Tratto dal racconto Il profumo di mia madre

Gli occhi di Daniele erano due palle nere perse nel vuoto. Non vedeva niente. Avanzava lento, il cielo che lo sovrastava gli sembrava identico a quello sotto cui era stato sepolto suo padre.

Anche allora non vedeva la gente attorno a lui. Fissava solo una fossa, un buco nero, e sperava che fosse abbastanza profondo perché suo padre non ne uscisse.

Continuò ad andare avanti. Si trascinava come una bestia ferita fra una folla di corpi. Occhi, bocche e braccia si susseguivano in una nebbia liquida. Passi e voci si mischiavano al frastuono della auto in corsa. Attorno a lui un succedersi di vetrine addobbate a festa per il Natale. Luci intermittenti gli brillavano negli occhi. L’odore di focaccia calda proveniente da una pizzeria, il profumo di dolci scaturito da una pasticceria, la puzza di catrame emanata dalle auto e il tanfo di immondizia proveniente dai vicoli ai bordi della strada formava un solo, indistinguibile odore che Daniele nemmeno percepiva.

Per Daniele non esisteva nulla. Nella sua testa rimbombava unicamente una parola.

I suoi occhi si serrano. Non fermò il passo. La gente lo attraversava, e quella dannata parola continuava a picchiargli nella testa.

In pochi secondi gli avevano strappato via tutto.

Sospirò e si portò la mano al petto. Il cuore batteva forte, ma non era quello che cercava: ciò che cercava non lo poteva vedere né sentire, ma sapeva che c’era.

Si paralizzò, una ventata di carne umana lo trapassò.

Accese una sigaretta. Il fumo volò in aria, e prima che svanisse la gola gli si strinse e iniziò a tossire, sempre più forte, fino a lacrimare.

Afferrò la gola fra le mani, il petto gli pulsava, le gambe tremavano, gli occhi vitrei sul marciapiedi.

Quanto tempo gli avevano detto?

Riprese fiato lentamente, rantolava come una bestia. Alzò gli occhi lucidi di lacrime: tutto era confuso, davanti a lui solo sagome perse nella nebbia.

Gli parve persino di vedere Sofia. Ricordò le parole di lei prima che lui uscisse di casa.

«Di certo è solo bronchite.»

Daniele osservò il palmo della propria mano: tremava, era pallida e coperta di vischioso muco.

Sorrise.

E lui che pensava di trovarci del sangue.

Restò immobile nel mezzo della folla, con la mano ancora tesa, come fosse un mendicante.

Ripensò a suo padre. Durante gli ultimi periodi della malattia non sembrava più neppure un essere umano. Quell’uomo grosso e dalla faccia dura che lui aveva tanto odiato per la sua rudezza era ridotto a uno scheletro.

Daniele ricordava ancora le urla quando di notte, da solo in una casa che gli appariva gigantesca, andava verso quel padre che nemmeno più lo riconosceva.

Il volto di suo padre ridotto a un teschio immerso nell’ombra; non era più l’uomo grezzo e violento di cui Daniele aveva avuto tanta paura, ma solo un patetico vecchio in pigiama, debole al punto da doversi mantenere al muro per camminare.

Non c’era nulla di plateale nella sofferenza di suo padre, quel dolore era solo qualcosa di pietoso, perfino ridicolo, come ora si sentiva lui.

Distolse subito lo sguardo, di colpo nettò la mano contro al jeans. Osservò la macchia sui calzoni. Un tempo si sarebbe arrabbiato anche per una macchia ben più piccola, ma ormai non gliene importava più. Quella macchia non contava niente: non quella.

Riprese a camminare. A ogni colpo dato alla sigaretta tossiva, la gente lo fissava ora intimorita, ora con occhi gonfi di pena.

Lui odiava quando suo padre tossiva. Gli faceva schifo! Gli dava una sensazione di sporco; tutto i suo padre gli sembrava sporco: sempre con addosso vestiti lerci di calce, le unghie verdi, i denti rotti e ingialliti, la pelle che puzzava di sudore e fumo.

Svoltò di corsa in un vicolo. Non ne poteva più di tutte quelle facce, di quegli sguardi, di quei rumori, di quelle luci.

Attorno a lui non c’era quasi anima viva. I palazzi erano vecchi e le loro mura scrostate. Nell’aria si respirava puzza di rifiuti mista al profumo di detersivo proveniente dai panni penzolanti dalle ringhiere. I soli rumori erano quelli di motorini che appariva e svanivano in un lampo, e di qualche marocchino fuori ad alimentari pakistani.

Lui voleva solo tornare a casa e non vedere più niente.

Avrebbe voluto stendersi al suolo e piangere a dirotto come quando era bambino, e sua madre lo stringeva fra le braccia, prima che lo lasciasse da solo, quando lui aveva solo otto anni: da solo con suo padre.

Poggiò la mano contro la vetrina di un negozio di giocattoli, barcollava e ansimava, al di là di essa gli occhi tondi di peluche e bambole lo fissavano.

Gli occhi di Daniele si spalancarono.

Quando Daniele aveva otto anni suo padre l’aveva portato in quel negozio. Era il primo Natale che passava senza sua madre.
Suo padre non gli aveva chiesto quale regalo volesse che Babbo Natale gli portasse, gli aveva detto solo: «Non farmi spendere troppo.»

In quel momento Daniele aveva capito che Babbo Natale non esisteva, e che lui doveva crescere.

Avrebbe voluto piangere, ma sapeva che se lo avesse fatto suo padre gli avrebbe urlato contro: «La vuoi finire di piangere come un frocio?»

Lui all’epoca non sapeva cosa fosse un frocio, ma sapeva che era qualcosa di schifoso per suo padre, dunque non voleva esserlo; mentre invece sapeva bene cosa stava accadendo: sua madre era morta, Babbo Natale non esisteva, e lui era solo insieme a quell’uomo che sentiva sempre più di odiare.

Avrebbe voluto scegliere un peluche, e invece aveva scelto un robot.

Adesso Daniele rivedeva nella vetrata il volto di quel bambino.

Lasciò cadere la mano contro la vetrina, sospirò, una macchia appannò il vetro, dietro di esso gli occhi di un enorme peluche lo fissavano tristi: erano gli stessi occhi con cui Daniela aveva osservato suo padre in quello stesso negozio.

Era passato appena un anno da quando, dopo sei mesi di matrimonio, aveva comprato a Sofia un peluche identico a quello. Lei si era fiondata al collo di Daniele e l’aveva riempito di baci.

Ricordava che lui non aveva detto niente, aveva sorriso e basta, come faceva sempre con Sofia.

Ora con quale sorriso le avrebbe nascosto la verità?

Sentì le gambe venirgli meno. Chiuse gli occhi per trattenere le lacrime, serrò le labbra e la sigaretta gli cadde di mano, affondando in una pozza lucida di detersivo.

La brace si spense in un attimo, un ultimo alito di fumo esalò in aria.

Avrebbe tanto voluto vedere la propria vita svanire veloce come il fumo di quella sigaretta. Tanto, ormai che importava?

 

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Tratto dal racconto Old Fadama

Il sole picchiava sulle mura scrostate dei palazzi, sui cumuli di immondizia che fuoriuscivano da cassonetti anneriti. In quei vicoli, attorno alla Stazione Centrale di Napoli, c’erano solo negozi pakistani, macellerie mussulmane e Donner Kebab arabi. Sui negozi scritte come Istanbul, New Deli, International Food o Fatima Phone Center. In aria la puzza dei rifiuti e odore di spezie. Africani fermi fuori ai negozi parlavano fra loro, su di un muretto alcuni marocchini bevevano birra in latta, ai piedi di un cinema porno dismesso c’era un mercatino di stracci, scarpe usate, giocattoli raccolti dalla mondezza e ogni altro tipo di cianfrusaglia.

Di italiani non ce n’erano.

A Kwani, uscito da quei vicoli la città parve animarsi di colpo, proprio come quando lasciava le baracche di Agbogbloshie per andare ad Accra insieme a sua madre, a vendere il ferro o chiedere l’elemosina.

Di colpo auto, motorini che sfrecciavano in strada, persone frettolose.

Kwani si mischiò alla folla, la gente gli passava accanto velocemente: studenti, lavoratori, altri negri che come muli da soma trascinavano sulla schiena bustoni pieni di vestiti.

Salì il Corso Garibaldi, ai due lati della strada negozi di vestiti e di scarpe, rumori di auto e musica techno, gente che entrava e usciva dai negozi, come i turisti a cui lui e sua madre chiedevano l’elemosina.

