Avete mai pensato al dolore che prova uno scrittore emergente? Notti e notti a scrivere, da solo, chiuso nel suo mondo, e alla fine dei giochi resta un Mister nessuno. Una formica tra sette miliardi di formiche. Questo è quanto trovere in The writer, mio quinto romanzo, edito dalla Damster edizioni e già disponibile in digitale presso i maggiori store online.

Tirai fuori le chiavi dalla mia tracolla e aprii la porta. La gatta mi venne contro, miagolando, e io spinsi dentro con i piedi quegli scatoli, per poi chiudere la porta.
La gatta miagolò ancora. Poi si concentrò sugli scatoli. Annusandoli e salendoci persino sopra.
Mi venne da sorridere!
Sì, forse quella fottuta stava facendo il miglior utilizzo dei miei libri. Forse la sola cosa buona che i miei romanzi potessero fare era dare un posto dove dormire alla mia gatta.
Ma persino alla gatta sembrò fottersene!
Scese da quegli scatoloni e corse in cucina. Seguita da me. Pronto a farla felice ancora una notte.
E lo feci!
Le diedi da mangiare e poi presi del vino dal frigo.
Decisi di non andare a vedere mia madre quella notte. Sarebbe stato inutile! Lei di certo dormiva, dopo una giornata di merda e in totale solitudine. E io ero stanco! Non fisicamente, ma mentalmente. Ero stanco dentro! Stanco e confuso.
Andai nella mia camera da letto e mi spogliai lentamente. Mettendo addosso una maglia e il pantalone di una vecchia tutta.
Lasciai perdere l’idea di spararmi una sega. Non ne avevo voglia! Ero brillo e demoralizzato per masturbarmi. E inoltre, innanzi a me non vedevo che la faccia di tutta quella gente. Di quegli sconosciuti in quella sala che mi facevano il terzo grado. E delle mie risposte! Quelle mie risposte false. Il mio sorridere innanzi a loro come se fossi solo uno schiavo. Un patetico coglione come tanti pronto a far tutto per amicarsi delle persone. Pur di avere dei consensi. Pur di vincere la statuetta d’oro alla notte degli Oscar.
Che fine del cazzo, pensai, mettendomi a sedere al computer.
Controllai la mia casella di posta, proprio come ogni notte. Ma non ci stava niente d’interessante!
No, la mia presentazione non aveva suscitato l’interesse di qualche giornale o di qualche regista di Hollywood. Niente di niente! Solo altre congratulazioni su quel dannato social network, e le foto della presentazione condivise dalla mia cara amica Francesca.
“Il nuovo Bukowski!”. Sì, così scrisse ancora. E a molti sembrò rizzarsi il cazzo innanzi a quella stronzata. Altra gente che non avrebbe mai speso quindici euro per quel mio nuovo romanzo, come non li aveva spesi per quello precedente.
Sospirai, e chinai il capo contro la tastiera collegata al portatile. A occhi chiusi. Cercando di non vedere più quei volti attorno a me.
Ma c’erano ancora!
Alzai lo sguardo, sentendo ancora vivida l’umiliazione provata quel pomeriggio. E vedendo le “richieste di amicizia” di tutti quegli sconosciuti.
Accettai tutti! Dal primo all’ultimo. Senza neanche leggere i loro nomi. E altrettanto feci rispondendo alle varie congratulazioni.
Poi decisi di chiudere quel dannato affare e aprii una pagina di word.
La fissai a lungo. Per secondi che mi sembrarono anni. Senza che mi venisse in mente niente. Nessuna storia! Non una sola parola.
Otto romanzi scritti e quattro pubblicati, e non avevo più parole! Solo il vuoto. E quei miei merdosi e fasulli sorrisi ancora scolpiti nella testa.
Diedi un sorso forte alla bottiglia, come a volerli annegare.
Ma rimasero lì. Innanzi a me.  Vividi e penetranti.
<< Quante stronzate che hai saputo dire stasera. Bravo! Davvero bravo! >> sentii rimbombare in quella stanza.
Digrignai i denti e strinsi forte la bottiglia, alzandola con forza contro le labbra e dando un forte sorso come se volessi fare arrivare fino al cuore quella merda alcolica.
Non morii! No, ero lì fermo, e quella risata rimbombava nella stanza e dentro di me. Devastandomi. Spezzando ogni mia singola ossa.
Chinai il capo, ficcandomi la mano in testa e afferrando i capelli come se volessi strapparli. Strizzando gli occhi e digrignando ancora i denti.
<< Che cazzo vuoi da me? >> strillai. Quasi piangendo. Tremando e fissando il buio.
Lui rise ancora. Io aprii gli occhi e mandai giù altro vino.
<< Ma non sto scherzando! >> riprese a echeggiare la voce attorno a me << Sono sincero. Sei stato fantastico! Dio, non credevo che tu potessi essere così bravo. Davvero! E invece hai dato loro quello che volevano. Finalmente hai capito, testa di cazzo >>
<< Fa silenzio! >> urlai, alzandomi di colpo dalla sedia e additando il vuoto << Tu non esisti! Tu non ci sei. Non sei un cazzo di niente! >>
Quella risata mi avvolse ancora. Io girai attorno a me. Cercando di vederlo. Cercando di mettere fine a quell’incubo.
<< Tu non sai un cazzo di me! >> strillai ancora << Io sono uno scrittore! Non sono un patetico pagliaccio. Sono uno scrittore! >>
<< Scrittore un paio di palle! >> urlò più forte, quasi sbattendomi al tappeto con quel suo urlo << Alla gente non fotte niente degli scrittori. Vogliono solo sognare! Vogliono eroi in cui rispecchiarsi. Alla gente non fotte un cazzo dei tuoi merdosi libri! >>
<< Sta zitto! >> urlai, lanciando quella bottiglia contro al mio armadio. Vedendola fracassarsi contro di esso. Vedendo frammenti di vetro volare ovunque, e vino colare sul pavimento, mentre la sua risata cominciò a svanire in quella stanza.
Restai lì fermo ad ansimare. Fissando quella macchia di vino impressa sul mio armadio. Fissando quel vino colare a terra come fosse sangue. Il mio sangue!
Restai lì per qualche secondo. Poi, di scatto uscii da lì e andai in cucina, prendendo una bottiglia di vino dal frigo.
Feci per tornare nella mia stanza, ma incontrai mia madre nel corridoio. Ferma davanti a me. In vestaglia. Simile a uno spettro. Lì ferma a fissarmi con aria triste e al tempo stesso piena di rabbia.
La fissai a mia volta, senza dire niente. Per poi voltarmi e andare nella mia stanza.
Neanche lei disse niente. Non c’era niente da dire! Era abituata a quelle cose. Alle mie urla notturne. A bottiglie infrante contro ai mobili. Alla mia pazzia che l’aveva privata di un bravo figlio normale.
La lasciai tornare nel suo letto. Probabilmente a piangere. Senza riuscire a trovare in me la forza di andare a consolarla.
Restai fermo su quella sedia. Bevendo e fissando il vuoto. Fissando quel foglio bianco. Senza riuscire a scrivere una sola parola.

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Se cercate storie realistiche, lontane da favolette e amori fasulli, questi sei romanzi fanno al caso vostro.

The writer, la storia di uno scrittore emergente in lotta con sogni e frustrazioni. Edito dalla Damster, e già disponibile in formato digitale presso i migliori store.
Affamata d’amore, una storia d’amore ispirata a fatti realmente accaduti. La storia di due persone che hanno paura di amare, e forse di vivere. Pubblicata dalla Damster, e disponibile sui migliori store in formato ebook.
Viola come un livido. Una storia realmente accaduta! L’amore di due disadattati in fuga dalla società e se stessi. Romanzo terzo classificato all’Eroxè Context 2014. Edito dalla Damster sia in cartaceo che in digitale.
Vicoli bui. La storia di un uomo in fuga da tutto e tutti. Persino dalla bestia che dimora in lui. Romanzo pubblicato da Lettere animate in formato digitale.
Lasciami entrare. Una storia di passione e violenza dai toni bordeline, dove il confine tra vittima e carnefice è quasi impercettibile. Edito dalla Damster, e disponibile in ebook presso i maggiori store online.
Fottiti. Le paure di un fallito. Le donne, il suo terrore! La sua droga. Forse la sua condann. Un romanzo edito dalla Damster, disponibile presso i maggiori store online.
Ecco a voi un estratto per ogni romanzo.

THE WRITER
La pancia e il petto facevano sempre più male. Mi sentivo agitato. La testa mi girava. E tutto attorno a me era come immerso in un secchio d’acqua.
Abbassai il boccale dimezzato e ci guardai dentro.
Mia madre, i miei amori, i miei sogni. Tutto stava annegando lì dentro! La mia vita stava annegando, e nessuno mi avrebbe tratto in salvo.
Diedi ancora un paio di sorsi e svuotai il boccale, sorridendo al nulla con fare cinico.
Ordinai subito un’altra birra. E il tipo me la portò. Senza chiedermi niente. Senza interessarsi di come mi sentissi.
No, per lui potevo anche morire. Io non ero nessuno! Non ero uno scrittore famoso. Non ero un cazzo di niente! Io neanche esistevo.
Se fossi morto in quell’istante, nessuno avrebbe pianto la mia morte. Non avrebbero scritto milioni di post melensi su facebook, né i giornali avrebbero mai parlato di me.
Nessuno l’avrebbe mai saputo! Sarei sparito nel nulla, come uno mai nato, qualcuno di mai esistito.
La cosa mi fece sorridere ancora!
Già, la realtà era così schifosa da non poter far altro che bere e sorridere per esorcizzarla. Per cercare di lenirne il peso. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Minuto dopo minuto.
Ma in me sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Che la realtà era lì, e non si sarebbe mai fermata, per quanto io ci provassi. Per quanto provassi a fuggire da essa.
Ecco, domani sarei tornato in quel cazzo di call center, e forse ci sarei rimasto a vita, o magari sarei finito per strada.
I miei libri non sarebbero mai stati ristampati. Nessuno mi avrebbe mai riconosciuto per strada. Avrei vissuto una vita anonima, vuota, senza nessuno scopo.
Uno dei tanti! Un niente come tanti.
O magari sarei morto. Magari quella stessa sera, o tra un giorno, una settimana, un anno. Stroncato da una malattia! Magari allettato per giorni o settimane prima di crepare. Ridotto come un vegetale! Capace solo di percepire dolore e fissare la mia vita gettata nel cesso.
Già, << Che fine del cazzo! >> sussurrai tra me e me.
Il tipo al mio fianco mi guardò. Il barista anche. Il vecchio dietro la cassa fissò il giornale, e la voce di una donna irruppe dal televisore.
<< Domani sera alle 20 e 30 su Canale 5, non perdetevi 50 sfumature di grigio. Film tratto dal bestseller di Erika Leonard James >>
Mi voltai di scatto verso lo schermo, fissando le immagini di un fighetto miliardario che si spacciava per master agli occhi di una troietta sfigata ma dall’aria da porca.
Mi venne da ridere. Scoppiai a ridere, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi sconvolti di tutti! Compresi quelli del vecchio dietro la cassa che alzò lo sguardo verso di me.
Distolsi lo sguardo dalla televisione e fissai quel vecchio, con la voglia di alzarmi da lì e spaccargli il boccale in testa.
Ma non lo feci!
No, finii la mia birra e uscii da quel posto, cominciando a camminare da solo per strada.
Attaccai subito la bottiglia di vino. Sorso dopo sorso. Fottendomene della fame e di quelle tremende fitte per tutto il corpo.
La testa continuava a girare. Un fortissimo sibilo trapassava il mio cervello. Le gambe erano molli. E un senso d’ansia mi stava soffocando, al punto da farmi sentire avvolto da un drappo funebre. Come se quella città mi stesse inghiottendo. Come se tutto si stesse accartocciando attorno a me.
<<  Cristo, come cazzo sei ridotto! >> udii in me e attorno a me.
Io avanzai il passo. Sudando. Sentendo il cuore battere forte e la testa scoppiarmi.
Ma lei non svanì! No, per quanto andassi veloce, quella voce rimbombava in me assieme al battito del mio cuore.
<< Fottitene di tutti quei coglioni! >> esclamò, con tono forte, seguendo il battito del mio cuore << Quelli non sanno un cazzo di te. Dunque fottitene, amico. Fottitene! >>
Cominciai a correre. A correre in quell’inferno. Vedendo il mondo scorrere attorno a me. Sentendo il mio cuore esplodere. Udendo quella voce che mi avvolgeva, stritolandomi.
<< Fai vedere a quelle merde quanto vali! Basta cazzate, ora! >> rimbombò quella voce, mentre correvo come un pazzo per quella città << Stroncali tutti! Smettila con quelle tue storie di merda tristi e psicologiche e dai alla gente quello che vuole. Una grande storia d’amore! Una storia con personaggi affascinanti, eroici, e scopate selvagge ma prive di termini come sborra o cazzo nella fica. Dai alla gente eroi in cui credere. Personaggi da amare. Vite da voler vivere! >>
Mi tappai la testa con le mani. Senza smettere di correre, pur sentendo il cuore esplodere e il fiato venir meno.
Arrivai a casa. Debole, esausto, sentendomi di svenire.
Riuscii comunque ad entrare nel mio palazzo. Continuando a bere, e avanzando a passo lento. Non sentendo più le braccia né le gambe.
Entrai nell’ascensore. Mi appoggiai alla parete, ansimando e non sentendo altro che il cuore nel mio petto battere come un tamburo.
Allungai la mano tremolante verso dei tasti, pigiandone uno.
Quel coso prese a salire. Io mi accasciai a terra. Mantenendomi il petto con la mano in cui stringevo ancora la bottiglia.
Udii una risata echeggiare lì dentro. Una risata avvolgere tutto. Insinuandosi nella mia testa come un tremendo fischio.
Cominciai a piangere, vedendo davanti a me un’ombra. Del fumo nero che formava una sagoma.
<< Vuoi forse vivere così, figlio di puttana? È questo che vuoi? O vuoi vivere da star? >>
Chiusi gli occhi, cominciando a pianger e ad urlare. Tenendomi la testa con le mani mentre quella dannata risata continuava a rimbombare nell’ascensore.
<< Fai come ti ho detto se vuoi vivere, fesso! >> udii ancora. E poi più nulla! Solo un forte sibilo nella testa, e quell’affare che si fermò sotto di me.
Mi alzai lentamente. Barcollando e uscendo da lì, mantenendo in mano la mia bottiglia.
Non riuscivo a pensare a niente. No, tutto era svanito. Io ero svanito. Il mondo era svanito.
Non c’era altro che silenzio! Silenzio, e il battito del mio cuore. Il battito del mio cuore e quel dannato sibilo nella testa.
Riuscii ad arrivare alla mia porta. A passo lento. E pur senza più sentire le braccia, riuscii ad aprire la porta.
Entrai dentro e la chiusi. La gatta mi venne contro, miagolando in modo strano.
Io guardai il buio. Confuso, stordito, sentendo il petto scoppiare. Sentendomi soffocare.
Mi fermai di colpo! La terra sotto a me cominciò a muoversi, e mi sembrò di vedere ogni cosa dondolare attorno a me.
Poi qualcuno mi strinse la gola.
Gli occhi sembrarono schizzarmi fuori dalle orbite. Un sibilo atroce invase il mio cervello, e una tremenda pugnalata mi trafisse il petto.
Ed ecco un senso di oppressione al torace. Conati di vomito assurdi. Sudore freddo. Fitte al braccio sinistro. Ancora fitte al petto e senso d’impotenza. La realtà attorno a me che mi si accalcava contro al mio corpo avvolgendomi come flutti d’acqua. Soffocandomi. Annegandomi

AFFAMATA D’AMORE
Lei era davanti alla porta del balcone. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale!” oppure altre cazzate come “Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

