LA FINESTRA CHIUSA

Da piccolo ricordo che mia madre mi amava come se fossi un tesoro prezioso da custodire. Come fossi la sua bambola, il suo trofeo, la sua rivincita.
Ero il suo amore da preservare. La parte bella di lei da tutelare.
Eppure non vide mai il sangue sulla mia pelle.
Steso per terra, ora che sento queste calde lacrime scorrere sulla pelle ruvida del mio viso, fissando un materasso nudo e orrendo come un cucciolo squartato, la rivedo quando entrò in casa dopo quel dannato pomeriggio.
Non vide il sangue, no, né io glielo mostrai.
Perché non glielo mostrai?
Mi ripiego sul pavimento come un insetto schiacciato, piangendo e stringendo la mia testa fra le mani, ingoiando le mie lacrime e il sangue che continuo a sputare a ogni colpo di tosse.
No, non fu colpa di mia madre. Non fu colpa di mio padre.
Quel sangue era rinchiuso in una stanza da me sigillata. Fetido e nauseante, celato nel volto di un bambino che si stava indurendo come la roccia.
Quel sangue era davanti ai loro occhi, ma io mi affannavo per coprirlo. Per nasconderlo. Per celarlo dietro a lenzuola pulite che mi rendessero immacolato.
Avrei forse dovuto dirlo?
Tremando, strisciando verso lo specchio, vedo una sola parola incisa sul muro: “Violenza, violenza, violenza, violenza”.
La fisso mentre il materasso gronda sangue bollente che inizia a bruciarlo, e urla di bambini martoriati echeggiano nel fumo che sovrasta la stanza.
Le mura attorno a me sembrano comprimersi come un organo divorato da un cancro, lasciando scorrere sangue e pus, simile allo schifo che sputo per terra, rigirandomi su di un lato e continuando a tossire.
La tosse è sempre più forte, come le lacrime di mia sorella e la voce di mia madre che mi dice: «Tony, per favore, esci. È la vigilia di Natale, non lasciarmi sola questa notte.» Quella sua voce che simula il suono di una donna morta decenni fa, e che ma più potrà riabbracciarmi. Quella sua voce che spera ancora, pur sapendo che tutto è finito, e noi non siamo altro che cadaveri sepolti da gelide macerie.
Eppure quella voce sembra giungere a me come un sogno lontano: non altro che una visione che si intravede durante il dormiveglia, mentre tossendo ancora e sputando sangue mi trascino debole verso la finestra, udendo la voce di mia madre, in lacrime, dirmi: «Per favore, apri questa porta.»
Ma la porta resta chiusa. I nostri mondi restano divisi. E mentre mi trascino verso la finestra sento appena le sue lacrime, e poi i passi di mia sorella che si allontanano.
Non sento più alcun rumore. Non vedo niente, se non una macchia dietro al vetro della porta, forse simile a quella che mi sta divorando il petto e la vita.
Tossisco ancora. Sputo sangue, e respirando a fatica lo ingoio, cadendo al suolo con la faccia sul mio stesso sangue.
Cerco di farmi forza. Irrigidisco le braccia, e come un insetto dalle zampe mozzate mi trascino sul pavimento, raggiungendo il muro e restano immobile contro di esso, respirando lentamente la puzza di decomposizione attorno a me.
Ansimando, ingoiando ancora il sangue che mi cola dal naso, sfioro il muro alle mie spalle come se stessi toccando il viso di mia madre. Lo sfioro, mentre lei non tocca niente se non un vetro che ci divide e ci dividerà per sempre.
Tremando, la mia mano scivola sulla scritta: “Scusami per i baci mai dati. Per quelle carezze che desideravi e mai ti ho donato. Scusami per tutte le volte in cui avrei dovuto ascoltarti e non l’ho fatto. Scusami per il dolore che ti ho cucito addosso, e scusami per il sangue. Scusami se ho sporcato il tuo cuore con il mio sangue. Scusami se non sono stato capace di vivere. E scusami per essere nato: non sono il figlio che desideravi.”
La mia mano scivola ancora, lentamente, su quelle ruvide parole, ormai simili alla mia pelle, e la mano di mia madre scorre contro al vetro della porta che ci separa, condannandoci a un silenzio inumano, bestiale, straziante.
In questo soffocante silenzio sembra quasi che ci stiamo fissando, come se fossimo entrambi chiusi in questa gabbia. Ma è solamente la sua voce che giunge a me, come se provenisse dal passato. Una voce così atroce e dolorosa da farmi balzare il cuore, mentre odo un triste canto avvolgere l’intera stanza: la voce di mia madre, lacrimosa e ora vicinissima, cantare soffocata dal pianto:
«Dormono le case, dorme la città,
Solo un orologio suona e fa tic tac;
Anche la formica si riposa ormai,
Ma tu sei la mamma e non dormi mai.»
Stringo i pugni e digrigno i denti con una tale rabbia da sentire in bocca il sapore del sangue.
Sento la sua voce, simile a una supplica, scavarmi nel cuore e nell’anima, e le mie ossa si spaccano come le mura attorno a me, mentre la sua mano sfiora la porta come se fosse quel bambino biondo che mai più accarezzerà.
Sento ancora la sua voce cantare come faceva con quel bambino ormai morto, sepolto in una stanza colma di vomito e piscio.
La sento singhiozzare amaramente. Sempre più dolorosa. Sempre più vicina, come il pianto che ci unisce. E la sua voce debole, che svanisce nell’aria cantando:
«Quando sarò grande comprerò per te
Tante cose belle come fai per me,
Chiudi gli occhi e sogna quello che non hai,
I tuoi sogni poi mi racconterai.»
La sua voce svanisce nell’aria come il velo di una sposa ormai morta che vola nel vento. Non resta altro che silenzio. Cemento attorno a noi, e gelo sulla pelle.
Sento soltanto il fruscio della sua mano contro al vetro. Il suo respiro che non sfiorerà mai più la mia pelle. E il suo carnale pianto ricordarmi che sta morendo.
Ecco, è Natale, e io e mia madre stiamo morendo.

