Tratto dal racconto “L’ultima estate del mondo”.

Quando Edoardo tornò a casa, suo padre era rincasato da poco.
Erano le sette di sera, quel giorno aveva fatto soltanto un’ora di straordinario, ed esausto se ne stava su di un vecchio divano a bere caffè mentre guardava il telegiornale.
Le luci erano spente per fare economia, e lo sarebbero state finché il buio non fosse stato talmente pesto da obbligare la madre di Edo ad accendere la luce.
Edoardo andò avanti a passo lento, come sempre, muovendosi in un piccolo soggiorno ordinato quanto una reggia e illuminato soltanto dalla luce blu elettrico del televisore, e da lame di luce provenienti dalle tende davanti al balcone.
Vide suo padre. Aveva la camicia sbottonata da cui usciva fuori la sua grossa pancia, e i piedi in una bacinella d’acqua: ciò voleva dire che aveva passato tutte nove ore a lavoro in piedi, probabilmente davanti a quel macchinario che lui chiamava il torchio.
Dopo cena, fumando una delle sue poche sigarette giornaliere, suo padre avrebbe raccontato ancora una volta alla propria famiglia la sua giornata di lavoro, e tutti avrebbero finto di ascoltarlo.
Intanto Edoardo continuò ad avanzare, a passo felpato, tenendo d’occhio suo padre mentre le immagini di parenti mai conosciuti lo spiavano da fotografie in bianco e nero poste su alcuni mobili.
Si fermò un attimo davanti la tavola tonda di mogano al centro del soggiorno. Osservò di nuovo suo padre, poi sfilò una banconota da dieci dal portafogli poggiato sul tavolo, e prese due sigarette dal pacchetto di Multifilter accanto a esso.
Andò verso la porta che conduceva al corridoio, mentre dalla TV la voce di un presentatore disse con tono gelido che a Pimonte undici ragazzi minorenni avevano violentato una ragazza di quindici anni, e che erano stati scarcerati.
Suo padre non batté ciglio. Dalla cucina si udirono rumori di pentole e piatti muoversi nel lavello, e in un attimo il presentatore passò alle notizie sportive.
Edo passò davanti la porta della cucina, andando verso la propria camera, e sapendo che, diversamente da suo padre, sua madre avrebbe fiutato la sua presenza, come se non attendesse altro: simile a un cane che drizza le orecchie appena sente il proprio padrone parcheggiare l’auto.
«Guarda che fra un’ora è pronto. Lavati prima di venire a tavola.»
«Sì mamma» gli rispose, come lei senza nemmeno guardarla.
I loro occhi non si incrociarono nemmeno: sua madre continuò a lavare i piatti, mentre la cena cuoceva sul fuoco, e lui andò verso la propria camera, come il più mite bambino al mondo.
La stanza era pulita e il letto rifatto, proprio come ogni giorno. Sulle mura non ci stava un solo poster, ma soltanto fotografie di famiglia.
Diverse volte, quando Checco era andato a casa di Edoardo, vedendo quelle foto l’aveva preso in giro dicendogli: «La mamma ti costringe a tenere le foto di quando eri il suo cucciolotto?», ma ogni volta Edo l’aveva stroncato rispondendogli: «Almeno io ho delle foto di quando ero bambino, tu?»
Eppure in quel momento, proprio come sempre, guardando quelle foto non riusciva a ricordare i giorni in cui suo padre l’aveva tenuto in braccio, sorridendogli, né le volte in cui i suoi genitori si erano tenuti la mano, tenendo lui nel mezzo di un abbraccio come fosse un trofeo da esibire.
Lasciò quelle foto, come ogni giorno, e andò verso la scrivania.
Sua madre aveva di nuovo ordinato i libri di scuola, i fumetti, e aveva sistemato i modellini d’auto per ordine di grandezza.
Edoardo, ebbe voglia di gettare per aria libri e macchinine, ma rimase tutto lì, aprendo il cassetto della scrivania e alzandolo, portando alla luce un doppio fondo pieno di pacchetti di sigarette, monete e banconote sgualcite, coltelli e riviste porno.
Mise lì dentro sigarette, soldi e il coltello che aveva in tasca. Prese una rivista e la nascose sotto la maglietta, per poi risistemare il mobile e andare verso il bagno.
 
Francesco era appena rientrato a casa. La Tv era a tutto volume, proprio come sempre, e nell’aria si respirava un’asfissiante puzza di chiuso e di fumo di sigaretta.
