Cosa prova uno scrittore emergente? Tante pubblicazioni, e poi? Sempre e solo un mondo di apparenze. THE WRITER. Damster edizioni.

Avevo deluso lei. Avevo deluso il mondo. Avevo deluso il regno di Dio.
Ero cattivo! E meritavo di essere punito per le mie malefatte. Per la mia perversione. E il castigo di Dio non tardò ad arrivare!
Dario cominciò a sorridere. Poi iniziò a ridere di brutto, spalancando le braccia e dandomi una forte pacca sulla spalla.
Mi strinse forte a sé, come se io fossi il suo figlioletto, e rivolse lo sguardo al resto della platea.
«Beh, non si può dire che il nostro amico Marco non sappia il fatto suo» esclamò ridendosela.
«Tutti sanno che il sesso vende! Chissà, forse anche noi dovremmo metterci a scrivere di scopate.»
Tutti ripresero a ridere! Sì, le gerarchie erano state ristabilite. Le ipocrisie di Dario erano arte, e le mie perversioni erano solo materiale per le seghe o per casalinghe represse.
Tutto era stato stravolto. Ancora una volta! E ancora una volta avevo perso.
Non bastava essere uno scrittore definito “porno” dalle deficienti che amavano leggere storie di inverosimili scopate e zuccherosi amori. No, dovevo essere definito alla pari di quelle scrittrici per
deficienti da quel gruppo di bambocci incapaci di scrivere qualcosa che non fosse stato in qualche modo già scritto.
Odiato da tutti! Diverso da tutti. Snobbato da tutti.
Altro che vendite! Ero solo un pezzente. Ma dirlo avrebbe peggiorato la mia situazione. E già stavo abbastanza nella merda!
Dario non tardò certo ad alimentare la cosa. No, continuò a ridersela facendo battutine su di me e sui mie libri. “Un gran furbone! Una grande capacità letteraria usata per arrivare a tutta la gente, persino a coloro che non sono in grado di leggere”.
E ancora battute, ancora risate, ancora io al centro di quella patetica e crudele farsa.
Mi sentivo d’impazzire! Avrei voluto pestare tutti a sangue. Prendere quei coglioni e stenderli, per poi fottere davanti ai loro occhi quelle schifose e saccenti puttanelle.
Ecco, rabbia, voglia di vendetta, desiderio di devastazione.
Ero un bambino ferito per non aver ricevuto il regalo desiderato a Natale. Ero il nerd che veniva deriso alle elementari. Il segaiolo che vedeva tutti fottere con belle vacche mentre lui non poteva che ammazzarsi di seghe. Ero quello non invitato alla festa del più figo della classe. Quello che alla recita di fine anno non faceva che una comparsa. Quello costretto a lavorare dopo la scuola mentre tutti i suoi amici se la spassavano.
Ero il male assoluto! La voglia di vendetta. Le fiamme dell’inferno che devastavano la terra.
Ero John Doe, ero Amon Goeth, Benjamin Barker, Freddy Krueger. Ero Jack Torrance, Kaiser
Soze, Lex Luthor.
Volevo farli soffrire. Ucciderli tutti. Far smettere quelle risate del cazzo.
Ma ancora una volta ero impotente. Solo un coglione come tanti. Solo un patetico pezzo di merda costretto a obbedire agli ordini di qualche cazzone all’intero di un call center.
Ero fottuto! Non potevo restare lì a subire quei colpi. Come sempre nella mia merdosa vita! E come sempre, senza poter reagire, decisi di eclissarmi. Di fingere di non esserci. E ci riuscii finché quelle risate e quelle battute diventarono troppo incisive. Al punto che mi alzai da lì, dicendo la sola cosa saggia da dire, mentre tutti mi fissavano aspettandosi che dessi improvvisamente di matto.
«Vado al cesso!» esclami, sotto gli occhi stupefatti di tutti, e lo sguardo pieno di vergogna di Ivana.
Dario fece un cenno verso di me con la mano. Strizzando un occhio e sorridendomi.
«Torna presto! Che aspettiamo solo te» mi disse. Ma io non gli risposi! No, non avevo niente da dire. La sola cosa giusta da fare sarebbe stata ammazzarlo, e non potevo farlo.
Così mi allontanai dalla sala. Andando verso il bagno. Ficcandomi in un bagno pulito e profumato.
Feci una pisciata. Anche se a dire il vero non era poi così urgente. Ma visto che mi trovavo lì, decisi di dare un senso a quel mio soggiorno.
Poi mi avvicinai al lavello. Mi sciacquai il viso e mi guardai allo specchio.
“Non vedi che ridono di te?” echeggiò attorno a me.
Io abbassai lo sguardo. Respirando con forza e stringendo i pugni.
“Che ti succede, hai perso le palle?” riprese ancora quella voce penetrante.
«Sta zitto. Zitto!» sussurrai, ansimando e stringendo i pugni.
Attorno a me rimbombò una risata. Poi sentii un respiro sul mio collo. Un respiro gelido!
Mi voltai, ma niente. Lì non ci stava nessuno. Nessuno se non io, e quella voce che in un soffio riprese a echeggiare attorno al mio corpo.
“Vedi, neanche a questi poveri falliti del cazzo piace la tua roba. Non piace a nessuno! Di questo passo finirai per crepare in quel dannato call center”.
«Devi stare zitto. Zitto!» urlai nuovamente, sferrando cazzotti contro al vuoto.
Lui rise ancora di me. Io sferrai altri pugni nel vuoto, fino a perdere l’equilibrio, cadendo per terra.
Sentii ancora quella risata. Così forte da trapassarmi la testa.
Mi piazzai le mani contro alle orecchie, ma fu inutile. Quella risata era ovunque. La sua voce era ovunque!
“Solo un inutile fallito!” udii ancora. E poi, man mano, mentre stavo lì a terra a stringermi la testa, quella voce andò sfumando, e con essa quella gelida risata.
Mi alzai lentamente. Scioccato. Devastato. Stringendo i pugni e desiderando di uccidere il mondo intero.
Uscii da quel cesso, andando a passo lento verso il soggiorno. Raggiungendo il mio amore e i miei amici.
Loro nel vedermi tornarono a sorridere. Il loro giocattolino era tornato! Potevano ancora prendermi per il culo.
Avanzai ancora, arrivando accanto a Ivana, e prima che potessi sedermi il caro Dario si alzò in piedi, mettendosi proprio davanti a me.
Mi fissò, sorridendo ancora, e poi mi diede una pacca sulla spalla come se fossi il suo fratellino.
«Ehi, ce ne hai messo di tempo! Ti stavi forse tirando una sega leggendo un tuo romanzo?» mi disse.
Tutti lì dentro scoppiarono a ridere. Tranne Ivana, che se ne stava seduta con aria imbarazzata.
Neanche io sorrisi. Né tanto meno risposi. Rimasi lì a fissare quella tremenda faccia di cazzo. A fissare i suoi occhi maligni. Il suo sorriso crudele. La sua voglia di mettersi al di sopra di me.