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Bellissima intervista al qui presente, tenuta dalla redazione del portale “Insieme cambiamo Arzano”, in merito a “Zero”, antologia di racconti creata da 14 autori, sul tema forte delle dipendenze, ed edita dalla Damster edizioni.

Felicità,  amore, paura, colpa,  con la mente l’essere umano crea allo stesso tempo distrugge. Con le mani crea, con le stesse distrugge. I pensieri  spingono la materia nell’alto o verso il basso senza una via di salvezza. Da giù la spia del malessere si accende. “Zero” è un libro della Damster edizioni scritto da 14 autori che raccontano 20 storie su particolari dipendenze umane.

Alcune  diventano vere ossessioni con  stati modificati della percezione, altre finte abitudini pericolose: ti isoli dalla realtà ed entri in un mondo illusorio.  Ti convinci della forza del sintomo: lui forte occupa spazio, mentre tu debole arretri. L’uomo nel dedalo si lascia guidare da impressioni spesso contradditorie. Dalle dipendenze, prigione di uomini, nè potrai uscire? Si: la causa è da cercare in un labirinto della coscienza che ti guida allo spirito.

Il corpo soffre perché l’anima ha perso la sua dimensione. Questo stato necessita di sapienza nel cammino a ritroso verso la luce. Le emozioni disarmoniche sovrastano il solido e diventano stati insoliti. L’uscita? Ci sono le esperienze di ognuno: 20 vite illustrano la dura realtà in maniera cruda. Il libro tratta del disagio, la soluzione nessuno la troverà,  forse solo chi ha smarrito il filo conduttore.

Leggere il racconto è come incominciare un viaggiare dentro di noi, li al centro, in quell’angolo buio si troverà una lampada che solo il viandante potrà accendere. Uno dei 14 autori, Marco Peluso, ci spiega il progetto “Zero” e il significato delle dipendenza nei  racconti:

  • Per favore, ci spieghi di cosa tratta Zero.

Beh, Zero narra di dipendenze. Non tanto intese come un vizio, quanto come ciò che conduce una persona ad avere, appunto, una vera e propria dipendenza da un elemento esterno.

Non si tratta dunque del fumo, dell’alcool, di una qualche droga o del sesso. Questi sono vizi. Ciò che ci porta a utilizzare determinate cose, e dunque esserne dipendenti, è un qualcosa celato in noi. Qualcosa a volte di atavico. Magari una ferita, un trauma, una delusione.
Noi esseri umani non siamo fatti di compartimenti stagni come una nave. No, quando l’acqua entra in una stanza, essa invade l’intera nave. E se non si prendessero in tempo adeguate misure, presto la nave finirebbe a picco.

Questa è appunto una dipendenza. O meglio, l’origine di una dipendenza. Qualcosa che ha segnato la nostra vita, inquinandola con una menzogna. Una menzogna ridondante in noi, che ci porta appunto a seguire determinate cose nell’illusione di poter con esse far cessare tale menzogna. Mentre, per assurdo, seguendo quell’illusione finiamo sempre più per dipendere da essa, fortificando le menzogne che ci portano a inseguirla.

  • Perché parlare proprio di dipendenze?

A dire il vero tutto è nato come una specie di gioco.

Un’amica, Elisa Bellino, ideatrice assieme a me di Zero (come un’altra delle autrici, Maddalena Costa) nonché autrice, mi chiese di scrivere qualcosa a quattro mani.

Personalmente sono un solitario, sia nella vita che nella scrittura, ma conoscendo tale autrice (se pur alla sua prima esperienza) e apprezzandone lo stile, decisi di acconsentire alla sua richiesta.

