“CHE CAZZO CI FACCIO QUI?”. Una raccolta di racconti per chi ama autori come carver, Bukowski e Palahniuk.

DIETRO LA PORTA.
Quando arrivai all’hotel Jolly, aveva da poco finito di piovere. Che strano! Era Settembre, eppure un forte temporale aveva percosso per tutto il giorno le strade di Napoli. Sembrava che anche il cielo provasse le mie stesse sensazioni. Che quel cielo notturno plumbeo di pioggia riflettesse volutamente il mio dolore.
Ma era un’illusione. Sì, al cielo non fregava minimamente del mio dolore, e così al mondo intero. A tutta quella gente che se ne stava in giro, intenta solamente alle proprie cose, non gliene fotteva un cazzo di niente di me. Quella gente magari di ritorno dal lavoro. Forse ferma ai tavoli di qualche ristorante. Oppure al cinema. In giro per le piazze, parlando con amici. Forse uccidendo qualcuno. O ancora sull’uscio della porta di un pidocchioso albergo del centro, proprio come me. E come me in procinto di andare a trovare lei. La solita lei! Quella che ci sta sempre. Quella che ti fa star bene. Quella che ti fa star male. Quella che a volte ti uccide.
Ida, così si chiamava quella lei. E di certo mi stava già aspettando in camera. Sicuramente trepidante come me. Oppure, forse, fregandosene.
Al telefono mi aveva detto che dovevamo parlare. E quando una donna ti dice che deve parlarti, beh, è quasi sempre per dirti che è finita.
Ma poteva finire tra me e Ida?
Già, come poteva mai finire qualcosa di mai cominciato? Qualcosa di così instabile come il nostro rapporto.
Decisi di non chiedermelo, ed entrai in quel lercio albergo. Io, non altro che uno dei tanti uomini al mondo. Forse non altro che uno dei tanti uomini per Ida.
La hall era illuminata dalle luci giallastre emanate da alcuni neon. Luci cupe e malinconiche che si riversavano su di una vecchia tappezzeria rossa, sui mobili di legno ormai prossimi allo sfacelo, e su di un grosso bancone di legno decadente dietro cui stava seduto un vecchio decadente.
Io mi avvicinai a lui. Lui mi conosceva. Ciro mi conosceva. E di certo mi sentì arrivare, benché non alzò lo sguardo dal suo giornale.
Appena arrivai a pochi centimetri dal bancone, Ciro alzò di un po’ lo sguardo, fissandomi senza cura; proprio come faceva sempre. Forse come faceva con ogni altro cliente che andava a morire, in un modo o in un altro, in quel lurido albergo.
«La sua fidanzata è in camera che l’attende, signore» mi disse, tornando subito al suo giornale.
Io annuii e non dissi niente. Lasciai il mio amico alle sue letture e mi diressi verso una vecchia rampa di scale di finto marmo. Quella rampa che conoscevo sin troppo bene. Quelle scale che conoscevo anche meglio di quelle di casa mia.
Secondo piano, interno 22. Conoscevo a memoria quella stanza. La nostra stanza! E mentre salivo quelle scale, sentendo attorno a me urla in diverse lingue, pensai che era strano l’aver sentito quella parola.
Strano, eppure bello.
“Fidanzata!”.
Sì, così aveva detto il vecchio. La mia fidanzata!
E lo era?
Chi era Ida, e chi ero io?
Eravamo fidanzati?
Ci amavamo?
Inutili domande. Quanto inutili sarebbero state le risposte. Ma mentre avanzavo verso il numero 22; verso la stanza dove avrei trovato la mia fidanzata, cominciai a sentire in me il terrore e il peso di quelle risposte.
Restai parecchi minuti fermo davanti a quella porta. A fissare il vuoto. A fissare il numero ventidue disegnato su quella porta. Devastato da infiniti pensieri. Da pensieri veloci e impercettibili che si muovevano nella mia mente come fossero uno sciame di mosche. Infinite metastasi che si moltiplicavano velocemente, divorando il mio cervello, e ogni mio organo.
Era davvero la fine?
Mi trovavo lì per morire?