Entrò nel palazzo di Maria e salì le scale, una donna grassa e in vestaglia che spazzava sul pianerottolo lo guardò con occhi torvi.

Appena Maria aprì la porta saltò addosso a Kwani e lo baciò.

«Mi sei mancato» gli sussurrò in bocca, sorridendo, avvinghiata a lui.

Entrati in casa fecero subito l’amore. Stavano insieme da quasi un anno, da quando Maria si era trasferita da Salerno per studiare, eppure non riuscivano a stare lontani più di un giorno.

Rimasero stesi a letto, ancora nudi, il corpo esile di Maria fra le braccia di Kwani, i suoi capelli color grano che gli cadevano sul viso: Kwani continuava ad accarezzarglieli, li respirava, sembrava volesse portare in sé ogni parte del profumo di Maria, così da cancellare il puzzo di rifiuti bruciati nel campo di Agbogbloshie.
Maria gli passò la mano sul viso.

«Neanche oggi hai trovato niente?»

Kwani poggiò il volto contro quello di lei, le baciò la bocca e sorrise.

«Il capo a porto detto che oggi no serviva nessuno.»

«Ma se ti sei alzato alle cinque per andare lì! Quanta gente c’era prima di te?»

«Lascia stare.»

Maria gli prese il volto fra le mani e lo spinse al suo.

«Quanta gente c’era, Kwani?»

Lui sospirò.

«Cinque.»

«E quanti ne hanno presi?»

«Dodici.»

Maria balzò su e si mise a sedere sul letto. Si martoriava le mani, aveva lo sguardo chinò, la schiena rivolta a Kwani.

Lui la raggiunse, l’abbracciò e le strinse le mani.

«Cosa hai?»

Maria tremava fra le braccia di Kwani, sembrava più pallida del solito, la sua pelle era diventata di porcellana.

«Hai sentito quello che hanno detto alla Tv? Del nuovo ministro degli interni.»

«No mi preoccupa.»

«Ha impedito a una nave piena di rifugiati e profughi provenienti dalla Libia di sbarcare a Lampedusa. Erano seicento persone, fra loro donne e bambini, ma a lui non è importato niente.»

«Sì, io sentito?»

«E come fai a stare così calmo? Non hai capito perché oggi non ti hanno dato lavoro al porto?»

Kwani non rispose, non c’era niente da dire, sapeva bene perché non gli avevano dato lavoro, era successo tante volte, e il motivo era uno solo: era nero.

Rivedeva il volto del ministro alla Tv, la sua voce solenne, una folla di gente davanti a lui: «L’Italia non è più disposta a essere la pattumiera di tutti gli immigrati, adesso è tempo di dire basta, per clandestini e criminali è finita la pacchia!»

Per Kwani la pacchia invece non era mai cominciata, in quattro anni, da quando era arrivato in Italia, aveva cambiato sei città, aveva sempre lavorato solo come benzinaio notturno, lavaauto, venditore ambulante o scaricatore di porto: tutti lavori malpagati e alla giornata, mai una sicurezza, proprio come ad Accra.

Il viaggio nel deserto a bordo di un camion pieno di corpi, fra fetore di sudore, piscio ed escrementi, gente che gli era morta addosso; le urla dei criminali a Zuawara, le notti passate insieme a centinaia di persone in un lurido mezra al buio, e ogni tanto una voce, poi dei passi: le percosse, le violenze, le grida delle donne, alcune volte dei colpi di pistola, risate. Infine la corsa sulla spiaggia, ammassati come bestie, fatti salire sulla barca a suon di spinte e manganellate. E il mare, così nero da sembrare non avere fine.

Come si chiamava quella donna che aveva visto violentare la prima notte in cui era stato rinchiuso a Zuawara?

E quella giovane ragazza a cui avevano strappato di mano il proprio bambino, solo perché malato, come si chiamava?

Non ricordava il nome di quella donna, ricordava solo le sue lacrime, il volto ancora sporco del sangue del proprio bambino, sulla spiaggia, accanto a lei, un corpo insanguinato, ovunque pezzi di carne e di cervello, le risate dei trafficanti, il fragore delle onde, il tremore dei denti.

Guardò i mobili puliti della casa che Maria divideva con un’altra ragazza, le tende, il pavimento pulito.

Voleva restare lì per sempre, insieme a Maria. Dimenticare tutto.

La strinse a sé.

«No devi avere paura, vedrai che gente non dare retta a quello. Italiani no tutti razzisti. Tu italiana e stai con me, no?»

Le sorrise, Kwani. Gli occhi di Maria palpitavano, le labbra tremavano.

Aprì appena la bocca, ma Kwani gliela sfiorò con le dita: continuava a sorridere.

«Io ti amo, tu sai, no?»

Caddero insieme a letto, abbracciati, e in quell’abbraccio c’erano solo loro due, il mondo era lontano, e così la spiaggia di Zuwara, le urla degli uomini in mare, le grida delle donne violentate in uno scantinato, davanti ai propri uomini, e il rumori dei rifiuti in cui frugavano lui e sua madre.

C’era solo il suono dei loro baci, e il profumo di Maria.

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Tratto dal racconto Nel nome del padre

Erano le sei del pomeriggio, Carlo era in fabbrica dalle nove del mattino. Ormai non sentiva più la stanchezza. In ventidue anni gli avevano cavato dalla pancia ogni briciola d’umanità.

Da ventidue anni vedeva attorno a sé sempre le stesse mura di cemento. Ovunque ruggivano macchinari, sbuffava fumo e trucioli di metallo. L’aria puzzava di ferro e sudore, ma lui era abituato: ormai quella puzza gli si era impregnata sulla pelle.

Persino quando stava da solo sentiva gli strepitii dei macchinari, il rumore pesante di lastre di metallo sbattute su carelli, le urla dei supervisori che ringhiavano contro gli operai, le discussioni fatte dai colleghi: ripetute all’infinito ogni giorno, proprio come le loro azioni.

Udì il vecchio Ciro, un grassone dal respiro asmatico a cui restavano cinque anni prima di una pensione che forse non avrebbe mai visto, dire in dialetto a un giovane da poco assunto: «Nun veco l’ora ‘e turna’ a casa. Muglierema ha fatto ‘o purpettone.»

Il giovane sorrise, isso una lastra di metallo e la passò a Ciro che la piazzò sopra a un grosso rullo oleoso.

«Almeno in fatto ‘e magna’ nun me posso lamenta’» riprese Ciro, senza badare ai rumori che coprivano la sua voce.

Il ragazzo sorrise, sudava sia per la fatica che per il calore emanato da un’enorme fornace.

Le vampate rosse e arancio facevano danzare contro le mura ombre terrificanti che inghiottivano tutto.

Carlo piallava la lastra fatta scivolare sul rullo e pensava solo che era giovedì. Ogni giovedì la moglie di Ciro preparava il polpettone.

Fra cinque giorni, sempre se il giovane non fosse stato licenziato prima, Ciro gli avrebbe parlato della peperonata di sua moglie; e domani avrebbe detto, a lui o a un altro, che di certo stavolta il Napoli avrebbe vinto il campionato di calcio.

Carlo avrebbe potuto mimare alla perfezione ogni parola di Ciro, come quella di qualsiasi altro collega in fabbrica. Lì dentro le persone erano uno sciame di formiche che si muovevano velocemente, formavano uno sgraziato balletto di corpi sudati, callosi, rugosi e unti di grasso.

Ormai Carlo non li sentiva nemmeno più. La sola cosa che udì fu la sirena che annunciò la fine del turno.

Era terrificante. Sembrava che non gli stesse annunciando la libertà, quanto una piccola resa.

Cercò di non pensarci. Avanzò a testa bassa. Attorno a lui corpi si avvicendavano con addosso la stessa tuta blu. Braccia sudate si muovevano in un cielo di cemento illuminato dagli sbuffi infuocati delle fornaci e da vecchi neon, e labbra si muovevano senza che lui potesse coglierne le parole.

Raggiunse lo spogliatoio. Ciro parlava con quello nuovo.

«Si faje ogni juorno ‘o straordinario, t’abbusc’ pure mille ‘e trecient’ euro ‘o mes’.»

Lo diceva a tutti. L’aveva detto anche a Carlo ventidue anni prima.

Carlo si cambiò in fretta. Uscì alla svelta da lì e ripensò a suo padre e sua madre. Gli capitava spesso da quando il suo primogenito, Antonio, era diventato adolescente.