Da qui il “Di cosa parliamo?”, e la sua risposta di voler parlare appunto di dipendenze.

Avendo io già pubblicato diversi romanzi con la Damster edizioni, proposi subito il progetto al mio editore, e convocai alcuni autori della stessa casa editrice

Ah, e perché proprio le dipendenze? Beh, sarebbe più opportuno dire, chi di noi non dipende da qualcosa?

Proprio questo uno dei motivi, almeno per quanto mi riguarda, che mi ha spinto a scrivere di dipendenze. Perché tutti lo siamo, ma pochi lo riconoscono.

Oggi più che mai si vive in una società dove l’apparenza è tutto. Ce lo dicono le pubblicità, no? In ogni angolo, in ogni dove, tutto ci urla “Devi essere un vincente. Devi piacere alla gente. Devi essere il migliore”.

Continua sul seguente link…

Progetto “Zero”, un libro che racconta 20 storie di dipendenze

 

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Recensione di Charlotte Lays, autrice Rizzoli, al mio romanzo The writer.

Non avevo mai letto niente di Peluso, ma dopo essermi immersa in “the Writer”, devo confermare l’idea che mi ero già fatta: come tutti i “poeti maledetti” sa il fatto suo.
E direi che questa è proprio la storia di uno di loro.
Chiunque ami mettere due parole nero su bianco e sogni di vedere la propria opera in libreria, non può non ritrovarsi in alcuni tratti di Covello.
Tante nottate perse in sogni, aspettative e fatica per raccontare storie.
 
Covello è tutto tranne che una persona equilibrata e di conseguenza non è un romanzo per stomaci deboli. Tutte le frustrazioni del protagonista sono talmente livide da sentirle in prima persona e lo sapete cosa vuol dire questo? Che questo romanzo è scritto dannatamente bene: scorrevole, fluido, brutale nella sua realtà.
 
Ciò che però mi ha stupito più di tutto è stato il sesso. Per quanto sia diretto e senza tanti giri di parole, mostra comunque un senso molto particolare di rispetto che fatico a descrivere. È consensuale ed è un altro tratto della vita del protagonista che non torna, nel senso che anche in questo senso viene sfruttato per i capricci altrui, così come gli capita nel lavoro e nella scrittura (e forse anche in famiglia).
 
Mi ci è voluto un po’ per riprendermi da questa lettura, ma non mancherò di prendere il coraggio a due mani e scoprire tutte le storie di Peluso.
CONSIGLIATO.
recensione

Tratto dal racconto “Tony è tuo fratello”, racconto presente nella raccolta “Che cazzo ci faccio qui?”. Antologia ancora inedita.

