The writer, romanzo edito dalla damster edizioni, ispirato alla vera storia di uno scrittore emergente, e disponibile presso i migliori store online.

Beh, eravamo a una fiera dell’editoria. Dunque non si poteva che parlare di libri. E
ovviamente ognuno voleva parlare del proprio libro!
L’intervista ricevuta, la presentazione fatta, il nuovo romanzo in cantiere, la premiazione di questo
e quell’altro concorso.
Dio, tutti che tessevano le proprie lodi. Tanti mister sconosciuti di cui mai avevo sentito parlare, e
che mai avrei conosciuto se non fosse stato per quel concorso.
Nessuno di loro, proprio come me, avrebbe mai scritto un bestseller. E nessuno di loro, proprio
come me, sarebbe mai entrato nei libri di storia.
Io l’avevo capito. Max l’aveva capito. Loro non l’avevano capito!
Erano convinti di essere degli scrittori. Mentre io, beh, non sapevo più cosa fossi.
Ero solo stanco. Stanco di tutto!
Così feci cenno a Max e in un attimo mi tolsi da lì. Andando nel solo posto buono. Nel solo posto
che lì in mezzo avesse un senso.
Andai al cesso!
Sì, mi chiusi nel cesso, pur senza dover pisciare. Solo per starmene per conto mio! Da solo. Senza
quella cazzo di gente attorno.
Rimasi seduto sulla tazza, con le mani contro la viso e respirando a fatica.
«Quante teste di cazzo!» sentii rimbombare nella mia testa.
Tolsi le mani dal capo e mi voltai ripetutamente, come in preda a un tic nervoso.
Non c’era nessuno, e quasi piangendo abbassai di nuovo la testa, stringendola tra le mani.
“Solo cazzoni! E quelli sarebbero scrittori?” riprese a echeggiare quella voce forte e rauca. “Tutti
a succhiarselo a vicenda!”
Mi alzai di colpo dal cesso, prendendo a camminare freneticamente in quel bagno. Respirando
velocemente. Sudando. Quasi tremando.
Quella voce cominciò a ridere di me. Sempre più forte. Sempre più forte. Forse solo nella mia
testa!
Appoggiai le mani contro al lavello, ansimando e fissando il buco nel lavandino come a cercare
una via di fuga.
“Tu non ci sei. Tu non ci sei. Lasciami in pace! Tu non esisti. Non esisti!” cominciai a borbottare,
ansimando e fissando quel dannato buco.
La voce cessò. Io alzai lentamente lo sguardo, fissando il mio volto nello specchio innanzi a me. Il
mio volto stanco, stravolto, orrendo.
Quella risata tornò a rimbombare in me e fuori di me. Io mi strinsi forte la testa, fissandomi allo
specchio e digrignando i denti.
“Cosa hai intenzione di fare? Vuoi scrivere un romanzo come uno di quelli di Bukowski, oppure
una merdata pseudo sentimentale come quella di Stefano?”
«Basta, basta, basta!» presi a urlare, dando forti pungi contro al lavello.
Lui rise ancora. Rise di me! E aveva ragione a farlo.
“Dai, magari vincerai anche il tuo premio!” riprese. “Avrai il tuo patetico momento di gloria e poi
tornerai nel tuo cesso. Al tuo lavoro di merda, mio caro scrittore”.
Io urlai, dando un calcio contro al lavello e voltandomi di scatto.
Le risate andarono lentamente sfumando. Udii dei rumori contro la porta. Dei colpi forti!
«Va tutto bene lì dentro?» chiese qualcuno lì fuori, con voce forte.
Io mi guardai attorno, come risvegliatomi da un lungo coma. Senza sapere dove mi trovassi. Senza
sapere chi fossi.
Tirai fuori il cellulare e lo fissai, mentre quei colpi e quella voce continuavano a rimbombare lì
fuori.
Erano le quattro! Ero stato mezz’ora lì dentro. Perso. A parlare col nulla. Quasi impazzendo.
Raggiunsi la porta e l’aprii di scatto, trovandomi davanti il coglione che aveva cercato di
vendermi il suo merdoso libro.
Lui mi fissò con aria attonita. Guardandomi lì davanti a lui, ansimante e sudato.
«Va… Va tutto bene?» mi chiese con la sua voce di cazzo.
Io lo fissai dritto negli occhi. Senza vederlo. Senza vedere niente!
In un attimo lo afferrai per il collo, cominciando a scuoterlo con forza.
«Io sono uno scrittore!» esclamai con tono forte. «E ora ho un premio da ritirare.»
Mollai la presa, lasciando lì in mio amichetto. Ancora scioccato. Senza aver capito un cazzo di
quello che era successo.
Uscii da quel cesso, avanzando a passo veloce tra quella folla di coglioni. Senza vedere nessuno.
Senza sentire nessuno. Desiderando di vincere almeno una volta nella mia porca vita.
Entrai in una piccola sala. Una sala con dentro una trentina di persone. Forse una quarantina! Ma
comunque, di certo tutti amici o parenti dei miei colleghi scrittori.
E i miei colleghi scrittori erano in quella sala. Tutti attorno a una scrivania. E in mezzo a loro ci
stava Max, intento a fissarmi mentre manteneva un microfono.
Fece un sorriso, calandosi nel personaggio e indicandomi.
«Oh, ecco Marco Covello!» esclamò con tono beffardo.
La folla scoppiò a ridere e al tempo stesso qualcuno applaudì.
«Avanti, vieni avanti» riprese Max, facendo un cenno con la mano. «Ti avevamo dato per
