Ossessivi estratt tratti da Fottiti, cruento romanzo edito dalla Damster edizioni.

Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una forma di nevrosi che porta il paziente a credersi realmente migliore di ogni altro individuo, cadendo nel panico nel caso non fosse ammirato, o non riuscisse in qualche modo a imporre il proprio volere sugli altri.
Il soggetto è cresciuto in un focolare domestico di certo colmo di rabbia.
Sua madre non amava il proprio marito, e viceversa.
Sua madre gli ripeteva di continuo che non valeva niente, e così suo padre; riversando tutto il loro affetto su Tom, il fratello maggiore.
Vedi anche disturbo narcisistico della personalità. Vedi anche frustrazione. Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo facevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca, silenziosi, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia cominciò a suonare chissà dove.
Lei mi fissò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! Quella la prima parola detta da Dio. Quello il primo pensiero di Gesù Cristo. Quello il sangue che pulsava nelle vene del mondo.
Io la guardai ancora. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremmo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.
E che alternative avevamo?
Lasciarci! Lasciarci subito. Dirci addio e prepararci a riversare su qualche altra persona tutto l’odio che ci portavamo dentro.
In fondo non eravamo poi diversi da ogni altra persona al mondo. E non ci credevamo né unici né tantomeno speciali.
Non eravamo dei geni né dei santoni orientali. Non eravamo né degli Einstein né dei cazzo di Osho. Eravamo solo due stronzi! Due falliti che si erano incontrati forse per noia.
Già. Mi sembrava già di vederla.
Eccola! A ormai quarantacinque anni. Non più magra, non più soda. Culo grosso, tette grosse e mosce, e capelli arruffati.
Se ne sta fuori a una fermata d’autobus. Sono le sei. Fa freddo! Lei è sola e aspetta l’autobus, coprendosi con un grosso cappotto; uno di quei cappotti da dieci euro preso in qualche mercatino rionale.
E cosa aspetta?
Quello che aspettano tutti!
Lavorare. Lavorare per tirare avanti. Un merdoso lavoro in qualche fabbrica, dove magari un vecchio capo sessantenne le tasta il suo culo ormai troppo grosso per essere venduto per strada.
E ancora gli sguardi della gente per strada. Le prime auto che ronzano per strada. Anche loro pronti ad andare a dare il culo a lavoro, lì alle prime luci dell’alba.
E su qualche fermata ci sarei stato anch’io. Aspettando il mio autobus per andare a lavoro. A lavoro in qualche fabbrica, in qualche magazzino, in qualche schifoso call center del cazzo.
Poi le ore interminabili per entrambi.
Ficca una camicia sotto una grossa pressa. Alza un pacco e mettilo su di uno scaffale. Poi guarda l’orologio. “Quanto manca? Dai, ancora un’ora. Posso farcela! Solo un’ora e tutto sarà finito. Solo un’ora e andrò in pausa”.
Ed ecco la pausa! Una sigaretta, un caffè, un pompino tirato a qualche vecchio direttore.
E si ricomincia!
Io in un call center a far finta di essere felice nell’ascoltare gente sconosciuta. Lei dietro il banco di un negozio di biancheria a sorridere a della gente sconosciuta, come se mutande e calze per vecchie fossero per lei qualcosa di speciale.
“Ancora un’ora, poi sarà finito. Andrò a casa. Sarò libero. Sarò lontano da questo inferno”, diremo entrambi. E quell’ora non avrà mai fine. Quell’ora si ripeterà all’infinito. Quell’ora scandirà ogni minuto delle nostre vite. Ogni giorno, ogni mese, ogni anno, ogni decennio. Fino alla morte!
Ecco cosa sarebbe successo, pensai, continuando a guardarla. O meglio, sarebbe di sicuro successo a me.
Già, magari lei sarebbe stata abbastanza furba da usare la sua fica per incastrare qualcuno pieno di grana. Qualche stronzo che l’avrebbe mantenuta. Qualche ciccione sempre preso dal lavoro, che le avrebbe pagato la casa, il cibo, la monovolume nuova di zecca, il barboncino, i vestiti di marca, e la palestra per tenersi in forma. Per tenersi in forma per quelle due scopate a settimana. Quelle due scopate che le sarebbero toccate da contratto. Quelle due scopate a settimana per pagarsi il suo diritto a vivere.
Chissà, magari nel prenderlo dentro avrebbe pensato “Dai, ancora cinque minuti. Cinque minuti e sarò libera. Cinque minuti e tutto sarà finito”. E sarebbe stata intrappolata tutta la vita in quei suoi fottuti cinque minuti. Io sarei stato intrappolato tutta la vita nei miei fottuti cinque minuti. Il mondo intanto avrebbe continuato a scorrere, fingendo di non essere intrappolato in quei fottuti cinque minuti. In quel tempo che separa la realtà dall’illusione. In quel tempo che separa quanto siamo veramente da quel che ci illudiamo di poter essere, una volta passati quei fottuti cinque minuti.
Ma il tempo ormai era fermo. Il tempo era stato congelato da quella realtà. Dal nostro essere nudi l’uno di fronte all’altro.
«Dai, andiamo a casa tua» riprese. Io annuii. Annuii, riprendendo a camminare assieme a lei. Con lei in quella notte silenziosa. In quel nostro essere marito e moglie. In quel nostro essere innamorati. In quel nostro odiarci, desiderando di ucciderci a vicenda. In quei cinque minuti che non sarebbero mai terminati.
********
Fui a terra! I Vietcong erano ovunque. Quei dannati musi gialli erano ovunque. Le trincee erano invase. I pezzi di budella dei miei compagni piovevano su di me, e lei, lei era su di me. Lei piombò su di me come una leonessa su di una zebra.
«Bastardo!» gridò, lì sul mio corpo, stringendomi la gola cercando di soffocarmi.
Probabilmente voleva uccidermi. Probabilmente voleva che io sparissi dalla faccia del mondo.
Io non riuscivo a reagire. La sua rabbia era tremenda. La sua forza era simile a quella della gente pazza.
Aumento improvviso del testosterone, avrebbero detto alcuni psicologi. Una reazione dovuta a un elevato aumento della sensazione di stress e paura nel cervello.
Vedi anche DOC. Vedi anche schizofrenia. Vedi anche adrenalina.
Solo che lì non ci stava nessun cazzo di psicologo, né tantomeno un muscoloso Superman pronto a togliermi di dosso quella troia rabbiosa.
No, ci stavo solo io lì su quel pavimento pieno di schifezze. Solo io, e lei sul mio corpo, ormai prossima a soffocarmi. Quando ecco, non so cosa successe, non so dove trovai la forza, ma riuscii a togliermela di dosso scaraventandola in aria.
Aumento improvviso dell’adrenalina dovuto al rilascio di sinapsi del sistema centrale nervoso, causato da una forte paura, avrebbero detto alcuni psicologi.
Aumento del consumo d’ossigeno. Aumento del battito cardiaco. Aumento del rendimento metabolico. Incremento delle capacità muscolari.
Vedi anche epinefrina. Vedi anche Jokichi Takamine. Vedi anche catecolammine. Vedi anche volume sistolico.
Ma ancora una volta lì di psicologi non ce ne stavano. Ci stavo io, ancora a terra, e Monia, che in un attimo volò in aria, per poi atterrare sul campo di guerra.
Ed ecco che il Re del mondo venne a farci visita di nuovo.
«Cazzo, sono appena tornato a casa, e già sento questo fottuto casino? Io vengo lì a spaccarti il culo lurido pezzo di merda. Hai capito?» urlò il Re del mondo, appena rientrato in Paradiso.
Il mio piccolo angioletto era al suolo. Un angelo senza ali! Un angelo in minigonna. Un angelo su di un pavimento pieno di olio, maccheroni, pezzi di vetro e altre schifezze simili.
Io restai qualche istante lì steso su quella merda. Lì steso a guardarla, senza sapere se si fosse rialzata o meno.
Sembrava di no!
Se ne stava semplicemente a poco più di un metro da me. Lì con il culo a terra, la schiena contro il mio frigo, e le cosce aperte che facevano vedere chiaramente le sue deliziose mutandine rosa.
Pericolo passato! I superstiti rientravano nelle loro trincee, e alcuni conservavano con cura le lettere ricevute dai caduti. Lettere per le loro mogli, per i loro figli, e ogni altra persona che non avrebbero mai più rivisto.
Io non avevo lettere con me. Nessuno si era fidato di me. Nessuno aveva pensato che io avessi potuto farcela in quell’inferno.
Invece ero lì! Ero ancora vivo. Ero un fottuto eroe di guerra. Un cazzo di Ron Kovic con una fottutissima medaglia al valore militare appesa al collo.
Sì, ero un vero eroe! E da vero eroe mi tirai su, lentamente, con tutti gli abiti sporchi di ogni tipo di merda culinaria.
Mi tirai su e m’appoggiai al tavolo, mentre lei se ne stava lì contro al frigorifero, fissandomi con un indemoniata. Pronta a scattare!
Afferrai un di quelle birre. La stappai, e le diedi un bel sorso. Poi accesi una cicca, e ancora ansimando e tossendo cominciai a fumarla, guardando la mia piccola guerrigliera lì con il culo per terra.
«Che cazzo ti è preso?» le urlai contro.
Lei non rispose. Restò li a fissarmi con un cazzo di sguardo alla Regan McNeil.
Poi ecco che si alzò. Si alzò lentamente, con tutti gli abiti sporchi di olio e con qualche maccherone appiccicato addosso.
Io la guardai. Diedi un sorso alla bottiglia, poi l’abbassai, tenendola forte per il collo. Pronto a spaccargliela in testa alla sua prima mossa falsa.
Vero amore!
Eravamo già pronti per sposarci in fondo. Saremmo stati davvero una coppia perfetta. Proprio come quelle che si vedono alle cene di lavoro o al bingo parrocchiale. Proprio come quelle che poi s’insultano di notte, nei loro letti. Proprio come quelle che finiscono per ammazzarsi.
Lui spara a lei e poi si fa saltare le cervella. Lei taglia il cazzo a lui, lo fa morire dissanguato, e poi si avvelena con l’acido per il cesso.
“Sembravano un coppia perfetta. Andavano d’amore e d’accordo” avrebbero detto i vicini.
Chissà, forse il Re del mondo e la dolce Regina avrebbero detto la stessa cosa di noi. Ma per fortuna il Re del mondo aveva chiuso la sua dannata bocca, e assieme a lui la dolce Regina.
Ci stavamo solo noi lì dentro. Solo noi al mondo. Solo noi all’universo.
Poi eccola avvicinarsi di nuovo a me, lentamente, mentre io stringevo la bottiglia, pronto a sfracassargliela sulla testa.
Mi fu vicina, faccia a faccia.
Io la guardai. Lei mi guardò. Poi accennai un sorriso, e così lei.
Fu un attimo! Ancora una volta, un fottuto attimo.
«Pezzo di merda!» urlò, tirando fuori un coltello che aveva nascosto nel giubbetto.
Cazzo, neanche fosse un dannato Norman Bates.
Già, quella troia si scagliò contro di me con tutta la sua forza, brandendo quel dannato coltello e cercando di piantarmelo in gola.
Non so come feci, ma riuscì a fermarla.
Le bloccai il braccio e la girai di colpo, come fossi Steven Seagal o un cazzo di Jackie Chan.
Lei finì sul tavolo, con faccia e petto lì sul tavolo, mentre io le tenevo il braccio fermo. Quel piccolo braccio destro con quel cazzo di coltello in mano.
Lei mollò la presa. Il coltello cadde per terra tra maccheroni, pezzi di vetro e cubetti di pancetta.
Digrignò i denti, cercando di divincolarsi dalla presa.
«Lasciami, bastardo. Lasciami!» strillò, impotente, bloccata dalla mia forza.
«Ora vengo lì e vi spacco il culo!» urlò il Re del mondo.
Io mi girai. Mi girai di colpo verso il muro.
Fu un attimo! Come sempre, un attimo. Come sempre nella vita. Come sempre, sia per le cose belle che per le cose brutte.
«Tappati quella bocca del cazzo o vengo lì e ti sventro, merdoso vecchio!» urlai verso il Re del mondo, lanciandogli la bottiglia contro. La mia bottiglia contro il Paradiso.
E la mia bottiglia passò oltre l’uscio della mia cucina. La sorpassò, e s’infranse contro il muro che divideva i campi Elisei dall’Inferno.
Bersaglio mancato!
Il male non poteva raggiungere il Paradiso. Il Paradiso non poteva essere svelato al mondo, proprio come Babbo Natale per i bambini. Proprio come ogni altra bugia al mondo.
Beh, almeno il Re del mondo aveva smesso di rompere il cazzo.
Sì, ero l’angelo caduto. Ero l’aborto che mia madre avrebbe voluto compiere. Ero il male da sradicare sul nascere da ogni bravo bambino.
Ero cattivo! Ero sadico. Ero bestiale.
Ero lì, con lei davanti a me. Lei chinata sul tavolo. Lei, indifesa, incapace di muoversi. Lei, che poteva solo urlare. Che poteva solo disperarsi.
Infanzia mancata. Abusi dai genitori. Insulti dai compagni delle elementari. Regali sbagliati ricevuti a Natale. Eiaculazione precoce. Tradimento ricevuto dalla propria donna. Aver visto la propria mamma scopare con il medico.
Ne avrebbero dette tante gli psicologi per dare un movente al mio sadismo. Per cercare di dimostrare al mondo che non esistessero persone cattive, ma solo esseri umani malati.
Beh, io ero cattivo! Io ero l’uomo nero, ero l’orco grande e grosso, ero il demone nell’armadio di ogni moccioso.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Una sensazione nata da una forte frustrazione, magari alimentata da una madre severa e un padre dalle aspettative troppo alte.
Vedi anche narcisismo patologico. Un’immagine distorta del proprio sé, che ti porta a non entrare in empatia con nessuno che non rispecchi te. Sopravalutando le proprie capacità, fino a distorcere la realtà fisica.
Ma a me non fotteva! Io ero lì. Ero potente. Ero colui che avrebbe deciso della vita di Monia.
Avevo fame!
Voglia di sangue. Voglia di carne. Voglia di far male. Voglia di bombardare il mondo intero.
Ecco, fu un attimo! Come sempre. Come per le cose belle che per le cose brutte. Solo un attimo! Né più né meno. E in un attimo strinsi la presa più forte, quasi volessi spezzarle il braccio.
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Tratto da The writer, sconvolgente romanzo edito dalla Damster edizioni.