CHE CAZZO CI FACCIO QUI?
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia piene di schifose macchie violacee, passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
«Che schifo!» borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone, leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardavano, mentre sua moglie, la Vergine Maria, se ne stava stesa su di un telo da spiaggia facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solamente del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole; lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo dannato smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocavano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocavano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle tette ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla.
Le passò a rassegna tutte. A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solamente di correre lì, prendendo una a caso di loro; magari quella con il costumino verde mela, e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e scoparla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il proprio giornale, e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il proprio smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare caro, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente.
Eccola! Proprio in riva al mare. La persona che non può mai mancare su di una spiaggia: alta, slanciata, forme sinuose e una pettinatura alla moda; capelli corti e selvaggi.
Il suo tatuaggio dietro al collo urlava “Io sono un’anima libera. Sono Sai Baba. Sono Osho. Sono Maharishi Mahesh Yogi. Sono la confraternita hippy dei Merry Pranksters.
Ogni sua movenza, impregnata da un fortissimo profumo orientale, di quelli comprati su internet dopo un’accurata ricerca su tutto ciò che sia contro famosi marchi quali Channel, Christian Dior, Giorgio Armani e Dolce & Gabbana, o qualsiasi altro prodotto commerciale atto a mercificare la figura femminile, e dunque indegna di lei; creatura speciale al di sopra del mondo e della moda. Quel mondo a cui neanche si mischiava, stando in disparte, stesa sulla riva di una spiaggia a fissare il mare come se volesse ritrovare se stessa. Lei, lontana dal frastuono della folla, stesa su di un telo viola a bere caffè e fumare una sigaretta sottile, lasciando che “fratello sole” baciasse i suoi seni nudi; segno concreto della sua emancipazione femminile atto a urlare a tutti una forma di protesta sociale, invogliando il mondo alla conversione verso la libertà assoluta e l’amore cosmico.
Sì, quelle non erano solamente tette, era il suo urlo verso tutto il mondo. La sua carta d’identità. La sua patente. Il suo passaporto.
“Osservatemi” urlavano quei seni “Io sono libera. Io sono diversa. Sono il cibo macrobiotico. La miglior ricetta vegana. Il corso di yoga fatto da Patañjali. Sono un appartamento privo di televisore. La ragazza in bicicletta che percorre una metropoli piena di rumorose auto. Io sono la meditazione guidata, il sole africano, la poesia haiku, la legalizzazione della marjuana, la lotta contro l’uccisione della balene e la manifestazione per i diritti dei gay.
Ecco, il suo piccolo e sodo seno nudo era il suo urlo contro l’imperfezione umana. Il suo marchio di fabbrica. Il suo nome. L’etichetta che certificava la sua Denominazione di Origine Controllata. E la gente attorno a lei doveva saperlo! Chi la desiderava, chi ambiva al suo corpo profumato dal più costoso profumo non alla moda alla fragranza di Patchouli prodotto da onesti e sorridenti indigeni indonesiani, dovevano sapere che per arrivare a lei avrebbero dovuto ammirarla, osannarla, venerarla, e accettare il suo essere “un passo avanti” a confronto di tutti. Che lei fosse l’evoluzione umana. Il Nirvana. Il solo e unico Dio.
Poi ecco che lo sguardo di Eddy si posò su di un ragazzo a pochi metri da mister “Io sono la via, la verità e la vita”.
Il volto di quel ragazzo era quello del tipico uomo che ha una lavoro ordinario, un rapporto di coppia ordinario, una vita ordinaria, un armadio ordinario. Il tipico uomo che ama parlare del lavoro che in realtà detesta. Il tipico uomo che passa ogni mercoledì e giovedì a fare volontariato in parrocchia o all’UNICEF. È l’uomo che maledici quando, andando di fretta, lo vedi pararsi davanti a te, sorridendoti e mostrandoti uno schifoso volantino con sopra stampate le immagine di bambini malnutriti.
È l’uomo perfetto. Quello che sorride alla propria suocera, durante il pranzo domenicale. È l’uomo che ogni mese segna il consumo dell’energia elettrica, del gas, e controlla quanto sta crescendo il suo fondo per la previdenza sociale.
