A quelle sue parole il mio cuore si spacca in mille pezzi. Ne vedo i frammenti volare attorno a noi, mentre le sue labbra sembrano tremare, come se una lieve brezza di vento si stesse muovendo sul suo volto, facendosi strada nella calcarea oscurità che ha inghiottito la stanza intera.
Rimane in silenzio. È un silenzio glaciale e triste, come quello che si avverte in un cimitero. È il freddo del marmo, il silenzio della terra fredda, il dolore di un corpo morto.
Lei mi sta dicendo forse che ormai è morta?
Voltandosi verso di me, mentre guardo i suoi occhi arrosati da lacrime incancellabili, sento le mie carni comprimersi come lamiere di un’auto appena travolta da un treno.
È lei che mi ha investito?
Desiderando di stringerla, e di essere altrove assieme a lei, riesco solamente a sentire la sua mano stretta alla mia, e la sua debole voce sussurrarmi: «E tu mi dici che dovrei andare via!»
La vedo chinare lo sguardo. I suoi occhi sono assenti, come un corpo che si sta lasciando uccidere da una orrenda malattia, paralizzato su di un letto che puzza di muffa, si sudore gelido, e di morte.
È ciò che provò mio padre prima di morire?
Lascia la mia mano, facendola cadere sul materasso come fosse un impiccato.
La sfiora appena con le dita, gemendo: «Vorrei andare via, ma so di non poterlo fare», per poi abbassare di nuovo lo sguardo, fissando il vuoto, e lasciandomi da solo in quella stanza che si sta sgretolando come un polmone divorato da un cancro.
Persino le sue lacrime sembrano di gesso come le mura di questa stanza.
Le vedo colare sul suo viso immobile, fino a giungere sulle sue labbra contorte in un sorriso atroce quanto uno spasmo di dolore.
«Di certo da bambina non avevo mai pensato di finire così» sussurra appena, guardando le proprie mani ora poggiate sulle sue ginocchia, come se guardandole vedesse tutto l’orrore che esse sono state costrette a toccare.
Mi avvicino a lei e la stringo a me. I suoi capelli, soffici come lana ma freddi come l’inverno, coprono la mia spalla, ma lei non si muove. Il suo volto è paralizzato in una smorfia di dolore, e i suoi occhi vitrei fissano il nulla davanti a lei, come se stesse rivedendo sua nonna, sua madre, e quella bambina che allegra correva per i campi di grano a Poltava.
Sento solamente un lieve sussurro muoversi nell’aria, come una leggera carezza che appena riesce a sfiorarmi la guancia.
È il bacio di mia madre datomi quando ero bambino. Il sorriso di mio padre prima che tutto tra noi andasse in frantumi. È l’abbraccio di mio fratello che mi stringeva su di un letto pieno di peluche. Sono gli occhi di mia sorella che mi guardavano come se per lei fossi tutto al mondo.
Quel suo sorriso è il mio rimpianto per una vita dimenticata. È il suo rimpianto per una vita perduta.
«Ho fatto di tutto per morire. Per morire pur di non farmi uccidere» mi sussurra appena, fissando un vorticoso baratro sotto ai suoi piedi, mentre come un sudario i capelli le coprono il viso.
Avverto appena la sua fragile mano nella mia, percependo le lente e flebili pulsazioni del mio cuore, mentre lei sospira, ansimando: «Fino a poco prima no sentivo neanche più dolore su mio corpo. Era come se non fosse neanche mio. Come se non mi appartenesse più. Come se questa disgustosa vita non fosse mia, ma di altra persona.»
Lenta come un’oblazione si volta verso di me, fissandomi con occhi di marmo e sfiorandomi il viso, dicendomi: «E poi tu mi hai detto di sperare. Mi hai riportato a vita che credevo sepolta dopo anni di violenze, sepolta assieme ai loro schifosi sorrisi, alle loro disgustose parole e ai loro maledetti corpi che io avevo giurato di no vedere mai più.»
Mi guarda ancora. Mi guarda ancora qualche istante che scorre su di me lento come gli ultimi istanti di vita concessi a un moribondo.
Chi siamo ormai?
Vedo solamente dolore nelle sue iridi ormai spente di ogni luce, mentre china lo sguardo, sospirando e dicendomi: «Io no sono ciò che cerchi, Tony. Trova brava ragazza e vivi tua vita, ti prego. Per favore, dimenticami e non tornare più.»
I miei occhi si spalancano avvolti in una nube di fumo talmente densa da impedirmi di vedere altro al di là delle labbra di Angela.
Mi sembra ancora di vederle muovere, mentre paralizzato, non riesco a udire altro che i battiti impazziti del mio cuore.
