Tratto dal racconto Zuwārah

La stanza era buia, minuscola, le mura puzzavano di sudore e carne avariata. Quella puzza Kojo e Adina se la sentivano sulla pelle da mesi, da quando avevano abbandonato Brikama. Migliaia di chilometri nascosti in furgoni, jeep e carri bestiame, per trovarsi nuovamente in un buco.

Entrambi erano in piedi, senza fiatare né osare guardare un militare della polizia di Ğanzũr seduto dietro una misera scrivania illuminata appena da una lampada. Fissava Kojo e Adina con occhi ferini. Aveva un sorriso di sfida sul viso. I suoi occhi urlavano: «Dai, fatevi avanti, che non aspetto altro.»

Probabilmente proprio per questo aveva poggiato la pistola sul tavolo, attendeva che Kojo facesse una mossa, ma lui restò immobile come sua moglie. Non aveva il coraggio nemmeno di guardare i soldi gettati sul tavolo: quei soldi che aveva messo da parte con ogni forza, spaccandosi la sua giovane schiena per portare lontano se stesso e Adina.

Aveva già pagato migliaia di dollari il viaggio dal Gambia alla Libia, e quei soldi avrebbero permesso a entrambi di raggiungere l’Italia via mare.

Ormai quel pensiero era diventato un miraggio, i suoi occhi erano talmente stanchi che faticava persino a immaginarlo.

La porta alle loro spalle si spalancò di colpo, Kojo ebbe un sussulto, il cuore gli balzò nel petto spaccandogli le ossa.

Adina, accanto a lui, teneva lo sguardo basso, ma i suoi occhi sembravano fiutare l’aria. Stava immobile, in attesa, aguzzava le orecchie, spiava ogni movimento senza osare alzare il capo.

Al suo fianco Kojo tremava.

L’uomo dietro la scrivania balzò sull’attenti, il suo ghigno da gradasso si ridusse a una smorfia miserevole: non altro che il risolino di un bambino al cospetto di un padre severo.

Kojo e Adina udivano solo passi. Nessuno dei due osò voltarsi. Kojo fissava a terra, e perle di sudore gli colavano dalla fronte fino alla bocca; Adina roteava gli occhi verso il pavimento sudicio, attenta a contare i passi che udiva.

Vedeva stivali battere su luride tavole marce. Erano due uomini, forse tre.

Quando era stata catturata insieme a Kojo, prima di raggiungere il porto di Zuara, lei aveva udito solo passi, poi urla, pugni, calci, il pianto di un bambino. Gli uomini di Dabbashi, colui che aveva promesso a centinaia di persone di portarle in Italia, si erano dileguati come ombre. Le torce dei miliziani fendevano l’oscurità, accecavano occhi, e ancora passi, urla, il fragore delle onde.

Adina si aspettava di udire da un momento a un altro lo stesso frastuono, e invece non vide che due gambe davanti ai suoi occhi e una sagoma allontanarsi verso la scrivania.

«Aismuh?» tuonò la voce dell’uomo in piedi davanti ad Adina. Quella voce era ovunque, sembrava giungere dalle mura, dal soffitto, dal pavimento.

Adina sapeva che quell’uomo non stava chiedendo a lei il proprio nome. Lei era niente per quella gente. Come lei ce n’erano tanti in altre stanze, altri erano morti, di certo nessuno era giunto in Italia.

Kojo si avvicinò all’uomo innanzi a Adina, aveva un vestito da ufficiale, gli occhi piccoli, un frustino in mano.

Kojo non ebbe il tempo di aprire bocca. Una sberla lo colpì in pieno viso, uno schizzo di sangue sprizzò sul pavimento e lui cadde al suolo.

«Askat!» gli urlò contro l’ufficiale.

Kojo obbedì, fece silenzio e restò a terra, tremava e con le mani si copriva il volto.

L’ufficiale diede un’altra occhiata ad Adina, poi si voltò verso il poliziotto dietro la scrivania.

Il miliziano rispose mostrò un borsello privo di documenti.

«La tujad mustanadat» disse.

Un sorriso rigò il volto dell’ufficiale, sembrava avergli tagliato il viso, e la stanza intera.

Si avvicinò alla scrivania. Adina ne scrutava i movimenti, i suoi occhi erano palle bianche in un buio assoluto, vischioso.

L’ufficiale pose lo sguardo al miliziano entrato con lui, un giovane di forse diciott’anni, più giovane persino di Kojo.

Il ragazzo sorrideva, aveva i denti marci, le gambe ossute gli tremavano.

Diede all’ufficiale i soldi raccolti dal tavolo.

Senza nemmeno rendersene conto li fece precipitare sulla scrivania.

Il poliziotto dietro la scrivania scoppiò a ridere.

«Ahmaq!» strepitò l’ufficiale. Strappò di mano i soldi dal miliziano davanti a lui e raccolse quelli caduti a terra.

Poi non si udì più un respiro. Kojo e Adina erano ancora in ginocchio, gli occhi fissi sul pavimento, attorno a loro solo silenzio, ovunque angoscia. Contavano i secondi, attenti a ogni rumore, a ogni movimento degli uomini attorno a loro che ora sentivano ovunque, fin nel corpo, come cellule impazzite.

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