disperso. Aspettavamo solo te!»
Io restai in fondo alla sala a fissarlo per qualche secondo. A fissarlo, e al tempo stesso a fissare
quella folla di sconosciuti.
“Questi non valgono neanche il sudore delle tue palle” echeggiò quella voce nella mia testa.
Io chiusi gli occhi, strizzandoli. Poi li riaprii. La voce svanì, e con passo deciso mi diressi verso
Max. Verso il mio premio!
La folla applaudì ancora. Max sorrise, fissandomi, mentre mi piazzai tra i miei amici colleghi,
anch’essi sorridenti.
«Bene, bene. Credevamo ti fossi ubriacato» riprese Max, sorridendo, ormai calato del tutto nel
suo personaggio.
I miei colleghi e la folla scoppiarono a ridere. Io abbozzai un sorriso, guardandomi attorno con
fare spaesato. Desiderando di essere ovunque, tranne che lì.
«Beh, vedete» aggiunse Max «non so se qualcuno di voi ha mai letto i romanzi di Covello. Ma…
Come dire. Sono un tantino forti! Roba da far rischiare la galera a un editore.»
Ci furono altre risate, e ancora alcuni applausi.
«Ma poi, conoscendolo bene, beh, potrete notare che Marco è una persona molto timida e
sensibile.»
Ecco, era fatta! L’applausometro del telequiz del Sabato sera stava esplodendo. La folla era in
subbuglio! La folla amava i tipi duri dall’animo tenero. E io ero quel tipo! Max da bravo showman
aveva dato al pubblico il loro nuovo Danny Zucco. Un nuovo Johnny Castle da osannare.
Sì, il pubblico già mi amava! Quel pubblico che con ogni probabilità non avrebbe mai comprato il
mio libro, né lo avrebbe consigliato ad altri. O magari mi avrebbe odiato subito dopo averlo letto.
Intanto lo show andò avanti.
Gli applausi finirono e dopo la spiegazione del concorso e di tutto il resto arrivammo finalmente
al momento della premiazione.
Toccò per primo al terzo classificato!
Max manteneva una busta con dentro il libro stampato del vincitore. Tutti noi eravamo in
trepidazione. Noi, 31 scrittori consapevoli che solo 3 avrebbero vinto.
Toccò a Jessy! E lei fu entusiasta di ritirare il suo premio. Era la settimo cielo!
Sì, il suo primo libro cartaceo. Un vero sogno che si realizzava, così disse al pubblico.
Raccontando poi a loro delle emozioni vissute nello scriverlo. Di ciò che l’aveva ispirata. E di come
sin da bambina aveva desiderato diventare una scrittrice.
Tutti applaudirono, ovviamente. Compresi gli altri 29 che si avvicinavano sempre più alla
sconfitta o alla vittoria.
Il solo a non applaudire fui io. Ero stanco. E non mi andava di muovere un solo muscolo.
No, attesi lì in silenzio il proseguo dello show. E in un attimo, dopo qualche altra chiacchiera sul
concorso, Max tirò fuori un altro libro.
Fu il turno di Lorenza: in arte Milly Kant. Una milf grassoccia ma ancora passabile che aveva
scritto la storia di una milf finita in un club di scambisti, incontrando così un certo dottor Lawrence.
Un uomo che le avrebbe stravolto la vita. Ridandole la stima in se stessa. Facendola sentire ancora
una bella cagna da fottere. E perché no… Anche da amare!
La storia della sua vita! Così disse quella borghesuccia che aveva bisogno di un nome falso per
non far sapere a tutti di essere una che sognava di essere sbattuta da un dottor Lawrence, e non dal
suo bravo marito che applaudiva tra la folla di amici e parenti.
Così il cerchio si strinse.
Max fece qualche battuta, tanto per prolungare il tempo della premiazione e creare un po’ di
suspense.
Poi finalmente prese la busta in mano. Tutti cominciarono a sudare freddo. Io pensai che avrebbe
vinto uno dei miei romanzi, e non quello stronzo di Stefano.
Infatti fu così!
«Viola come un livido! Primo classificato come miglior romanzo erotico» esclamò Max.
La folla cominciò ad applaudire. Stefano strinse i pugni dalla rabbia. E i miei colleghi, invidiosi
quanto lui, presero ad applaudire e sorridere.
Io andai verso Max, lentamente, per niente sorpreso della vittoria.
Ero il migliore! Sì, il migliore tra un branco di deficienti buoni solo a scrivere cazzate su qualche
blog. Ma avevo vinto. Dunque dovevo essere grato a tutti. Dovevo diventare attraente come Richard
Gere e simpatico come Eddie Murphy.
Beh, ci pensò Max ad aiutarmi. Ad aiutarmi presentandomi a quel microscopico mondo all’interno
di quella sala.
«Sapete» disse rivolgendosi alla folla «Marco ha già pubblicato diversi racconti con noi. E non
racconti di poche pagine. Racconti di almeno quaranta pagine!»
La folla scoppiò a ridere e applaudire, mentre io stavo lì fermo davanti a loro, con il mio libro tra
le mani. Ormai realizzato. Un vero scrittore!
«Ogni volta che aprivo la mail» riprese Max «dicevo: “Ecco, altra roba di Covello! E come avete
visto a questo concorso non ha mica partecipato con un solo romanzo. No, lui ne ha invitai ben tre!
