Estratto dal romanzo “La finestra chiusa”.

La stanza di mia sorella è chiusa. Prima che il sangue colasse sulla mia coscienza lei neanche dormiva in quella stanza. Aveva due anni, dormiva con mia madre e mio padre.
Ricordo un sorriso. Una promessa. Occhi pieni di sangue, e poi altro sangue. E ancora sangue, come quello sparso ai miei piedi.
In questa casa non sappiamo che versare sangue?
Sento delle lacrime nel mezzo di un buio vortice. Mi distolgono da un sonno profondo, e vedo mia madre poggiata contro al muro, piangendo e grattando contro al cemento come se cercasse una via di fuga.
«Perché? Perché devo vivere tutto questo? Perché non posso morire?» la sento sussurrare. Un lamento che spacca in due il mio cuore, ma che ancora una volta non mi dà la forza di stringerla.
No, le mie gambe restano paralizzate, come cortecce conficcate nella terra, inermi al cospetto di un mondo che scorre attorno a esse come un bestiale vento.
La guardo ancora, e mi sembra di rivederla più giovane.
Quanti anni sono passati? Dieci? Quindici?
Mio fratello era ubriaco come sempre. Stava seduto davanti al tavolo della cucina, e mia madre accanto a lui.
Era Giovedì. Lo ricordo perché a casa mia in quel giorno si preparava sempre il polpettone, e il suo odore proveniva dal forno, invitante e atroce in quel demoniaco momento.
Io stavo contro la porta del balcone. La luce del sole attraversava la mia schiena e i rumori della città trapanavano le mie orecchie.
Già, non esiste momento migliore della quotidiana normalità per scatenare l’inferno.
Osservai il volto di mia madre stravolto dal dolore, e l’impalpabile gelo sul viso di mio fratello, mentre lei gli strillò contro: «Insomma, quando ti deciderai a crescere? Anche ieri sei tornato ubriaco. Ma ti sembra normale?»
«Sta zitta. Zitta!» tuonò lui, senza neanche guardarla, mentre i miei occhi lo scrutavano nel desiderio di soffocarlo, e mia madre continuava a gridare contro di lui, mostrandogli tutto il dolore che le stava vomitando nel cuore.
Avrei tanto voluto che lei lo uccidesse in quel momento. Ma lei invece lo amava. Lo amava, ci amava, nonostante la stessimo uccidendo.
E mio fratello non esitò a ucciderla ancora una volta, come avrei voluto fare io con lui.
Si alzò di scatto dalla sedia, urlando: «Vuoi smettere di respirare, cazzo!», gettando in un attimo la sedia contro al muro.
Pezzi di legno volarono innanzi al volto di mia madre congelato dal terrore, mentre Nicola, feroce e veloce, scaraventò per terra un cassetto della cucina con una tale violenza come fosse una bestia vorace che attacca la propria preda.
Un frastuono metallico rimbombo nella stanza, fra le urla e le lacrime di mia madre che riuscì solamente a vedere Nicola, furioso come mai prima, afferrare dal suolo un coltello.
Prima che potessi intervenire, usando il suo star minacciando mia madre come movente per togliergli di mano quella lama e conficcargliela in gola, lo vidi portarsela contro al polso urlando verso mia madre: «Tanto a te importa solamente del tuo coccolino, vero?»
Guardai la scena senza comprendere perché dovessi essere proprio io il movente per il suo dolore, per poi fissare la lama del coltello.
Era pulito quel coltello, l’avevo lavato io, e se mio padre mi avesse visto farlo mi avrebbe chiamato frocio, come forse avrebbe fatto mio fratello.
Era dunque con un coltello da frocio che mio fratello aveva deciso di togliersi la vita? Era dunque con un coltello da frocio che avrei tanto voluto togliere la vita a mio fratello?
No, era solamente scena, ma mia madre non poteva capirlo, mentre io quando vidi la lama tagliare le carni di mio fratello come fossero burro, vedendo grumi di sangue sgorgare da piccole fessure molli che iniziarono ad aprirsi, provai un forte senso di gioia: come se qualcuno avesse fatto ciò che io avrei dovuto fare da sempre.
Percepii una tremenda frenesia quando il sangue cominciò a zampillare a fiotti da quel braccio, e provai un senso di sadico potere quando lui, quel colosso ormai ridotto a un niente, cadde a terra, mantenendosi il braccio, piangendo e urlando, pallido in viso e terrorizzato al pensiero della morte.
Vidi il sangue colare sul pavimento, insinuandosi come rigagnoli lungo le insenature delle mattonelle.
“Che stronzo” pensai “Stavolta non ha fatto bene i conti.”. E intanto il sangue continuava a fluire copioso. Lui era sempre più cereo e tremava, mentre mia madre stringendolo forte urlava il suo nome, in lacrime, per poi alzare lo sguardo verso di me strillando: «Presto, prendi lo strofinaccio! Vuoi muoverti?»
Avrei tanto voluto non farlo. Sì, ricordo che in quel momento mi vidi al di fuori del mio corpo. È uno dei pochi momenti che ricordo, forse perché in quel momento desiderai con tutto me stesso di uccidere mio fratello, provando l’impotenza di non poterlo fare.
Ma non morì, no.
Avrei tanto voluto che quel sangue si riversasse ovunque: sulle mattonelle, sulle mura, sul soffitto, sui mobili, sul letto.
Invece fui costretto a soccorrerlo.
Gli strinsi il braccio con uno straccio, mentre mia madre chiamò l’autoambulanza.
Sentii contro le mie mani la sua carne. La sua pelle. Il suo sangue.
Lui mi guardò negli occhi dicendomi di avere paura. Neanche capiva. No, forse per lui, proprio come per me, non restavano che sbiaditi ricordi in alcune foto attaccate al muro di un corridoio. Ma allora io, stringendolo, pensavo soltanto: “Vuoi smettere di respirare? Cazzo!”, mentre mia madre piangeva per lui, vedendo il suo sangue, e senza vedere il mio di sangue.
E ora lo vede?
Io la vedo solamente tremare. Ha paura. Sì, ha paura che stavolta tutto sia diverso. Che non sia come per quel suo bambino dai capelli scuri. Ha paura che il suo bambino dai capelli biondi abbia deciso di morire, e di farlo davanti ai suoi occhi.
Per un attimo, mentre in lacrime mi sussurra: «Tony, tu eri così bravo. Sei sempre stato il più bravo. Perché ora è tutto così orrendo?», vorrei tanto abbracciarla. Ma non riesco a muovermi, come se il mio corpo, quello che lei conosce, fosse rinchiuso nelle foto ai miei piedi.
Esiste peggiore inferno di vedere la propria madre morire senza poter far niente?

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