Insomma, il tipico “bravo ragazzo”. Proprio quello che ha una collezione di filmati e foto porno conservati in una cartella denominata “file”, nel bel mezzo di altre cartelle del disco locale; lì dove nessuna fidanzata andrebbe a curiosare.
Di tutto e di più! Dal bondage al porno amatoriale. Dai classici del porno, fino ai filmati di minorenni raccattati sui peggiori forum del web. Dalle gang bang ai video di stupri: cento per cento naturale! La vita al naturale di un uomo malato, nascosta dietro al sorriso di un bravo ragazzo.
Impossibile?
Guarda il tuo vicino, guarda il tuo capo, guarda tuo padre, tuo marito, tuo fratello, tua moglie, tua figlia.
Troverai una generazione di esseri socialmente perfetti, che nascondono dietro al mobile un vibratore, una carota ancora sporca di vasellina, un cuscino di gommapiuma con un foro nel mezzo che ancora emana un tremendo tanfo di sperma, non dissimile da quello che si sente in una pescheria.
Troverai ovunque simili cose. In ogni casa. In ogni PC. Persino nella cartella denominata “Vuota” nel computer dell’avvocato Casaretti, il tipo simpatico che ti sorride sempre, inimmaginabile amante dei porno in cui si simulano scene di stupri. Oppure in un HD appartenente al Dottor Bartolini, quel simpatico uomo che ti controlla la schiena e la gola, per poi masturbarsi vedendo filmati amatoriali di minorenni sodomizzati con falli di gomma: Un archivio segreto che farebbe rabbrividire anche quello del caro signor Nicoletti, il sacrestano della tua parrocchia a cui affidi i tuoi figli, ogni lunedì e mercoledì, perché imparino la parola di Cristo.
Troverai di certo anche Eddy, ancora lì fermo a fumare e bere, ora fissando la ragazza accanto all’uomo perfetto. Una ragazza pallida e leggermente sovrappeso, banale almeno quanto il suo costume bianco sporco, e la montatura dei suoi grossi occhiali.
Lei di certo conosceva bene l’archivio segreto del proprio fidanzato.
Sì, quella ragazza insignificante sapeva di certo tutto, pensò Eddy, fissandola con aria disgustata.
Lei sapeva tutto. Ecco perché guardava con odio quella donna, Miss Nirvana, perché sapeva che mai avrebbe raggiunto il suo posto. Mai sarebbe finita in hard disk pieno di porno, amati dal suo nobile uomo.
Ma il suo disgusto richiamava all’ordine il suo bravo amore, portandolo a fingere ulteriore disgusto nel vedere il corpo di Miss Nirvana, mentre con la mente già la stava rinchiudendo nel proprio archivio segreto.
Dio, fissandoli ancora, Eddy sorrise e poi chinò lo sguardo. Fissando per un attimo la sabbia illuminata dal sole, e poi chiudendo gli occhi, rivedendo in tanta finzione il mondo in cui si trovava. Il mondo in cui era costretto a vivere. Il mondo che mai l’avrebbe abbandonato.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora. Aprendo gli occhi. Alzando lo sguardo e fumando ancora la sua Marlboro.
Ed eccoli lì, nel mezzo di altri volti, di altri corpi di gomma sparsi ovunque, vide l’icona perfetta della Sacra famiglia.
Loro erano un’accusa contro tutti i suoi sogni mai realizzati. Quelle illusioni che gli fecero ingoiare da bambino a furia di violente cucchiaiate.
Quella bambina che in fondo desiderò di essere. La piccola Laura Ingalls che correva nella prateria, sorridente verso il suo saggio, forte, premuroso padre Charles Philip Ingalls. Oppure il piccolo Jeff che corre e ride assieme a Lassie. Sì, Lassie, proprio come il cane che aveva un tempo Eddy. Il nome dato al 90% dei cani di tutto il mondo. E come il 90% dei cani di tutto il mondo, incapace di fare qualcosa di diverso dal rotolarsi sul pavimento, porgere la zampa, o scodinzolare innanzi al cibo.