Andò avanti lento nel corridoio. Man mano che avanzava risate si intrecciavano a parole inarticolate provenienti dal tinello, diventando sempre più nitide, e la luce di un neon illuminava un parato ingiallito e una foto del matrimonio dei suoi appesa al muro, piegata verso sinistra.
Passò davanti la porta del tinello. La risata ubriaca di suo padre si mischiò a quella di un attore.
Lo vide scalpitare su di un divano, in mutande e canotta, ridendo mentre teneva una latta di birra nella mano destra e la sigaretta fra le dita della mano sinistra.
Lo guardò ancora. Poi vide quattro latte di birra per terra, ai piedi del divano, e un cumulo di mozziconi di sigarette in un posacenere a forma di elefante che sua madre amava tanto.
«Non ti sembra che ti somiglia con queste adorabili orecchie?» le aveva detto una volta sua madre, mostrandoglielo e accarezzandogli la fronte.
Francesco istintivamente si toccò le orecchie che su quella sua magra testa sembravano davvero grandi quanto quelle di un elefante.
Era piccolo allora, e nessuno lo sfotteva ancora per quelle orecchie, tantomeno suo padre.
Ora, vedendo quell’elefante sporco di cenere, con la gobba colma di mozziconi, gli sembrò davvero di somigliargli.
Scostò lentamente la mano dalla porta del tinello, mentre le pubblicità iniziarono a scorrere sullo schermo.
Fece appena un passo, e suo padre si voltò verso di lui, ringhiando i denti come una bestia e fissandolo con occhi simili a bracieri.
Sarebbe stata persino goliardica come scena, se quel ringhio non fosse stato reale, e a esso non fosse seguito un furente: «Che guardi, signorina, vuoi forse venire qui a darmi un bacino?»
Il volto di Francesco diventò esangue, e il sudore iniziò a colargli dalla fronte, fino a cadergli salato sulle labbra.
Rivide davanti a sé gli occhi di Emilio, fissi contro ai suoi, e poi la mano dello Squalo sul suo piccolo collo.
Corse subito via, sentendo suo padre scoppiare a ridere strepitando: «Ahaha, che finocchio!»
Passò davanti la cucina. Sua madre ebbe appena il tempo di guardarlo con occhi tristi, quasi stesse piangendo, prima che lui aprì la porta della propria stanza, chiudendosela alle spalle.
Suo fratello Tony, un energumeno di sedici anni, ma che sembrava averne almeno diciannove, lo guardò con aria da tonno, lì sul letto su cui stava steso: uno dei due in quella minuscola stanza piena di vestiti, libri di scuola, vecchi giochi e bottiglie d’acqua o Coca Cola gettate sul pavimento.
«Che c’è, stronzetto? Sembra tu abbia visto un fantasma!» disse senza cura, continuando a stringere fra le mani un fumetto.
Checco corse verso l’armadio, raccattando un pigiama, seguito dallo sguardo ostile di suo fratello.
Andò subito verso la porta, e aprendola udì suo fratello ridere nel dire: «Vai nel bagno a tirartelo pensando al tuo amichetto del secondo piano?»
Chiudendo la porta sentì suo fratello ridere a perdifiato, e suo padre fare altrettanto nel tinello.
Si chiuse nel bagno, lasciò cadere i vestiti sul pavimento e si rannicchiò al suolo, facendo strisciare le spalle contro alle fredde mattonelle e scoppiando in lacrime.
Strinse il proprio volto fra le mani, con forza, come se volesse stracciarselo dalle ossa, mentre attorno a lui non si respirava altro che puzza di piscio, e si udiva il ronzio di una mosca contro al cesso.
 
A Vera, appena rientrata in casa, non fu donato alcun respiro.
Solcata la porta, suo padre le si fiondò contro, quasi come se la stesse attendendo.
Le piantò una mano contro la spalla, gettandola contro al muro, e la fissò con occhi torbidi, alzando il braccio villoso, lasciando scaturire un tremendo tanfo di sudore dalla sua scura ascella, e portando la bottiglia di whisky alla bocca.
Diede un grosso sorso e, abbassando la bottiglia, continuò a fissare dritto nelle pupille Vera sputandole contro: «Dove cazzo sei stata tutto il giorno?»
Lei cercò di divincolarsi da quella presa, mai lui fece forza nel braccio, pressandole la spalla e facendola sbattere contro al muro.
Si sentì un rumore di ossa scricchiolare in aria.
