The writer, romanzo edito dalla damster edizioni, ispirato alla vera storia di uno scrittore emergente, e disponibile presso i migliori store online.

Beh, eravamo a una fiera dell’editoria. Dunque non si poteva che parlare di libri. E
ovviamente ognuno voleva parlare del proprio libro!
L’intervista ricevuta, la presentazione fatta, il nuovo romanzo in cantiere, la premiazione di questo
e quell’altro concorso.
Dio, tutti che tessevano le proprie lodi. Tanti mister sconosciuti di cui mai avevo sentito parlare, e
che mai avrei conosciuto se non fosse stato per quel concorso.
Nessuno di loro, proprio come me, avrebbe mai scritto un bestseller. E nessuno di loro, proprio
come me, sarebbe mai entrato nei libri di storia.
Io l’avevo capito. Max l’aveva capito. Loro non l’avevano capito!
Erano convinti di essere degli scrittori. Mentre io, beh, non sapevo più cosa fossi.
Ero solo stanco. Stanco di tutto!
Così feci cenno a Max e in un attimo mi tolsi da lì. Andando nel solo posto buono. Nel solo posto
che lì in mezzo avesse un senso.
Andai al cesso!
Sì, mi chiusi nel cesso, pur senza dover pisciare. Solo per starmene per conto mio! Da solo. Senza
quella cazzo di gente attorno.
Rimasi seduto sulla tazza, con le mani contro la viso e respirando a fatica.
«Quante teste di cazzo!» sentii rimbombare nella mia testa.
Tolsi le mani dal capo e mi voltai ripetutamente, come in preda a un tic nervoso.
Non c’era nessuno, e quasi piangendo abbassai di nuovo la testa, stringendola tra le mani.
“Solo cazzoni! E quelli sarebbero scrittori?” riprese a echeggiare quella voce forte e rauca. “Tutti
a succhiarselo a vicenda!”
Mi alzai di colpo dal cesso, prendendo a camminare freneticamente in quel bagno. Respirando
velocemente. Sudando. Quasi tremando.
Quella voce cominciò a ridere di me. Sempre più forte. Sempre più forte. Forse solo nella mia
testa!
Appoggiai le mani contro al lavello, ansimando e fissando il buco nel lavandino come a cercare
una via di fuga.
“Tu non ci sei. Tu non ci sei. Lasciami in pace! Tu non esisti. Non esisti!” cominciai a borbottare,
ansimando e fissando quel dannato buco.
La voce cessò. Io alzai lentamente lo sguardo, fissando il mio volto nello specchio innanzi a me. Il
mio volto stanco, stravolto, orrendo.
Quella risata tornò a rimbombare in me e fuori di me. Io mi strinsi forte la testa, fissandomi allo
specchio e digrignando i denti.
“Cosa hai intenzione di fare? Vuoi scrivere un romanzo come uno di quelli di Bukowski, oppure
una merdata pseudo sentimentale come quella di Stefano?”
«Basta, basta, basta!» presi a urlare, dando forti pungi contro al lavello.
Lui rise ancora. Rise di me! E aveva ragione a farlo.
“Dai, magari vincerai anche il tuo premio!” riprese. “Avrai il tuo patetico momento di gloria e poi
tornerai nel tuo cesso. Al tuo lavoro di merda, mio caro scrittore”.
Io urlai, dando un calcio contro al lavello e voltandomi di scatto.
Le risate andarono lentamente sfumando. Udii dei rumori contro la porta. Dei colpi forti!
«Va tutto bene lì dentro?» chiese qualcuno lì fuori, con voce forte.
Io mi guardai attorno, come risvegliatomi da un lungo coma. Senza sapere dove mi trovassi. Senza
sapere chi fossi.
Tirai fuori il cellulare e lo fissai, mentre quei colpi e quella voce continuavano a rimbombare lì
fuori.
Erano le quattro! Ero stato mezz’ora lì dentro. Perso. A parlare col nulla. Quasi impazzendo.
Raggiunsi la porta e l’aprii di scatto, trovandomi davanti il coglione che aveva cercato di
vendermi il suo merdoso libro.
Lui mi fissò con aria attonita. Guardandomi lì davanti a lui, ansimante e sudato.
«Va… Va tutto bene?» mi chiese con la sua voce di cazzo.
Io lo fissai dritto negli occhi. Senza vederlo. Senza vedere niente!
In un attimo lo afferrai per il collo, cominciando a scuoterlo con forza.
«Io sono uno scrittore!» esclamai con tono forte. «E ora ho un premio da ritirare.»
Mollai la presa, lasciando lì in mio amichetto. Ancora scioccato. Senza aver capito un cazzo di
quello che era successo.
Uscii da quel cesso, avanzando a passo veloce tra quella folla di coglioni. Senza vedere nessuno.
Senza sentire nessuno. Desiderando di vincere almeno una volta nella mia porca vita.
Entrai in una piccola sala. Una sala con dentro una trentina di persone. Forse una quarantina! Ma
comunque, di certo tutti amici o parenti dei miei colleghi scrittori.
E i miei colleghi scrittori erano in quella sala. Tutti attorno a una scrivania. E in mezzo a loro ci
stava Max, intento a fissarmi mentre manteneva un microfono.
Fece un sorriso, calandosi nel personaggio e indicandomi.
«Oh, ecco Marco Covello!» esclamò con tono beffardo.
La folla scoppiò a ridere e al tempo stesso qualcuno applaudì.
«Avanti, vieni avanti» riprese Max, facendo un cenno con la mano. «Ti avevamo dato per
disperso. Aspettavamo solo te!»
Io restai in fondo alla sala a fissarlo per qualche secondo. A fissarlo, e al tempo stesso a fissare
quella folla di sconosciuti.
“Questi non valgono neanche il sudore delle tue palle” echeggiò quella voce nella mia testa.
Io chiusi gli occhi, strizzandoli. Poi li riaprii. La voce svanì, e con passo deciso mi diressi verso
Max. Verso il mio premio!
La folla applaudì ancora. Max sorrise, fissandomi, mentre mi piazzai tra i miei amici colleghi,
anch’essi sorridenti.
«Bene, bene. Credevamo ti fossi ubriacato» riprese Max, sorridendo, ormai calato del tutto nel
suo personaggio.
I miei colleghi e la folla scoppiarono a ridere. Io abbozzai un sorriso, guardandomi attorno con
fare spaesato. Desiderando di essere ovunque, tranne che lì.
«Beh, vedete» aggiunse Max «non so se qualcuno di voi ha mai letto i romanzi di Covello. Ma…
Come dire. Sono un tantino forti! Roba da far rischiare la galera a un editore.»
Ci furono altre risate, e ancora alcuni applausi.
«Ma poi, conoscendolo bene, beh, potrete notare che Marco è una persona molto timida e
sensibile.»
Ecco, era fatta! L’applausometro del telequiz del Sabato sera stava esplodendo. La folla era in
subbuglio! La folla amava i tipi duri dall’animo tenero. E io ero quel tipo! Max da bravo showman
aveva dato al pubblico il loro nuovo Danny Zucco. Un nuovo Johnny Castle da osannare.
Sì, il pubblico già mi amava! Quel pubblico che con ogni probabilità non avrebbe mai comprato il
mio libro, né lo avrebbe consigliato ad altri. O magari mi avrebbe odiato subito dopo averlo letto.
Intanto lo show andò avanti.
Gli applausi finirono e dopo la spiegazione del concorso e di tutto il resto arrivammo finalmente
al momento della premiazione.
Toccò per primo al terzo classificato!
Max manteneva una busta con dentro il libro stampato del vincitore. Tutti noi eravamo in
trepidazione. Noi, 31 scrittori consapevoli che solo 3 avrebbero vinto.
Toccò a Jessy! E lei fu entusiasta di ritirare il suo premio. Era la settimo cielo!
Sì, il suo primo libro cartaceo. Un vero sogno che si realizzava, così disse al pubblico.
Raccontando poi a loro delle emozioni vissute nello scriverlo. Di ciò che l’aveva ispirata. E di come
sin da bambina aveva desiderato diventare una scrittrice.
Tutti applaudirono, ovviamente. Compresi gli altri 29 che si avvicinavano sempre più alla
sconfitta o alla vittoria.
Il solo a non applaudire fui io. Ero stanco. E non mi andava di muovere un solo muscolo.
No, attesi lì in silenzio il proseguo dello show. E in un attimo, dopo qualche altra chiacchiera sul
concorso, Max tirò fuori un altro libro.
Fu il turno di Lorenza: in arte Milly Kant. Una milf grassoccia ma ancora passabile che aveva
scritto la storia di una milf finita in un club di scambisti, incontrando così un certo dottor Lawrence.
Un uomo che le avrebbe stravolto la vita. Ridandole la stima in se stessa. Facendola sentire ancora
una bella cagna da fottere. E perché no… Anche da amare!
La storia della sua vita! Così disse quella borghesuccia che aveva bisogno di un nome falso per
non far sapere a tutti di essere una che sognava di essere sbattuta da un dottor Lawrence, e non dal
suo bravo marito che applaudiva tra la folla di amici e parenti.
Così il cerchio si strinse.
Max fece qualche battuta, tanto per prolungare il tempo della premiazione e creare un po’ di
suspense.
Poi finalmente prese la busta in mano. Tutti cominciarono a sudare freddo. Io pensai che avrebbe
vinto uno dei miei romanzi, e non quello stronzo di Stefano.
Infatti fu così!
«Viola come un livido! Primo classificato come miglior romanzo erotico» esclamò Max.
La folla cominciò ad applaudire. Stefano strinse i pugni dalla rabbia. E i miei colleghi, invidiosi
quanto lui, presero ad applaudire e sorridere.
Io andai verso Max, lentamente, per niente sorpreso della vittoria.
Ero il migliore! Sì, il migliore tra un branco di deficienti buoni solo a scrivere cazzate su qualche
blog. Ma avevo vinto. Dunque dovevo essere grato a tutti. Dovevo diventare attraente come Richard
Gere e simpatico come Eddie Murphy.
Beh, ci pensò Max ad aiutarmi. Ad aiutarmi presentandomi a quel microscopico mondo all’interno
di quella sala.
«Sapete» disse rivolgendosi alla folla «Marco ha già pubblicato diversi racconti con noi. E non
racconti di poche pagine. Racconti di almeno quaranta pagine!»
La folla scoppiò a ridere e applaudire, mentre io stavo lì fermo davanti a loro, con il mio libro tra
le mani. Ormai realizzato. Un vero scrittore!
«Ogni volta che aprivo la mail» riprese Max «dicevo: “Ecco, altra roba di Covello! E come avete
visto a questo concorso non ha mica partecipato con un solo romanzo. No, lui ne ha invitai ben tre!
Viola come un livido, qui tra le sue mani. E ancora Lasciami entrare e Fottiti, disponibili, come
forse sapete, già da novembre in formato E-Book >>
La folla applaudì ancora, e così i miei colleghi. Io fissai il mio libro. La folla fissò me. Max fissò
me.
«Vuoi dire qualcosa?» mi chiese.
Io voltai appena un po’ lo sguardo verso di lui. Attonito. Pensando che lì non c’era la RAI o
qualche cazzo di celebrità ad accogliermi, ma solo dei patetici individui che come me si credevano
degli scrittori.
Mi feci comunque forza e afferrai il microfono.
Ringraziai tutti, dal primo all’ultimo. Dicendo che tra i tre romanzi scritti, quello era il più caro a
me, in quanto una storia vera! La storia di un disadattato. Un alcolizzato che dopo aver conosciuto
una schizzata che passava le sue notti in una videochat porno cercando un medium, o sgrillettandosi
di tanto in tanto, decide di farsi seicento chilometri solo per conoscere la suddetta schizzata.
Beh, che dire, era tutto vero! Quella storia era capitata per davvero. Solo che dopo un anno di
fidanzamento la schizzata cominciò a pretendere la normalità che il disadattato non poteva darle. E
così lo mandò a fare in culo!
Quella parte non c’era nel romanzo.
Ma in fondo, esso parlava solo dell’inizio di un amore. Non della sua fine.
Chissà, magari un giorno avrei scritto il seguito. Oppure avrei lasciato per me la fine di quella
storia.
Dipendeva dal pubblico!
Sì, io lo sapevo, e anche Max lo sapeva.
La gente amava sempre le storie vere. Benché non avessero mai letto quella mia storia vera.
Quella storia che li avrebbe scandalizzati, trovando in essa solo pervertiti squallidi e per niente
affascinanti. Tutte quelle cose che cercavano di nascondere a se stessi. Quelle cose ben lontane dai
film che amavano guardare alla tele.
Però avevo vinto! Sì, e dopo quel discorso, e lo zampino di Max, non solo ero il vincente, ma ero
anche il nuovo Bukowski del decennio. Un uomo sensibile e tormentato. Un uomo che non poteva fare
altro che scrivere e ubriacarsi per percuotere il demone dentro di lui.
Comunque fosse, dopo sorrisi e congratulazioni ci ritrovammo tutti attorno allo stand di Max.
O meglio, gli altri andarono subito. Io uscii fuori a fumare una sigaretta. Con il mio libro in mano,
da bravo vincente. Con la voglia di urlare a tutti “Guardate, ho vinto. Questo è il mio libro. Sono uno
scrittore! Avanti, inchinatevi e baciatemi le palle”.
Ma restai lì fuori da solo, fumando la mia sigaretta in silenzio. Fissando altri deficienti che come
me avevano scritto un libro stampato su carta. Un libro che vendeva sì e no venti o trenta copie al
mese, nella migliore delle ipotesi.
Una volta finita la cicca rientrai dentro, sempre stringendo il mio libro in mano.
Alcuni tra la folla mi guardarono con rispetto. Capendo che non ero solo uno sballato finito lì per
caso. Ma che ero uno scrittore! E come tale, ero degno di stima. Degno di essere servito e riverito.
Arrivai allo stand di Max. Il più degli autori si erano ormai dileguati, dopo aver visto il proprio
bestseller perdere. Erano rimasti solo i due vincitori, e un’altra decina di autori. Il resto solo curiosi.
Provetti scrittori, parenti e amici dei pochi rimasti, e qualche acquirente.
Mi misi dietro al banco, con fare lento, mentre qualcuno ancora si congratulava con me.
Max era impegnato a vendere i suoi libri, e a dargli una mano ci stava una tipa dall’aria cupa.
Una tipetta magra e dai grossi denti bianchi si avvicinò al banco, guardando tra i libri.
Afferrò proprio il mio!
«Io voglio quello del napoletano!» esclamò, stringendo il mio libro e guardandosi attorno. «Ma
voglio una sua dedica.»
Max mi fissò sorridendo e mettendomi la mano sulla spalla.
«Ma è qui!» esclamò. E finalmente la tipa mi vide! Sorridendo. Avendomi visto anche prima ma
senza avermi riconosciuto. Colpita solo dalla storia drammatica e passionale dello scrittore, non
dallo scrittore stesso.
Ovviamente le firmai il suo cazzo di libro, anche se avrei voluto dirle “Ma che cazzo ti ridi,
stronza? Tu non mi conosci! E di solito chiami porci quelli che si segano nelle videochat. Avanti,
prendi il tuo cazzo di libro firmato da Mr Scrittore e togliti dalle palle. Prima che tuo marito si
masturbi troppo davanti a qualche troia in cam”.
Ma invece, niente! Proprio come sempre.
Firmai il libro!
“A chi cerca l’amore reale” scrissi, con tanto di firma.
La prima frase che mi venne in mente.
E poi altri che volevano il mio libro. Altri che volevano la storia vera. Altri che non
immaginavano cosa avrebbero letto.
Feci molte firme, molti sorrisi, molte dediche fasulle.
Ero stanco. Troppo stanco! Al punto che Max se ne accorse, e con una scusa mi portò via da lì,
lasciando il dominio delle vendite a Miss Dark.