Il padre di Carlo, Antonio Cozzolino, benvoluto da tante persone che mai l’avevano conosciuto per davvero, aveva passato la propria vita in una fabbrica come quella in cui lavorava Carlo, prima che a furia di respirare vernici era stato stroncato da un cancro.

Invece sua madre, Benedetta Esposito, sembrava essere nata proprio per portare quel nome: moglie devota, madre premurosa e cattolica fervente, aveva passato la propria vita a servire suo marito, rinchiusa in una cucina o in una chiesa, per poi spegnersi due anni dopo dalla morte di lui.

Carlo non aveva mai capito i suoi genitori, e di certo loro non avevano mai capito lui. Forse soltanto in questo erano stati uniti, nell’incomprensione.

All’epoca Carlo non comprendeva l’ostinazione di suo padre nel passare ore e ore a fare un lavoro che detestava, e solo per pagare una casa nemmeno sua, mobili e tante cose che a Carlo sembravano inutili. E capiva ancora meno sua madre: lei che aveva persino dimenticato di essere una donna, consacrando se stessa alla pulizia della casa, a un’educazione rigida e formale, a una devozione sacrale verso un marito mai amato e da cui mai era stata amata.

Ricordava ogni giorno la volta in cui suo padre, vedendolo immerso in uno dei tanti romanzi che amava leggere, l’aveva guardato stizzito: il volto enorme da mastino, gli occhi azzurri privi di umanità, le labbra sempre umide come quelle degli ubriaconi.

«Ma che sfaccimma faje? Che si’ ricchion’? Con i libri non si porta il mangiare a tavola!»

Quelle parole gli erano sembrate tanto assurde quanto brutali, inferiori soltanto a quelle udite da sua madre qualche anno dopo, quando lei, vedendolo impegnato a scrivere un racconto l’aveva fissato con pupille fradice di delusione, sussurrando con una voce simile a una novena: «Carlo, non sarebbe meglio concentrarti sullo studio invece di scrivere sciocchezze?»

La vita dei suoi genitori era ai suoi occhi inutile, vuota, gelida. Quanto da lui provato verso la propria famiglia avrebbe potuto benissimo racchiuderlo in una sola parola: disgusto.

Adesso anche suo figlio provava disgusto per lui?

Salì in auto. L’aveva cambiata da poco. Sara, sua moglie, due anni fa gli aveva imposto di cambiarla.

«Ma non le vedi le auto dei tuoi amici? E a quello che pensano quando accompagni Antonio a scuola non ci pensi?»

Altri tre anni e avrebbe finito di pagare le rate.

Mise in moto, pensava solo allo sguardo perennemente triste di Antonio, al suo silenzio che non capiva.

Attorno a lui palazzi, negozi e persone sfumavano fra le luci dei lampioni e i fari delle auto. La città era avvolta da rumore di pneumatici, clacson, passi, voci.

Non vide niente. Non udì niente. Nelle sue pupille solo macchie di luce nell’oscurità, nella testa solamente rumori metallici.

Parcheggiò fuori al condominio in cui abitava da diciotto anni.

Sara avrebbe voluto fare un mutuo per prendere casa.

«Con quello che costano gli affitti!» aveva detto.

Quattro anni prima di allora, quando Carla l’aveva conosciuta per strada mentre lei si batteva per i diritti dei bambini Siriani, Sara non avrebbe di certo pensato a un mutuo per la casa.

«Sarebbe bello vivere in un camper. Oppure su di una nave» aveva detto una volta.

Ma con il lavoro di Carlo e il piccolo impiego part time di Sara in un’associazione culturale non riuscirono ad avere un muto.

In compenso Carlo aveva un posto auto numerato.

Entrato nel palazzo fu salutato da un portiere vecchio e grasso.

Quell’uomo gli dava del lei, Carlo gli dava del tu.

Carlo lo salutò appena, senza fermarsi, proprio come faceva il suo capo quando passava in fabbrica.

Ricordò il giorno in cui il capo l’aveva chiamato nel proprio ufficio. L’aria era satura della puzza di sigaro, e ora, salendo le scale, Carlo percepiva ancora il fumo volargli contro al viso, e rivedeva gli occhi ferini del suo capo che lo fissavano godendo della sua paura.

L’obbligò a fare due settimane di straordinario, Carlo sorrise persino.

Per far contento quell’uomo, e sopravvivere ancora, aveva perso la recita di Antonio in terza elementare.

Antonio una volta a casa si era fiondato a letto: piangeva proprio come aveva pianto Carlo a sette anni, quando suo padre per lavorare non era andato alla sua di recita.

Arrivato in casa avanzò lungo il corridoio colmo delle foto di famiglia, respirava profumo di spezzatino con patate provenire dalla cucina insieme a voci sorridenti.

Carlo lasciò il capotto sull’attaccapanni. L’aveva comprato da un rigattiere.

«Non pensi anche tu che sia magnifico?» gli aveva detto Sara.

«Bah, forse costa troppo. Potremmo farne a meno, no?»

Sarà aveva sbuffato ed aveva risposto con uno sguardo torbido.

Da allora, quando lei vedeva qualcosa in giro, lui evitava di dire ciò che pensava.

Avanzò nel buio. Il corridoio gli sembrava sempre più stretto.

Varcata la soglia della cucina una folata di stufato misto a detersivo per i piatti lo travolse. Alla TV alcune persone ridevano, e il piccolo Mattia, goffo in pigiama, sedeva a tavola colorando un album da disegno.

Sara stava in piedi davanti al lavello. Indossava una gonna che le arrivava fino al ginocchio, i piedi erano nudi in pantofole di spugna, il suo corpo era coperto da un grembiule a fiori.

Appena Carlo fece un passo in avanti, lei si voltò verso di lui, senza smettere di lavare pentole e piatti.

«Credevo facessi più tardi.»

«Ma se ho iniziato il turno alle nove.»

Lei non rispose.

Carlo non aggiunse altro. Nella stanza nulla si udiva oltre allo scrosciare dell’acqua e le risate provenienti dal televisore.

Carlo diede una carezza sul capo biondiccio di Mattia, ma lui continuò a colorare e a canticchiare a bassa voce.

Carlo l’osservò qualche istante. Gli sembrava ieri il giorno in cui l’aveva preso per la prima volta in braccio, piangente e rosso in viso.

Erano invece passati sei anni, e Mattia non piangeva più, ma non sorrideva neanche.

Ebbe voglia di fermarsi a parlargli, come mai suo padre aveva fatto con lui, ma una vergogna rovente lo paralizzava.

Gli diede solo un’altra carezza e si girò verso sua moglie.

«E Antonio?»

«In camera sua, come sempre.»

Osservò Sara intensamente, senza sapere cosa provare: timore, rabbia, amore?

Era solo stanco.

Avanzò verso la porta, ma la voce di Sara lo paralizzò.

«Stamattina hai dimenticato di nuovo il cassetto della tua scrivania aperto.»

Lui si voltò lentamente: aveva l’aspetto di un pugile che ne ha prese troppe per continuare ad avanzare.

«Andavo di fretta» rispose con tono sommesso.

Sara asciugò in fretta una pentola, la posò con forza sul lavello.

«Lo sai che lì dentro, fra tutte le inutili cianfrusaglie che ti ostini a conservare, c’è anche quel ferro vecchio. Ti ho detto mille volte di fare più attenzione, ma tu niente! E oggi Antonio quasi l’ha tirata fuori.»

«Mi dispiace.»

«Che poi non capisco proprio perché ancora la conservi.»

«Era la pistola di mio padre.»

Sara non replicò, sbuffò soltanto.

Lui uscì dalla cucina, a testa china, e andò verso la cameretta di Antonio e Mattia.

Non bussò alla porta. Dimenticava che suo figlio aveva ormai tredici anni.

Magari stava…

Lo trovò invece alla scrivania, proprio come sempre, gli occhi incollati al PC e le dita che si muovevano sulla tastiera.

Restò sull’uscio della porta a osservarlo. Era minuto, bassino e non aveva un pelo sul viso. Sembrava ancora un bambino, ma non era tanto il suo aspetto a farlo sembrare più piccolo, quanto qualcosa nei suoi occhi: un candore, una sorta di profonda purezza, come se Antonio non avesse ancora conosciuto la malignità del mondo; come se fosse altrove, smarrito in un sogno, in un limbo dove non esisteva cattiveria, malizia, ingiustizie.

Antonio di certo vide suo padre, ma finse di non vederlo.

Faceva così ogni volta, ormai da mesi.

Carlo osservò la scrivania colma di libri, scolastici e non; poi un mucchio di appunti, una lampada da notte, pastelli e disegni.