Le cortine della camera da letto erano quasi del tutto chiuse, e così quelle del soggiorno, nonché quelle della cucina.
Dio, se qualcuno da fuori avesse soffermato lo sguardo su quell’appartamento al primo piano di un palazzo ficcato in un fetido vicolo di Napoli, di certo avrebbe pensato che quella casa fosse abbandonata. E invece non lo era affatto!
No, lì in quel buco, in quello schifoso bilocale, Dino e Ivana vivevano ormai da più di un anno, trasferiti lì da quando avevano lasciato una casa in periferia, dato che il padrone di casa aveva loro aumentato l’affitto.
Certo, anche lì non è che stavano a gratis, ma almeno pagavano solo duecentottanta euro. Il meno che si potesse pagare per un appartamento. Anche se quello era più un cesso che un vero e proprio appartamento.
Le tubature dell’acqua non funzionavano quasi mai, e quando andavano, perdevano come la fica di una puttana.
Ivana era spesso costretta a ficcare sul pavimento degli stracci, così da assorbire le perdite proveniente da sotto al lavello della cucina o da qualsiasi sanitario nel bagno.
E non era il solo problema!
No, l’impianto elettrico faceva cagare. Infatti, almeno due volte al giorno la corrente saltava, e Dino doveva uscire di casa per sistemare il contatore nella cabina condominiale.
Cristo, una volta restarono persino due giorni senza luce, e un’altra volta rimasero un giorno senza acqua.
Ma erano abituati. O meglio, non potevano pretendere di meglio. Non avrebbero potuto trovare di meglio! Anzi, era già una fortuna che non fossero finiti per strada. E quel giorno entrambi se ne stavano in quel cesso di appartamento. Ivana in cucina, preparando una frittata di cipolle per pranzo, e Dino se ne stava in camera da letto, bevendo birra e leggendo un quotidiano.
Da quel che lesse due ragazzi avevano violentato una sedicenne fuori da una discoteca. O almeno era quello che aveva detto lei, dato che i due erano stati assolti, e la ragazza denunciata per procurato allarme. Mentre invece due Rumeni erano stati arrestati per aver violentato una donna per strada, anche se stranamente non ci stavano testimoni.
Tutto normale, insomma. Niente di nuovo in quella città. Stupri, rapine, omicidi, riciclaggio di denaro sporco, smaltimento di rifiuti tossici, e Marek Hamsik che intascava due milioni di euro all’anno solo per tirar calci a un pallone.
Dino chiuse il giornale. In fondo non gliene fotteva un cazzo di niente di quei crimini, né tanto meno del calcio. Anche se gli rodeva parecchio che qualcuno guadagnasse quanto lui non avrebbe mai visto in tutta la sua dannata vita. Tanto meno lavorando a nero come scaricatore di porto tre o quattro giorni alla settimana, a seconda dei bisogni del capo. E quel giorno il capo non l’aveva chiamato per andare a lavorare. E neanche il giorno prima, e quello prima ancora, e forse non l’avrebbe chiamato neanche il giorno dopo.
Chissà, forse avrebbe fatto bene ad andare da Hamsik a chiedergli un po’ di grana.
Sì, in fondo alla tele le star dello sport e del cinema mostrano sempre di essere delle persone sensibili e altruiste. Gente che dona centomila euro alla maratona di Telethon, e che adotta dieci o venti bambini Africani.
Sì, forse Hamsik avrebbe adottato anche Dino. Anche se lui la vedeva dura come cosa.
No, non era un piccolo moccioso dalla pelle nera, Dino. E non stava neanche crepando a causa di chissà quale male.
Stava solo morendo di povertà, né più né meno. E per quel male non avevano ancora creato maratone di solidarietà o pubblicità progresso.
Era solo, Dino. Non c’era nessun benefattore per lui. Nessun Robin Hood. Nessun Babbo Natale. Nessun Gesù Cristo.
Ci stava solo lui! Lui, e quell’altra povera disperata che se ne stava in cucina a preparargli il pranzo, dopo aver passato una mattina a pulire la casa di qualche ricca stronza.
Decise di alzarsi dal letto, Dino. Tanto, restar lì a fissare quel giornale non avrebbe convinto Hamsik ad aiutarlo, né tantomeno avrebbe risolto i suoi problemi economici.
Diede un sorso alla sua latta di birra da cinquantanove centesimi e andò verso la finestra. Poggiò la sua grossa e callosa mano contro la serranda chiusa, e dei piccoli filamenti di luce colpirono il suo volto accigliato.
Sfidò quei pallini di luce, avvicinando la testa alla serranda e sbirciando da quei fori.
Niente! Tutto sembrava tranquillo. Fuori da lì solo alcune auto parcheggiate. Cinesi che si affrettavano a scaricare un camion. Qualche pezzente che camminava per strada, e alcuni negri che parlavano fuori a un negozio all’ingrosso di roba etnica: o meglio, roba falsa spacciata come merce Africana.
