Tratto dal romanzo: “Nuda”.

Eva sapeva che non sarebbe mai tornata da lui, e sapeva che Max non era perfetto per lei, ma sapeva anche di non volere essere giudicata. Di non voler essere odiata. E quel sangue sulle proprie mani di cui aveva chiesto perdono a Max, lei nemmeno lo vedeva.
Eva doveva essere perfetta, anche a costo di rendere la vita di un altro una totale menzogna.
Ma in fondo lei ci viveva da sempre in una menzogna. Eva era un bellissimo quadro, ma falso.
Avrebbe eretto mura su mura pur di celare la decomposizione del proprio cuore, e lo stava facendo, ma per quante mura alzasse, sentiva sempre qualche piccola breccia nella pietra, e mille occhi spiarla, vivisezionandola, accusandola, schiacciandola.
Quel pomeriggio li sentiva fin dentro la pancia quegli occhi, e un grande urlo irruppe nella sua stanza, seguito da una poderoso tonfo.
Il libro urtò contro al muro e cadde per terra. Le pagine si mossero velocemente fino a restare aperte sul capitolo riguardante il trapianto del cuore umano.
Il cuore di Eva sembrava essersi fermato di colpo, e nessun trapianto l’avrebbe ormai salvata. Stava andando in necrosi.
Ormai non riusciva nemmeno a respirare mentre paralizzata ferma davanti la sua scrivania fissava con occhi pullulanti di terrore i risultati del test di medicina.
Un altro strillo isterico, simile a quello di un animale, rimbombò nella stanza, e poi ancora un tonfo pesantissimo echeggiò contro al muro
Un incensiere a forma di elefante cadde sul pavimento fra libri e scartoffie, esalando verso le tendine rosa i suoi ultimi respiri di patchouli.
Era un regalo di Mario. Glielo aveva comprato a Milano, durante una giornata in giro per mercatini.
Eva adorava andare per mercati, e lui lo sapeva, come sapeva che amava quel profumo. Lo portava sempre sulla pelle quando stava con lui.
Ormai non metteva da tempo quel profumo. In quel momento le sembrò persino di non aver alcun odore, ma soltanto una tremenda puzza che le aveva impregnato le carni: puzza di sudore mista a quella di cibo marcio.
Si alzò di scatto dalla sedia e quando suo padre spalancò la porta lei lo fissò con occhi gonfi di lacrime, urlandogli contro: «Che diavolo vuoi? Ora sei soddisfatto?»
Si scagliò sul letto come una valanga, schiacciando il volto contro al cuscino e stringendolo, mentre nell’aria non si udiva altro che la sua voce strozzata dal pianto strillare: «Faccio schifo! Sono solamente un’idiota!»
Suo padre non sapeva che fare, proprio come sempre al cospetto di quella figlia che non capiva, e forse mai aveva capito.
Eva era soltanto un corpo informe che giaceva su di un letto. Era un cumulo di carne coperta da un pigiama rosa, e dal volto sommerso da un manto di capelli biondi. Era una bambola rotta gettata sul pavimento, proprio come quelle che lui le aveva regalato, e che lei aveva fracassato.
Suo padre la fissava senza riconoscerla. Non c’era traccia in lei di quella bambina che aveva alzato al cielo quando era appena nata, né di quello scricciolo a cui tante volte aveva fatto il bagnetto.
Eva era cresciuta, e lui non l’aveva vista crescere. Di sua figlia ricordava soltanto una bambina sorridente, tutto ciò che era venuto dopo l’aveva perso, come accade a uno spettatore distratto che più volte si alza durante la proiezione di un film.
Poteva semplicemente stare fermo, vedendo con occhi vitrei quella sconosciuta devastata da un pianto di cui non comprendeva l’origine, sentendosi ora impotente, nonostante la sua immensa cultura, senza sapere cosa dire, o se ci fosse davvero qualcosa da dire in quel momento.
Le sue labbra tremavano in una smorfia ridicola. Ora sembrava stesse per dire una parola, ma subito un istante dopo si fermava, lasciando di sé soltanto l’immagine di un vecchio incapace dalla pelle rugosa, gli occhi stanchi, e il fiato corto.
Il dolore di Eva lo stava consumando. Lui cercava di inseguirla, ma era come un cieco che tasta l’aria. Non riusciva a trovarla, e dunque a raggiungerla. Udiva quel pianto incessante che ormai sognava persino di notte, ma senza trovarne l’origine, impazzendo nel non poterlo fermare, e devastato al pensiero che forse era sua la causa di quel dolore che stava uccidendo sua figlia, e lui.
Quando Eva gettando in aria dei vestiti urlò contro al cuscino: «Sei contento ora?», ogni nervo del viso gli si paralizzò. Non riusciva nemmeno a muovere le labbra, e le palpebre gli tremavano appena, come se stesse contemplando l’immensità terrificante di un cratere senza fondo.
Gli parve di precipitarci in quella fossa, non sentendo più nulla del proprio corpo, quasi si fosse infranto come un vaso scagliato al suolo.

