La meravigliosa prefazione di Antonella Cilento, mia maestra, realizzata per “Macerie”: antologia di racconti di cui sono uno degli ideatori nonché autore.

In quanti modi si può cadere distrutti e risorgere?

E c’è, poi, sempre un modo per risorgere?

Macerie, antologia nata con intento benefico e che, mentre viene scritta e pubblicata, risente ancora dello sciame sismico che in Italia centrale non accenna a smettere, è una rassegna di crolli, intimi, relazionali, familiari, sociali.

Al centro di questo crollo in cui frammenti della nostra vita si ricompongono e rifrangono è l’io, persona verbale e punto di vista obbligato di questi racconti (con qualche rara eccezione), cui i protagonisti non riescono mai a sfuggire, nemmeno quando s’immagina o si attende la propria morte. Un delirio che sotterra, un terremoto fisico e esistenziale: perdere la persona che si ama, perdere la vita, la famiglia, la dignità, i soldi sono solo alcuni dei casi che Macerie profila. Spesso, proprio il fallimento delle relazioni dà il colpo di grazia a identità sospese e fragili.

È curioso che all’alba di un nuovo millennio questi racconti si muovano in un distretto psicologico di stampo così classicamente dostoevskiano, lo stesso praticato alla metà del secolo scorso da Tommaso Landolfi: è come se i personaggi immaginati abitassero tutti  case circondate da una guerra sedata e nascosta (come accade appunto nel landolfiano Racconto d’autunno) o in case pian piano divorate da invisibili invasori, come immagina invece in Casa occupata Julio Cortázar. Ma se i fantasmi dell’Italia post bellica e quelli del golpe argentino avevano nomi riconoscibili e armati, qui il disastro è implicito ed economico, non trova slanci fantastici, è appiattito sull’odierno, sull’istantaneo che erodono le certezze individuali, azzannano il codice della gioventù.

Così agli autori non resta, per ora, che cercare parole che vengono da Poe e cedono all’espressionismo o che si mescolano con sociologismi, con la cronaca: famiglie indebolite dalla ludopatia di un genitore (accade nelle pagine di Evangelista, in cui un padre è così disperato da rompere persino il salvadanaio dei figli), di fame e di nuove povertà, di malattie.

È triste pensare che queste macerie che sono l’Italia di oggi (e l’Europa tutta) erano annunciate in Musil o in Hamsun (in Fame, capolavoro danese di fine Ottocento, uno pseudo scrittore impoverito finisce con il mangiarsi un dito) e che il panorama disegnato all’inizio del secolo breve dalla letteratura si allarga solo per includere profughi e disperati, che fuggono da paesi dove la guerra è almeno tangibile e non praticata a colpi di leggi, marketing e banche.

L’effetto è di assistere a una gigantesca messinscena della paura di vivere (gli attacchi di panico non mancano, anzi sono forse un sotterraneo fil rouge dell’antologia) che forse resterà come unica traccia del tempo che viviamo in cui intere popolazioni restano chiuse nel cerchio stretto delle loro case, delle loro famiglie, delle loro piccole infelicità mentre con gli strumenti più tecnologici fingono di connettersi al mondo, avendo smarrito la connessione con l’arte, con la bellezza, con il rischio dell’incontro, del confronto, della vita.

Sì, forse su queste macerie bisognerà, fra diverse generazioni ormai, fondare un nuovo mondo, più coraggioso: ai personaggi di Macerie manca, ad esempio (e non solo a loro) il coraggio di fare rivoluzioni, di rompere gli schemi, di uscire da paure e vigliaccherie. Sono sedati, sonnambuli, rassegnati anche quando sono furiosi: la forza è stata loro sottratta, spesso insieme al lavoro ed è rimasta loro la paradossale capacità di sognarsi come super eroi, proiettati verso un successo o un equilibrio irraggiungibile.

La sedazione sociale cui siamo sottoposti (ben più sofisticata e decisamente meno poetica di quella che hanno immaginato per noi Orwell o Bradbury, più simile a quella di Philip Dick) è in fondo l’oggetto, forse involontario quindi tanto più temibile, di questi racconti, di ciò che oggi si legge, di quel che diciamo, vediamo e non facciamo.

Una grande insicurezza attraversa queste pagine: la precarietà esistenziale – e non solo precariato lavorativo – appare irrisolvibile: al lettore la speranza di rispecchiarsi e trovare risorse per una rinascita non occasionale, per una totale rifondazione che segua la contemplazione delle macerie che siamo diventati.

 

Antonella Cilento

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Tratto dal racconto “Metastasi”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

La stessa scena ripetuta ogni giorno. La mia illusione di avere qualche certezza. L’illusione che nulla mai potesse più toccarmi.
Non quella mano, almeno. Non quella mano che emanava un tremendo tanfo di sudore.
«Sei così dolce, piccola Lia».
Era il mio regalo di Natale. Quel regalo che non avrei mai più dimenticato. Quel regalo che non avrei mai potuto gettar via, ma che avrei tenuto per sempre nascosto, proprio come lui mi aveva sempre raccomandato di fare.
«Questo è il nostro piccolo gioco. Il nostro piccolo segreto» diceva, mentre terrorizzata, nel buio, non riuscivo a provare altro che angoscia, ansia e disgusto sentendo la sua mano sul mio viso. Quella sua mano che accarezzava il mio piccolo corpo, mentre sorridendomi continuava a dirmi «Non dirlo però alla mamma, o potrebbe ammalarsi e morire».
Sì, era quello il nostro patto segreto. Io lo sapevo. Lui lo sapeva.
Io non dovevo dire nulla. Dovevo gioire persino del suo regalo. Giocare con lui!
Già, era il nostro gioco, e quella che un tempo era la dimora di mille risate, la mia stanza piena di peluche e dalle pareti rosa, era di colpo diventata la cella dove tenere al sicuro quel segreto. Un mattatoio dove venivo fatta a pezzi. Notte dopo notte. Giorno dopo giorno. Attimo dopo attimo.
Cosa rimase di me, se non un corpo paralizzato, immobile su di un letto?

Tratto dal racconto “Macerie”, presente nell’antologia Macerie, cui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Eravamo solamente noi. Noi, in una roccaforte indistruttibile. Nel cuore del nostro mondo che pulsava con forza, irrorando di sangue la passione che ci univa.
In un piccola e lercia casa coronavamo il nostro amore. Noi, due folli. Noi, tutto ciò che il mondo aveva sempre sognato, senza mai poter raggiungere pienamente.
Di notte, le sue carezze mi portavano via dal mondo che ci avvolgeva, lasciato chiuso al di fuori di una finestra mai aperta.
Lei avrebbe mai desiderato aprirla, quella finestra?
Succede sempre. Qualcuno la apre sempre quella finestra. È una regola! Qualcuno deve aprirla, e qualcun altro deve essere gettato di sotto.
Dio, mi sembra ancora di percepire la sua voce, ancor più il suo sguardo, simile a tante locuste che si muovono velocemente sotto la mia pelle. Divorandomi. Mangiandomi vivo. Non lasciando altro di me che un corpo sanguinolento.
«Io non so più cosa voglio» mi disse. Ecco un’altra verità! Quella verità che deve giungere sempre. Quella verità che ti travolge, come tonnellate di sabbia e pietre che si scagliano contro di te, mentre un palazzo
crolla davanti ai tuoi occhi; la tua casa, il tuo castello, le tue certezze, la tua vita.
Era la mia vita che stava crollando, e lei lo sapeva.
Dio, quella sera facemmo l’amore per l’ultima volta. Nel mio letto. Dopo aver bevuto vino bianco. Sorridendo. Senza che io capissi come quel suo sorriso non fosse altro che l’anticipo di un omicidio. L’alibi per un imminente delitto.
Stringendomi, mi stava strappando la pelle di dosso. Le sue unghie raggiungevano le mie terminazioni nervose, scuotendole, strappandole via, facendo scuotere il mio corpo come fossi un palazzo devastato da un terremoto.
Mi stava distruggendo. Mi stava annientando.
Era un addio, io l’avevo capito, ma cieco, mi disperavo per tirare fuori dalle macerie quella vita ancora giovane. Un amore appena sbocciato. Forse non altro che un’illusione.
Salvai qualcosa? Salvai almeno una parte di me?
No, mentre stavo su di lei. In lei. Per lei. Non sentivo altro che freddo. Il gelo di un repentino inverno che ci aveva travolti.
Quella finzione ci avrebbe scaldato?
Ci stavamo uccidendo a vicenda, ecco cosa. Non altro che un duplice omicidio. Non altro che un suicidio di coppia.
Sarebbe rimasto qualcosa di noi?