Tirò un sospiro di sollievo, allontanandosi dalla finestra.
Forse anche oggi gli era andata bene!
Già, per tasse non pagate e altre cazzate come multe o bollette sui rifiuti, alcune brave persone gli davano la caccia. Gente socialmente utile. Bravi e nobili soldati del mondo civile, incaricati da chissà quale sovrano di riscuotere quanto dovuto da quel criminale di Dino.
Insomma, agenti di agenzie delle entrate. Poveracci che davano la caccia ad altri poveracci.
Sì, il mondo era una giungla, e Dino si trovava in fondo alla catena alimentare. E sapeva bene che sarebbe bastato abbassare la guardia per essere fottuto.
Dio, quelli ti si infilavano in casa con ogni scusa. Arrivavano alle ore più improbabili del giorno, citofonando o bussando alla porta. Trovando un qualsiasi modo per consegnarti una dannata raccomandata, così che il mondo venisse a conoscenza che tu eri lì, e che dovevi pagare. Che non eri morto né sparito nel nulla. Ma che avevi preso in mano la loro ingiunzione di pagamento, prendendo atto che se non avessi pagato entro sessanta giorni, qualcuno ti avrebbe pignorato in mobili, o magari violentato la moglie.
Beh, in fatto di mobili, quelli non avrebbero avuto un granché da pignorare. E in quanto a Ivana, non era ufficialmente la moglie di Dino, dato che era separata da uno stronzo che pensava solo ad ammassare soldi su soldi, senza neanche cagarla.
Per fortuna sua con Dino non ne aveva di quei problemi. No, lì in casa di soldi non ce n’erano. E se fossero venuti quelli dell’agenzia delle entrate, forse non avrebbero potuto far altro che scopare lei, e portare Dino in gabbia.
Ma come detto, quelli fuori non c’erano. Anche se erano solo le due del pomeriggio. La giornata era ancora lunga! Tutto poteva succedere.
Dino cercò di non pensarci. Diede un altro sorso alla sua birra e andò verso il comodino accanto al letto.
Aprì un cassetto. Un cassetto talmente decrepito che quasi cadde per terra.
Ci frugò dentro. Ci stavano le sue mutande, i suoi calzini, e sotto quella roba c’era una piccola busta gialla.
La tirò fuori e l’aprì. Dentro la busta ci stavano esattamente trecento sessantasei euro e ottanta centesimi. Tutto quello che avevano in casa! E tra cinque giorni avrebbe dovuto anche pagare l’affitto.
Sì, pagava poco, è vero, ma Mister Borrelli, il suo proprietario, era davvero un grandissimo figlio di puttana.
Quel porco aveva preso quelle case chissà in quale losco modo. Non le aveva di certo pagate un cazzo, ecco perché le affittava a poco e niente. Eppure, se solo qualcuno avesse tardato anche un solo giorno nel pagarlo, quel figlio di puttana gli avrebbe fatto saltare come minimo un dente.
Aveva gente per farlo! Le stesse persone che una volta, quando Dino pagò con quattro giorni di ritardo, gli spezzarono un dito e minacciarono di prendersela con Ivana.
Beh, da allora Dino pagò puntualmente ogni mese l’affitto a Mister Borrelli. E lo avrebbe fatto anche stavolta, anche se non sapeva come avrebbero fatto con quei pochi soldi in casa.
Cercò di non pensarci, rimettendo a posto la busta e allontanandosi dal letto.
Diede un altro sorso alla birra e scalzo, in mutande e canotta, raggiunse la porta e uscì da quella stanza.
Entrò in cucina. Ivana era ai fornelli. In piedi, con addosso un misero vestito bianco che però metteva in risalto le sue forme.
A Dino venne da sorridere. Sì, in fondo aveva sempre una bellissima donna accanto a lui. La più bella che si potesse desiderare! Ma nel fissare quella bella donna: la sua bella donna! Improvvisamente si sentì triste.
“Che cazzo ci fa con uno come me?” pensò, restando immobile sull’uscio della porta, bevendo la sua latta di birra e fissando lei in quella stanza illuminata solo da filamenti di luce provenienti dalle persiane chiuse.
Lei rigirò nuovamente la frittata, e poi la tirò via dalla padella, ficcandola in un vecchio e grosso piatto.
Si voltò di scatto con quel piatto in mano, e vedendo Dino lì fermo, balzò dallo spavento.
Ma in un secondo la sua espressione di terrore sfumò, lasciando spazio a un timido sorriso.
<< Mi hai fatto paura >> esclamò, sorridendo.
Dino abbozzò un sorriso, allontanandosi dalla porta e raggiungendola.
Le sorrise ancora e le diede una carezza.
<< Grazie per non essere andata via >> le disse, continuando ad accarezzare il suo viso.
Lei sbuffò, scuotendo le spalle e allontanandosi.
<< Non sarai di nuovo ubriaco? >> esclamò, andando verso un misero tavolo coperto da una tovaglia sgualcita, e poggiandoci sopra quel piatto.
Dino restò lì fermo a fissarla. Lei andò verso il frigo. L’aprì…