Le mura della stanza erano gialle e arancio, con sfumature rosse e nere: le aveva scelte Sara tre anni prima, sostituendo un parato infantile con un parato altrettanto infantile.

La stanza era piena dei giocattoli di Mattia, e Antonio sembrava stonare lì in mezzo, come una bambola gettata in un cimitero.

Persino l’odore di lavanda e borotalco di cui era impregnata la stanza non c’entrava niente con lui. Se Carlo avesse dovuto attribuire un odore a suo figlio, sarebbe stato quello del legno vecchio e della carta ingiallita.

Scostò lo sguardo sul letto di Antonio. Sara aveva attaccato al muro le foto di quando Antonio e Mattia erano bambini.

Antonio non aveva aperto bocca, non si era opposto: sembrava non gli importasse neanche.

Da quando aveva iniziato la terza media non aveva mai portato alcun amico a casa, né tantomeno una qualsiasi ragazzina.

Sua madre non si era mai posta alcun problema a riguardo: «Un bambino educato. Però dovrebbe essere più concreto» aveva detto più volte, riferendosi al fatto che Antonio continuava a dire di voler fare il liceo classico, anziché un istituto tecnico o un alberghiero come imposto da lei.

«Come disse quella all’ultimo incontro con gli insegnanti?» riprendeva ogni volta «Com’è che si chiama? Ah sì, la signorina Ochini! “Suo figlio ha davvero un talento innato per la scrittura”, questo disse! Sì. Come se poi scrivendo ci si possa guadagnare da vivere. La raccomando quella!»

Quando lei diceva quelle cose, Carlo fingeva di non udire: rivedeva sua madre seduta a tavola, col rosario perennemente in mano, il fiato che sapeva di liscivia e occhi neri e spenti piantanti su donne pallide quanto lei.

Osservando Antonio udì rimbombare la voce di suo padre:

«Ma vai a cercarti na’ fatica invece ‘e leggere chelli strunzat’!»

E poi uno schiaffo sul viso, sua madre immobile in un angolo: il volto chino e il rosario in mano.

«Ma che è sta’ strunzata ca’ nun vuo’ pazzia’ a pallone a scuola? Ma che si’ nu’ ricchion’?»

Carlo percepì una fitta dritta al centro del petto. Per un attimo non ebbe più il coraggio di guardare suo figlio. Provava vergogna di se stesso, e Antonio glielo ricordava.

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Tratto dal racconto Katja

Katja aveva sedici anni e sapeva solo di non voler morire, non ancora una volta. Avanzava veloce fra la folla: volti si susseguivano, sorrisi, voci, palazzi, vetrine addobbate a festa.

Il suo sguardo era una continua supplica d’aiuto, ma nessuno lo vedeva, proprio come nessuno aveva mai accolto le sue preghiere: forse tranne la volta in cui a dodici anni aveva pregato l’icona della Madonna di Tropea chiedendole di far morire suo padre.

Avrebbe voluto ucciderlo lei, anziché vederlo morire di cancro.

Udiva ancora i colpi delle vangate sulla bara: avrebbe voluto dissotterrare suo padre per ucciderlo nuovamente.

Ma ormai non poteva fare altro che fuggire, ancora una volta.

Camminava veloce per le strade di Napoli, vetrine e finestre illuminate da festoni natalizi, volti sorridenti nelle sue pupille.

Ogni volta che qualcuno la sfiorava, il suo cuore le saliva in gola, le sembrava che ovunque centinaia di mani volessero afferrarla.

Oltrepassò una donna che stringeva la mano alla propria bambina. Una folata di profumo la travolse, la voce della bimba risuonò nei suoi timpani:

«Mamma, mi compri un giocattolo?»

Katja chiuse gli occhi, strinse i pugni nelle tasche del giubbetto. Affrettò il passo. Le sue scarpe rotte battevano veloci sul cemento, attorno a lei profumo di torrone e di dolci proveniente da una pasticceria, festoni lucenti adornavano il reticolato di tubi metallici al di sopra della stazione della metropolitana.

Svoltò in un vicolo. Ai suoi lati si susseguivano portoni arrugginiti e ringhiere di ferro, ovunque marcivano cumuli di rifiuti, appestando l’aria. Solo poche luci provenienti da finestre e balconi rischiaravano la via, nulla si udiva oltre a urla, rumori di posate e di piatti, gli schiamazzi di qualche televisore.

Corse di vicolo in vicolo. Guardava di continuo dietro di sé, a ogni rumore balzava.

Un gatto guizzò da un cassonetto straboccante di rifiuti, una bottiglia rotolò nell’oscurità, dal portone di un palazzo si udì un uomo tossire.

Katja continuò a camminare spedita in un labirinto di palazzi. Non sapeva dove andare. La Caritas aveva chiuso. All’hotel dove era stata la notte prima non le avrebbero fatto più credito, a meno che non avesse accettato la proposta del vecchio albergatore.

Sentiva ancora la mano rugosa del vecchio sul viso: «Ma se vuoi n’accordo ‘o truvamm’.»

Katja avrebbe voluto conficcare nella pancia di quel porco un paio di forbici, proprio come aveva desiderato fare con suo padre, invece era scappata via.

Entrò in un palazzo decrepito, le mura erano coperte di scritte, una lampadina penzolava su cassette della posta arrugginite, volantini ingialliti lasciati sul pavimento, bottiglie vuote e preservativi usati.

Si nascose nel sottoscala. Rannicchiata, silenziosa, osservò l’androne, la faccia schiacciato contro al muro, nelle narici puzzo di piedi, cavoli bolliti e pesce fritto.

Era abituata a quel fetore. Era lo stesso che aveva respirato per anni nella casa dov’era cresciuta, ed era lo stesso che aveva sentito quando rimasta orfana era andata a vivere da suo zio Bogdan, il fratello di suo padre.

A suo zio gliele aveva conficcate davvero delle forbici nella pancia, ma erano troppo piccole per ucciderlo, proprio come lo era lei quando Bogdan le aveva messo le mani addosso.

All’epoca Katja aveva solo tredici anni. Fuggita dalla casa dello zio aveva girato di posto in posto, e ognuno di essi puzzava come quel palazzo.

Se la sentiva costantemente addosso quella puzza.

Si guardò attorno, furtiva, ma senza nemmeno capire cosa stesse cercando. Poi improvvisamente udì il portone strisciare sul pavimento, lo vide aprirsi lentamente. I suoi occhi balzarono, come un animale impaurito si tirò indietro, nascosta nell’ombra.

Si udirono dei passi. Katja non osava scorgere la testa, neppure quando udì i passi fermarsi di colpo.

Un rumore le fece salire il cuore in gola. Era un lungo respiro, simile al rantolo di una bestia, poi subito colpi di tosse talmente forti da rimbombare nell’androne.

Scorse lentamente la testa, come uno scarafaggio che allunga le antenne prima di uscire allo scoperto. Vide un uomo in abiti scadenti mantenersi con una mano al muro: tossiva forte, si piegava in due e sputava contro al muro.

La tosse rallentò. L’uomo si tirò in piedi, barcollava, ansava, si asciugava la fronte sudata.

Sputò del muco sul pavimento e alzò lo sguardo.

Appena gli occhi di entrambi si incrociarono, le pupille di Katja si frantumarono in mille pezzi.

Si tirò indietro, contro al muro. Tremava. Iniziò a frugare nelle tasche in cerca di qualcosa per difendersi, ma tastò solo sigarette, un accendino, monete e un sacchetto di stoffa.

Serrò gli occhi. I passi erano ormai vicinissimi, li sentiva in gola.

La voce dell’uomo la fece trasalire.

«E tu chi sei?»

Katja non riusciva nemmeno ad aprire gli occhi. Ricordava i passi di suo padre verso la propria camera, le mani di suo zio lungo la schiena, la carezza sul viso del vecchio albergatore.

«Ma fa un po’ come ti pare!» incalzò l’uomo.

A quelle parole Katja spalancò gli occhi e smise di tremare.

L’uomo avanzava lento verso le scale, tossiva ancora, sembrava stanco persino di respirare.

Katja guizzò fuori dal proprio nascondiglio e, ancora in ginocchio, si trascinò verso l’uomo.

Lui si fermò, ansimò e si voltò, senza dire nulla.

I loro occhi restarono intrecciati. L’uomo accese una sigaretta, si girò e riprese a camminare.

Katja balzò in piedi.

«Aspetta…» ansò.

L’uomo si bloccò. Lento, pesante, si girò verso Katja.