 

11880937_785585364895056_15797643_n

Annunci

A detta di alcuni, una storia che mostra il vero amore. Una storia realmente accaduta! AFFAMATA D’AMORE, romanzo edito dalla Damster edizioni, disponibile in formato digitale presso i maggiori store online.

E ora, eccoci lì. Su quel divano. Ancora nudi. Abbracciati, mentre leggevo delle cose al PC,
assieme a lei.
“Non ti svelerò il finale di una storia, alla quale manca principalmente un inizio.
Si parla di empatia, un sentimento leggero, che ti stringe la gola, e ti accompagna, durante il
lungo tragitto sotterraneo, e soffocante di una metro.
Quei 102 passi, che mi separavano dal calore del mio nido.
La routine di un viaggio in metro, dove il tuo fiato raffredda il mio esile collo, singhiozzando
“ti amo”.
Mi ami anche quando la tua lingua sfiora leggermente la mia cute, senza penetrarmi mai nel
profondo.
Un colpo di vento, provocato dall’arresto della metro, a quell’ultima fermata, che mi separava
dal calore di casa. La mia gonna si solleva, avvicinando prepotentemente il mio pube alle tue
fauci affamate.
Il mio volto pulito, da ragazza per bene, si squarcia in un doloroso sorriso, nel momento in cui
viene colpito e atterrato da un missile, che lacera le mie membra, per fare capolino dalle mie esili
labbra ansanti.
Il tuo amore non profuma di me, quando mi penetri con forza.
I tuoi occhi non riflettono i miei, quando singhiozzi “ti amo”, al ritmo di quel tuo spasmo
respiratorio, accompagnato normalmente da un flebile suono.
Ultimo arresto della metro. 102 passi mi separano dal calore del mio nido.
Il tuo liquido caldo fluisce nelle mie cavità interne, provocando un leggero brontolio
orgasmico, che dalle viscere risale fino alla regione cardiaca. L’intrusione di quella sostanza
fluida, disciolt{1}a al calore di una violenza, era da sempre il tuo modo di siglare un contratto di
appartenenza. La firma di un atto notarile. La chiusura di un rapporto, durato il tempo di uno
spasmo respiratorio.
Mi allontano dalla tua anima affamata, strascicando i piedi, stretti in quelle calzature
importanti, lungo un cielo colorato di cemento”.
Finii di leggere e la fissai, stringendola forte a me e accarezzandole il viso.
Era una cosa scritta da lei! Qualcosa che parlava di lei. Pagine in cui stavano scolpite le sue
lacrime.
Dio, quasi mi venne voglia di piangere!
Gli occhi diventarono lucidi. Sentii un forte nodo stringermi la gola. E un macigno contro al petto,
così pesante che sembrava quasi mi stesse schiacciando la gabbia toracica.
Risentivo nella mia testa tutte le parole appena lette. Le vedevo nitide e in movimento davanti a
me. Vive. Incisive. Lancinanti.
Il suo volto da brava ragazza squarciato da un doloroso sorriso, quando un crudele missile
lacerava le sue membra.
Rividi il dolore da lei vissuto. Immobile. Un oggetto da usare. Una bambolina con cui giocare. Un
peluche da fingere di amare.
Le sue lacrime invisibili. I baci dati per non urlare. Gli amplessi sopportati per non impazzire.
Solo gelo. Metallo glaciale. Un dolore ormai anestetizzato dalla rassegnazione. Dalla
rassegnazione di essere sola. Un puntino microscopico in un mondo troppo grande. Un mondo di
bestie affamate e senza occhi. Di fauni diabolici armati di lanciafiamme.
Sì, quello era il suo volto. Il suo vero volto. Un volto da bambina ferita celato dietro un sorriso
iperattivo. Nascosto dietro il suo fare arrogante e pieno di sicurezza. Una bambola senza volto né
nome. Un nessuno, per tutti. Solo un manichino! Qualcuno di mai visto. Qualcuno di mai conosciuto, e
dunque mai amato.
La stavo vedendo. Finalmente la stavo vedendo! Come mai mi sarebbe stato concesso in mille
amplessi. Come mai avrei potuto fare con mille baci.
Ero lì, nudo al suo fianco. Nudo come lei, mentre stretta a me conficcava le sue piccole dita nel
mio petto.
Lasciai poi cadere la birra a terra, concentrandomi solo su di lei. Non pensando ad altro che a lei.
«Elisa» le dissi, con un filo di voce.
Lei alzò lo sguardo verso di me. Fissandomi intensamente. Guardandomi come se attendesse da
me una benedizione o una condanna.
Ma non dissi nulla!
La baciai e poi la strinsi a me. Accarezzandola e baciandola ancora. Celando in me quel segreto.
Non capendolo. Non accettandolo. Trattenendolo con tutte le forze che mi restavano in corpo.
Poi mi guardai attorno, senza neanche muovere un muscolo. Rimanendo lì accanto a lei.
La casa era davvero un cesso!
Cioè, non che fosse una novità. La mia casa era sempre ridotta peggio di un campo rom. Ma la
cosa strana era che lei stava lì con me, e non mi stava rompendo le palle per mettere in ordine, né
tanto meno per il mio bere e fumare.
No, il suo cielo non era più colorato di cemento, e nessun missile l’aveva penetrata per siglare un
atto notarile.
Era libera. Libera di essere se stessa. E io ero libero di essere me stesso.
Lei poteva essere la stronzetta arrogante e dispettosa. Io potevo essere l’ubriacone asociale e
cinico. Lei poteva essere la bambina fragile e desiderosa di amore. Io potevo essere tenero, senza
timore di venir ferito.
Ci volevamo così. Ci andava bene. E forse quella era la vera magia. Ciò che ci faceva star bene!
Il non doverci affannare per reggere una maschera. Il poter star finalmente nudi l’uno al cospetto
dell’altro. Senza temere di mostrare le nostre debolezze. Senza aver paura di essere noi stessi.
Poi mi uscirono delle parole. Forse stupide. Forse inappropriate.
«Parla del tuo ex?» le chiesi. E lei di colpo divenne seria. Affondando le dita nelle mie carni e
poggiando il capo sulla mia spalla.
L’accarezzai ancora. Senza insistere. Senza pretendere una risposta.
Poi la risposta arrivò dal nulla. Dopo lunghi secondi d’attesa.
«Sì, parla di un mio ex. Ma non di quello di cui ti ho parlato.»
Io annuii, abbozzando un triste sorriso e accarezzandola.
«Mi dispiace!»
Lei alzò lo sguardo. Sorrise teneramente e mi diede una carezza sul viso.
«E di cosa?» disse, per poi poggiare la sua testa sul mio petto nudo. «In fondo tutti soffriamo. Chi
più chi meno! E ormai non me ne curo neanche più.»
Sospirò, chiudendo gli occhi come se volesse piangere, mentre delicatamente accarezzava il mio
petto.
«La gente ti osserva, ma non ti vede. Ti vogliono, ma per loro non sei che un oggetto. Un oggetto
da usare, anche quando tu cerchi di aiutarli. E mentre ti usano, neanche vedono il male che ti fanno.
Le violenze psicologiche recate, quando cercano di cambiarti. Le pressioni. Insulti celati. La pretesa
di averti sempre e come vogliono, e di far di te ciò che vogliono.»
Sospirò ancora, aprendo gli occhi e fissando il vuoto davanti a lei.
«Nel tempo, pensi quasi di meritarle certe cose. Dunque ti ci butti a capofitto. Le alimenti,
persino. E il risultato? Beh, tutti ti vedono come ciò che credevano tu fossi. Una da portare nel cesso
di una discoteca, alzarle la gonna, e sbatterla contro la parete di un cesso per piantarglielo dentro. E
tu non senti che delle spinte. Una, due, tre, dieci, al massimo venti. Poi non senti più neanche quelle!
Senti solo il vuoto dentro di te. Un vuoto che ti stringe lo stomaco. Qualcosa che ti fa persino passare
la voglia di mangiare. Perché sai di essere tu stessa il cibo! E ogni morso dato, ti ricorda i morsi che
hanno dato a te. Da sempre! In ogni modo possibile.»
Si tirò su, mettendosi a sedere con le gambe incrociate e mantenendosi i piedini con le sue piccole
mani.
«Da piccola, mio padre non c’era mai. Pensava solo a lavorare. E presto, pensai persino che
avesse un’amante.»
Fece un attimo di silenzio, guardando il vuoto. Fissando i suoi piedi senza vedere altro che il
nulla, oppure quel dolore che l’aveva plasmata.
«A volte neanche ricordava il mio nome» riprese. «Io lo odiavo! Odiavo lui e quella famiglia
fredda in cui vivevo. Sentivo il gelo della formalità avvolgermi. La figura di mio padre opprimermi.
Come se lui fosse un gigante, e io un niente incapace di raggiungerlo. Di raggiungere il grande e
sommo Re della famiglia Pellino.»
Mollò i suoi piccoli piedi e lentamente si lasciò cadere contro la mia spalla. Protetta dalla mia
stretta.
«Così, capisci di non essere niente. Nessuno! Qualcosa d’imperfetto. Qualcosa d’invisibile. E
allora cominci a fuggire! Vuoi sballarti, dimenticare, non vedere, o forse urlare che esisti. E
facendolo, ti metti nella merda. T’incasini sempre di più. Tutto diventa confuso. Sei sempre stordita.
Non sai neanche cos’è vero e cosa e no. Non ti riconosci neanche più!»
Ansimò, stringendomi e accarezzando il mio petto.
«Poi accadde quello che già ti ho detto. A quindici anni. Solo la punta dell’iceberg che cresceva
in me. E hai la conferma di non essere niente. Di non valere niente. E nello stesso tempo, quel vuoto
che ti porti dentro aumenta a dismisura. Una voragine che nessun cibo può colmare. Al punto che
cominci a rifiutare te stessa. A non volerti. A vedere la tua immagine distorta in uno specchio. A non
capire neanche se esisti per davvero.»
Poi, rimase in silenzio. Tra le mie braccia. Stretta a me, mentre io l’accarezzavo.
Cosa stava cercando di dirmi? Cosa aveva vissuto? Quale dolore l’aveva spenta come una
candela consumata?
Era quella la Elisa che avevo conosciuto? Quella ragazza pimpante, piena di vitalità. Quella
ragazza che sembrava capace di frantumare il mondo. Quella ragazza che sembrava invincibile come
Wonder Woman.
La sua baldanza era ormai svanita del tutto. Non restava che una bambina desiderosa di affetto, lì
tra le mie braccia. Una bambina che forse avrebbe tanto voluto piangere. Una bambina che forse
avrebbe avuto bisogno di piangere!
Ma non ero suo padre, né tanto meno il suo psicologo o un cazzo di guru. Non sapevo neanche se
fossi o meno il suo uomo. Non ero nessuno. Non ero niente! E come tale, non le chiesi niente. Rimasi
lì fermo a stringerla. Stretto a lei. Desiderando solo di farla felice. Non di darle consigli! No, non di