<< Cazzo! >> strepitò, guardando dentro a quel frigo.
Tirò fuori una bottiglia d’acqua e si girò verso Dino.
<< È saltata di nuovo la corrente >>
Dino ansimò, poggiando la latta ormai vuota sul tavolo.
Senza dire niente, si voltò e andò verso la porta della cucina. Uscì da lì, e camminando per un tinello pieno di mobili lerci, arrivò alla porta di casa.
Uscì dall’appartamento, avanzando in un pianerottolo dalle mura marce su cui stavano ficcate porte di legno senza alcuna targhetta su di esse.
Non ci fece caso. No, ormai conosceva bene quelle porte. Sapeva che in quel palazzo tutti erano anonimi, proprio come lui. E nessuno si sarebbe preso la briga di cercarli, se non qualche creditore o quelli dell’agenzia delle entrate.
Scese fino al pian terreno, arrivando in un androne altrettanto schifoso. Fissò le cassette della posta. Erano arrugginite. E i nomi lì sopra erano scritti a pennarello o su piccoli pezzi di cartone.
Lesse il suo nome. “Dino Coppola”. E leggendolo su una di quelle cassette, gli venne quasi in mente di cancellarlo.
Sì, tanto nessuno avrebbe mai messo in quella cassetta un biglietto di auguri o una qualsiasi buona notizia. Non avrebbe mai ricevuto alcuna comunicazione che lo invitasse a presentarsi da una notaio in giacca e cravatta per ritirare un’eredità miliardaria. Avrebbe ricevuto solo cartoline con su scritto “avviso di giacenza”. Prova che uno dei bravi gendarmi del mondo l’aveva cercato, e non trovandolo, aveva lasciato lì un pezzo di carta su cui in modo velato c’era scritto “Pezzente pezzo di merda, guarda che devi pagare!”.
Sì, dunque perché non farlo? Perché non strappare il suo nome da lì?
Beh, in fondo ci stavano sempre le bollette da pagare. E quelle doveva pagarle! Anche se cercava in ogni modo di risparmiare.
Così lasciò stare e continuò ad avanzare per quell’androne deserto, sorridendo, pensando a quando per davvero uno di quegli esattori si finse un notaio venuto da lui con una lettera di una vecchia e sconosciuta zia venuta a mancare.
Gli andò bene anche quella volta, però. Si barricò in casa, fingendo di non esserci, mentre da dietro la porta quel coglione continuava a urlare << Signor Coppola, la prego, apra la porta se è in casa. Sono qui per conto di sua zia Fernanda, venuta a mancare prematuramente due giorni fa. Sua zia Fernanda ha lasciato una lettera per lei! La prego, signor Coppola, apra la porta. È davvero importante! >>
Comunque fosse, quegli strozzini autorizzati non c’erano in giro. Così raggiunse la cabina dei contatori. Aprì una pesante e vecchia porta di legno. Qualche scarafaggio guizzò via nell’oscurità appena lui accese la luce. E dopo aver trafficato un po’ nel quadro elettrico, rischiando ogni volta di restarci secco, il suo contatore finalmente scattò, e lui si tolse da lì, tornando nel suo appartamento.
Quando entrò in casa Ivana era davanti la tavola, tagliando la frittata che aveva preparato come pranzo.
Aveva acceso anche la TV. Quella Dino gliela aveva lasciata. Non si era sentito di venderla, dato che Ivana amava starsene in cucina guardando fiction o programmi televisivi. O meglio, non aveva scelta!
Sì, di certo avrebbe amato fare altro. Che ne so, andare in giro, fare shopping, magari andare in vacanza. Ma non potendo fare niente di tutto ciò se ne stava lì in casa a fissare la Tv: la sua sola compagnia. La sola voce in quella casa.
Lei si voltò verso di lui, continuando a tagliare quella frittata e sistemandola in due piatti.
Dino abbozzò ancora un sorriso. Un tipo nella televisione scoppiò a ridere, urlando che Martino quel giorno avrebbe potuto vincere duecentomila euro in gettoni d’oro.
Dino avanzò verso la tavola, fissando quel tipo di nome Martino, e invidiandolo a morte.
Si mise a sedere davanti al tavolo. Ivana si mise a sedere accanto a lui.
<< Allora, ecco la domanda da duecentomila euro >> strepitò il tipo alla tele, guardando Dino, Ivana, e forse tutto il mondo.
Poi fece un sorriso verso il caro Martino, che se ne stava seduto dietro a una scrivania fatiscente, con delle cuffie in testa e sudando come un porco.
<< Qual è la capitale della Birmania? >> gli chiese il tipo. E tra il pubblico ci fu un grosso mormorio. Ivana fissò con attenzione quella scena. Clint Eastwood e Lee Van Cleef erano pronti a far fuoco in quel dannato mezzogiorno di fuoco.
Ma Martino estrasse per primo il suo ferro!
<< Naypyidaw >> esclamò, con tono solenne e sicuro.
Il suo amichetto nello schermo lo fissò con aria attonita. Il pubblico restò in silenzio. Ivana lo guardò con fare ansioso.