Mi rimisi per strada, e come prima cosa accesi una sigaretta, come se fossi in crisi di astinenza.
Diedi una strippata, restando fermo davanti al portone di Antonella e alzando lo sguardo verso i palazzi davanti a me.
Niente, non era cambiato niente!
La città era ancora lì. Niente era sparito, e tutti dormivano nelle loro belle case o cazzeggiavano in qualche locale.
Mi venne da sorridere e abbassai il capo, pensando che sarei potuto crepare lì e a nessuno sarebbe fottuto un cazzo di niente. E che di certo il tipo nel cartellone pubblicitario visto qualche ora
prima avrebbe continuato a ridere.
Bah, solita storia! il mondo non sarebbe mai cambiato. Il mondo era rumoroso e pieno di gente pronta a tutto pur di affermarsi. E io, beh, non avevo che il mio eremo dove rifugiarmi.
E lo feci!
Sì, tornai a casa, camminando per quelle strade ormai deserte. Popolate solo da falliti come me.
Da solo, bevendo la mia birra e fumando una cicca dietro l’altra, finché arrivai a casa. Davanti allo schifoso e decrepito palazzo in cui vivevo.
La porta era aperta, come sempre. Così da permettere a qualche puttana di entrare lì con qualche cliente senza dover perdere tempo ad aprire il cancello.
Si sa, il tempo è denaro. Lo dicono tutti! Ma il mio di tempo si era fermato per sempre. Lì nel mio mondo il tempo non esisteva neanche. Gli orologi si erano fermati! Ci stavano solo lancette
arrugginite, vetri rotti sparsi ovunque, e gente di gesso che si urtavano tra loro.
Era l’inferno! E non avevo che un modo per sfuggirvi. Un solo modo! Il solito modo.
Entrai nel mio appartamento, pronto a farlo, e come sempre la mia vecchia e obesa gatta mi venne
contro, miagolando e facendomi le fusa.
Entrai nella mia stanza con lei a seguito. Lasciai a terra la tracolla e il cappotto, poi gettai il cappello e la bottiglia vuota su di un mobile pieno di carte e bicchierini di plastica sporchi di caffè.
Uscii da lì e andai in cucina, seguito dalla mia gatta.
La mia vecchia dormiva già. Oppure piangeva nel suo letto, pensando a quel figlio bastardo che con ogni probabilità sarebbe crepato prima di lei.
Cercai di non pensarci. Non alla morte! Quanto al dolore che le avrei causato e che già le stavo causando.
Raccolsi una bustina di merda gelatinosa per gatti e in un attimo la ficcai in un piatto di carta, calmando subito la foga della mia gatta che innanzi al cibo si dimenticò dell’amore per me. Proprio
come Antonella. Proprio come ogni donna.
Restai fermo a fissarla per qualche istante. Sorridendo cinicamente. Pensando ad Antonella e tutte le donne che mi avevano usato o che avevo usato.
Infiniti amori fasulli! Solo cadaveri che si divoravano a vicenda.
Poi presi una bottiglia di vino rosso dal frigo e uscii da quella stanza, lasciando la mia gatta al suo nuovo amore e andando nella mia camera da letto.
Chiusi la porta e arrivai verso una piccola scrivania con sopra infinite carte, bicchieri sporchi, pacchetti di sigarette vuoti, e al centro un portatile acceso.
Ficcai lì sopra la bottiglia e accessi il portatile, per poi spogliarmi del tutto e gettare i vestiti a terra tra altri vestiti. Attento a non far cadere varie bottiglie vuote sparse sul pavimento: alcune piene
di piscio!
Mi venne nuovamente da sorridere, mettendomi addosso un lercio pigiama e fissando quelle bottiglie sul pavimento.
Sembravano tante lapidi!
Sì, quello era un cimitero. Il cimitero dove era sepolta la mia vita. Un’esistenza buttata nel cesso. Un’esistenza inutile e fetida proprio come quel piscio.
Raccattai il pacchetto di sigarette e l’accendino dalla tasca dei miei jeans, e anche il cellulare dal mio cappotto.
Ne accesi subito una, andando verso la scrivania e mettendomi a sedere davanti a essa.
Guardai il cellulare. Niente! Lei non chiamava.
Di certo erano tornati i suoi, e lei si era addormentata in attesa che andassero a letto, così da potermi telefonare.
Niente di nuovo! No, mai niente di nuovo.
Come sempre ero solo. E la cosa mi andava bene! Sì, non so perché, ma benché la gente fuggisse sempre dalla solitudine, io ne sentivo invece il bisogno. Stare da solo. Lontano dal mondo. Lontano dalle voci. Lontano dalle conversazioni fatte solo per dovere, quando magari avresti voluto ficcare un coltello nella fronte del tuo interlocutore. Proprio come spesso desideravo fare con Antonella.
Ma lei non ci stava. Nessuno c’era lì dentro.
Ero nel mio mondo! Nel mio eremo. Nel mio limbo. In quella che con ogni probabilità sarebbe stata la mia tomba.
Vino, sigarette, musica, e finalmente i rumori delle mie dita contro i tasti della tastiera. Una storia che prendeva vita. Come ogni notte! Da solo nel mio mondo a deridere quella realtà da cui mai sarei fuggito e che domani mi aspettava ancora fuori da quella stanza. In attesa come una tigre in agguato. Pronta a sbranarmi! Pronta a mordermi finché sarei venuto meno. Finché mi sarei ucciso pur di sfuggirgli.
E intanto, ancora il rumore dei tasti. Il fumo che si addensava sul soffitto. La tosse forte, lo sputare moccio verde per terra, il vino in gola, il pisciare nelle bottiglie e il sentirsi sempre più leggero e al tempo stesso vuoto. Parola dopo parola. Bicchiere dopo bicchiere. Sigaretta dopo sigaretta. Dolore dopo dolore. Fino alle cinque del mattino. Per poi sparire, mentre la brava gente cominciava a svegliarsi. Mentre il mondo cominciava a svegliarsi.
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Due estratti del romanzo “La maschera”, ancora inedito, dato che un editore potrebbe finire in galera pubblicandolo. PUbblicando qualcosa di così violento e tagliente. Ma la violenza è fine a se stessa, o nasconde una trama cervellotica e triste?