elargire inutili consigli. Ma solo di stare con lei! Vicino a lei. Senza pretendere niente. Senza
chiederle di fare niente. Solo con lei! Senza lasciarla sola. Essendo presente. Essendo suo. Non
lasciandola più sola.
Chissà, forse lei lo intuì. O forse, leggendo per davvero il mio romanzo, aveva imparato a
conoscermi per davvero.
Le sue dita affondarono di più nella mia carne. Il suo volto si sollevò, portando le labbra contro le
mie e sorridendo.
«Niente! Giusto?» sussurrò, come se avesse letto nella mia mente. «Proprio come nel tuo romanzo.
Quando Alessandra ti mostrò il suo dolore. Quando tu le chiedesti cosa avesse, e lei ti rispose
“niente”.»
Mi baciò dolcemente. La mia mano strinse la sua testa, e le dita s’insinuarono nei suoi capelli.
Poi si scostò di un po’. Sorrise ancora. Una strana luce brillava nei suoi occhi, e forse anche nei
miei.
«E tu non volesti sapere di cosa si trattasse» riprese, accarezzandomi il viso e poi dando piccoli e
delicati baci alle mie labbra. «Non volevi invaderla. Non volevi penetrarla. Non volevi cambiarla.»
«Beh, mi sembra normale!» le risposi, senza smettere di accarezzarla.
Lei adagiò il suo viso contro al mio e sospirò.
«No, non sempre lo è. La gente vuole sempre trovare un modo per salvarti. Non che a loro importi
di te. A loro importa di essere migliori di te, riuscendoti a salvare. E non importa a quale prezzo! Ti
vivisezionano pur d’imprimere in te il loro sigillo. Sono disposti a plasmarti. A dirti cos’è giusto e
cos’è sbagliato. A fotterti la mente con il loro pensiero. A confonderti di più. Distruggerti di più.»
Lasciò cadere il capo sul mio petto, accarezzando delicatamente la mia pancia.
«Un tempo credevo anch’io di essere Dio!» riprese, chiudendo gli occhi, e senza smettere di
accarezzarmi. «Pretendevo che tutti mi dicessero cosa avessero. Davo loro consigli.
Inconsapevolmente per riempire quel vuoto che mi portavo dentro. E infine, facendomi sbranare da
chi cercavo di aiutare. Ritrovandomi peggio di prima. Più confusa di prima. Più fragile di prima.»
Si alzò lentamente. Si mise a sedere, poggiando le mani contro la testa.
Rimase ferma per qualche istante. Mentre io l’accarezzavo. Desideroso di aiutarla. Desideroso di
capirla. Desideroso di entrare nel suo mondo.
Poi tolse le mani dal viso. Si girò verso di me. Abbozzò un amaro sorriso e mi diede una carezza.
«Ho bisogno di un po’ d’acqua» mi disse, alzandosi dal divano. Mettendosi in piedi, nuda davanti
a me. Piccola e fragile come una bambina. Simile a un piccolo gattino indifeso che miagola nella
notte, senza essere ascoltato da nessuno.
La vidi allontanarsi lentamente. In quella lercia stanza, fino a uscirne.
Mi alzai dal divano. Afferrai la birra e le diedi un sorso, restando qualche istante in piedi a
fissare l’uscio della porta innanzi a me. Come stordito. Frastornato dalle sue parole. Ancora
trapassato dalla sua presenza. Dal suo essere. Da quel suo volto che finalmente avevo visto.
Mandai giù ancora altra birra. Poi raccolsi le sigarette dal divano. Ne ficcai una in bocca e
l’accesi, per poi dirigermi finalmente verso la porta d’ingresso del soggiorno.
Raggiunsi Elisa in cucina. La bottiglia d’acqua era sul tavolo, assieme ai piatti sporchi e altra
roba.
Lei era davanti alla porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei.
Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e
accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella
mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera.
Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo
qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti
chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo
speciale! Non è colpa tua, ma mia. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far
star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro.
Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo
per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia
successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo.
Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere
da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le
stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono
minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa.
Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la
bottiglia e poggiandola sul tavolo.
«Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta!» le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese laE ora, eccoci lì. Su quel divano. Ancora nudi. Abbracciati, mentre leggevo delle cose al PC,
assieme a lei.
“Non ti svelerò il finale di una storia, alla quale manca principalmente un inizio.
Si parla di empatia, un sentimento leggero, che ti stringe la gola, e ti accompagna, durante il
lungo tragitto sotterraneo, e soffocante di una metro.
Quei 102 passi, che mi separavano dal calore del mio nido.
La routine di un viaggio in metro, dove il tuo fiato raffredda il mio esile collo, singhiozzando
“ti amo”.
Mi ami anche quando la tua lingua sfiora leggermente la mia cute, senza penetrarmi mai nel
profondo.
Un colpo di vento, provocato dall’arresto della metro, a quell’ultima fermata, che mi separava
dal calore di casa. La mia gonna si solleva, avvicinando prepotentemente il mio pube alle tue
fauci affamate.
Il mio volto pulito, da ragazza per bene, si squarcia in un doloroso sorriso, nel momento in cui
viene colpito e atterrato da un missile, che lacera le mie membra, per fare capolino dalle mie esili
labbra ansanti.
Il tuo amore non profuma di me, quando mi penetri con forza.
I tuoi occhi non riflettono i miei, quando singhiozzi “ti amo”, al ritmo di quel tuo spasmo
respiratorio, accompagnato normalmente da un flebile suono.
Ultimo arresto della metro. 102 passi mi separano dal calore del mio nido.
Il tuo liquido caldo fluisce nelle mie cavità interne, provocando un leggero brontolio
orgasmico, che dalle viscere risale fino alla regione cardiaca. L’intrusione di quella sostanza
fluida, disciolt{1}a al calore di una violenza, era da sempre il tuo modo di siglare un contratto di
appartenenza. La firma di un atto notarile. La chiusura di un rapporto, durato il tempo di uno
spasmo respiratorio.
Mi allontano dalla tua anima affamata, strascicando i piedi, stretti in quelle calzature
importanti, lungo un cielo colorato di cemento”.
Finii di leggere e la fissai, stringendola forte a me e accarezzandole il viso.
Era una cosa scritta da lei! Qualcosa che parlava di lei. Pagine in cui stavano scolpite le sue
lacrime.
Dio, quasi mi venne voglia di piangere!
Gli occhi diventarono lucidi. Sentii un forte nodo stringermi la gola. E un macigno contro al petto,
così pesante che sembrava quasi mi stesse schiacciando la gabbia toracica.
Risentivo nella mia testa tutte le parole appena lette. Le vedevo nitide e in movimento davanti a
me. Vive. Incisive. Lancinanti.
Il suo volto da brava ragazza squarciato da un doloroso sorriso, quando un crudele missile
lacerava le sue membra.
Rividi il dolore da lei vissuto. Immobile. Un oggetto da usare. Una bambolina con cui giocare. Un
peluche da fingere di amare.
Le sue lacrime invisibili. I baci dati per non urlare. Gli amplessi sopportati per non impazzire.
Solo gelo. Metallo glaciale. Un dolore ormai anestetizzato dalla rassegnazione. Dalla
rassegnazione di essere sola. Un puntino microscopico in un mondo troppo grande. Un mondo di
bestie affamate e senza occhi. Di fauni diabolici armati di lanciafiamme.
Sì, quello era il suo volto. Il suo vero volto. Un volto da bambina ferita celato dietro un sorriso
iperattivo. Nascosto dietro il suo fare arrogante e pieno di sicurezza. Una bambola senza volto né
nome. Un nessuno, per tutti. Solo un manichino! Qualcuno di mai visto. Qualcuno di mai conosciuto, e
dunque mai amato.
La stavo vedendo. Finalmente la stavo vedendo! Come mai mi sarebbe stato concesso in mille
amplessi. Come mai avrei potuto fare con mille baci.
Ero lì, nudo al suo fianco. Nudo come lei, mentre stretta a me conficcava le sue piccole dita nel
mio petto.
Lasciai poi cadere la birra a terra, concentrandomi solo su di lei. Non pensando ad altro che a lei.
«Elisa» le dissi, con un filo di voce.
Lei alzò lo sguardo verso di me. Fissandomi intensamente. Guardandomi come se attendesse da
me una benedizione o una condanna.
Ma non dissi nulla!
La baciai e poi la strinsi a me. Accarezzandola e baciandola ancora. Celando in me quel segreto.
Non capendolo. Non accettandolo. Trattenendolo con tutte le forze che mi restavano in corpo.
Poi mi guardai attorno, senza neanche muovere un muscolo. Rimanendo lì accanto a lei.
La casa era davvero un cesso!
Cioè, non che fosse una novità. La mia casa era sempre ridotta peggio di un campo rom. Ma la
cosa strana era che lei stava lì con me, e non mi stava rompendo le palle per mettere in ordine, né
tanto meno per il mio bere e fumare.
No, il suo cielo non era più colorato di cemento, e nessun missile l’aveva penetrata per siglare un
atto notarile.
Era libera. Libera di essere se stessa. E io ero libero di essere me stesso.
Lei poteva essere la stronzetta arrogante e dispettosa. Io potevo essere l’ubriacone asociale e
cinico. Lei poteva essere la bambina fragile e desiderosa di amore. Io potevo essere tenero, senza
timore di venir ferito.
Ci volevamo così. Ci andava bene. E forse quella era la vera magia. Ciò che ci faceva star bene!
Il non doverci affannare per reggere una maschera. Il poter star finalmente nudi l’uno al cospetto
dell’altro. Senza temere di mostrare le nostre debolezze. Senza aver paura di essere noi stessi.
Poi mi uscirono delle parole. Forse stupide. Forse inappropriate.
«Parla del tuo ex?» le chiesi. E lei di colpo divenne seria. Affondando le dita nelle mie carni e
poggiando il capo sulla mia spalla.
L’accarezzai ancora. Senza insistere. Senza pretendere una risposta.
