Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Senza fermarmi, guardo alla mia destra. Lei sta immobile, seduta sul gradino di un grosso ufficio per la previdenza sociale da cui escono ed entrano persone indaffarate.
Ha la pelle chiara, biondi capelli sfibrati le cadono sulle spalle, e nessuno dei passanti sembra vederla. Forse qualcuno l’ha anche scopata qualche volta, ma lei non esiste. No, è solamente una puttana, e neanche troppo giovane e bella per destare attenzione.
Per la gente lei non è un essere umano, ma solamente una puttana. Inutile quanto uno stomaco talmente consumato da non riuscire a percepire alcun nutrimento.
Forse prende dieci euro a scopata. Forse la sua vita costa solamente dieci euro.
Quante lacrime ha versato per quei dieci maledettissimi euro?
La vedo soltanto stringersi in un maglione rosso e sfilacciato coperto da un misero giubbotto nero, cercando di proteggersi dal freddo e alzando lo sguardo verso gli sconosciuti che le passano davanti, guardandoli come fosse un cane che elemosina del cibo.
Mentre i nostri occhi si intrecciano in una solitudine incolmabile, in un secondo immagino le sue giornate: lei che si sveglia di buon’ora, pulendo alla meglio un monolocale fetido di detersivi e prodotti da donna diviso con una figlia disconosciuta da chissà quale uomo.
Pulisce con cura vecchi piatti comprati in qualche mercato rionale, sistema vestiti da quattro soldi lavati con detersivo altrettanto scadente, e intanto cerca di tenere a bada quella ragazzina che neanche conosce il lavoro della propria madre.
Segretaria, cameriera, badante?
No, in un attimo via per strada!
Orami neanche pensa più a cosa sta andando a fare. È tutto meccanico, come se la sua vita prima che finisse sul marciapiede neanche fosse mai esistita. Come se lei fosse nata puttana.
Può solamente aspettare la prossima paga per le sue lacrime, mentre la gente le passa davanti senza neanche vederla, e quei dannati cartelloni pubblicitari continuano a fissarla, ricordandole che lei mai sarà come il resto del mondo, e forse neanche alla sua bambina sarà concesso di esserlo.
Un uomo dal sorriso smagliante la invita a chiedere un preventivo gratuito presso lo studio odontoiatrico Bonetti, una famiglia sorridente le consiglia di dare una svolta alla propria vita facendo una vacanza con Costa crociere, e la locandina di un film le ricorda che anche lei potrà vivere una favola come quella di Cenerentola.
E lei vivrà mai quella favola?
Alza soltanto lo sguardo fra la folla, in cerca di un altro cliente.
Come per mia madre vorrei dirle qualcosa, ma continuo a camminare respirando il fetido smog emanato dalle auto.
Da uno di quei tabelloni uno mi sorride, mostrandomi con gioia le sue scarpe Geox.
Ricordo quando da piccolo provai a indossare le scarpe di mio fratello. Erano delle Reebok. Lo ricordo bene perché allora andavano tanto di moda.
A lui erano state comprate, a me no.
Ricordo come ogni tanto le provavo, di nascosto da lui, perché se l’avesse scoperto mi avrebbe picchiato.
Erano di quattro numeri più grandi dei mie piedi, eppure le indossavo lo stesso, come se farlo mi rendesse Dio.
Una volta ci uscii persino. Cristo, ero ridicolo!
Ricordo le risate della gente che mi fissava. L’umiliazione provata sentendomi grottesco, imperfetto: non idoneo e accettato come mio fratello.
Non misi mai più quelle scarpe. Non le guardai neanche più.
Forse se avessi avuto un paio di scarpe come quelle, oggi sarei un uomo felice. Sarei come tutti, proprio come quel bambino che ancora mi fissa sorridendo.
Forse sarei come mio fratello.
Affretto il passo. I volti nei cartelloni pubblicitari si susseguono vorticosi assieme al rumore delle auto e ai volti delle persone che incrocio.
La testa mi gira al punto che la strada sembra avvolta da un fitta foschia, e mi pervade una tale nausea da sentire lo stomaco battere contro al cuore.
Attorno a me, ovunque, spazzati via dal vento volano vecchi giornali, battendo come uccelli impazziti contro logore mura di vecchie fabbriche sotto le quali giacciono cumuli di rifiuti: pezzi di giornali zuppi di pioggia, sacchi di immondizia squarciati da qualche cane, e barattoli inceneriti gettati probabilmente lì da qualche ubriacone che ha passato per strada la notte.
Sul cemento, simili a lapidi, stanno immobili alcune bottiglie di birra, testimoniando la dolorosa notte trascorsa lì da qualche invisibile disperato.
Giacciono fra cumuli di rifiuti bruciati, e da un sacco nero esce del fetido liquame, riversandosi sul pelo bagnato di un orsacchiotto che mi fissa senza occhi, guardandomi con aria triste, pur avendo solamente due buchi neri per farlo.
Mio fratello aveva cavato gli occhi al mio peluche preferito. Sì, avevo sei anni quando lo fece, e lui ne aveva nove.
Il mio peluche si chiamava Amadeus, ora lo ricordo: era un cane di pezza bianco e nero, con un ridicolo sorriso sul viso.
Eppure amavo quel sorriso, e odiai il ghigno di mio fratello quando, strappandogli gli occhi mi disse con tono crudele: «Questo pupazzo è vecchio e fa schifo.»