Non riesco nemmeno a tremare. Sento soltanto una forte esplosione nel petto, le mie carni squarciarsi, e il mio sangue schizzare sul volto di lei, e sul mio intero corpo.
Osservo il mio sangue colare lentamente sul suo pallido viso, e tremando, portando le mani verso di lei, vedo solamente un cadavere che si sta sbriciolando fra le mie mani.
Non riesco nemmeno a sfiorarla, lei vola via in un cumulo di cenere che volteggia su di me, come i residui di una città che brucia.
I nostri occhi si intrecciano ancora un istante, simili a filamenti di un cancro che avvolgono un organo sanguinolento: un dolore talmente carnale e palpitante da soffocare ogni nostra parola.
La sento appena accarezzarmi il viso, in lacrime, dicendomi addio con quel suo ultimo gesto di compassione.
Mentre lo fa, mi sembra quasi di vederla sorridere, come fosse una madre che mi sta dicendo: «Andrà tutto bene.»
Ma sussurra solamente: «Se io potessi tornare indietro, come prima cosa abbraccerei mia madre.»
Poi non dice altro. Resta in silenzio. Il suo volto da bambina non osa neanche guardarmi, e la sua mano scivola sul mio viso ancora una volta, come se stesse cercando di immagazzinare ogni parte di me prima di dirmi addio.
«Non sai quanto vorrei mangiare di nuovo davanti a tavola assieme a parenti e amici» ansima tenendo basso lo sguardo, e stringendo il materasso nella mano «anche in silenzio mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe sapere di potere avere qualcuno in mia vita. Una casa a cui tornare. Delle persone che aspettano me, e per le quali sono indispensabile, anche se no riescono a dirmelo.»
Mi stringe forte la mano e la porta contro al suo viso, sorridendo e fissando il mio volto imbarazzato.
Come un lieve bacio donato per dirmi addio la sua voce mi avvolge ancora mentre le sue lacrime sgorgano pesanti e copiose dai suoi occhi.
«Per un attimo ho anche sperato che tu potessi essere vero. Che io potessi essere vera. Ma poi…» dice guardando la stanza attorno a sé, i preservativi poggiati contro la sua borsetta, e il letto sotto di noi su cui è stata uccisa centinaia di volte. «Poi ho capito che no potrò mai fuggire da qui. E non sono state percosse o le violenze a convincermi. No, quelle ormai non le sento neanche più. È stato qualcosa di più atroce. Qualcosa che non potrò più strappare da mio petto, come fosse cancro maligno incapace di guarire.»
La sua mano sfiora ancora il mio viso. Le luci nella stanza sembrano stringerla in un silenzio antico, sacro, cupo e doloroso, mentre le nostre mani si stringono e lei, faticando a guardarmi ansima appena: «Io sono morta, Tony. Sono morta dalla prima volta che loro hanno messo mani addosso. E a me piacerebbe venire via con te. Mi piacerebbe portarti a casa mia, da madre mia, e farti correre in campi di Poltava. Farti assaggiare il boršč, le deruny, i varenyky e il piroh. Vorrei farti sentire profumi di terra mia: di inverno si sente l’odore di legno bruciato proveniente da camino, e in primavera ci si può perdere in profumo di fiori e di grano. Ma so che nulla di tutto ciò potrà succedere! No, questi profumi, questi sapori, queste immagini, io non li rivedrò mai più. Lo so. L’ho capito, ormai. So di no essere altro che una puttana, e che questa è mia vita. Una vita che no è vita, e che no posso donare ad altri.»

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Tratto dal romanzo: “Nuda”.

Eva sapeva che non sarebbe mai tornata da lui, e sapeva che Max non era perfetto per lei, ma sapeva anche di non volere essere giudicata. Di non voler essere odiata. E quel sangue sulle proprie mani di cui aveva chiesto perdono a Max, lei nemmeno lo vedeva.
Eva doveva essere perfetta, anche a costo di rendere la vita di un altro una totale menzogna.
Ma in fondo lei ci viveva da sempre in una menzogna. Eva era un bellissimo quadro, ma falso.
Avrebbe eretto mura su mura pur di celare la decomposizione del proprio cuore, e lo stava facendo, ma per quante mura alzasse, sentiva sempre qualche piccola breccia nella pietra, e mille occhi spiarla, vivisezionandola, accusandola, schiacciandola.
Quel pomeriggio li sentiva fin dentro la pancia quegli occhi, e un grande urlo irruppe nella sua stanza, seguito da una poderoso tonfo.