Strinsi il pugno. E in quel pugno ci stava tutto il mio odio verso il mondo. Tutto il mio odio verso la mia vita di merda. Tutto il mio odio verso quel futuro che non avrei mai avuto.
Alzai il braccio. Lui smise di sorridere. In un lampo tutti smisero a sorridere. E prima che chiunque potesse fare o dire una qualsiasi cosa, il mio pugno si scagliò contro il volto di quello stronzo. Colpendolo in pieno! Fracassandogli il naso.
Il coglione cadde a terra come una pera da un albero. Urlando e mantenendosi il naso che sprizzava sangue.
Tutti si alzarono in piedi. Ivana si alzò in piedi, fissandomi con aria sconvolta. Incredula innanzi a quella scena.
Al bamboccio invece non fu dato tempo di alzarsi!
No, cominciai a colpirlo con forza dandogli calci contro la pancia e la faccia. Facendolo rotolare a terra come se fosse solo un giocattolo. Il mio giocattolo!
«Allora, che c’è, non fai più lo stronzo, vero?» cominciai a urlare, continuando a prenderlo a calci mentre lui disperatamente e inutilmente cercava di proteggersi con le mani. «No, vero? Ora sei
in mio potere, vero? Sono io il tuo Dio! E tu sei solo un oggetto per farmi divertire. Tu sei solo la mia puttana, stronzetto!»
Continuai ancora a colpirlo. Lui cercò invano di difendersi, sputando sangue come se stesse vomitando. E la gente lì in mezzo se ne stava ferma. Cagandosi addosso. Senza le palle per salvare il loro amichetto.
Già, ora le gerarchie erano davvero ristabilite.
Quelli erano solo degli stronzi! Dei bambocci di merda che non sarebbe sopravvissuti un secondo nel mio mondo. Nel mondo dei falliti. Nel mondo delle bestie. Nel mondo lontano dall’impero di
figli di papà come quelli.
Avevano finito di ridere, i coglioni. Ora ero io il solo vincitore lì dentro. Il grande capo! La star di Hollywood.
«Dai, recitami ancora una delle tue schifose poesie» urlai ancora, colpendolo in pieno volto e facendolo rotolare sul pavimento come fosse una palla di fieno.
Feci goal! Raggiunse i suoi amici, e alcuni si chinarono verso di lui per soccorrerlo.
Io mi voltai di scatto verso Ivana. Lei mi fissò con aria terrorizzata. Quasi piangendo.
La lasciai stare! Ormai era persa. Io lo sapevo. Lei lo sapeva. E forse in un certo modo avevo fatto un favore a quel bamboccio, dato che presto avrebbe potuto fottersela al posto mio.
Che si fottessero tutti! Questo pensai, distogliendo lo sguardo da Ivana e avanzando verso quella folla di stronzi.
Loro si scansarono con aria terrorizzata. Io raccolsi la mia roba e mi rivestii. Poi presi una bottiglia di vino rosso dalla tavola e continuai ad avanzare verso l’ingresso.
Uscii da lì. Da solo. Senza aver vinto un cazzo, se non quella dannata bottiglia.
Cominciai a scendere le scale. Silenzioso. Bevendo il mio vino a grandi sorsi e fumando una sigaretta.
Quando ecco dei passi!
Mi voltai di scatto e la vidi lì, scendere quelle scale velocemente, fino a raggiungermi.
Si fermò davanti a me e prese a fissarmi dritto negli occhi. Piangendo. Fissandomi e piangendo.
Sospirai. Sospirai e mandai giù altro vino, per poi abbassare lo sguardo.
«Pensavo tu fossi cambiato!» esclamò, continuando a fissarmi e a piangere.
Alzai lo sguardo lentamente verso di lei.
«Cambiato?»
Lei chinò il volto. Altre lacrime colarono dai suoi occhi. Un sospiro profondo uscì dalle sue labbra, e poi adagio alzò lo sguardo verso di me, tornando a fissarmi con quei suoi occhi lucidi di lacrime.
«Non cambierai mai!» riprese, senza smettere di piangere. «Non è il mondo il problema, Marco, sei tu il problema!»
Rimase qualche istante in silenzio. Io feci altrettanto, senza neanche il coraggio di guardarla.
«Sei tu che cerchi la violenza! Sei tu che cerchi in ogni modo di dar sfogo alla tua rabbia. Di distruggere tutto!»
«Ehi, ma quelli stavano ridendo di me!»
«Sì, e tu cosa hai fatto? Hai provato a parlargli?»
Non riposi. Sospirai a mandai giù altro vino.
«Bravo!» riprese «Questo hai fatto. Questo fai sempre. Solo bere! Bevi, distruggi te stesso e poi distruggi tutto ciò che ti sta attorno.»
Sorrisi cinicamente e abbassai lo sguardo.
Era inutile! Lei non poteva capire, e io ero troppo stanco per spiegare ogni cosa.
Eravamo in due mondi diversi. In due diverse galassie. In due universi che non si sarebbero mai incontrati.
Alzai nuovamente lo sguardo. Lentamente.
«Mi dispiace» le dissi con un filo di voce.
«Dispiace anche a me» mi rispose, asciugandosi le lacrime.
E poi nient’altro!
Il silenzio. Il silenzio più assoluto. Il gelo più intenso.
Era un addio!
Sì, quello era un addio, e la vidi svanire dalla mia vista. Salendo per quelle scale. Tornando nel suo mondo crudele, ipocrita, avido. E lasciando me nel mio mondo di merda. Nella mia fogna. In
quell’inferno da cui mai sarei uscito.
Ecco, era finita. Tutto finito! E cosa provare? Cosa provare quando il mondo ti crolla addosso?
Cosa fare quando nuovamente le tue certezze svaniscono? Quando ti trovi da solo, nella merda, nel
buio più assoluto.
Niente! Non c’è niente da fare.
Gli orologi si erano fermati. Attorno a me solo vetri rotti, mura in frantumi e cadaveri carbonizzati.
La realtà mi si stringeva attorno. Possenti mura di cemento mi stritolavano. E io non potevo far altro che star lì immobile. Congelato. Lobotomizzato. Lì fermo sentendo quella voce che rimbombava nelle mie cervella.
“Sei un fallito! Non sarai mai nessuno. Niente di niente!”.
La sola verità! La sola verità dalla quale sfuggire.
E cosa fare, allora? Quale Dio pregare? Quale parola ascoltare? In cosa sperare?
“Dai, avanti, fatti forza. Sii forte! La vita ti sorriderà. La speranza non muore mai”.
Inutili cazzate!
Lì tutto era buio. La realtà era incisiva come lamette nelle mie carni. E in me solo rabbia, odio, tormento, voglia di urlare, voglia di distruggere. Voglia di bere!
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Vedo spesso tanti figli di papà che parlano dei poveri. Ma voi la conoscete la strada? E se vi venisse tolto tutto, davvero non fareste ogni cosa per tornare tra gli eletti del mondo? Tratto da Senso uico, mio settimo romanzo.