Poi ci fu un urlo di gioia! Il pubblico iniziò ad applaudire, acclamando il loro eroe che aveva appena vinto duecentomila euro in gettoni d’oro.
<< Bah, quello si che è fortunato! >> borbotto Ivana, afferrando il telecomando e puntandolo contro lo schermo.
Pigiò qualche tasto. Fasci di luce e voci indefinite passarono davanti a loro, finché Ivana non calmò la propria foga, posando sul tavolo il telecomando lasciando la parola a una allegra famiglia di negri.
Dino guardò quella famiglia. Strano, di negri ne vedeva molti in giro, ma nessuno sorrideva come loro. Anzi, erano incazzati neri, dato che sgobbavano tutto il giorno per quattro spiccioli.
Ma non era affar suo! Che sorridessero pure, pensò, iniziando a tagliuzzare la sua frittata.
Ivana fece lo stesso, chinando lo sguardo verso il suo piatto e tagliando delicatamente quella roba. Proprio come se fosse una dama dell’ottocento, e non un animale come Dino.
<< Cioè >> riprese, tagliando ancora quella roba << Tu vai lì, rispondi a qualche domanda, e ti porti a casa duecentomila euro come se niente fosse >>
Dino non aggiunse una parola. Si ficcò un pezzo di frittata in bocca. Lei fece altrettanto, e alzò lo sguardo verso di me.
<< Dico, ma tu la conoscevi la risposta? >> gli chiese, masticando la sua frittata.
Lui mandò giù un altro boccone.
<< No, non so neanche dove si trova la Birmania >> le rispose. E lei lo fissò ancora. Masticando, per poi tagliuzzare ancora la propria frittata e ficcandosi un altro pezzo in bocca.
<< Beh, io trovo che non sia giusto! >> aggiunse, ficcandosi in bocca altra merda e masticandola << Voglio dire >> riprese, indicando con la forchetta Dino << Tu ti ammazzi di lavoro al porto per trenta euro al giorno, e io ne guadagno altrettanto sgobbando per le case della gente. E uno come quello, solo perché conosce la capitale della Birmania, si becca duecentomila euro in un colpo solo >>
Dino ansimò, masticando altra frittata e guardando il vuoto innanzi a sé.
Poi si alzò dalla tavola. Raggiunse il frigo, seguito dallo sguardo di Ivana.
<< Tu non lo trovi ingiusto? >> ribadì Ivana.
Lui sospirò, tirando fuori dal frigo una latta di birra.
<< Tante cose sono ingiuste al mondo >> le rispose, stappando quella latta e andando a sedersi << Anzi, tutto è ingiusto al mondo, amore >>
Ivana lo fissò dritto negli occhi, masticando ancora il suo boccone. Uno dei negri lì alla tele, il capofamiglia, raccomandò a suo figlio Teo di usare precauzioni, ricordandogli che l’AIDS è una malattia che non perdona.
Il pubblicò applaudì. Teo abbracciò il suo paparino. Dino si ficcò in bocca l’ultimo pezzo di frittata, e Ivana afferrò con la forchetta un altro pezzo della sua.
Se lo portò alle labbra, ficcandoselo in bocca.
<< Un tempo non eri mica così >> gli disse, masticando lentamente quella roba.
Dino diede un sorso alla birra. Poi afferrò le sigarette dal tavolo e se ne ficcò una in bocca, accendendola.
<< Quando ti conobbi eri molto diverso! >> riprese << Sì, parlavi sempre di tutte le cose che avremmo fatto assieme. Di come il mondo è di chi ha il coraggio di prenderselo. Che avremmo fatto questo e quello >>
Sospirò, lasciando cadere le posate nel piatto e abbassando lo sguardo.
<< Sì, ti ricordi di quando mi dicesti che un giorno avremmo visto il tramonto sulla torre Eiffel? A volte mi sembra ieri! E invece… Invece è passata un’eternità >>
Dino non disse niente. Non sapeva che dire. Restò semplicemente lì fermo, bevendo la sua birra e fumando la sua sigaretta.
Ivana gli diede un’occhiata. Il suo sguardo di colpo si turbò, come se stesse guardando un mostro.
Sì, chi era quell’uomo? Era davvero l’uomo per il quale aveva lasciato suo marito? Era davvero l’uomo che sorrideva sempre e che le aveva fatto mille promesse?
Dio, tutto era cambiato così rapidamente, proprio come una città che di colpo viene travolta da una tempesta di sabbia.
Tutto era distrutto. Le loro vite erano distrutte. E Dino ormai non era più l’uomo che lei aveva amato alla follia.
No, era stanco e rassegnato. La sua pancia era cresciuta per colpa della birra. I denti erano diventati marci, e ormai non aveva neanche più la forza di guardarla, tanto si sentiva un fallito.
E aveva ragione! Sì, questo pensò Ivana, fissandolo con aria sgomentata. Lui era un fallito! Ecco cos’era. E lei stava gettando la vita appresso a lui. Sperando dentro di sé che prima o poi quell’uomo di cui si innamorò sarebbe tornato.
Ma lì quell’uomo non c’era più. C’era solo lei, in quella vita faticosa che le stringeva le tempie fin quasi a schiacciargliele.
Si alzò di scatto dalla tavola, afferrando il piatto e andando verso il lavello.