Cosa voleva da me? Perché mi aveva portato lì? E soprattutto, perché tra tante cavie umane presenti in quel posto aveva scelto proprio me per fargli compagnia?
Inutile! Il suo sorriso non lasciava trasparire niente, se non una follia non dissimile dalla mia.
<< E dunque tu saresti Nicola Gargiulo? >> disse, raccattando un foglio tra tanti fogli piazzati lì sopra.
<< E tu saresti Massimo Peluso? >> risposi, leggendo il cartellino che il tipo aveva appeso al collo.
Lui lo guardò. Guardò me e fece una risata.
<< Chiamami Max >> disse, dando poi un sorso ala bottiglia e passandomela.
Io l’afferrai.
<< E tu chiamami Nico >> gli risposi.
<< Bene, Nico! >> riprese, leggendo quei fogli tra le sue mani, mentre io mi lavoravo la bottiglia tra le mie mani << Sembra proprio che ogni essere umano abbia il proprio nome scritto su qualcosa simile a un annuario scolastico, un cartellino da timbrare a lavoro, o una cazzo di tessera per i punti della benzina. E sembra che tu staiqui per aver preso a calci un’auto. L’auto di merda di un coglione come tanti >>
Alzò lo sguardo verso di me.
<< Dico bene? >> mi chiese.
Io non risposi. Lui tornò ai suoi fogli.
<< Certo che dico bene. Lo dicono i fogli! E i fogli dicono anche che tu hai preso a calci quella macchina perché provi rancore per una donna. Mara! Così sta scritto qui >>
Tolse lo sguardo dai fogli e tornò a fissare me.
<< E così? Tu provi rancore per una certa Mara? >>
Io restai zitto ancora. Lui continuò a sorridere. Poi gettò quei fogli sopra la scrivania, tra tanti altri fogli.
<< Ah, che si fotta Mara! >> esclamò, ficcando i piedi sulla scrivania << A quest’ora Mara starà dormendo assieme al suo bel Jimmy, dopo avergliela data. Tu lo sai, non è vero? >>
Io annuii.
<< E sai bene che a Mara non fotte un cazzo di te! Certo, se tu ora crepassi, lei fingerebbe di piangere e direbbe cose meravigliose come “nessun uomo mi ha mai amato così tanto”, giusto per farsi bella agli occhi della gente. Lo fanno tutte, e tu lo sai. E sai anche che a lei non frega un cazzo di te, e non gliene è mai fregato niente, o non ti avrebbe mollato di punto in bianco. Come sai che lei non sapeva niente di te, e tu di lei. Che eravate solo due sconosciuti! Due sconosciuti come tanti, che come tanti finiscono assieme solo perché non hanno incontrato altri sconosciuti >>
Io lo fissai. Aveva ragione! Io non conoscevo Mara, e lei non conosceva me.
Certo, sapevo che le piaceva andare a prendere la cioccolata calda in una determinata caffetteria, che preferiva gli assorbenti esterni a quelli interni, che le piacevano le canzoni dei cartoni animati, che amava tanto la Mongolia e il Tibet, e che aveva una fissa per la naftalina negli armadi.
Ma per il resto, cosa sapevo di Mara? Chi era Mara?
Niente! Non sapevo altro che quello che lei mi aveva mostrato. E tutte le sue grandi parole d’amore, il suo dire di essere una donna spirituale, il suo mostrarsi come un’anima fragile, beh, a conti fatti non rispecchiavano la realtà delle sue azioni. Il suo avermi mollato di punto in bianco, probabilmente per un altro.
Dunque chi era Mara? Quella che diceva di amarmi e alla quale non le interessavano cose materiali come un cazzo o cose effimere come le emozioni, o quella che da un giorno all’altro mi aveva piantato per seguire le cose a sua detta non desiderate?
E chi ero io? Ero quello che l’amava alla follia, o quello pronto a tirarsi una sega davanti a ogni foto di qualche bella troia?
Sconosciuti! Ecco cos’eravamo. Non altro che sconosciuti. E in fondo Mara avrebbe potuto avere anche un altro nome, un altro volto, un altro cervello. Per me sarebbe stato lo stesso! E sarebbe stato lo stesso per lei.
<< Sì, sì >> riprese Max, fissandomi ancora e fumando la sua paglia << Io credo che a quest’ora la tua piccola Mara stia raccontando a un altro le stesse cazzate che raccontava a te. E credo che se tu l’avessi qui ora, in questo momento, la tratteresti come la stronza in quella stanza. Non è vero? >>
Lo fissai ancora. Era vero! Le avrei fatto male. L’avrei fatta urlare. L’avrei punita per il suo essersi comportata come una vile puttana.
Lui sorrise ancora. Si alzò, venendo verso di me e togliendomi la bottiglia di mano.
Le diede un sorso e poi l’abbassò, restando in piedi contro quella scrivania, proprio davanti a me.
<< Da quei fogli >> disse indicandoli con la mano << Il dottore è convinto che tu sia un sadico perché hai subito qualche trauma infantile >>
Scoppiò a ridere di colpo!
<< Che ne so! Magari crede che tua madre ti succhiava il cazzo mentre ti faceva il bagnetto. Non lo so, magari è vero! Oppure sono tutte cazzate. Tu che ne dici, Nico? >>
Non gli risposi. Restai lì fermo a bere, fissandolo, senza capire dove voleva arrivare.
Lui rise ancora, senza togliermi gli occhi di dosso.
<< E no! Tu sei troppo sveglio per farti fottere da quel figlio di puttana. Dico bene? >> riprese.
Poi tornò a sedersi davanti alla sua scrivania, fissandomi, e giocherellando con uno stetoscopio.
<< E già. Bisogna amare! Non so chi sia stato a inventare questa cazzata, ma di certo è che tutti ci hanno creduto. Tutti vogliono amare! E si sentono persi se non amano. Si sentono morire. Cristo! Un intero mondo che vive retto da questa stronzata dell’amore. Amore tra due persone, amore fraterno, amore materno. In ogni cosa ci sta questa stronzata dell’amore! E guarda caso, in ogni festa comandata ci sta qualcosa che ha a che fare con l’amore. Si vendono cioccolatini, peluche, gioielli, preservativi, biglietti per autobus o treni per raggiungerle la persona amata, telefoni cellulari, computer, macchine fotografiche, case, auto, cani, cibo da offrire durante le cene. Tutti si affannano a spendere soldi per amore! Pronti subito a maledire quell’amore. E magari pronti a gettarsi subito in un altro amore, non diverso da quello di prima. Facendo le stesse cose di prima. Dicendo le stesse cose di prima. Pensando le stesse cose di prima >>
Max si sporse verso di me, afferrando la bottiglia di vino dalle mie mani e dandole un buon sorso, per poi ripassarmela di nuovo, tornandosene seduto con la schiena contro la sedia e i piedi sulla scrivania.
<< No, bello mio. Tu non odi Mara. Tu odi l’amore! Tu lo odi perché hai capito l’ipocrisia che si cela dietro di esso. Odi quella gente che si dimena come scimmie per le strade, credendo di amare, quando non servono altro che i propri desideri. E odi quelle parole vendute a buon mercato. Odi l’affannarsi della gente per non mostrare a se stessi e agli altri di non essere altro che delle bestie. Odi questo circo pieno di fiere impazzite che urlano e scalciano, cercando di trovare un senso in questa farsa, in questa gabbia, e ficcandoci sempre questo stramaledetto amore in mezzo >>
Tolse i piedi dalla scrivania e avvicinò il volto al mio. Fissandomi. Fissandomi e sorridendo.