Tratto dal racconto “Solamente il silenzio”, presente nell’antologia Macerie, vui ricavati saranno donati alle vittime di Amatrice.

Quella non era certo la vita che sognavo da piccolo. No di certo! Ma in fondo i sogni fatti da bambino non si realizzano mai. Mai e poi mai. È sempre così. Deve essere così.
Da bambino ti dicono che sei speciale. È una cantilena che rimbomba continuamente nella tua testa, come un’ossessione. E tu credi a quella dannata lamia. Ne fai il tuo karma. Cresci credendoti speciale, unico, capace di tutto.
Sei una star del cinema. Un musicista famoso. Un calciatore miliardario. Uno scrittore di successo.
Sei Dio, ecco cosa. Sei tutto quanto desiderato da mamma e papà, ma da loro mai realizzato. Sei il tuo ero preferito. Sei Batman. Sei Superman. Sei Gesù Cristo.
Infine, cosa rimane di quei sogni? Nient’altro che un neon. Uno schifoso e polveroso neon che appena riusciva appena a illuminare una lercia stanza. La mia gabbia. Il mio inferno. La mia vita: quel sogno mai realizzato.
Lo fissavo da ore. O forse erano solamente minuti.
Era dunque quella la vita che sognavo da bambino?
Diedi ancora un sorso al mio bicchiere di whisky. Quella merda da pochi soldi comprata in un altrettanto schifoso negozio tenuto da un pakistano.
Lui aveva realizzato i suoi sogni?
Di certo se la passava meglio di me. Questo è sicuro.
Ciò mi fece sorridere. Sì, un sorriso amaro solcò il mio viso. Simile a quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in gabbia, e ora non se ne importa di niente, neanche di star per morire.
Guardai ancora quel neon. Poi abbassai lo sguardo, finendo in un sorso ciò che rimaneva nel bicchiere.
Dove mi trovavo? Cosa ne era stato della mia vita?
Alzandomi da un materasso lercio e privo di lenzuola e guardando attorno a me in quella decrepita stanza da letto, non vidi nulla se non un volto tremulo e invecchiato di mille anni. Un volto triste, spento, morto.
Era il mio volto, ecco cos’era. Il mio volto, specchio di quell’impero crollato. Quel mondo fatto di macerie, polvere, bottiglie sparse ovunque e mura ingiallite dal troppo fumo.
Non erano rimaste che macerie della mia vita, e fissandole, schiacciato da esse, non avevo più la forza di rialzarmi.
Ma ne avevo la voglia?
Ecco un altro sorriso, simile a una pugnalata al cuore. Simile a una mano che ti soffoca.
In fondo a che sarebbe servito provarci? A che sarebbe servito sperare?
A niente, ecco a cosa! La speranza di farcela mi avrebbe martoriato solamente. Mi avrebbe illuso, ecco cosa! E quell’illusione mi avrebbe costretto a soffrire ancora, proprio come un malato di cancro che si sottopone a mille chemio illudendosi di poter guarire.
Le metastasi che si muovevano in me si sarebbero mai calcificate?
No, da mesi e mesi ormai mi divoravano. Avevano invaso il mio intero organismo. Avevano divorato tutto. Di me non restava che un mucchio di carne decomposta.
Dunque meglio non provarci nemmeno, pensai, alzandomi dal letto; avanzando a passo lento in quella schifosa stanza, come se stessi seguendo un corteo funebre. Forse il mio stesso funerale. Non altro che una marcia funebre in un cimitero colmo di bottiglie vuote al posto delle lapidi, e incolmabili rimpianti che echeggiavano ovunque come spettri dannati.
Erano il mio volto, e lo sapevo. Era la mia vita, e lo sapevo.
La lasciai lì. Togliendomi da quella stanza. Uscendo da quella mia tomba pronto a raggiungere un’altra
tomba. Un’altra condanna ancora.
Uscii nel pianerottolo di quel decrepito

Tratto dal racconto “La maestrina di religione”. Racconto partecipante all’Oxè Awards 2015.

