Zero, il booktrailer!

Booktrailer di Zero, antologia di racconti ideata da Marco Peluso, assieme a Elisa Bellino e Maddalena Costa. Realizzata assieme ad altri 11 autori. Edita dalla Damster edizioni, e disponibile presso i migliori stores online.

14 autori, 20 storie di dipendenze. Una raccolta di racconti forti, realistici, capaci di sbranare ogni illusione di essere liberi per davvero. Di non dipendere da qualcosa.

 

 

 

 

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Finalmente online “Zero”, antologia di 20 racconti sulle dipendenze, scritti da 14 autori. Edito dalla Damster edizioni.

Siete davvero sicuri di essere liberi? Siete sicuri di essere i padroni della vostra vita?
A quante cose chiediamo la vita? Ogni giorno. Ogni minuto. Ogni istante.
Magari crediamo che il successo possa darci la vita. Forse pensiamo che possa farlo l’amore, gli affetti, la carriera, o il piacere ad altri.
Centinaia di cose che inseguiamo spasmodicamente, ogni istante, senza neanche rendercene conto. Credendo che tutto ciò possa renderci liberi, felici, vivi. Senza accorgerci nemmeno di essere schiavi delle nostre passioni. Dipendendo da esse. Incapaci di vivere senza di esse. Impazzendo al solo pensiero di privarcene. Pronti a tutto pur di difendere la droga da iniettarci nelle vene, avvelenando la nostra vita, e quella di chi ci sta attorno.

Vi rispecchiate in tutto ciò? Siete consapevoli di essere dei drogati di vita?
Beh, allora non perdete questa antologia di racconti.
14 autori. 20 storie sulle dipendenze. Su ciò che ci illude di darci la vita.
Un progetto nato dalla mente folle di Marco Peluso, dall’irruenta curiosità di Elisa Bellino, e il carisma di Maddalena Costa.
Supportati dalla professionalità di Olympia Fox, assieme ad altri 10 autori: Elisa Itacchia Spillo, Ashara, Vittorio Xlater, Fabio Mundadori, Faber, Artemide B, Leonarda Morsi, Michele Cogni, Antonella Aigle, Valter Padovani.

ZERO! Antologia edita dalla Damster edizioni. Copertina a cura di Gennaro Varriale Gonzalez. Progetto grafico di Elisa Bellino. Prefazione a cura di Federica D’Ascani.
Da oggi disponibile online sui maggiori stores.
Non abbiate paura di specchiarvi in queste pagine!

Di seguito un piccolissimo estratto di uno dei racconti.

Tratto da “Non mi soffocare”, di Marco Peluso.