Quelle furono le immagini che passarono nella sua mente, vedendo quell’allegra famiglia. Guardando attori intenti a interpretare una parte; non altro che un ruolo. Non altro che finzione.
E quel capo famiglia lì davanti a lui, chi era mai?
Forse era il buon dottor Cliff Robinson. E a parte il colore della pelle, ne aveva tutta l’aria.
Il tipico uomo realizzato, acculturato, socialmente approvato.
È il tuo medico di fiducia; il dottor Rossi, quello che hai visto sempre con addosso un camice bianco. Sempre sorridente, persino quando ti diagnostica un cancro al colon. Ma così sorridente nel farlo, che vorresti quasi ringraziarlo. Lui, capace di inculcarti fiducia e speranza in ogni momento. Quella stessa fiducia nella vita che cercava di propinare alla sua famiglia, a colpi di grandi sorrisi. I suoi cooprotagonisti di quella nuova serie Tv di successo: “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”.
In ordine di apparizione: Moglie milf dal seno rifatto, sedere ancora in forma e lunghi riccioli neri unti da qualche balsamo di marca; forse del Patch Back Pain. E poco distante da lei, in procinto di correre verso il paparino, una ragazzina di appena sedici anni, con il costume sin dentro alle natiche e il fisico che non ha nulla da invidiare a quello delle maggiori pornostar.
Eddy vide correre quella ragazzina tra le braccia del dottor Rossi. Abbracciandolo e sorridendo, mentre la mammina imponeva loro di mettersi in posa, così da immortalare in una foto quella meravigliosa vacanza. La loro meravigliosa e fasulla vita, falsa come una foto ottenuta dopo mille scatti.
Ma la foto va fatta sempre. Deve essere fatta! E alla fine deve essere perfetta. Proprio come tutte le foto che raffigurano una vacanza. Proprio come la foto della famiglia Rossi, dove il padre sorride, stringendo la propria bambina, e lasciando forse che il mare nasconda la propria erezione, o magari pensando a quanti uomini siano stati dentro a sua figlia.
Tutte cose da non dire. Tutte cose da tenere nascoste nella cartella “File” nel disco locale di un PC. Tutte cose che non vedrete mai nella serie Tv “La meravigliosa famiglia del dottor Rossi”. Un successo garantito! Almeno otto stagioni.
Eddy lì fissò ancora una volta. Tutto attorno a lui girava. Il sorriso smagliante del dottor Rossi gli ricordava la propria imperfezione, proprio come fanno i sorrisi delle star della televisione quando durante la notte di capodanno fanno festa, lì davanti agli occhi di un vecchio solo che non ha che come compagnia un televisore; le lancette che scandiscono il tempo e al tempo stesso la sua condanna.
Ansimò, dolorante come uno a cui hanno appena strappato un dente dalle profonde radici.
Si guardò attorno, in cerca di uno spiraglio d’aria. Cercando di non soffocare, mentre la sabbia cocente e le onde roteavano attorno a lui, così come i volti, i sorrisi e le risate di quegli sconosciuti. Vecchi o famiglie. Mocciosi che urlavano, giocando per la spiaggia e facendo volare in aria la sabbia. Coppie silenziose che comunicavano con chissà chi grazie a degli smartphone. Qualcuno che suonava la chitarra, cercando di risultare perfetto come Miss Nirvana. E ancora altri corpi; corpi orrendi o corpi seducenti che in microscopici costumi urlavano al mondo “Guardami, desiderami, venerami”.
Né fissò uno in particolare. Un corpo forse sedicenne, proprio come quello della figlia del dottor Rossi; il protagonista della serie Tv che tutti avrebbero amato.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Certe cose possono costarti caro. Possono costarti la libertà e la vita.
Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della ragazza. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi su quella spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti, e gente stesa su teli da spiaggia, finché svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto ai suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto. Proprio come farebbe ogni persona da te odiata. Proprio come farebbe tuo marito. Proprio come farebbe tuo figlio. Proprio come farebbe l’eroe della tua fiction televisiva preferita. Proprio come faresti tu.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di essi.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche.

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