Anna era una bambina poco vivace ma sempre allegra. Aveva nove anni, e una voglia di apprendere fuori dal comune. Piccola e magra com’era inghiottiva di tutto, immagazzinava ogni nozione in quella testolina tonda avvolta dai lunghi boccoli biondi. Quando un adulto le diceva qualcosa lei lo ascoltava non perché doveva farlo, non per noia, ma con una vorace voglia di imparare, o meglio… di conoscere! E metteva persino in discussione le cose che ascoltava. Faceva domande, si chiedeva il perché delle cose. Era interessata alla vita, al mondo e all’uomo. Insomma, l’opposto di suo padre! Un cinico ubriacone a cui non fotteva un cazzo di niente, neanche di campare.
La madre di Anna lo aveva mandato a fare in culo a quell’ubriacone quando Anna aveva solo cinque anni. Lei era maledettamente attaccata al padre, molto di meno alla madre, una paesana scema ma dal bel culo. Una stronza provinciale che si dava mille arie, ma che in fondo beveva anche lei, ma solo per noia! Non come il padre di Anna. Non come Marco, che aveva chiuso i conti con il mondo. Anzi, la troia nel mondo ci sguazzava eccome! Pensava solo a sguazzarci dentro, e proprio per questo, se bene non avesse un soldo, ebbe in affidamento Anna. Perché si fece sguazzare dentro da un ricco proprietario di un’azienda alimentare! Così si ritrovò la grana per mantenere Anna, anche se a lei di Anna non fotteva un cazzo. Ma era comunque uno sfregio nei confronti di quello stronzo di Marco.
Cazzo, il coglione con cui si era messa era brutto come la morte, e sapeva che lei, Concetta, era pazza e puttana, ma gli andava bene! Lo stronzo pensava che non avrebbe mai trovato una fica migliore brutto com’era, se non a pagamento. Così per evitare di pagare una puttana ogni sera investì in quella troia ubriaca e sempre pronta a cornificarlo, ma che le costava meno di una puttana al giorno, e faceva molte cose di più; baciava, lo succhiava senza guanto, dava anche il culo, e se aveva voglia puliva anche casa, o altrimenti pagava una badante per farlo.
A conti fatti era un buono affare! Ci sapeva fare il tipo con i soldi. A pensarci, una botta a una di strada stava sui trenta euro, fate dunque trenta pezzi per trentuno giorni e avrete novecentotrenta pezzi al mese da sborsare, e questo per una sola scopata al giorno, con il guanto sul cazzo, e di dieci minuti… se ti va bene!
Mica era scemo il tipo, e neanche lei era scema. Così la famiglia modello faceva ciò che cazzo gli pareva, mentre Anna vedeva il suo papà qualche volta alla settimana.
A quella troia non fotteva mica di Anna, ma averla era un senso di vittoria nei confronti del suo ex marito, e poi gli scuciva qualche soldo per gli alimenti, anche se non ne aveva bisogno, ma qualche soldo in più di certo non faceva male.
Quel giorno, come ogni giorno, la piccola Anna stava a scuola e sentiva con attenzione la lezione. Era l’ora di religione, e lei ascoltava con attenzione la maestra. Quando Anna viveva ancora con il suo papà, quella tipa vestita da brava maestra era una loro vicina di casa. Una porca sui quaranta con il culo grosso ma ancora sodo, le cosce belle e le labbra capaci di succhiare le cromature di un pomello. Era sempre curata e profumata, indossava gonne corte e tacchi alti. Era la tipica cagna provinciale che si atteggia a troia di classe, ma di classe non ne aveva! Ondeggiava quel culo senza stile, come una battona dei film casarecci anni ottanta. Insegnava la buona novella ai bimbi dell’elementari, e non contenta, anche al catechismo.
Era una puttana che si atteggiava a Santa! Figlia di una famiglia stimata in paese. E anche lei era stimata, al punto che accalappiò un avvocato del posto. Se lo sposò, al tipo, e Marco, il padre di Anna, spesso la immagina a pecora, a farsi sbattere dentro a quel suo culone il piccolo cazzo del suo caro avvocato.
Già, aveva proprio una faccia da fesso quel frocio di un avvocato! Alla fine infatti si lasciarono, dopo aver sfornato una marmocchia simile a una scimmia. Forse lei non ce la faceva più a farsi sbattere da quel cazzo moscio, o forse no. Chissà! Comunque fosse, lei andò via e lui restò dov’era.
Marco non sapeva chi dei due avesse messo le corna all’altro, ma di sicuro ci stava di mezzo la fica e il cazzo in quella tragedia.
Così la Santa vestita da porca era diventata forse un’adultera, e di certo divorziata. E il matrimonio era cosa Sacra agli occhi di Dio! Mentre a Marco, invece, fotteva ben poco del matrimonio e di Dio. Gli dispiaceva solo di aver perso una troia davanti alla quale tirarsi qualche sega, e ovviamente di non vedere più tutti i giorni la piccola Anna.
Ridevano sempre insieme. Lui gli raccontava storie, inventavano giochi, si travestivano da personaggi fantasiosi e viaggiavano in mondi fantasiosi. Mentre a casa con la madre, Anna poteva solo guardare la televisione e giocare con i videogiochi, non altro!
Così Anna anche in quel momento sognava storie, viaggiava in mondi lontani! Si trovava in Palestina e vedeva quel capellone chiamato Gesù parlare di amore, di pace, di libertà. Di certo gli piaceva quel tipo, sarebbe piaciuto anche a Marco, lui le aveva insegnato a non dare retta al pregiudizio e le aveva detto che il mondo ne era bello che pieno.
La maestra porca che rispondeva al nome di Laura (oltre che di puttana e Santa), raccontava la parabola del tipo ricco che voleva andare a fare il fricchettone con Cristo, ma quando lui gli disse di lasciare tutti i soldi che aveva, e persino la carta di credito del padre, quel tipo ci rimase al quanto male.
Lui stava lì per divertirsi, fare cose interessanti, bere vino e parlare con la gente, e magari diventare anche Santo, o rimediare anche un bel po’ di fica calda. Quel Gesù invece faceva sul serio, porco Dio! Non faceva il fricchettone, davvero stava con i pazzi e i sub normali, lui. Davvero non aveva una lira e puzzava come la merda.
Così il tipo ben vestito prese il suo culo pieno di grana e fece retromarce verso la casa di papino.
Si diceva che per strada si fece fare anche un lavoretto di bocca a pagamento, ma questo non era mai stato accertato.
I tipi che seguivano quel Gesù rimasero a bocca aperta. Quello aveva i soldi e amici importanti! Poteva servire alla causa.
“Ehi, Gesù, per Cristo! Ma che hai nella zucca?” disse uno di loro facendosi avanti “Quello aveva la grana e pure i contatti giusti, poteva farci veramente comodo”.
Il capellone invece si mise a sospirare, aveva la faccia di chi pensava che quei coglioni mica avevano capito che lui non voleva fare la rivoluzione, né candidarsi alle prossime elezioni.
Comunque mantenne la sua solita calma.
“Cristo Santo, fratello” fece Cristo “Nessuno che ha i soldi può farsela con i poveri, e il regno di Dio è dei poveri. Dunque le due cose non cozzano, comprendi?”.
Nessuno sembrava aver capito un cazzo di quanto detto dal capellone (e infatti fece una brutta fine), ma Anna sembrava aver capito. Sentiva le parole dette da quella puttana lì seduta davanti a lei dietro a una cattedra, con le cosce accavallate. Sentiva le parole e vedeva le immagini davanti a lei, e rifletteva su ciò che stava succedendo in quel luogo che esisteva solo nel suo cervellino.
Così sgranò i suoi dolci occhi e fissò quella porca da dietro la cattedra, che continuava a parlare di Cristo e dei poveri, ma con la sua bella croce d’oro al collo profumato.
Anna alzò la manina. La maestra la guardò, sorridendo proprio da brava catechista.
“Maestra, ma allora Gesù stava dalla parte dei poveri?” chiese Anna, in mezzo a quella folla di piccoli tonni “Insomma, un poco come Gandhi (Marco gli aveva parlato di quel tipo mezzo pazzo di nome Gandhi)”.