Il libro urtò contro al muro e cadde per terra. Le pagine si mossero velocemente fino a restare aperte sul capitolo riguardante il trapianto del cuore umano.
Il cuore di Eva sembrava essersi fermato di colpo, e nessun trapianto l’avrebbe ormai salvata. Stava andando in necrosi.
Ormai non riusciva nemmeno a respirare mentre paralizzata ferma davanti la sua scrivania fissava con occhi pullulanti di terrore i risultati del test di medicina.
Un altro strillo isterico, simile a quello di un animale, rimbombò nella stanza, e poi ancora un tonfo pesantissimo echeggiò contro al muro
Un incensiere a forma di elefante cadde sul pavimento fra libri e scartoffie, esalando verso le tendine rosa i suoi ultimi respiri di patchouli.
Era un regalo di Mario. Glielo aveva comprato a Milano, durante una giornata in giro per mercatini.
Eva adorava andare per mercati, e lui lo sapeva, come sapeva che amava quel profumo. Lo portava sempre sulla pelle quando stava con lui.
Ormai non metteva da tempo quel profumo. In quel momento le sembrò persino di non aver alcun odore, ma soltanto una tremenda puzza che le aveva impregnato le carni: puzza di sudore mista a quella di cibo marcio.
Si alzò di scatto dalla sedia e quando suo padre spalancò la porta lei lo fissò con occhi gonfi di lacrime, urlandogli contro: «Che diavolo vuoi? Ora sei soddisfatto?»
Si scagliò sul letto come una valanga, schiacciando il volto contro al cuscino e stringendolo, mentre nell’aria non si udiva altro che la sua voce strozzata dal pianto strillare: «Faccio schifo! Sono solamente un’idiota!»
Suo padre non sapeva che fare, proprio come sempre al cospetto di quella figlia che non capiva, e forse mai aveva capito.
Eva era soltanto un corpo informe che giaceva su di un letto. Era un cumulo di carne coperta da un pigiama rosa, e dal volto sommerso da un manto di capelli biondi. Era una bambola rotta gettata sul pavimento, proprio come quelle che lui le aveva regalato, e che lei aveva fracassato.
Suo padre la fissava senza riconoscerla. Non c’era traccia in lei di quella bambina che aveva alzato al cielo quando era appena nata, né di quello scricciolo a cui tante volte aveva fatto il bagnetto.
Eva era cresciuta, e lui non l’aveva vista crescere. Di sua figlia ricordava soltanto una bambina sorridente, tutto ciò che era venuto dopo l’aveva perso, come accade a uno spettatore distratto che più volte si alza durante la proiezione di un film.
Poteva semplicemente stare fermo, vedendo con occhi vitrei quella sconosciuta devastata da un pianto di cui non comprendeva l’origine, sentendosi ora impotente, nonostante la sua immensa cultura, senza sapere cosa dire, o se ci fosse davvero qualcosa da dire in quel momento.
Le sue labbra tremavano in una smorfia ridicola. Ora sembrava stesse per dire una parola, ma subito un istante dopo si fermava, lasciando di sé soltanto l’immagine di un vecchio incapace dalla pelle rugosa, gli occhi stanchi, e il fiato corto.
Il dolore di Eva lo stava consumando. Lui cercava di inseguirla, ma era come un cieco che tasta l’aria. Non riusciva a trovarla, e dunque a raggiungerla. Udiva quel pianto incessante che ormai sognava persino di notte, ma senza trovarne l’origine, impazzendo nel non poterlo fermare, e devastato al pensiero che forse era sua la causa di quel dolore che stava uccidendo sua figlia, e lui.
Quando Eva gettando in aria dei vestiti urlò contro al cuscino: «Sei contento ora?», ogni nervo del viso gli si paralizzò. Non riusciva nemmeno a muovere le labbra, e le palpebre gli tremavano appena, come se stesse contemplando l’immensità terrificante di un cratere senza fondo.
Gli parve di precipitarci in quella fossa, non sentendo più nulla del proprio corpo, quasi si fosse infranto come un vaso scagliato al suolo.

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Tratto dal racconto: “Il profumo dei pastelli”.

Quando aprì la porta respirò un nauseante tanfo di scoreggie e sudore, a cui ormai era abituata, addensarsi quasi liquido contro mobili sfasciati illuminati soltanto dalla luce di una lampadina appesa a un filo, penzolante al punto da far danzare le ombre in tutta la camera.
Entrò in casa senza dire una sola parola. Suo padre stava seduto davanti a un tavolo di legno su cui erano poste tre bottiglie grandi di birra ormai vuote.
La quarta la teneva in mano, e ora lentamente la beveva, in un silenzio che pareva assordante, scrutando con attenzione ogni passo di Bianca.