Persino cagare è un problema quando si sta per strada.
Sì, la gente normale la mattina si alza da un letto e va nel bagno per cagare in un cesso. Niente di più facile al mondo! Direi una cosa persino naturale. Ma chi sta per strada, quando si alza da un cartone o da un marciapiede, non ha nessun cesso in cui cagare. E non può certo calarsi tutto e farla per strada, come se fosse un cane.
Chi sta per strada non è né un cane né un uomo. È un niente! Uno a cui è impedito persino cagare.
A volte, se si riesce a racimolare qualche centesimo chiedendo l’elemosina (cosa che imparai da subito), ci si può permettere di entrare in un bar spendendo ottanta centesimi per un caffè, così da pagarsi il diritto a usare il cesso. Ma non è sempre facile! No, non solo ottanta centesimi sono pur sempre ottanta centesimi per chi sta per strada, e comunque non li si riesce a racimolare ogni volta, ma c’è anche da contare il fatto che il più dei proprietari dei bar nel tempo ha ormai imparato la storia del cesso. Dunque ti farebbero sì prendere il caffè, ma appena avessi loro chiesto del cesso, quelli ti avrebbero risposto che era guasto, sapendo che saresti andato lì non per una pisciata, quanto per una bella cagata.
Dunque alcune volte sei costretto a rimedi estremi.
I bar sono territorio bruciato, e i cessi delle stazioni sono o chiusi a chiave (riservate alla brava gente), oppure a pagamento. E spendere un euro per una cagata non è una mossa saggia.
L’alternativa spesso è trovare un vicolo buio e solitario o magari un bosco, o roba simile. Chinarsi sulle proprie gambe, cagare al meglio, e poi nettarsi con fazzolettini o fogli di giornale. E questo senza lavarsi, ovviamente.
Detto così non sembra poi una cosa talmente tremenda. Ma provate a farla per giorni. Provate a cagare così per giorni, e poi mettervi per strada con il culo ancora sporco di merda.
Cristo, io dopo solo meno di una settimana ne avevo già la nausea, figuriamoci la gente che lo faceva da anni.
Piccole cose! Ecco, tutto è difficile per strada. È difficile persino trovare un posto dove stare a far niente.
Non si può stare seduti su di un marciapiede mentre la brava gente è indaffarata a fare spese o andare al lavoro. Farlo non solo ti costerebbe gli sguardi disgustati della gente (il che non conta un cazzo), quanto essere presi di forza da qualche sbirro e portati chissà dove.
Così le giornate le si passa di norma al posto dove si dorme. Così da tenersi strette anche le proprie cose ficcate in qualche busta.
Io ero riuscito a procurarmi una vecchia tracolla color verde militare. L’avevo presa dai rifiuti. A me sembrava nuova, ma qualche studentello aveva deciso di buttarla via.
Buon per me! Quella cosa mi serviva per ficcarci dentro le cose che riuscivo a comprare chiedendo l’elemosina.
Già, l’elemosina! Inizialmente sembra una cosa difficile. Una cosa umiliante. Anche se molti figli di papà la fanno da sempre, per comprarsi da bere o dell’erba, senza toccare i soldini dati da papà.
La chiamano colletta! La gente di strada invece non la chiama affatto. Non hanno bisogno di dare un nome a quel che fanno. A loro basta mettersi a terra, abbassare lo sguardo, e ficcarsi davanti un bicchiere di carta o un qualsiasi contenitore, sperando che qualche persona passando possa gettarvi dentro qualcosa, magari giusto per sentirsi degli uomini migliori.
Se va bene riesci anche a racimolare due o tre euro. A volte anche quattro. Ma devi avere proprio culo! E quei soldi raramente vengono usati per mangiare. No! Le vecchine spesso ti danno dei soldi dicendoti «Mi raccomando, comprati da mangiare, e non da bere». Ma tutti usano quei soldi per ubriacarsi o, se va bene, per fumare.
Sì, ironicamente il cibo è l’ultimo dei problemi per strada, diversamente da quanto pensano molti. Di cibo se ne trova sempre in un modo o in un altro, e questo senza scavare tra i rifiuti.
Nella mondezza scavavano solo quelli che hanno perso del tutto la testa. Gente come Orso. Gente che ormai ha deciso di chiudere ogni contatto con il mondo.
Per la gente che ancora ha un briciolo di ragione nel cervello, esistono molti posti dove trovare del cibo. Posti come la Caritas, per esempio, o quel furgoncino di volontari che distribuiva schifezze precotte di notte, alla stazione o in altri posti del cazzo, e dove io mi servii più di una notte.
Basta chiudere la bocca, fingere di sorridere, e mettersi in fila alla mensa in qualche posto pieno di gente sorridente. Pieno di piccole volontarie davanti alle quali ci si masturba tenendo nascosta la mano nella tasca dei calzoni, attendendo il rancio, con la consapevolezza che mai e poi mai si potrebbe fottere una di quelle. Quelle ragazze così profonde da voler sfamare la povera gente, ma che avrebbero offerto a bravi ragazzi del loro mondo la propria fica. E forse anche il culo.