“Non proprio, piccola Anna” rispose la porca “Gandhi non era cristiano!”.
Anna stette un secondo a pensarci, poi lanciò la sua.
“Sì, ma era povero” disse la piccola “E quel Gesù se la faceva solo con i poveri come lui, dico bene”.
La troia della maestra sorrise ancora, anche se forse avrebbe voluto prendere a calci la testolina di Anna.
“Tesorino, che dolce che sei” riprese la troia religiosa “Si, è vero, Gesù amava i poveri! Ma Gandhi non era cristiano”.
“Neanche il centurione lo era, maestra?” chiese Anna alla puttana.
Lei scosse le spalle.
“No, tesoro mio, ma poi si convertì e fu salvo” rispose la puttana ad Anna.
“E diventò povero?”.
“Penso di sì. Lo hai sentito Gesù, no? I ricchi non entrano nel regno di Dio”.
Anna stette un attimo in silenzio. Poi, fissandola, la sparò davvero grossa!
“Lei non è povera, maestra. Allora non andrà in paradiso?” fece Anna alla puttana, mentre attorno i tonni in grembiulino si ficcavano le dita nel naso.
La faccia da puttana di quella cagna diventò tra il rosso e il violaceo. Avrebbe strozzato quella bambina con le sue mani se solo fosse stata da sola, e non avrebbe rischiato la galera.
Gli altri mocciosi pensavano a fare disegnini, tirarsi palline di carta, o solo scaccolarsi. Mentre lì ci stava un tenzone, e nessuno se ne accorgeva.
La risposta fu celere! La porca maestra cacciò Anna dalla classe. La piccola uscì di lì piangendo. Si mise a sedere per terra, fuori la porta, piangendo, mentre la brava maestra spalancò le cosce turbando l’inconscio di bambini che sarebbero diventati possenti segaioli, continuando a sparare la sua versione dei fatti su Gesù e tutto il resto. Anna piangeva e pensava che aveva ragione, che quella troia diceva balle, che non era come diceva lei. Cazzo, aveva un cervello che ragionava quella marmocchia, proprio per questo si trovava in castigo a piangere da sola. Giorno dopo giorno, crescendo, imparando che la vita non era per niente giusta e che le cose se dette così com’erano causavano in chi le diceva tanti cazzi in culo.
Ma Anna non sapeva vivere altrimenti ,e anche Marco. Concetta, Laura, l’avvocato, l’imprenditore e il ricco con la carta di credito del padre, non sapevano fare l’opposto, invece.
Finita la lezione su come diventare banchieri, avvocati, dottori, politici o star del cinema, i bambini restarono in classe attendendo il cambio della guardia, e la maestra uscì incazzata, andando verso Anna.
Era la resa dei conti, e lei rideva, mentre Anna piangeva.
“Vieni con me, signorina” disse la troia “Ora imparerai a rispettare gli adulti”.
La prese per un braccio e la tirò con forza. Quasi glielo strappò quel braccino piccolo e magro, e magari se fosse stato lì il padre le avrebbe strappato la fica a quella puttana in minigonna. Ma lui non ci stava! E non ci stava manco la madre: lei stava a casa a bere e a farsi sbattere dal giardiniere. Mentre Marco stava in chissà quale cesso a ubriacarsi.
Anna era sola, trascinata con forza da quella puttana nella stanza della direttrice. Piangeva, Anna, e sapeva solo che non aveva fatto niente. Aveva solo detto la verità!
Arrivata a destinazione la brava maestra bussò alla porta del direttore, e una voce angelica, delicata, da checca, le disse di accomodarsi.
Entrò lì dentro trascinando Anna per il braccio. Anna si guardò attorno sbalordita. Guardò quella stanza piena di oggetti d’oro, e dalle mura di marmo bianco. E ancora poltrone di pelle nera e tappeti rossi, tavolini di vetro e una scrivania di mogano.
A quella scrivania stava seduto un uomo vestito di bianco e con in testa una corona di alloro. Sembrava quel Giulio Cesare che si era immaginato mentre la maestra di storia parlava dell’impero Romano, e forse era a lui per davvero.
La puttana baciò la mano di Giulio Cesare, Giulio le guardò le mutandine in bella vista da sotto la gonna. Poi la cagna mise con forza Anna a sedere su un enorme poltrona di pelle nera: i piedi non toccavano neanche terra, dondolavano impauriti, mentre lei si asciugava le lacrime.
Anna fissava quell’uomo dalla pelle bianca e vecchia che la guardava con un’aria da finto buono. Le ricordava il parroco del paese, quell’essere che il padre odiava tanto.
Una volta quel parroco cacciò via un barbone dalla chiesa perché puzzava di merda e di vino. Le vecchiette in prima fila lo applaudirono e continuarono a guardare lo spettacolo della Santa messa. Avevano fatto il biglietto, loro.
Anna non aveva mai dimenticato quella scena, e fu allora che comprese che la gente diceva di essere buona, ma se ne sbatteva altamente le palle degli altri.
Era piccola, e nonostante il sorriso accogliente e dolce del tipo, lei sapeva che quell’uomo non era buono. Ma lo era per il mondo! Come la maestra, come il prete.
Giulio Cesare le offrì delle caramelle, ma lei non le prese.
Lui smise di sorridere.
“Capisco!” disse “Ma se non mangi le caramelle finirai in manicomio” le disse con la faccia seria.
Poi si rivolse alla puttana.
“Mi dica cosa ha fatto?” le chiese.
“Ha osato dire che non andrò in paradiso perché non sono povera” fece la troia tutta incazzata.
Giulio guardò Anna. Anna ricambio lo sguardo, fissando quel porco. Fissandolo con ancora le lacrime agli occhi.
“Non l’ho detto io, ma Gesù. Sta scritto!” disse Anna con voce decisa, ma si beccò un bello schiaffone dalla maestra, proprio dietro la testa.
Anna riprese a piangere, e Cesare a sorridere.
“Su su, signorina Laura” fece Cesare alla puttana “Non è questo il modo”.
Poi prese a guardare Anna, continuando a sorridere con quel suo sorriso di merda.
“Anna cara” fece lo stronzo “Ci sono tante cose scritte, ma vanno interpretate. Lo capisci, vero? La maestra è qui per insegnarti a farlo!”.
Anna smise un attimo di singhiozzare. Lo guardò con lo stesso sguardo da figlio di Demonio di suo padre; uno sguardo della consistenza della pietra nuda.
“Ma se lo ha mandato a casa con una mano davanti e una dietro a quello” fece Anna fissando lo stronzo “E solo perché aveva la grana e non voleva darla ai poveri. Ma per favore, risparmiatemi queste cazzate. Non sono mica una scema!”.
“Ma allora vuoi dire che neanche io andrò in paradiso?” riprese Giulio.
Anna si guardò attorno. Poi guardò lo stronzo di Giulio.
“Credo proprio di no!” esclamò la piccola “E se ci sta un paradiso, e se voi ci andrete, beh, allora non voglio andarci io!”.
La porca e il Santo capo Romano si fissarono attoniti. Anna restò con le braccia conserte e il muso duro. Non voleva piegarsi a loro! Ci aveva ragionato sulla faccenda, e sapeva di aver ragione. Non voleva darla vinta a quei due solo per tornare in classe e aver un buon voto; sarebbe invecchiata su quella sedia se fosse stato necessario! E lo stava facendo.
Cesare fece un cenno alla maestra che uscì sbattendo tacchi e culo fuori dalla stanza regale. Cesare sospirò, guardando Anna e giocherellando con le mani. Fece un fischio, un nano gli portò il telefono; un nano vestito da gatto.
“Ti piace il mio gattino, piccola Anna?” le chiese Cesare, mentre il nano gli faceva le fusa.
“Non è un gatto” disse Anna “Ma un nano con un costume da idiota”.
“Non ti sfugge niente, piccolina” disse il vecchio Cesare, componendo un numero al telefono.
Chiamò la madre di Anna, ma non rispose nessuno. Era troppo presa a farsi sbattere dal giardiniere per rispondere. Poi riprovò chiamando il padre, ma rispose qualcuno che non sembrava di certo lui.
Quando riagganciò era contento come una pasqua.
“Sta arrivando tuo padre, piccolina” fece il vecchio, tutto contento. Anna sorrise
“Adesso sono veramente cazzi vostri!” disse al vecchio, che smise di ridere.