<< Tu non sei malato, bello mio. Sono loro a essere malati! >> esclamò, sorridendo in maniera cinica << E che si fottano! Si fottano loro, le loro serate mondane, i loro peluche, cioccolatini, film alla tv o bestseller stracciapalle. Che se ne vadano a fare in culo! Che si droghino pure con le loro merdose cazzate. Che girino in tondo come tanti schiavi in catene. E che godano tra i loro piaceri, per poi frignare come mocciosi quando gli vengono tolti. Che si fottano! >>
Si tirò nuovamente indietro, accendendo un’altra cicca.
<< Magari mi sbaglio! Magari è una vera tragedia la fine della tua storia con Mara >>
<< No, non lo è! >> gli risposi.
Lui sorrise, fissandomi mentre bevevo quel vino.
<< Possesso! Possesso e non altro, dico bene? Lo stesso che aveva lei su di te. Lo stesso che ogni persona vuole avere su altre persone >>
<< E se anche fosse? Che cazzo c’entri tu? >>
Lui sorrise. Sorrise e mi venne vicino. Lentamente. Fissandomi a ogni suo passo.
<<Ti ho visto come provavi piacere a fottere quella troia. A punirla con il cazzo! >> disse.
<< E con questo? >>
Lui mi strappò di mano la bottiglia. Le diede un sorso, e poi, avvicinandosi alla scrivania la rimise al suo posto.
<< Con questo è chiaro che non sei malato. Vuoi solo vendetta! La cosa più giusta del mondo >>
Io lo fissai ancora. Chi era quel figlio di puttana? Cosa voleva da me?
Niente! Nessuna risposta. Lui venne verso di me e mi fissò, continuando a sorridere.
<< Ora andiamo >> mi disse << Che tra poco verrà il cambio qui in questo cesso >>
Io mi alzai dalla sedia.
<< Fai spesso il turno di notte? >> gli chiesi.
Lui ridacchiò.
<< Non preoccuparti. Ci vedremo ancora, se è questo che intendi >> mi rispose. E poi uscimmo da lì. Mi riaccompagnò nella mia cella e sparì, così com’era venuto. Lasciandomi lì da solo nella notte, a bere il mio vino e fumare, pensando a quanto vissuto, a quanto visto, a quanto sentito. Senza provare il minimo rimorso per quella donna. Senza pensare ad altro che a come togliermi da quella situazione del cazzo. Lì da solo nella mia cella, avvolto dal buio, sorso dopo sorso, tiro dopo tiro. Nel vuoto, nel buio, nel nulla. Pensando solo a quanto successo, ma senza riuscire a mettere a fuoco niente.
***************************
Stavolta andammo nella mia camera. Max aveva preso un paio di bottiglie di rosso dall’infermeria.
Io bevevo la mia, seduto sul mio letto. Lui beveva la sua, in piedi contro a un muro.
Restammo a lungo in silenzio, senza dire niente, senza dire niente di inutile.
Poi dissi io qualcosa. Forse qualcosa di stupido! Ma fu la prima cose che mi venne in mente.
<< Hai ucciso tu Luca e Ivano? >> gli chiesi, senza neanche rendermi conto del perché di quella domanda.
Lui mosse la testa su e giù. Mi fissò. Diede un altro sorso alla sua bottiglia e l’abbassò.
<< Vedo che le voci corrono >> disse, con la sua voce profonda e lenta.
Poi accese una sigaretta e lanciò del fumo in aria. Si guardò attorno, e tornò poi a guardare me.
<< Non che mi abbia fato piacere! >> aggiunse, con tono basso. Poi abbassò lo sguardo. Sorrise, e lo rialzò nuovamente verso di me << Ma non mi ha messo neanche tristezza. Non ho provato niente! Assolutamente niente >>
Lo fissai qualche secondo senza dire niente. Poi trovai il coraggio.
<< Perché? >> gli chiesi.
Lui scosse le spalle.
<< Certe persone non sanno stare zitte! >> mi rispose, dando poi ancora un sorso al suo vino.
Io restai lì fermo a guardarlo, bevendo il mio, mentre lui faceva altrettanto, lì davanti a me, contro a quel muro.
<< E tu cosa hai provato stasera? >> mi chiese, mettendo fine a quell’inutile discorso.
Io abbassai lo sguardo, per poi alzarlo lentamente verso di lui.
<< Soddisfazione! >> gli risposi con tono secco. Senza pensarci neanche un secondo.
Lui sorrise, scostandosi dal muro e avvicinandosi di qualche passo a me.
<< Già, soddisfazione! >> esclamò << E che ora si fotta quella troia di Mara! Lei è la sua collezione di libri esoterici, il suo barbonicino di merda, e le sue serata al circolo di yoga. Che si fotta lei e tutte le sue stronzate! Le mostre d’arte che abbiamo dovuto vedere, le cene a cui abbiamo dovuto partecipare sorridendo. Le facce da stronzi che abbiamo fatto quando abbiamo conosciuto i familiari di ogni Mara. I sorrisetti che abbiamo dovuto fare a qualche loro amico che forse ora se le sta facendo. Che si fottano tutte! Si fottano i loro profumi dai nomi strani, le mutande con sopra il nome di qualche sconosciuto, i film in cui immedesimarsi, il cibo da assaggiare con cura. E che si fotta anche quel tuo dannato dottore! Lui, sulla sua bella barca a vela ogni Domenica, mentre tu qui non sai neanche quand’è la Domenica. Quello stronzo che ti da buoni consigli, quando è il primo a fottersi chissà quante troiette minorenni >>
Restai lì fermo senza rispondergli. Lui sbuffò, scosse le spalle e diede un’altra bella ciucciata al vino.
<< Comunque sia, credo che ora tu abbia capito quanto valgono quelle come la tua cara Mara >> riprese << Niente! Solo troiette che presto o tardi vengono qui, attirate dalla noia e dalla ricerca di emozioni. Proprio come tutti i coglioni che di giorno fanno i banchieri, le star del cinema o i salumieri, negando al mondo di essere stati qui >>
<< Dove ’è qui? >> gli chiesi. Lui sorrise, andando verso la porta della cella.
Si fermò lì davanti e si voltò verso di me.
<< Qui è ovunque! Siamo davanti a te quando ti consegniamo la posta. Ti stiamo davanti quando ti serviamo un piatto di pasta. Siamo con te quando porti il tuo cane dal veterinario. Siamo ovunque! Il mondo è ovunque, Gargiulo. Ed è tempo che tu capisca chi sei veramente. È il tempo che tu capisca cosa provi per Mara, e per tutte quelle stronze fasulle che ti hanno ferito. Cosa provi per quel mondo che ti tiene per le palle! Per quel mondo per il quale tu sei niente. Solo uno schizzo di sperma uscito per sbaglio dalle palle di tuo padre. Un errore proprio come lui! Un niente come sette miliardi di persone >>
Max di voltò nuovamente e uscì dalla cella, chiudendola davanti ai miei occhi.
Si girò verso di me. Sorrise, e accese un’altra sigaretta.
<< Beh, comunque volevo dirti che non dovrai più preoccuparti di Lucio. L’hanno trovato morto stasera nella cella di sicurezza in cui stava ficcato. Chissà, nessuno riesce a capire come abbia fatto a spaccare la tazza del cesso e a sgozzarsi con un pezzo di ceramica. Un vero mistero! Non trovi? >>
Lo fissai attonito, sconvolto, ma in parte sollevato.
Non dissi niente! Dentro di me ero felice che quel pezzo di merda era morto. Di non dovermi più proteggere il culo da lui.
Max sorrise, sapendolo, leggendomi dentro la testa.
<< Ci vediamo domani sera >> aggiunse, per poi sparire, lasciando solo l’eco dei suoi passi, e poi più niente.
 