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LA FINESTRA CHIUSA

Non li sopporto più. Non sopporto più questa gente fotocopiata che mi cammina attorno, simile a irriconoscibili batteri.
Continuando a camminare, costeggiando gli alti e antichi palazzi alla mia destra e lasciando che le auto rumorose passino alla mia sinistra, vedo un vecchio uomo sdentato e vestito di stracci uscire da un negozio tenendo stretta nella propria rugosa mano quella della sua piccola bambina.
Lei avrà sì e no sei anni. E molto magra, e lo sembra ancor più con addosso quel suo vestitino rosa. Ha scarpe aperte dello stesso colore del vestito, nonostante il freddo. Sembra tremare, e il suo vecchio padre, come se stesse facendo uno sforzo immane, la tira su prendendola in braccio, stringendola forte come se al mondo non esistesse altro di più importante. Come se volesse scaldarla, e tenerla lontana dal turbinio di insensibile carne che li avvolge, senza neanche vederli.
Immobile nel mezzo di un’ondata di corpi veloci che mi trapassano, udendo il brusio di mille voci attorno a me mi giro lentamente, vedendo quell’uomo svanire nella folla, come fosse fatto d’aria.
Vedo il capo di quella bambina poggiato contro la spalla di suo padre. Ha gli occhi chiusi come se si sentisse al sicuro in quella stretta. Affonda le dita nei lerci vestiti di quell’uomo come se si stesse aggrappando alla vita: la sola vita che conosce. La sola vita che la stringe forte, senza lasciarla cadere in un ululante e scuro turbinio di malsano liquame.
Qualcuno stringerà così anche me? Qualcuno mi terrà mai al sicuro da questo mondo?
No, nessuno lo farà, e nessuno lo fece mai.
Ricordo una delle prime volte in cui da piccolo capii il senso della parola umiliazione. Avevo appena cinque anni. Frequentavo l’asilo, e mio fratello la terza elementare. Indossavo un orrendo grembiulino giallo canarino. Non conoscevo ancora il significato della parola odio, ma sentivo di non sopportare quella divisa, come non sopportavo di vederla addosso agli altri bambini attorno a me.
Avevo passato il più delle ore a giocare da solo con le costruzioni. Non amavo stare con gli altri bambini, li reputavo volgari e invadenti, perché avevo sentito da mia madre quelle due espressioni, e dunque doveva essere anche per me così.
Attorno a me, in una stanza simile a una gabbia dalle mura piene di disegni colorati che puzzavano di gessetti e pastelli a cera, i bambini amavano fare giochi di gruppo, e a volte si azzuffavano insultandosi in dialetto che detestavo, perché mia madre lo detestava, e insultandosi proprio come fossero adulti.
Puzzavano persino come gli adulti!
Io preferivo starmene da solo, costruendo cose senza senso che poi avrei distrutto. Ma quel pomeriggio non stavo più costruendo niente. Avevo appena finito di creare un robot a tre teste, per poi vederlo distruggere da un altro bambino che mi urlò contro: «Ricchione!».
Scoppiai a piangere. Iniziai a piangere così forte che la maestra, una vecchia donna dal volto cattivo, dovette afferrarmi per cercare di tranquillizzarmi.
Ricordo come fosse ieri la sua forte stretta, il suo sguardo malvagio e il suo fetido alito di fumo. E ricordo come le afferrai i capelli e le graffiai il viso, urlando e continuando a piangere sempre più forte, ingoiando le mie lacrime salate e vedendo la realtà attorno a me offuscarsi in un vortici di colori a cera contro ai miei occhi arrossati e gonfi di lacrime.
Di certo quella donna desiderò colpirmi con una forza tale da staccarmi la testa dal collo, ma non potendolo fare si limitò a cacciarmi fuori dalla classe: cinque anni, poco più di un metro d’altezza, poche ossa in un odioso grembiulino giallo, e già mi trovavo in castigo. Già fui gettato via. Già fui bollato come sbagliato.
Stavo fermo contro al muro accanto alla porta della classe, ancora in lacrime, impaurito, e senza capire quale fosse la mia vera colpa.
Ricordo che quel corridoio sembrava gigantesco, e i disegni colorati erano in quel momento orrendi: uccelli rosa mi sembravano demoni, e pesciolini rossi erano per me diavoli.
Tremavo come una foglia, solo e smarrito, tirando su con il naso il muco che mi colava fino alle labbra e guardandomi attorno in cerca della mia mamma, respirando solamente un soffocando odore di gesso, e continuando a non comprendere quale fosse la mia colpa.