Poi la risposta arrivò dal nulla. Dopo lunghi secondi d’attesa.
«Sì, parla di un mio ex. Ma non di quello di cui ti ho parlato.»
Io annuii, abbozzando un triste sorriso e accarezzandola.
«Mi dispiace!»
Lei alzò lo sguardo. Sorrise teneramente e mi diede una carezza sul viso.
«E di cosa?» disse, per poi poggiare la sua testa sul mio petto nudo. «In fondo tutti soffriamo. Chi
più chi meno! E ormai non me ne curo neanche più.»
Sospirò, chiudendo gli occhi come se volesse piangere, mentre delicatamente accarezzava il mio
petto.
«La gente ti osserva, ma non ti vede. Ti vogliono, ma per loro non sei che un oggetto. Un oggetto
da usare, anche quando tu cerchi di aiutarli. E mentre ti usano, neanche vedono il male che ti fanno.
Le violenze psicologiche recate, quando cercano di cambiarti. Le pressioni. Insulti celati. La pretesa
di averti sempre e come vogliono, e di far di te ciò che vogliono.»
Sospirò ancora, aprendo gli occhi e fissando il vuoto davanti a lei.
«Nel tempo, pensi quasi di meritarle certe cose. Dunque ti ci butti a capofitto. Le alimenti,
persino. E il risultato? Beh, tutti ti vedono come ciò che credevano tu fossi. Una da portare nel cesso
di una discoteca, alzarle la gonna, e sbatterla contro la parete di un cesso per piantarglielo dentro. E
tu non senti che delle spinte. Una, due, tre, dieci, al massimo venti. Poi non senti più neanche quelle!
Senti solo il vuoto dentro di te. Un vuoto che ti stringe lo stomaco. Qualcosa che ti fa persino passare
la voglia di mangiare. Perché sai di essere tu stessa il cibo! E ogni morso dato, ti ricorda i morsi che
hanno dato a te. Da sempre! In ogni modo possibile.»
Si tirò su, mettendosi a sedere con le gambe incrociate e mantenendosi i piedini con le sue piccole
mani.
«Da piccola, mio padre non c’era mai. Pensava solo a lavorare. E presto, pensai persino che
avesse un’amante.»
Fece un attimo di silenzio, guardando il vuoto. Fissando i suoi piedi senza vedere altro che il
nulla, oppure quel dolore che l’aveva plasmata.
«A volte neanche ricordava il mio nome» riprese. «Io lo odiavo! Odiavo lui e quella famiglia
fredda in cui vivevo. Sentivo il gelo della formalità avvolgermi. La figura di mio padre opprimermi.
Come se lui fosse un gigante, e io un niente incapace di raggiungerlo. Di raggiungere il grande e
sommo Re della famiglia Pellino.»
Mollò i suoi piccoli piedi e lentamente si lasciò cadere contro la mia spalla. Protetta dalla mia
stretta.
«Così, capisci di non essere niente. Nessuno! Qualcosa d’imperfetto. Qualcosa d’invisibile. E
allora cominci a fuggire! Vuoi sballarti, dimenticare, non vedere, o forse urlare che esisti. E
facendolo, ti metti nella merda. T’incasini sempre di più. Tutto diventa confuso. Sei sempre stordita.
Non sai neanche cos’è vero e cosa e no. Non ti riconosci neanche più!»
Ansimò, stringendomi e accarezzando il mio petto.
«Poi accadde quello che già ti ho detto. A quindici anni. Solo la punta dell’iceberg che cresceva
in me. E hai la conferma di non essere niente. Di non valere niente. E nello stesso tempo, quel vuoto
che ti porti dentro aumenta a dismisura. Una voragine che nessun cibo può colmare. Al punto che
cominci a rifiutare te stessa. A non volerti. A vedere la tua immagine distorta in uno specchio. A non
capire neanche se esisti per davvero.»
Poi, rimase in silenzio. Tra le mie braccia. Stretta a me, mentre io l’accarezzavo.
Cosa stava cercando di dirmi? Cosa aveva vissuto? Quale dolore l’aveva spenta come una
candela consumata?
Era quella la Elisa che avevo conosciuto? Quella ragazza pimpante, piena di vitalità. Quella
ragazza che sembrava capace di frantumare il mondo. Quella ragazza che sembrava invincibile come
Wonder Woman.
La sua baldanza era ormai svanita del tutto. Non restava che una bambina desiderosa di affetto, lì
tra le mie braccia. Una bambina che forse avrebbe tanto voluto piangere. Una bambina che forse
avrebbe avuto bisogno di piangere!
Ma non ero suo padre, né tanto meno il suo psicologo o un cazzo di guru. Non sapevo neanche se
fossi o meno il suo uomo. Non ero nessuno. Non ero niente! E come tale, non le chiesi niente. Rimasi
lì fermo a stringerla. Stretto a lei. Desiderando solo di farla felice. Non di darle consigli! No, non di
elargire inutili consigli. Ma solo di stare con lei! Vicino a lei. Senza pretendere niente. Senza
chiederle di fare niente. Solo con lei! Senza lasciarla sola. Essendo presente. Essendo suo. Non
lasciandola più sola.
Chissà, forse lei lo intuì. O forse, leggendo per davvero il mio romanzo, aveva imparato a
conoscermi per davvero.
Le sue dita affondarono di più nella mia carne. Il suo volto si sollevò, portando le labbra contro le
mie e sorridendo.
«Niente! Giusto?» sussurrò, come se avesse letto nella mia mente. «Proprio come nel tuo romanzo.
Quando Alessandra ti mostrò il suo dolore. Quando tu le chiedesti cosa avesse, e lei ti rispose
“niente”.»
Mi baciò dolcemente. La mia mano strinse la sua testa, e le dita s’insinuarono nei suoi capelli.
Poi si scostò di un po’. Sorrise ancora. Una strana luce brillava nei suoi occhi, e forse anche nei
miei.
«E tu non volesti sapere di cosa si trattasse» riprese, accarezzandomi il viso e poi dando piccoli e
delicati baci alle mie labbra. «Non volevi invaderla. Non volevi penetrarla. Non volevi cambiarla.»
«Beh, mi sembra normale!» le risposi, senza smettere di accarezzarla.
Lei adagiò il suo viso contro al mio e sospirò.
«No, non sempre lo è. La gente vuole sempre trovare un modo per salvarti. Non che a loro importi
di te. A loro importa di essere migliori di te, riuscendoti a salvare. E non importa a quale prezzo! Ti
vivisezionano pur d’imprimere in te il loro sigillo. Sono disposti a plasmarti. A dirti cos’è giusto e
cos’è sbagliato. A fotterti la mente con il loro pensiero. A confonderti di più. Distruggerti di più.»
Lasciò cadere il capo sul mio petto, accarezzando delicatamente la mia pancia.
«Un tempo credevo anch’io di essere Dio!» riprese, chiudendo gli occhi, e senza smettere di
accarezzarmi. «Pretendevo che tutti mi dicessero cosa avessero. Davo loro consigli.
Inconsapevolmente per riempire quel vuoto che mi portavo dentro. E infine, facendomi sbranare da
chi cercavo di aiutare. Ritrovandomi peggio di prima. Più confusa di prima. Più fragile di prima.»
Si alzò lentamente. Si mise a sedere, poggiando le mani contro la testa.
Rimase ferma per qualche istante. Mentre io l’accarezzavo. Desideroso di aiutarla. Desideroso di
capirla. Desideroso di entrare nel suo mondo.
Poi tolse le mani dal viso. Si girò verso di me. Abbozzò un amaro sorriso e mi diede una carezza.
«Ho bisogno di un po’ d’acqua» mi disse, alzandosi dal divano. Mettendosi in piedi, nuda davanti
a me. Piccola e fragile come una bambina. Simile a un piccolo gattino indifeso che miagola nella
notte, senza essere ascoltato da nessuno.
La vidi allontanarsi lentamente. In quella lercia stanza, fino a uscirne.
Mi alzai dal divano. Afferrai la birra e le diedi un sorso, restando qualche istante in piedi a
fissare l’uscio della porta innanzi a me. Come stordito. Frastornato dalle sue parole. Ancora
trapassato dalla sua presenza. Dal suo essere. Da quel suo volto che finalmente avevo visto.
Mandai giù ancora altra birra. Poi raccolsi le sigarette dal divano. Ne ficcai una in bocca e
l’accesi, per poi dirigermi finalmente verso la porta d’ingresso del soggiorno.
Raggiunsi Elisa in cucina. La bottiglia d’acqua era sul tavolo, assieme ai piatti sporchi e altra
roba.
Lei era davanti alla porta della finestra. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva
un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse
fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie
mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì
una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
«Marco, ti devo dire una cosa» sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore
colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del
cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a
vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo
di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che
non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua
vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso
con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il
lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da
tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello
che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di
sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e
ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che
mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei.
Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e
accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella
mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera.
Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo
qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti
chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo
speciale! Non è colpa tua, ma mia. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far
star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro.
Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo
per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia
successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo.
Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere
da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le
stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono
minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa.
Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la
bottiglia e poggiandola sul tavolo.
«Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta!» le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
11742718_773776762742583_32833419374778949_n