VICOLI BUI
Che coglione! Se qualcuno dei miei compari di Piazza Garibaldi mi avesse visto, di certo mi avrebbe sputato in faccia. E tutto per cosa? Per Maria! Una ragazza che non vedevo da quindici anni. Una che neanche me l’aveva mai data, e che con ogni probabilità non l’avrebbe mai fatto.
Che cazzo mi stava succedendo? Le botte prese mi avevano rincoglionito? Che stronzo! Avrei dovuto alzarmi da quel letto e fregare quei soldi, per poi sparire veloce come il vento. Eppure me ne stavo lì. A letto come un malato. Senza poter far niente. Senza potermi neanche tirare una sega tanto erano forti quei cazzo di dolori.
Rimasi lì qualche istante prima di sentire la porta di casa aprirsi.
Sentii i suoi passi. Sentii la porta chiudersi.
-Ehi, sei sveglio? Sono a casa.
Io non risposi e lei, lei avanzò nel corridoio, fino a entrare nella camera da letto.
Venne accanto a me, poggiando due buste della spesa ai piedi del letto.
Controllò la flebo.
-Beh, direi che questa ormai è andata- disse chiudendo del tutto il flacone. Poi si mise a sedere sul letto al mio fianco.
–Allora, come ti senti oggi? Hai mangiato?
Io annuii.
-Mi sento di merda!- le risposi. Lei sorrise, strizzando gli occhi come un cartone animato Giapponese.
-È già qualcosa!- fece alzandosi di colpo dal letto, restando lì in piedi davanti a me e sorridendo.
Poi raccolse le buste della spesa. Andò via, in cucina, e tornò subito con dell’altra merda.
Ficcò un’altra siringa nella flebo e girò la rotellina, lasciando scorrere quel liquido fin dentro le mie vene.
-Oggi e domani, e poi forse potremo anche smetterla con gli antidolorifici- disse. Poi annusò l’aria, quasi come se fosse un cane.
–Ma tu hai fumato?- mi chiese.
Io scossi le spalle. O almeno, lo feci alla meglio che potevo.
Lei continuò a guardarmi con quei suoi grossi e profondi occhi verdi. E non avevano rabbia in essi, né una saccente voglia di rimproverarmi. Aveva solo dolcezza! Una dolcezza così grande da spiazzarmi. Da disarmarmi.
-Di certo non ti fa bene! Ma non credo che ci sia bisogno che te lo dica io, né tanto meno potrei far niente per impedirti di farlo. Dico bene?
Io non risposi. Lei sorrise ancora, e tornò a sedersi accanto a me.
-Senti, ci sta una cosa che devo dirti.
-Uhm, cosa?
-Il telegiornale! Hanno diramato le tue foto.
-Cristo!
-Già. Uno dei poliziotti, forse quello di cui mi ha parlato, ha detto alla tele che tutti i corpi di pubblica sicurezza ti stanno cercando. Che faranno di tutto per assicurarti alla giustizia. E che sei sospettato di molti altri crimini- disse. Poi abbassò la testa e sorrise.
–Giustizia!- riprese a dire alzando lo sguardo verso di me –E pensare che un tempo credevo in questa parola.
-Mi spiace! Mi spiace davvero, Maria- esclamai sapendo di mentire. Sapendo di non provare niente, se non un po’ di confusione.
-Lascia stare- fece lei, restando in silenzio per qualche istante. Poi alzò la testa al cielo come rapita da una visione.
–In fondo sono sempre stata una sognatrice, giusto?- riprese a dire abbassando nuovamente lo sguardo verso di me –Come quella volta di tantissima anni fa, ricordi? Io avevo dodici anni, tu sedici. Stavo nel cortile. O meglio… In quello spiazzale di cemento che tutti ci ostinavamo a chiamare “cortile”. Stavo giocando con delle bottiglie fingendo che fossero bambole. Quella di Coca Cola era la regina, e le piccole bottigliette di gassosa erano i sudditi. E tutti i sudditi erano felici di stare con la loro regina, perché lei non li trattava come inferiori, ma come suoi pari. E fu allora che un gruppo di ragazzini mi accerchiò, scaraventando le bottiglie per terra, dicendomi che non ero altro che una mocciosa piagnucolona e stupida. Che i poveri erano poveri, e i ricchi erano ricchi, e che a nessuno fotteva niente né di me né di loro.
Poi fece un attimo di silenzio abbassando lo sguardo, mentre io continuavo a fissarla tornando a quel passato che non volevo rivedere. Tornando a quella vita che volevo solo dimenticare.
Lei rialzò lo sguardo verso di me, sorridendo.
-Tu venisti dal nulla. Prendesti il primo per il collo della camicia e lo gettasti per terra. “Figlio di puttana!” ti urlarono contro gli altri. Ma tu li prendesti a pugni. Uno a uno, gettandoli a terra come fossero bersagli di carta. Poi quando andarono via, tu ti pulisti il sangue che ti colava dal naso e ti avvicinasti a me. Raccogliesti le bottiglie da terra. La regina era salva! E anche tre o quattro sudditi. Me li piazzasti davanti! “Non esistono ricchi che fanno patti con i poveri” mi dicesti, “Ma se a te va di crederlo, beh, fallo! E difendi con i pugni ciò in cui credi. Non lasciare che siano gli altri a dirti cos’è giusto e cosa è sbagliato.”
Lei sorrise e mi strinse la mano.
-Beh, io lo sto facendo!- riprese a dire, quasi piangendo –Sto lottando per ciò in cui credo! E non permetterò ad altri di dirmi cosa è giusto e cosa è sbagliato.
Io le presi la mano con forza, sorridendo, ma avendo dentro qualcosa simile a un barile di nera pece.
Che sciocca! Sì, era proprio una povera ingenua! Era cresciuta nel corpo, ma era rimasta la bambina di tanti anni prima. Non aveva capito che io ero cattivo come gli uomini che mi davano la caccia, che non ci stava né giusto né sbagliato al mondo. Solo uomini che sopravvivevano! Uomini che sopravvivevano divorando le carni di altri. E nessuna regina avrebbe mai fatto patti con i suoi schiavi. No, ogni regina avrebbe fatto scuoiare vivi i propri schiavi. E gli schiavi, se avessero potuto, avrebbero violentato a turno la loro regina, per poi diventare sovrani di altri schiavi.
E io ero come loro! Io ero uno schiavo braccato da tante regine. Uno schiavo pieno di rabbia. Uno schiavo che non avrebbe esitato a sbranare la propria regina, per poi costruire il proprio impero sui miliardi di cadaveri dei propri fratelli.
Ero cattivo! Ero il male in carne e ossa. Ero il peccato originale fatto carne. E lei avrebbe dovuto cacciarmi via. Avrebbe dovuto cancellare i suoi inutili sogni da mocciosa. Tirare fuori le palle e sbattermi fuori alla porta.
Ma non lo fece!
Io non capivo. Io ero confuso. Io ero come lacerato da decine di mani che mi strappavo il cervello.
Non sapevo che fare! E così non feci niente, se non restar lì a sorriderle tenendole la mano.
Poi continuammo a parlare del nostro passato. Di quella volta che era riuscita a farmi piantare una margherita, o di quella in cui io mi offrii di essere punito al posto suo, dopo che lei aveva fregato una merendina dalla mensa.
Parlammo a lungo. Poi cenammo assieme. Lei mangiò della merdosa pastina assieme a me, così da farmi compagnia mentre guardavamo la tele in cerca di notizie.
Niente! Solo e sempre la stessa merda. Covello era su tutti i telegiornali nazionali, e la mia foto veniva passata in continuazione, sperando che la brava gente desse una qualsiasi informazione alle forze dell’ordine. Ma io ero lontano da loro. Ero lontano da Covello. Ero lontano dai suoi uomini. Ero lontano dalla gente, lontano dal mondo, lontano da ogni giustizia e ogni colpa.
Io e Maria eravamo da soli, come due naufraghi. Da soli in un mondo tutto nostro. Da soli in un limbo dove il giusto e sbagliato non esisteva. Da soli, mano nella mano, a parlare di noi raccontandoci a vicenda, svelandoci a vicenda. Avvicinandoci intimamente, tremendamente, pericolosamente. Mentre fuori da lì il mondo continuava a scorrere velocemente, decidendo cosa fosse giusto e cosa sbagliato.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.
Eccola lì, stesa sul cofano di un auto, con la faccia sul cofano di una Fiat Punto del duemila e otto, o forse del duemila e sette.
Lì, immobile, inerme, con la mia mano che le spiaccicava la faccia contro il cofano dell’auto. Le tette sul cofano dell’auto, e quel piccolo e sodo culo proprio contro al mio cazzo.
Le alzai di colpo quel vestito da troia e le spostai le mutandine rosa. Quelle mutandine rosa di chissà quale altra troia.
«Ti faccio vedere io come si trattano le troie come te, lurida schifosa» dissi, continuando a mantenerla per la testa e tirando fuori il mio cazzo.
E lo tirai fuori. Lo tirai fuori grosso e duro. Pronto a chiavarla. Pronto a sfondarla. Pronto a punirla.
Sì, era svanita ormai l’impotenza. Il mio cuore pulsava sangue rabbioso in tutte le mie vene, gonfiando il mio cazzo d’infernale rabbia.
«Preparati troia» gridai, poggiandoglielo tra le chiappe. E mollai il collo un attimo. Giusto un attimo. Giusto il tempo di appoggiarle bene il cazzo contro il buco del culo.
Lei cercò di liberarsi.
«Che cazzo fai?» urlò, quasi piangendo.
Io le schiacciai di nuovo la testa contro quel fottuto cofano di metallo. Fece un boato! Un suono sordo e metallico.
«Dai troia. Che ti piace in culo!» urlai, continuando a tenerla ferma, e spingendole il cazzo contro al culo. Contro al buco del culo.
Lei prese a digrignare i denti. Come a voler urlare. Come a voler piangere.
Io presi a spingere più forte. Ridendo con aria malefica. Con la bava alla bocca.
«Ora lo sentirai tutto, puttana!»
Lei lanciò un grido in quel vicolo. Lanciò un grido in quella strana notte. In quella notte come tante. Come tante notti passate. Come tante notti future.
«Zitta troia!» urlai, spingendolo più forte. «Lo senti, vero? Dillo che lo senti tutto, vacca.»
E ancora un colpo. Il mio cazzo dentro al suo culo. Lei che stringeva i pugni lì su quel cofano. Lì, sentendo il mio cazzo entrarle su per il culo. Sentendo già la cappella del tutto dentro. Sentendo quel pezzo di carne che le apriva il culo, e senza poter fare un cazzo di niente per liberarsene.
Ed ecco ancora un colpo secco. Un colpo secco come una coltellata.
Lei urlò. Io lasciai la presa e le strinsi le chiappe. Le strinsi le chiappe come a volergliele stracciare via dal corpo. Le strinsi le chiappe, mentre la tenevo inchiodata a quel pezzo di ferro. Inchiodata a quell’auto con il mio cazzo.
E via con la prima spinta. Un colpo forte! Così forte come a volerle raggiungere lo stomaco con il cazzo.
Lei si ficcò un pugno in bocca. Strinse i denti dal dolore. Strinse i denti, sentendo quell’affare muoversi con colpi forti e secchi lì nel suo piccolo culetto.
E ancora un colpo. Un colpo forte. Un colpo secco.
Il suo culo bagnato di sangue. La sua carne contro la mia. Le mie mani che stringevano le sue chiappe.
«Prendilo! Prendilo tutto, troia» urlai, cominciando a sbatterglielo dentro con più forza. Sempre più velocemente. Sempre più velocemente.
E lei continuava a mordersi il pugno. Continuava a starsene lì stesa su quel cofano in balia del mio cazzo, in balia del mio odio. E ogni colpo del mio cazzo era una pugnalata contro di lei. Era una pugnalata contro il mondo. Una pugnalata contro ogni donna.
Sì, la vendetta era completa. Lei era sottomessa a me. Lei era sottomessa al mio cazzo.
E continuavo a punirla con le tavole della legge: la mia legge! La sola legge che per me fosse giusta. La sola legge capace di donarmi la liberazione.
Poi ancora le sue chiappe tra le mie mani. Botte di cazzo nel suo culo. Botte di cazzo sempre più veloci, mentre la mia bava le colava sulle chiappe, e la pelle sanguinolenta del suo buco del culo mi stringeva il cazzo.
Un gatto fuggì da quel vicolo. Una luce si accese da una finestra, probabilmente di un qualche cesso, e le risate della gente fuori da quel vicolo continuavano a invadere la notte. Le risate della gente fuori da quel nostro mondo.
Lei strinse ancora i pugni. Io diedi un colpo più forte. Un colpo così forte che sentii il sangue uscire dal suo culo fino a coprirle le chiappe.
«Troia!» urlai, alzando lo sguardo al cielo, proprio come quei tre stronzi nel cesso.
Ed eccola la sborra!
Ecco la liberazione. Il fuoco purificante della Geenna.
Sì, la mia sborra sprizzava dal mio cazzo. Sprizzava copiosa e densa. Calda e potente, fino a riempire il suo culetto.
E io mi sentivo finalmente forte. Finalmente libero. Finalmente onnipotente.
Ma non durò molto!
No, abbassai lo sguardo e la fissai. La guardai, lì, stesa su quel coso. Ormai inerme. Ormai rassegnata. Ormai fredda. Ormai spenta.
Non ci stava più niente da violentare in quel corpo. Non ci stava più niente da uccidere in quel corpo. Non ci stava neanche più quel corpo.
Lo tirai fuori. Glielo sfilai dal culo lentamente, vedendo la mia sborra mista a sangue scorrere dalle sue chiappe.
Glielo sfilai dal cuore lentamente, senza sentire più nessuna pulsazione. Senza sentire più niente di vivo lì in quel vicolo buio.
Me lo rimisi dentro, senza dire niente, senza fare un cazzo. Solo restando fermo contro un’auto. Davanti a lei. Fissando quel suo culo aperto che grondava sborra e sangue.
Lei restò qualche istante così. La luna entrava appena in quel vicolo, illuminando le sue chiappe.
Sembrava un cadavere!
Sì, un cadavere lasciato lì a decomporsi.
Poi si mosse. Da prima mosse le mani, ancora strette. Poi si alzò lentamente. Molto lentamente.
Si rimise in piedi, barcollando. Si rimise in piedi come se niente fosse successo. Come se niente fosse cambiato.
Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e se lo passò tra le chiappe.
Gettò quell’affare sporco di sborra e sangue per terra. Una blatta ci passò vicino, come per annusarlo. Poi guizzò via nella notte. Lei si risistemò. Aggiustò le mutandine e abbassò il vestito. E lentamente venne verso di me.
Si avvicinò a me, lentamente, con le gambe ancora aperte.
Mi fu faccia a faccia. Io accesi una cicca, non provando il minimo risentimento. Non sentendo più niente nel mio corpo, neanche odio!
Lei tirò fuori due birre dalla borsetta. Due birre e un apribottiglie.
Le stappò. Tenne una per sé e passò un’altra a me.
Io l’afferrai. L’afferrai, guardando lei.
Diedi un sorso alla mia birra. Lei uno alla sua. La luna non sembrava più illuminare quel posto. La luna era sparita da quel vicolo. La luna era sparita dal mondo.
Eravamo solo noi lì. Solo noi al mondo. E lei continuava a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Ora senza più sorridere. Solo con una gelida espressione di morte sul volto. Come se con il mio cazzo non avessi rotto solo il suo culo, ma anche la sua anima. Come se con quel mio cazzo non avessi violentato solo il suo culo, ma anche quell’ultimo barlume di umanità nel suo corpo adibito a contenitore di cazzi.
Poi si voltò di colpo, facendo due passi in avanti.
«Andiamo a casa» mi disse, senza neanche voltarsi. E io non risposi. Io restai lì a bere la mia birra in silenzio, per poi muovermi da quel rottame, prendendo a seguirla.
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Un senso di sadismo nato dal rifiuto di ogni donna, che aveva portato in me il desiderio di possedere analmente la mia compagna. Di sentirmi il suo unico padrone. Di umiliarla e sottometterla.
Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo tenevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca in silenzio, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia prese a suonare chissà dove.
Lei mi guardò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.

Senzanome

Cosa signfica essere un artista? Cosa signfica essere uno scrittore? Amate davverogli scrittori che non fanno altro che parlare di arte e libri? Magari davanti qualche cena macrobiotica o a un circolo culturale. Persone che amano definirsi artisti. Persone che amano definirsi scrittori. E nel mezzo, la sofferenza e la frustrazione di chi sa di non essere nessuno. Uno scrittore emergente! Proprio come in The writer, mio quinto romanzo pubblicato dalla #Damster edizioni. Concorrente all’Eroxè Context 2015, e già disponibile in formato digitale presso i maggiori store online. Ecco a voi un estratto del romanzo.