Mi lasciai cadere sul letto. Continuai a bere il mio vino e a fumare la cicca che avevo in mano.
Mara! Sì, dannata troia. E dannato quel mondo di cui ero parte. Dannato quel posto in cui ero chiuso. Dannato ciò che mi aveva condotto lì.
Dovevano pagarla! Sì, dovevano pagarla tutti! E in un modo o in un altro avrei avuto la mia vendetta. Sarei stato Dio! Avrei finalmente umiliato quella stronza di Mara, ogni donna, e tutte le persone che mi avevano insultato nella mia porca esistenza.
Ma intanto ero lì! Da solo, nella notte, tra urla e lamenti, bevendo il mio vino e non riuscendo a pensare ad altro che a quanto appena vissuto. A quella urla, quel sangue, quei lamenti, quel senso d’impotenza nello sguardo di quella troia. E non riuscivo a pensare ad altro che al giorno dopo. Quando avrei avuto di nuovo tra le mani un corpo inerme. Quando mi sarei sentito di nuovo Dio. Quando mi sarei vendicato ancora una volta per quella mia vita di merda.
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Avete voglia di innamorarvi? Avete voglia di una storia d’amore che non sia la solita patetica favoletta? Beh, ecco “Affamata d’amore”, un romanzo ispirato a una storia vera, e pubblicato dalla Damster edizioni.