Era quasi un’ora che fissavo quel calzino. Chissà da quanto tempo giaceva su quel lercio pavimento. E io? Da quanto tempo ero steso lì?
Minuti, ore, giorni, anni?
Cristo, che mal di testa tremendo!
La testa era come avvolta in una morsa. Il mio corpo non rispondeva a nessun impulso, benché bastasse anche un piccolo rumore proveniente da fuori per farmi balzare, scuotendo il mio corpo con un tremore pari a quello di un ubriacone tormentato dal delirium tremens.
Già, un ubriacone. E io non ero da meno. Affatto!
La notte prima avevo bevuto più del solito, come capitava sempre quando stavo male.
Sì, bere era la sola cosa di cui fossi davvero capace. La risposta a ogni problema. Un atto compulsivo. Una dipendenza. Un rituale per cercare invano di soffocare rabbia e dolore.
E ci ero riuscito?
No, come sempre non era servito a un cazzo, se non a farmi piangere fino a notte fonda, scrivere qualche cazzata, e poi alle cinque del mattino abbattermi su di un materasso privo di lenzuola.
Cazzo, quella notte mi ero anche pisciato sotto. Troppa birra! Sì, troppa birra e troppo ubriaco per svegliarmi e andare al cesso.
Da ridere! Davvero da ridere.
Trentacinque anni suonati, e di colpo ti pisci sotto come un moccioso. Un patetico moccioso! E chissà, forse non ero altro che un povero e ridicolo moccioso. In fondo me ne stavo steso su di un pavimento, in mutande a guardare un calzino.
Sospirai con forza, come se stessi soffocando. Voltai lo sguardo. Il calzino rimase lì. Fissai la mia mano. Il dito era bruciato!
Dio, sul mio indice ci stava una grossa bolla, e di certo non si era fatta da sola.
Lasciai perdere la mano e mi rigirai su di un lato. Davanti a me, per terra, dei fogli bruciati. Pagine bruciate. Alcune mie poesie bruciate.
Ero stato io, la notte prima. Come al solito avevo dato di matto cominciando a sfasciare tutto, bruciando alcune cose da me scritte.
Mi venne persino da sorridere mentre fissavo quei fogli. Non sapevo che ci fosse da ridere, ma lo feci lo stesso, dato che nella mia mente non c’era altro che una serie di pensieri vorticosi, indefiniti, ma talmente veloci e irruenti da sembrare volessero spaccare il mio cranio e volare via per quella cazzo di stanza.
Mi rigirai nuovamente. Alzai lo sguardo verso il soffitto e strinsi forte la testa, come se stessi cercando di bloccare quei cazzo di pensieri.
Non ci riuscii!
Indefiniti e ronzanti come uno sciame di api, continuavano a muoversi nella mia testa, battendo contro le tempie e facendole pulsare.
Ne afferrai appena uno. Uno solo!
“Dove cazzo sto andando?”. Ecco cosa mi passò per la testa. Il solo pensiero indefinito nel mezzo di quel vortice di pensieri.

 

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Tratto dal racconto “Non mi soffocare”, presente nell’antologia “Zero”. Ideata da me, Elisa Bellino e Maddalena Costa. A brevissimo disponibile su tutti gli store online, edita dalla Damster edizioni.

Tratto dal racconto “Non mi soffocare”, di Marco Peluso. Presente nell’antologia ZERO.
Venti Racconti sul tema delle dipendenza, descritti da quattordici autori.

Era quasi un’ora che fissavo quel calzino. Chissà da quanto tempo giaceva su quel lercio pavimento. E io? Da quanto tempo ero steso lì?
Minuti, ore, giorni, anni?
Cristo, che mal di testa tremendo!
La testa era come avvolta in una morsa. Il mio corpo non rispondeva a nessun impulso, benché bastasse anche un piccolo rumore proveniente da fuori per farmi balzare, scuotendo il mio corpo con un tremore pari a quello di un ubriacone tormentato dal delirium tremens.
Già, un ubriacone. E io non ero da meno. Affatto!
La notte prima avevo bevuto più del solito, come capitava sempre quando stavo male.
Sì, bere era la sola cosa di cui fossi davvero capace. La risposta a ogni problema. Un atto compulsivo. Una dipendenza. Un rituale per cercare invano di soffocare rabbia e dolore.
E ci ero riuscito?
No, come sempre non era servito a un cazzo, se non a farmi piangere fino a notte fonda, scrivere qualche cazzata, e poi alle cinque del mattino abbattermi su di un materasso privo di lenzuola.
Cazzo, quella notte mi ero anche pisciato sotto. Troppa birra! Sì, troppa birra e troppo ubriaco per svegliarmi e andare al cesso.
Da ridere! Davvero da ridere.
Trentacinque anni suonati, e di colpo ti pisci sotto come un moccioso. Un patetico moccioso! E chissà, forse non ero altro che un povero e ridicolo moccioso. In fondo me ne stavo steso su di un pavimento, in mutande a guardare un calzino.
Sospirai con forza, come se stessi soffocando. Voltai lo sguardo. Il calzino rimase lì. Fissai la mia mano. Il dito era bruciato!
Dio, sul mio indice ci stava una grossa bolla, e di certo non si era fatta da sola.
Lasciai perdere la mano e mi rigirai su di un lato. Davanti a me, per terra, dei fogli bruciati. Pagine bruciate. Alcune mie poesie bruciate.
Ero stato io, la notte prima. Come al solito avevo dato di matto cominciando a sfasciare tutto, bruciando alcune cose da me scritte.
Mi venne persino da sorridere mentre fissavo quei fogli. Non sapevo che ci fosse da ridere, ma lo feci lo stesso, dato che nella mia mente non c’era altro che una serie di pensieri vorticosi, indefiniti, ma talmente veloci e irruenti da sembrare volessero spaccare il mio cranio e volare via per quella cazzo di stanza.
Mi rigirai nuovamente. Alzai lo sguardo verso il soffitto e strinsi forte la testa, come se stessi cercando di bloccare quei cazzo di pensieri.
Non ci riuscii!
Indefiniti e ronzanti come uno sciame di api, continuavano a muoversi nella mia testa, battendo contro le tempie e facendole pulsare.
Ne afferrai appena uno. Uno solo!
“Dove cazzo sto andando?”. Ecco cosa mi passò per la testa. Il solo pensiero indefinito nel mezzo di quel vortice di pensieri.