Ma intanto la loro finta carità permette a chi sta per strada di scroccare un pasto a pranzo e a cena. E quando non si fa in tempo ad arrivare alla mensa, allora si usa un euro o più per del pane o dei wurstel, lasciando il resto per alcool. Vino in cartone perlopiù!
Sì, non comprarti da bere, ti dice la brava gente. Ma il bere è il solo modo per non impazzire del tutto lì in mezzo. Si cerca di stare sempre ubriachi. Di non vedere lucidamente quanto succede. Di non vedere lucidamente quella gente che gioisce e ride, mentre tu stai lì da solo, senza una vita, senza alcuna speranza.
Un alcolizzato! Già. La gente beve alle feste, alle cene di lavoro, alle cene di Natale, o a casa davanti alla televisione. Ma è vietato bere da soli in una stanza lercia e tantomeno farlo per strada, da soli su qualche marciapiede.
Io capii presto di non poter fare altro. Di non poter fare altro che bere, e racimolare sigarette raccattando i mozziconi gettati a terra dalla brava gente.
Compravo solo un pacchetto di cartine corte. Quelle grigie, che durano di più. E ci buttavo dentro il tabacco di quei mozziconi, così da poterne ricavare da fumare.
Fumo e alcool erano i miei soli compagni. I miei amici. I miei parenti. Le mie amanti.
Essi scandivano il tempo passato a spostarmi da un posto a un altro, senza una meta da raggiungere. Camminando solo, per non restare fermo tutto il tempo.
Essi scandivano il tempo quando me ne stavo fermo. Da solo, per terra, fissando il vuoto senza neanche il coraggio di pensare a un qualcosa di definito.
A niente! Se non a quella vita di merda. All’immagine di me nel vuoto assoluto.
Debole, vigliacco? Certo! Ma sfido chiunque a non aver bisogno di un qualsiasi appoggio per non impazzire.
La gente si appoggia alle religioni, ai soldi, alle mode, alla famiglia, alle persone stesse. Ma chi come me stava per strada, non poteva che appoggiarsi all’alcool e al fumo per sopravvivere. Per restare lucido… ma non troppo! Il giusto per non perdere in cervello, e allo stesso tempo non capire dove ci si trovava. Dove cazzo stava andando la propria vita.
Mi venne quasi da sorridere pensando a tutto ciò, mentre me ne stavo seduto su di un marciapiede poco distante dalla stazione, bevendo il mio vino in cartone e fissando le persone che si muovevano per strada come fossero tante locuste.
Sì, magari a lungo andare sarei morto di cirrosi o per un cancro ai polmoni. E stranamente non mi andava di morire, anche se quella di certo non si poteva definire vita.
Dove avrei dormito quella notte, sempre al solito posto? E avrei fatto in tempo a prendere da mangiare? Sarei riuscito a guardare quelle troiette sorridenti senza saltar loro addosso per pestarle e scoparle a sangue?
Forse sì, forse no. Non me ne fotteva un cazzo!
Ero sempre più un animale. Odiavo la gente! La guardavo camminare per strada con la voglia di prenderla a bastonate. E vedendo quelle stronzette che se ne andavano in giro con addosso minigonne e jeans ficcati fin dentro alle chiappe mi veniva voglia di assalirle per stracciar loro di dosso i vestiti e sbatterglielo dentro a più non posso. Punirle con il mio cazzo. Lacerarle con il mio cazzo. Devastarle con il mio cazzo. Uccidere il loro mondo con il mio cazzo.
Illusioni, non altro che illusioni!
Non potevo avvicinarmi a un essere umano, che quello scappava come se io fossi un appestato. Tanto più le donne! Persino quelle che si dicevano “anime libere” o “donne spirituali”.
Non mi restava che accettare quella vita senza piaceri. Quella vita fatta solo per sopravvivere, proprio come un animale.
Poi, improvvisamente, mentre stavo lì seduto a ubriacarmi alle due del pomeriggio, ecco che qualcosa mi passò per la testa. Qualcosa di nitido, stranamente.
Misi la mano in tasca, in quei jeans che non cambiavo da giorni, proprio come le mutande e tutto il resto, e tirai fuori il mio portafogli.
Dentro ci stava ancora quel biglietto da visita. Quello che mi aveva dato il dottor Grieco all’ospedale.
“Centro di assistenza per persone in difficoltà. Corso Arnaldo Lucci n°42”, questo ci stava scritto.
Persone in difficoltà! E lo ero?
Beh, certo che sì. Ma quel posto mi sembrava un qualcosa non diverso dalla Caritas, o da altri posti pieni di gente sorridente, pronta ad aiutare il prossimo senza però abbandonare le loro belle case e i pasti assicurati.
Chissà, di certo era proprio così. Eppure il dottor Grieco mi aveva dato davvero una mano quando mi trovavo in ospedale. E aveva detto che lo avrei trovato lì. Che lui faceva volontariato lì.
Non ricordavo neanche i giorni in cui lo avrei trovato, né sapevo di preciso che giorno fosse. Ma in fondo che cazzo me ne fotteva? Ero stato per cinque lunghi anni lontano dal mondo, senza sapere dove fossi, e che tempo fosse. Dunque per quel che ne sapevo poteva anche essere il 2016, e magari mi trovavo su Marte.
Decisi comunque di andarci. Non avevo niente da perdere. Non più ormai!
Senso unico