Ma non ci stava nessuno lì. No, fui abbandonato. Fui rifiutato. Fui gettato via come immondizia: la stessa che mio padre non voleva mai scendere di sera, costringendo la mamma a farlo.
Tremando, capendo per la prima volta nel mio giovane cuore il senso della parola “confusione”, guardai una delle porte in quel gigantesco corridoio che si protraeva fino all’infinito.
Era l’ultima porta sulla sinistra. Una normalissima porta di plastica con nel mezzo un oblò di vetro.
Sapevo che era la sua di classe, e asciugandomi le lacrime con il mio piccolo pugno camminai lentamente verso di essa, desiderando solamente che qualcuno mi stesse vicino. Desiderando solamente che qualcuno mi dicesse che tutto andava bene, abbracciandomi.
Ma andava bene per davvero?
Dovetti alzarmi sulla punta dei piedi per arrivare al vetro, tenendo poggiate con forza le mie piccole e paffute mani contro la fredda plastica della porta.
Guardai al di là di quel vetro opaco. Una donna di circa trent’anni stava seduta dietro a una cattedra, urlando a gran voce parole che non potevo sentire, mentre una classe composta da circa venti bambini con addosso grembiulino blu o rosa e al collo un fiocco verde, fingevano di ascoltarla persi nei propri pensieri.
Io guardavo mio fratello e sorridevo. Sorridevo come quando mia mamma mi stringeva forte, perché speravo che lui mi vedesse, ma non mi vide neanche quando un ragazzino biondo e ciccione cominciò a ridere guardando verso di me e indicandomi con il dito.
In breve tutta la classe iniziò a ridere. I loro occhi erano su di me. Le loro risate sembravano liquefare quel pezzo di plastica che ci divideva, roteando attorno a me come tanti spettri crudeli.
Smisi di sorridere. Un patetico broncio tremò sul mio viso, e gli occhi tornarono gonfi di lacrime.
Sentii solamente una calda, atroce lacrima colare sulla mia guancia arrossata forse più dalla vergogna che dal dolore, mentre fissavo ancora quei volti, sentendomi solamente un inutile sgorbio.
Mio fratello mi vide?
Non fu certo lui a uscire da quella porta quando si spalancò. No, furiosa e veloce la maestra si pose davanti a me, e io in un millesimo di secondo non vidi altro che i suoi occhi iniettati di odio, percependo poi tre violentissimi schiaffi contro la mia piccola mano.
Uno.
Due.
Tre.
Poi la maestra sbatté la porta contro la mia faccia. Non si sentì più alcuna risata provenire da quella classe, né tantomeno riuscii a piangere.
Rimasi lì immobile come fossi stato appena violentato. Non conoscevo neanche il significato di quella parola, ma sapevo che faceva male sentirsi un niente. Sapevo che era tremendo sentirsi deriso, umiliato: era come essere stato ucciso.
No, non versai una lacrima, ma sentii qualcosa di caldo contro le mie cosce, e poi lungo sulle ginocchia.
Il grembiulino diventò di un giallo scuro, e un acre odore di urina giunse fino alle mie narici, mentre io stavo lì immobile, tremulo, fissando quella porta mentre la mia mano arrossata pulsava dal dolore.
Quando mia madre venne a prenderci la maestra non mi aveva tolto di dosso neanche il grembiulino. No, le disse che mi ero comportato male, e le consigliò di trovare un buon sostegno psicologico perché io potessi riuscire a inserirmi assieme agli altri bambini.
Non dissi nulla mentre loro parlavano. Avevo solamente bisogno di un abbraccio, mentre gli ultimi bambini della classe uscendo mi guardavano e deridevano indicando il mio grembiule bagnato, e mia madre continuava a cercare di capire come fare di me un bambino perfetto.
Avrei avuto solamente bisogno di un abbraccio, ma non mi abbracciò neanche quando andammo verso casa: lei con il mio grembiulino sporco in una busta, e io nella sua mano, tenendo strette le gambe per la vergogna, cercando di nascondere a tutti quella macchia di urina, mentre mio fratello parlava della sua giornata a scuola.
Possibile che non mi aveva visto? E mia madre aveva notato la mia mano rossa e indolenzita?
No, nessuno notò niente, e il giorno dopo andai a scuola con il pannolino, e per colpa di coloro che mi credevano diverso capii cosa significasse sentirsi diverso.
E nessuno mi strinse. No, nessuno abbracciò quella mia diversità.
Ora avrei tanto bisogno di un abbraccio, ma camminando in questa folla di volti, nessuno mi vede. Non è cambiato nulla da quando ero quel piccolo bambino ritto sulle punte di piedi contro a una misera porta.
Qualcuno percuoterà ancora una volta le mie mani?