Gli occhi dell’uomo vacillavano, erano stremati, e più fissavano Katja più sembravano consumarsi.

Katja fece una passo verso lui.

«Puoi aiutarmi?»

Lui sbuffò appena.

«Non hai un posto dove andare, vero?»

Katja chinò gli occhi, in attesa.

«Dai, vieni.»

Katja alzò lo sguardo, le sue labbra si arcuarono in un debole sorriso, appena un accenno.

Salirono insieme le scale. La puzza che aveva sentito nel pianerottolo si mischiava al fetore di cibo indiano e di cipolla rosolata proveniente da alcuni appartamenti, e da essi giungevano urla, televisori a tutto volume, il pianto di un bambino.

Un pesante tonfo da dietro una porta fece balzare Katja.

«Non ci far caso» biascicò l’uomo, aprendo la porta di casa sua «è solo Alì che litiga con sua moglie.»

Fece un passo, senza nemmeno voltarsi.

«O almeno così lo chiamano qui dentro. Ma in fondo qui si chiamano tutti Alì fra loro.»

Si girò e vide Katja immobile sull’uscio della porta.

«Che fai, hai deciso di rimanere lì?»

La lasciò e svanì in un minuscolo ingresso colmo di scatoloni, vecchi vestiti e cianfrusaglie sparse ovunque.

Katja tentennò prima di entrare.

Quel posto, quel disordine e quell’insieme di roba senza senso le ricordavano la casa di Cosma: il primo ragazzo con cui era stata, o almeno senza che qualcuno le tenesse fermi i polsi.

L’aveva incontrato un anno prima, e l’aveva lasciato da appena dieci giorni. Cosma aveva tre anni in più a lei, era stato lui a convincerla a lasciare le suore dove era stata mandata dai servizi sociali.

Katja odiava quelle suore. Ogni volta che diceva una parolaccia le facevano recitare decine di preghiere o le impedivano di andare all’aria aperta.

Il giorno in cui era scappata aveva dato fuoco all’ufficio di suora Ignazia e rubato i soldi dall’offertorio.

Cosma era un ladro, casa sua era una specie di magazzino.

Di tanto in tanto Katja si divertiva a indossare i gioielli appartenuti a chissà quale ricca donna, andava verso Cosma, sorrideva ed esclamava: «Uite, eu sunt o printesa.»

Una volta aveva creato persino una collana con dei minuscoli diamanti presi da un sacchetto di velluto.

Le sembrava di essere al sicuro, ma quella sicurezza era scomparsa quando Cosma si era immischiato in un nuovo giro.

Ogni volta che i suoi nuovi compari andavano a casa, osservavano Katja e sorridevano, poi parlottavano fra loro in albanese.

Lei a Cosma non aveva avuto bisogno di conficcargli un paio di forbici nella pancia, ci aveva pensato qualcun altro.

La polizia l’aveva trovato in un vicolo, sbudellato. Katja, terrorizzata, era scappata via: a malapena era riuscita a portare via qualcosa.

Passò fra bambole rotte, vecchi dischi, giornali ingialliti e vestiti di ogni tipo. Sfiorò un orsacchiotto dal pelo arruffato e senza un occhio. Quasi sorrise.

Da piccola aveva un solo orsacchiotto, si chiamava Cățeluș. Dopo la morte di sua madre Anica suo padre gliel’aveva gettato via, urlando che era ora di crescere. Poi qualche anno dopo, quando Katja aveva undici anni, era stato suo padre ad aiutarla a crescere, gettandola via come il suo piccolo Cățeluș.

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Tratto dal racconto L’ultima estate del mondo

Francesco, Edoardo e Vera erano cresciuti insieme. Non avrebbero mai sospettato che quella sarebbe stata la loro ultima estate assieme.

La scuola era finita da un paio di settimane, e nonostante i pessimi voti erano stati promossi.

Francesco ed Edoardo frequentavano la sezione F, mentre Vera stava nella B. Edoardo e Francesco vivevano persino nello stesso palazzo, in un vicolo alle spalle della stazione di Napoli.

Quel vico puzzava di pesce marcio, al punto che Edoardo e Francesco sembravano avercela incollata addosso quella puzza, come tante volte gli aveva detto Vera, senza alcuna pietà.

Vera invece aveva un odore strano, di lavanda mista a pesca. Edoardo e Francesco però non potevano sapere se quella che non riuscivano a definire né puzza né un odore fosse parte della strada in cui viveva Vera, loro non erano mai stati a casa di Vera. Sapevano solo che abitava in una traversa del Corso Umberto, a pochi passi dal centro storico di Napoli.

In effetti Edoardo e Francesco conoscevano poco e niente della famiglia di Vera. Sapevano che suo padre, il signor De Vita, lavorava come capo fabbrica in una minuscola azienda per la lavorazione del legname; e sua madre, per tutti la signora De Vita, stava in casa a fare i servizi e usciva appena per fare la spesa, ma negli ultimi mesi, da quando la sua malattia si era aggravata, nessuno l’aveva più vista.

In fondo fra loro nessuno parlava mai della famiglia, anzi, cercavano di stare a casa il meno possibile, anche adesso che la scuola era finita.

Il pomeriggio in cui le loro esistenze cambiarono stavano in un vicolo adiacente la stazione di Napoli. Sedevano sui gradini di un cinema porno dismesso, contro un muro pieno di scritte e su cui erano affissi ancora residui di locandine pornografiche.

Attorno a loro si respirava puzza di carne marcia mista a sudore. Fuori al vicolo si udivano automobili sfrecciare, clacson strepitare, un brusio di passi che si susseguivano ininterrotti.

Di tanto in tanto un motorino attraversava il vicolo. I palazzi alti e ridotti in rovine, colmi di balconcini arrugginiti, erano talmente vicini che la luce del sole entrava a malapena. Marocchini erano fermi davanti a file di cassette di frutta fuori a un alimentari pakistano. Dal negozio proveniva urla, una musichetta araba, e un tremendo fetore di carne speziata e piedi sudati. Affianco, davanti la serranda chiusa di un negozio, sotto l’insegna rotta di quella che era stata una tabaccheria un rumeno grande e grosso beveva una latta di birra, e poco distante, da un Donner Kebab si vedevano negri seduti ai tavolini: le mani che affondavano in piatti di pollo e risso, le dita coperte di bankoo bollente.

Vera era assorta, persa fra colori e puzze che palpitavano nel vicolo. Osservò la mano ossuta di un nero all’interno del Donner Kebab afferrare un pezzo di polli e infilarselo in bocca, poi un marocchino ubriaco uscire dal negozio del pakistano: urlava, quasi precipitò sulle casse di frutta.

Francesco in un sorso vuotò la Coca Cola e gettò la latta a terra.

La lattina rotolò fino a un cumulo di rifiuti dove una vecchia Rom, grassa e coperta di straccia, rovistava per poi gettare vestiti e altre cianfrusaglie in uno scatolone infilato sullo scheletro di un carrozzino.

Francesco balzò in piedi e si rivolse a Edoardo, seduto accanto a Vera a fumare una sigaretta fregata da suo padre.

«Allora che si fa?»

Edoardo scosse le spalle. Era il suo atteggiamento di sempre. Era grosso di stazza, aveva il volto di uno scimmione e due folte sopracciglia nere che sembravano una sola linea.

«Boh, potremmo andare da Alì.»

Francesco sbuffò.

«Ma se manco due ore fa ci siamo stati. Che cazzo ci torniamo a fa?»

«E allora che buo’ fa?»

Francesco rimase zitto. Guardò le insegne in arabo, ucraino e slavo poste sulla malridotta porta bianca dell’internet point di Alì, vide da lì uscire un algerino strafatto di crack: le gambe molli, il volto ridotto a un teschio, gli occhi persi nel vuoto.

Osservò l’uomo barcollare fino all’angolo e poi si voltò verso Vera: aveva gli occhi persi nel vuoto, sembrava non fosse nemmeno lì.

«Oh, e tu che dici?»

«Eh?» strepitò lei.

«Jamme checazz’! Questa è proprio rincoglionita» sbuffò.

Vera si alzò di scatto e lo spinse.

«Bambullela, com’è che mi hai chiamata?»

Francesco cadde su di Edoardo, ma lui, scontroso, se lo tolse di dosso.

Francesco si tirò su di colpo e rivolse un’occhiata ferina a Vera. Sembrava un tisico: il volto pallido e scarno, gli enormi occhi verdi, capelli radi e biondi.