Viola come un livido, qui tra le sue mani. E ancora Lasciami entrare e Fottiti, disponibili, come
forse sapete, già da novembre in formato E-Book >>
La folla applaudì ancora, e così i miei colleghi. Io fissai il mio libro. La folla fissò me. Max fissò
me.
«Vuoi dire qualcosa?» mi chiese.
Io voltai appena un po’ lo sguardo verso di lui. Attonito. Pensando che lì non c’era la RAI o
qualche cazzo di celebrità ad accogliermi, ma solo dei patetici individui che come me si credevano
degli scrittori.
Mi feci comunque forza e afferrai il microfono.
Ringraziai tutti, dal primo all’ultimo. Dicendo che tra i tre romanzi scritti, quello era il più caro a
me, in quanto una storia vera! La storia di un disadattato. Un alcolizzato che dopo aver conosciuto
una schizzata che passava le sue notti in una videochat porno cercando un medium, o sgrillettandosi
di tanto in tanto, decide di farsi seicento chilometri solo per conoscere la suddetta schizzata.
Beh, che dire, era tutto vero! Quella storia era capitata per davvero. Solo che dopo un anno di
fidanzamento la schizzata cominciò a pretendere la normalità che il disadattato non poteva darle. E
così lo mandò a fare in culo!
Quella parte non c’era nel romanzo.
Ma in fondo, esso parlava solo dell’inizio di un amore. Non della sua fine.
Chissà, magari un giorno avrei scritto il seguito. Oppure avrei lasciato per me la fine di quella
storia.
Dipendeva dal pubblico!
Sì, io lo sapevo, e anche Max lo sapeva.
La gente amava sempre le storie vere. Benché non avessero mai letto quella mia storia vera.
Quella storia che li avrebbe scandalizzati, trovando in essa solo pervertiti squallidi e per niente
affascinanti. Tutte quelle cose che cercavano di nascondere a se stessi. Quelle cose ben lontane dai
film che amavano guardare alla tele.
Però avevo vinto! Sì, e dopo quel discorso, e lo zampino di Max, non solo ero il vincente, ma ero
anche il nuovo Bukowski del decennio. Un uomo sensibile e tormentato. Un uomo che non poteva fare
altro che scrivere e ubriacarsi per percuotere il demone dentro di lui.
Comunque fosse, dopo sorrisi e congratulazioni ci ritrovammo tutti attorno allo stand di Max.
O meglio, gli altri andarono subito. Io uscii fuori a fumare una sigaretta. Con il mio libro in mano,
da bravo vincente. Con la voglia di urlare a tutti “Guardate, ho vinto. Questo è il mio libro. Sono uno
scrittore! Avanti, inchinatevi e baciatemi le palle”.
Ma restai lì fuori da solo, fumando la mia sigaretta in silenzio. Fissando altri deficienti che come
me avevano scritto un libro stampato su carta. Un libro che vendeva sì e no venti o trenta copie al
mese, nella migliore delle ipotesi.
Una volta finita la cicca rientrai dentro, sempre stringendo il mio libro in mano.
Alcuni tra la folla mi guardarono con rispetto. Capendo che non ero solo uno sballato finito lì per
caso. Ma che ero uno scrittore! E come tale, ero degno di stima. Degno di essere servito e riverito.
Arrivai allo stand di Max. Il più degli autori si erano ormai dileguati, dopo aver visto il proprio
bestseller perdere. Erano rimasti solo i due vincitori, e un’altra decina di autori. Il resto solo curiosi.
Provetti scrittori, parenti e amici dei pochi rimasti, e qualche acquirente.
Mi misi dietro al banco, con fare lento, mentre qualcuno ancora si congratulava con me.
Max era impegnato a vendere i suoi libri, e a dargli una mano ci stava una tipa dall’aria cupa.
Una tipetta magra e dai grossi denti bianchi si avvicinò al banco, guardando tra i libri.
Afferrò proprio il mio!
«Io voglio quello del napoletano!» esclamò, stringendo il mio libro e guardandosi attorno. «Ma
voglio una sua dedica.»
Max mi fissò sorridendo e mettendomi la mano sulla spalla.
«Ma è qui!» esclamò. E finalmente la tipa mi vide! Sorridendo. Avendomi visto anche prima ma
senza avermi riconosciuto. Colpita solo dalla storia drammatica e passionale dello scrittore, non
dallo scrittore stesso.
Ovviamente le firmai il suo cazzo di libro, anche se avrei voluto dirle “Ma che cazzo ti ridi,
stronza? Tu non mi conosci! E di solito chiami porci quelli che si segano nelle videochat. Avanti,
prendi il tuo cazzo di libro firmato da Mr Scrittore e togliti dalle palle. Prima che tuo marito si
masturbi troppo davanti a qualche troia in cam”.
Ma invece, niente! Proprio come sempre.
Firmai il libro!
“A chi cerca l’amore reale” scrissi, con tanto di firma.
La prima frase che mi venne in mente.
E poi altri che volevano il mio libro. Altri che volevano la storia vera. Altri che non
immaginavano cosa avrebbero letto.
Feci molte firme, molti sorrisi, molte dediche fasulle.
Ero stanco. Troppo stanco! Al punto che Max se ne accorse, e con una scusa mi portò via da lì,
lasciando il dominio delle vendite a Miss Dark.

