Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

Provo appena a sfiorarla, vedendo la mia mano fendere l’aria pesante come se nemmeno fosse la mia. Ma appena sfioro i suoi capelli, lei si scosta e volta il capo, forse svanendo per sempre in quel suo gesto.
Restano soltanto dei capelli che volano contro al mio viso, e la stanza ora sembra priva di luce, lasciandoci in balia di una densa ombra in cui i nostri sguardi non possono intrecciarsi.
Sussurrando il suo nome con un lamento animalesco, osservo la sua schiena e non sento altro che il rumore del suo naso tirare su, mentre lei continua a ingoiare le proprie lacrime, sfiorando dolorosamente il letto sotto di sé.
Le asciuga con la sua piccola mano, alzando il capo verso il soffitto, come se stesse vedendo innanzi a lei immagini a me non concesse di vedere.
Seguo l’orizzonte tracciato dal suo sguardo, sentendo la sua voce echeggiare ovunque dicendomi: «Ogni giorno penso a mia madre. Io la odiavo prima di andare via, eppure ora darei ogni cosa per vederla.»
Paralizzato dalle sue parole, lascio che la mia mano, immobile nel vuoto, cada lentamente sul letto, mentre il suo sguardo sfiora appena i miei occhi in lacrime.
«Vorrei poterle dire la verità» riprende, abbassando lo sguardo verso le proprie ginocchia e accarezzandole delicatamente con le dita, come se stesse sfiorando il volto di sua madre, o di quella bambina che non potrà mai più essere «vorrei poter parlare a lei di me, sì, e non inventare sempre bugie per farle credere che sua figlia sta bene. Vorrei dirle che sua figlia sta morendo, e che ha bisogno di lei. Vorrei dirle che sua figlia è una…»
La sua voce si interrompe. A fatica trattiene le lacrime, fissando le proprie mani aperte poggiate sulle ginocchia, come se stesse vedendo la sua vita scivolarle fra le dita, simile a sabbia.
«Ricordo che quando avevo quattro anni mia mamma mi chiamava pryntsesa. Diceva che ero bellissima, e se solamente avessi saputo a cosa mi avrebbe condotto mia bellezza mi sarei sfregiata da sola viso. Ma invece ero sua pryntsesa, e tutto mi sembrava bellissimo quando ero bambina.»
La sua mano improvvisamente scivola sulla mia, stringendola, e irradiando di calore il mio corpo. Un calore gelido, simile a quello della neve che ti brucia la pelle.
I suoi occhi tristi e grandi come quelli di una bambina sembrano toccare i miei, come un bacio a lungo agognato che ristora un cuore provato dal dolore.
«Natale a casa mia era bellissimo» aggiunge, tenendomi la mano e chinando di nuovo lo sguardo «ricordo profumo del kutya e quello dei dobrenyky. E poi ricordo le scorpacciate di varenichki. Dio!» esclama, sorridendo con aria triste, come se stesse toccando i volti di persone una volta amate e ormai svanite per sempre «lo scherzo di cui erano imbottiti puntualmente capitava sempre a me. Una volta ingoiai persino grossa manciata di pepe nero, e starnutii per decine di minuti prima di riprendermi.»
A quelle parole, mentre lei mi guarda appena, vedo un delicato sorriso dolce come zucchero sulle labbra.
È l’amore che vibra nel suo cuore martoriato da cemento e ferro. È l’amore che ancora la tiene in vita, rendendola bellissima: malinconica e meravigliosa come il fantasma di un innamorato che non vuole lasciare la terra pur di non abbandonare la propria amata.
È proprio questo che la sta uccidendo?
«E ricordo che era sempre mia nonna a benedire la tavola con acqua santa» riprende, facendo scivolare la mano nella mia e portandosela sulle ginocchia, stringendola come se stesse abbracciando sua nonna. «Avrebbe dovuto farlo mio padre, sì, ma da quando ho memoria ricordo di avere visto farlo solo a lei. E quando è morta, nessuno ha più benedetto tavola di casa mia. Io e mia madre non abbiamo neanche più mangiato davanti stessa tavola. Io e mia madre non abbiamo neanche mai più parlato. E ora che sta venendo Natale, e come anni precedenti lo passerò qui in questa stanza, o chissà dove e con chissà chi, vorrei solamente vedere lei e dirle che mi dispiace di non averla capita. Mi dispiace del male che ci siamo fatte a vicenda. Mi dispiace dell’incomprensione. Mi dispiace del tempo che non le ho dato. E mi dispiace di essere andata via, finendo poi in questo inferno. E mi dispiace del sangue che le ho gettato addosso.»