Sul volto di Vera si mosse una smorfia di dolore.
«Allora, ti ho chiesto dove cazzo sei stata?» replicò suo padre, avvicinando il volto al suo e schizzandola con la saliva nel parlargli, colpendola con il suo disgustoso fiato alcolico.
Lei lo guardò dritto negli occhi, rabbiosa, desiderosa di ucciderlo.
In un lampo suo padre scostò il braccio dalla sua spalla, e velocemente la colpì al viso.
Un sordo rumore echeggiò in un piccolo ingresso dalle mura crepate e puzzolenti di fumo, mentre Vera cadde a terra, con le ginocchia e le mani sul pavimento, tremando come un cane appena percosso.
«Non osare mai più guardarmi così, hai capito?» urlò suo padre, agitando contro di lei la bottiglia, come se stesse per fracassargliela contro la testa.
E Vera sapeva che avrebbe potuto farlo da un momento a un altro.
Lei si alzò lentamente, per niente affaticata, come una bestia abituata a essere percossa.
Si mise in piedi. Rimase a testa china davanti a suo padre che la guardò compiaciuto
Le passò la mano sul viso, poi fra i capelli, mentre lei, tremando e stringendo i pugni, stava immobile, senza la forza di fare niente.
Poi di scatto la colpì alla schiena con il palmo della mano, spingendola nella stanza e strillando: «E ora vedi di andare da tua sorella, che Cristo solo sa che cazzo le è preso oggi, mentre tu stavi chissà dove a fare la troia.»
Vera non disse una parola. Andò avanti in un corridoio colmo di polvere, fetido di chiuso e in cui attorno a mura ingiallite alcune foto sembravano accartocciarsi nelle cornici.
Non le guardò. Da mesi non osava guardare le foto di una famiglia che non sembrava più la sua, né di una bambina che non sembrava più lei.
Avanzando nel mezzo di una puzza di fumo e merda, passò davanti la porta del bagno, vedendo appena la vasca incrostata dal vomito.
Chiuse la porta, udendo un vagito provenire da dietro la porta della sua cameretta.
Al buio, in una stanza illuminata soltanto dagli ultimi raggi di sole prossimi al tramonto, sua sorella Lisa piangeva in una vecchia culla, quasi soffocata da peluche e giocattoli di gomma.
Vera andò verso di lei. Dalla culla proveniva una nauseante puzza di merda e di piscio, e quel pianto sembrava lacerarle le orecchie.
Le tolse di dosso i giocattoli, e in fretta la raccolse, per poi poggiarla sul proprio letto.
In fretta, incurante di quella puzza a cui era abituata, le tolse il pannolino, la pulì con le salviettine imbevute, e le passò il talco fra le natiche arrossate.
Poi la prese in braccio, cullandola e sussurrandole: «Su su su, da brava. Su su su», sentendo le lacrime di sua sorella sfumare, in quel piccolo corpo da cui trasudava tutto il dolore di una vita infame, nonostante un solo anno di vita.
Lisa lentamente si calmò, e Vera la ripose nella culla, poggiandole accanto al viso una piccola bambolina di pezza che le aveva regalato Checco, dicendole: «Tieni, questa l’ho trovata nella mondezza. Magari piacerà a tua sorella, visto che da quel che dici è una peste.»
Nel vederla Vera sorrise. Quando lui gliela aveva data lei gli aveva risposto: «Stavi cercando da mangiare fra i rifiuti?», ma in verità aveva visto che sulla bambolina ci stava ancora il prezzo.
Accarezzò sua sorella, poi guardò la camera attorno a sé, vedendo alcune bambole, dei peluche, e delle foto di lei da bambina.
Nulla in quella camera parlare di lei. Era come se fosse la stanza di un’altra bambina: di chi? Non lo ricordava.
Uscì fuori dalla sua stanza, e lenta andò verso la camera da letto dei suoi genitori.
Aprì la porta adagio, per paura di svegliare sua madre.
Da quando si era ammalata seriamente, dormiva su di una brandina a parte, perché il padre di Vera non sopportava di sentire i suoi fiati contro al collo, né di sentirne i lamenti durante il sonno.
Vera vide filamenti di luce penetrare fra le cortine calate, giungendo sul corpo rannicchiato di sua madre, simile a un feto abortito prima di venire al mondo.
La sentì respirare, e poi chiuse la porta, andando verso la cucina, pronta a preparare la cena.