Era una cosa scritta da lei. Qualcosa che parlava di lei. Pagine in cui stavano scolpite le sue lacrime.
Dio, quasi mi venne voglia di piangere!
Gli occhi diventarono lucidi. Sentii un forte nodo stringermi la gola. E un macigno contro al petto, così pesante che sembrava quasi mi stesse schiacciando la gabbia toracica.
Risentivo nella mia testa tutte le parole appena lette. Le vedevo nitide e in movimento davanti a me. Vive. Incisive. Lancinanti.
Il suo volto da brava ragazza squarciato da un doloroso sorriso, quando un crudele missile lacerava le sue membra.
Rividi il dolore da lei vissuto. Immobile. Un oggetto da usare. Una bambolina con cui giocare. Un peluche da fingere di amare.
Le sue lacrime invisibili. I baci dati per non urlare. Gli amplessi sopportati per non impazzire.
Solo gelo. Metallo glaciale. Un dolore ormai anestetizzato dalla rassegnazione. Dalla rassegnazione di essere sola. Un puntino microscopico in un mondo troppo grande. Un mondo di bestie affamate e senza occhi. Di fauni diabolici armati di lanciafiamme.
Sì, quello era il suo volto. Il suo vero volto. Un volto da bambina ferita celato dietro un sorriso iperattivo. Nascosto dietro il suo fare arrogante e pieno di sicurezza. Una bambola senza volto né nome. Un nessuno, per tutti. Solo un manichino! Qualcuno di mai visto. Qualcuno di mai conosciuto, e dunque mai amato.
La stavo vedendo. Finalmente la stavo vedendo! Come mai mi sarebbe stato concesso in mille amplessi. Come mai avrei potuto fare con mille baci.
Ero lì, nudo al suo fianco. Nudo come lei, mentre stretta a me conficcava le sue piccole dita nel mio petto.
Lasciai poi cadere la birra a terra, concentrandomi solo su di lei. Non pensando ad altro che a lei.
«Elisa» le dissi, con un filo di voce.
Lei alzò lo sguardo verso di me. Fissandomi intensamente. Guardandomi come se attendesse da me una benedizione o una condanna.
Ma non dissi nulla!
La baciai e poi la strinsi a me. Accarezzandola e baciandola ancora. Celando in me quel segreto. Non capendolo. Non accettandolo. Trattenendolo con tutte le forze che mi restavano in corpo.
Poi mi guardai attorno, senza neanche muovere un muscolo. Rimanendo lì accanto a lei.
La casa era davvero un cesso!
Cioè, non che fosse una novità. La mia casa era sempre ridotta peggio di un campo rom. Ma la cosa strana era che lei stava lì con me, e non mi stava rompendo le palle per mettere in ordine, né tanto meno per il mio bere e fumare.
No, il suo cielo non era più colorato di cemento, e nessun missile l’aveva penetrata per siglare un atto notarile.
Era libera. Libera di essere se stessa. E io ero libero di essere me stesso.
Lei poteva essere la stronzetta arrogante e dispettosa. Io potevo essere l’ubriacone asociale e cinico. Lei poteva essere la bambina fragile e desiderosa di amore. Io potevo essere tenero, senza timore di venir ferito.
Ci volevamo così. Ci andava bene. E forse quella era la vera magia. Ciò che ci faceva star bene!
Il non doverci affannare per reggere una maschera. Il poter star finalmente nudi l’uno al cospetto dell’altro. Senza temere di mostrare le nostre debolezze. Senza aver paura di essere noi stessi.
Poi mi uscirono delle parole. Forse stupide. Forse inappropriate.
«Parla del tuo ex?» le chiesi. E lei di colpo divenne seria. Affondando le dita nelle mie carni e poggiando il capo sulla mia spalla.
L’accarezzai ancora. Senza insistere. Senza pretendere una risposta.
Poi la risposta arrivò dal nulla. Dopo lunghi secondi d’attesa.
«Sì, parla di un mio ex. Ma non di quello di cui ti ho parlato.»
Io annuii, abbozzando un triste sorriso e accarezzandola.
«Mi dispiace!»
Lei alzò lo sguardo. Sorrise teneramente e mi diede una carezza sul viso.
«E di cosa?» disse, per poi poggiare la sua testa sul mio petto nudo. «In fondo tutti soffriamo. Chi più chi meno! E ormai non me ne curo neanche più.»
Sospirò, chiudendo gli occhi come se volesse piangere, mentre delicatamente accarezzava il mio petto.
«La gente ti osserva, ma non ti vede. Ti vogliono, ma per loro non sei che un oggetto. Un oggetto da usare, anche quando tu cerchi di aiutarli. E mentre ti usano, neanche vedono il male che ti fanno. Le violenze psicologiche recate, quando cercano di cambiarti. Le pressioni. Insulti celati. La pretesa di averti sempre e come vogliono, e di far di te ciò che vogliono.»
Sospirò ancora, aprendo gli occhi e fissando il vuoto davanti a lei.
«Nel tempo, pensi quasi di meritarle certe cose. Dunque ti ci butti a capofitto. Le alimenti, persino. E il risultato? Beh, tutti ti vedono come ciò che credevano tu fossi. Una da portare nel cesso di una discoteca, alzarle la gonna, e sbatterla contro la parete di un cesso per piantarglielo dentro. E tu non senti che delle spinte. Una, due, tre, dieci, al massimo venti. Poi non senti più neanche quelle! Senti solo il vuoto dentro di te. Un vuoto che ti stringe lo stomaco. Qualcosa che ti fa persino passare la voglia di mangiare. Perché sai di essere tu stessa il cibo! E ogni morso dato, ti ricorda i morsi che hanno dato a te. Da sempre! In ogni modo possibile.»
Si tirò su, mettendosi a sedere con le gambe incrociate e mantenendosi i piedini con le sue piccole mani.
«Da piccola, mio padre non c’era mai. Pensava solo a lavorare. E presto, pensai persino che avesse un’amante.»
Fece un attimo di silenzio, guardando il vuoto. Fissando i suoi piedi senza vedere altro che il nulla, oppure quel dolore che l’aveva plasmata.
«A volte neanche ricordava il mio nome» riprese. «Io lo odiavo! Odiavo lui e quella famiglia fredda in cui vivevo. Sentivo il gelo della formalità avvolgermi. La figura di mio padre opprimermi. Come se lui fosse un gigante, e io un niente incapace di raggiungerlo. Di raggiungere il grande e sommo Re della famiglia Pellino.»
Mollò i suoi piccoli piedi e lentamente si lasciò cadere contro la mia spalla. Protetta dalla mia stretta.
«Così, capisci di non essere niente. Nessuno! Qualcosa d’imperfetto. Qualcosa d’invisibile. E allora cominci a fuggire! Vuoi sballarti, dimenticare, non vedere, o forse urlare che esisti. E facendolo, ti metti nella merda. T’incasini sempre di più. Tutto diventa confuso. Sei sempre stordita. Non sai neanche cos’è vero e cosa e no. Non ti riconosci neanche più!»
Ansimò, stringendomi e accarezzando il mio petto.
«Poi accadde quello che già ti ho detto. A quindici anni. Solo la punta dell’iceberg che cresceva in me. E hai la conferma di non essere niente. Di non valere niente. E nello stesso tempo, quel vuoto che ti porti dentro aumenta a dismisura. Una voragine che nessun cibo può colmare. Al punto che cominci a rifiutare te stessa. A non volerti. A vedere la tua immagine distorta in uno specchio. A non capire neanche se esisti per davvero.»
Poi, rimase in silenzio. Tra le mie braccia. Stretta a me, mentre io l’accarezzavo.
Cosa stava cercando di dirmi? Cosa aveva vissuto? Quale dolore l’aveva spenta come una candela consumata?
Era quella la Elisa che avevo conosciuto? Quella ragazza pimpante, piena di vitalità. Quella ragazza che sembrava capace di frantumare il mondo. Quella ragazza che sembrava invincibile come Wonder Woman.
La sua baldanza era ormai svanita del tutto. Non restava che una bambina desiderosa di affetto, lì tra le mie braccia. Una bambina che forse avrebbe tanto voluto piangere. Una bambina che forse
avrebbe avuto bisogno di piangere!
Ma non ero suo padre, né tanto meno il suo psicologo o un cazzo di guru. Non sapevo neanche se fossi o meno il suo uomo. Non ero nessuno. Non ero niente! E come tale, non le chiesi niente. Rimasi lì fermo a stringerla. Stretto a lei. Desiderando solo di farla felice. Non di darle consigli! No, non di elargire inutili consigli. Ma solo di stare con lei! Vicino a lei. Senza pretendere niente. Senza chiederle di fare niente. Solo con lei! Senza lasciarla sola. Essendo presente. Essendo suo. Non lasciandola più sola.
Chissà, forse lei lo intuì. O forse, leggendo per davvero il mio romanzo, aveva imparato a conoscermi per davvero.
Le sue dita affondarono di più nella mia carne. Il suo volto si sollevò, portando le labbra contro le mie e sorridendo.
«Niente! Giusto?» sussurrò, come se avesse letto nella mia mente. «Proprio come nel tuo romanzo. Quando Alessandra ti mostrò il suo dolore. Quando tu le chiedesti cosa avesse, e lei ti rispose “niente”.»
Mi baciò dolcemente. La mia mano strinse la sua testa, e le dita s’insinuarono nei suoi capelli.
Poi si scostò di un po’. Sorrise ancora. Una strana luce brillava nei suoi occhi, e forse anche nei miei.
«E tu non volesti sapere di cosa si trattasse» riprese, accarezzandomi il viso e poi dando piccoli e delicati baci alle mie labbra. «Non volevi invaderla. Non volevi penetrarla. Non volevi cambiarla.»
«Beh, mi sembra normale!» le risposi, senza smettere di accarezzarla.
Lei adagiò il suo viso contro al mio e sospirò.
«No, non sempre lo è. La gente vuole sempre trovare un modo per salvarti. Non che a loro importi di te. A loro importa di essere migliori di te, riuscendoti a salvare. E non importa a quale prezzo! Ti vivisezionano pur d’imprimere in te il loro sigillo. Sono disposti a plasmarti. A dirti cos’è giusto e cos’è sbagliato. A fotterti la mente con il loro pensiero. A confonderti di più. Distruggerti di più.»
Lasciò cadere il capo sul mio petto, accarezzando delicatamente la mia pancia.
«Un tempo credevo anch’io di essere Dio!» riprese, chiudendo gli occhi, e senza smettere di accarezzarmi. «Pretendevo che tutti mi dicessero cosa avevano. Davo loro consigli. Inconsapevolmente per riempire quel vuoto che mi portavo dentro. E infine, facendomi sbranare da chi cercavo di aiutare. Ritrovandomi peggio di prima. Più confusa di prima. Più fragile di prima.»
Si alzò lentamente. Si mise a sedere, poggiando le mani contro la testa.
Rimase ferma per qualche istante. Mentre io l’accarezzavo. Desideroso di aiutarla. Desideroso di capirla. Desideroso di entrare nel suo mondo.
Poi tolse le mani dal viso. Si girò verso di me. Abbozzò un amaro sorriso e mi diede una carezza.
«Ho bisogno di un po’ d’acqua» mi disse, alzandosi dal divano. Mettendosi in piedi, nuda davanti a me. Piccola e fragile come una bambina. Simile a un piccolo gattino indifeso che miagola nella notte, senza essere ascoltato da nessuno.
La vidi allontanarsi lentamente. In quella lercia stanza, fino a uscirne.
Mi alzai dal divano. Afferrai la birra e le diedi un sorso, restando qualche istante in piedi a fissare l’uscio della porta innanzi a me. Come stordito. Frastornato dalle sue parole. Ancora trapassato dalla sua presenza. Dal suo essere. Da quel suo volto che finalmente avevo visto.
Mandai giù ancora altra birra. Poi raccolsi le sigarette dal divano. Ne ficcai una in bocca e l’accesi, per poi dirigermi finalmente verso la porta d’ingresso del soggiorno.
Raggiunsi Elisa in cucina. La bottiglia d’acqua era sul tavolo, assieme ai piatti sporchi e altra roba.
Lei era davanti alla porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip. E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale! Non è colpa tua, ma mia. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo.
Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
«Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta!» le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
«Marco, non è quello che credi» sospirò, afferrandomi di nuovo la mano. «Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi!»
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
«Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi» mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
«Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi.» disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.
Le strinsi forte la mano. Lei abbozzò un piccolo sorriso, mentre mi avvicinai a lei, stringendola e accarezzandola.
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CHE CAZZO CI FACCIO QUI? Agghiacciante. Compulsivo. Ridondante. 17 racconti simili a pugnalate nella pancia. Fotografie di esistenze comuni. Soffocanti nel loro realismo. Un editore già interessato. Altri in lettura. Altre due risposte. Chi si aggiudicherà questo capolavoro?