Tratto dal racconto “Cazzo rosso”.

La tipa gli poggiò le mani sul petto pieno di peli bianchi. Prese a saltare più forte sul vecchio cazzo del tipo, e il tipo prese a godere più forte. Sentiva il cazzo risucchiato da un vortice. Sentiva dei tamburi suonargli sul cazzo. E godeva! Godeva mentre la troia gli saltava sul cazzo, fino a dargli un ultimo colpo di culo, restando lì immobile con il cazzo del tipo dentro la fica… fino alle palle.
Il cazzo prese a sborrare dentro al preservativo rosso. Lei finse di godere lanciando in aria un enorme gemito. Il tipo strinse forte le chiappe della tipa, digrignò i denti e strinse gli occhi. Fece una smorfia, e lasciò il culo della tipa, facendo cadere di colpo le sue mani curate su quel cazzo di letto dalle lenzuola bianche.
La tipa si appoggiò al suo petto, a occhi chiusi, sorridendo. Gli diede una piccola carezza, tenendo ancora il cazzo del tipo dentro.
“Amole, che bello” disse “Tu avele plopio bel uccello”.
Il tipo non rispose. La Cinesina sorrise, e aprì gli occhi guardando il tipo sotto di lei.Spalancò i suoi piccoli occhi a mandorla e la sua bocca da pompinara. Si alzò di colpo dal tipo, sfilandosi il cazzo dalla fica. Il cazzo cadde di lato, poggiandosi sulla gamba destra del tipo, e la tipa prese a pulirsi freneticamente la fica con delle salviette imbevute, mentre il tipo continuava a starsene a letto, immobile, morto! E con il preservativo rosso pieno di sborra, lì attorno al suo cazzo ormai morto.
La Cinesina prese a pulirsi velocemente la fica e il culo. Andò nel cesso e si mise a sedere sul bidet, lavandosi la topina. Poi si alzò e si vestì velocemente. Tornò nella stanza, ma niente! Il tipo stava sempre lì morto, con il preservativo rosso attorno al cazzo.
Lei si guardò attorno, con le mani ficcate contro la sua piccola testolina. Faceva avanti e indietro con la testa, freneticamente. Non sapeva cosa fare. Non sapeva dove andare. E quel tipo continuava a starsene lì, fermo, morto, mentre fuori la gente si dava da fare a comprare i regali per il dolce natale.
Sì, fuori tutto andava bene, tutto era perfetto. Gruppi e gruppi di giovani si davano da fare per salvare la Palestina, se pur lontani dal Medio Oriente, lì nei loro bei vestiti profumati. Fuori la gente metteva i soldi da parte per potersi comprare un nuovo televisore, e gioire per la vittoria del Napoli in qualche cazzo di merdosa partita di calcio. Nel mondo Marciano era a stento ricordato, e Tyson visto come il miglior pugile della storia. Nel mondo Ligabue guadagnava decine di milioni di euro l’anno, mentre il più della brava gente non aveva mai sentito un solo pezzo di Bach o di Mozart. Fuori il mondo era frenetico, era arrogante, era famelico. Fuori, nel mondo, la gente voleva vincere il premio nobel per la pace, il titolo di miss Italia, la coppa del mondo ai mondiali. Fuori, nel mondo, la gente si dava un gran da fare per lasciare il proprio nome nella storia, mentre la tipa stava lì, a fissare quel cazzo di morto con il cazzo morto e moscio, senza sapere come cazzo uscirsene da quella cazzo di storia del cazzo.
Poi la troia si fermò. Tolse le mani dalla sua piccola testa da porcellina, e si avvicinò lentamente al letto, fissando il tipo morto.
Cominciò a prenderlo velocemente a schiaffi e a pugni sulla pancia.
“Figlio di puttana! Lulido bastaldo. Tu essele blutto flocio del cazzo! Tu è tuo stlonzo di cazzo vecchio” strillò.
Poi la troia smise di colpirlo. Sbuffò, e si mise a sedere accanto al morto, rimettendosi la sua piccola testa da troia Orientale tra le sue piccole mani.
Guardò di nuovo il morto, poi guardo il vuoto, e poi ancora il morto. Infine guardò il telefono ficcato su di un comodino, assieme ad una piccola bottiglia d’acqua, dell’olio per la pelle e una mutandina di pizzo rosso. Si alzò, andò verso il telefono e lo afferrò, ficcandoselo all’orecchia. Fece un numero, e prese ad attendere, tamburellando con il suo piccolo piedino scalzo. Poi qualcuno dall’altra parte di quel cazzo di coso prese a rispondere. Lei prese a parlare in Cinese, agitandosi come una pazza.
“布魯斯他媽的快點,我這裡有一個問題。不,不,我沒有在貓暨再次,糟了!一個混蛋破解而跳躍公雞。早些來,我不知道該怎麼辦。看 您的到來。如果你幫我,我發誓我會做你的屁股, 他的陰莖上沒有手套 (Bruce, cazzo, fai presto che qui ho un problema. No no, non mi hanno sborrato di nuovo nella passera, peggio! Uno stronzo è crepato mentre gli saltavo sul cazzo. Vieni presto che non so che fare. E vedi di fare presto. Se mi aiuti ti giuro che ti do anche il culo, e senza guanto sul cazzo)“.
La tipa riagganciò. Si mise a sedere su di una sedia piena di vestiti, fissando quel cazzo di morto, aspettando che venisse Bruce a darle una mano, in cambio del suo culo. Poi si alzò, andò verso il letto. Si abbassò e prese il portafoglio del tipo dai suoi calzoni bianchi. Prese quanto ci stava dentro; tremila pezzi. E poi rimise il portafoglio a posto. Ficcò i soldi sotto una mattonella, dentro una cassetta con altri soldi. Poi chiuse tutto e si rimise a sedere sulla sedia piena di vestiti, aspettando il caro Bruce; con il culo per il caro Bruce poggiato su quella cazzo di sedia.
Bruce venne! Bussò alla porta, per aiutare la piccola troia, e poi venire nel suo culo tondo e sodo. La troia aprì la porta di colpo. Bruce entrò. Bruce guardò il morto, e prese ad agitarsi come un pazzo.