Sei romanzi non adatti a coloro che amano le favolette o le storie fasulle.

THE WRITER
Tirai fuori le chiavi dalla mia tracolla e aprii la porta. La gatta mi venne contro, miagolando, e io spinsi dentro con i piedi quegli scatoli, per poi chiudere la porta.
La gatta miagolò ancora. Poi si concentrò sugli scatoli. Annusandoli e salendoci persino sopra.
Mi venne da sorridere!
Sì, forse quella fottuta stava facendo il miglior utilizzo dei miei libri. Forse la sola cosa buona che i miei romanzi potessero fare era dare un posto dove dormire alla mia gatta.
Ma persino alla gatta sembrò fottersene!
Scese da quegli scatoloni e corse in cucina. Seguita da me. Pronto a farla felice ancora una notte.
E lo feci!
Le diedi da mangiare e poi presi del vino dal frigo.
Decisi di non andare a vedere mia madre quella notte. Sarebbe stato inutile! Lei di certo dormiva, dopo una giornata di merda e in totale solitudine. E io ero stanco! Non fisicamente, ma mentalmente. Ero stanco dentro! Stanco e confuso.
Andai nella mia camera da letto e mi spogliai lentamente. Mettendo addosso una maglia e il pantalone di una vecchia tutta.
Lasciai perdere l’idea di spararmi una sega. Non ne avevo voglia! Ero brillo e demoralizzato per masturbarmi. E inoltre, innanzi a me non vedevo che la faccia di tutta quella gente. Di quegli sconosciuti in quella sala che mi facevano il terzo grado. E delle mie risposte! Quelle mie risposte false. Il mio sorridere innanzi a loro come se fossi solo uno schiavo. Un patetico coglione come tanti pronto a far tutto per amicarsi delle persone. Pur di avere dei consensi. Pur di vincere la statuetta d’oro alla notte degli Oscar.
Che fine del cazzo, pensai, mettendomi a sedere al computer.
Controllai la mia casella di posta, proprio come ogni notte. Ma non ci stava niente d’interessante!
No, la mia presentazione non aveva suscitato l’interesse di qualche giornale o di qualche regista di Hollywood. Niente di niente! Solo altre congratulazioni su quel dannato social network, e le foto della presentazione condivise dalla mia cara amica Francesca.
“Il nuovo Bukowski!”. Sì, così scrisse ancora. E a molti sembrò rizzarsi il cazzo innanzi a quella stronzata. Altra gente che non avrebbe mai speso quindici euro per quel mio nuovo romanzo, come non li aveva spesi per quello precedente.
Sospirai, e chinai il capo contro la tastiera collegata al portatile. A occhi chiusi. Cercando di non vedere più quei volti attorno a me.
Ma c’erano ancora!
Alzai lo sguardo, sentendo ancora vivida l’umiliazione provata quel pomeriggio. E vedendo le “richieste di amicizia” di tutti quegli sconosciuti.
Accettai tutti! Dal primo all’ultimo. Senza neanche leggere i loro nomi. E altrettanto feci rispondendo alle varie congratulazioni.
Poi decisi di chiudere quel dannato affare e aprii una pagina di word.
La fissai a lungo. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me.  Vividi e penetranti.
<< Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo! >> sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
<< Che cazzo vuoi da me? >> strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
<< Ma non sto scherzando! >> riprese a echeggiare la voce attorno a me << Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo >>
<< Fa silenzio! >> urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto << Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente! >>
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
<< Tu non sai un cazzo di me! >> strillai ancora << Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore! >>
<< Scrittore un paio di palle! >> urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo << Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri! >>
<< Sta zitto! >> urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
Restai lì per qualche secondo. Poi, di scatto uscii da lì e andai in cucina, prendendo una bottiglia di vino dal frigo.
Feci per tornare nella mia stanza, ma incontrai mia madre nel corridoio. Ferma davanti a me. In vestaglia. Simile a uno spettro. Lì ferma a fissarmi con aria triste e al tempo stesso piena di rabbia.
La fissai a mia volta, senza dire niente. Per poi voltarmi e andare nella mia stanza.
Neanche lei disse niente. Non c’era niente da dire! Era abituata a quelle cose. Alle mie urla notturne. A bottiglie infrante contro ai mobili. Alla mia pazzia che l’aveva privata di un bravo figlio normale.
La lasciai tornare nel suo letto. Probabilmente a piangere. Senza riuscire a trovare in me la forza di andare a consolarla.
Restai fermo su quella sedia. Bevendo e fissando il vuoto. Fissando quel foglio bianco. Senza riuscire a scrivere una sola parola.

AFFAMATA D’AMORE
Lei era davanti alla porta del balcone. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale!” oppure altre cazzate come “Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

VICOLI BUI
Che coglione! Se qualcuno dei miei compari di Piazza Garibaldi mi avesse visto, di certo mi avrebbe sputato in faccia. E tutto per cosa? Per Maria! Una ragazza che non vedevo da quindici anni. Una che neanche me l’aveva mai data, e che con ogni probabilità non l’avrebbe mai fatto.
Che cazzo mi stava succedendo? Le botte prese mi avevano rincoglionito? Che stronzo! Avrei dovuto alzarmi da quel letto e fregare quei soldi, per poi sparire veloce come il vento. Eppure me ne stavo lì. A letto come un malato. Senza poter far niente. Senza potermi neanche tirare una sega tanto erano forti quei cazzo di dolori.
Rimasi lì qualche istante prima di sentire la porta di casa aprirsi.
Sentii i suoi passi. Sentii la porta chiudersi.
-Ehi, sei sveglio? Sono a casa.
Io non risposi e lei, lei avanzò nel corridoio, fino a entrare nella camera da letto.
Venne accanto a me, poggiando due buste della spesa ai piedi del letto.
Controllò la flebo.
-Beh, direi che questa ormai è andata- disse chiudendo del tutto il flacone. Poi si mise a sedere sul letto al mio fianco.
–Allora, come ti senti oggi? Hai mangiato?
Io annuii.
-Mi sento di merda!- le risposi. Lei sorrise, strizzando gli occhi come un cartone animato Giapponese.
-È già qualcosa!- fece alzandosi di colpo dal letto, restando lì in piedi davanti a me e sorridendo.
Poi raccolse le buste della spesa. Andò via, in cucina, e tornò subito con dell’altra merda.
Ficcò un’altra siringa nella flebo e girò la rotellina, lasciando scorrere quel liquido fin dentro le mie vene.
-Oggi e domani, e poi forse potremo anche smetterla con gli antidolorifici- disse. Poi annusò l’aria, quasi come se fosse un cane.
–Ma tu hai fumato?- mi chiese.
Io scossi le spalle. O almeno, lo feci alla meglio che potevo.
Lei continuò a guardarmi con quei suoi grossi e profondi occhi verdi. E non avevano rabbia in essi, né una saccente voglia di rimproverarmi. Aveva solo dolcezza! Una dolcezza così grande da spiazzarmi. Da disarmarmi.
-Di certo non ti fa bene! Ma non credo che ci sia bisogno che te lo dica io, né tanto meno potrei far niente per impedirti di farlo. Dico bene?
Io non risposi. Lei sorrise ancora, e tornò a sedersi accanto a me.
-Senti, ci sta una cosa che devo dirti.
-Uhm, cosa?
-Il telegiornale! Hanno diramato le tue foto.
-Cristo!
-Già. Uno dei poliziotti, forse quello di cui mi ha parlato, ha detto alla tele che tutti i corpi di pubblica sicurezza ti stanno cercando. Che faranno di tutto per assicurarti alla giustizia. E che sei sospettato di molti altri crimini- disse. Poi abbassò la testa e sorrise.
–Giustizia!- riprese a dire alzando lo sguardo verso di me –E pensare che un tempo credevo in questa parola.
-Mi spiace! Mi spiace davvero, Maria- esclamai sapendo di mentire. Sapendo di non provare niente, se non un po’ di confusione.
-Lascia stare- fece lei, restando in silenzio per qualche istante. Poi alzò la testa al cielo come rapita da una visione.
–In fondo sono sempre stata una sognatrice, giusto?- riprese a dire abbassando nuovamente lo sguardo verso di me –Come quella volta di tantissima anni fa, ricordi? Io avevo dodici anni, tu sedici. Stavo nel cortile. O meglio… In quello spiazzale di cemento che tutti ci ostinavamo a chiamare “cortile”. Stavo giocando con delle bottiglie fingendo che fossero bambole. Quella di Coca Cola era la regina, e le piccole bottigliette di gassosa erano i sudditi. E tutti i sudditi erano felici di stare con la loro regina, perché lei non li trattava come inferiori, ma come suoi pari. E fu allora che un gruppo di ragazzini mi accerchiò, scaraventando le bottiglie per terra, dicendomi che non ero altro che una mocciosa piagnucolona e stupida. Che i poveri erano poveri, e i ricchi erano ricchi, e che a nessuno fotteva niente né di me né di loro.
Poi fece un attimo di silenzio abbassando lo sguardo, mentre io continuavo a fissarla tornando a quel passato che non volevo rivedere. Tornando a quella vita che volevo solo dimenticare.
Lei rialzò lo sguardo verso di me, sorridendo.
-Tu venisti dal nulla. Prendesti il primo per il collo della camicia e lo gettasti per terra. “Figlio di puttana!” ti urlarono contro gli altri. Ma tu li prendesti a pugni. Uno a uno, gettandoli a terra come fossero bersagli di carta. Poi quando andarono via, tu ti pulisti il sangue che ti colava dal naso e ti avvicinasti a me. Raccogliesti le bottiglie da terra. La regina era salva! E anche tre o quattro sudditi. Me li piazzasti davanti! “Non esistono ricchi che fanno patti con i poveri” mi dicesti, “Ma se a te va di crederlo, beh, fallo! E difendi con i pugni ciò in cui credi. Non lasciare che siano gli altri a dirti cos’è giusto e cosa è sbagliato.”
Lei sorrise e mi strinse la mano.
-Beh, io lo sto facendo!- riprese a dire, quasi piangendo –Sto lottando per ciò in cui credo! E non permetterò ad altri di dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.

 

Senzanome

Tratto dal racconto “Il Re”, presente nell’antologia Zero, ancora in fase di costruzione. Raccolta da me ideata, e scritta assieme ad altri tredici autori.

Ma intanto ero lì, purtroppo. Nel centro di quel vortice. Ascoltando le loro stronzate. Rispondendo controvoglia alle loro merdose domande mentre a grandi sorsi bevevo birra come se volessi annegare il mio cuore. Finendo subito la prima, poi la seconda, finendo una terza offerta da uno di quegli stronzi, e attaccando ancora un’altra passata da un altro coglione.
Cristo, tutto era così confuso. Tutto roteava attorno a me velocemente. Ero gettato in una lavatrice a gettoni. Ero solo uno straccio che girava velocemente in un vortice di acqua fetida. E le loro facce erano ovunque. Le loro labbra mollicce erano ovunque. I loro occhi gelidi erano ovunque. Le loro parole insulse erano ovunque. E le loro voci ronzavano attorno a me come uno sciame di mosche.

<< Signor Gargiulo, ma come le vengono certe storie? >>
<< Marco! Posso chiamarti Marco, vero? Ma come mai nelle tue storie parli sempre di sesso? >>
<< Marco, hai mai avuto una visione? >>
<< Mi dica, signor Gargiulo, lei è sicuro di essere etero? >>
<< Signor Gargiulo, ha mai pensato di scrivere una storia d’amore a lieto fine? >>
<< Marco, non credi che bevendo ogni giorno ti perdi il meglio della vita? >>
<< Senti, Marco, tu sei il più cazzuto figlio di puttana che sia mai esistito al mondo! >>

Cristo, non ne potevo più!
Quella massa di sconosciuti pretendeva di conoscere la mia vita. Voleva pesarla, analizzarla, imballarmi e mettermi addosso una bella etichetta.
Ero una cavia da laboratorio, né più né meno. Ero un oggetto in una vetrina, un dvd su di uno scaffale, un vestito su di un manichino.
Non ero niente! Non esistevo neanche per quelli. Eppure tutti mi volevano! Tutti volevano me. O forse tutti cercavano un modo per vivisezionarmi, così da potermi crocifiggere meglio quando sarebbe venuto il momento del mio declino.
E stava davvero arrivando quel momento?