Infatti, quella sera ci trovammo proprio in mezzo a tutti gli artisti del mondo. Poeti, autori, attori, pittori, ballerini: l’arte si muoveva attorno a noi! Noi stessi eravamo l’arte.Beh, se quella era arte, allora preferivo di gran lunga l’ignoranza.
Sì, me ne stavo seduto davanti a una sontuosa tavola piena di roba vegana. In una grande casa al centro storico di Napoli, piena di opere d’arte moderna, candele profumate, incensiere che emanavano un tanfo infernale, e librerie di ciliegio piene di libri noiosi.
La mia attenzione era rivolta verso un divano rosso fuoco piazzato dietro a un piccolo tavolino a forma di yin e yang.
Chissà, magari la mia piccola Ivana era stata molte volte su quel cazzo di divano. Magari stesa assieme al suo caro Dario intento a sbatterglielo dentro.
Ma in quel momento la mia cara Ivana era accanto a me, e Dario, quel coglione dalla lunga barba curata e vestito come fricchettone, se ne stava a quella tavola assieme a me e alla mia amata Ivana. Assieme a noi due e altri venti coglioni vestiti tutti come se fossero dei guru, delle star di Hollywood, degli avventurieri o dei cazzo di straccioni.
Ma il vero divo della serata era proprio lui. Quel dannato figlio di puttana di Dario che continuava a parlare di immense cazzate, senza smettere di trapassarmi con quel suo smagliante sorriso.
<< Così io gli dissi, caro Emilio, senti, io so che tu scrivi , e che scrivi bene! Ma credimi, questo tuo racconto è privo di patos. Cioè, non insegna niente al lettore. Perché mai qualcuno dovrebbe leggerlo? >>
Tutti lo fissarono sorridendo, continuando a ingozzarsi di schifezze vegane. Di roba di cui non conoscevo neanche il nome.
<< Beh, sapete lui che mi rispose? >> riprese, alzando il calice di vino fino alle sue grosse labbra << “Ma io scrivo per me stesso, non certo per gli altri!” >>
Lui scoppiò a ridere. Ivana scoppiò a ridere. Tutti scoppiarono a ridere!
Beh, tutti tranne che io.
No, io mi limitai a fare un piccolo sorrisino. Mi costrinsi a farlo! Sapendo quanto fosse importante per la mia cara Ivana che io diventassi il nuovo amichetto speciale di tutta quella gente.
Ma loro avevano capito bene che io non ero uno di loro.
Eh già, tra di loro si fiutavano, proprio come io fiutavo la gente di merda incontrata per strada.
Mi bastava entrare in un bar. Vedere un ciccione vestito come un pezzente uscire da lì con in mano delle buste dell’immondizia, per capire che quello non fosse altro che un ubriacone senza un soldo, pronto a fare qualsiasi tipo di servizio pur di aggiudicarsi una birra. E a quella gente lì dentro bastava vedere un qualsiasi scrittore per capire se questo fosse o non fosse uno di loro. Uno pronto a far di tutto per curare la propria immagine, per piacere alla gente, e per mostrare al mondo la propria arte.
Sì, mi avrebbero dato in pasto ai loro chihuahua, se solo avessero potuto. Ma non potevano! E perché? Perché io ero l’unico tra loro ad aver mai pubblicato roba seria. Ad aver mai pubblicato ben due romanzi su carta, di cui uno con una grandissima casa editrice.
Ero l’ospite d’onore, se pur non ci fosse una locandina con il mio nome fuori da quella porta. Ma tutti lo sapevano! Tutti non attendevano altro che capire se quello scrittore talmente bravo da aver pubblicato con una grande casa editrice fosse davvero un talento, oppure uno dei tanti scrittori commerciali e banali a cui dedicavano persino dei film.
A me non fotteva più di tanto. No, volevo solo togliermi da quel posto al più presto. Andare via da lì. Non vedere più quelle nauseanti opere d’arte. Non vedere più la statua dell’elefante con sei braccia che continuava a fissarmi. Non sentire più il tanfo di quel merdoso incenso, né ascoltare quella schifosa musica zen che echeggiava per la stanza. E soprattutto, ero stanco di vedere quelle facce di cazzo sorridenti e di ascoltare le loro ridicole e saccenti cazzate.
Ma ero lì da meno di un’ora, ed eravamo appena alla seconda pietanza.
Mi toccava ancora soffrire. Ancora sorridere. Ancora stare in un cazzo di call center. A meno che non avessi voluto dire addio alla mia cara Ivana.
Cercai di resistere. E usai il solo modo per farlo.
Svuotai un altro bicchiere di vino. Il terzo di quella sera.
Ivana mi diede una bottarella da sotto al tavolo. Un modo per dirmi “Non bere tanto, che poi cominci a fare lo stronzo”.
Io la fissai e le diedi un bacio a stampo, per poi riempire un altro bicchiere, mentre una troietta abbastanza carina e vestita come Agnetha Fältskog in versione anni sessanta cominciò a ridacchiarsela, fissando con i suoi grossi occhi azzurri il caro Dario.
<< Però certo che sei stato cattivo, Dario! >> disse ridendosela e alzando il calice verso le sue labbra coperte da un marcato rossetto rosso << Magari così hai distrutto la sua vena creativa >>
<< Al contrario, tesoro mio! >> esclamò il buon Dario, alzando il bicchiere verso di lei << Credimi, se non fosse stato per me, Emilio non avrebbe mai scritto il suo bellissimo libro di poesie “La mia anima piangente” >>
La troietta sorrise, sorseggiando il suo vino e sorridendogli come se già glielo stesse succhiando. Alcuni di loro cominciarono a parlottare tra loro, sorridendo sempre come se avessero una paresi al viso. E uno di loro, un coglione alto e magro, non diverso da Lerch nel telefilm La famiglia Addams, rivolse lo sguardo verso il caro Dario. Verso il nostro padrone di casa. Il nostro Dio!
<< Ma ora sta ancora nella Top 100 di Amazon, dico bene? >>
Dario annuì. Una grassona vestita come Moira Orfei mandò giù del vino, per poi voltarsi verso Lerch.
<< Sì! Sembra che sia una delle maggiori promesse del self su Amazon! >>
Dario alzò le mani verso il cielo, sorridendo e fissando i suoi cari amici artisti.
<< Silenzio, silenzio. Non nominate il self publishing a questa tavola. Non stasera che abbiamo ospiti! >>
Tutti continuarono a sorridere, ma purtroppo cominciarono a fissarmi, proprio come il caro e dolce Dario.
<< Dicono che gli scrittori famosi non hanno una buona opinione degli scrittori self, vero, Marco? >> mi chiese, continuando a tenere quel suo gelido sorriso contro di me.
Io mandai giù un altro po’ di vino e presi a fissarlo appena di sguincio.
Abbassai il bicchiere. Sospirai e accesi una cicca.
Lo fissai ancora per qualche istante. Fumando e ciccando in quella merda vegana davanti a me.
<< Sì, mi stanno tutti sul cazzo! Sono solo dei patetici coglioni che scrivono storielle ridicole e scopiazzate dalle fiction televisive. Dei poveri e inutili coglioni rifiutati da ogni più merdosa casa editrice, e che proprio per questo pubblicano la loro merda su portali online, vendendola a meno di un caffè! Merda letta solo dai loro amichetti pseudo scrittori o da altri coglioni amici di questi. Un branco di dementi che si tirano pompini a vicenda, senza ammettere di non essere nessuno. Proprio come voi teste di cazzo! >>
Ma invece mi limitai a sorridere ancora. Mandare giù altra merda vegana. E rispondere al mio amico Dario.
<< Beh, l’importante è che uno scrittore esprima se stesso! >>
Ecco cosa dissi. Proprio come il più patetico dei coglioni.
Ma a loro piacque quella stronzata! Cominciarono a parlottare tra loro, con aria compiaciuta, mentre la mia tenera Ivana mi stringeva forte la mano.
Chissà, magari se avessi giocato bene le mie carte, quella sera la romantica Ivana mi avrebbe dato anche il culo. Ma purtroppo non era ancora venuto il momento di scopare.
No, quello era il momento di Dario. Era la sua serata! E io ero solo il suo giocattolo.
<< Bene, bene. Questa sì che è una sorpresa! >> esclamò, continuando a fissarmi.
Mandò giù altro vino, senza distogliere lo sguardo da me, né smettendo di sorridere.
<< Eppure si dice in giro che sei una persona molto scontrosa. Un vero asociale! Un pazzo ubriacone. Così ti definiscono >>
Scossi le spalle e diedi un sorso al mio vino. Abbozzando un sorriso e fissando il mio amichetto.
Il caro Dario conficcò la sua forchetta in della verdura ficcata in un piatto davanti a lui. Alzò la forchetta e si ficcò in bocca quella roba, cominciando a masticarla e fissandomi.
<< E dire che ho letto il tuo libro! E sto cominciando il secondo >> disse masticando ancora quella merda verde.
Si voltò verso il resto della platea.
<< Non so chi di voi abbia letto uno dei libri del nostro Marco, ma di certo lì dentro scrive cose ben diverse da quelle appena dette >>
Tornò a fissare nuovamente me. Mandando giù il boccone e posando la forchetta in quel piatto ormai vuoto.
<< Beh, forse il tuo è solo un personaggio per far salire le vendite. Dico bene? >>
<< Bah! È la gente che esagera. Io scrivo! Poi gli altri ne traggono le conclusioni >>
<< E scrive molto bene! >> esclamò, additandomi e fissando i suoi cari amici << Dovreste davvero leggerlo! Volgare, sì, ma anche pieno di passione. E sono certo, amici miei, che al di là del suo cinismo, il caro Marco nasconda un cuore davvero romantico. Un romanticismo che rispecchia la natura ferita della nostra epoca. E non mi stupirei se presto ci regalasse anche un romanzo d’amore. Una storia piena d’amore! Magari con lui come protagonista >>
La gente riprese a parlottare tra loro, mentre erano ancora intenti a finire quella merda verde. Ivana mi strinse la mano, orgogliosa del suo uomo. Del suo artista! E desiderando di essere la prossima eroina del mio futuro romanzo. Di quel romanzo d’amore che Dario aveva deciso di farmi scrivere.
Ma il colpo di grazia non era ancora venuto!
Fu un coglione basso e tarchiato e vestito come un rivoluzionario Cubano a sferrarmi un montante in pieno volto.
<< Ci piacerebbe tanto che tu ci leggessi qualcosa di tuo, Marco >>
E a quelle parole tutti furono entusiasti. Più di tutti la cara Ivana, lì accanto a me, al settimo cielo.
Cristo santo, lo sapevo! Quelle serata andavano sempre così. Decine di coglioni senza palle e troiette represse che si ritrovavano seduti su di un divano a leggere le proprie poesie, facendosi pompini a vicenda. E io sarei stato come loro! Mi toccava. La folla lo voleva. Ivana lo voleva. Il mondo voleva vedermi agire proprio come ogni scrittore. Solo un patetico coglione pronto a scrivere merdate fasulle pur di far sognare la gente e appagare il proprio ego.
Ma stranamente fu proprio il caro Dario a salvarmi. Giusto in tempo!
<< Amici, avremo modo di ascoltare le bellissime parole di Marco molto presto >> esclamò, alzando le braccia al cielo come se fosse il padreterno << Ma ora, il dolce! >> disse con tono forte, alzandosi da quella tavola.
Tutti presero a sorridere e applaudire, proprio come se fossimo in un cazzo di galà. Il buon Dario sparì attraversando un grosso arco di legno, per poi tornare a noi spingendo un carrello di ferro.
Il dolce fu servito! Un dolce vegano, ovviamente. Altra merda che dovetti mandare giù solo per far felice la mia amata Ivana.
Intanto, altre parole! Tante parole. Troppe parole.
Parole noiose, pesanti, inutili, sterili.
Parole sull’arte moderna. Su come salvare la Palestina o la Siria. Su come salvare i panda. Su come raggiungere il nirvana. Su come risolvere la fame nel mondo. E mentre il mondo moriva di fame, mentre la Palestina e la Siria venivano bombardate, mentre i cazzo di panda crepavano per mano di qualche bracconiere, noi tutti eravamo lì. In quella bella casa. Mangiando cibo costoso. Bevendo vino di marca. Ridendo e scherzando. Parlando di tanto in tanto di quanto fosse importante salvare il mondo e rinunciare ai beni materiali per non corrompere le nostre anime.
Ma il peggio non era ancora cominciato!
Finimmo il dolce. Qualche altro bicchiere. Qualche sigaretta. Qualche altra parola su quale fosse il giusto modo di scrivere, e poi ci spostammo tutti su dei cazzo di divani rossi. Alcuni di noi seduti lì sopra. Altri seduti su grossi tappeti dalle fantasie orientali. Tutti in cerchio come veri amici! Bevendo vino, fumando, e felici di star dando vita alla letteratura moderna.
E tutti erano contentissimi di star dando il proprio contributo alla storia della letteratura Italiana. Sì, tutti che si credevano dei veri scrittori, pur continuando a lavorare in una banca, in un qualsiasi negozio, in una ditta per forniture sanitarie, o anche solo vivendo a scrocco della propria famiglia.
Sì, erano tutti entusiasti di star lì a parlare di arte. Della propria arte! E lo furono ancor di più quando venne il momento chiave della serata. Quando a turno ognuno di noi venne chiamato a leggere qualcosa di proprio.
Ovviamente per primo toccò a Dario.
Si alzò in piedi, portandosi in mezzo a noi come se fosse il nostro messia e noi i suoi discepoli.
<< Amici carissimi. Questa poesia si chiama “L’uomo che nasce” >>
Tutti presero ad applaudire. E io con loro!
Sì, mi facevo per davvero schifo. Non ero più me stesso! Io, che normalmente avrei deriso coglioni come quello, o addirittura li avrei presi a calci in culo. E invece ero lì a sorridere! Solo per non perdere la mia donna. Sono per non perdere una donna! Come avevo fatto tante volte prima.
E mi toccò ovviamente ascoltare anche la ridicola poesia di quel coglione senza palle!
Non mi fu data tregua, no! Rimasi seduto su quel divanetto rosso assieme a Ivana, fissando il buon Dario ritto nel cerchio artistico, con la testa fissa verso il soffitto, e gli occhi chiusi.
Abbassò di scatto il capo verso di noi, aprendo gli occhi e fissandoci.
<< Quel fiume in cui mi specchio >> cominciò a recitare come se fosse in trance << Confuso, smarrito, perso. Il mio respiro ansimante. Le occhiaie per troppe lacrime versate. Ah, quanti dolori hanno visto questi miei occhi! >> esclamò con tono solenne, per poi restare qualche secondo in silenzio. A testa bassa. Mentre tutti lo fissavano con curiosità mista ad ammirazione.
Personalmente, pensai che quello stronzo difficilmente avesse mai avuto modo di vedere un dannato fiume a Napoli. E guardandomi attorno, pensai anche che in una simile reggia fosse quasi impossibile piangere per una qualsiasi cosa.
Ma lo lasciai continuare! Sì, lo lasciai continuare a decantare al mondo intero il suo tormento e la sua voglia di vivere. E di certo lui non si fece pregare per farlo!
<< E ora cosa rimane di questi giorni? >> riprese, come se si fosse appena risvegliato da un trance << Ecco! Sento il dolore di volti fasulli attorno a me. Stanze di metallo in cui pascolano pecore senza cervello. E io, fissando questo declino, sento gli artigli del genere umano nel mio cuore sempre più stanco >>
Il buon Dario chinò nuovamente il capo, sospirando, mentre tutti lo fissavano con aria commossa. Lui, quell’uomo che viveva in quel bellissimo appartamento probabilmente lasciatogli da papino. Lui, quell’uomo così libero dall’era di metallo, da non poter vivere senza le proprie comodità. La sua cena vegana. Il suo divanetto rosso fuoco. E il riscaldamento che avvolgeva tutti noi in quella cazzo di reggia.
Ma agli altri non sembrava fottere quelle piccole cose. E neanche al caro Dario.
Alzò nuovamente lo sguardo, riprendendo a fissarci tutti e abbozzando un tenero e paterno sorriso.
<< Ma nel cuore di ogni uomo arde quel sogno fanciullo, che si riflette nelle perle di oriente. E allora ritrovo il mio volto! Lo rivedo. Ho tenerezza per i peccati dell’uomo. Li assorbo e li amo. Stringendo il tutto. Rinascendo! Sentendomi parte di un mondo in eterna mutazione. Un mondo di anime che cercano disperatamente di trovare se stesse. Di ritrovare quel sorriso fanciullo che l’oro ha comprato. Di tornare liberi, vivi, unici. Degli esseri umani! >>
Lui chinò nuovamente il capo. La folla rimase in silenzio per qualche istante.
Poi un boato!
Tutti cominciarono ad applaudire. Tutti erano al settimo cielo innanzi al grande poema del secolo mostrato loro dal dolce Dario. E Dario, l’uomo profondo e libero dai beni materiali, era lì nel mezzo di tutti noi. Sorridendo! Sorridendo e sentendoselo venire duro nei calzoni per tutti quegli applausi. Per l’ammirazione di quei deficienti! Per essere ancora una volta il loro Dio. Il Dio di qualcuno.
Anche Ivana era entusiasta di lui. Applaudiva e sorrideva come una povera demente. Fissandomi di tanto in tanto, così da costringermi a fare a mia volta qualche merdoso sorrisetto.
Poi toccò a un altro di quei coglioni! Dario si mise a sedere, proprio accanto alla mia Ivana, e al suo posto si piazzò la troia vestita come Agnetha Fältskog.
Beh, forse fu anche peggio! La stronza cominciò a recitare una poesia sulla pace nel mondo. O meglio, sulla pace del popolo Palestinese!
Non che quella stronza avesse mai visto la Palestina. Eppure voleva salvarla a ogni costo! Lo dicevano quelle parole che recitava con tanto ardore. “Figlia della vostra terra! Bambina del vostro sole”, così disse, continuando a decantare quel merdoso poema su come salvare la Palestina e unire il genere umano in un solo e sincero abbraccio.