TRATTO DAL RACCONTO “NON PENSI A NOI?”.

Arrivò di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.
Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.
Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.
Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.
E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.
Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.
<< Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? >> gli disse con tono severo, acido, violento.
Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.
Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.
<< E continui! >> esclamò << Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? >>
Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.
<< Non sono mica ubriaco, Gina >> disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.
<< Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio >>
Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.
Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.
Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona potesse voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.
Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.
Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!
Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.
Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.
<< Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? >> gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzita.
Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.
Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.
No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.
Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.
<< Un tempo anche a te piaceva bere con me >> borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.
Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.
<< Oh signore, Mario, le cose cambiano! >> esclamò con tono inviperito << Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? >>
Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati a quelli di lei. Anche se in realtà non la stava vedendo.
No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.
“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.
Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.
Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.
Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solo starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella sua vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solo un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.
Ma Gina aveva ragione. Lui era un padre di famiglia. Aveva delle responsabilità, anche se solo l’udire quella parola gli fece accapponare la pelle.
Mandò giù metà del bicchiere in un sorso, e velocemente tornò a fissare la bottiglia.
Gina fece un passo fulmineo verso di lui. Afferrò il giornale e cominciò ad agitarglielo contro.
<< Se uno vuole lavorare, un lavoro sta certo che lo trova >> gli strillò contro.
A Mario venne da ridere cinicamente udendo quelle parole.
Sì, gliele diceva sempre il suo vecchio, quando lui da giovane non voleva fare un cazzo se non ubriacarsi e organizzare piccoli furtarelli assieme a ragazzi balordi quanto lui.
“Se uno vuole lavorare un lavoro sta certo che lo trova” gli diceva sempre. E il suo vecchio lavorava eccome! Dieci o dodici ore al giorno in una merdosa fabbrica di legno. Spaccandosi la schiena sei giorni su sette, e a volte anche la Domenica. Uscendo di casa la mattina presto per poi rincasare a sera tardi, così stanco da non riuscire a fare altro che cenare e guardare un po’ la TV prima di andare a letto. Prima di andare a letto per addormentarsi, pronto a ricominciare tutto d’accapo il giorno dopo. E infine, dopo infiniti anni, ammalarsi e crepare. Svanendo nel nulla. Senza mai aver fatto un cazzo della propria vita, se non lavorare. Senza aver mai vissuto la propria vita. Esistendo solamente. Passando una vita a lavorare, e al massimo venti giorni all’anno in una vacanza che gli serviva solo per maledire quei soldi che non bastavano mai.
Già, se uno vuole lavorare un lavoro di certo lo trova. E pensando a quelle parole rimase pietrificato sotto gli occhi di Gina, senza riuscire a far altro che sorridere in modo amaro.
<< Oh, lo trovi anche divertente? >> esclamò Gina, portandosi le mani ai fianchi.
Mario sospirò. Allungò la mano verso il tavolino e spense la sigaretta nel posacenere, per poi alzare lo sguardo verso Gina.
<< Ti prego, Gina, non è proprio giornata! >>
<< Ah, non è giornata! Perché, che diavolo hai fatto per essere nervoso? Sì, dimenticavo >> urlò ancora più forte << Sei sceso tu alle otto del mattino per accompagnare la piccola da mia madre, e poi andare a lavare le scale di ben cinque palazzi, vero? Sì, hai ragione a star nervoso, Mario, ti sei davvero rotto il culo oggi! Non è vero? Ti sei dato da fare un sacco a portare avanti questa casa, mentre io stavo sul divano a ubriacarmi. Sì, scusami. Non ci ho pensato che sei tropo stanco per parlare >>
<< Hai finito? >>
<< Non ho finito un bel niente! >> strillò Gina, sbattendo con forza il giornale sul pavimento << Io sono stanca di vivere così, Mario. Non ce la faccio proprio più! Non ce la faccio più a dover lavorare solo io perché a te non va bene nessun cazzo di lavoro >>
<< Cristo, Gina, ma hai letto quegli annunci di lavoro? >> esclamò, allungando le braccia verso il giornale steso a terra come se fosse un cadavere.
<< Li ho letti eccome! >> strillò ancora Gina << Sono lavori, Mario. Né più né meno! Lavori come ogni lavoro al mondo. Lavori di merda come quelli che faccio io per tirare avanti la baracca. Eppure li si fa! A volte anche più di un lavoro! Si prende quello che si trova, Mario. Si lavora perché bisogna lavorare per vivere. E dovresti ficcartelo una buona volta in quella tua testa pazza. Dovresti capire che questa vita va così, e che bisogna far di tutto per sopravvivere >>
Mario la fissò intensamente, trafitto da quelle parole. Senza più riconoscere la donna davanti a lui.
Lei sembrò calmarsi, o almeno apparentemente. Restò ferma davanti a lui. In silenzio. Quasi ansimando, mentre una piccola vena si gonfiò sulla sua fronte.
Poi, Mario chinò lo sguardo. Fissò nel suo bicchiere. Guardò intensamente quella roba liquida e marroncina, forse desiderando di sparire lì dentro.
Un piccolo sorriso solcò il suo viso. Un sorriso amaro, come quello di un condannato a morte che ha passato troppi anni in cella, e ora portato alla camera a gas.
<< Un tempo avevi tanti sogni, Gina >> sussurrò, senza distogliere lo sguardo dal bicchiere.
Gina lo fissò con aria perplessa e al tempo stesso infuriata.
<< E che cazzo significa questo? >>
Mario alzò lo sguardo. I suoi occhi erano spossati, come se stesse per piangere.
Ma ovviamente non versò neanche una lacrima.
<< Ricordo che quando ti conobbi volevi fare la ballerina. Ti ricordi? Ne parlavi sempre. E dopo esser uscita dalla tavola calda di Vecchio Bob, ti andavi subito ad allenare ne tuo garage. Ricordi? Io ti accompagnavo sempre. La mia piccola fata, ti chiamavo. E dopo, ti piaceva restare sul vecchio divano di tuo padre, coperto da una trapunta di famiglia, ad ascoltare le poesie che ti dedicavo >>
Gina rimase in silenzio a fissarlo. Mario sorrise ancora amaramente, abbassando lo sguardo verso il bicchiere.
<< Sì, il mio poeta! Così mi chiamavi >> mormorò, avvicinando il bicchiere alle labbra e dandogli un sorso.
Gina di colpò strepitò, colpendo ancora l’aria con le mani.
<< Dio santo, Mario, avevamo vent’anni. Ora tu ne hai quasi quaranta, e io trentacinque. La gente cresce! E si lascia alle spalle le stronzate >>
<< Stronzate? >> sussurrò Mario con un filo di voce, stringendo il bicchiere e guardandola, e sorridendo ancora con fare cinico.
Gina sbuffò!
<< Cristo, a volte mi chiedo che diavolo ci faccio con te. Sembri quasi un bambino! E io non voglio un bambino accanto, ma un uomo. Un uomo che si prenda cura di me e Martina. >>
<< E allora trovatene uno vero! >> esclamò Mario.
<< Sei proprio uno stronzo! >> gli rispose lei, facendo una smorfia di disgusto.
Restò un attimo zitta, fissandolo dritto negli occhi e stringendo i pugni.
<< E pensare che avrei potuto sposare chiunque. >> riprese.
Mario sbuffò, seccato della cosa.
<< Sì, conosco già la storia. Il dottor De Rosa, il figlio del Generale Brambilla. Esposito, lo studente di ingegneria navale. E chi altro c’era? Ah, sì, quel tale dalle spalle grosse! Quel coglione tutto muscoli che gioca a calcio e si vede anche nelle emittenti locali >>
<< Mi fai proprio schifo, Mario. >>
Mario svuotò in un sorso il bicchiere, senza distogliere lo sguardo da lei.
<< E allora se ti faccio così schifo perché non prendi la tua roba e ti togli dalle palle? >>
<< Se qualcuno si deve togliere dalle palle, quello sei tu >> urlò Gina, puntandogli il dito contro << Sì, fino a prova contraria sono io che mi rompo il culo per mantenere la famiglia >>
<< Questa non è una famiglia, Gina. E forse non lo è mai stata >>
<< E la colpa è tua! Solo tua! >> urlò lei, additandolo ancora.
Mario allungò il braccio verso il tavolino amato da Gina, pronto ad afferrare la bottiglia. Ma lei con uno scatto fulmineo si fece avanti, afferrandola e tirandola via.
<< Che cazzo vuoi fare? >> strillò, alzandosi di colpo dal divano.
<< Quello che avrei dovuto fare da tempo. Getto questa merda nel cesso! >>
<< Ti avviso, Gina, smettila di fare la stronza >>
<< Ah, la stronza sarei io? >> gli urlò contro, agitando verso di lui quella merda economica << Sono io, Mario, che ti mantengo. Io sono quella che si umilia lavando le scale dei palazzi. Io sono quella che fa la fila alla Caritas per prendere da mangiare e dei vestiti per noi e la bambina. Guardami! >> strillò, afferrando con una mano il lembo del suo vestito << Questo me l’ha dato mia cugina Cinzia. E ogni volta che devo prendere qualcosa da lei, Dio, io mi sento una merda! Vorrei sprofondare in una fossa, Mario. E tu niente! A te non fotte un cazzo di niente, vero? No, non pensi a noi? Non pensi a me e alla bambina? Non pensi a quanto soffriamo? >>
<< Dammi quella cazzo di bottiglia, Gina >> esclamò Mario, tenendo la mano verso di lei e avanzando di un passo << Ti avviso, smettila di fare la stronza e dammi subito quella cazzo di bottiglia >>
<< Col cazzo che te la do >> urlò lei, indietreggiando e tirando indietro la mano in cui stringeva la bottiglia.
<< Ti ho detto di darmela >> urlò Mario.
Lei lo guardò dritto negli occhi. Lui la guardò dritto negli occhi. Una valanga di odio avvolse l’intera stanza, mentre fuori il mondo scorreva normalmente, ignorando quell’inferno.
<< Ti odio! >> strillò Gina, facendo un movimento velocissimo e brusco nell’aria.
In un millesimo di secondo lo sguardo di Mario seguì quella bottiglia che volò in aria, finché s’infranse contro a un muro.
I suoi occhi rimasero immobili contro a quella macchia umida e scura sulla parete, mentre ovunque pezzi di vetro presero a volare come fossero i resti di una statua di ghiaccio colpita da una pallottola.
Si voltò di scatto verso Gina.
<< Sei una stronza maledetta! >> urlò, scagliandosi su di lei e alzando un braccio al cielo.
Lei indietreggiò, chiudendo gli occhi e proteggendosi il volto con le mani. Nell’altra stanza Martina cominciò a piangere e urlare. Mario fece per colpire Gina, ma inciampò nel giornale, cadendo su di lei.
La trascinò con sé sul pavimento, e assieme a loro, cadde anche il tavolino amato da Gina. Ribaltandosi e frantumandosi in mille pezzi.
Gina scoppiò a piangere, mantenendosi il viso tra le mani. Mario si tirò su con le braccia. Restando su di lei. Fissandola. Guardandola senza sapere che fare. Senza più sapere cosa provare.
Gli venne spontanea solo una cosa. Lasciarsi cadere su di lei! Affondando la testa sul suo petto come se fosse un bambino.
Gina continuò a piangere. Tolse le mani dal viso e portò le braccia attorno a Mario. Stringendolo forte e iniziando ad accarezzargli il capo.
<< Come siamo arrivati a questo? >> sussurrò, piangendo << Perché è successo, Mario? Dimmi perché! >>
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Bellissima intervista al qui presente, tenuta dalla redazione del portale “Insieme cambiamo Arzano”, in merito a “Zero”, antologia di racconti creata da 14 autori, sul tema forte delle dipendenze, ed edita dalla Damster edizioni.