ZERO

The writer. Romanzo edito dalla Damster edizioni

Ma a cosa diavolo serve la misera gloria di uno scrittore emergente?
Un branco di Mr e Ms Nessuno che giocano a fare gli artisti; chi proclamandosi un’anima profonda e dannata, ma pronto a farsi selfie come una bimba minchia. Chi ancora attestando di essere un’anima libera dal materialismo, ma sempre attaccata a un dannato Iphone.
Un mondo falso. Una realtà disgustosa. Ipocrisia travestita da bellezza. Banalità coperta da parole profonde che non rispecchiano la vita di chi le proclama. Un mondo dal quale non puoi scappare, sentendoti come un pezzo di carne ficcato in una centrifuga piena di merda.
Questo significa essere uno scrittore emergente? Solo questa merda?
Ecco cosa troverete in The writer, romanzo edito dalla Damster edizioni, disponibile in formato digitale presso i migliori store online
Di seguito un piccolo estratto.
 
La pancia e il petto facevano sempre più male. Mi sentivo agitato. La testa mi girava. E tutto attorno a me era come immerso in un secchio d’acqua.
Abbassai il boccale dimezzato e ci guardai dentro.
Mia madre, i miei amori, i miei sogni. Tutto stava annegando lì dentro! La mia vita stava annegando, e nessuno mi avrebbe tratto in salvo.
Diedi ancora un paio di sorsi e svuotai il boccale, sorridendo al nulla con fare cinico.
Ordinai subito un’altra birra. E il tipo me la portò. Senza chiedermi niente. Senza interessarsi di come mi sentissi.
No, per lui potevo anche morire. Io non ero nessuno! Non ero uno scrittore famoso. Non ero un cazzo di niente! Io neanche esistevo.
Se fossi morto in quell’istante, nessuno avrebbe pianto la mia morte. Non avrebbero scritto milioni di post melensi su facebook, né i giornali avrebbero mai parlato di me.
Nessuno l’avrebbe mai saputo! Sarei sparito nel nulla, come uno mai nato, qualcuno di mai esistito.
La cosa mi fece sorridere ancora!
Già, la realtà era così schifosa da non poter far altro che bere e sorridere per esorcizzarla. Per cercare di lenirne il peso. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Minuto dopo minuto.
Ma in me sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Che la realtà era lì, e non si sarebbe mai fermata, per quanto io ci provassi. Per quanto provassi a fuggire da essa.
Ecco, domani sarei tornato in quel cazzo di call center, e forse ci sarei rimasto a vita, o magari sarei finito per strada.
I miei libri non sarebbero mai stati ristampati. Nessuno mi avrebbe mai riconosciuto per strada. Avrei vissuto una vita anonima, vuota, senza nessuno scopo.
Uno dei tanti! Un niente come tanti.
O magari sarei morto. Magari quella stessa sera, o tra un giorno, una settimana, un anno. Stroncato da una malattia! Magari allettato per giorni o settimane prima di crepare. Ridotto come un vegetale! Capace solo di percepire dolore e fissare la mia vita gettata nel cesso.
Già, << Che fine del cazzo! >> sussurrai tra me e me.
Il tipo al mio fianco mi guardò. Il barista anche. Il vecchio dietro la cassa fissò il giornale, e la voce di una donna irruppe dal televisore.
<< Domani sera alle 20 e 30 su Canale 5, non perdetevi 50 sfumature di grigio. Film tratto dal bestseller di Erika Leonard James >>
Mi voltai di scatto verso lo schermo, fissando le immagini di un fighetto miliardario che si spacciava per master agli occhi di una troietta sfigata ma dall’aria da porca.
Mi venne da ridere. Scoppiai a ridere, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi sconvolti di tutti! Compresi quelli del vecchio dietro la cassa che alzò lo sguardo verso di me.
Distolsi lo sguardo dalla televisione e fissai quel vecchio, con la voglia di alzarmi da lì e spaccargli il boccale in testa.
Ma non lo feci!
No, finii la mia birra e uscii da quel posto, cominciando a camminare da solo per strada.
Attaccai subito la bottiglia di vino. Sorso dopo sorso. Fottendomene della fame e di quelle tremende fitte per tutto il corpo.