 

 

Tratto da uno dei più forti romanzi mai scritti. Tratto da “LEI”. Ancora inedito e solamente per le big.

Marco Peluso Scrittore

E come si fa a dimenticare?
Se ti amputassero un braccio, riusciresti a dimenticare di averlo avuto? O magari lo sentiresti ancora vivo, attaccato al tuo corpo? Forse ne percepiresti ancora la sensazione. Sentiresti i peli drizzare sulla pelle. I piccoli stiramenti muscolari. Le fitte dovute alla cervicale.
Sindrome dell’arto fantasma viene chiamata. E vale anche per le persone? Vale anche quando perdi una persona?
Togli una donna dalla vita di un uomo, e lui la sentirà ancora presente. Sentirà la sua pelle, il suo profumo, la sua voce.
Alcune volte, nella notte, dormendo, cercherà persino di stringere il corpo di lei. Trovandosi poi da solo. Da solo nel nulla. Senza un braccio. Senza un arto. Senza una donna. Senza una vita.
Sindrome dell’arto fantasma. Percepire ancora l’arto amputato, e provare uno straziante senso di angoscia nel non poterlo muovere.
Sindrome dell’altro fantasma. Una donna viene estirpata dalla tua vita…

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A detta di uno dei pochi lettori di quest’antologia (stranamente) ancora inedita, “Un lavoro che sembra scritto da Carver”. “NON PENSI A NOI?”, agghiacciante parte di una racconto tratto dall’antologia “CHE CAZZO CI FACCIO QUI?”

Marco Peluso Scrittore

Mario sospirò, chiudendo quel dannato giornale e poggiandolo sul tavolino di vetro davanti a lui. Si lasciò cadere sul divano. La sua schiena villosa coperta da una canotta impregnata di sudore sprofondò nell’imbottitura di quel divano in finta pelle acquistato cinque anni fa in un negozio di merce usata. Poggiò i piedi nudi sul tavolino di vetro. Quel tavolino di vetro comprato assieme al divano e a tanta altra roba presente in quel minuscolo soggiorno.

Gina amava quel tavolino. Ma per fortuna quel pomeriggio Gina non era in casa, dunque Mario poteva fare tutto quello che voleva, compreso starsene stravaccato su quel divano dove chissà quante persone erano state stese, e tenere i piedi su quel vecchio tavolino, proprio come avevano fatto tante persone prima di lui.

Restò lì immobile, fissando il soffitto crepato e fumando una sigaretta. Lentamente, senza sapere il perché, fece scivolare la mano sinistra sul divano…

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Quando il disturbo narcisistico della personalità ti rinchiude in una stanza, uccidendoti, mentre segui il riflesso di te? Questo lo vedrete in “Lei”. Mio ultimo romanzo dopo nove lavori pubblicati, e destinato solamente alle grandi realtà.