Niente 50 sfumature di merd… ehm, grigio. Solamente realtà. Cinica, cruenta, violenta realtà che soffoca. Lasciami entrare, edito dalla Damster edizioni.

Restammo lì stesi a lungo, senza dire niente. Lì stesi solo a stringerci, solo a baciarci, dimenticando persino quanto successo.
Poi mi tirai su, e lei con me, mettendoci del tutto stesi su quel letto. Fianco a fianco, proprio come due innamorati.
Tornai a stringerla a me, accarezzandole i capelli, mentre lei teneva una mano sotto la mia maglietta, carezzandomi il petto.
«Non l’ho scopato!» sussurrò la sua piccola voce, infrangendo quel silenzio.
Io voltai il capo verso di lei, continuando a star steso al suo fianco, accarezzandole i capelli.
Lei alzò lo sguardo verso di me, fissandomi come fosse una bambina. Come fosse un piccolo cucciolo di cane accanto al suo amato padrone.
«Sì, non l’ho scopato! Non ci ho fatto niente di niente. Non mi andava!» aggiunse, continuando a sfiorarmi il petto con la sua piccola mano.
Io la strinsi con più forza a me, senza neanche sapere il perché.
In fondo avrei voluto dirle che neanche io avevo scopato con Anna, ma le avrei detto una bugia, e poi non sapevo proprio perché avrei dovuto farlo.
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere onnipotente. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cazzo, neanche se mi leggesse nel pensiero!
«Guarda che non hai bisogno di giustificarti» riprese, continuando ad accarezzarmi il petto.
«Uhm, come?» risposi, chinando lo sguardo verso di lei.
«Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io.»
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita affondare in me come se volessero giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
«La prima volta che… la prima volta che mi hai presa, la ricordi?» mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
«Sì» le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla. Ad accarezzare quel corpo da me a lungo massacrato, senza sapere più cosa provavo in me. Senza sapere più se lei fosse o no Sofia, la mia puttana e la mia schiava, o solo una bambina da amare e proteggere.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
«E ricordi cosa hai detto?»
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza. La sua sofferenza e la sua umiliazione che accresceva la mia onnipotenza.
Poi esalò un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
«Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo» disse, restando poi un attimo in silenzio. «E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare» riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto e le lacrime bagnavano il suo viso. «E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito.»
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva. Sapeva che non ci stava altro da dire oltre a quanto da lei già detto. Sapeva che i sogni non esistono. Che al mondo niente è giusto. Niente è come sognamo.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Dio, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Poi ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono iniziò a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
«Non rispondi?» mi disse, sapendo già la risposta.
Io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!
Sì, come previsto mi aveva chiamato. E come previsto le avevo detto d’esser andato a prendere le sigarette.
Ci aveva creduto! O magari neanche a lei fotteva un cazzo, proprio come a me. Ma comunque fosse, la realtà era tornata, e io dovevo andare dalla mia amata fidanzata.
Tornai in camera da letto, bevendo una birra e fumando una sigaretta.
Lei si era rivestita. Se ne stava seduta su letto con le gambe incrociate, fissandomi con aria triste.
«Torni da lei?» mi chiese.
Io non risposi. Diedi un sorso alla mia birra e abbassai lo sguardo.
La sentii sorridere. Sentii la sua risata simile a un pianto, e la sentii fin sotto la mia pelle.
Alzai lo sguardo verso di lei, ma senza il coraggio di tener fermi i miei occhi nei suoi.
«Ora vado» le dissi.
«Okay» rispose.
Poi non dicemmo altro. No, non ci stava niente da dire. Sapevamo tutto, e ogni parola sarebbe stata superflua.
La lasciai lì da sola, dopo averla sbranata ancora una volta. Dopo averle lacerato il cuore ancora una volta.
Finii la mia birra e tornai a casa.
Anna si era riaddormentata. Io mi spogliai e mi misi al suo fianco.
Lei mi strinse, mi strinse forte.
«Mhh, quando te lo toglierai questo brutto vizio?» mugugnò, stringendomi.
Io la strinsi a mia volta, fissando il vuoto. Fissando il buio che mi avvolgeva.
«Presto. Presto» risposi, tenendola stretta a me, mentre Sofia era da sola in quella stanza, proprio come me, in fondo. Come me, che tenevo stretta la mia piccola Anna, dicendole ancora una di amarla.
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Tratto dal primo dei miei sette romanzi pubblicati. Una storia realmente accaduta. Disponibile sia in digitale che in cartaceo.

Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire, dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme m’indeboliva e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. E restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci, sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anch’io» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche dubbio.
Magari le piace solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nelle mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi “ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo posto dove sognare. Un nuovo posto dove poter scopare senza inibizioni né vergogna, e con la stessa foga inondarci in quella tenerezza che frantumava ogni nome. Ogni definizione di quella civile e moderna era che mi soffocava.
Così uscimmo di casa, attenti a non aver lasciato lì in casa nessuna traccia.
Piccole cose potevano tradirci. Le stesse piccole distrazioni che
avevano fatto beccare gente come John Wayne Gacy o John Wayne Gacy.
Ma fummo bravi! Io stesso mi occupai di gettare via il fazzoletto
sporco di sborra e di sistemare le lenzuola, mentre la piccola Ale
mise a posto con cura i bicchieri dove avevamo bevuto.
Eravamo insospettabili. Potevamo compiere così altri omicidi
ai danni della pubblica morale. E ci mettemmo in strada pronti a
effettuarli. Pronti a dar sfogo alla follia omicida che ardeva in noi.
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Volete vedere cosa si vive per strada? Senza buonismo né favolette. Nel mio settimo romanzo. Romanzo scritto da chi ha vissuto la strada.