La testa continuava a girare. Un fortissimo sibilo trapassava il mio cervello. Le gambe erano molli. E un senso d’ansia mi stava soffocando, al punto da farmi sentire avvolto da un drappo funebre. Come se quella città mi stesse inghiottendo. Come se tutto si stesse accartocciando attorno a me.
<< Cristo, come cazzo sei ridotto! >> udii in me e attorno a me.
Io avanzai il passo. Sudando. Sentendo il cuore battere forte e la testa scoppiarmi.
Ma lei non svanì! No, per quanto andassi veloce, quella voce rimbombava in me assieme al battito del mio cuore.
<< Fottitene di tutti quei coglioni! >> esclamò, con tono forte, seguendo il battito del mio cuore << Quelli non sanno un cazzo di te. Dunque fottitene, amico. Fottitene! >>
Cominciai a correre. A correre in quell’inferno. Vedendo il mondo scorrere attorno a me. Sentendo il mio cuore esplodere. Udendo quella voce che mi avvolgeva, stritolandomi.
<< Fai vedere a quelle merde quanto vali! Basta cazzate, ora! >> rimbombò quella voce, mentre correvo come un pazzo per quella città << Stroncali tutti! Smettila con quelle tue storie di merda tristi e psicologiche e dai alla gente quello che vuole. Una grande storia d’amore! Una storia con personaggi affascinanti, eroici, e scopate selvagge ma prive di termini come sborra o cazzo nella fica. Dai alla gente eroi in cui credere. Personaggi da amare. Vite da voler vivere! >>
Mi tappai la testa con le mani. Senza smettere di correre, pur sentendo il cuore esplodere e il fiato venir meno.
Arrivai a casa. Debole, esausto, sentendomi di svenire.
Riuscii comunque ad entrare nel mio palazzo. Continuando a bere, e avanzando a passo lento. Non sentendo più le braccia né le gambe.
Entrai nell’ascensore. Mi appoggiai alla parete, ansimando e non sentendo altro che il cuore nel mio petto battere come un tamburo.
Allungai la mano tremolante verso dei tasti, pigiandone uno.
Quel coso prese a salire. Io mi accasciai a terra. Mantenendomi il petto con la mano in cui stringevo ancora la bottiglia.
Udii una risata echeggiare lì dentro. Una risata avvolgere tutto. Insinuandosi nella mia testa come un tremendo fischio.
Cominciai a piangere, vedendo davanti a me un’ombra. Del fumo nero che formava una sagoma.
<< Vuoi forse vivere così, figlio di puttana? È questo che vuoi? O vuoi vivere da star? >>
Chiusi gli occhi, cominciando a pianger e ad urlare. Tenendomi la testa con le mani mentre quella dannata risata continuava a rimbombare nell’ascensore.
<< Fai come ti ho detto se vuoi vivere, fesso! >> udii ancora. E poi più nulla! Solo un forte sibilo nella testa, e quell’affare che si fermò sotto di me.
Mi alzai lentamente. Barcollando e uscendo da lì, mantenendo in mano la mia bottiglia.
Non riuscivo a pensare a niente. No, tutto era svanito. Io ero svanito. Il mondo era svanito.
Non c’era altro che silenzio! Silenzio, e il battito del mio cuore. Il battito del mio cuore e quel dannato sibilo nella testa.
Riuscii ad arrivare alla mia porta. A passo lento. E pur senza più sentire le braccia, riuscii ad aprire la porta.
Entrai dentro e la chiusi. La gatta mi venne contro, miagolando in modo strano.
Io guardai il buio. Confuso, stordito, sentendo il petto scoppiare. Sentendomi soffocare.
Mi fermai di colpo! La terra sotto a me cominciò a muoversi, e mi sembrò di vedere ogni cosa dondolare attorno a me.
Poi qualcuno mi strinse la gola.
Gli occhi sembrarono schizzarmi fuori dalle orbite. Un sibilo atroce invase il mio cervello, e una tremenda pugnalata mi trafisse il petto.
Ed ecco un senso di oppressione al torace. Conati di vomito assurdi. Sudore freddo. Fitte al braccio sinistro. Ancora fitte al petto e senso d’impotenza. La realtà attorno a me che mi si accalcava contro al mio corpo avvolgendomi come flutti d’acqua. Soffocandomi. Annegandomi.
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La più bella recensione mai avuta!