Marco Peluso Scrittore

Arrivai alla mia porta. L’aprii, e un fitta nebbia si parò davanti a me.
L’attraversai. Stanco. Incurante di tutto. Desideroso solamente di dormire. Sì, finalmente riposare. Magari per sempre.
Chiusi la porta e scrutai il corridoio davanti a me.
Fissai a lungo quella fitta nebbia, cercando di scorgere una figura. Quella figura che un tempo avrei tanto desiderato di non vedere, ma che ormai non era altro che parte di quella nebbia.
La vidi dissolversi assieme a essa.
Era andata! Sparita per sempre. Mia madre non sarebbe mai più tornata. E con lei era andata via la mia vita. L’ultimo barlume di umanità che mi teneva ancora a quell’apatica esistenza.
Non mi restava altro che murarmi vivo. E lo feci. Chiudendomi nella mia cella. Nel mio eremo. Nel mio limbo.
Mi sedetti a terra. Meccanicamente portavo la bottiglia alla bocca, lasciando che il vino fluisse nel mio marcio corpo, tentando…

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“Lei”, un romanzo che vi strapperà la pelle dalle ossa. Ancora inedito, e riservato solamente al giusto editore.

Marco Peluso Scrittore

Già, quello era un addio. E un addio è sempre brutale. Non lascia mai scampo. E quell’addio stava per sovrastarci. I suoi occhi gelidi me lo stavano dicendo. Quegli occhi che urlavano “Come ho potuto fidarmi di te?”.
E io come avevo potuto fidarmi di lei? Di Lara, ancora una volta. Sempre e solamente lei. La stessa di sempre. La lama che ti recide la carotide. Il sacco di cellofan posto sul tuo viso per soffocarti.
Sì, era proprio un addio. E non volli inferire su quella triste quanto ridicola sorte. Non volli farle capire le umiliazioni vissute in quel tempo che sembrò infinito. L’umiliazione nel vederla assente, schierata dalla parte di quel mondo che mi odiava. Di quel mondo che lentamente mi avrebbe ucciso.

«Okay, forse è meglio se vado» dissi, fissandola ancora. Scontrandomi contro il suo sguardo colmo di delusione.
Ecco, ero di nuovo la delusione di mamma…

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Vedo spesso tanti figli di papà che parlano dei poveri. Ma voi la conoscete la strada? E se vi venisse tolto tutto, davvero non fareste ogni cosa per tornare tra gli eletti del mondo? Tratto da Senso uico, mio settimo romanzo.