Lei cercò di non guardarlo, per quanto fosse possibile in quel misero buco, perché ogni parte di quell’uomo le faceva schifo.
Aveva addosso i jeans di sempre. Il maglione che indossava riusciva a malapena a coprirgli l’enorme pancia, ed era colmo di scatarri e di certo, Bianca lo sapeva, anche di macchie di sperma: visto che quando si masturbava non si curava affatto della vecchia Dumitra che giaceva in un divano a letto in quella stessa stanza, né di Bianca e la piccola Nuta che dormivano nell’altra stanza, in un lettino quasi appiccicato al suo.
Quando capitava che uscissero per andare in bagno, o per prendere un bicchiere d’acqua, lui non si copriva nemmeno: si fermava appena, stringendo ancora il proprio membro e borbottando qualcosa.
Stavolta aveva dovuto finire da poco di farlo, perché i pantaloni erano ancora slacciati, e alcuni fazzolettini di carta giacevano a terra davanti ai suoi piedi nudi, sfiorando le sue lunghe e sporche unghie verdognole.
Bianca lo oltrepassò, andando in fondo alla stanza, verso sua nonna.
Udì la voce roca e bassa di suo padre bisbigliare verso il nulla: «Cățea mică», ma lei non si voltò nemmeno. Si chinò verso sua nonna, e le sorrise accarezzandole i bianchi cappelli umidi di sudore, fissandola in occhi che non sembravano più nemmeno vivi, ma persi in un nebbioso torpore.
Le cornee erano pallide come il volto di un morto, e in esse brillavano appena due minuscole pupille ridotte a sottilissimi spilli.
Bianca l’accarezzò ancora, sussurrandole contro al volto imperlato di sudore: «Bunică?», sperando che stavolta, come di rado era capitato negli ultimi giorni, lei potesse ancora sentirla.
Ma lei non si mosse. I suoi occhi continuarono a fissare il soffitto, come se stessero osservando qualcosa di terrificante, e le sue labbra tremule, ormai del tutto striminzite, si muovevano simili a quelle di Bianca quando per strada chiedeva l’elemosina.
Le diede un piccolo bacio sulla fronte, sentendo contro al naso puzza di carne marcia, ma senza curarsene.
Muovendo le labbra contro al viso cereo e rugoso di lei le sussurrò: «Bunică, mă asculți?»
Ma lei non la stava sentendo. Non sentiva più niente, proprio come Bianca non sentiva ormai nulla di vivo in lei.
Tutto era morto nella sua pancia, come se le avessero strappato lo stomaco, i polmoni, il cuore, l’utero.
Ora le stavano strappando via anche sua nonna, e suo padre, fermo davanti al tavolo non faceva niente.
Si udivano soltanto i sorsi dati alla bottiglia echeggiare nella stanza, e mentre lei accarezzava ancora il volto di sua nonna, suo padre ruttò come un animale, e lei, tenendo immobile la piccola mano sul capo bagnato di sua nonna, strinse gli occhi e serrò le labbra, cercando di contenere tutto l’odio animalesco che le picchiava nel petto.

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Katja

Forse come Katja aveva bisogno di una carezza sul viso. Aveva bisogno di sentirsi ancora umano. Aveva bisogno di sentirsi ancora vivo in un mondo che aveva ormai abbandonato, lasciato fuori da una finestra chiusa da cui provenivano soltanto i rumori scomposti della città addormentata, mentre lui svaniva in un mondo pieno di storie, ma incapace di vivere la propria di storia.
Per un attimo ebbe voglia di rinchiudersi in uno degli scatoloni all’ingresso, assieme a tutti gli oggetti che aveva raccolto per strada e da cui aveva tratto spunto per infinite storie.
Avrebbe portato anche Katja con sé. Lei glielo avrebbe permesso, sì, ne era sicuro.
Ma quale ruolo le avrebbe mai dato in una sua storia?
Fissò ancora la sagoma tremula di lei smarrita nel buio. Sembrava un animale ferito rannicchiato nell’angolo di un marciapiede, ansimando, con la lingua di fuori che sfiora il pavimento, capace soltanto di sentire il dolore della morte che gli squarcia la pancia, sempre più vicino, ma mai abbastanza per mettere fine a ogni tormento.
Non sapeva nemmeno chi fosse, e lei non sapeva niente di lui.
Erano soli, ecco cosa, e si trovavano rinchiusi nello stesso spazio: uno spazio stretto quanto un organo che si sta contraendo privo di sangue, un attimo prima che ogni cellula muoia e la carne inizi a marcire.
Cosa sarebbe rimasto di loro?