 

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Tratto dal racconto “Il Re”, presente nell’antologia Zero, ancora in fase di costruzione. Raccolta da me ideata, e scritta assieme ad altri tredici autori.

Ma intanto ero lì, purtroppo. Nel centro di quel vortice. Ascoltando le loro stronzate. Rispondendo controvoglia alle loro merdose domande mentre a grandi sorsi bevevo birra come se volessi annegare il mio cuore. Finendo subito la prima, poi la seconda, finendo una terza offerta da uno di quegli stronzi, e attaccando ancora un’altra passata da un altro coglione.
Cristo, tutto era così confuso. Tutto roteava attorno a me velocemente. Ero gettato in una lavatrice a gettoni. Ero solo uno straccio che girava velocemente in un vortice di acqua fetida. E le loro facce erano ovunque. Le loro labbra mollicce erano ovunque. I loro occhi gelidi erano ovunque. Le loro parole insulse erano ovunque. E le loro voci ronzavano attorno a me come uno sciame di mosche.

<< Signor Gargiulo, ma come le vengono certe storie? >>
<< Marco! Posso chiamarti Marco, vero? Ma come mai nelle tue storie parli sempre di sesso? >>
<< Marco, hai mai avuto una visione? >>
<< Mi dica, signor Gargiulo, lei è sicuro di essere etero? >>
<< Signor Gargiulo, ha mai pensato di scrivere una storia d’amore a lieto fine? >>
<< Marco, non credi che bevendo ogni giorno ti perdi il meglio della vita? >>
<< Senti, Marco, tu sei il più cazzuto figlio di puttana che sia mai esistito al mondo! >>

Cristo, non ne potevo più!
Quella massa di sconosciuti pretendeva di conoscere la mia vita. Voleva pesarla, analizzarla, imballarmi e mettermi addosso una bella etichetta.
Ero una cavia da laboratorio, né più né meno. Ero un oggetto in una vetrina, un dvd su di uno scaffale, un vestito su di un manichino.
Non ero niente! Non esistevo neanche per quelli. Eppure tutti mi volevano! Tutti volevano me. O forse tutti cercavano un modo per vivisezionarmi, così da potermi crocifiggere meglio quando sarebbe venuto il momento del mio declino.
E stava davvero arrivando quel momento?

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