A quelle sue parole il mio cuore si spacca in mille pezzi. Ne vedo i frammenti volare attorno a noi, mentre le sue labbra sembrano tremare, come se una lieve brezza di vento si stesse muovendo sul suo volto, facendosi strada nella calcarea oscurità che ha inghiottito la stanza intera.
Rimane in silenzio. È un silenzio glaciale e triste, come quello che si avverte in un cimitero. È il freddo del marmo, il silenzio della terra fredda, il dolore di un corpo morto.
Lei mi sta dicendo forse che ormai è morta?
Voltandosi verso di me, mentre guardo i suoi occhi arrosati da lacrime incancellabili, sento le mie carni comprimersi come lamiere di un’auto appena travolta da un treno.
È lei che mi ha investito?
Desiderando di stringerla, e di essere altrove assieme a lei, riesco solamente a sentire la sua mano stretta alla mia, e la sua debole voce sussurrarmi: «E tu mi dici che dovrei andare via!»
La vedo chinare lo sguardo. I suoi occhi sono assenti, come un corpo che si sta lasciando uccidere da una orrenda malattia, paralizzato su di un letto che puzza di muffa, si sudore gelido, e di morte.
È ciò che provò mio padre prima di morire?
Lascia la mia mano, facendola cadere sul materasso come fosse un impiccato.
La sfiora appena con le dita, gemendo: «Vorrei andare via, ma so di non poterlo fare», per poi abbassare di nuovo lo sguardo, fissando il vuoto, e lasciandomi da solo in quella stanza che si sta sgretolando come un polmone divorato da un cancro.
Persino le sue lacrime sembrano di gesso come le mura di questa stanza.
Le vedo colare sul suo viso immobile, fino a giungere sulle sue labbra contorte in un sorriso atroce quanto uno spasmo di dolore.
«Di certo da bambina non avevo mai pensato di finire così» sussurra appena, guardando le proprie mani ora poggiate sulle sue ginocchia, come se guardandole vedesse tutto l’orrore che esse sono state costrette a toccare.
Mi avvicino a lei e la stringo a me. I suoi capelli, soffici come lana ma freddi come l’inverno, coprono la mia spalla, ma lei non si muove. Il suo volto è paralizzato in una smorfia di dolore, e i suoi occhi vitrei fissano il nulla davanti a lei, come se stesse rivedendo sua nonna, sua madre, e quella bambina che allegra correva per i campi di grano a Poltava.
Sento solamente un lieve sussurro muoversi nell’aria, come una leggera carezza che appena riesce a sfiorarmi la guancia.
È il bacio di mia madre datomi quando ero bambino. Il sorriso di mio padre prima che tutto tra noi andasse in frantumi. È l’abbraccio di mio fratello che mi stringeva su di un letto pieno di peluche. Sono gli occhi di mia sorella che mi guardavano come se per lei fossi tutto al mondo.
Quel suo sorriso è il mio rimpianto per una vita dimenticata. È il suo rimpianto per una vita perduta.
«Ho fatto di tutto per morire. Per morire pur di non farmi uccidere» mi sussurra appena, fissando un vorticoso baratro sotto ai suoi piedi, mentre come un sudario i capelli le coprono il viso.
Avverto appena la sua fragile mano nella mia, percependo le lente e flebili pulsazioni del mio cuore, mentre lei sospira, ansimando: «Fino a poco prima no sentivo neanche più dolore su mio corpo. Era come se non fosse neanche mio. Come se non mi appartenesse più. Come se questa disgustosa vita non fosse mia, ma di altra persona.»
Lenta come un’oblazione si volta verso di me, fissandomi con occhi di marmo e sfiorandomi il viso, dicendomi: «E poi tu mi hai detto di sperare. Mi hai riportato a vita che credevo sepolta dopo anni di violenze, sepolta assieme ai loro schifosi sorrisi, alle loro disgustose parole e ai loro maledetti corpi che io avevo giurato di no vedere mai più.»