 
A casa di Edoardo, durante la cena, nessuno disse una parola. Non si sentivano altro che le voci provenienti dalla TV, il rumore del cibo masticato, e quello delle posate che battevano contro ai piatti, e persino sfregare i denti.
Dopo cena il papà di Edoardo racconto gli ultimi aneddoti vissuti in fabbrica: quello nuovo, un certo di nome Sabatino, aveva fatto cadere a terra una scatola di cerniere per porte, ammaccandole, e di certo non avrebbe superato la settimana; un tale di nome Giovanni, invece, aveva scommesso di poter battere Moustafà il Toro -uno dei più vecchi in servizio, e personaggio preferito nei racconti del padre di Edo- a braccio di ferro, perdendo pietosamente, e il capo aveva detto a tutti di che proprio lui, Flaminio, era un operaio da prendere come esempio.
Dopodiché sua madre era andata a fare i piatti. Suo padre era rimasto a guardare la TV, fumando l’ultima sigaretta prima di andare a letto, così da affrontare in forma il turno delle otto.
Edoardo era corso in bagno a masturbarsi nuovamente, per poi correre in camera sua, tirando fuori il cassetto segreto ammirando la sua vita segreta.
Guardò a uno a una i suoi coltelli che mai aveva usato, pulendoli e chiamandoli per nome: Betty, Nancy, Genny, Milly.
Non sapeva perché aveva dato loro quei nomi. Non sapeva nemmeno perché aveva dato loro un nome, né perché li stava pulendo con tanta cura, proprio come ogni notte.
Continuò a farlo e basta e poi, dopo aver preso una sigaretta, rimise a posto il proprio cassetto segreto, andando verso la finestra e iniziando a fumare.
Gettava con cura il fumo fuori dalla finestra, perché non ne restasse traccia, e intanto guardava quel vicolo per lui simile a un mondo.
Nessuno passava in esso. Le mura dei palazzi, alte fino al cielo, cingevano il vicolo in un inumano silenzio.
Non si sentivano che le voci dei televisori, e qualche parola confusa di tanto in tanto proveniente da un appartamento.
Sotto di lui tutto era buio, non si vedeva una luce: le sole luci erano le poche finestre ancora illuminate da lampade giallastre, e in cui persone si muovevano ormai ridotte a sagome.
Edo ne osservò qualcuna. Vide una vecchia donna ai fornelli, una famiglia ancora a tavola, e un uomo immobile in una stanza, fissando il vuoto, proprio come Edo stava fissando lui.
Gettò la sigaretta dalla finestra e la richiuse. Guardò attorno a e sé, poi guardò il letto, e senza capirne il motivo pensò subito a Emilio, percependo una mano stritolargli lo stomaco, e poi mozzargli il respiro.
 
Francesco non aveva detto una sola parola durante tutta la cena. Era rimasto in silenzio, proprio come tutti. In cucina, davanti a un televisore accesso, lui, suo fratello e suo padre cenavano in silenzio, mentre sua madre continuava a dividersi fra fornelli e il tavolo, sedendosi di tanto in tanto appena per un boccone.
Francesco osservò per tutto il tempo suo fratello ingozzarsi come un porco, e suo padre scoppiare a ridere per le battute di un presentatore televisivo, mostrando la poltiglia di cibo nella propria bocca e riempiendo di colpo un altro bicchiere di vino.
Non osò minimamente alzarsi per dare una mano a sua madre: l’ultima volta che l’aveva fatto, suo padre lo aveva afferrato per i capelli, trascinato nel bagno, vestito da donna e poi sbattuto fuori di casa urlandogli: «Se ti piace tanto fare la femmina vai per strada a vendere il culo, e porta qualcosa a casa.»
Sua madre, in lacrime, era riuscita a farlo entrare soltanto dopo tre ore, alle due passate di notte.
Da quel momento non aveva mai più osato dare una mano a sua madre, neanche quando gli era sembrato doveroso sparecchiare, o quando suo padre deridendolo gli metteva addosso un grembiulino urlando: «La mia mogliettina carina!»
Anche quella sera Francesco lasciò che fosse lei a sparecchiare, mentre suo padre se la rideva, ubriacandosi e commentando quanto visto alla TV.
Diede una botta contro la spalla di Tony, indicandogli una subrette, mentre Checco teneva i gomiti sulla tavola, desiderando soltanto di andare via, ma senza sapere dove andare.
«Oh, attento, guarda un po’ che culo ha quella» esclamò.