“沒有一個該死的愚蠢的婊子的大腦。但我說,那是一個古老的脂肪,你他媽的做什麼後搭在你的陰戶,甚至跳舞莎莎的期望嗎?操,你是 一個陰戶的殺手日元。你做一個真正的混亂公雞 (Yen, sei un cazzo di stupida troia senza cervella. Ma dico, quello era un vecchio lardoso, che cazzo ti aspettavi che dopo un giro nella tua passera magari ballasse anche la salsa? Cazzo, hai una fica assassina, Yen. Hai combinato un vero casino del cazzo!)”.
“基督啊!布魯斯沒給你打電話拍攝狗屎。你想這不是我他媽的屁股? 然後移動你的瘦小的屁股,給我一隻手來解決我他媽的一團糟 (O Cristo! Bruce, non ti ho chiamato per sparare cazzate. Lo vuoi o no il mio fottuto culo? Allora vedi di muovere il tuo magro culetto e di dammi una mano a risolvere sto cazzo di casino)”.
Bruce non rispose. Bruce voleva di certo il culo della piccola Yen, ma non sapeva di certo come farla uscire da quel cazzo di casino. Poi si guardò attorno e vide dei grossi sacchi dell’immondizia. Andò di colpo contro quei cosi, spingendo il suo piccolo e magro corpo in quella lurida stanza da puttana.
La puttana, Yen, restò lì fermo a guardarlo. Bruce prese i sacchi e si avvicinò a quel cazzo di morto. Guardò Yen.
“基督!您也可以來,把我的手,因為你做了這個爛攤子 (Cristo! Potresti anche venire a darmi una mano visto che hai combinato tu sto casino)” disse. Yen lo guardò, avvicinandosi a lui che cominciò ad avvolgere il vecchio bastardo in quei cazzo di sacchi neri dell’immondizia.
“你他媽的是豬做? (Che cazzo di un Dio porco vuoi fare?)” fece Yen.
“你他媽的你以為我在做什麼?我他媽的你解決你的問題。你的意思是把它拿出這樣的嗎? (Che cazzo ti sembra sto facendo? Ti sto aiutando a risolvere il tuo fottuto problema. Vuoi forse portarlo fuori così?)”.
“他出去嗎? (Portarlo fuori?)”.
“哦,不,莫也許我會繼續在國內和等待聖誕節把它當作一棵樹。也許 我什至可以閒逛的球和小燈泡,有你的禮物 (O no, mo magari te lo tieni qui in casa e attendi il natale per usarlo come albero. Magari ci ficchi attorno anche le palline e le luci, e ci piazzi sotto i regali)”.
“你他媽的,布魯斯 (Vaffanculo Bruce)” fece Yen.
“在你的屁股後面我會做到這一點。現在母狗,給我一個手 (Lo farò dopo nel tuo di culo. Ora avanti, stronza, dammi una mano)” disse Bruce, passandole alcune di quelle buste d’immondizia.
Yen sbuffò, e non disse altro. Diede una mano a Bruce a impacchettare il tipo. E lo impacchettarono completamente. Il tipo morto ora era un grosso rifiuto ficcato dentro una decina di buste della mondezza.
Bruce raccolse poi i vestiti del tipo da terra. Prese il portafoglio e ci guardò dentro.
“但是,這裡有一個一分錢 (Ma qui non ci sta una lira)” disse “真相骯髒的婊子,你他媽的一切嗎? (Di la verità lurida troia, ti sei fottuto tutto tu?)”.
“媽的,我知道布魯斯 (Cazzo ne so io, Bruce)” fece Yen “你認為我開始思考一個死人在家裡的糧食嗎?下一個骯髒的混蛋,怎麼辦? (Ti pare che mi mettevo a pensare alla grana con un tipo morto in casa? Avanti lurido stronzo, ora che si fa?)”.
“這是否走出去,把一塊狗屎,我在我的車,在一些胡同他媽的和卸載 (Si fa che usciamo e carichiamo sto pezzo di merda dentro la mia auto, e lo scarichiamo in qualche vicolo del cazzo)”.
Yen non disse altro. Prese il grosso sacco dell’immondizia assieme a Bruce, e con lui uscì di casa. Bruce aveva l’auto proprio fuori la casa di yen, lì in un vicolo nei pressi di Piazza Garibaldi. Ci caricarono dentro il vecchio morto. Salirono in auto e Bruce mise in moto, ficcandosi nel mondo con quel cazzo di cadavere nel bagagliaio della sua auto.
Raggiunsero un vicolo nei pressi del centro storico di Napoli. Un vicolo buio, dove spesso i giovani artisti e rivoluzionari andavano a pisciare dopo aver bevuto qualche birra, fingendosi tipi vissuti, e parlando di arte contemporanea. Bruce non si mise a parlare di arte né di un cazzo di niente. Fermò l’auto e spense il motore. Guardò Yen.
“這是否走出去,把一塊狗屎,我在我的車,在一些胡同他媽的和卸載 (Avanti. Dammi una mano a tirar fuori quel pezzo di merda)”.
“他媽的!但是,我想離開這裡嗎? (Cazzo! Ma lo vuoi lasciare qui?)”.
“無母狗。現在繁忙的 間客房的大酒店,你說什麼? (No, troia. Ora gli fitto una camera al Grand Hotel, che ne dici?)”. Yen sbuffò. Bruce aprì la portiera dell’auto. “你真是個賤人無腦 (Sei proprio una troia senza cervello)” fece “所有的屁股和乳房,但無腦 (Tutta culo e tette, ma niente cervello)”. Ed ecco che Bruce uscì dall’auto, assieme alla troia senza cervello.
Aprì il portabagagli e assieme alla troia lo tirò fuori, e lo gettarono in un angolo di quel vicolo buio, assieme ad altri rifiuti coperti di piscio. Bruce lo fissò, lì tra i rifiuti, e chiuse il cofano dell’auto. Yen si accese una sigaretta sottile; una Capri. Guardò Bruce.
“你以為我沒有發現它的存在? (E tu pensi che non lo troveranno lì?)” fece.
“如果他們是或不是,我也不在乎 (Me ne fottono se lo trovano o meno) disse Bruce “最重要的是不要在家裡找到他。而現在,來吧。上車,我想推它的屁股 (L’importante è che non lo trovino a casa tua. E ora muoviti. Sali in auto, che ho voglia di ficcartelo in culo)”.
Così Yen salì in auto con Bruce, pronta ad andare a casa sua per dargli il culo. E Bruce mise in moto, ficcandosi in strada, con una gran voglia di piantarglielo nel culo. Intanto due tipi con una kefiah Palestinese attorno al collo entrarono nel vicolo, e si portarono proprio davanti al sacco nero con il morto dentro. Il tipo con la kefiah rossa si sbottonò il jeans stracciato e lo tiro fuori. Il tipo con la kefiah bianca fece lo steso.
“Credo che ogni esperienza cattiva sia in fondo un’esperienza per rinascere” fece il tipo con la kefiah rossa, pisciando sopra al morto. Il tipo con la kefiah bianca annuì con la testa, pisciando anche lui sul morto.