Mi guarda ancora. Mi guarda ancora qualche istante che scorre su di me lento come gli ultimi istanti di vita concessi a un moribondo.
Chi siamo ormai?
Vedo solamente dolore nelle sue iridi ormai spente di ogni luce, mentre china lo sguardo, sospirando e dicendomi: «Io no sono ciò che cerchi, Tony. Trova brava ragazza e vivi tua vita, ti prego. Per favore, dimenticami e non tornare più.»
I miei occhi si spalancano avvolti in una nube di fumo talmente densa da impedirmi di vedere altro al di là delle labbra di Angela.
Mi sembra ancora di vederle muovere, mentre paralizzato, non riesco a udire altro che i battiti impazziti del mio cuore.
Non riesco nemmeno a tremare. Sento soltanto una forte esplosione nel petto, le mie carni squarciarsi, e il mio sangue schizzare sul volto di lei, e sul mio intero corpo.
Osservo il mio sangue colare lentamente sul suo pallido viso, e tremando, portando le mani verso di lei, vedo solamente un cadavere che si sta sbriciolando fra le mie mani.
Non riesco nemmeno a sfiorarla, lei vola via in un cumulo di cenere che volteggia su di me, come i residui di una città che brucia.
I nostri occhi si intrecciano ancora un istante, simili a filamenti di un cancro che avvolgono un organo sanguinolento: un dolore talmente carnale e palpitante da soffocare ogni nostra parola.
La sento appena accarezzarmi il viso, in lacrime, dicendomi addio con quel suo ultimo gesto di compassione.
Mentre lo fa, mi sembra quasi di vederla sorridere, come fosse una madre che mi sta dicendo: «Andrà tutto bene.»
Ma sussurra solamente: «Se io potessi tornare indietro, come prima cosa abbraccerei mia madre.»
Poi non dice altro. Resta in silenzio. Il suo volto da bambina non osa neanche guardarmi, e la sua mano scivola sul mio viso ancora una volta, come se stesse cercando di immagazzinare ogni parte di me prima di dirmi addio.
«Non sai quanto vorrei mangiare di nuovo davanti a tavola assieme a parenti e amici» ansima tenendo basso lo sguardo, e stringendo il materasso nella mano «anche in silenzio mi piacerebbe farlo. Mi piacerebbe sapere di potere avere qualcuno in mia vita. Una casa a cui tornare. Delle persone che aspettano me, e per le quali sono indispensabile, anche se no riescono a dirmelo.»
Mi stringe forte la mano e la porta contro al suo viso, sorridendo e fissando il mio volto imbarazzato.
Come un lieve bacio donato per dirmi addio la sua voce mi avvolge ancora mentre le sue lacrime sgorgano pesanti e copiose dai suoi occhi.
«Per un attimo ho anche sperato che tu potessi essere vero. Che io potessi essere vera. Ma poi…» dice guardando la stanza attorno a sé, i preservativi poggiati contro la sua borsetta, e il letto sotto di noi su cui è stata uccisa centinaia di volte. «Poi ho capito che no potrò mai fuggire da qui. E non sono state percosse o le violenze a convincermi. No, quelle ormai non le sento neanche più. È stato qualcosa di più atroce. Qualcosa che non potrò più strappare da mio petto, come fosse cancro maligno incapace di guarire.»
La sua mano sfiora ancora il mio viso. Le luci nella stanza sembrano stringerla in un silenzio antico, sacro, cupo e doloroso, mentre le nostre mani si stringono e lei, faticando a guardarmi ansima appena: «Io sono morta, Tony. Sono morta dalla prima volta che loro hanno messo mani addosso. E a me piacerebbe venire via con te. Mi piacerebbe portarti a casa mia, da madre mia, e farti correre in campi di Poltava. Farti assaggiare il boršč, le deruny, i varenyky e il piroh. Vorrei farti sentire profumi di terra mia: di inverno si sente l’odore di legno bruciato proveniente da camino, e in primavera ci si può perdere in profumo di fiori e di grano. Ma so che nulla di tutto ciò potrà succedere! No, questi profumi, questi sapori, queste immagini, io non li rivedrò mai più. Lo so. L’ho capito, ormai. So di no essere altro che una puttana, e che questa è mia vita. Una vita che no è vita, e che no posso donare ad altri.»

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