Chissà, magari la salvò per davvero, recitando quella cazzo di poesie. Oppure, più probabilmente, qualche Palestinese crepò sotto a un bombardamento, mentre lei tornò soddisfatta a sedersi in mezzo a noi, bevendo dal suo calice di cristallo del vino di marca.
Ma eravamo ancora all’inizio della serata!
Già, toccò a un tipo che voleva incitare il mondo intero a combattere contro la società consumista e capitalista. Poi al tipo che voleva tornare nella natura come se fosse un animale. Alla tipa che soffriva nel vedere gli esseri umani mangiare gli animali. E ancora al coglione asceta che aveva raggiunto il nirvana.
Mi toccò sentire tutta quella merda. Stronzata dopo stronzata.
Sì, tutti volevano dimostrare di essere qualcuno. Di essere speciali, buoni, profondi: degli artisti!
Io riuscii a sopportarli solo bevendo bicchiere dopo bicchiere. E per fortuna la mia cara Ivana era così entusiasta nel sentire quei bambocci e quelle stronzette che non si rese neanche conto del mio riempire di continuo il bicchiere.
Ma il pezzo forte doveva ancora venire!
Dario si alzò, sorridendo e mantenendo il suo calice. Fissandoci tutti e andando lentamente verso una delle sue librerie.
Tornò a noi continuando a sorridere e mantenendo in mano un libro. Il mio libro! Quello che mi aveva reso uno scrittore famoso, o almeno per loro.
Si mise a sedere di nuovo tra noi, ma stavolta accanto a me.
<< Allora, allora, allora >> cominciò a dire, sfogliando lentamente le pagine di quel libro << Beh, sono solo a quaranta pagine del tuo nuovo romanzo, ma devo dire che è molto ma molto interessante! >>
Tutti lo fissarono con aria compiaciuta. Guardando di tanto in tanto me. Il loro scrittore! La loro scimmia in gabbia.
<< Questa parte, per esempio, mi piace davvero tanto! >> riprese, fissandomi e tenendo aperto il mio romanzo << Che dici, non vorresti leggercela? >>
Io lo fissai per qualche istante. Confuso. Stordito dall’alcool. Nauseato da quella gente.
Lui continuò a sorridere, fissandomi dritto negli occhi con quel suo sguardo gelido e ipocrita.
<< Beh, ma forse si vergogna! >> ridacchio, guardandosi attorno.
Qualcuno sorrise assieme a lui. Altri ancora parlottarono tra loro. Mentre la mia piccola Ivana mi strinse la mano, sorridendo a sua volta e cercando di farmi coraggio. Cercando di far sì che io mostrassi al mondo intero di essere il migliore scrittore della storia. Così da rendere lei la donna migliore al mondo.
<< Avanti, tesoro, perché non ce la leggi tu? In fondo è una cosa tua! >> esclamò, sorridendo e tenendomi la mano.
Io la fissai, mandando giù un altro po’ di vino e poi sospirando.
Tornai a guardare il caro Dario. E lui era sempre lì. A fissarmi tenendo il mio libro in mano.
Me lo porse lentamente, senza togliersi quel cazzo di sorriso dal viso.
Io lo afferrai. Lui sorrise ancora. Abbassai lo sguardo. Fissai il frutto del mio lavoro. La mia opera! Quella mia opera che non aveva cambiato quella mia vita di merda.
Sospirai ancora, fissando quelle pagine, quelle righe, quelle parole, quell’ardore che non provavo ormai da mesi.
<< La mia vita era solo merda! >> cominciai a leggere << Io, il grande scrittore! Quello che si credeva un genio. Capace di diventare il miglior scrittore della storia. E invece, cosa? Non ero nessuno! Solo uno stronzo che continuava a fare lavori di merda pur di tirare avanti. Uno come tanti! Uno che sarebbe sparito nel nulla, proprio come il resto del genere umano che pur credendosi speciali sarebbe svanito nel nulla. Morendo dopo una vita mediocre >>
Sospirai ancora, fissando quelle righe. Fissando la mia vita.
Era la verità! E non potevo cambiarla. No, nessuno poteva cambiarla.
Ma a quella massa di stronzi lì dentro sembrò piacere molto!
Già, non avevano mica capito che quelle pagine parlavano anche di loro.
No, era sempre bello sentire qualcuno parlare male di se stesso. Magari con aria sofferente e malinconica. Ma guai se quel qualcuno dicesse qualcosa contro di loro!
Per fortuna avevo fatto colpo su quella banda di fessi! Cioè, per la fortuna di Ivana, ovviamente. E forse anche la mia. Dato che quella performance magari mi avrebbe donato un bel po’ di fica.
Ma avevo cantato vittoria tropo presto!
Dario, ancora sorridendo, raccattò il libro dalle mie mani, cominciando a fissarlo.
<< Davvero molto toccante! >> esclamò, senza togliersi quel merdoso sorriso dalla faccia << E poi come continua? >> disse tra sé e sé, fissando il libro e puntando la pagina con al dito << Mediocre come lei! Come quella troia di Silvia, lì in ginocchio davanti a me. Mezza nuda. E con il mio cazzo in mano >>
Smise di leggere e voltò lo sguardo verso di me, ancora sorridendo, per poi fissare tutta la platea mantenendo lo stesso ignobile sorriso sul volto.
Abbassò nuovamente lo sguardo e tornò al mio libro.
<< E lei non perse tempo a cercare di rendere speciale la sua vita! >> riprese << No, in un attimo se lo ficcò in bocca. Cominciando a succhiarlo. A succhiarlo così voracemente come a volermi svuotare le palle. E a chi lo stava succhiando? A me, Nicola, oppure allo scrittore? No, la piccola Silvia stava succhiando il cazzo dello scrittore! Stava cercando di diventare la favorita dell’harem. La migliore puttana al mondo. La sola e unica regina dell’universo. E io ero lì, impotente, sentendo il mio corpo sempre più inerme percorso da quel piacere donatomi da lei. Sentendo il mio cazzo esplodere. Le sue labbra sul mio cazzo. La sua lingua sul mio cazzo. Le sue mani sulle mie palle. Quelle palle che pulsavano di piacere! Quel mio cazzo che pulsava nella sua gola, pronto a riempirgliela di sborra. Pronto a versare in lei le mie lacrime. A sporcarla con il mio dolore! >>
Dario smise di leggere e chiuse il libro lentamente. Attorno a noi, solo silenzio. La gente non sorrideva più! Tutti si erano paralizzati. Tutti stavano lì fermi a fissarmi con aria scioccata.
E Ivana? Beh, lei era imbarazzata!
Certo, aveva sempre amato le cose da me scritte, almeno a detta sua. Ma quella sera era tra amici. Tra amici profondi. Amici speciali. E certo tra persone profonde e speciali non si poteva parlare di pompini e sborrate. Benché quelle parole celassero ben altro. Benché chiunque lì dentro aveva almeno una volta nella propria vita bevuto sborra, o l’aveva fatta bere a qualche altra persona.
Comunque fosse, l’idea di avere il culo della piccola Ivana sembrava sempre più lontana.
Avevo deluso lei. Avevo deluso il mondo. Avevo deluso il regno di Dio.
Ero cattivo! E meritavo di essere punito per le mie malefatte. Per la mia perversione. E il castigo di Dio non tardò ad arrivare!
Dario cominciò a sorridere. Poi prese a ridere di brutto, spalancando le braccia e dandomi una forte pacca sulla spalla.
Mi strinse forte a sé, come se io fossi il suo figlioletto, e rivolse lo sguardo al resto della platea.
<< Beh, non si può dire che il nostro amico Marco non sappia il fatto suo >> esclamò ridendosela << Tutti sanno che il sesso vende! Chissà, forse anche noi dovremmo metterci a scrivere di scopate >>
Tutti ripresero a ridere! Sì, le gerarchie erano state ristabilite. L’ipocrisia di Dario era arte, e la mie perversione era solo materiale per le seghe o per casalinghe represse.
Tutto era stato stravolto. Ancora una volta! E ancora una volta avevo perso.
Non bastava essere uno scrittore definito “porno” dalle deficienti che amavano leggere storie di inverosimili scopate e zuccherosi amori. No, dovevo essere definito alla pari di quelle scrittrici per deficienti da quel gruppo di bambocci incapaci di scrivere qualcosa che non fosse stato in qualche modo già scritto.
Odiato da tutti! Diverso da tutti. Snobbato da tutti.
Altro che vendite! Ero solo un pezzente. Ma dirlo avrebbe peggiorato la mia situazione. E già stavo abbastanza nella merda!
Dario non tardò certo ad alimentare la cosa. No, continuò a ridersela facendo battutine su di me e sui mie libri. “Un gran furbone! Una grande capacità letteraria usata per arrivare a tutta la gente, persino a coloro che non sono in grado di leggere”.
E ancora battute, ancora risate, ancora io al centro di quella patetica e crudele farsa.
Mi sentivo d’impazzire! Avrei voluto pestare tutti a sangue. Prendere quei coglioni e stenderli, per poi fottere davanti ai loro occhi quelle schifose e saccenti puttanelle.
Ecco, rabbia, voglia di vendetta, desiderio di devastazione.
Ero un bambino ferito per non aver ricevuto il regalo desiderato a natale. Ero il nerd che veniva deriso alle elementari. Il segaiolo che vedeva tutti fottere con belle vacche mentre lui non poteva che ammazzarsi di seghe. Ero quello non invitato alla festa del più figo della classe. Quello che alla recita di fine anno non faceva che una comparsa. Quello costretto a lavorare dopo la scuola mentre tutti i suoi amici se la spassavano.
Ero il male assoluto! La voglia di vendetta. Le fiamme dell’inferno che devastavano la terra.
Ero John Doe, ero Amon Goeth, Benjamin Barker, Freddy Krueger. Ero Jack Torrance, Kaiser Soze, Lex Luthor.
Volevo farli soffrire. Ucciderli tutti. Far smettere quelle risate del cazzo.
Ma ancora una volta ero impotente. Solo un coglione come tanti. Solo un patetico pezzo di merda costretto a obbedire agli ordini di qualche cazzone all’intero di un call center.
Ero fottuto! Non potevo che restare lì a subire quei colpi. Come sempre nella mia merdosa vita! E come sempre, senza poter reagire, decisi di eclissarmi. Di fingere di non esserci. E ci riuscii finché quelle risate e quelle battute non diventarono troppo incisive. Al punto che mi alzai da lì, dicendo la sola cosa saggia da dire, mentre tutti mi fissavano aspettandosi che dessi improvvisamente di matto.
<< Vado al cesso! >> esclami, sotto gli occhi stupefatti di tutti, e lo sguardo pieno di vergogna di Ivana.
Dario fece un cenno verso di me con la mano. Strizzando un occhio e sorridendomi.
<< Torna presto! Che aspettiamo solo te >> mi disse. Ma io non gli risposi! No, non avevo niente da dire. La sola cosa giusta da fare sarebbe stata ammazzarlo, e non potevo farlo.
Così mi allontanai dalla sala. Andando verso il bagno. Ficcandomi in un bagno pulito e profumato.
Feci una pisciata! Anche se a dire il vero non era poi così urgente. Ma visto che mi trovavo lì, decisi di dare un senso a quel mio soggiorno.
Poi mi avvicinai al lavello. Mi sciacquai il viso e mi guardai allo specchio.
<< Non vedi che ridono di te? >> echeggio attorno a me.
Io abbassai lo sguardo. Respirando con forza e stringendo i pugni.
<< Che ti succede, hai perso le palle? >> riprese ancora quella voce penetrante.
<< Sta zitto. Zitto! >> sussurrai, ansimando e stringendo i pugni.
Attorno a me rimbombò una risata. Poi sentii una respiro sul mio collo. Un respiro gelido!
Mi voltai, ma niente. Lì non ci stava nessuno. Nessuno se non io, e quella voce che in un soffio riprese a echeggiare attorno al mio corpo.
<< Vedi, neanche a questi poveri falliti del cazzo piace la tua roba. Non piace a nessuno! Di questo passo finirai per crepare in quel dannato call center >>
<< Devi stare zitto. Zitto! >> urlai nuovamente, sferrando cazzotti contro al vuoto.
Lui rise ancora di me. Io sferrai altri pugni nel vuoto, fino a perdere l’equilibrio, cadendo per terra.
Sentii ancora quella risata. Così forte da trapassarmi la testa.
Mi piazzai le mani contro alle orecchie, ma fu inutile. Quella risata era ovunque. La sua voce era ovunque!
<< Solo un inutile fallito! >> udii ancora. E poi, man mano, mentre stavo lì a terra a stringermi la testa, quella voce andò sfumando, e con essa quella gelida risata.
Mi alzai lentamente. Scioccato. Devastato. Stringendo i pugni e desiderando di uccidere il mondo intero.
Uscii da quel cesso, andando a passo lento verso il soggiorno. Raggiungendo il mio amore e i miei amici.
Loro nel vedermi tornarono a sorridere. Il loro giocattolino era tornato! Potevano ancora prendermi per il culo.
Avanzai ancora, arrivando accanto a Ivana, e prima che potessi sedermi il caro Dario si alzò in piedi, mettendosi proprio davanti a me.
Mi fissò, sorridendo ancora, e poi mi diede una pacca sulla spalla come se fossi il suo fratellino.
<< Ehi, ce ne hai messo di tempo! Ti stavi forse tirando una sega leggendo un tuo romanzo? >> mi disse.
Tutti lì dentro scoppiarono a ridere. Tranne Ivana, che se ne stava seduta con aria imbarazzata.
Neanche io sorrisi. Né tanto meno risposi. Rimasi lì a fissare quella tremenda faccia di cazzo. A fissare i suoi occhi maligni. Il suo sorriso crudele. La sua voglia di mettersi al di sopra di me.
Strinsi il pugno. E in quel pugno ci stava tutto il mio odio verso il mondo. Tutto il mio odio verso la mia vita di merda. Tutto il mio odio verso quel futuro che non avrei mai avuto.
Alzai il braccio. Lui smise di sorridere. In un lampo tutti smisero a sorridere. E prima che chiunque potesse fare o dire una qualsiasi cosa, il mio pugno si scagliò contro il volto di quello stronzo. Colpendolo in pieno! Fracassandogli il naso.
Il coglione cadde a terra come una pera da un albero. Urlando e mantenendosi il naso che sprizzava sangue.
Tutti si alzarono in piedi. Ivana si alzò in piedi, fissandomi con aria sconvolta. Incredula innanzi a quella scena.
Al bamboccio invece non fu dato tempo di alzarsi!
No, cominciai a colpirlo con forza dandogli calci contro la pancia e la faccia. Facendolo rotolare a terra come se fosse solo un giocattolo. Il mio giocattolo!
<< Allora, che c’è, non fai più lo stronzo, vero? >> cominciai a urlare, continuando a prenderlo a calci mentre lui disperatamente e inutilmente cercava di proteggersi con le mani << No, vero? Ora sei in mio potere, vero? Sono io il tuo Dio! E tu sei solo un oggetto per farmi divertire. Tu sei solo la mia puttana, stronzetto! >>
Continuai ancora a colpirlo. Lui cercò invano di difendersi, sputando sangue come se stesse vomitando. E la gente lì in mezzo se ne stava ferma. Cagandosi addosso. Senza le palle per salvare il loro amichetto.
Già, ora le gerarchie erano davvero ristabilite.
Quelli erano solo degli stronzi! Dei bambocci di merda che non sarebbe sopravissuti un secondo nel mio mondo. Nel mondo dei falliti. Nel mondo delle bestie. Nel mondo lontano dall’impero di figli di papà come quelli.
Avevano finito di ridere, i coglioni. Ora ero io il solo vincitore lì dentro. Il grande capo! La star di Hollywood.
<< Dai, recitami ancora una delle tue schifose poesie >> urlai ancora, colpendolo in pieno volto e facendolo rotolare sul pavimento come fosse una palla di fieno.
Feci goal! Raggiunse i suoi amici, e alcuni si chinarono verso di lui per soccorrerlo.
Io mi voltai di scatto verso Ivana. Lei mi fissò con aria terrorizzata. Quasi piangendo.
La lasciai stare! Ormai era persa. Io lo sapevo. Lei lo sapeva. E forse in un certo modo avevo fatto un favore a quel bamboccio, dato che presto avrebbe potuto fottersela al posto mio
Che si fottessero tutti! Questo pensai, distogliendo lo sguardo da Ivana e avanzando verso quella folla di stronzi.
Loro si scansarono con aria terrorizzata. Io raccolsi la mia roba e mi rivestii. Poi presi una bottiglia di vino rosso dalla tavola e continuai ad avanzare verso l’ingresso.
Uscii da lì. Da solo. Senza aver vinto un cazzo, se non quella dannata bottiglia.
Cominciai a scendere le scale. Silenzioso. Bevendo il mio vino a grandi sorsi e fumando una sigaretta.
Quando ecco dei passi!
Mi voltai di scatto e la vidi lì, scendere quelle scale velocemente, fino a raggiungermi.
Si fermò davanti a me e prese a fissarmi dritto negli occhi. Piangendo. Fissandomi e piangendo.
Sospirai. Sospirai e mandai giù altro vino, per poi abbassare lo sguardo.
<< Pensavo tu fossi cambiato! >> esclamò, continuando a fissarmi e a piangere.
Alzai lo sguardo lentamente verso di lei.
<< Cambiato? >>
Lei chinò il volto. Altre lacrime scesero dai suoi occhi. Un sospiro profondo uscì dalle sue labbra, e poi adagio alzò lo sguardo verso di me, tornando a fissarmi con quei suoi occhi lucidi di lacrime.
<< Non cambierai mai! >> riprese, senza smettere di piangere << Non è il mondo il problema, Marco, sei tu il problema! >>
Rimase qualche istante in silenzio. Io feci altrettanto, senza neanche il coraggio di guardarla.
<< Sei tu che cerchi la violenza! Sei tu che cerchi in ogni modo di dar sfogo alla tua rabbia. Di distruggere tutto! >>
<< Ehi, ma quelli stavano ridendo di me! >>
<< Sì, e tu cosa hai fatto? Hai provato a parlargli? >>
Non riposi. Sospirai a mandai giù altro vino-
<< Bravo! >> riprese << Questo hai fatto. Questo fai sempre. Solo bere! Bevi, distruggi te stesso e poi distruggi tutto ciò che ti sta attorno >>
Sorrisi cinicamente e abbassai lo sguardo.
Era inutile! Lei non poteva capire, e io ero troppo stanco per spiegare ogni cosa.
Eravamo in due mondi diversi. In due diverse galassie. In due universi che non si sarebbero mai incontrati.
Alzai nuovamente lo sguardo. Lentamente.
<< Mi dispiace >> le dissi con un filo di voce.
<< Dispiace anche a me >> mi rispose, asciugandosi le lacrime.
E poi nient’altro!
Il silenzio. Il silenzio più assoluto. Il gelo più intenso.
Era un addio!