Vagai per ore e ore, senza però allontanarmi dalla piazza. Era come non essere vivo. Come non essere sveglio. Come essere in un limbo. In un labirinto fatto di vapore.
Tutto era così confuso. La mia vita distrutta di colpo. Io ridotto a un corpo senz’anima che camminava tra la folla. Invisibile. Senza qualcosa da fare. Lì solo a girare come un animale, e con diecimila pensieri confusi e sbiaditi che mi giravano nella testa. Così confusi che non riuscivo a definirne neanche uno. Come non riuscivo a pensare a un solo modo per uscire da quella situazione, o anche solo un qualcosa da fare in quella dannata giornata.
Sì, vagai per ore. A testa bassa, bevendo il mio vino rosso sotto gli occhi disgustati della brava gente. Di quella gente che andava a messa, pagava le tasse, tifava per una squadra di calcio, e si commuoveva innanzi a film d’amore o bambini somali nelle immagini di qualche telegiornale.
Per me non ci stavano lacrime invece. Per me nessun sms solidale, né una raccolta fondi come quelle fatte per mandare generi alimentari in Palestina.
No, il mondo non mi vedeva neanche. Per il mondo io non ero degno di vivere. Ero solo un ubriacone. Solo un topo di fogna. Solo un puzzolente e bavoso barbone.
Infine passai di nuovo per piazza Garibaldi. Erano ormai quasi le otto di sera. I piedi mi facevano male, il cartone di vino quasi dimezzato, e la testa cominciava a girarmi.
Passai proprio davanti al ristorante Iris, e lì fuori ai tavolini ci stavano decine di persone a cenare. Turisti o italiani. Coppie o famiglie. Amici o colleghi di lavoro. Tutti lì seduti. Tutti a mangiare cose come spaghetti con le vongole, pizza margherita, risotto ai frutti di mare, bistecca con patate, o qualsiasi cosa che normalmente a stento avrei guardato. Cose che avrei mangiato solamente. Forse anche con noia, proprio come facevano quelle decine di facce ficcate sotto a quella specie di tendone verde.
Dio santo, non mi era mai capitato di provare una simile attrazione per il cibo. E invece ecco che ne sentivo i profumi fin dentro le narici. Lì distinguevo uno a uno. E ogni odore era invitante. Ogni odore era appetitoso, quasi eccitante. Ammaliante come il cibo che vedevo in quei piatti. Quel cibo che non avevo mai definito così nitidamente. In ogni sua particella.
Riuscivo a vedere il sugo formato dall’olio sulla carne. Il luccichio del pomodoro sulla pizza. La consistenza di ogni singolo spaghetto o maccherone. Le forchette affondare nelle patate croccanti.
Il cibo non era mai stato così bello. Mai così invitante. Al punto che avrei voluto saltare addosso a qualcuno di quegli stronzi lì seduti, e cominciare a divorare a mani nude tutto quanto avevano nei loro piatti.
Mangiare avidamente. Mangiare con ingordigia. Facendomi colare tutto addosso. L’olio, il sugo: tutto!
Sarebbe stata l’apoteosi del gusto una cosa simile. La sazietà assoluta. Il solo e unico vero paradiso.
Ma non mi fu concesso farlo! No, a un pezzente come me non era concesso fare niente. Neanche guardare la brava gente che s’ingozzava ai tavoli di quel ristorante. Quella brava gente che il giorno dopo avrebbe parlato di quanto fosse drammatica la crisi economica in Italia, o la disoccupazione che colpiva sette giovani su dieci. E infatti il cameriere ficcato lì fuori subito cominciò a fissarmi con aria infastidita, per paura che la mia lercia presenza disturbasse la quiete di quella brava gente.
Andai via da lì, con ancora più fame in corpo.
Cristo, immaginare è pericoloso! La speranza, davvero qualcosa di devastante. Qualcosa che ti uccide più della fame. Qualcosa che ti accoltella cuore e mente, dandoti un sogno davanti agli occhi. Mostrandoti un sogno che non puoi realizzare.
Meglio non sperare allora! Tanto, a che cazzo sarebbe servito?
La speranza mi avrebbe riempito lo stomaco? La speranza mi avrebbe dato un posto dove dormire? La speranza mi avrebbe tolto da quella cazzo di situazione?
No, la speranza era per i ricchi, non certo per chi come me viveva per strada. Senza un soldo. Senza affetti. Senza un cazzo di niente!
In cosa sperare? Magari che uno di quei ricchi signorotti si sarebbe alzato improvvisamente dal tavolo e mi avrebbe lanciato una bistecca? Sì, come se fossi un dannato cagnolino!
Oppure sperare che Silvia tornasse di colpo da me, con mia figlia e tutta la mia vita?
No, inutile! La gente si aggrappa sempre a cose chiamate “speranza”. Spera in un Dio, per poi maledirlo quando un cancro li stronca. Spera nell’amore, per poi cadere in depressione quando questo viene a mancare. O spera nei soldi, pensando al suicidio quando questi finiscono.
Sì, la speranza è fatta di cose e di persone, non di altro! La speranza puoi averla quando hai cose o persone a cui aggrapparti. E io non avevo niente. Io ero da solo in quella strada, in quel mondo, in quell’incubo senza uscita. E nessun Dio mi avrebbe mai tolto da lì. Nessuna speranza mi avrebbe mai impedito di passare la notte per strada, da solo, morendo di fame. Lì da solo attento solo a non essere pestato o inculato da qualche algerino arrapato.
No, non avevo speranze. Il mondo per me aveva chiuso le porte. Io avevo solo l’alcool per scandire il tempo, cercando di fuggire da quella realtà. Cercando di non vedere che ero io a star lì. Lì in quella merda. Lì in quella fogna lontana da ogni scusante per tirare avanti.
Lasciai dunque perdere quella gente e continuai per la mia strada, bevendo il mio vino in cartone, così diverso dal vino nei calici di quella brava gente.
Arrivai verso la stazione centrale. Non sapevo bene perché mi trovassi lì. Forse una specie di radar mi diceva che quello era il posto adatto alla gente inutile come me. Un posto dove tutti i disperati come me si riunivano per stare lontani dalla brava gente. Dalla gente del mondo. Dai figli della storia.
Beh, mi ero sbagliato. Sì, lo spiazzale della stazione brulicava ancora di turisti che uscivano da essa. Di studenti o lavoratori che vi entravano per tornare a casa, o di gente che andava o veniva da chissà dove.
Certo, lì fuori ci stava anche tanta gente di merda. Tanti topi di fogna come me. Ma erano simili a blatte che si nascondevano nella notte. Tutti ammassati contro le mura della stazione come se il loro stesso vivere fosse un delitto per il mondo. Alcuni da soli, altri in compagnia ma senza parlare di niente! E altri ancora che giravano per quello spiazzale in cerca di qualcuno da derubare, o anche solo elemosinando qualche spicciolo per comprarsi da bere e da fumare.
 
Dio, era tutto così assurdo! Non ci avevo mai fatto caso quanto quei due mondi fossero così vicini tra loro. Due mondi totalmente opposti, l’uno accanto all’altro, ma divisi da un invisibile quanto invalicabile confine.
Senso unico
 

Senso unico, romanzo edito dalla Meligrana edizioni. Un viaggio nell’avidità umana.

Comunque fosse, a mezzogiorno avrei dovuto lasciare la stanza. A mezzogiorno mi sarei ritrovato per strada, e non c’era niente che potessi fare per evitarlo.
Dio, cosa si dovrebbe pensare in un simile momento?
Fatti forza! Avanti, sii uomo! Te la caverai. Vedrai, i nanetti di Babbo Natale verranno a portarti dolci e caramelle.
Che cazzate! La verità era chiara innanzi a me. Io sapevo bene cosa stava per accadere. E la verità non aveva niente di affascinante.
Sarei finito per strada, ecco cosa! Per strada, da solo e senza un soldo. Girando a vuoto. Scavando nei rifiuti o chiedendo l’elemosina per mangiare, oppure facendo la fila alla Caritas.
Avrei girato a lungo di notte, in cerca di un posto dove dormire. Un posto sicuro. Un posto dove non sarei stato pestato a sangue o violentato. Un posto dove sarei stato invisibile persino per gli invisibili del mondo. E poi, la mattina sarei stato svegliato dai rumori della gente, o dalle guardie che mi avrebbero scacciato per nascondere alla brava gente il mio volto di merda.
Avrei cercato un posto dove cagare. Se mi fosse andato bene, il cesso di una stazione. Oppure avrei dovuto cagare in qualche aiuola nascosta, o magari in qualche vicolo. E poi via a girare ancora. A cercare ancora qualcosa da mangiare. A cercare ancora qualcosa da fare, ben sapendo di non avere niente da fare. Niente, se non sopravvivere. Proprio come un animale! Come un cane randagio che gira da solo per le strade. Senza uno scopo. Senza una famiglia. Senza nient’altro che passare il tempo per vivere ancora. Vivere soffrendo. Vivere senza vivere. Vivere in un limbo.