Tratto dal racconto “Cazzo rosso”.

Sotto la pelle. Racconto presente nel libro Arcani Maggiori vietati ai minori.

Mentre camminava per le strade di Napoli Lidia sentiva su di lei gli sguardi di decine e decine di uomini. Degli sguardi vogliosi. Degli sguardi che la desideravano. Degli sguardi che quasi la spogliavano.
Cazzo, e non che fosse vestita come una troia! Indossava una gonna bianca lunga fino alle ginocchia, e una maglietta nera e aderante che neanche si vedeva, coperta com’era dal suo giubbotto di pelle rosa.
No, non era il suo abbigliamento a eccitare gli uomini, e neanche il suo sculettare, camminando su quei tacchi alti. Era lei la causa di tutta quella frenesia. Di quegli ormoni che volavano nell’aria, quasi coprendo di libidine i vecchi palazzi del centro storico.
Già, Lidia era davvero bella. Lunghi riccioli, una pelle di porcellana e due grossi occhi verdi. E nonostante avesse avuto da soli tre anni la sua bambina, “Martina”, Lidia conservava un fisico asciutto come quello di una modella.
Cristo, non sembrava neanche avere i suoi trentadue anni, Lidia. Con il suo metro e sessantacinque e il suo corpicino magro e sodo sembrava avere a stento venticinque anni.
Faceva yoga per tenersi in forza, e la Domenica andava a correre nella villa comunale di Napoli. Ovviamente prima della Santa Messa.
Sì, oltre che bella, Lidia era anche una bravissima donna. Ecco perché gli sguardi di quegli uomini la imbarazzavano, mentre camminava da sola, a passo lento, attraversando decine e decine di persone. Decine di sguardi di uomini eccitati. Decine di sguardi di donne invidiose.
Voltò a destra, in un piccolo vicolo, lasciando la strada principale sulla quale stava camminando, e gli sguardi selvaggi di tutta quella gente.
Era Marzo, ma il sole batteva forte su di lei, e sui palazzi di tufo che avvolgevano quel piccolo vicoletto.
Lei aveva caldo, così caldo che si tolse di dosso il giubbetto, stringendolo sotto al braccio.
Un vecchio dai capelli simili a quelli del dottore Emmett L. Brown, seduto fuori la sua piccola bottega da barbiere, guardò le grosse bocce di Lidia sballottolare da sotto quella sua aderente magliettina nera. E Lidia abbassò lo sguardo, continuando a camminare, bellissima e timida, unica e speciale.
Per Dio, suo marito Enzo era stato davvero fortunato a incontrare un simile angelo. Una donna stupenda, dolcissima, intelligente e capace di prendersi cura del focolaio domestico. Ed era proprio ciò che stava facendo quel Venerdì, Lidia. Lì per strada alle quattro del pomeriggio.
Stava andando a casa dopo una giornata a fare spese, e infatti manteneva nella mano destra una busta piena di ogni ben di Dio.
Era il quinto anniversario del suo matrimonio con Enzo, e dunque aveva deciso di preparargli qualcosa di speciale.
Sarebbe stato davvero felice il suo amore a ritorno da lavoro, quando avrebbe trovato ad attenderlo un’ottima pasta alla amatriciana, e come secondo, polpettone con patate. I suoi piatti preferiti! E ovviamente come li cucinava Lidia erano davvero buonissimi.
Così la dolce Lidia andò avanti verso casa. Pronta a cucinare per il suo amore. Pronta a festeggiare con il suo amore.
Entrò nel suo palazzo. In uno dei grossi e antichi palazzi del centro di Napoli. Andò avanti lentamente, in un androne circondato da mura bianche.
Davanti a lei una rampa di grosse scale di marmo bianco, e alla sua sinistra una fila di cassette della posta di ottone, con sopra i nomi di tutti i condomini. Dei suoi cari amici.
Ci stava anche il suo di nome: Lidia Corona e Vincenzo La Torre, e guardandoli quasi le venne da sorridere. Guardando il suo nome accanto a quello del suo uomo. Vedendo per iscritto la sua vita. La sua famiglia. Ciò che per lei era una vera fortezza!
Sorpassò le cassette della posta, Lidia. Le sorpassò e avanzò verso un vecchio ascensore piazzato alla destra di quelle scale di marmo.
Era felice, davvero felice! Non poteva desiderare altro dalla vita. La sua vita era davvero realizzata. La sua vita era meravigliosa, e niente avrebbe mai distrutto quel suo stato di grazia.
Aprì la porta dell’ascensore per entravi, con il sorriso ancora stampato sul volto, quando ecco che qualcosa la colpì dritto dietro la schiena.
Una spinta! Una spinta davvero forte che la scaraventò di colpo in quel vecchio ascensore.
Lei non fece neanche in tempo a voltarsi, che una grossa mano le tappò la bocca, mentre, qualsiasi cosa fosse dietro di lei, la gettò del tutto in quell’affare di legno e metallo.
Le porte si chiusero dietro di lei, e la busta cadde a terra facendo rotolare sul pavimento tutto il suo contenuto, mentre dietro di lei quella cosa continuava a tenerle chiusa la bocca.
Il corpo di Lidia era schiacciato contro al muro color legno dell’ascensore. Una mano le tappava la bocca, mentre un’altra le stringeva la testa contro al muro.
-Puttana! Chiudi quella cazzo di bocca e non ti succederà niente- disse una voce rauca e forte, proprio dietro di lei.
Lidia cercò di urlare. Cercò di dimenarsi. Ma niente! Quelle mani erano troppo forti. Forti, e da un odore acre, tipo quello del sudore su di una maglia tenuta addosso per una settimana.
Poi quell’uomo lì dietro di lei la tirò verso di lui, tenendole sempre la mano contro alla bocca.
Lidia vide la mano sinistra di quell’uomo avvicinarsi ai pulsanti dell’ascensore. Una mano grossa. Una mano nera. Una mano sporca.
Il tipo pigiò un tasto a caso, e quel coso prese a salire su, con loro due dentro. Poi l’uomo pigiò un altro tasto, uno con sopra scritto “Alt”, e quel coso si fermò di colpo.
-Fai la brava!- le sussurrò il negro, tenendola stretta, colpendola in faccia con il suo fetido alito.
La scagliò nuovamente contro al muro, continuando a tenerle tappata la bocca.
Lidia sgranò gli occhi, cercando di voltarsi, cercando di veder qualcosa. Ma non vide niente! Sentì solamente il rumore di una lampo aprirsi, dietro di lei, a pochi centimetri.
Sapeva cosa stava per succedere. Sapeva che presto sarebbe stata violentata. Che presto sarebbe stata scopata! Che presto avrebbe avuto un cazzo dentro. Ma pur sapendolo, non poteva far niente per evitarlo. Niente per non prendere quel cazzo nero dentro il suo candido corpo.
-Ora ti faccio vedere io, schifosa puttana- disse ancora quel tipo contro la sua faccia, baciandola e leccandola. E lei avrebbe voluto urlare. Avrebbe voluto fuggire. Avrebbe voluto tanto che il suo amato Enzo venisse a salvare. Ma era sola! Da sola con quel tipo. Da sola in quell’inferno. Solo lei e lui. Lui, che in un attimo le alzò la gonna e le calò le bellissime mutandine di pizzo.
Lidia sentì una mano sul suo piccolo e sodo culetto. Una mano forte, che faceva pressione fino ad aprirle le chiappe.
Poi sentì altro. Sentì qualcosa di familiare.
Sentì quel cazzo! Sentì la grossa cappella di quel negro proprio tra le sue chiappe, dritta contro la sua calda e piccola passera.
-Dai troia, che ti piace!- sussurrò il negro, tenendole aperto il culo e cercando di infilarglielo dentro la fica. E ci stava riuscendo!
Sì, Lidia sentiva quella grossa cappella aprire le labbra della sua fica. Sentiva quel cazzo aprirle pian piano la fica. Sentiva la carne di quel negro contro la sua carne. Quella carne che presto sarebbe stata nella sua carne.
Il negro spinse più forte. Lidia urlò, ma le sue urla vennero soffocate da quella mano fetida di sudore.
-Oh, sì! Sì, troia- fece il negro, sorridendo e sbattendoglielo con più forza dentro.
Lidia sentì la sua fica aprirsi. Sentì il cazzo entrarle in corpo. Quel cazzo grosso e duro aprirla, entrando nella sua fica.
Era fatta! Anche se l’avesse tirato fuori subito, ormai il tipo l’aveva già scopata, e lei non avrebbe mai potuto cancellare quella cosa.
Ma il tipo non le uscì per niente da dentro. No! Lo spinse più forte, entrandole in corpo fino alle palle.
-Ecco, vacca! Prendi il cazzo! Lo senti il mio cazzo, vero? Lo senti? Puttana!- faceva, sbattendoglielo dentro. Sbattendoglielo forte. Pompandoglielo dentro la fica così forte da far dondolare le sue grosse e nere palle.
E Lidia lo sentiva! Sì, sentiva quel cazzo sfregare le pareti della sua passera. Quel cazzo grosso e caldo che le scavava dentro. Quel cazzo turgido che si muoveva in lei, mentre con una mano il negro le teneva tappata la bocca, e con l’altra le stringeva il culo, quasi a volerle stracciare la carne di dosso.
-Prendilo! Prendilo- continuava a dire il negro, sbattendoglielo in corpo. Sbattendoglielo con forza, quasi a volerla inchiodare al muro. E Lidia lo prendeva! Sentiva quel cazzo caldo e duro in lei. Lo sentiva tutto! Ed era così grosso che le sue urla soffocate ben presto si tramutarono in piccoli gemiti di piacere.
Ma era quel cazzo grosso o l’atipica situazione a farla godere? Quella situazione fuori dal suo ordinario controllo. Quel suo sentirsi solo un corpo da chiavare. Solo una puttana da sfondare.
Il negro sentì la lingua di Lidia contro la sua mano, e il suo grosso cazzo muoversi in qualcosa di caldo. In qualcosa di bagnato.
Sorrise!
-Lo vedi che ti piace il cazzo, puttana- gridò quasi, continuando a sbatterglielo dentro. Sempre più forte. Sempre più forte! Facendoglielo sentire tutto. Facendola godere, al punto che le tolse la mano dalla bocca e le strinse entrambe le chiappe.
Diede una spinta forte. Una spinta fortissima!
-Eccola, troia. Prendi la sborra!- urlò, tenendoglielo fermo dentro la fica. Inchiodandola con un solo colpo al muro di quell’ascensore. E Lidia rimase lì ferma, ansimando, sentendo la sborra calda e densa di quel negro che le sprizzava in corpo. Che le bagnava tutta la fica.
Restò così per qualche secondo, mentre il negro si accasciò su di lei, muovendosi ancora in lei. Lentamente in lei.
Poi glielo sfilò di corpo. Lidia cadde a terra, e lui lo rimise dentro.
Pigiò un tasto di quel coso, rimettendolo in movimento. Salì appena di un piano e si fermò.
Il negro aprì la porta.
-Se parli con qualcuno, giuro che ti ammazzo- disse, senza neanche guardala, per poi uscire da lì dentro.
Lidia restò lì a terra qualche istante. Ansimando, sentendo ancora quel cazzo dentro. Sentendo ancora l’adrenalina scorrere nel suo corpo.
Si alzò lentamente. Si alzò e si passò la mano tra le cosce.
La fica era bagnata! Ancora aperta. Ancora bagnata e sporca di sperma. E lei sentiva dentro di lei ancora i colpi di quel cazzo. Sentiva dentro di lei ancora quella carne dura, grossa, bagnata. Sentiva ancora dentro di lei quel cazzo che la scopava con violenza. Quel cazzo che la scopava con forza.
Ma un rumore da fuori l’ascensore la riportò alla verità. La riportò alla sua vita.
Così raccolse tutto da terra e lo rimise nella busta. Poi uscì di lì. Salì a piedi un altro piano. Andò dalla sua vicina a riprendere la sua amata Martina, e con lei entrò nella sua casa. Nella bellissima casa che i genitori di Enzo avevano lasciato in eredità al loro figlioletto.

