Tratto da I giorni perduti

Poco dopo che Katia era andata via, Nico si era messo a scrivere. Non ne aveva voglia, non riusciva a pensare a nulla, se non a Katia. Eppure sapeva di doverlo fare, o sarebbe finito di nuovo in fabbrica, come aveva detto Massimo.

Gli sembrava ancora di vederla la sua vecchia fabbrica, simile a quella in cui era morto suo padre: un rullo oleoso su cui si muovevano bacchette coperte di stucco, la polvere in faccia, i movimenti sempre uguali, la puzza di segatura e di colla, le chiacchiere degli operai accanto a lui e le urla dei capi che lo colpivano come scudisciate.

Sapeva che se fosse tornato lì dentro sarebbe diventato come suo padre: stanco, incattivito, con la faccia scura anche una volta rientrato a casa e pronto a sfogarsi su moglie e figli.

Lo vide rientrare da lavoro: le scarpe rotte e coperte di stucco, il pantalone stracciato e macchiato di vernice, un puzzolente maglione da cui usciva fuori la pancia, unghie lerce, mani e viso luridi, gli occhi di una bestia feroce.

E poi di colpo lo vide invecchiato, dimagrito da sembrare uno scheletro: rantolava lungo il corridoio, in pigiama, senza riuscire nemmeno a parlare. Tendeva la mano venosa nel vuoto, i pantaloni gli erano scivolati sui piedi. Camminava lento, le dita sembravano spaccarsi a ogni movimento, gli occhi erano due bolle bianche prossime a esplodere.

A furia di sorsi di vino Nico cercò di scacciare via quelle immagini. Ogni tanto scriveva qualcosa, ma la cancellava subito. Non riusciva a mettere a fuoco niente: non un’immagine, non una scena, non un solo desiderio che non fosse Katia.

Si alzò di sbotto dalla sedia, chiuse il portatile e si tolse da lì.

Quanto tempo aveva ancora? Massimo gliel’aveva detto, eppure lui non lo ricordava: non voleva ricordarlo. Non voleva rivedere il volto di suo padre.

Si mosse nella stanza, a terra c’erano ancora le mutandine di Katia: erano identiche a quelle di Sissy.

A parte quel pezzo di stoffa, di lei non c’era traccia: solo un profumo, lenzuola ancora sgualcite e capelli sul cuscino.

Osservò a lungo il letto, la vedeva ancora lì: il corpo rannicchiato, le mani sotto al viso, le pupille enormi.

«Mi vuoi bene almeno un po’, Nico?»

Distolse subito lo sguardo. Andò in cucina e prese un’altra bottiglia di vino dal frigo.

La pasta era ancora nel forno.

Guardò l’orologio. Erano cinque ore che lei era uscita, e ora che si trovava da solo in quella cucina, così pulita da sembrare una camera mortuaria, si sentiva smarrito. Stava soffocando. Gli tornarono in mente i lunghi pomeriggi in cui da bambino, fino a otto anni, rimaneva in cucina a disegnare, leggere o guardare la Tv, mentre sua madre dormiva da sola in camera da letto.

«Mi raccomando amore mio, la mamma ha bisogno di riposare. Tu resta qui, va bene?»

Tornò in camera da letto e raggiunse la finestra. La bottiglia gli penzolava dalla mano, l’altra mano era poggiata al vetro.

Il vecchio sistemava barattoli in una credenza senza ante, il televisore lanciava fasci di luce azzurra contro mura incrostate.

Lo vide sparire al di là di un drappo marrone.

Da dietro la tenda della finestra dell’albergo si vedevano un uomo e una donna litigare. Lui le urlava in faccia, lei piangeva a dirotto e agitava le mani in aria. Uno schiaffo colpì in pieno viso la ragazza: cadde a terra; l’uomo in piedi davanti a lei continuava a urlare.

Nico rivide suo padre muoversi in cucina, strillava per i soldi che non bastavano mai, mentre sua madre, immobile ai fornelli, non osava alzare lo sguardo, stringeva i pugni e basta.

A volte, quando succedeva, Nico si chiudeva nella propria camera, rannicchiato nel letto e con le mani contro le orecchie.

Spinse lo sguardo a sinistra, il signor Celardo era sempre al proprio posto, costruiva un altro modellino: un furgone.

Lo vide digrignare i denti mentre cercava di assemblare un sedile nell’abitacolo, poi scagliare il pugno contro al tavolo.

Si tolse da lì. Non sapeva perché, ma ora guardare quelle immagini, quelle persone, gli faceva male, un male fisico: lo faceva sentire solo, e per la prima volta la solitudine gli pesava come quando da bambino restava in cucina, di pomeriggio, in attesa che sua madre si svegliasse.

Andò in bagno. Si fermò sull’uscio della porta. Fissò la stanza, i mobili, e diede un forte sorso al vino.

Abbassò la bottiglia e avanzò. La tavoletta era abbassata. Non ricordava di averla mai vista abbassata lì in quella casa. Gli faceva tornare in mente Sissy, il bagno a casa loro, e quando lei urlava: «Vuoi stare un po’ attento? Ma ci pensi o no che esisto anche io qui?»

La tirò su lentamente, ripensò a sua madre china contro al water, pulendolo con aria triste, e nell’angolo le chiazze di piscio lasciate da suo padre quando era ubriaco.

Notò bagnoschiuma e shampoo sul ripiano della doccia. Sul lavello c’era del detergente intimo, una spazzola piena di lunghi capelli, uno spazzolino rosa e un deodorante.

Respirò l’aria, odorava di donna: profumava di Katia.

Ebbe voglia di gettare via dal lavello tutto con una sola manata, ma restò paralizzato, si guardava allo specchio senza riconoscersi, vedeva solo un vecchio stanco.

Udì improvvisamente la porta di casa sbattere.

Sobbalzò. Osservò il deodorante di Katia, il suo spazzolino, il suo detergente.

Uscito dal bagno la vide avanzare nel corridoio: trascinava una grossa borsa.

Katia si fermò davanti la cucina e lasciò cadere a terra la borsa. Aveva gli occhi rossi come se non dormisse da giorni, era sudata e affannata.

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