Vera era persino più gracile di lui. Era bassina, aveva appena un accenno di seni, i lunghi capelli neri sul viso ovale e bianco la facevano sembrare ancora più piccola. Eppure tutti sapevano che non era il caso darle fastidio, perché lei era stata la sola in tutto l’istituto Pietro Colletta ad aver steso a suon di pugni Gennaro ‘a carogna, un ripetente della terza C che terrorizzava chiunque.

Lui l’aveva chiamata puttanella succhia cazzi, e lei gli aveva fatto saltare due denti e spaccato il naso.

Aveva continuato a pestarlo anche dopo che aveva perso i sensi. Avevano dovuto chiamare i bidelli per togliergliela di dosso, e il giorno dopo, a scuola, anziché suo padre si era presentata sua madre, dicendo con la solita aria da suora: «Mi dispiace, mio marito è a lavoro.»

Da quel giorno nessuno aveva più dato fastidio a Vera, e nessuna bambina aveva voluto fare amicizia con lei. Ma nel loro trio era invece concesso prendersi a parolacce: anzi, sarebbe stato strano il contrario. Ma quella parola: “Bambulella”, era un vero e proprio pugno nello stomaco per Checco, e Vera lo sapeva. Era stata lei a difenderlo quando durante il primo anno di scuola gli altri bambini avevano iniziato a chiamarlo così: un nomignolo che gli era rimasto incollato addosso da quando in terza elementare sua madre, a carnevale, l’aveva fatto vestire da donna.

Tutta la classe l’aveva deriso, attorno a Francesco un vortice di volti, di occhi, di labbra, di risate e dita puntate contro la propria faccia.

«Bambulella, bambulella. Comm’ si bell’!»

Quel nomignolo gli era rimasto cucito addosso, al punto che suo padre: il signor Borrelli, un perdigiorno che passava di bar in bar e perdeva un lavoro dopo un altro, quando era ubriaco più del normale lo derideva dicendogli: «Dai, bambulella, perché non vai cu’ mammeta a fa i piatti? Magari potresti mettere pure il grembiulino. Sai comm’ si’ bell’!»

Francesco in quei momenti poteva solo reprimere le lacrime e fare quanto detto da suo padre, perché sapeva che non stava scherzando: no, suo padre non scherzava mai, nemmeno quando rideva di lui.

Checco avrebbe voluto uccidere suo padre, ma non certo Vera. No, fra loro era permesso prendersi in giro, perché fra quelle mura, in quei vicoli, esistevano solo loro tre.

Quello era il loro mondo.

Fu in quel momento che nacque l’idea. Un’idea veloce, forse stupida, partorita in fretta durante un torrido giugno.

Edo si alzò in piedi e diede un calcio a una bottiglia.

«Ma voi avete sentito le nuove sullo scemo?»

Gli occhi di Vera e Checco si incollarono a quelli di Edo, intrecciati in unico viluppo di organi pulsanti.

Dal negozio del pakistano si udirono urla, poi una risata, il rumore di una bottiglia schiantata sul pavimento.

«Vaffanculo Alì, tu no rispetti me? Tu no buono! No amico.»

«Vaffanculo tu e pagare prima. Io dopo dare da bere a te.»

Il negro fu scaraventato fuori dal negozio, precipitò su una cassa di frutta.

Dal negozio ancora urla e risate.

Una mela ruzzolò ai piedi di Vera, Francesco ed Edoardo, ma loro tre erano altrove, persi in un’intimità soltanto loro.

Fu Vera a rompere il silenzio.

«Ma che cazzo ci frega di quello lì?»

«A scuola Il Topo ha detto che l’ha visto alla finestra di casa vestito da donna e tutto truccato» aggiunse Edo.

Vera e Checco rimasero a bocca aperta. Ma subito il risolino cinico di Eva frenò la superbia di Edoardo: la sua risata sembrò mischiarsi al riso ubriaco di un trans che faceva marchette fuori al vicolo.

«Lo sanno tutti che Il Topo dice solo cazzate.»

«A me sembrava davvero serio. Anzi, pareva che teneva paura.»

Vera e Francesco non sapevano che pensare. Due cinesi entrarono nell’alimentari di Alì. Dal Donner Kebab si udirono rumori di pentole battere al suolo, poi urla in arabo; dall’internet point uscì a passo lento un rumeno, una birra stretta in mano, gli occhi persi sul selciato.

Inciampò sul marciapiede a cadde faccia a terra.

«Cu toții muriți!»

Gli occhi di Vera, Checco ed Edo si intrecciarono in un patto segreto, tutto il resto nemmeno esisteva.

«Tu dici che è vero?» chiese Vera incuriosita.

Edo annuì, sicuro di sé.

Checco sbuffò.

«Ma che cazzo ce ne fotte di quello! Ha già i suoi guai, no?»

Vera lo trafisse con lo sguardo.

«Che c’è, dici così perché vorresti vestirti da donna con lui?»

«E tu invece i vestiti te li fai togliere, vero?»

Vera si fiondò su di lui.

«Frocio! Io te facc’ sputa’ ‘e rient’» strillò.

Edo allungò il braccio e la tirò via. Non dovette fare alcuno sforzo, proprio come sempre: quei due sembravano cane a gatto, litigavano di continuo, ma alla fine stavano sempre insieme, al punto che alcune volte Edo si sentiva di troppo.

Ma in fondo a lui bastava essere il capo di quella combriccola.

«Avete finito voi due ‘e scassa’ ‘o cazz’?» esclamò.

Vera e Checco si guardarono ancora rabbiosi.

«Comunque io ho deciso di andare a vedere!» riprese Edo «Voi fate come cazzo vi pare. Tornate a giocare ai videogames da chillu chiatton’ di Alì, o andatevene a casa come muccusi: io vac’ a vere’!»

Checco e Vera l’osservarono, i loro pensieri sembravano muoversi veloci come le auto che continuavano a sfrecciare fuori al vicolo.

In cuor loro sapevano cosa li frenava, come lo sapeva Edo, anche se non voleva darlo a vedere.

Qualche mese prima li aveva convinti a entrare nel vecchio circolo ricreativo dei ferrovieri, all’interno della Stazione Centrale. Forzata la porta si erano trovati in locali abbandonati, illuminati appena da lame di luce provenienti dalle mura crepate.

Erano andati avanti su vetri rotti, rifiuti, carcasse di animali, merde di cane e carte ingiallite dalla pioggia.

Improvvisamente da sotto una lurida coperta era sbucato un braccio e aveva afferrato la caviglia di Vera.

«Dove vai, non me lo dai un bacio?»

Checco ed Edo era scappati via, urlando. Dietro di loro avevano sentito solo le urla di quel barbone.

Vera gli aveva spezzato un braccio con una vecchia macchina da scrivere.

Quella lezione non era servita a niente.

Infatti in poco tempo si trovarono in strada. Passarono di vicolo in vicolo, veloci come topi che si nascondono dalla gente.

Emilio De Rosa, così si chiamava il ragazzo, viveva in un cadente palazzo nei vicoli della Duchesca: vicoli che cingevano come una ragnatela un lato della stazione.

Superarono palazzi ridotti a cumuli di macerie, portoni sfondati, cancelli arrugginiti, archi di pietra erosi dal tempo.

Alcune finestre erano sbarrate, fili di zinco si intrecciavano di palazzo in palazzo e da essi penzolavano vestiti. Motorini erano parcheggiati contro le mura, davanti a minuscole cappelle per la Madonna poste fra i rifiuti ammassati davanti ai palazzi.

Passarono innanzi a una fila di cassonetti straboccanti di sacchi d’immondizia. Il fetore del detersivo che sgocciolava dai panni stesi si mischiava al puzzo dei rifiuti ammassati agli angoli dei palazzi, e al piscio di qualche ubriaco riversato sui portoni.

Da fuori una bottega un ricettatore li guardò senza cura. Un cinese fu quasi travolto dalla loro foga, mentre trascinava un carrello pieno di scatoloni; un tossico fermo contro al portone di un palazzo lì fissò per un tempo indefinibile: allungò la mano verso loro, mosse le labbra, ma non disse niente.

Svanirono in un altro vicolo, e poi in un altro, e in una altro ancora. Passarono davanti a una puttana di colore seduta sui gradini del proprio basso, in attesa di un cliente. Quasi gettarono a terra un vecchio negro che usciva da un barbiere marocchino, investirono il carrozzino pieno di stracci e immondizia spinto da un bambino rom.

Vera si voltò a fissarlo, ancora correndo: gli occhi di quel bambino continuarono a seguirla, le sembravano gli occhi del peluche di pezza che suo padre aveva gettato via quando lei aveva nove anni.