12367013_10208142702676269_1211176949_n

Tre romanzi che vi sbraneranno. Storie realistiche. Storie dove regna l’amore, la sofferenza, forse lo squallore. Forse l’umana sensibilità.

The writer, la storia di uno scrittore emergente. I Suoi sogni. Le sue illusioni.
Affamata d’amore, la vera storia di un amore. Di due anime smarrite, in lotta con le proprie paure.
Viola come un livido. Una storia veramete accaduta. L’amore di due folli. Di due emarginati. Di due anime in fuga dal mondo.

Tre romanzo pubblicati dala Damster edizioni. Disponibili in formato digitale presso tutti gli store online, e il trezo, anche in formato cartaceo presso le migliori librerie.

Ecco un estratto per ogni romanzo.

La pancia e il petto facevano sempre più male. Mi sentivo agitato. La testa mi girava. E tutto attorno a me era come immerso in un secchio d’acqua.
Abbassai il boccale dimezzato e ci guardai dentro.
Mia madre, i miei amori, i miei sogni. Tutto stava annegando lì dentro! La mia vita stava annegando, e nessuno mi avrebbe tratto in salvo.
Diedi ancora un paio di sorsi e svuotai il boccale, sorridendo al nulla con fare cinico.
Ordinai subito un’altra birra. E il tipo me la portò. Senza chiedermi niente. Senza interessarsi di come mi sentissi.
No, per lui potevo anche morire. Io non ero nessuno! Non ero uno scrittore famoso. Non ero un cazzo di niente! Io neanche esistevo.
Se fossi morto in quell’istante, nessuno avrebbe pianto la mia morte. Non avrebbero scritto milioni di post melensi su facebook, né i giornali avrebbero mai parlato di me.
Nessuno l’avrebbe mai saputo! Sarei sparito nel nulla, come uno mai nato, qualcuno di mai esistito.
La cosa mi fece sorridere ancora!
Già, la realtà era così schifosa da non poter far altro che bere e sorridere per esorcizzarla. Per cercare di lenirne il peso. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Minuto dopo minuto.
Ma in me sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Che la realtà era lì, e non si sarebbe mai fermata, per quanto io ci provassi. Per quanto provassi a fuggire da essa.
Ecco, domani sarei tornato in quel cazzo di call center, e forse ci sarei rimasto a vita, o magari sarei finito per strada.
I miei libri non sarebbero mai stati ristampati. Nessuno mi avrebbe mai riconosciuto per strada. Avrei vissuto una vita anonima, vuota, senza nessuno scopo.
Uno dei tanti! Un niente come tanti.
O magari sarei morto. Magari quella stessa sera, o tra un giorno, una settimana, un anno. Stroncato da una malattia! Magari allettato per giorni o settimane prima di crepare. Ridotto come un vegetale! Capace solo di percepire dolore e fissare la mia vita gettata nel cesso.
Già, << Che fine del cazzo! >> sussurrai tra me e me.
Il tipo al mio fianco mi guardò. Il barista anche. Il vecchio dietro la cassa fissò il giornale, e la voce di una donna irruppe dal televisore.
<< Domani sera alle 20 e 30 su Canale 5, non perdetevi 50 sfumature di grigio. Film tratto dal bestseller di Erika Leonard James >>
Mi voltai di scatto verso lo schermo, fissando le immagini di un fighetto miliardario che si spacciava per master agli occhi di una troietta sfigata ma dall’aria da porca.
Mi venne da ridere. Scoppiai a ridere, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi sconvolti di tutti! Compresi quelli del vecchio dietro la cassa che alzò lo sguardo verso di me.
Distolsi lo sguardo dalla televisione e fissai quel vecchio, con la voglia di alzarmi da lì e spaccargli il boccale in testa.
Ma non lo feci!
No, finii la mia birra e uscii da quel posto, cominciando a camminare da solo per strada.
Attaccai subito la bottiglia di vino. Sorso dopo sorso. Fottendomene della fame e di quelle tremende fitte per tutto il corpo.
La testa continuava a girare. Un fortissimo sibilo trapassava il mio cervello. Le gambe erano molli. E un senso d’ansia mi stava soffocando, al punto da farmi sentire avvolto da un drappo funebre. Come se quella città mi stesse inghiottendo. Come se tutto si stesse accartocciando attorno a me.
<<  Cristo, come cazzo sei ridotto! >> udii in me e attorno a me.
Io avanzai il passo. Sudando. Sentendo il cuore battere forte e la testa scoppiarmi.
Ma lei non svanì! No, per quanto andassi veloce, quella voce rimbombava in me assieme al battito del mio cuore.
<< Fottitene di tutti quei coglioni! >> esclamò, con tono forte, seguendo il battito del mio cuore << Quelli non sanno un cazzo di te. Dunque fottitene, amico. Fottitene! >>
Cominciai a correre. A correre in quell’inferno. Vedendo il mondo scorrere attorno a me. Sentendo il mio cuore esplodere. Udendo quella voce che mi avvolgeva, stritolandomi.
<< Fai vedere a quelle merde quanto vali! Basta cazzate, ora! >> rimbombò quella voce, mentre correvo come un pazzo per quella città << Stroncali tutti! Smettila con quelle tue storie di merda tristi e psicologiche e dai alla gente quello che vuole. Una grande storia d’amore! Una storia con personaggi affascinanti, eroici, e scopate selvagge ma prive di termini come sborra o cazzo nella fica. Dai alla gente eroi in cui credere. Personaggi da amare. Vite da voler vivere! >>
Mi tappai la testa con le mani. Senza smettere di correre, pur sentendo il cuore esplodere e il fiato venir meno.
Arrivai a casa. Debole, esausto, sentendomi di svenire.
Riuscii comunque ad entrare nel mio palazzo. Continuando a bere, e avanzando a passo lento. Non sentendo più le braccia né le gambe.
Entrai nell’ascensore. Mi appoggiai alla parete, ansimando e non sentendo altro che il cuore nel mio petto battere come un tamburo.
Allungai la mano tremolante verso dei tasti, pigiandone uno.
Quel coso prese a salire. Io mi accasciai a terra. Mantenendomi il petto con la mano in cui stringevo ancora la bottiglia.
Udii una risata echeggiare lì dentro. Una risata avvolgere tutto. Insinuandosi nella mia testa come un tremendo fischio.
Cominciai a piangere, vedendo davanti a me un’ombra. Del fumo nero che formava una sagoma.
<< Vuoi forse vivere così, figlio di puttana? È questo che vuoi? O vuoi vivere da star? >>
Chiusi gli occhi, cominciando a pianger e ad urlare. Tenendomi la testa con le mani mentre quella dannata risata continuava a rimbombare nell’ascensore.
<< Fai come ti ho detto se vuoi vivere, fesso! >> udii ancora. E poi più nulla! Solo un forte sibilo nella testa, e quell’affare che si fermò sotto di me.
Mi alzai lentamente. Barcollando e uscendo da lì, mantenendo in mano la mia bottiglia.
Non riuscivo a pensare a niente. No, tutto era svanito. Io ero svanito. Il mondo era svanito.
Non c’era altro che silenzio! Silenzio, e il battito del mio cuore. Il battito del mio cuore e quel dannato sibilo nella testa.
Riuscii ad arrivare alla mia porta. A passo lento. E pur senza più sentire le braccia, riuscii ad aprire la porta.
Entrai dentro e la chiusi. La gatta mi venne contro, miagolando in modo strano.
Io guardai il buio. Confuso, stordito, sentendo il petto scoppiare. Sentendomi soffocare.
Mi fermai di colpo! La terra sotto a me cominciò a muoversi, e mi sembrò di vedere ogni cosa dondolare attorno a me.
Poi qualcuno mi strinse la gola.
Gli occhi sembrarono schizzarmi fuori dalle orbite. Un sibilo atroce invase il mio cervello, e una tremenda pugnalata mi trafisse il petto.
Ed ecco un senso di oppressione al torace. Conati di vomito assurdi. Sudore freddo. Fitte al braccio sinistro. Ancora fitte al petto e senso d’impotenza. La realtà attorno a me che mi si accalcava contro al mio corpo avvolgendomi come flutti d’acqua. Soffocandomi. Annegandomi

AFFAMATA D’AMORE
Lei era davanti alla porta del balcone. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale!” oppure altre cazzate come “Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

 

Senzanome
?????????????????

Ecco un estratto di The writer e Affamata d’amore, due romanzi di Marco Peluso, editi dalla Damster edizioni e disponibili in formato digitale presso i maggiori store online. Il primo, la vera storia di uno scrittore fallito. Il secondo, una storia realmente accaduta.

Presi un’altra birra. Mandai giù un altro po’ di prosciutto cotto e tornai nella mia stanza, seguito dalla mia gatta.Mi misi al pc, e non per scrivere. No. Quanto per continuare le mie pubbliche relazioni. Per mettere qualche estratto del mio romanzo. Qualche foto della copertina. Qualche post atto a incrementare le vendite inesistenti.

E chi rispose? I soliti!

Gente che non aveva mai letto niente di mio. Scrittori che non avevano mai letto niente di mio. Sconosciuti che non avevano mai letto niente di mio.