Persino cagare è un problema quando si sta per strada.
Sì, la gente normale la mattina si alza da un letto e va nel bagno per cagare in un cesso. Niente di più facile al mondo! Direi una cosa persino naturale. Ma chi sta per strada, quando si alza da un cartone o da un marciapiede, non ha nessun cesso in cui cagare. E non può certo calarsi tutto e farla per strada, come se fosse un cane.
Chi sta per strada non è né un cane né un uomo. È un niente! Uno a cui è impedito persino cagare.
A volte, se si riesce a racimolare qualche centesimo chiedendo l’elemosina (cosa che imparai da subito), ci si può permettere di entrare in un bar spendendo ottanta centesimi per un caffè, così da pagarsi il diritto a usare il cesso. Ma non è sempre facile! No, non solo ottanta centesimi sono pur sempre ottanta centesimi per chi sta per strada, e comunque non li si riesce a racimolare ogni volta, ma c’è anche da contare il fatto che il più dei proprietari dei bar nel tempo ha ormai imparato la storia del cesso. Dunque ti farebbero sì prendere il caffè, ma appena avessi loro chiesto del cesso, quelli ti avrebbero risposto che era guasto, sapendo che saresti andato lì non per una pisciata, quanto per una bella cagata.
Dunque alcune volte sei costretto a rimedi estremi.
I bar sono territorio bruciato, e i cessi delle stazioni sono o chiusi a chiave (riservate alla brava gente), oppure a pagamento. E spendere un euro per una cagata non è una mossa saggia.
L’alternativa spesso è trovare un vicolo buio e solitario o magari un bosco, o roba simile. Chinarsi sulle proprie gambe, cagare al meglio, e poi nettarsi con fazzolettini o fogli di giornale. E questo senza lavarsi, ovviamente.
Detto così non sembra poi una cosa talmente tremenda. Ma provate a farla per giorni. Provate a cagare così per giorni, e poi mettervi per strada con il culo ancora sporco di merda.
Cristo, io dopo solo meno di una settimana ne avevo già la nausea, figuriamoci la gente che lo faceva da anni.
Piccole cose! Ecco, tutto è difficile per strada. È difficile persino trovare un posto dove stare a far niente.
Non si può stare seduti su di un marciapiede mentre la brava gente è indaffarata a fare spese o andare al lavoro. Farlo non solo ti costerebbe gli sguardi disgustati della gente (il che non conta un cazzo), quanto essere presi di forza da qualche sbirro e portati chissà dove.
Così le giornate le si passa di norma al posto dove si dorme. Così da tenersi strette anche le proprie cose ficcate in qualche busta.
Io ero riuscito a procurarmi una vecchia tracolla color verde militare. L’avevo presa dai rifiuti. A me sembrava nuova, ma qualche studentello aveva deciso di buttarla via.
Buon per me! Quella cosa mi serviva per ficcarci dentro le cose che riuscivo a comprare chiedendo l’elemosina.
Già, l’elemosina! Inizialmente sembra una cosa difficile. Una cosa umiliante. Anche se molti figli di papà la fanno da sempre, per comprarsi da bere o dell’erba, senza toccare i soldini dati da papà.
La chiamano colletta! La gente di strada invece non la chiama affatto. Non hanno bisogno di dare un nome a quel che fanno. A loro basta mettersi a terra, abbassare lo sguardo, e ficcarsi davanti un bicchiere di carta o un qualsiasi contenitore, sperando che qualche persona passando possa gettarvi dentro qualcosa, magari giusto per sentirsi degli uomini migliori.
Se va bene riesci anche a racimolare due o tre euro. A volte anche quattro. Ma devi avere proprio culo! E quei soldi raramente vengono usati per mangiare. No! Le vecchine spesso ti danno dei soldi dicendoti «Mi raccomando, comprati da mangiare, e non da bere». Ma tutti usano quei soldi per ubriacarsi o, se va bene, per fumare.
Sì, ironicamente il cibo è l’ultimo dei problemi per strada, diversamente da quanto pensano molti. Di cibo se ne trova sempre in un modo o in un altro, e questo senza scavare tra i rifiuti.
Nella mondezza scavavano solo quelli che hanno perso del tutto la testa. Gente come Orso. Gente che ormai ha deciso di chiudere ogni contatto con il mondo.
Per la gente che ancora ha un briciolo di ragione nel cervello, esistono molti posti dove trovare del cibo. Posti come la Caritas, per esempio, o quel furgoncino di volontari che distribuiva schifezze precotte di notte, alla stazione o in altri posti del cazzo, e dove io mi servii più di una notte.
Basta chiudere la bocca, fingere di sorridere, e mettersi in fila alla mensa in qualche posto pieno di gente sorridente. Pieno di piccole volontarie davanti alle quali ci si masturba tenendo nascosta la mano nella tasca dei calzoni, attendendo il rancio, con la consapevolezza che mai e poi mai si potrebbe fottere una di quelle. Quelle ragazze così profonde da voler sfamare la povera gente, ma che avrebbero offerto a bravi ragazzi del loro mondo la propria fica. E forse anche il culo.