In lacrime, urlando e rosso in viso, guardai per l’ultima volta gli occhi tondi, neri e lucidi di Amadeus fissarmi dal pavimento come se mi stessero implorando di salvarlo, mentre mio fratello incurante del male appena fattomi tornò a giocare con i suoi giocattoli.
Non vidi mai più quegli occhi neri. Mia madre mi impedì di medicare il mio solo amico e lo gettò via.
Mio fratello fu punito?
«È sporco, non vedi? Te ne comprerò un altro» disse mia madre. Ma non rividi mai più il mio Amadeus. Non amai altri giocattoli quanto lui, e a nessuno diedi mai un nome: tanto sarebbero morti comunque!
Questa fu la prima cosa che mi insegnò mio fratello. Mi insegnò che presto o tardi tutto muore, anche coloro che amiamo.
E quello lì per terra L’Amadeus di chi era? Quale bambino stava piangendo per quegli occhi neri che mai più avrebbe rivisto?
Sento solamente la voce di mio fratello urlarmi contro: «Questo è un giocattolo per froci!», prima di strappargli gli occhi e ridendo nel vedermi piangere.
Ed era ciò che ero? Ero un frocio?
All’epoca non sapevo bene cosa fosse un frocio, ma sapevo che per mio fratello era qualcosa di schifoso, dunque non volevo esserlo.
Senza rendermene conto, osservo il posto dove la sera si ferma un trans a fare marchette, a bordo della sua bella auto.
Per terra ci stanno dei preservativi lucidi di sperma e alcuni fazzolettini.
Distolgo subito lo sguardo. Cerco di dimenticare tutto, ancora una volta, proprio come sempre, celando in un profondo cratere questi ricordi che non voglio più rivedere.
Affretto il passo. L’aria è fredda, ma cammino così velocemente che non sento neanche il vento, e ora non riesco a udire nemmeno i rumori delle auto alla mia sinistra.
Sono quasi arrivato. Ho ancora dieci minuti per timbrare il cartellino. Ancora dieci minuti prima di dover tornare in gabbia.
Le auto scorrono velocemente, mentre palazzi e fabbriche si susseguono attorno a me, e davanti ai miei occhi non vedo altro che un orizzonte di cemento.
Alzando lo sguardo vedo venire verso di me, lenti e pesanti, una famiglia di Rom. Ne sono tre. No, anzi, quattro, ma uno di loro, un bambino di appena dieci anni vestito con stracci abbinati a caso e dalla pelle scura come la terra, si è fermato a rovistare in un cassonetto dell’immondizia, mentre gli altri: un uomo vecchio, sdentato e dalla grossa pancia; una donna grassa e molle con attorno alla testa un pesante scialle di lana rosa e verde; e ancora una ragazzina forse dodicenne vestita di stracci e dall’aria cattiva, continuano a venire verso di me fissandomi come se neanche esistessi.
La ragazzina spinge un vecchio carrozzino con sopra un cartone colmo di rifiuti raccattati per strada. La donna trascina un grosso bustone scuro, pieno di chissà cosa, e il sudore le cola dalla fronte insinuandosi fra rughe che mi sembra quasi di poter toccare, mentre l’uomo fuma, ansimando, seguendo a passo lento le due donne, sudando e respirando faticosamente come se il suo cuore stesse per esplodere.
Mi passano accanto. Una forte puzza di cipolla marcia e sudore stantio mi riempie il naso, mentre intanto il ragazzino fatica a tirarsi via dal cassonetto annerito dalle fiamme, per poi correre verso la sua famiglia, passando accanto a me e arrivando a loro ormai alle mie spalle, sorridendo e stringendo fra le mani luride uno zainetto rotto.
Mentre mi passa accanto, ci guardiamo un istante. Giusto un attimo. Il tempo del battito d’ali di un colibrì. Un istante che non ci sarà mai più concesso. Quell’attimo in cui ci troviamo simili. In cui il vento emanato dal suo passaggio ci fa quasi sentire due esseri umani nello stesso spazio vitale.
Cercava forse l’amore di suo padre scavando fra quei rifiuti?
Quando avevo sette anni feci un lavoretto a scuola, di quelli che si fanno durante le feste comandate. Era Pasqua. La maestra aveva obbligato tutti a comprare una confezione di mollette di legno, dell’ovatta, una pallina da tennis, un cartoncino giallo e uno arancio, della colla e della carta crespa gialla.
Feci quel lavoretto mettendoci tutto me stesso. Avrei voluto fare altro, ma la maestra ci costrinse a creare con le stecche delle mollette una specie di sole coperto dall’ovatta, in cui stava posto un tenero pulcino.
Ero forse io quel pulcino?
Quando lo portai a mio padre, lui lo guardò appena, mentre facevi i conti per il lavoro.
Attendevo un suo complimento, e invece mi diede solamente duemila lire come premio. Proprio come fossi una puttana.
Vedo quel bambino porgere lo zaino a suo padre, ma lui neanche guarda. È la sorella a prenderlo per gettarlo senza cura nel carrozzino, e poi spariscono lontano: lontani da me, lontani fra loro.
Li fisso soltanto qualche istante, prima che svaniscano nel nulla, forse proprio come i sogni di quel bambino.
Giosetta-Fioroni-Bambino-solo-1968-smalti-su-tela
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