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Un estratto del romanzo The writer, edito dalla Damster edizioni e partecipante al concorso Eroxè Context 2015. Già disponibile presso i maggiori store online.

La pancia e il petto facevano sempre più male. Mi sentivo agitato. La testa mi girava. E tutto attorno a me era come immerso in un secchio d’acqua.
Abbassai il boccale dimezzato e ci guardai dentro.
Mia madre, i miei amori, i miei sogni. Tutto stava annegando lì dentro! La mia vita stava annegando, e nessuno mi avrebbe tratto in salvo.
Diedi ancora un paio di sorsi e svuotai il boccale, sorridendo al nulla con fare cinico.
Ordinai subito un’altra birra. E il tipo me la portò. Senza chiedermi niente. Senza interessarsi di come mi sentissi.
No, per lui potevo anche morire. Io non ero nessuno! Non ero uno scrittore famoso. Non ero un cazzo di niente! Io neanche esistevo.
Se fossi morto in quell’istante, nessuno avrebbe pianto la mia morte. Non avrebbero scritto milioni di post melensi su facebook, né i giornali avrebbero mai parlato di me.
Nessuno l’avrebbe mai saputo! Sarei sparito nel nulla, come uno mai nato, qualcuno di mai esistito.
La cosa mi fece sorridere ancora!
Già, la realtà era così schifosa da non poter far altro che bere e sorridere per esorcizzarla. Per cercare di lenirne il peso. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Minuto dopo minuto.
Ma in me sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Che la realtà era lì, e non si sarebbe mai fermata, per quanto io ci provassi. Per quanto provassi a fuggire da essa.
Ecco, domani sarei tornato in quel cazzo di call center, e forse ci sarei rimasto a vita, o magari sarei finito per strada.
I miei libri non sarebbero mai stati ristampati. Nessuno mi avrebbe mai riconosciuto per strada. Avrei vissuto una vita anonima, vuota, senza nessuno scopo.
Uno dei tanti! Un niente come tanti.
O magari sarei morto. Magari quella stessa sera, o tra un giorno, una settimana, un anno. Stroncato da una malattia! Magari allettato per giorni o settimane prima di crepare. Ridotto come un vegetale! Capace solo di percepire dolore e fissare la mia vita gettata nel cesso.
Già, << Che fine del cazzo! >> sussurrai tra me e me.
Il tipo al mio fianco mi guardò. Il barista anche. Il vecchio dietro la cassa fissò il giornale, e la voce di una donna irruppe dal televisore.
<< Domani sera alle 20 e 30 su Canale 5, non perdetevi 50 sfumature di grigio. Film tratto dal bestseller di Erika Leonard James >>
Mi voltai di scatto verso lo schermo, fissando le immagini di un fighetto miliardario che si spacciava per master agli occhi di una troietta sfigata ma dall’aria da porca.
Mi venne da ridere. Scoppiai a ridere, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi sconvolti di tutti! Compresi quelli del vecchio dietro la cassa che alzò lo sguardo verso di me.
Distolsi lo sguardo dalla televisione e fissai quel vecchio, con la voglia di alzarmi da lì e spaccargli il boccale in testa.
Ma non lo feci!
No, finii la mia birra e uscii da quel posto, cominciando a camminare da solo per strada.
Attaccai subito la bottiglia di vino. Sorso dopo sorso. Fottendomene della fame e di quelle tremende fitte per tutto il corpo.
La testa continuava a girare. Un fortissimo sibilo trapassava il mio cervello. Le gambe erano molli. E un senso d’ansia mi stava soffocando, al punto da farmi sentire avvolto da un drappo funebre. Come se quella città mi stesse inghiottendo. Come se tutto si stesse accartocciando attorno a me.
<<  Cristo, come cazzo sei ridotto! >> udii in me e attorno a me.
Io avanzai il passo. Sudando. Sentendo il cuore battere forte e la testa scoppiarmi.
Ma lei non svanì! No, per quanto andassi veloce, quella voce rimbombava in me assieme al battito del mio cuore.
<< Fottitene di tutti quei coglioni! >> esclamò, con tono forte, seguendo il battito del mio cuore << Quelli non sanno un cazzo di te. Dunque fottitene, amico. Fottitene! >>
Cominciai a correre. A correre in quell’inferno. Vedendo il mondo scorrere attorno a me. Sentendo il mio cuore esplodere. Udendo quella voce che mi avvolgeva, stritolandomi.
<< Fai vedere a quelle merde quanto vali! Basta cazzate, ora! >> rimbombò quella voce, mentre correvo come un pazzo per quella città << Stroncali tutti! Smettila con quelle tue storie di merda tristi e psicologiche e dai alla gente quello che vuole. Una grande storia d’amore! Una storia con personaggi affascinanti, eroici, e scopate selvagge ma prive di termini come sborra o cazzo nella fica. Dai alla gente eroi in cui credere. Personaggi da amare. Vite da voler vivere! >>
Mi tappai la testa con le mani. Senza smettere di correre, pur sentendo il cuore esplodere e il fiato venir meno.
Arrivai a casa. Debole, esausto, sentendomi di svenire.
Riuscii comunque ad entrare nel mio palazzo. Continuando a bere, e avanzando a passo lento. Non sentendo più le braccia né le gambe.
Entrai nell’ascensore. Mi appoggiai alla parete, ansimando e non sentendo altro che il cuore nel mio petto battere come un tamburo.
Allungai la mano tremolante verso dei tasti, pigiandone uno.
Quel coso prese a salire. Io mi accasciai a terra. Mantenendomi il petto con la mano in cui stringevo ancora la bottiglia.
Udii una risata echeggiare lì dentro. Una risata avvolgere tutto. Insinuandosi nella mia testa come un tremendo fischio.
Cominciai a piangere, vedendo davanti a me un’ombra. Del fumo nero che formava una sagoma.
<< Vuoi forse vivere così, figlio di puttana? È questo che vuoi? O vuoi vivere da star? >>
Chiusi gli occhi, cominciando a pianger e ad urlare. Tenendomi la testa con le mani mentre quella dannata risata continuava a rimbombare nell’ascensore.
<< Fai come ti ho detto se vuoi vivere, fesso! >> udii ancora. E poi più nulla! Solo un forte sibilo nella testa, e quell’affare che si fermò sotto di me.
Mi alzai lentamente. Barcollando e uscendo da lì, mantenendo in mano la mia bottiglia.
Non riuscivo a pensare a niente. No, tutto era svanito. Io ero svanito. Il mondo era svanito.
Non c’era altro che silenzio! Silenzio, e il battito del mio cuore. Il battito del mio cuore e quel dannato sibilo nella testa.
Riuscii ad arrivare alla mia porta. A passo lento. E pur senza più sentire le braccia, riuscii ad aprire la porta.
Entrai dentro e la chiusi. La gatta mi venne contro, miagolando in modo strano.
Io guardai il buio. Confuso, stordito, sentendo il petto scoppiare. Sentendomi soffocare.
Mi fermai di colpo! La terra sotto a me cominciò a muoversi, e mi sembrò di vedere ogni cosa dondolare attorno a me.
Poi qualcuno mi strinse la gola.
Gli occhi sembrarono schizzarmi fuori dalle orbite. Un sibilo atroce invase il mio cervello, e una tremenda pugnalata mi trafisse il petto.
Ed ecco un senso di oppressione al torace. Conati di vomito assurdi. Sudore freddo. Fitte al braccio sinistro. Ancora fitte al petto e senso d’impotenza. La realtà attorno a me che mi si accalcava contro al mio corpo avvolgendomi come flutti d’acqua. Soffocandomi. Annegandomi

 

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Fottiti e Lasciami entare, due sconvolgenti romanzi pubblicati dalla Damster edizioni. Disponibili in formato digitale presso i maggiori store online.

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.
Eccola lì, stesa sul cofano di un auto, con la faccia sul cofano di una Fiat Punto del duemila e otto, o forse del duemila e sette.
Lì, immobile, inerme, con la mia mano che le spiaccicava la faccia contro il cofano dell’auto. Le tette sul cofano dell’auto, e quel piccolo e sodo culo proprio contro al mio cazzo.
Le alzai di colpo quel vestito da troia e le spostai le mutandine rosa. Quelle mutandine rosa di chissà quale altra troia.
«Ti faccio vedere io come si trattano le troie come te, lurida schifosa» dissi, continuando a mantenerla per la testa e tirando fuori il mio cazzo.
E lo tirai fuori. Lo tirai fuori grosso e duro. Pronto a chiavarla. Pronto a sfondarla. Pronto a punirla.
Sì, era svanita ormai l’impotenza. Il mio cuore pulsava sangue rabbioso in tutte le mie vene, gonfiando il mio cazzo d’infernale rabbia.
«Preparati troia» gridai, poggiandoglielo tra le chiappe. E mollai il collo un attimo. Giusto un attimo. Giusto il tempo di appoggiarle bene il cazzo contro il buco del culo.
Lei cercò di liberarsi.
«Che cazzo fai?» urlò, quasi piangendo.
Io le schiacciai di nuovo la testa contro quel fottuto cofano di metallo. Fece un boato! Un suono sordo e metallico.
«Dai troia. Che ti piace in culo!» urlai, continuando a tenerla ferma, e spingendole il cazzo contro al culo. Contro al buco del culo.
Lei prese a digrignare i denti. Come a voler urlare. Come a voler piangere.
Io presi a spingere più forte. Ridendo con aria malefica. Con la bava alla bocca.
«Ora lo sentirai tutto, puttana!»
Lei lanciò un grido in quel vicolo. Lanciò un grido in quella strana notte. In quella notte come tante. Come tante notti passate. Come tante notti future.
«Zitta troia!» urlai, spingendolo più forte. «Lo senti, vero? Dillo che lo senti tutto, vacca.»
E ancora un colpo. Il mio cazzo dentro al suo culo. Lei che stringeva i pugni lì su quel cofano. Lì, sentendo il mio cazzo entrarle su per il culo. Sentendo già la cappella del tutto dentro. Sentendo quel pezzo di carne che le apriva il culo, e senza poter fare un cazzo di niente per liberarsene.
Ed ecco ancora un colpo secco. Un colpo secco come una coltellata.
Lei urlò. Io lasciai la presa e le strinsi le chiappe. Le strinsi le chiappe come a volergliele stracciare via dal corpo. Le strinsi le chiappe, mentre la tenevo inchiodata a quel pezzo di ferro. Inchiodata a quell’auto con il mio cazzo.
E via con la prima spinta. Un colpo forte! Così forte come a volerle raggiungere lo stomaco con il cazzo.
Lei si ficcò un pugno in bocca. Strinse i denti dal dolore. Strinse i denti, sentendo quell’affare muoversi con colpi forti e secchi lì nel suo piccolo culetto.
E ancora un colpo. Un colpo forte. Un colpo secco.
Il suo culo bagnato di sangue. La sua carne contro la mia. Le mie mani che stringevano le sue chiappe.
«Prendilo! Prendilo tutto, troia» urlai, cominciando a sbatterglielo dentro con più forza. Sempre più velocemente. Sempre più velocemente.
E lei continuava a mordersi il pugno. Continuava a starsene lì stesa su quel cofano in balia del mio cazzo, in balia del mio odio. E ogni colpo del mio cazzo era una pugnalata contro di lei. Era una pugnalata contro il mondo. Una pugnalata contro ogni donna.
Sì, la vendetta era completa. Lei era sottomessa a me. Lei era sottomessa al mio cazzo.
E continuavo a punirla con le tavole della legge: la mia legge! La sola legge che per me fosse giusta. La sola legge capace di donarmi la liberazione.
Poi ancora le sue chiappe tra le mie mani. Botte di cazzo nel suo culo. Botte di cazzo sempre più veloci, mentre la mia bava le colava sulle chiappe, e la pelle sanguinolenta del suo buco del culo mi stringeva il cazzo.
Un gatto fuggì da quel vicolo. Una luce si accese da una finestra, probabilmente di un qualche cesso, e le risate della gente fuori da quel vicolo continuavano a invadere la notte. Le risate della gente fuori da quel nostro mondo.
Lei strinse ancora i pugni. Io diedi un colpo più forte. Un colpo così forte che sentii il sangue uscire dal suo culo fino a coprirle le chiappe.
«Troia!» urlai, alzando lo sguardo al cielo, proprio come quei tre stronzi nel cesso.
Ed eccola la sborra!
Ecco la liberazione. Il fuoco purificante della Geenna.
Sì, la mia sborra sprizzava dal mio cazzo. Sprizzava copiosa e densa. Calda e potente, fino a riempire il suo culetto.
E io mi sentivo finalmente forte. Finalmente libero. Finalmente onnipotente.
Ma non durò molto!
No, abbassai lo sguardo e la fissai. La guardai, lì, stesa su quel coso. Ormai inerme. Ormai rassegnata. Ormai fredda. Ormai spenta.
Non ci stava più niente da violentare in quel corpo. Non ci stava più niente da uccidere in quel corpo. Non ci stava neanche più quel corpo.
Lo tirai fuori. Glielo sfilai dal culo lentamente, vedendo la mia sborra mista a sangue scorrere dalle sue chiappe.
Glielo sfilai dal cuore lentamente, senza sentire più nessuna pulsazione. Senza sentire più niente di vivo lì in quel vicolo buio.
Me lo rimisi dentro, senza dire niente, senza fare un cazzo. Solo restando fermo contro un’auto. Davanti a lei. Fissando quel suo culo aperto che grondava sborra e sangue.
Lei restò qualche istante così. La luna entrava appena in quel vicolo, illuminando le sue chiappe.
Sembrava un cadavere!
Sì, un cadavere lasciato lì a decomporsi.
Poi si mosse. Da prima mosse le mani, ancora strette. Poi si alzò lentamente. Molto lentamente.
Si rimise in piedi, barcollando. Si rimise in piedi come se niente fosse successo. Come se niente fosse cambiato.
Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e se lo passò tra le chiappe.
Gettò quell’affare sporco di sborra e sangue per terra. Una blatta ci passò vicino, come per annusarlo. Poi guizzò via nella notte. Lei si risistemò. Aggiustò le mutandine e abbassò il vestito. E lentamente venne verso di me.
Si avvicinò a me, lentamente, con le gambe ancora aperte.
Mi fu faccia a faccia. Io accesi una cicca, non provando il minimo risentimento. Non sentendo più niente nel mio corpo, neanche odio!
Lei tirò fuori due birre dalla borsetta. Due birre e un apribottiglie.
Le stappò. Tenne una per sé e passò un’altra a me.
Io l’afferrai. L’afferrai, guardando lei.
Diedi un sorso alla mia birra. Lei uno alla sua. La luna non sembrava più illuminare quel posto. La luna era sparita da quel vicolo. La luna era sparita dal mondo.
Eravamo solo noi lì. Solo noi al mondo. E lei continuava a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Ora senza più sorridere. Solo con una gelida espressione di morte sul volto. Come se con il mio cazzo non avessi rotto solo il suo culo, ma anche la sua anima. Come se con quel mio cazzo non avessi violentato solo il suo culo, ma anche quell’ultimo barlume di umanità nel suo corpo adibito a contenitore di cazzi.
Poi si voltò di colpo, facendo due passi in avanti.
«Andiamo a casa» mi disse, senza neanche voltarsi. E io non risposi. Io restai lì a bere la mia birra in silenzio, per poi muovermi da quel rottame, prendendo a seguirla.
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Un senso di sadismo nato dal rifiuto di ogni donna, che aveva portato in me il desiderio di possedere analmente la mia compagna. Di sentirmi il suo unico padrone. Di umiliarla e sottometterla.
Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo tenevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca in silenzio, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia prese a suonare chissà dove.
Lei mi guardò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! E io la guardai. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

 

Senzanome (2)

Tratto dal romanzo inedito “La maschera”.