Ma intanto la loro finta carità permette a chi sta per strada di scroccare un pasto a pranzo e a cena. E quando non si fa in tempo ad arrivare alla mensa, allora si usa un euro o più per del pane o dei wurstel, lasciando il resto per alcool. Vino in cartone perlopiù!
Sì, non comprarti da bere, ti dice la brava gente. Ma il bere è il solo modo per non impazzire del tutto lì in mezzo. Si cerca di stare sempre ubriachi. Di non vedere lucidamente quanto succede. Di non vedere lucidamente quella gente che gioisce e ride, mentre tu stai lì da solo, senza una vita, senza alcuna speranza.
Un alcolizzato! Già. La gente beve alle feste, alle cene di lavoro, alle cene di Natale, o a casa davanti alla televisione. Ma è vietato bere da soli in una stanza lercia e tantomeno farlo per strada, da soli su qualche marciapiede.
Io capii presto di non poter fare altro. Di non poter fare altro che bere, e racimolare sigarette raccattando i mozziconi gettati a terra dalla brava gente.
Compravo solo un pacchetto di cartine corte. Quelle grigie, che durano di più. E ci buttavo dentro il tabacco di quei mozziconi, così da poterne ricavare da fumare.
Fumo e alcool erano i miei soli compagni. I miei amici. I miei parenti. Le mie amanti.
Essi scandivano il tempo passato a spostarmi da un posto a un altro, senza una meta da raggiungere. Camminando solo, per non restare fermo tutto il tempo.
Essi scandivano il tempo quando me ne stavo fermo. Da solo, per terra, fissando il vuoto senza neanche il coraggio di pensare a un qualcosa di definito.
A niente! Se non a quella vita di merda. All’immagine di me nel vuoto assoluto.
Debole, vigliacco? Certo! Ma sfido chiunque a non aver bisogno di un qualsiasi appoggio per non impazzire.
La gente si appoggia alle religioni, ai soldi, alle mode, alla famiglia, alle persone stesse. Ma chi come me stava per strada, non poteva che appoggiarsi all’alcool e al fumo per sopravvivere. Per restare lucido… ma non troppo! Il giusto per non perdere in cervello, e allo stesso tempo non capire dove ci si trovava. Dove cazzo stava andando la propria vita.
Mi venne quasi da sorridere pensando a tutto ciò, mentre me ne stavo seduto su di un marciapiede poco distante dalla stazione, bevendo il mio vino in cartone e fissando le persone che si muovevano per strada come fossero tante locuste.
Sì, magari a lungo andare sarei morto di cirrosi o per un cancro ai polmoni. E stranamente non mi andava di morire, anche se quella di certo non si poteva definire vita.
Dove avrei dormito quella notte, sempre al solito posto? E avrei fatto in tempo a prendere da mangiare? Sarei riuscito a guardare quelle troiette sorridenti senza saltar loro addosso per pestarle e scoparle a sangue?
Forse sì, forse no. Non me ne fotteva un cazzo!
Ero sempre più un animale. Odiavo la gente! La guardavo camminare per strada con la voglia di prenderla a bastonate. E vedendo quelle stronzette che se ne andavano in giro con addosso minigonne e jeans ficcati fin dentro alle chiappe mi veniva voglia di assalirle per stracciar loro di dosso i vestiti e sbatterglielo dentro a più non posso. Punirle con il mio cazzo. Lacerarle con il mio cazzo. Devastarle con il mio cazzo. Uccidere il loro mondo con il mio cazzo.
Illusioni, non altro che illusioni!
Non potevo avvicinarmi a un essere umano, che quello scappava come se io fossi un appestato. Tanto più le donne! Persino quelle che si dicevano “anime libere” o “donne spirituali”.
Non mi restava che accettare quella vita senza piaceri. Quella vita fatta solo per sopravvivere, proprio come un animale.
Poi, improvvisamente, mentre stavo lì seduto a ubriacarmi alle due del pomeriggio, ecco che qualcosa mi passò per la testa. Qualcosa di nitido, stranamente.
Misi la mano in tasca, in quei jeans che non cambiavo da giorni, proprio come le mutande e tutto il resto, e tirai fuori il mio portafogli.
Dentro ci stava ancora quel biglietto da visita. Quello che mi aveva dato il dottor Grieco all’ospedale.
“Centro di assistenza per persone in difficoltà. Corso Arnaldo Lucci n°42”, questo ci stava scritto.
Persone in difficoltà! E lo ero?
Beh, certo che sì. Ma quel posto mi sembrava un qualcosa non diverso dalla Caritas, o da altri posti pieni di gente sorridente, pronta ad aiutare il prossimo senza però abbandonare le loro belle case e i pasti assicurati.
Chissà, di certo era proprio così. Eppure il dottor Grieco mi aveva dato davvero una mano quando mi trovavo in ospedale. E aveva detto che lo avrei trovato lì. Che lui faceva volontariato lì.
Non ricordavo neanche i giorni in cui lo avrei trovato, né sapevo di preciso che giorno fosse. Ma in fondo che cazzo me ne fotteva? Ero stato per cinque lunghi anni lontano dal mondo, senza sapere dove fossi, e che tempo fosse. Dunque per quel che ne sapevo poteva anche essere il 2016, e magari mi trovavo su Marte.
Decisi comunque di andarci. Non avevo niente da perdere. Non più ormai!
Senso unico