Presentazione del romanzo Viola come un livido.

Alcuni piccoli filmati della presentazione del romanzo Viola come un livido. Terzo classificato al concorso nazionale Eroxè Context 2014. Premiato al Buk festival di Modena 2015. Pubblicato dalla Damster edizioni in formato cartaceo e digitale.

 

 

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Recensione di Stefania Macor al romanzo Viola come un livido.

Scarno ed essenziale lo stile lascia che siano le parole a descrivere e a stimolare sensazioni e reazioni emotive, parole spesso dure come dure sono le situazioni descritte, senza nessuna mediazione. Apprezzo molto questa sincerità dell’autore, quest’assoluta mancanza di ipocrisia, ipocrisia frequente di questi tempi in cui l’obiettivo principale è far presa sul sentimentalismo stereotipato dei lettori. La storia è avvincente e fin dall’inizio fa venir voglia di continuare a leggerla: mi sono subito imbarcata anch’io per Senigallia curiosa di conoscere Alessandra/Violasan in un viaggio che è anche metafora di esplorazione e scoperta delle proprie aspettative ma anche per comprendere come possono incontrarsi le vite di due ‘disadattati’ che ridono del mondo, mettono a nudo se stessi e i loro istinti, le loro incertezze e le loro fragilità. Devo dire che il viaggio è stato interessante: una storia ben scritta di un incontro di amore e di sesso, sincera e senza pregiudizi, tenera e ironica nonostante lo sguardo disincantato e cinico sul mondo. Bellissimo ed emozionante il primo incontro: mi sembrava di essere lì e di riuscire a vedere da lontano i capelli di Alessandra scompigliati al vento di settembre…Capisco che quello che sto leggendo è un buon libro quando, nonostante la stanchezza, non vorrei mai chiuderlo ed è esattamente quello che mi è successo con questo libro. Un bel libro davvero.

 

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Recensione di Federica D’ascani al romanzo Viola come un livido.

Viola come un livido è la pelle di Alessandra. Viola come un livido è l’anima di Marco. Viola come un livido è l’impatto di due vite disagiate in un mondo normale, in continuo ed eterno movimento. Un livido ha, però, diverse sfumature, comprese in gradazioni sgradevoli, sovente, proprio a sottolineare il trauma da cui è derivato. Giallo ocra, come il colore dell’urina a bagnare le tavolette di quei bagni pubblici lordi di sozzura e squallore. Blu, come un’anima pestata da traumi infantili, dall’alcool, dal bisogno represso di un affetto mai concesso. Rosso, come una passione a stento contenuta, troppo potente affinché chi ne sia pervaso possa resistervi a lungo. Verde, come le distese sconfinate nelle quali ci si vorrebbe perdere dopo aver trovato e provato le brutture di una vita grama, costellata da insuccessi o semplicemente dovuta all’ineluttabilità di esser cresciuto in una città o in un contesto differente da quello che sarebbe stato congeniale alla propria genialità. Dal linguaggio tutt’altro che semplice, ostico e per alcuni versi veramente troppo pesante, Viola come un livido narra una breve parentesi della vita di due ragazzi fondamentalmente soli, conosciutisi in una chat, più timidi e introversi di quanto vorrebbero dare a vedere nonostante frequentatori di siti al limite del pornografico. Se da una parte vi è Marco, ragazzo allampanato, alcolizzato, affetto da frequenti malesseri, dovuti proprio alla sua forte fragilità psico emotiva, dall’altra vi è Violasan, o Alessandra, ragazza di una bellezza quasi eterea, dall’animo di difficile interpretazione, scossa da tristezze nascoste e sopite, che cerca nel sesso un modo per conoscere sé stessa e gli altri. Forse. Non c’è nulla di certo, nei caratteri descritti dall’autore, se non il forte senso di inadeguatezza che scuote le anime torbide dei suoi protagonisti. Come detto, il linguaggio appare troppo sovente molto pesante e, seppur rendendo perfettamente l’idea di totale e permeante tragicità, rende difficoltosa una lettura scorrevole. L’utilizzo reiterato di determinati termini non sempre ciò che il lettore vorrebbe trovarsi a leggere, forse perché immerso, in determinati momenti, in un aura di forte romanticismo. Si denota una sorta di freno, come se si avesse paura di provare determinati sentimenti e di esporsi al mondo per ciò che realmente si è e non per ciò che si vuole apparire. Solitamente la scurrilità, così intesa nell’accezione comune, denota una forte insicurezza e fragilità, una sorta di impossibilità cronica a mettere a parte il prossimo del proprio animo, forse per paura di non essere compresi, probabilmente per timore di venir giudicati. Un romanzo indubbiamente di spessore, forte e crudo, una storia d’amore, come giustamente evidenzia l’autore Marco Peluso, atipica. Non molto, comunque. La realtà del contesto sociale, purtroppo, è ben descritta e ravvisabile in molti luoghi d’Italia. Parliamoci chiaro, quella raccontata da Peluso non è il giusto e normale corse di come un amore dovrebbe sbocciare ed evolversi, non tanto peer il sentimento, che è inteso come mezzo di salvezza reciproca, quanto per la condizione sociale nella quale i personaggi stessi vengono a trovarsi. Alessandra e Marco devono fare i conti con i propri demoni e pochi giorni insieme offrono ossigeno, ma non salvezza. Indipendentemente dal linguaggio e dall’indubbio stile talentuoso di cui si rende protagonista Peluso, quasi si soffre per i personaggi da lui narrati, perché coscienti di una loro ineluttabilità futura. Triste, reale, forse troppo forte per molti stomaci deboli e avvezzi a letture più auliche, Viola come un livido è consigliato a chiunque voglia saggiare uno squarcio di realtà vissuta, reale, ma difficile da digerire. Di seguito il link, as usual… Ah, e ricordo che il romanzo in questione concorre per il contest “Eroxé, miglior romanzo erotico” indetto da Damster edizioni”.

 

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