«Ma che cazz’ ‘e fa ancora con sto coso?»

Chiuse gli occhi e continuò a correre. Si fermarono in un altro vicolo, davanti a un decrepito palazzo identico a tutti gli altri.

Ansavano, poggiati contro a un muro, al di sotto dell’icona della vergine Maria illuminata da un lumino.

Edo si fece forza, col dito indicò una finestra.

«È quella!»

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Tratto dal racconto Il mio nome è Hussayn

Attorno a sé Alì sentiva solo voci e passi. La gente gli camminava accanto senza nemmeno sfiorarlo.

Fissava una bambina seduta a un bar insieme ai propri genitori: mangiava una torta alle fragole, sorrideva a ogni boccone.

Distolse rapidamente lo sguardo. Continuò a camminare, come aveva fatto per ore. Coperto di stracci puzzolenti, si mischiava a decine di persone vestite alla moda. Ai due lati del piazzale, si ergevano antichi palazzi e hotel su cui brillavano insegne. Le finestre erano quasi tutte chiuse, poche sagome si vedevano muoversi dai vetri.

Alì ripensò a Casablanca: gli alti e luminosi palazzi, un via vai di turisti e gente che faceva baldoria fino a notte fonda.

Il suo pensiero volò ai vicoli colmi di rifiuti di Sidi Moumen, dov’era cresciuto.

Si strinse nel giubbotto e affrettò il passo. Alla sua destra si susseguivano le vetrine lucenti di ristoranti e bar. Dalle vetrate si vedevano sagome sorridenti sedute a tavola, gente che cenava, bocche spalancate, calici alzati al cielo.

Profumi oleosi, densi, caldi gli entravano fin nelle narici.

Osservò un uomo grasso infilarsi in bocca un trancio di pizza, l’olio lucente colava sul tavolo. Vide una giovane ragazza sorridente sorseggiare un aperitivo, e un uomo poggiare sul tavolo tre banconote da cinquanta.

Voltò lo sguardo a sinistra. Sorretta da tronchi di metallo una maglia di ferro formava una ragnatela ferrosa sopra la nuova stazione della metropolitana. Sotto di essa, da un profondo cratere da cui si vedevano serrande calate e scale mobili ferme, provenivano fasci di luce viola, illuminando i volti cupi, rugosi e sporchi di negri, rumeni e italiani coperti di stracci, seduti su muretti a fissare il vuoto.

Alì li oltrepassò. Arrivò alla Stazione Centrale. Su di un muretto sedevano persone vestite di stracci, i loro occhi fissavano ombre disperdersi in un brusio di voci e passi. Poco distante, immobili su di un piazzale, alcuni guardavano con occhi tristi la città, forse in attesa di un pullman per tornare a casa, forse in cerca di una moneta, di una dose di droga, o magari soltanto della fine di tutto; mentre dalle vetrate luminose della stazione continuavano a entrare e uscire persone ben vestite, troppo impegnate a trascinare trolley o fissare smartphone per osservare quell’orgia di carne maleodorante che li circondava.

Alì passò davanti a due vecchi: un uomo e una donna seduti a terra contro le vetrate della stazione. Puzzavano di pelo di cane bagnato, fra le cosce avevano buste piene di vecchi vestiti.

Superò un marocchino che girava su se stesso e si mise a sedere su dei blocchi di cemento a ridosso della strada. Osservò barboni prendere posto su cartoni fetidi, a terra, contro le vetrate della stazione, mentre queste iniziavano a chiudersi, alcune voci metalliche al di là di esse annunciavano le ultime partenze dei treni, e fasci di luci si scagliavano sugli ultimi viaggiatori che si affrettavano a lasciare la stazione.

Un uomo tarchiato e dalla pelle scura gli si avvicinò.

«Sadiq, almukhdirat?» sbiascicò.

Alì fece cenno di no. L’uomo borbottò e andò via.

Alì non lo guardò neppure. Non gli andava alcuna droga in quel momento.

La sua attenzione fu improvvisamente colpita da un frastuono di voci. Sembrava una mandria di bufali: un brusco scalpitio di gambe, braccia, e corpi che si urtavano fuggendo da qualcosa.

Si dirigevano verso un furgoncino bianco fermo a un lato della stazione. Le porte sul retro si spalancarono, e come ogni volta il primo a uscire fu Enzo: un uomo di statura media, un accenno di pancia e la capigliatura squadrata.

«Sempre la solita storia!» strepitò «Allontanatevi, da bravi.»

Barboni, pezzenti ed extracomunitari si scostarono dal camioncino, ma continuavano a spingersi e strepitare.

Dal camioncino uscirono un ragazzo e una ragazza che Alì già conosceva, portarono fuori una cassa di polistirolo. Poi ne uscirono altri due: un ragazzo dai capelli impomatati e una ragazza sorridente dalle labbra tinte di rosso portarono fuori un’altra cassa. E ancora altri due, Giorgio e Tiziana.

Enzo cercava di far ordine fra la folla. I ragazzini avevano sistemato le casse in fila come una trincea: da esse usciva odore di plastica e puzza di ospedale.

I ragazzini sorridevano, mentre Enzo guidava verso di loro la mandria che ora, educata, chinava il capo e ringraziava per un contenitore pieno di pasta scotta macchiata di sugo, una bottiglietta d’acqua e un panino duro.

«Come va Rashid?»

«Oggi è stata una buona giornata?»

«A pranzo hai mangiato?»

Affamate e infreddolite, quelle persone accoglievano parole e sorrisi in cambio di un piatto di pasta.

Un vecchio sdentato sorrise a Gloria, tremò nell’afferrare fra le mani venose il contenitore.

Alì attendeva. Aveva fame, ma non gli andava di mischiarsi a quella folla, gli ricordava quando da bambino elemosinava per le strade di Casablanca insieme a sua sorella Amina.

Non aveva mai saputo se Amina fosse la sua vera sorella. Se la ricordava già grande, e l’ultima volta che l’aveva vista era stato quando lui aveva nove anni e lei sedici: andata in città e mai più tornata.

Ora si trovava a essere di nuovo un bambino povero che chiede l’elemosina per strada.

Tremila chilometri di viaggio non gli erano serviti a nulla.

Fu inutile pensare. Starsene lì a pensare non gli avrebbe riempito la pancia, e lo sapeva. Così si mise anche lui fra la folla. Carne puzzolente di piscio e di sudore spingeva a destra e sinistra. Enzo cercava di mantenere l’ordine.  La gente prendeva da mangiare e correva via. Alcuni sedevano a terra, altri su blocchi di pietra, oppure stavano in piedi a mangiare affamati, senza gustare niente.

Ad Alì quella sera toccò Tiziana. Ormai la conosceva da due anni. Era bruttina: lentiggini, capelli lisci e biondicci, labbra piccole e qualche chilo di troppo.

Sorrideva sempre.

«Oggi come andiamo?» gli chiese, porgendogli il contenitore. Alì lo afferrò, senza volerlo sfiorò appena il dito di Tiziana.

Lei si ritrasse di colpo, senza smettere di sorridere.

Alì si infrattò in un angolo a mangiare, ogni boccone gli si bloccava in gola.

Ricordava la bambina vista poco prima, e poi Amina costretta a chiedere l’elemosina per le strada di Casablanca o a rovistare fra le discariche di Sidi Moumen, e tante volte, troppe volte, a chiudersi in camera con dei turisti.

C’era appena una tenda a dividerli. Alì sentiva tutto, e ogni volta che quelli andavano via avevano un’aria compiaciuta.

Tiziana aveva la stessa aria felice sul viso.

Alì finì il pasto, vide attorno a sé ombre e carne molle vagare in una poltiglia scura. Sui muretti alcuni mangiavano ancora, in silenzio, masticavano e fissavano il vuoto. Altri, quelli più giovani e ancora forti, erano in piedi, consumavano lentamente il pasto e scrutavano chiunque. Altri ancora cercavano di fare il bis, e alcuni barboni già dormivano a terra, incuranti del frastuono di passi e voci.

A un tratto gli occhi di Alì palpitarono. In un vortice di carne e lamenti restò sola un’immagine impressa nelle sue retine.

Joanna era rannicchiata su di un cartone: le sue unghie sporche stringevano una busta piena di stracci che usava come cuscino, una fetida trapunta le copriva le ossa.

Sul viso le cadevano capelli biondi resi grigi dalla sporcizia.

Alì non la vedeva da circa un mese. Non sapeva nemmeno quale fosse l’età di quella donna. Di Joanna non sapeva niente, eppure le sembrava la sola persona a lui intima.