 
Qual è il prezzo di un amore? Quanto costano i ricordi?
Trenta euro! Sì, ecco quanto. Ecco quanto il mondo valuta il tuo amore, i tuoi ricordi, le tue illusioni.
Ero infatti uscito da meno di un’ora da uno di quei negozi di “Compro oro”. La vera immagine del mondo!
Entri lì, da solo, disperato, con in tasca non altro che i tuoi ricordi. Entri, e ti trovi davanti uno sconosciuto. Uno sconosciuto che ti fissa da dietro un vetro, sapendo già perché sei lì.
E anche tu lo sai! E sai di non aver scelta, o almeno se vuoi sopravvivere qualche altro giorno.
Dunque lo fai! Dai a quello sconosciuto i tuoi ricordi. Lui li fissa senza cura, li pesa, li valuta, e poi ti dà dello squallido denaro in cambio di essi.
Trenta euro! Ecco quanto valgono i tuoi ricordi. Ecco quanto vale il ricordo di un amore. E tu vorresti piangere, vorresti urlare, vorresti morire. Vorresti rinunciare a quei soldi, solo per aver con te ancora quei ricordi; brutti o belli che siano, ma qualcosa di prezioso!
Eppure hai bisogno di quei soldi. Dunque non dici niente. Vai via, sentendo una lama che ti spacca in due.
Trenta denari! Lo stesso prezzo che ebbe Giuda per aver tradito Cristo. Il prezzo attribuito al suo amore per Cristo. Il prezzo conferito al mio amore per Mara.
Già, Mara! Era passato un mese da quando mi aveva mollato, e io come un povero idiota ancora la pensavo. Pensavo a un anno passato assieme a lei, a tutti i giuramenti che mi aveva fatto, le parole dolci da lei dette, e il modo in cui mi aveva piantato; da un giorno a un altro!
Sì, la notte prima mi aveva detto di amarmi, e il mattino dopo disse che voleva altro dalla vita.
Dannata troia! E io che ancora la pensavo. Ancora che stavo male per aver venduto quel dannato anello che le avevo regalato.
Voleva altro! Sì, come no. E uno capisce di voler altro improvvisamente?
Cazzate! Quella stronza aveva di certo conosciuto un altro. Ecco la verità! Qualcosa di reale come il mio essere ridicolo nel pensarla ancora.
Sì, trenta euro! E probabilmente per Mara il nostro amore doveva valere anche meno.
Poco male! Almeno avevo in tasca un po’ di soldi. Non molti, ma dato che non avevo un soldo, e che avrei preso lo stipendio tra due giorni, quei trenta euro per me erano davvero tanti. Forse persino qualcosa di più grande dell’amore di Mara. E quei soldi mi permisero di fare ciò che ogni bravo fallito fa quando viene mollato da una donna.
Mi permisero di bere! Di ubriacarmi facendomi fare compagnia dalla bottiglia.
E lo stavo facendo eccome! Sì, era ormai più di un’ora che me ne stavo seduto al bancone di un bar nei pressi della stazione centrale di Napoli, bevendo il mio secondo boccale di birra.
Le luci attorno a me erano soffuse, e illuminavano in maniera Caravaggesca le mura e i tavolini di legno di quel bar, e i volti della gente in quel posto. Dei volti stanchi, silenziosi, rassegnati. Povera gente come me! Gente cattiva come me. Gente inutile come me. Gente che se ne stava seduta a fissare il bicchiere, senza avere nessuno con cui parlare, o al massimo qualche sconosciuto che continuavano a chiamare amico. Qualche sconosciuto che chiamavano amico, proprio come lo stronzo affianco a me.
-Solo trenta pezzi!- esclamò Mario, lì seduto accanto a me, davanti a quel banco di legno.
Poggiò lentamente il boccale di birra sul banco, facendo un smorfia con aria perplessa, per poi ficcarsi in bocca una Camel.
Accese la sua sigaretta. Io continuai a guardare il vuoto davanti a me, attraverso delle scaffalature di vetro su cui stavano poggiate decine di bottiglie di whisky.
-Ma sei sicuro che quel figlio di troie di Ivano non ti abbia fregato?- riprese.
-Credo di no!- gli risposi, ficcandomi in bocca una Marlboro e accendendola –Lei aveva le dita molto piccole!
-Bah! In questo almeno sono stato più fortunato di te, Nico. Quando Luisa mi piantò, beh, ci ricavai ben cinquanta pezzi con il suo anello. Aveva le dita grosse… proprio come tutto il resto.
Io annuii. Non me ne fotteva niente di Luisa, né di Mario. Erano solo due sconosciuti per me, come tutta la gente lì dentro. Come la troia polacca che serviva alcool da dietro al banco, il proprietario che da un angolo ci fissava, attento che non combinassimo qualche casino, e tutti quei coglioni che se ne stavano lì dentro a ubriacarsi proprio come me. Coglioni proprio come me!
Ma che fai quando una donna ti pianta? Beh, o te ne stai da solo in camera tua, ubriacandoti, e chiamando di tanto in tanto lei solo per dirle quanto sia una troia. Oppure, se hai la grana, esci, vai in giro, offri una serata da sballo a qualche puttanella, così da fartela. O ancora, nella peggiore delle ipotesi, scegli uno stronzo qualsiasi con cui passare la serata. Uno come Mario! Uno che avevo conosciuto a lavoro. Uno che non sapeva un cazzo di me, come io non sapevo niente di lui. La tipica persona con la quale a lavoro parli di tutto, come se lui fosse l’amico desiderato da sempre, ma che a conti fatti non conosci minimamente. Anzi… magari ti sta anche sul cazzo!
Comunque sia, il fato volle che Mario fosse stato piantato tre giorni prima che Mara mollasse me. Dunque, da bravi falliti, a lavoro subito parlammo dei nostri guai sentimentali, gettando merda su tutte le donne del mondo. E dopo aver passato entrambi la fase “solitudine totale e insulti al telefono”, ben consapevoli che le nostre donne se ne sbattevano dei nostri insulti, e si stavano già facendo sbattere da qualcun altro, eccoci lì! Da soli nella fase tre. Troppo inutili per poterci permettere la fase due.
Mario sbuffò, facendo quasi dondolare il lardo attorno alla sua enorme faccia. Ciccò in un posacenere di vetro, poi mollò un altro sorso alla birra, e tornò a guardare me.
-Dovremo non pensarle. Non pensare a nessuna di loro!
Io annuii ancora, senza neanche ascoltarlo. Pensando solo a bere. Volendo solo bere!
-Sai cosa mi ha detto lei prima di mollarmi? Che era confusa! Sì, come no, confusa un paio di palle! E poi, cosa scopro? Scopro che quella troia si sentiva con uno in chat, e che se non gliela aveva ancora data era solo colpa della distanza.
Mandò giù altra birra, e io feci altrettanto, proprio come tutta la gente in quel fetido bar.
-Dannate troie! Sempre pronte a proclamare giuramenti d’amore, per poi piantarti in un attimo, e altrettanto velocemente finire a farsi sbattere da qualcun altro.
Abbassò lo sguardo qualche secondo, stringendo il boccale con forza, come a voler strangolare la sua piccola Luisa.
Si voltò di scatto verso di me.
-Te l’ho detto cosa ho fatto, no?- riprese. E io non dissi niente. Sapevo cosa aveva fatto! Avevo sentito mille volte la sua storia, e lui la mia. E nessuna delle due era più interessante di miliardi di storie che altri miliardi di stronzi avevano già raccontato o che avrebbero raccontato ad altri miliardi di stronzi che a loro volta avrebbero raccontato ridicole storie ad altri miliardi di stronzi.
Ma lo lasciai fare! Ero troppo stanco per mandarlo a fanculo, senza contare che se fossi tornato a casa da solo, con ogni probabilità avrei telefonato di nuovo a Mara, rendendomi più ridicolo del solito. E inoltre, le birra me le stava pagando lui! Dunque, motivo in più per ascoltarlo ancora.
-Andai fin sotto casa sua- continuò a dire -Ero ubriaco! Ma anche se non lo fossi stato, probabilmente avrei agito nella stessa maniera. Inizialmente pensai di salire su da lei, e sfondare la porta nel caso non mi avesse fatto entrare. Ma poi, pensai che non avrei ricavato un cazzo di niente insultandola di nuovo. Così decisi di farle saltare in aria la macchina.
Si fermò un attimo, continuando a fissarmi dritto nei miei occhi neri come la notte più cupa.
-Uhm, te la ricordi la macchina di Luisa?- mi chiese.
Io feci di sì con la testa. Lui mandò giù altra birra, e riprese con la sua cazzo di storia sentita e strasentita.
-Bene, ti dicevo…Ero lì, proprio sotto casa sua, pronto a far saltare in aria la sua cazzo di auto. Quando ecco che, senza alcuna spiegazione, non lo faccio!
Girò lo sguardo in avanti, fissando il vuoto, come se stesse rivedendo la scena. E io sapevo già com’era quella scena!
Sì, alla fine lui aveva pensato a tutte le cose fatte con lei. Aveva pensato alle tante volte che l’aveva vista piangere, indifesa come se fosse una bambina. E così non le aveva fatto saltare in aria l’auto! No, si era limitato solo a bucare tutte e quattro le ruote, per poi tornarsene a casa a ubriacarsi.
L’avevo sentita decine e decine di volte quella storia! Eppure Mario me la raccontò nuovamente, e io nuovamente feci finta di ascoltarlo. E quando ebbe finito la sua storia, e la sua birra, Mario poggiò il boccale sul bancone, facendo cenno alla cameriera.
La cameriera venne verso di noi, con fare seccato, sapendo bene che noi due eravamo solo due ubriaconi volgari che per di più non lasciavano mai un centesimo di mancia.
Io finii la mia birra, e poggiai il boccale accanto a quello di Mario.
Mi grattai la crespa e incolta barba sul mio viso. Mario si passò la mano sulla testa pelata, fissandomi, mentre la biondina polacca se ne stava dietro al banco a fissare entrambi.
-Te lo fai un altro giro?- mi chiese.
Io feci sì con la testa. Mario sorrise, contento di farsi scucire altra grana. E in un attimo tornò alla biondina.
-Portacene altre due!- le disse, con fare duro come se fosse Mickey Rourke, e non un coglione qualunque.
La biondina però non era di certo Kim Basinger. No, non lo cagò minimamente, prese i boccali e si tolse dal cazzo, senza dire neanche una parola.
La guardammo assieme allontanarsi verso la spillatrice di birra, muovendo il suo culetto sodo e carnoso ficcato in un leggings nero.
-Cristo, che darei per piantarlo dentro a quel culo!- sussurrò Mario, senza toglierle gli occhi di dosso. Almeno finché la polacca non tornò a noi con le nostre birre, per poi andarsene nuovamente via, concedendoci un’altra bella occhiata al suo culetto che entrambi avremo voluto sfondare.
Mario diede un bel sorso al suo boccale, continuando a fissare la biondina, mentre io, bevendo la mia, non fissavo altro che il vuoto davanti a me.
Poi lasciò perdere la bionda e tornò a me.
-Senti, ma tu non mi dicesti che una volta ci sei uscito con quella? Com’è che si chiama? Ana, dico bene?
Io annuii nuovamente, dando un sorso al mio boccale e abbassandolo, per poi guardare quel bestione davanti a me: grande, grosso, grasso. Vestito male. Senza capelli, e con una tremenda faccia di cazzo.
Sospirai lievemente, tirando fuori una sigaretta dalla mia giacca di pelle, e portandomela alla bocca.
L’accesi, sotto lo sguardo impaziente di Mario, che voleva sapere se lo avessi o no messo in culo a quella bella troietta bionda.
La risposta fu no!
Mario mi guardò con aria incuriosita. Io tornai a fissare il vuoto, lavorandomi la mia birra.
-Cioè, ci ho provato!- gli dissi –Ma lei si è scostata subito e mi ha detto che sono un insensibile e un porco.
Mario abbozzò un piccolo sorriso, sorseggiando la sua birra.
-Queste troie!- esclamò, abbassando il boccale –Cazzo, eppure lo sanno perché le chiediamo di uscire! Cristo, non credo che pensino davvero che quando le vediamo pensiamo al loro cervello… Sempre che ne abbiano uno! No, non sono poi così sceme. Quelle lo sanno! E se escono con noi è perché in fondo lo vogliono. Eppure, devono sempre tirarla con infinite cazzate! Devi ascoltarle, fingerti interessato alle loro minchiate, portarle in giro, ridere alle loro battute idiote, fingere di amari i cuccioli e interessarti alla pace nel mondo. E anche quando fai tutte queste stronzate qui, se la prima sera provi… Giustamente, a ficcarglielo dentro, quelle ti armano un casino tremendo! Ti dicono che tu non le rispetti, e che loro non sono delle puttane.
-Già!- gli risposi, senza guardarlo, senza sapere cosa dire, né volendo dire altro.
Rimasi lì in silenzio per qualche istante, bevendo la mia birra e continuando a sentire le stronzate di Mario sulle donne.
Erano tutte troie! Sì, questo lo avevamo capito. Eppure proprio come me, Mario quando stava con Luisa pensava che lei non fosse una troia, come non lo pensavo io di Mara, e ogni altro stronzo innamorato.
Sì, di colpo il mondo diventava un posto dove stavano tutte troie meno che una. E quella “una” l’avevi beccata proprio tu! Solo che poi, finito l’amore, finita la storia, quella “una” diventava per te la più troia tra le troie.
Era una legge comune. Succedeva sempre. Forse era successo anche ad Abraham Lincoln, a Nelson Mandela, Napoleone Bonaparte, e a Malcom X.
Dunque che fare? Pensare per davvero che quelle fossero delle principesse fatate, magari come Biancaneve o Cenerentola?
No, gli stronzi eravamo noi! Dei poveri babbei incoerenti che di colpo si trasformavano in amorevoli principi azzurri quando incontravano l’amore della vita. Reputandole profonde e speciali anche se facevano tutte le cose da loro criticate nelle donne. Cose come essere ossessive per la pulizia della casa, passare tre ore nel cesso a truccarsi, chiederti quale fosse lo smalto migliore, o portarti in giro per negozi per ore e ore solo per comprare uno stramaledetto vestito.
Inutili, petulanti, fasulle e ipocrite troie. Ecco cos’erano! E noi i soliti coglioni senza palle che ci cascavano ogni volta, rimangiandosi quanto detto o pensato, per poi tornare nella realtà, più incazzati di prima.
Ma ero stanco di quelle stronzate! Sì, dirlo non avrebbe cambiato le cose. Non mi avrebbe reso giustizia.
Al mondo non ci stava giustizia!
Io avevo perso, e Mara aveva vinto. Questa la sola cosa reale! Reale come il fatto che io stavo lì come un coglione, assieme a un altro coglione, bevendo birra, e con la prospettiva di tornarmene a casa per tirarmi una sega, mentre lei se la stava spassando con un altro stronzo che mia aveva sostituito.
Già, forse avrei dovuto fare come Mario. O meglio… Fare come lui avrebbe voluto fare!
Sarei dovuto andare da lei. Sfondare la porta di casa, legare quello stronzo e violentarla davanti ai suoi occhi. Poi avrei dovuto uccidere lui, uccidere lei, uccidere il suo gatto, il suo cane, il suo criceto. Dar fuoco alla sua casa, alla sua auto, a tutte le lettere d’amore che mi aveva scritto.
E invece niente! Come Mario, non riuscivo a odiarla del tutto. Odiavo le donne! Ma non riuscivo a odiare lei. Non riuscivo a prendere la consapevolezza di essere stato solo un povero stronzo. Uno dei tanti. Uno che era stato gettato via come un preservativo usato. Uno che non era mai contato un cazzo.
Ecco, nessuno di noi due avrebbe mai vinto contro alcuna donna. Potevamo solo lamentarci, nel vano tentativo di sentirci meno stronzi. E per fortuna, dopo appena dieci minuti, Mario smise anche di lamentarsi.
Sbuffò nuovamente e si voltò verso di me.
-Domani lavori?- mi chiese.
-Sì. Dalle dieci fino alle venti.
-Uhm, straordinario?
Io annuii. Lui fece altrettanto, fissando il suo boccale, per poi mollargli un altro sorso.
Fece un respiro profondo, stiracchiandosi un po’ su quello sgabello.
Guardò un orologio appeso contro a un muro. Erano le due di notte! Le due di una notte qualunque, in un Aprile qualunque di una città qualunque.
-Beh, io domani inizio alle otto- mi disse, tornando a guardarmi.
Poi si alzò dallo sgabello. Non disse niente, trafficò solamente nella sua tasca, tirando poi fuori un pezzo da venti e uno da dieci.
Trenta euro! Il prezzo del mio amore. Il prezzo del tradimento di Mara. E quei trenta euro erano lì sul banco, come prezzo per il nostro dolore, per la nostra voglia di fuggire dal mondo e dalle donne.
Mario lì lasciò lì e riprese a guardarmi.
-Tu che fai, resti o vieni via?
-Credo che resterò ancora un po’- gli risposi, sorseggiando ancora la mia birra.
Lui scosse le spalle.
-Beh, fai un po’ come vuoi. Ma vedi di non fare stronzate!
Io alzai la mano, tenendo il boccale contro la bocca. Lui sorrise e mi diede una pacca sulla spalla con la sua enorme mano, su quel mio flaccido corpo alto solo uno e settanta.
-Ci si vede domani in fabbrica- riprese.
-A domani!- gli risposi, guardandolo a stento, mantenendo il mio boccale davanti alla mia bocca.
Finalmente Mario si tolse dal cazzo! Ne avevo le palle piene di tutte quelle sue stronzate sulle donne e sulla vita. Non volevo sentire niente! E sapevo bene che quella era la cosa peggiore. Il voler star da solo! Sì, da solo con i miei pensieri. Ubriacandomi mentre pensavo a lei. Mentre pensavo di essere stato fregato. Mentre pensavo a lei che stava scopando con un altro, e io lì da solo, senza neanche un tocco di fica accanto.
Mi guardai attorno, cercando un modo per rimettermi in pari. Cercando un corpo da fottere, così da poter dire a me stesso “tu scopi, ma scopo anche io. Cosa credi!”.
Ma niente! Lì di fiche non ce n’erano. Solo negri e rumeni dalla faccia incazzata, intenti a bere birra, vino, od ogni altra merdata alcolica ed economica.
La sola fica lì dentro era Ana, che continuava a versare da bere a quella gente, sognando il giorno in cui come Vivian Ward avrebbe incontrato il suo Edward Lewis che l’avrebbe portata via da tutta quella merda.
Beh, Ana di certo non avrebbe mai incontrato nessun uomo ricco, affascinante e galante, ma solo degli squallidi cafoni che l’avrebbero fottuta dandole in cambio qualche complimento. Finché un giorno non si sarebbe sistemata con un panciuto impiegato di banca, o magari un direttore di un qualche supermercato. E io, io non avrei mai trovato nessuna da scopare senza scendere a compromessi. Senza ascoltare le stronzate di qualche donna. Passare ore a sentire stronzate ascoltate mille volte. Fingendo che quelle stronzate fossero più interessanti di tante altre stronzate già sentite.
Sì, in un modo o in un altro eravamo tutti nella merda. Chi più o chi meno! Intere generazioni cresciute credendo di poter un giorno diventare come Barbie, Candy Candy, il capitan Harlock, Kenshiro, Sailor Monn, Pegasus, Kelly Marlene Taylor o Dylan McKay.
E invece… Niente! Solo miliardi di pezzi di carne che si urtavano tra loro. Solo pezzi di carne costantemente presi a comprare cose, fare cose, cercare di ricevere consensi, piacere alla gente, sentirsi speciali, voluti, amati, desiderati.
Un mondo di inutili formiche che si spaccano la schiena per niente. Accumulando niente. Senza mai raggiungere niente.
E io ero lì in mezzo. Solo un povero fallito di trentatre anni che non aveva che trenta pezzi in tasca, un lavoro di merda e mal pagato, un fetido bilocale in affitto, e ormai neanche più una fica da scopare.
Ero nella merda! E al pensarci mi venne persino da ridere. Al punto che sia Ana che il suo capo mi fissarono, chiedendosi quale stronzata avessi in mente di fare.
Ma non feci niente! No, non feci niente se non finire la mia birra, poggiando poi il boccale sul bancone.
Mi alzai e accesi una sigaretta. Frugai nelle tasche del mio jeans e tirai fuori il portafogli, estraendo da esso un biglietto da dieci.
Lo poggiai sul banco. Ana vinse la sua paura e mi si avvicinò, senza dire niente.
-Dammi due birre in bottiglia. Due Tennent’s!- le dissi. E Ana, ancora una volta non disse niente. No, prese i soldi e sparì, per poi tornare a me con due birre e quattro euro di resto.
Alzò appena lo sguardo verso di me. Fissandomi con aria gelida, come se io non le avessi mai messo la mano sulla fica. Anzi, come se aver sentito la mia mano sulla sua fica fosse stata la cosa peggiore nella sua giovane vita.
Ma si fece forza!
-Le apro?- mi chiese con aria gelida.
-Solo una- le risposi.
E così fece! Aprì una delle mie birre, rimanendo l’altra chiusa, per poi tornare alle sue faccende, e a sognare il suo dolce Edward Lewis.
Io raccolsi la birra chiusa e me la ficcai nella tasca interna della mia giacca. Poi presi il resto. Fissai le quattro monete nella mia mano, e sorrisi. Sorrisi amaramente.
Quanto costa l’illusione di liberarsi dal passato? Sei euro! Non molto, se si pensa che un amore ne costa trenta.
Misi in tasca le monete, con la voglia di spaccare la testa a qualsiasi coglione mi si fosse piazzato davanti. Con la voglia di bruciare la foresta dell’amazzonia. La voglia di uccidere tutti i panda del mondo. La voglia di bucare la testa a Kennedy, far saltare in aria Martin Luther King, violentare a sangue Rosa Parks, sodomizzare Madre Teresa di Clacutta, infilzare con una lancia nel costato di Cristo, dar fuoco a Topolino, segare le gambe a Osho mentre è ancora vivo, legare Babbo Natale a una sedia per strappargli i denti, e affondare il Titanic a cazzotti.
Ma non ero in grado di fare niente di tutto ciò! No, ero solo un coglione. Uno sfigato come tanti al mondo. E come tale, raccolsi l’altra birra e uscii da quel posto, rimettendomi per strada. In un mondo pieno di gente inutile quanto me.
L’aria era fresca, ma si stava bene, benché quella parola fosse per me un qualcosa di immensamente distante.
Cercai di non pensarci, anche se non riuscivo a pensare ad altro che alla voglia di far del male a qualcuno, o almeno a me stesso.
Continuai a farlo a me stesso! Proprio come avrebbero detto gli psicologi, i santoni, i cristiani o i buddisti. Proprio come avrebbe detto Mara! Sì, lei che diceva sempre che bevevo troppo, che fumavo troppo, che non m’interessavo al futuro, e stavo gettando nel cesso la mia intera vita.
Che si fottesse! Lei intanto la sua vita la stava di certo coltivando. Eccome! Facendosi piantare dentro un altro cazzo, quando meno di un mese fa diceva di amarmi alla follia.
Troie, solo troie! Troie ben peggiori di quelle che se ne stavano lungo i marciapiedi di Piazza Garibaldi; quella grossa e caotica piazza che avvolgeva la stazione centrale di Napoli. Una piazza cupa, illuminata solo dalle luci giallastre dei lampioni, e dai fari di qualche auto che passava fuggendo da quel posto maledetto. Quel posto fatto di vecchi e grossi palazzi di pietra sotto ai quali, a quell’ora, se ne stavano solo ubriaconi e tossici, negri che litigavano tra loro, criminali, stupratori, assassini, barboni, e falliti di ogni tipo.
Era l’inferno! Io ero all’inferno. Dunque quale posto migliore di quello? Un posto dove non ci stavano eroi. Un posto dove Superman e Batman non entravano per far splendere la luce della giustizia. Un posto dove nessuno avrebbe mai ricevuto un solo dannato regalo da Babbo Natale, un miracolo da Gesù Cristo, o una qualsiasi stracazzo di perla di saggezza buddista.
No, noi eravamo disperati, chi in un modo o in un altro. In quella piazza, di notte, lontani dalle luci del mondo, lontani dalle brave persone che se ne stavano altrove; nelle loro case a guardare la televisione, chattare al computer, parlare al telefono, o scopare. Oppure in qualche piazza, bevendo e ridendo tra amici. In qualche discoteca, in qualche teatro, in qualche stramaledetta camera d’albergo con qualche troietta o qualche stronzo.
Ovunque, ma non lì! E Mara non era lì. Io stavo soffrendo, stavo male, e lei dov’era?
Che stronzo! Quella stava scopando con qualcuno fottendosene di me, e io ancora ci pensavo.
Sarei potuto anche crepare, e lei avrebbe continuato a prenderlo dentro come se niente fosse. E il giorno dopo qualcuno l’avrebbe telefonata, magari Mario. Lei sarebbe venuta al mio funerale. Avrebbe pianto, e detto a tutti quanto io ero speciale, e poi, subito dopo il funerale, sarebbe tornata a casa, facendosi sbattere dal suo nuovo amichetto.
Succedeva sempre! Doveva succedere. Era la regola! Ci deve essere sempre uno che perde e uno che vince. E forse… Sicuramente, al posto suo avrei fatto lo stesso.
Ma non ero lei! Non avevo la fica, io. Ero solo un pezzente che camminava per strada, di notte, da solo, bevendo la sua birra e passando tra topi e blatte, pensando solo a un motivo per non farsi fuori.
Beh, non lo trovai, ma non mi uccisi comunque; o almeno nel tempo presente. Andai avanti ancora, bevendo, passando davanti a pezzenti come me che mi fissavano pensando se io potessi o meno servire a qualcosa.
Evidentemente decisero di no! Capirono che non ero altro che un povero fallito come loro, e mi lasciarono andare. Andare avanti verso il nulla. Camminando e bevendo finché non finii la mia birra e la gettai per terra.
Mi fermai all’improvviso, sotto la statua di un uomo a cavallo cui nome stava nei libri di storia.
Chissà se anche il mio nome un giorno sarebbe finito nei libri di storia. Chissà se un giorno avrei mai avuto una statua nel centro di una piazza.
Di certo no!
No, sarei finito in qualche ossario, dato che non avevo parenti né amici. E nessuno si sarebbe mai ricordato di me. Nessuno avrebbe mai ricordato il nome di Nicola Gargiulo.
Beh, io non mi sarei ricordato di loro! E lasciai la mia bottiglia sotto le palle eroiche del cavallo con sotto l’eroico sconosciuto, per poi riprendere a camminare nella notte, senza sapere dove volessi andare, o cosa volessi fare.
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Tratto dal romanzo inedito “Il figlio”, seguito di “Viola come un livido”, romanzo edito dalla Damster edizioni.