Tony scoppiò a ridere, al punto che scorreggiò. Sua madre chiuse gli occhi, sfregando con forza le pentole nel lavello, e Francesco voltò lo sguardo, scrutato costantemente da suo padre che, pur facendo altro, non aveva smesso un solo istante di tenerlo d’occhio.
«Che c’è, ti dà fastidio che parliamo di donne?» gli sputò contro, tirandosi avanti, quasi facendo tremare la tavola.
Francesco abbassò la testa, fissando il coltello davanti a lui, e desiderando tanto di conficcarglielo in gola.
Per un attimo vide persino la lama recidere la carne di quel bastardo, e poi, appena l’avrebbe estratta, il sangue sarebbe sprizzato ovunque: persino su quella faccia da idiota di suo fratello che continuava a ridersela.
Ma rimase immobile, a testa bassa, sentendo ancora le risate di suo fratello, e poi suo padre dirgli: «Magari tu vorresti vedere nudo uno di quei ballerini froci come te, dico bene?»
Sua madre lasciò cadere le pentole nel lavello, sforzandosi di trattenere le lacrime, mentre Francesco restò immobile, sentendo le risate di suo padre e di suo fratello, e alzando appena lo sguardo verso sua madre, vedendo una lacrima colarle sulla guancia, fino alle labbra.
 
Vera stava pulendo i piatti. Aveva mangiato poco, proprio come ogni sera, per darsi da fare ai fornelli e al tempo stesso accudire Lisa.
Suo padre aveva mangiato da solo, a tavola, guardando una partita di calcio e ubriacandosi.
Nessuno dei due aveva detto una sola parola. C’erano stati soltanto piccoli sguardi di tanto in tanto: sguardi rabbiosi da parte di lui, sguardi intimoriti da parte di lei, e nel mezzo, le lacrime di Lisa a cui soltanto Vera doveva badare.
Mentre suo padre cenava e si ubriacava, lei era andata da sua madre. Aveva lasciato le luci spente, accendendo soltanto una lampada, perché le luci davano fastidio a sua madre, o a ciò che di lei restava.
Quella donna era ridotta ormai a un cumulo di ossa su cui era appiccicata della pelle violacea. Sudava, il cuore le batteva forte, e i denti visibili da labbra ormai scarnite si contraevano in una smorfia di dolore.
Mentre Vera, seduta accanto a lei, ormai incapace persino di piangere tanto era assuefatta da tale dolore, le dava da mangiare, sua madre riuscì appena a sussurrare: «Mi dispiace.»
Non disse altro. Vera le baciò la fronte, sforzandosi ancora di farla mangiare, pur sapendo che il cuore di quella donna: quel cuore materno, era ormai incapace di percepire persino il più misero gusto del nutrimento.
Nella penombra vide gli occhi pallidi di lei fissarla, la sua mano scheletrica, quasi terrificante, rivolgersi al suo viso, e le labbra ringrinzite muoversi tremule come se stesse cercando di dirle qualcosa.
Vide la mano di sua madre cadere sul letto, il capo reclinarsi sul cuscino, e del cibo liquido colarle dalla bocca, mentre iniziò a respirare faticosamente, avvinta dai medicinali e condotta in un sonno dove per qualche momento non avrebbe sofferto.
Vera la lasciò lì. Poi tornò in cucina, vedendo suo padre ridere e bere, fissando la TV, incurante di Lisa che piangeva a dirotto.
Quando lui udì i passi di lei smise di ridere e si girò di scatto, come una violenta frustata.
Vera non osò guardarlo, ma gli occhi di suo padre la seguirono a ogni suo passo.
Raccolse Lisa dal passeggino, cullandola e cercando di calmarla, mentre suo padre continuava a scrutarla.
Gli disse soltanto: «Porto Lisa a letto», come fosse un rituale da compiere; come se fosse lei ormai sua moglie.
Suo padre non disse niente, ma lei sentì i suoi occhi incollati contro la schiena finché lasciò la stanza.
Una volta in camera sua, al buio, stesa nel proprio letto guardò Lisa dormire nella culla, stringendo il pupazzo regalato da Checco. Poi rimase sveglia, immobile nel letto a fissare la porta, sentendo i rumori di suo padre diramarsi in tutta la casa, come le metastasi che stavano divorando sua madre.
Fissò ancora la porta, tremando a ogni rumore, e vedendo ancora davanti a sé gli occhi di quel bambino alla finestra che forse le stava chiedendo aiuto.
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