Quella sera Enzo era felicissimo! Sì, non poteva desiderare di meglio al mondo.
Aveva una casa sua, dei mobili nuovi e alla moda, una bellissima monovolume nuova di zecca, una moglie meravigliosa e devota, per non parlare della sua piccola Martina, la ragione della sua vita.
Anche Lidia era felice. Anche Lidia non avrebbe potuto desiderare niente di meglio, lì seduta a tavola con il suo amore, mangiando il polpettone, mentre accanto a lei la piccola Martina mangiava la sua piccolissima porzione.
Enzo finì l’ultimo boccone e posò la forchetta nel piatto. Strinse la mano del suo amore. La mano della sua amata Lidia.
-Ti amo tanto tesoro mio- le disse.
Lidia sorrise.
-Ti amo tantissimo anch’io- gli rispose. Senza dirgli niente del negro. Senza dirgli niente della violenza. Senza dirgli niente della sua fica fradicia.
Finirono di cenare, mentre la piccola Martina giocava con i suoi pupazzetti sulla tavola. Poi la misero a letto, nel suo piccolo lettino, lì nella loro camera da letto.
Sparecchiarono la tavola tra una parola e un’altra, sorseggiando di tanto in tanto un bicchiere di prosecco.
-Oggi ho dovuto quasi licenziare un operaio in azienda. Ma non me la sono sentita!- fece Enzo, dando una mano al suo amore a rassettare la cucina.
-Il mio amore dolce e buono- disse Lidia, sorridendo e dandogli una carezza.
Lui strinse la mano di lei contro al proprio viso, tenendo gli occhi chiusi, quasi come a voler immergersi nel profumo di Lidia.
-Ti amo così tanto- disse ancora Enzo, e una volta finito di abbracciarsi, una volta finito di baciarsi, una volta finito di pulire la loro bellissima casa, i due si ritirarono nella loro camera da letto, lì dove l’amore della loro vita dormiva beata.
Si misero a letto. Lui aveva un pigiama blu, lei indossava un pigiama rosa.
Cominciarono a stringersi e a baciarsi, mentre le mani di entrambi scivolavano sotto ai vestiti.
Enzo la baciava dolcemente, mettendo appena un po’ di lingua. Lidia lo stringeva forte, ricambiando i baci. Accarezzando il suo corpo. Sfiorando appena il suo cazzo.
Enzo la spogliò lentamente, come se non l’avesse mai fatto. Poi si mise su di lei, anche lui nudo, con il cazzo già duro.
La strinse forte.
-Ti amo- le sussurrò, poggiandoglielo contro la fica ed entrandole in corpo.
Lidia lo strinse forte a sé, cominciando a sentirlo muoversi su di lei. Cominciando a sentire il cazzo di Enzo in lei, mentre lui continuava a stringerla e a baciarla.
E cosa sentiva?
Niente! Non altro che un po’ di carne contro la sua. Non altro che un pezzo di carne su di lei. In lei!
Che le stava succedendo? Non aveva mai avuto problemi con Enzo, da nessun punto di vista.
Eppure non provava niente! Anzi, era quasi nauseata nel sentirlo in lei. Quel cazzo in lei era come qualcosa di fastidioso. Qualcosa di insopportabile.
Ma Lidia riuscì comunque a contenersi.
Fece finta di godere, stringendo e baciando il suo amore, e quando lanciò un urlo sentendolo venire in lei, in realtà urlò per la liberazione. Felice che quella farsa fosse finita.
Restò comunque abbracciata a lui. A coccolarsi, com’era normale fare dopo una scopata, almeno per una coppia che si amava.
Poi, dopo le coccole ordinarie, lei si alzò per andare al cesso. Come sempre dopo aver fatto l’amore, o anche solo una scopata.
Si guardò allo specchio. Non riusciva né a ridere né a piangere. Era confusa! Solo confusa. E mentre si guardava allo specchio, le tornarono alla mente le immagini vissute quel pomeriggio. Le mani di quel negro sul suo corpo. Il cazzo di quel negro nel suo corpo. La paura vissuta. La violenza subita.
Ecco, la sua fica si bagnò di colpo. La sua mano scese fino alla fica, insinuandosi nelle sue mutandine rosa.
Poggiò due dita contro le labbra della fica. Fece una piccola pressione, e le ficcò dentro.
Prese a gemere, muovendole da prima lentamente, poi sempre più forte. Sempre più forte!
-Fottimi! Fottimi!- diceva a bassa voce. Ansimando, mentre si spingeva quelle dita in corpo. Pensando a dieci negri attorno a lei. Dieci negri che la picchiavano. Dieci negri che la scopavano. Dieci negri che la trattavano coma una vera troia. Che la umiliavano come una puttana. E a ogni botta di cazzo lei muoveva le dita più forte. Si scopava con le dita. Sempre più forte. Sempre più forte! Gemendo, ansimando, fino a che non venne, immaginando la sborra di tutti quei negri ricoprirle il corpo.
Una volta finito tornò a letto. A letto dal suo amore. A letto dalla sua famiglia.
Martina si era svegliata. Lei la fissò qualche istante. La fissò, chiedendosi chi fosse quella creatura. Quella bambina che un giorno sarebbe cresciuta, e magari avrebbe goduto sentendosi trattare come una troia. Proprio come lei!
Poi la prese dal lettino, con dolcezza.
-L’amore di mamma!- disse, alzandola e portandola a letto con lei. Tra lei e il suo amato sposo.

 

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