Ebbe voglia di svegliarla, ma non lo fece.

Per dirle cosa, poi?

Forse Joanna non capiva nemmeno la sua lingua. Forse ormai non capiva e basta.

La lasciò lì. La guardò e sperò che l’immagine di lei, quella che ancora ricordava, restasse calcificata nelle sue pupille: qualcosa di sacro, qualcosa in cui credere.

L’osservò un’ultima volta. Si rullò una sigaretta con il tabacco che gli restava, conscio che presto sarebbe dovuto tornare a raccattare i mozziconi da terra, e poi si avviò verso casa.

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Tratto dal racconto Il profumo dei pastelli

Bianca infilò i soldi guadagnati nel suo logoro zainetto e a testa bassa s’incamminò in un oceano di volti.

Una folata di corpi, voci e passi l’oltrepassava. Bianca respirava l’odore di chi le passava accanto mischiarsi al profumo di pane caldo, pasta al sugo e dolci proveniente dai negozi.

Alcune volte s’incantava a fissare le vetrine delle pasticcerie, ma non osava entrarvi: non ci aveva messo più piede da quando due anni prima, decisa a fregare suo padre spendendo qualche moneta per un dolce, era entrata in una pasticceria e il negoziante l’aveva cacciata.

Svoltò in una traversa alla sua sinistra. Attorno a lei i palazzi si susseguivano in un tunnel di pietra, ricoperti da portoni rotti, balconcini arrugginiti e finestre chiuse.  Le mura puzzavano di muffa, di palazzo in palazzo fili di zinco formavano una ragnatela da cui penzolavano abiti bagnati.

I passi di Bianca battevano forte sul selciato di pietra. Di tanto in tanto sfrecciava un motorino con a bordo due, o anche tre ragazzini. Di passanti non ce n’erano quasi. Qualche cinese scaricava scatoloni da un camioncino, poggiandoli fuori a negozi che puzzavano di plastica. Da un internet point proveniva puzza di piedi sporchi e urla arabe, e in un Donner Kebab negri silenziosi affondavano le mani in piatti pieni di riso e pollo.

Bianca conosceva a memoria quelle strade: capillari di pietra che si diramavano nel cuore di Napoli. Aveva visto migliaia di volte le insegne mezze fulminate dei negozi cinesi, le porte arrugginite degli internet point su cui erano posti manifesti ingialliti; i negozi di alimentari le sembravano tutti identici: piccoli buchi maleodoranti fuori cui c’erano cassette di legno che puzzavano di frutta marcia, e dentro si vedeva gente sempre ubriaca o arrabbiata.

Bianca passò veloce davanti a uno di quei negozi. Respirò una folata di frutta mischiarsi al puzzo di sudore di un nigeriano che le passò accanto, e svoltò in un altro vicolo, poi ancora in un altro, e in un altro ancora.

Era un labirinto. Tutto era uguale, man mano che avanzava i palazzi, sempre più scuri, si innalzavano fino a nascondere il cielo.

Ormai non c’erano più nemmeno negozi. Nel vicolo echeggiavano solo rumori di pentole, piatti, e urla che si mischiavano alla voce dei televisori provenienti da appartamenti al piano terra: piccoli buchi senza nemmeno finestre, tanto che d’estate la gente teneva la porta di casa aperta, e le persone che passavano per quei vicoli potevano vedere in tutta tranquillità donne che cucinavano, famiglie che mangiavano, persone che dormivano in tre su di un letto matrimoniale, gente che litigava.

Bianca continuò ad avanzare. Dalle porte socchiuse si vedevano sagome umane muoversi, si respirava profumo di ragù e puzza di pesce fritto.

Fece ancora alcuni passi. Si udì un motorino, poi delle urla. Dalla porta aperta di un basso si vedevano nel buio le luci intermittenti di un albero di Natale.

Di sbotto una porta si aprì davanti a Bianca. Un uomo di colore uscì urlando e sparì nel buio.

Lei svoltò rapida in un altro vicolo. Era identico a quello appena lasciato, e a quello in cui entrò dopo.

Ora respirava solo puzza di detersivo proveniente da vestiti penzolanti dai balconcini. Il sapone colava su scaglie di pietra, scivolava in esse formando rigagnoli schiumosi.

Bianca svoltò ancora in un altro vicolo. Dai palazzi altissimi non si vedeva alcuna luce. Tutto era addormentato. Le porte dei bassi erano chiuse, ogni tanto rumori di pentole, di piatti, e qualche colpo di tosse.

Ogni tanto Bianca vedeva due piccole palle bianche attraversare le imposte calate delle porte al pian terreno, per poi sparire veloci nell’oscurità.

Una porta si aprì davanti a lei e da essa uscì un uomo bianco che si incappottò velocemente e avanzò a testa bassa. Poi l’esile mano nera di una donna strinse la porta e la chiuse.

Bianca corse veloce verso casa: il battito del suo cuore echeggiava ovunque.

Suo padre era in casa. Lo sapeva perché dall’appartamento provenivano colpi di tosse, scatarri e il rumore di una bottiglia battuta contro al tavolo.

Entrata in casa respirò un nauseante tanfo di scoreggie e sudore addensarsi contro mobili sfasciati, illuminati a malapena dalla luce di una lampadina appesa a un filo.

Si mosse nella penombra senza dire una parola. Suo padre sedeva a tavola, davanti a lui tre bottiglie grandi di birra ormai vuote.

La quarta la teneva in mano.

La portò alla bocca, scrutava Bianca a ogni suo passo.

Lei cercò di non guardarlo.

Il maglione che indossava suo padre riusciva a malapena a coprirgli l’enorme pancia, ed era colmo di scatarri e di certo, Bianca lo sapeva, anche di macchie di sperma, visto che quando si masturbava non si curava affatto della vecchia Dumitra che giaceva in un divano a letto in quella stessa stanza, né di Bianca e la piccola Nuta che dormivano nell’altra stanza, coperta appena da una tenda.

Quando una delle due entrava in cucina lui non si copriva nemmeno, si fermava appena.

Bianca lo oltrepassò e andò verso sua nonna. Udì la voce roca e bassa di suo padre bisbigliare: «Cățea mică», ma lei non si voltò. Si chinò su sua nonna, le sorrise e le accarezzò i bianchi cappelli umidi di sudore.

Sua nonna non la vedeva nemmeno. Le cornee erano pallide, in esse brillavano appena due minuscoli spilli.

«Bunică?» sussurrò Bianca.

Ma sua nonna non si mosse. I suoi occhi erano fissi al soffitto. Le labbra tremule, del tutto striminzite, si muovevano appena.

Bianca le diede un bacio sulla fronte.

«Bunică, mă asculți?» sussurrò. Ma sua non sentiva più niente, proprio come Bianca non sentiva ormai nulla di vivo in lei.

Tutto era morto in Bianca. Ora le stavano strappando via anche sua nonna.

Suo padre ruttò. Bianca si voltò verso di lui e lo fissò con occhi ferini.

Si alzò di scatto. Raggiunse il lavello, delle mosche volarono in aria ronzando su piatti sporchi.

Bianca sciacquò un panno e tornò subito da sua nonna. Glielo poggiò sulla fronte, ma lei non sembrò nemmeno percepirlo.

Bianca si voltò spedita verso suo padre.

«Deci ce vrei să faci?» strepitò, fendendo l’aria con la mano.

Suo padre mando giù un sorso di birra. Poi una nube di fumo gli coprì il volto.

Bianca, rossa in viso, si fece avanti verso di lui.

«Ma tu vuoi che lei muoia?»

Suo padre non la guardò nemmeno. Nonna Dumitra tossì.

Al di là di un drappo rosso si udì una timida voce.

«Bianca…»

Bianca si voltò fulminea. I suoi occhi tremavano, nelle sue pupille c’era solo l’immagine di Nuta, in piedi davanti la tenda che separava la cucina dalla camera da letto, in pigiama e con dei disegni in mano.

Bianca corse verso sua sorella. L’afferrò e la tirò su.

«Comoara mea» le sussurrò in bocca: i loro volti uniti, le labbra che si sfioravano.

Le accarezzò i riccioli castani e le diede un bacio sulla fronte.

«Ora andiamo a disegnare, che dopo Bianca tua ti prepara la cena.»

Nuta sorrise, Bianca invece avrebbe voluto soltanto piangere: temeva che Nuta potesse fare la sua stessa fine. Già suo padre la portava in giro per centri commerciali, autobus e treni a chiedere l’elemosina.

Presto cosa le avrebbe fatto fare?

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