Ecco, la realtà era ben diversa da come la si vedeva nei film, nelle canzoni o nei romanzi. La realtà faceva schifo! E per la prima volta ne provavo il peso. O forse… forse non avevo nessun piacere che mi desse modo di non guardarla dritta negli occhi. Niente, se non l’alcool!
Così continuai a fumare e a bere fino a notte inoltrata. Forse fino alle quattro. Forse fino alle sei.
Non lo sapevo!
Il tempo ormai era svanito. Il tempo era scandito solo dall’alcool e dal fumo. Il tempo era un qualcosa di pericoloso. Qualcosa da non fissare a lungo.
Silvia. Silvia! Se solo fosse stata lì.
Ma lei non c’era, e non c’era Virginia; la mia bambina!
Non ci stavano i miei soldi. Non ci stava il mio lavoro. Non ci stava la mia casa. Non ci stava la mia auto. Non ci stava il mio cane. Non ci stava il mio televisore. Non ci stavano i miei mobili, i miei vestiti, i miei cd, la mia collezione di cravatte, la mia vasca da bagno o la collezione di film porno.
Non ci stava niente! Niente se non il vuoto. Niente se non la realtà nuda e cruda. Niente se non me stesso, lì in quel mondo di cui non facevo più parte. Ormai uno spettro! Un’ombra. Qualcosa d’invisibile. Qualcosa di non pronunciabile. Qualcosa da evitare come la merda. Come il vomito di un cane.

Senso unico

 

 

Tre proposte editoriali per il digitale. Ma io per questo lavoro voglio il cartaceo! Tratto dal racconto “Non pensi a noi?”, presente nella scioccante antologia “Che cazzo ci faccio qui?”.

Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.
Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.
Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.
Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.
Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, e mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.
Arrivò di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.
Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.
Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.
Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.
E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.
Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.
« Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? » gli disse con tono severo, acido, violento.
Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.
Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.
« E continui! » esclamò « Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? »
Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.
« Non sono mica ubriaco, Gina » disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.
« Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio »
Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.
Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.
Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona potesse voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.
Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.
Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!
Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.
Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.
« Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? » gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzita.
Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.
Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.
No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.
Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.
« Un tempo anche a te piaceva bere con me » borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.
Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.
« Oh signore, Mario, le cose cambiano! » esclamò con tono inviperito « Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? »
Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati a quelli di lei. Anche se in realtà non la stava vedendo.
No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.
“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.
Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.
Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.
Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solo starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella sua vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solo un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.
Ma Gina aveva ragione. Lui era un padre di famiglia. Aveva delle responsabilità, anche se solo l’udire quella parola gli fece accapponare la pelle.
Mandò giù metà del bicchiere in un sorso, e velocemente tornò a fissare la bottiglia.
Gina fece un passo fulmineo verso di lui. Afferrò il giornale e cominciò ad agitarglielo contro.
« Se uno vuole lavorare, un lavoro sta certo che lo trova » gli strillò contro.
A Mario venne da ridere cinicamente udendo quelle parole.
Sì, gliele diceva sempre il suo vecchio, quando lui da giovane non voleva fare un cazzo se non ubriacarsi e organizzare piccoli furtarelli assieme a ragazzi balordi quanto lui.
“Se uno vuole lavorare un lavoro sta certo che lo trova” gli diceva sempre. E il suo vecchio lavorava eccome! Dieci o dodici ore al giorno in una merdosa fabbrica di legno. Spaccandosi la schiena sei giorni su sette, e a volte anche la Domenica. Uscendo di casa la mattina presto per poi rincasare a sera tardi, così stanco da non riuscire a fare altro che cenare e guardare un po’ la TV prima di andare a letto. Prima di andare a letto per addormentarsi, pronto a ricominciare tutto d’accapo il giorno dopo. E infine, dopo infiniti anni, ammalarsi e crepare. Svanendo nel nulla. Senza mai aver fatto un cazzo della propria vita, se non lavorare. Senza aver mai vissuto la propria vita. Esistendo solamente. Passando una vita a lavorare, e al massimo venti giorni all’anno in una vacanza che gli serviva solo per maledire quei soldi che non bastavano mai.
Già, se uno vuole lavorare un lavoro di certo lo trova. E pensando a quelle parole rimase pietrificato sotto gli occhi di Gina, senza riuscire a far altro che sorridere in modo amaro.
« Oh, lo trovi anche divertente? » esclamò Gina, portandosi le mani ai fianchi.
Mario sospirò. Allungò la mano verso il tavolino e spense la sigaretta nel posacenere, per poi alzare lo sguardo verso Gina.
« Ti prego, Gina, non è proprio giornata! »
« Ah, non è giornata! Perché, che diavolo hai fatto per essere nervoso? Sì, dimenticavo » urlò ancora più forte « Sei sceso tu alle otto del mattino per accompagnare la piccola da mia madre, e poi andare a lavare le scale di ben cinque palazzi, vero? Sì, hai ragione a star nervoso, Mario, ti sei davvero rotto il culo oggi! Non è vero? Ti sei dato da fare un sacco a portare avanti questa casa, mentre io stavo sul divano a ubriacarmi. Sì, scusami. Non ci ho pensato che sei tropo stanco per parlare »
« Hai finito? »
« Non ho finito un bel niente! » strillò Gina, sbattendo con forza il giornale sul pavimento « Io sono stanca di vivere così, Mario. Non ce la faccio proprio più! Non ce la faccio più a dover lavorare solo io perché a te non va bene nessun cazzo di lavoro »
« Cristo, Gina, ma hai letto quegli annunci di lavoro? » esclamò, allungando le braccia verso il giornale steso a terra come se fosse un cadavere.
« Li ho letti eccome! » strillò ancora Gina « Sono lavori, Mario. Né più né meno! Lavori come ogni lavoro al mondo. Lavori di merda come quelli che faccio io per tirare avanti la baracca. Eppure li si fa! A volte anche più di un lavoro! Si prende quello che si trova, Mario. Si lavora perché bisogna lavorare per vivere. E dovresti ficcartelo una buona volta in quella tua testa pazza. Dovresti capire che questa vita va così, e che bisogna far di tutto per sopravvivere »
Mario la fissò intensamente, trafitto da quelle parole. Senza più riconoscere la donna davanti a lui.
Lei sembrò calmarsi, o almeno apparentemente. Restò ferma davanti a lui. In silenzio. Quasi ansimando, mentre una piccola vena si gonfiò sulla sua fronte.
Poi, Mario chinò lo sguardo. Fissò nel suo bicchiere. Guardò intensamente quella roba liquida e marroncina, forse desiderando di sparire lì dentro.
Un piccolo sorriso solcò il suo viso. Un sorriso amaro, come quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in cella, e ora portato alla camera a gas.
« Un tempo avevi tanti sogni, Gina » sussurrò, senza distogliere lo sguardo dal bicchiere.
Gina lo fissò con aria perplessa e al tempo stesso infuriata.
« E che cazzo significa questo? »
Mario alzò lo sguardo. I suoi occhi erano spossati, come se stesse per piangere.
Ma ovviamente non versò neanche una lacrima.
« Ricordo che quando ti conobbi volevi fare la ballerina. Ti ricordi? Ne parlavi sempre. E dopo esser uscita dalla tavola calda di Vecchio Bob, ti andavi subito ad allenare ne tuo garage. Ricordi? Io ti accompagnavo sempre. La mia piccola fata, ti chiamavo. E dopo, ti piaceva restare sul vecchio divano di tuo padre, coperto da una trapunta di famiglia, ad ascoltare le poesie che ti dedicavo »
Gina rimase in silenzio a fissarlo. Mario sorrise ancora amaramente, abbassando lo sguardo verso il bicchiere.
« Sì, il mio poeta! Così mi chiamavi » mormorò, avvicinando il bicchiere alle labbra e dandogli un sorso.
Gina di colpò strepitò, colpendo ancora l’aria con le mani.
« Dio santo, Mario, avevamo vent’anni. Ora tu ne hai quasi quaranta, e io trentacinque. La gente cresce! E si lascia alle spalle le stronzate »
« Stronzate? » sussurrò Mario con un filo di voce, stringendo il bicchiere e guardandola, e sorridendo ancora con fare cinico.
Gina sbuffò!
« Cristo, a volte mi chiedo che diavolo ci faccio con te. Sembri quasi un bambino! E io non voglio un bambino accanto, ma un uomo. Un uomo che si prenda cura di me e Martina. »
« E allora trovatene uno vero! » esclamò Mario.
« Sei proprio uno stronzo! » gli rispose lei, facendo una smorfia di disgusto.
Restò un attimo zitta, fissandolo dritto negli occhi e stringendo i pugni.
« E pensare che avrei potuto sposare chiunque. » riprese.
Mario sbuffò, seccato della cosa.
« Sì, conosco già la storia. Il dottor De Rosa, il figlio del Generale Brambilla. Esposito, lo studente di ingegneria navale. E chi altro c’era? Ah, sì, quel tale dalle spalle grosse! Quel coglione tutto muscoli che gioca a calcio e si vede anche nelle emittenti locali »
« Mi fai proprio schifo, Mario. »
Mario svuotò in un sorso il bicchiere, senza distogliere lo sguardo da lei.
« E allora se ti faccio così schifo perché non prendi la tua roba e ti togli dalle palle? »
« Se qualcuno si deve togliere dalle palle, quello sei tu » urlò Gina, puntandogli il dito contro « Sì, fino a prova contraria sono io che mi rompo il culo per mantenere la famiglia »
« Questa non è una famiglia, Gina. E forse non lo è mai stata »
« E la colpa è tua! Solo tua! » urlò lei, additandolo ancora.
Mario allungò il braccio verso il tavolino amato da Gina, pronto ad afferrare la bottiglia. Ma lei con uno scatto fulmineo si fece avanti, afferrandola e tirandola via.
« Che cazzo vuoi fare? » strillò, alzandosi di colpo dal divano.
« Quello che avrei dovuto fare da tempo. Getto questa merda nel cesso! »
« Ti avviso, Gina, smettila di fare la stronza »
« Ah, la stronza sarei io? » gli urlò contro, agitando verso di lui quella merda economica « Sono io, Mario, che ti mantengo. Io sono quella che si umilia lavando le scale dei palazzi. Io sono quella che fa la fila alla Caritas per prendere da mangiare e dei vestiti per noi e la bambina. Guardami! » strillò, afferrando con una mano il lembo del suo vestito « Questo me l’ha dato mia cugina Cinzia. E ogni volta che devo prendere qualcosa da lei, Dio, io mi sento una merda! Vorrei sprofondare in una fossa, Mario. E tu niente! A te non fotte un cazzo di niente, vero? No, non pensi a noi? Non pensi a me e alla bambina? Non pensi a quanto soffriamo? »
« Dammi quella cazzo di bottiglia, Gina » esclamò Mario, tenendo la mano verso di lei e avanzando di un passo « Ti avviso, smettila di fare la stronza e dammi subito quella cazzo di bottiglia »
« Col cazzo che te la do » urlò lei, indietreggiando e tirando indietro la mano in cui stringeva la bottiglia.
« Ti ho detto di darmela » urlò Mario.
Lei lo guardò dritto negli occhi. Lui la guardò dritto negli occhi. Una valanga di odio avvolse l’intera stanza, mentre fuori il mondo scorreva normalmente, ignorando quell’inferno.
« Ti odio! » strillò Gina, facendo un movimento velocissimo e brusco nell’aria.
In un millesimo di secondo lo sguardo di Mario seguì quella bottiglia che volò in aria, finché s’infranse contro a un muro.
I suoi occhi rimasero immobili contro a quella macchia umida e scura sulla parete, mentre ovunque pezzi di vetro presero a volare come fossero i resti di una statua di ghiaccio colpita da una pallottola.
Si voltò di scatto verso Gina.
« Sei una stronza maledetta! » urlò, scagliandosi su di lei e alzando un braccio al cielo.
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