I soli a non congratularsi furono i miei pochi amici. Loro che non avevano mai letto i miei libri. E che sapevano bene quanto mi facessero schifo tutti quei fasulli convenevoli.
Eppure ero proprio nel mezzo di quella farsa!
Sì, ero l’amico di tutti. Dispensavo “grazie” a palate. Ridevo con tutti. Parlavo con tutti. Invitavo tutti a comprare il mio libro per poi darmi un’opinione.
<< Che uomo senza palle! >> sentii rimbombare attorno a me.
Io mi alzai di scatto, guardandomi attorno con aria spaventata.
Una risata avvolse tutto. Mi penetrò. Mi lacerò. Mentre con aria sconvolta continuavo a fissare quella stanza simile a un campo Rom.
<< Quegli stronzi non compreranno mai una sola copia del tuo libro. Lo sai, vero? >> riprese quella voce.
<< Chiudi quella cazzo di bocca! >> urlai, dando un calcio alle mie scarpe lì sul pavimento.
La mia gatta scappò via. Quella voce prese a ridere ancora.
<< Lo scrittore dannato! >> esclamò ridendosela.
Io caddi in ginocchio. Con il volto rivolto al pavimento. Ansimando e mantenendomi la testa.
<< Ma guardati! >> udii ancora << Uno stronzetto che fa tanto l’emarginato, e poi sta a chattare su di un cazzo di social network. Gli scrittori che piacciono a te non hanno mai fatto simili merdate da checca! >>
<< Che cazzo ne sai tu? >> urlai, alzando la testa verso il vuoto.
Quella voce scoppiò nuovamente a ridere, rimbombando per tutta la stanza.
Poi smise di colpo. Svanendo. Lasciandomi la da solo, in ginocchio, stravolto da mille pensieri indefiniti. Mille pensieri che si muovevano nel mio cervello come fossero locuste impazzite.
Mi alzai lentamente. Respirando a fatica e fissando il nulla. Bevendo lentamente la mia birra.
Poi un altro tuono!
<< La tua merda non piacerà mai a nessuno! >> udii ancora.
Digrignai i denti e strinsi i pugni, brandendo la bottiglia nella mia destra.
<< Basta! >> strillai, scaraventando la bottiglia contro a un muro.
I vetri volarono in ogni dove. Spargendosi tra la sporcizia nella mia camera.
Io rimasi lì fermo a fissarli. Sembravano lacrime pietrificate! Il mio pianto ghiacciato da un gelido dolore.
Le fissai ancora un po’.
Cristo santo! Avevo voglia di spaccare tutto. Voglia di gettare bombe atomiche contro al mondo intero. Voglia di spezzare il collo a ogni bambino Africano. Di spellare vive tutte le foche. Di dare fuoco ai negozi di piccoli imprenditori. Stuprare le figlie sedicenni di chi si fosse rifiutato di apprezzare i miei scritti.
Ero una bestia! Ero il male puro. Ero rabbia in carne e ossa.
Sentivo le vene pulsare nel mio corpo. La pressione sanguigna irrompere nelle mie arterie fin quasi a spaccarle. La mia testa palpitare come un tamburo. I miei denti digrignarsi tra di essi così forte come se si stessero spaccando.
Diedi un pugno contro al muro. Violentemente. Sentendo il braccio vibrare per il forte colpo.
Restai fermo per qualche secondo. Fissando il muro davanti a me e poi, lentamente, allontanando il braccio.
Non era cambiato niente! Il mondo era ancora intatto. La realtà vivida e presente.
La mia rabbia non era servita a niente!
Così cercai di calmarmi, consapevole di essere fottuto. Che quella pubblicazione mi aveva dato un’ulteriore conferma di essere Mr nessuno.
Andai in cucina e preparai da mangiare, bevendo intanto un’altra birra. Poi verso le sette di sera, affamato come non mai, mi misi al pc mangiando la mia pasta e rispondendo a tutti i miei fasulli fan e ai miei nuovi amici scrittori.
Feci tutto meccanicamente. Mangiare, rispondere, scrivere, sorridere: tutto meccanicamente! Come se non fossi io a farlo. Come se al posto mio ci fosse un robot programmato per farlo.
E passai così quasi tutta la serata. Bevendo, fumando. Senza scrivere nessuna nuova storia! Perso nel nulla. Cercando solo un modo per far decollare quel mio romanzo. Un modo per tirarmi fuori da quella schifosa esistenza. Per avere finalmente quella gloria e quel successo che tutti in un modo o in un altro desiderano.
Sì, anche io! Io, il disadattato. Quello a cui non fotteva un cazzo di apparire, piacere, essere voluto bene.
Improvvisamente, dopo ore e ore, il mio telefono prese a squillare nuovamente.
Io guardai l’orologio sul mio pc. Erano appena le undici e mezza di sera. Appena pomeriggio per me.
Strano, si era liberata prima del solito, pensai, agguantando quel telefono e rispondendo.
E infatti era lei!
<< Amore, come stai? >> mi chiese con fare preoccupato.
Io scossi le spalle.
<< Bene, perché? >>
Lei sospirò.
<< Non devi dirmi niente? >> mi chiese ancora.
Mandai giù altra birra e poi accesi subito una cicca, con aria seccata.
<< Senti, Anto, non ho scopato con nessun’altra, se è questo che vuoi sapere >> le risposi.
Lei rimase un attimo zitta. Forse pensando. Forse desiderosa di spaccarmi il culo.
<< Ti prego, non litighiamo >> sussurrò.
Io fissai il vuoto, come se stessi vedendo lei. Intento solo a bere e fumare.
Era chiaro. Sì, sin troppo chiaro. La troia si era fatta sbattere da un altro che non era il suo fidanzato.
Beh, un tempo avrei dato di matto. Avrei spaccato serrande e mobili. Mi sarei ubriacato fino a farmi esplodere il fegato.
Ma orami non me ne fotteva più un cazzo! Né di lei, né di me, né di altro al mondo.
<< Okay, Anto. Non litighiamo! >> le dissi.
Lei sorrise. Felice come non mai. Contenta di avere ancora il suo fidanzatino non ufficiale, il suo fidanzatino ufficiale, e qualche amante.
<< Hai l’aria triste >> mi chiese << Non sei felice di aver vinto? >>
Scossi le spalle nuovamente, mandando giù altra birra.
<< Stai bevendo? >> riprese.
<< Sì! >> le risposi, con tono freddo.
Dall’altra parte del telefono sentii un grosso respiro, accompagnato da un interminabile silenzio.
Ma per fortuna non mi cagò il cazzo sul fatto di bere o non bere. Né sulla famiglia che desiderava avere con me, e non con il suo fidanzato ufficiale.
No, aveva già avuto il cazzo! Di certo un altro se l’era sbattuta al posto mio e del suo fidanzato. Dunque, dentro di lei sapeva di non essere nella posizione per cagarmi il cazzo.
Beh, forse avrei dovuto ringraziare quello stronzo. Chiunque egli fosse. Mi aveva tolto davanti una bella rottura di palle. La mia quotidiana rottura di palle!
<< Sai, oggi ho visto delle tutine che starebbero davvero bene a nostro figlio >> riprese << Ero in giro con mamma. E quando le ho viste, beh, avrei voluto tanto star lì con te e comprarle >>
<< Ah, davvero, inutile contenitore di sperma? E dimmi, le hai viste prima o dopo esserti fatta sbattere dal tuo fidanzatino o da qualche straccia culo incontrato per caso? Già, se desideri tanto un figlio, perché non ti fai ingravidare da quel coglione del tuo uomo invece di sparare queste boiate contro di me? Tanto si è capito che non lo lascerai mai a quello stronzo! E che ti farai sbattere da me finché non lo sposerai >>
Ecco cosa avrei voluto dirle! Ma mi limitai a dirle “Sì, sarebbe piaciuto anche a me”.
E lei sorrise ancora. Mi parlò ancora di quella merdosa tutina e di nostro figlio che ora aveva preso il nome di Mattia.
<< Sai, sono sicura che un giorno riuscirai per davvero a sfondare con i tuoi libri. In fondo hai pubblicato anche un romanzo in formato cartaceo! >>
<< Sì, Anto, sono sicuro che ti renderò fiera di me >> le risposi. Capendo che per dire tali stronzate si era davvero fatta sbattere da un altro. E sapendo che non sarei mai diventato famoso. Che avrei continuato ad essere mister sconosciuto. Un niente! Un coglione anonimo che avrebbe venduto sì e no cinquecento copie l’anno. Uno che avrebbe continuato a succhiare cazzi in un call center, senza mai essere un vero scrittore.
Ma continuai la farsa!
Ero stanco per litigare. Stanco per dire ogni cosa. Stanco persino di piangere.
Restai immobile ad ascoltarla. Acconsentendo a ogni cosa. Sorridendo persino! E infine, dopo un paio di ore, quando lei fu stanca, ci mettemmo a letto assieme: come sempre! Lei accanto a me, sul cuscino, nel mio telefono. E come sempre attesi che si addormentasse. Poi afferrai quel telefono. Tolsi il volume del microfono e misi gli auricolari. Portandola con me verso il pc. Sentendo da quel telefono il suo respiro mentre dormiva. Standomene seduto a fissare il monitor, fumando e bevendo.
Le congratulazioni erano aumentate nuovamente! Tutti si congratulavano per me. Nessuno aveva mai letto un cazzo di mio, eppure tutti erano felici per me. Tutti dicevano che ero un artista! Il migliore. Un grande genio.

Strinsi la bottiglia e la spaccai contro al muro. Le lacrime ghiacciate si aggiunsero a quelle sul pavimento. E io afferrai subito un’altra birra. Dandole un sorso. Capendo sempre di più di non essere uno scrittore, ma solo un coglione senza futuro. Un patetico disadattato che non avrebbe mai combinato niente nella vita. Se non passare la notte sentendo il respiro della propria amante nelle orecchie, proveniente da un telefono cellulare. Leggendo inutili quanto fasulle congratulazioni di sconosciuti. Ora, senza neanche più riuscire a scrivere. Vuoto. Congelato. Spento come un cane a lungo bastonato.