No, non si tratta di una recensione noiosa e fasulla lasciata su qualche store online, o cose dette da un amico. Tutto è successo il 22 Dicembre. Avevo i cazzi miei per la testa, dunque, alle dieci di sera, dopo il mio schifoso lavoro, decisi di vagare da solo per la città. Per perdermi! Bere e perdermi, come faccio spesso. Ed ecco che camminando sul Corso Umberto di Napoli, un lungo corso pieno di negozi, di mattina popolato da brava gente civile, mentre di notte pieno solo di disperati, improvvisamente incontro una mia futura lettrice.
Beh, non voleva proprio leggere un mio libro. Lei la stava vendendo per strada, come succede a molte, costrette a venderla per soldi anziché per emozioni.
Comunque, le passai davanti, e ovviamente lei mi fermò; forse data la crisi.
Solita frase!
<< Andiamo, amore? >>
Dio, a quelle parole mi venne da sorridere. Da sorridere in modo amaro e cinico.
Era forse diversa da tante donne avute?
No, anche lei mi chiamava amore nella stessa maniera fasulla fatta da loro.
Comnque sia, quel mio sorriso colpì la sua attenzione.
Inizialmente mi chiese cosa avessi mai da ridere. Ovviamente io le risposi con un “niente, mi ha fatto ridere ciò che hai detto. Amore!”.
Udendo ciò, la tipa mi guardò con fare strano. Poi concentrò lo sguardo sulla mia mano sinistra, notando due cerotti che spesso metto all’indice e al medio, così da nascondere le macchie di nicotina, quando non ho tempo per toglierle.
<< Che hai fatto alla mano? >> mi chiese.
Io scossi le spalle.
Niente, io scrivo, e allora ho sempre la sigaretta tra le dita.
Il suo sguardo cambiò di colpo!
<< E cosa scrivi? Su internet? >>
Sospirai ancora. Misi una mano nella mia tracolla, e tirai fuori la mia copia personale di Viola come un livido.
Lei la prese, con fare incredulo. La fissò. Poi guardò me.
<< L’hai scritta tu? >> mi chiese, con uno sguardo simile a quello di una bambina.
Io annuii. Lei, incuriosita, subito prese a leggere. Restando ferma per circa due minuti. Assorta in quel libro. Gustandolo. Dimenticando per un attimo tutto.
Beh, quando alzòlo sguardo mi fece la più bella recensione mai avuta.
<< Quello che hai scritto è tutto così vero. Così crudele ma anche commovente >>
 
Che dire, ovviamente le lasciai il libro, e dieci euro per il pappone, così da evitarle guai per quel poco di tempo perso.
Mai avuta recensione più bella!
 
Ecco, il segnalibro era fermo a questa pagina.
 
VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.
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