Felicità,  amore, paura, colpa,  con la mente l’essere umano crea allo stesso tempo distrugge. Con le mani crea, con le stesse distrugge. I pensieri  spingono la materia nell’alto o verso il basso senza una via di salvezza. Da giù la spia del malessere si accende. “Zero” è un libro della Damster edizioni scritto da 14 autori che raccontano 20 storie su particolari dipendenze umane.

Alcune  diventano vere ossessioni con  stati modificati della percezione, altre finte abitudini pericolose: ti isoli dalla realtà ed entri in un mondo illusorio.  Ti convinci della forza del sintomo: lui forte occupa spazio, mentre tu debole arretri. L’uomo nel dedalo si lascia guidare da impressioni spesso contradditorie. Dalle dipendenze, prigione di uomini, nè potrai uscire? Si: la causa è da cercare in un labirinto della coscienza che ti guida allo spirito.

Il corpo soffre perché l’anima ha perso la sua dimensione. Questo stato necessita di sapienza nel cammino a ritroso verso la luce. Le emozioni disarmoniche sovrastano il solido e diventano stati insoliti. L’uscita? Ci sono le esperienze di ognuno: 20 vite illustrano la dura realtà in maniera cruda. Il libro tratta del disagio, la soluzione nessuno la troverà,  forse solo chi ha smarrito il filo conduttore.

Leggere il racconto è come incominciare un viaggiare dentro di noi, li al centro, in quell’angolo buio si troverà una lampada che solo il viandante potrà accendere. Uno dei 14 autori, Marco Peluso, ci spiega il progetto “Zero” e il significato delle dipendenza nei  racconti:

  • Per favore, ci spieghi di cosa tratta Zero.

Beh, Zero narra di dipendenze. Non tanto intese come un vizio, quanto come ciò che conduce una persona ad avere, appunto, una vera e propria dipendenza da un elemento esterno.

Non si tratta dunque del fumo, dell’alcool, di una qualche droga o del sesso. Questi sono vizi. Ciò che ci porta a utilizzare determinate cose, e dunque esserne dipendenti, è un qualcosa celato in noi. Qualcosa a volte di atavico. Magari una ferita, un trauma, una delusione.
Noi esseri umani non siamo fatti di compartimenti stagni come una nave. No, quando l’acqua entra in una stanza, essa invade l’intera nave. E se non si prendessero in tempo adeguate misure, presto la nave finirebbe a picco.

Questa è appunto una dipendenza. O meglio, l’origine di una dipendenza. Qualcosa che ha segnato la nostra vita, inquinandola con una menzogna. Una menzogna ridondante in noi, che ci porta appunto a seguire determinate cose nell’illusione di poter con esse far cessare tale menzogna. Mentre, per assurdo, seguendo quell’illusione finiamo sempre più per dipendere da essa, fortificando le menzogne che ci portano a inseguirla.

  • Perché parlare proprio di dipendenze?

A dire il vero tutto è nato come una specie di gioco.

Un’amica, Elisa Bellino, ideatrice assieme a me di Zero (come un’altra delle autrici, Maddalena Costa) nonché autrice, mi chiese di scrivere qualcosa a quattro mani.

Personalmente sono un solitario, sia nella vita che nella scrittura, ma conoscendo tale autrice (se pur alla sua prima esperienza) e apprezzandone lo stile, decisi di acconsentire alla sua richiesta.

Da qui il “Di cosa parliamo?”, e la sua risposta di voler parlare appunto di dipendenze.

Avendo io già pubblicato diversi romanzi con la Damster edizioni, proposi subito il progetto al mio editore, e convocai alcuni autori della stessa casa editrice

Ah, e perché proprio le dipendenze? Beh, sarebbe più opportuno dire, chi di noi non dipende da qualcosa?

Proprio questo uno dei motivi, almeno per quanto mi riguarda, che mi ha spinto a scrivere di dipendenze. Perché tutti lo siamo, ma pochi lo riconoscono.

Oggi più che mai si vive in una società dove l’apparenza è tutto. Ce lo dicono le pubblicità, no? In ogni angolo, in ogni dove, tutto ci urla “Devi essere un vincente. Devi piacere alla gente. Devi essere il migliore”.

Continua sul seguente link…

Progetto “Zero”, un libro che racconta 20 storie di dipendenze

 

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Nuovo restyling di “FOTTITI”, ossessivo, cruento, borderline romanzo edito dalla Dmaster edizioni

La sentii smettere di piangere, lentamente, come se si stesse risvegliando da un incubo, oppure da un sogno.

Io continuai ad accarezzarla, lentamente, come fossi la sua mamma.

E lo ero!

Sì, ero diventato la sua dolce mammina. Il suo tenero papino.

Ero la via, la verità, la vita. Ed ecco il suo volto. Ecco il suo sguardo. I suoi occhi su di me. La sua anima su di me.

Era inquietante! Qualcosa di triste. Qualcosa di perforante.

E la vidi! Sì, vidi lei. Vidi lei, lì su quel letto, a fissarmi indifesa come un piccolo cucciolo. A fissarmi con gli occhi pieni di lacrime. A fissarmi come se fosse un corpo pieno di lividi. Una bambina picchiata, violentata, e poi gettata in una discarica.

Cazzo, ero inerme! Ero immobile, lì rapito da lei, trapassato da lei.

La vedevo!

Era la grassona emarginata lasciata da sola a giocare con le bambole, mentre tutte le altre compagne di scuola andavano a prendere il gelato in giro con dei ragazzi.

Era quella chiamata “quattrocchi” oppure “cicciona”. Era quella picchiata per i soldi della merenda. La ragazza derisa per i suoi vestiti ridicoli. La piccola bambina costretta a vedere litigare i propri genitori durante la notte di Natale, sapendo che non avrebbe mai avuto il regalo desiderato.

Era lei, la fallita! La vittima. Il bue portato al macello. Il maialino squartato e ficcato in qualche foto su di un social network.

Non era più la puttanella malvagia e affamata di emozioni. Non era più la troia da stuprare. Non era più la viscida cagna da scopare.

No, lei era diventata un essere umano. Lei era una fragile bambina. Una creatura con in corpo tutte le piaghe e le sofferenze del genere umano.

Lei ora era Cristo sulla croce. Era la Maddalena stravolta dal dolore. E io ero fottuto! Io non potevo fare niente per resisterle. Non potevo fare niente per resistere a quello che avevo dentro. A quella parte di me che riaffiorava avvolgendomi, proprio come i tentacoli di una piovra gigante.

Ecco, uccidere, uccidere, uccidere.

Schiaccia il cranio di quella piccola troia prima che ti fotta. Dalle un pugno dritto in faccia, facendole entrare i pezzi del naso nel cervello. Sbattila per terra, allargale le gambe e ficcaglielo dentro.

Uccidila, uccidila, uccidila.

Ma non potevo!

No, ormai lei era entrata. La mia mano saliva sulla sua gamba. La mia mano accarezzava la piccola bambina offesa dal mondo. La mia mano accarezzava anni di dolore che si portava in corpo. E prima che me ne rendessi conto, prima che potessi reagire, mi ritrovai abbracciato a lei. Lì steso su quel letto, abbracciato a lei, accarezzandole i capelli e sentendo in me il suo dolore. Il dolore di quelle lacrime. Il dolore di quella vita celata al mondo, lì nascosta dietro il suo volto da puttana.

La strinsi forte a me, accarezzandola. Accarezzando i suoi capelli. Accarezzandola e baciando la sua pelle, sentendo le sue lacrime sulle mie labbra. Bevendo il suo dolore, e la sua rassegnazione.

Lei mi strinse forte. Affondò nella mia carne le sue piccole dita, proprio come avevo fatto con il suo culo.

Poi alzò lo sguardo.

Io la guardai, ma non avrei dovuto farlo.

Fu una bomba atomica. Un’intera ondata contro di me. Delle cellule impazzite che invadevano il mio corpo.

I suoi occhi mi fissavano, gelidi e immobili davanti a me.

I suoi occhi erano in me. La sua vita era in me. Il suo dolore era in me, e io ero spaventato. Ero inerme. Ero rapito dal suo dolore. Ero pieno di metastasi.

Voglia di salvare il prossimo per sentirsi speciali, avrebbero detto gli psicologi. E io continuavo a fissarla. Continuavo a stringerla. Continuavo ad accarezzarla. Continuavo a sentirla dentro, mentre lei stava tra le mie braccia. Mentre lei stava lì, immobile, pietrificata, lì tra le mie braccia.

Poi alzò lo sguardo di nuovo, fissandomi. Mischiando l’oceano delle sue lacrime alle mie, ormai dimenticate da secoli.

«Stringimi forte» mi disse.

Ed ecco il dolore. Ecco la lancia di Longino nelle mie costole. La rivelazione che prendeva forma in me come fosse un enorme fungo atomico pronto a distruggere ogni mia cellula.

“Sei un essere umano!”, ecco cosa diceva quella voce silenziosa in me. Quel sussurro mai udito. Quella voce da sempre nascosta.

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