E io cosa avrei fatto? Avrei cercato qualche amico, una nuova donna, un cane da accudire? O magari avrei cercato un hobby! Che ne so, cose come fare volontariato o iscrivermi a un corso di danza.
No, non mi andava di fare un cazzo! Neanche di mettermi a letto per piangere, o anche solo star lì steso sotto alle coperte a pensare a quanto facesse schifo la mia esistenza.
Di norma, in un giorno qualsiasi, mi sarei chiuso nella mia stanza masturbandomi per ore e ore. E poi di notte mi sarei ubriacato mettendomi a scrivere uno dei miei racconti che nessuno avrebbe mai letto. Quei racconti che piacevano tanto alla piccola Violasan.
Ma in quel momento non potevo!
Non che non avessi voglia di scopare. Quella la si ha sempre! Anche quando muore tuo padre. Anche quando perdi tutto. Anche quando esplode la terza guerra mondiale.
Era un fatto di orgoglio, ecco cosa!
Il non poter sopportare di starmene da solo chiuso in una camera a tirarmi una sega, mentre lei con ogni probabilità se ne stava chissà dove a farsi sbattere da chissà chi.
No, dovevo mettermi in pari! Per quanto potesse contare una cosa del genere.
Così decisi di uscire da lì, benché non mi andava certamente di vedere nessuno. Di parlare con qualcuno.
Finii la mia birra, poi mangiai qualcosa, e ne bevvi altre due.
Non avevo fame. Ma lei di certo stava scopando. Dunque dovevo farlo anch’io! E se avessi voluto farlo avrei dovuto mettermi in forza.
Poi una volta finito di pranzare mi lavai alla meglio e mi vestii, uscendo da quell’appartamento. Camminando a passo lento per quel vecchio palazzo dove ora di certo tutti i bravi condomini avrebbero potuto finalmente vedermi solo come un povero sbandato, e non come uno sbandato fidanzato con una povera ragazza.
Che si fottessero! Quando sarei tornato lì avrei pisciato contro ai loro zerbini. Se mai fossi tornato!
Ma intanto ero per strada. Erano le cinque passate. Il cielo era diventato buio. I lampioni giallastri illuminavano il lungo corso pieno di gente intenta a girare per negozi, o ad affrettarsi per andare in palestra o a trovare qualche altra persona.
Io avanzai tra di loro. A piedi. Desiderando solo di ucciderli tutti. Di passare tra loro impugnando un dannato machete e colpirli così forte da fargli saltare le teste.
Ma continuai ad avanzare. Lentamente. A testa bassa. Fumando e avanzando tra le luci dei lampioni e quelle dei fari delle auto. In mezzo a quell’esercito di sconosciuti che si ammassavano tra loro solo per comprare cose, vedere cose, fare cose, o per andare da altri sconosciuti intenti a fare le loro stesse cose.
Camminai ancora tra quella gente, fino a raggiungere Piazza Garibaldi: il solo posto dove un relitto come me potesse trovare riparo.
Ma mi sbagliavo!
Era ancora presto.
Sì, molta gente stava ancora a lavoro. Altra gente tornava a casa dal proprio lavoro. Alcuni studenti affollavano la piazza, di ritorno dalle proprie università dove avevano passato la giornata a cazzeggiare. E altre persone andavano in giro per negozi, oppure in cerca di qualche posto dove mangiare un cornetto o una pizzetta.
Già, la civiltà era ancora lì. Ancora viva e pulsante attorno a me.
Tutta gente che cercava di assomigliare ai tipi e alle tipe sui cartelloni pubblicitari che accerchiavano le strade. Cartelloni con su persone sorridenti, forti, vincenti, affascinanti.
Persone che avevano un’auto di lusso. Persone che avevano appena fatto una vacanza meravigliosa. Persone che avevano un lavoro sublime. Persone con una famiglia incantevole. Persone ricche da far schifo. Persone con una vita meravigliosa. Persone che riflettevano i sogni di tutte quelle persone che si ammassavano in quella piazza. Di tutti quei falliti! Di quelle persone mediocri come me. Persone che non sarebbero mai diventate star del cinema, cantanti, artisti, calciatori, miliardari, Divinità, supereroi.
No, tutti in un modo o in un altro eravamo dei falliti, proprio come le puttane a quell’ora confinate in qualche vicolo buio e fetido. Negri che bevevano birre in latta e vino in cartone, seduti sotto a qualche statua di un eroe decaduto. Venditori calzini che si umiliavano cercando di vendere la propria roba alla brava gente. O barboni che se ne stavano fermi sotto la tettoia della stazione centrale, attraversati dalla brava gente come se fossero solo spettri. Proprio come il mondo aveva sempre attraversato la piccola Violasan, credendola solo una puttana.
Ebbi quasi voglia di unirmi a loro. Di perdermi assieme a loro. Ma ovviamente evitai di farlo!
No, non mi andava di sentire la storia di qualche disperato caduto in miseria, o di qualche pazzo che si credeva il nuovo papa.
Volevo stare da solo! Da solo a bere, e magari trovando un po’ di fica per mettermi in pari nei confronti di Alessandra.
Così continuai ad avanzare tra quella gente. In quella piazza circondata da grossi e antichi palazzi e coperta da una tettoia di tubi e fili di ferro che come una ragnatela si diramavano fino alla stazione piazzata in fondo alla piazza.
Avanzai ancora, cercando di non vedere nessuno. Né la brava gente né la gente cattiva come me.
Raggiunsi un piccolo bar. Un bar adatto solo per bere caffè o vendere birra economica ai disperati come me.
Era il posto giusto! Un posto dove non avrei incontrato brave persone, né qualche disperato così ubriaco da volermi raccontare la propria vita.
No, in quel piccolo cesso dalle pareti bianche non ci stava nessuna voce, se non quella di un televisore attaccato al muro. Per il resto, solo un vecchio ciccione dietro a una cassa, intento a leggere un giornale. Un barista basso e brizzolato dietro a un bancone di metallo, tutto preso a guardare la tele. E davanti a quel banco, solo un negro dall’aria stanca che beveva un grossa birra nazionale, e un vecchio magro che fissava il vuoto bevendo vino rosso da una bottiglia.
Mi misi a sedere davanti al banco, mentre il tipo dietro di me da dentro alle tele diceva che oggi qualcuno avrebbe potuto vincere cinquecentomila euro in gettoni d’oro. Che quel giorno la fortuna avrebbe potuto baciare qualcuno!
Beh, di certo non si riferiva a me. La fortuna mi aveva abbandonato da un pezzo. Aveva abbandonato me e quell’intera città.
No, non sarei stato baciato dalla fortuna. Affatto! Il massimo che avrei potuto fare sarebbe stato ubriacarmi fino a perdere i sensi. E dato l’ambiente cominciai persino a perdere la speranza di rimediare un po’ di fica.
Ecco, la fortuna non mi avrebbe mai baciato. Per niente!
Me ne sarei stato lì in quella bettola a ubriacarmi, mentre Alessandra magari a quell’ora era arrivata persino a farselo piazzare su per il culo.
Così ordinari da bere. E per fortuna il tipo dietro al banco non cercò di diventare il mio migliore amico.
Si limitò a portarmi una birra grande come gli avevo chiesto. Poi prese i soldi e si tolse dal cazzo, lasciandomi da solo con la mia birra. Con il mio dolore. Con la mia perdizione.
Restai lì seduto a berla, sorso dopo sorso. In silenzio. Finendola, per poi attaccarne subito un’altra.
Il tempo si era fermato. La gente fuori da lì era svanita. Il mondo era esploso.
Non esistevo che io lì dentro. Io, e la piccola Violasan. E Alessandra che si stava facendo sbattere da un altro.
Non era cambiato niente! O meglio, quasi niente.
Già, l’alcool non serviva a dimenticare un cazzo di niente. Anzi, intensificava il tutto! Rendeva tutto più vivido, presente, reale. Ma allo stesso tempo ti rendeva inattaccabile. Come se imbottito di alcool tu fossi qualcuno. Una persona forte. Vincente. Capace di vivere in mezzo a quel dolore. Di percepire la bellezza della sofferenza senza lasciarti distruggere da essa.
La sua sensibilità!
Quel dolore capace di renderti umano. Di renderti vivo.
Ma purtroppo per me non a tutti l’alcool faceva quell’effetto.
No, il vecchio accanto a me, dando un altro sorso alla sua bottiglia dimezzata decise di rivolgersi a me.
<< Ti manca, non è vero? >> mi chiese ridacchiando e fissandomi.
Io diedi un sorso al mio terzo boccale, abbassandolo e rivolgendo lentamente lo sguardo verso di lui.
Vidi i suoi denti marci. Il suo schifoso sorriso. E sentii sotto al mio naso il suo fetido alito.
<< Allora, ti manca, vero? >> chiese nuovamente.
Io svuotai il boccale in un solo sorso e lo poggiai sul bancone, rivolgendomi al barista.
Piazzai lì sopra una moneta da due e gli feci cenno. Lui arrivò a me e mi portò una bottiglia di birra. Stappandola, per poi prendere i soldi e togliersi dal cazzo.
Le diedi un sorso. Abbassai la bottiglia e mi alzai dallo sgabello, voltandomi verso il vecchio.
<< Vai a farti fottere! >> gli risposi. E poi non altro!
Uscii da lì. Mettendomi per strada. Alle sei passate di sera. Camminando tra tutta quella brava gente mentre bevevo la mia birra. Fottendomene di tutto! Fottendomene di quegli sguardi pieni di disgusto. Di quella gente che mi fissava come se non fossi altro che un topo di fogna. Una merda da evitare.
Dio, ebbi quasi voglia di fermarmi lì per strada, innanzi a loro, spalancando le braccia e urlando “Avanti, eccomi qui! Sono io, pezzi di merda. Sono il male di cui avete paura! Sì, sono stato io a dar fuoco alle vostre auto. Sono stato io a stuprare le vostre figlie, castrare i vostri uomini, uccidere i vostri cani. E sono stato io a far fallire le vostre aziende. Io ho impedito a voi teste di cazzo di entrare a medicina. E sono stato sempre io a pisciare nei cocktail dei vostri ospiti durante l’ultima cena di natale. Sono stato io a cagare sulle ostie consacrate dove vive il vostro merdoso Dio. E sono stato sempre io a far cadere le torri gemelle. Io ho convinto Hitler a uccidere gli Ebrei. Io ho dato inizio alla guerra contro la Palestina. Io ho fatto saltare l’atomica a Hiroshima. E ora avanti, facce di merda, venite qua. Venite da me! Additatemi pure, luridi coglioni. Sono io l’uomo cattivo! Avanti, puntate il dito contro me così da sentirvi meglio. Sì, fatelo, teste di cazzo. Voi siete perfetti! Voi siete giusti. Voi siete bravi. Voi siete speciali! Sì, gettate contro di me il vostro odio e poi toglietevi dal cazzo. Lasciatemi in pace! Lasciatemi essere il fallito che sono e non rompetemi le palle”.
Ma invece continuai semplicemente a camminare. Bevendo e fissando il nulla. Pensando alle parole di quel maledetto vecchio.
Sì, mi mancava. Mi mancava Violasan, ecco la verità.
Mi mancava il suo sguardo. La sua voce. Il suo modo di guardarmi come se stesse soffrendo. Come se fosse solo il riflesso di una dimensione lontana, imprigionato in un mondo che le stava troppo stretto.
E non potevo rivederla!
No, lei era sparita. Inghiottita per sempre da Alessandra. E ora stava soffrendo chissà dove. Sepolta nel corpo di Alessandra. In quel corpo che in quell’istante sicuramente si stava facendo sbattere da qualche coglione che mai e poi mai avrebbe compreso la meraviglia di Violasan.
Cazzo, dovevo fuggire! Dovevo trovare un modo per sparire.
Ma cosa fare?
Vendetta! Ecco cosa fare. Pareggiare i conti. Trovare un modo per non starmene lì da solo come un fallito mentre lei stava scopando con quel bastardo.
Ma come fare?
Voglio dire, non che avessi a portata di mano una fica da fottere, e per come stavo ridotto avevo ben poche probabilità di trovarne una al volo.
Ero nella merda! Non sarei mai riuscito a pareggiare i conti, e magari a quell’ora lei stava già succhiando un cazzo, o addirittura si era fatta venire in bocca.
Ma poi ecco che improvvisamente accadde il miracolo!
A pochi passi da me, in piedi davanti a un marciapiede, vidi un gruppetto di puttane a pagamento. Cinque ragazze giovani, Rumene o Ucraine, lì ferme a vendere la passera.
Certo, pagare per scopare non era la migliore delle prospettive, ma sempre meglio di tornarsene a casa a tirarsi una sega mentre Ale si faceva stantuffare a sangue.
Così decisi di investire qualche deca in quella mia piccola vendetta.
Mi avvicinai a loro, bevendo a grandi sorsi la mia birra, fino a svuotarla.
La poggiai per terra, su di quel marciapiede, e le tipe cominciarono a fissarmi con aria sospettosa.
Mi avvicinai a una di loro. Una tipetta bassina ma con grosse tette e un culetto sodo messo in risalto da una minigonna nera.
La tipa mi fissò ancora come se stesse pensando a chi cazzo fossi, e cosa potesse volere uno spiantato come me da loro.
Beh, io le feci la solita domanda. Quella che sentiva almeno una decina di volte a notte, da chissà quanto tempo.
<< Quanto vuoi? >> le chiesi.
Ma lei non rispose! No, continuò a fissarmi con aria disgustata e perplessa mentre volgarmente masticava una gomma Americana.
Io capii subito la situazione. Voleva vedere i miei documenti! La mia carta d’identità atta a testimoniare il mio essere un bravo cittadino, e non solo un ubriacone di merda.
Gliela mostrai!
Tirai fuori il portafogli ed estrassi un pezzo da cinquanta, per poi rimettere tutto nella tasca posteriore del mio jeans.
Lei sembrò tranquillizzarsi. Smise di fissarmi con diffidenza e cominciò persino a sorridermi come se fosse davvero felice di vedermi.
<< Fanno trenta in camera, amore >> mi rispose.
Io la guardai dalla testa ai piedi. Era bona, davvero arrapante! E chissà, magari li valeva per davvero trenta pezzi. Oppure no! Ma non ero nella condizione di sindacare, e di certo non avrei trovato un po’ di fica a un prezzo minore.
Così accettai. Terminammo la trattativa e assieme avanzammo per la strada, sotto gli occhi di brava gente che ci guardava con disgusto e gli sguardi di qualche negro senza un soldo che mi fissava con invidia.
Camminai dietro di lei in piccoli e cupi vicoli che si diramavano come un labirinto per le strade antistanti a quella piazza. Vicoli tutti uguali tra essi. Vecchi, bui, fetidi. Una ragnatela di pietra che avvolgeva quella piazza.
