Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Avanzo a passo svelto lasciandomi alle spalle la stazione centrale, proseguendo davanti a cumuli di bancarelle e teloni che emergono da alcuni vicoli, come mani pronte ad afferrare ogni passante.

Nel mezzo di logori tendoni di plastica erosa dalla pioggia si muovono volti, voci, sguardi, odori, puzze, passi. Decine di persone si accalcano come una mandria di lente e pesanti mucche. Ci sfioriamo tutti. Sento la voce della casalinga che parla in dialetto, lamentandosi di chissà chi con un’altra donna. Alla mia destra l’onesto lavoratore urla al proprio telefono cellulare. Un ragazzino di appena dodici anni fischia verso una ragazzina appena passata mano nella mano del proprio ragazzo, e due persone stanno ferme davanti alla vetrina di un negozio, fissando un cellulare da ottocento euro.

Un riciclo di persone entra ed esce da minuscoli bar. Un uomo grasso, dalla faccia molle, mangia una pizzetta a bocca aperta, poggiato contro al muro di un palazzo e facendosi colare il sugo sul mento, mentre un vecchio simile a uno scheletro impreca in dialetto contro un nigeriano che gli passa davanti tagliandogli la strada con un carello pieno di borse taroccate.

Mi trovo in un tornado di volti, di aliti, di sguardi. Vedo occhi ovunque, e mi sento come gli occhiali falsi o le statuette di legno poggiate su bancarelle poste sotto a un cielo di teloni sotto ai quali si muove un fiume di carne, e occhi bianchissimi incastonati in pelle nera ci fissano, invidiandoci, e forse desiderando di ucciderci.

Hanno il volto stanco e arrabbiato di chi non ha niente ed è costretto ogni giorno a vedere sotto ai propri occhi il benessere di altri. Le loro mani sono rugose e colme di ferite, i loro talloni sono callosi e crepati, e le ossa sembrano spaccargli la pelle.

Nessuno manderà per loro un sms solidale. Nessuno li salverà mai. Nessuna ragazza desiderosa di salvare la Siria o la Palestina scoperà mai con loro. Sono da soli. Stanno morendo. Non esistono nemmeno.

Loro sono quel bambino biondo che si pisciò nei calzoni al primo anno d’asilo.

E io li vedo?

Non posso che andare ancora avanti. Ho i conati di vomito e la testa gira, e camminando a testa bassa incrocio un uomo basso e grasso, due vecchi e una donna pacchiana immobili davanti a un banco di legno.

L’uomo grasso ha il volto abbronzato dal sole e continua a sorridere, muovendo velocemente sul banco tre piccole carte da gioco, mentre a due passi da loro tre piccoli ragazzi Rom camminano velocemente, con occhi luminosi e furbi, cercando come sfogare il dolore di una vita che li ha reclusi.

Io avanzo il passo. La gente attorno a me non svanirà mai, e lo so. Il vento scorre fra i palazzi, tra i tubi di ferro che sovrastano la stazione della metropolitana e contro la statua di un eroe che osserva l’intera piazza, spazzando via rifiuti e verdure che marciscono agli angoli della strada.

Guardo il posto dove la notte prima ho visto Angela. Lei non ci sta. Lei è altrove, e io non so dove.

Vedo solamente corpi calpestare il cemento dove lei mille volte ha ricevuto una sentenza di morte, e so che in fondo è inutile anche pensarla.

Lei non esiste. Io non esisto.

Alcuni entrano in un ristorante, altri in un negozio di scommesse sportive, e altri ancora in un negozio di telefonia.

Cerco di non guardare nessuno di loro. Raggiungo la statua posta a una delle estremità della piazza.

Quell’eroe fissa una città che ha abbandonato ormai da secoli, mentre attorno a lui alcuni uomini di colore stanno immobili bevendo birre in latta, e altri cercano di vendere merce raccolta dai rifiuti e poggiata su bancarelle di cartone.

Chino lo sguardo. È un attimo. Solamente un attimo! Un impercettibile battito del cuore nel mezzo di un turbinio di voci confuse.

Davanti agli occhi, come se ogni immagine giungesse a me da una pesante coltre di fumo, vedo solamente pelle rugosa, due piccoli e stanchi occhi apparire a malapena da rughe simili a fiordi, e magre ginocchia poggiate sul freddo cemento.

Il suo corpo è coperto di stracci. Ha scarpe di vernice attorno ai piedi gonfi, i collant che porta alle gambe non riescono a coprirle del tutto scheletrici e rugosi polpacci colmi di vene varicose, e il misero giubbotto di tela che indossa e talmente zeppo di tagli che mi sembra di udire il violento fischio del vento muoversi in essi.

I suoi capelli bianchi sembrano volare al vento da sotto al cappuccio del suo giubbotto, e la sua mano magra e venosa è come congelata nell’aria, tesa verso la gente che l’attraversa senza vederla, trapassandola come fosse fatta d’aria.

Lei sta lì ferma in ginocchio con la testa china, ma nessuno la vede. Neanche io la vedo, oltrepassando lei e quel cartello con su scritto “Ho fame”.

Faccio ancora un passo. Il mio piede, pesante e atrofizzato come le rigida membra di un vecchio prossimo alla morte, si poggia appena sull’asfalto, fermandosi assieme a ogni parte di me, mentre decine di corpi continuano a scorrere attorno a me e a lei, simili a una violenta folata di sabbia. Abbandonandoci. Senza vederci. Sfumando chissà dove, e susseguendosi all’infinito.

Sento il vento trapassarmi, insinuandosi sotto le frange del mio cappotto e fin dentro la mia pelle, come se la mia pelle si stesse agitando per staccarsi dalle ossa.

Ho freddo. Improvvisamente provo un freddo innaturale, come quello che si percepisce un attimo prima della morte.

Mio padre provò la stessa sensazione prima di morire?

Mi volto lentamente. Lei sta ancora lì. E immobile come una statua di calcare, e davanti a lei non vede che corpi veloci: vestiti che si mischiano in un solo incomprensibile colore, e voci che si intrecciano al punto da diventare un confuso e agghiacciante ronzio.

Lei è sola. È sola al mondo. Sta morendo, e nessuno fa niente.

E io posso fare qualcosa?

I miei occhi sono sprofondati in una fossa buia, e sul mio corpo pietrificato, mentre fisso lo sguardo triste e rassegnato di quella vecchia donna, un’improvvisa e lancinante tristezza si diffonde sul mio corpo avvolgendolo come una ragnatela di pulsanti capillari.

È lo sguardo di mia madre che mi fissa? La sto condannando a fare la fine di quella donna?

Vorrei piangere, ma non ci riesco. Vorrei urlare, ma non ci riesco.

Dalla mia fronte gronda gelido sudore, e il petto sembra spaccato dai battiti del mio cuore, mentre vedendo quella donna osservo il volto insanguinato di mia madre, immobile su di una sedia a fissare un televisore.

Lascio appena cadere una moneta a terra. Lei sorride. Io non dico niente e scappo via. Fuggo via da lei, da mia madre, e dalla mia colpa.

Un euro. Solamente un euro.  È questo il prezzo della vita di mia madre?

Ecco, sono ancora fermo davanti a una porta di plastica. Ho paura e sto bagnando il mio grembiulino.

Mia madre stavolta mi abbraccerà? Qualcuno abbraccerà mai quella donna? Io abbraccerò mai mia madre?

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