Le diedi ancora una carezza. Qualche bacio.
Il tempo si era fermato!
Poi ci fu una spinta. E ancora un sorriso.
<< Ti avevo detto di starmi lontano >> disse lei, ridacchiando e dandomi calci e spinte.
Io cercai di fermarla. Sorridendo come un bambino. Sorridendo come un coglione.
Ma era tutto bellissimo!
Bellissima la sua innocenza. Quel suo sguardo. Quel suo sorriso.
Già, lei era la troia del paese. Quella che era fuggita di casa per farsi sbattere da ogni povero stronzo. E io ero l’alcolizzato. Quello visto con disgusto da ogni brava persona nella città dove abitavo.
Davvero una bella coppia!
Eppure, era come una magia. Come quella che si vedono nelle favole. Benché nessuno di noi credeva da tempo nelle favole.
No, che si fottesse la Disney e tutte le sue patetiche cazzate. Quella non era una favola. Era la realtà. E noi sapevamo che da un momento a un altro saremmo potuti precipitare da quel grattacielo di gioia, sfracellandoci su di un cumulo di cadaveri. Sulla cruda e bastarda realtà.
Sì, era già successo per entrambi, e ne portavamo ancora le cicatrici sul petto. Eppure restammo lì fermi. Come due incoscienti. Persi in quella nostra illusione. O magari in un sogno.
Lei affondò di più le dita contro al mio petto, poggiandoci sopra il capo, mentre io continuai ad accarezzarla.
<< Dio, me l’hai rotta! Sei davvero una furia >> disse, sorridendo.
Io la strinsi più forte, baciandole la fronte.
<< Dai, non sarà mica così grave. In fondo non è stata mica la tua prima volta >>
Ma fu una pessima mossa!
Lei rimase in silenzio. Muovendo le sue piccole dita sul mio petto e respirando contro al mio collo.
Ecco, la favola era finita, e quello era il momento della verità. Il momento del dolore. Di ciò che non veniva mai narrato nelle favole.
Sentii le sue dita trapassare la mia carne. Il mio petto. Il mio cuore.
<< Hai mai sognato di non essere te? >> mi disse con un filo di voce, continuando a stringermi il petto.
Io l’accarezzai ancora. Senza risponderle. Percependo in me il suo dolore.
<< A volte mi son vista come una fata o una principessa >> riprese << Sai, di quelle delle favole! Del tipo, vagavo per i boschi della mia città. Mi stendevo per terra. Fissavo il cielo. Le nuvole si muovevano prendendo tante forme, e attorno a me mi sembrava di vedere tante farfalle volare >>
Per un attimo restò in silenzio. Stretta a me. Come se stesse vedendo chissà cosa.
Percepii le sue dita conficcarsi nella mia carne, e il mio stanco cuore battere contro la sua mano.
<< Neanche me la ricordo la mia prima volta! >> aggiunse << Era una festa. Una festa data da qualche stronzo del mio paese. Io a quel tempo bevevo e fumavo molto. Tutto, pur di evadere da quella mia famiglia borghese. E lui, quel tipo, mi piaceva molto. Sì, gli facevo il filo, ma lui era il tipico stronzo tutto sport e che non cagava nessuna, se non per scoparsela >>
Alzò lo sguardo verso il mio viso. Mi sorrise con fare amaro. Poi mi diede una carezza, e chinò nuovamente il capo sul mio petto.
<< Io ero ubriaca >> riprese << Lui mi portò in una stanza. E poi… Beh, poi… Poi fece quello che voleva fare! >>
Ci fu ancora un attimo di silenzio. Io rimasi zitto. Accarezzandola. Desiderando con tutto me stesso d’incontrare quel bamboccio per fargli sputare i denti da bocca.
Ma a che sarebbe servito?
Lei aveva mangiato tanta merda. Io avevo mangiato tanta merda. Il mondo era in debito con noi, ma nessuno ci avrebbe mai ripagato.
Le diedi ancora una carezza. Lei mi sorrise ancora. Con fare cinico. Stringendomi. Cercando di seppellire nella mia pelle il suo dolore.
<< Figurati che lo seppi dalla mia migliore amica >> disse ancora << Ci pensi? Sapere dalla tua migliore amica di essere stata sverginata. E prima che io lo sapessi, tutto il paese lo sapeva. Io ero una puttana! E neanche ricordavo niente. Non una minima cosa, per fortuna >>
La strinsi ancora. Sentii sulla mia pelle le sue lacrime, benché lei continuò solo a sorridere. A sorridere in maniera amara.
Poi alzò lo sguardo verso di me. Mi accarezzò ancora e sorrise nuovamente, come se stesse vedendo il sole.
Sentii le sue dita contro al mio viso. I suoi polpastrelli sulle mie guance.
Era qualcosa di tenero. Di mai provato prima. Come un sogno che mi stava travolgendo.
Le mie delusioni di quand’ero bambino. Il mio essere deriso quando portavo lo zainetto da discount mentre tutti nella mia classe avevano lo zainetto della Standa. Mia madre sempre a dirmi che non valevo niente. Mio padre che non ricordava il mio nome. Quella sua famiglia che neanche la vedeva, mentre lei vagava nel nulla, lasciandosi sbranare da lupi. Invisibile. Come un qualcosa d’inventato.
Eppure, in quel silenzio, mentre la luce del sole ci travolgeva entrando dalla finestra, io non riuscii a dirle niente. A fare niente. Niente! Se non stringerla a me. Per permetterle di dimenticare. Per dimenticare!
Fu così strano! Stare lì stesi. Abbracciati. L’uno conoscendo il dolore dell’altro.
Poi sentii ancora le sue dita nella mia carne. Un sorriso! Un balzo. Un calcio nel mio fianco.
Rimanemmo lì fermi. Stringendoci e scherzando. Finché lei si alzò. Si guardò a torno, e poi tornò a fissare me.
Ridendo, corse nuda fino alla mia camera da letto.
Io la seguii, e quando entrai lì dentro, la trovai davanti alla mia scrivania. Sfogliando i miei libri.
Li toccò a uno a uno, come se toccandoli potesse leggerli. Poi, la sua attenzione si fermò su uno di essi.
Soffocare, era il suo titolo. E lei lo estrasse da quella massa di libri, sfogliandolo, e poi mostrandomelo.
<< Questo è quello di cui parli nel tuo libro? Il libro che ti regalo Alessandra? >>
Io annuii, avvicinandomi a lei e stringendola.
<< Fico! >> esclamò, stando tra le mie braccia e continuando a sfogliare le pagine di quel libro << Se ci pensi ho tra le mani lo stesso libro di cui hai parlato nel tuo romanzo. E non una copia qualsiasi. No, proprio lui. L’originale! >>
Poi, silenziosa, continuò a sfogliare quelle pagine. Fissandole con attenzione, mentre io tenendola stretta contemplavo la sua bellezza. Quel suo essere come al di fuori del mondo. Capace di cogliere piccole ma meravigliose cose proprio come quella. Come quel piccolo particolare a cui forse io non avrei mai pensato.
Dopo meno di un minuto lasciò perdere quel libro, rimettendolo al proprio posto e tirandone fuori altri due. Li guardò attentamente, e poi girò il capo verso me, mostrandomeli.
<< Ma questi sono sempre tuoi? >>
<< Non proprio! Ci sta un mio racconto in ognuno di essi >>
<< Oh, mica male! Un romanzo su carta, altri sei in digitale, e poi due racconti in due diversi libri. Non è mica da tutti! >>
<< Bah, non ci pago mica l’affitto con quel che scrivo >>
Lei si divincolò dalle mie braccia, facendo una smorfia e dandomi uno dei suoi piccoli calci.
<< Il solito pessimista del cazzo! >> disse, ridacchiando << Ora, dai, fai il bravo e fammi leggere i tuoi racconti >> aggiunse, stendendosi sulla coperta lasciata sul pavimento.
Si stese a pancia all’aria, incrociando le gambe come se stesse seduta, e tenendo ritto contro la sua faccia uno di quei libri, mentre l’altro lo lasciò al suo fianco.
Io mi misi a sedere sul letto. Accendendo una paglia e fissandola. Guardando quella sua stranissima bellezza. Il suo non imbarazzarsi a starsene nuda a leggere davanti ai miei occhi. Come se fosse normalissimo stare lì. Come se ci fossimo da sempre lì.
Dio, quell’immagine rimase impressa nella mia mente. Le sue forme, il suo sguardo attento, il suo essere così attenta a quanto da me scritto.
Poi, una volta finito, gettò quel libro a terra e afferrò l’altro, cercando il mio racconto.
<< Certo che scrivi proprio bene! >> disse, sfogliando quelle pagine in cerca dell’altro mio racconto.
<< Lo so, piccolina >>
<< Presuntuosa del cazzo! >> esclamò sorridendo, e iniziando poi a leggere quell’altro racconto, mentre io rimasi seduto davanti a lei, fissandola, perso in quella sua bellezza.
Una volta finito di leggere, lasciò cadere quel libro sulla coperta, rimanendo stesa lì sopra. Nuda tra quei libri. Sospirando mentre fissava il soffitto.
<< Dio, mi piace troppo come scrivi! >> sospirò, come se stesse sognando. Come se stesse vedendo innanzi ai suoi occhi i personaggi delle mie storie. E forse anche me e Alessandra. O magari me e Violasan.
Poi, ecco che si alzò di scatto, mettendosi in piedi davanti a me.
<< Ma che ore sono? >> mi chiese.
Io non le risposi. Era mezzogiorno passato. Ma ormai il tempo non aveva più senso. Niente aveva più senso! Ci stavamo solo noi. Da soli. Nudi. Nel niente. Persi al di là delle nostre illusioni.
Restammo ancora un po’ lì, abbracciati e coccolandoci. A volte prendendoci a calci o sfottendoci.
Fu lei a prendere l’iniziativa!
<< Dai, mollusco, pranziamo assieme che dopo voglio andare un po’ in giro. O hai da fare? >> disse, tirandosi su. Piazzandosi in ginocchio sul letto e fissandomi con occhi ora pieni di vita.
Io restai a guardarla per qualche secondo. Dio, era bellissima! E mi stava entrando sempre più dentro. Proprio come una droga.
Chissà, forse nel tempo mi avrebbe avvelenato il sangue, facendomi crepare tra atroci sofferenze. Oppure quello strano e improvviso sogno sarebbe finito da un giorno a un altro. Magari domani, o forse dopodomani. Ma intanto, lei voleva stare con me. E stranamente anch’io volevo stare con lei.
Già, andare in giro! Era una vita che non andavo in giro con una donna. Intendo, in un orario in cui ci fosse ancora il sole.
Sì, le donne amano sempre uscire alla luce del sole. Amano fare lunghe passeggiate, magari parlando di stronzate come il loro lavoro, i loro hobby, i loro sogni. E io odiavo quelle cazzate! Soprattutto, odiavo vedere il genere umano alla luce del sole.
Eppure, sapevo che l’avrei fatto. Sapevo che sarei uscito con lei, magari andando in giro come due turisti. Forse mangiando addirittura un gelato o bevendo uno schifoso aperitivo.
Cristo santo, ma che cazzo mi stava succedendo? Avevo forse perso le palle?
No, non potevo ridurmi così solo per una sconosciuta. Non poteva davvero interessarmi a tal punto una che conoscevo da solo un giorno.
Era un fatto di pelle, né più né meno. Succede spesso quando c’è una forte intesa sessuale. Credi addirittura di amare una persona. Ne senti il bisogno. Credi di non poter fare a meno di lei, quando invece, non puoi far a meno solo della sua pelle. Di quella carne di cui sei innamorato. Di quella carne che crea in te una dipendenza mille volte superiore a quella dell’eroina.
Sì, di certo era questo che mi legava a lei. Doveva essere questo! Non poteva essere altro. Eppure, mentre lei mi tirava per un braccio e mi mollava pizzicotti, cercando di convincermi ad alzarmi dal letto, mi sentivo come mai prima. Sentivo un forte calore inondare il mio corpo. E il senso di soffocamento che provavo perennemente era come svanito di colpo.
Stavo bene! Ecco il termine giusto. Quel termine a cui non pensavo da anni, essendo un qualcosa di così lontano dalla mia vita.
Già, il suo sorriso, i suoi occhi, le sue battute ironiche e pungenti sul mio conto, il suo essere un vulcano in eruzione.
Mi stava travolgendo. Mi aveva travolto!
No, no, no. Forse ero ancora in tempo! Ancora in tempo per fuggire da lei. Per fuggire da quello che presto o tardi sarebbe stato solo un ennesimo colpo al cuore di un povero e ingenuo fallito.
Succede sempre. Deve succedere prima o poi.
Subentra la noia. Lei non ti guarda più con occhi pieni di luce. Parla sempre meno con te. E poi, ecco che arriva quella dannata telefonata. “Dobbiamo parlare!”.
Una frase udita mille volte. Il sinonimo di un tradimento. Di una nuova umiliazione. Di un nuovo fallimento. Di una nuova morte.
La droga che ti dava piacere diventa veleno. I capillari si spezzano. Le vene esplodono. E tu rimani a terra, in una pozza di sangue. Solo un pezzo di carne maciullata.
Sì, succede sempre! A me era successo mille volte. E forse, se non fossi scappato, sarebbe successo ancora una volta.
Ma nonostante ciò, ero ancora lì. Lottando assieme a lei. Sorridendo. Stringendola. Baciandola.
E se la catena si fosse infranta? Se stavolta fosse andata bene?
Cazzo, mi passarono in testa termini ridicoli come “quella giusta”, o altre cazzate simili.
Ero diventato un bamboccio che credeva nelle favole, e magari le avrei regalato persino un mazzo di rose e avrei visto assieme a lei un film della Disney.
Già, mi sembrava persino di vedere i titoli di qualche sconosciuto giornaletto locale. “Scrittore emergente, noto per il suo stile violento e scurrile, di colpo cambia genere, abbracciando temi romantici e pieni di speranza. I lettori sono entusiasti! C’è persino chi l’ha ribattezzato Il nuovo Fabio Volo”.
Da farmi cadere le palle!
Ma neanche quella prospettiva mi frenò.
No, guardandola, mi sembrava quasi di vedermi in uno specchio. Vedevo la mia follia. Il mio non voler crepare come uno dei tanti mediocri al mondo. Il mio non fottermene di una casa al mare, di un’auto costosa, dei vestiti o di qualche merdoso reality.
Ecco, ero fottuto! Lei era entrata. E forse anch’io ero entrato in lei.
Eravamo entrambi nudi. Inermi. Forse spaventati. Eppure, nessuno di noi due riusciva a smettere di volersi. Eravamo travolti dalle stesse fiamme. Eravamo due pazzi incoscienti che stavano giocando tutto a una mano di poker, senza neanche sapere quali fossero le carte nelle proprie mani.
Ma sapevo di voler rischiare! Non capivo il perché. Sapevo solo di star bene. Quel termine mai usato. Quel termine che neanche conoscevo più.

Immagine2