Arrivammo a una delle tante porte di ferro piazzate in vecchi e lerci palazzi. Una porta non dissimile a quella di un deposito. Ma invece dietro di essa si nascondeva il posto dove lei avrebbe onorato il suo contratto, dandomi modo di mettermi in pari con la piccola Alessandra.
Beh, quando entrai lì dentro mi trovai in una piccola stanza. Una stanza dalle pareti bianco sporco, mattonelle crepate, e non altro che un grosso letto piazzato davanti a una tendina rossa.
Lei si voltò verso di me. Sorrise ancora e poi sparì dietro a quella cazzo di tenda.
Sentii il rumore del suo piscio che scendeva nel cesso. Poi il discarico, l’acqua del bidet, e infine tornò a me, sorridendo come sempre.
Io non sorrisi affatto, né le chiesi il nome o qualsiasi altra stronzata.
Non me ne fotteva un cazzo di lei! Non ero il suo amichetto né il suo fidanzatino. Ero lì per scopare! Ero lì per vendicarmi. Lì per sbatterglielo dentro desiderando di lacerare la fica di Alessandra.
Dunque non persi tempo. Pagai il prezzo della mia vendetta e cominciai subito a spogliarmi, vedendo lei fare altrettanto davanti a quel cazzo di letto.
Niente da dire, la tipa doveva essere nuova del giro. Sì, perché a differenza di molte sue colleghe si spogliò del tutto. Un fatto di affari! Un modo per farsi il proprio giro di clienti. Farli arrapare! Così che fossero tornati sempre da lei.
Beh, chissà, forse ci sarei tornato, se fossi rimasto a lungo senza fica, e se quella non avesse rotto le palle mentre la scopavo dicendomi di continuo merdate del tipo “dai, amore, stai venendo?”.
Ma non sembrava affatto il tipo!
No, quando mi avvicinai a lei, col cazzo di fuori, lei lo prese in mano tranquillamente, senza costringermi a scappellarlo da solo per farle ficcare sopra un guanto di gomma.
Fece tutto lei, proprio come se fosse davvero la mia donna. Lo prese in mano, lo scappellò, e mi ficcò sopra il preservativo, per poi infilarsi tutto in bocca.
E anche a succhiare non era per niente male!
Se lo ficcava in bocca lentamente mentre mi smanettava le palle, e ogni tanto cominciava a leccarlo e a muovere la lingua sulla cappella.
Già, sarebbe stato molto piacevole se non avessi avuto quel dannato guanto di gomma sul cazzo. Mentre così non sentivo un cazzo di niente!
Ma comunque fosse, il cazzo si drizzò comunque.
Ecco, era il momento. Il momento di farlo!
Io lo sapevo, lei lo sapeva, il mondo fuori sapeva che lì dentro qualcuno stava scopando.
Così lei si stese sul letto, senza smettere di fissarmi e sorridere, come se fosse felicissima di star per prendere il mio cazzo dentro.
Ovviamente non mi feci ingannare da quella messa in scena.
No, ero andato a puttane un altro paio di volte, e sapevo bene che quella non era altro che una recita. Un modo per accalappiarsi dei clienti. Un modo non diverso da quello usato da tante brave ragazze per accalappiarsi i propri fidanzatini.
Comunque fosse, non mi tirai certo indietro. Mi misi in ginocchio sul letto, davanti alle sue cosce aperte, e prendendolo in mano glielo piazzai contro la fica.
Il cazzo entrò dentro in un attimo! Guizzò dentro in un istante, e io subito mi adagiai su di lei, cominciando a muoverglielo dentro lentamente. A sbatterglielo in quella fica larga e bagnata solo grazie a del detergente. Tastandole le grosse tette, le piccole spalle, i fianchi e le cosce liscissime. Tastandola tutta, come se non volessi perdere un solo lembo di quel corpo pagato ben trenta pezzi.
Sì, un bel corpo per davvero! Anzi, con ogni probabilità non avevo mai scopato una tipa così bona, e forse non ci sarei mai riuscito senza sborsare quei trenta pezzi. Eppure, era peggio di farsi una sega!
Già, mi muovevo in lei non sentendo niente. Fingendo di godere proprio come lei. Provando piacere solo nel tastare quel corpicino sodo e arrapante. Provando piacere più nel pensare di star scopando una simile tettona, che per quel muovere il mio cazzo avvolto di gomma in quel corpo freddo e insensibile.
Cristo, sembrava davvero tutto così ridicolo!
Io che mi muovevo tra le sue cosce, fottendola senza poterla neanche baciare. Mentre lei, senza neanche fissarmi, ansimava a ogni colpo che le davo nella fica.
In compenso non mi ruppe le palle con cose del tipo “amore fai presto”.
No, di certo sperava che facendo così, facendomi fottere senza troppa fretta, io sarei tornato da lei. Solo dai lei! Ma in onesta, benché fosse davvero bona, di certo non sarei mai tornato per darle altri trenta pezzi. Anzi, improvvisamente sentii in me il forte bisogno di venire. Di mettere fine a quella farsa.
Glielo tirai fuori dalla fica e mi alzai di un po’.
Lei mi fissò, senza capire se fossi venuto o no.
Ma la feci ricredere subito!
<< Dai, girati un po’ >> le dissi. E lei, la mia mercanzia presa in affitto, non obiettò. No, si mise a carponi davanti a me. Con quel suo culo morbido e sodo proprio davanti al mio cazzo.
Lo afferrai e glielo ficcai dentro in un istante, e appena il mio cazzo entrò in quella sua fica secca, lei lanciò un piccolo urlo di piacere, come se stesse per davvero sentendo qualcosa dentro di lei.
Beh, non alimentai né smentii quella sua menzogna. Cominciai a sbatterglielo dentro sempre più forte. Sempre più forte. Stringendole le chiappe e guardando il mio cazzo entrare e uscire da dentro quella fica larga.
Poi tirai su una gamba, alzando la schiena e portandomi su di lei. Cominciando a fotterla mentre con una mano le tenevo una chiappa e con l’altra le stringeva una tetta.
Sembrò funzionare!
Sì, il fotterla così, sentendo quel culo e quelle tette tra le mie mani, mi fece provare piacere nel fotterla. Un piacere freddo, senza rabbia, senza un cazzo di niente se non la voglia di tastare quel corpo. Di sentirlo mio! Di poter fottere una troietta simile a quella vista nei porno.
Eppure non dissi niente, né riuscii a insultarla mentre la fottevo.
No, avevo pagato quella tipetta per fotterla, ma non riuscii a dirle niente del tipo “Ti piace il mio cazzo, vero, troia? Dai, prendilo tutto!”, né riuscii a fotterla con violenza.
La scopava e basta! Senza passione, senza sentimenti, senza rabbia. Non provando niente! Muovendoglielo solamente dentro. Scopandola e basta! Scopandola finché dopo qualche spinta più forte le strinsi forte le chiappe e incominciai a sborrare in quel guanto di gomma. Senza digrignare i denti né provando chissà quale piacere. No, venendo solamente. Per un fattore fisico! Perché doveva succedere.
Lasciai la presa e lentamente sfilai il cazzo dalla sua fica.
Lei si alzò dal letto e cominciò a rivestirsi. Io mi alzai a mia volta, afferrando un po’ di carta da una comodino e sfilandomi quel guanto pieno di sperma.
Cominciai a mia volta a rivestirmi. In silenzio, proprio come lei. Come se non avessimo neanche scopato.
Poi uscimmo da lì, e lei prima di andare mi salutò persino con un bacio sulla guancia, come se fosse diventata di colpo la mia fidanzatina.
Beh, non mi lasciai colpire da quel gesto. Lo faceva di certo con tutti! E magari se fossi tornato un’altra volta mi avrebbe detto anche romanticherie del tipo “che cazzo grosso che hai”.
Solita storia! Cose dette e ridette a tutti, proprio come il “ti amo” di tante donne. Magari come quel “ti amo” che Alessandra aveva detto a me fino al giorno prima, e che con ogni probabilità presto avrebbe detto a un altro.
Cristo, già, trenta euro gettati nel cesso. Non avevo provato niente, né mi sentivo meglio. Ero sempre nella stessa merda. E aver appena scopato non mi faceva sentire meno il peso del fatto che in quel momento Ale si stava di certo facendo scopare da quel bastardo.
Decisi di tornare a casa. Non potevo fare altro! Non aveva senso stare ancora per strada. Volevo solo bere! Bere, e non far altro che impazzire.
Così cominciai ad avanzare per quei vicoli. A passo lento. Fumando e fissando la strada sotto ai miei piedi.
Dio, era così strano! Per quei vicoli non ci stava nessuno, né si sentiva un solo rumore. Era come stare nel nulla! Fuori dal mondo. In una specie di limbo.
Ma ecco che dal nulla apparve qualcosa!
Avanzando vidi seduto sul gradino di un palazzo lo stesso vecchio visto nel bar. Lì fermo da solo a bere una birra, fissando me e sorridendo.
Gli passai davanti, senza neanche guardarlo, mentre lui continuò a seguirmi con lo sguardo.
<< Ehi, non avresti mica una sigaretta? >> udii provenire da dietro di me.
Ma non risposi, né tanto meno mi fermai. Continuai a camminare a passo lento come se non lo avessi sentito. Come se quel vecchio neanche esistesse.
Ma esisteva eccome!
<< Lo sai, sembra che finalmente lei ha trovato quella roba. O forse è stata lei a essere trovata da quella cosa >> sentii ancora. E a quelle parole mi fermai di scatto. Mi voltai lentamente, fissando quella mummia sorridente che continuava a fissarmi, bevendo in maniera disgustosa la sua birra.
<< Eh sì >> riprese, alzandosi lentamente da quel gradino << Dopo otto anni finalmente l’ha ritrovata! E ora chissà che fine farà >>
<< Ma di che cazzo stai parlando, vecchio? >> esclamai, avvicinandomi a lui a passo lento.
<< Di cosa credi che stia parlando, testa di cazzo? Lo sai bene di cosa sto parlando! La cercavi anche tu, no? Ricordi? Per allungarti la vita! Un tempo ci credevi anche tu a queste cazzate >>
A quelle parole mi avvicinai di scatto a quel pezzo di merda. Afferrandolo per il collo e sbattendolo contro al muro di un palazzo.
<< Che cazzo ne sai tu di questa storia? >> urlai. Ma lui, niente! Seguitò a fissarmi con i suoi occhi tondi, sorridendo, mentre continuai a strangolarlo.
<< Allora, ti decidi a parlare, pezzo di merda? >> strillai nuovamente. Ma il vecchio non fece altro che sorridere ancora. Sì, sorrise e basta. Finché improvvisamente sgranò i suoi occhi tondi, cominciando a diventare pallido e sudare freddo.
Io lasciai di colpo la presa. Il vecchio cadde a terra, in ginocchio, mantenendosi la gola e tossendo.
Indietreggiai di qualche passo. Fissandolo mentre stava soffocando. Senza sapere cosa fare. Senza sapere se volessi o meno aiutarlo. Quando ecco che vidi l’impossibile!
Quel vecchiaccio cominciò a sputare dalla sua bocca litri di scuro e denso sangue che si ammassò sul pavimento, prendendo a ribollire come se fosse della polenta in una pentola piazzata sul fuoco.
Quel vecchio cadde al suolo, senza vita, fissando il nulla mentre quel suo sangue ribolliva sempre di più sulla strada.
Da esso si alzò del fumo scuro che in un attimo avvolse l’intero vicolo Rendendolo buio. Sempre di più. Finché l’oscurità non avvolse tutto.
Cercai di scappare, sì, ma ero come paralizzato. Non potevo che star lì, fermo nell’oscurità, mentre improvvisamente da essa cominciò ad avvolgermi un forte odore di bruciato, e poi delle urla strazianti che sembrarono entrare fin dentro al mio cervello.
Cercai di muovermi ancora, ma invano. Ed ecco che vidi davanti a me quel sangue ardere al punto da illuminare il buio. Diramandosi per tutto il vicolo. Coprendo la strada, i palazzi: tutto!
Quel sangue bollente cominciò a divorare ogni cosa. Ardendo l’intero vicolo. Facendo volare nell’oscurità frammenti di pietra ridotti in cenere come se non fossero altro che carte bruciate.
Sì, era un incubo! Non poteva essere altrimenti. Il vicolo stava bruciando! Sangue bollente come lava stava divorando tutto, e da quel nulla non sentivo altro che strazianti urla e agghiaccianti lamenti accerchiare quei palazzi ormai ridotti a macerie di ferro arrugginito.
Quando ecco, un urlo più forte echeggiò in quel vicolo facendo frantumare i palazzi già in rovina.
Finalmente riuscii a muovermi! Mi chinai, in ginocchio, chiudendo gli occhi e coprendomi il capo mentre tutto attorno a me crollava, devastato da quell’urlo assordante.
Cercai di alzarmi. Di mettermi al riparo. Di fuggire da quell’incubo. Ma fu inutile! Non riuscivo più a muovere il corpo tanto ero terrorizzato. Ero lì fermo in quell’inferno. Tra fiamme, sangue e urla. Vedendo il sangue e le fiamme divorare tutto. Pus colare dalle macerie. Pezzi di carne maciullata muoversi tra il sangue bollente. E da esso, ecco che vidi uscire una mano. Poi un’altra. Una testa. E infime una figura umana. Una donna! Una donna coperta di sangue al punto che non riuscii a vederle il volto.
Ero lì fermo, in ginocchio, paralizzato innanzi a quella figura. E fiamme, sangue e urla sembravano scaturire da lei. Da quella figura strana ferma davanti a me, ferma a fissarmi con occhi simili a tizzoni ardenti. Fissandomi senza muovere un solo muscolo. Immobile. Glaciale. Imponente.
Avrei voluto urlare, ma non ci riuscii. Non potevo che star lì fermo a fissare quegli occhi che mi stavano devastando. Bruciando. Finché le fiamme non mi avvolsero per davvero. Ardendomi. Bruciando il mio corpo. Lasciandomi lì a terra bruciando vivo. Senza poter far niente! Niente, se non fissare quegli occhi incandescenti innanzi a me e udire una voce glaciale avvolgermi in un modo più ardente delle fiamme stesse.
<< Non cercare di trovarla. Tu non puoi trovarla! >> rimbombò tra le fiamme. Ed ecco che riuscii a urlare! Chiusi gli occhi, strillando e dimenandomi al suolo, e quando lì riaprii… Niente! Tutto era svanito. Tutto era tornato come prima.
Mi trovavo ancora in quel vicolo, sentendo la voce di quel vecchio dietro di me, che si lamentava nel desiderio di una sigaretta.
Mi girai lentamente e lo fissai. Ancora sconvolto. Senza sapere cosa pensare.
Lui mi guardò ancora, senza smettere di sorridere come un fesso.
<< Allora, me la dai o no una sigaretta, figliolo? >>
Lo fissai ancora qualche istante. Sudando freddo. Scioccato.
Scossi la testa e andai verso di lui. A passo lesto. Raggiungendolo e mollandogli una cicca.
<< Che Dio ti benedica, figliolo! >> disse sorridendo e prendendo quella sigaretta. E io non aggiunsi altro. Non gli chiesi niente. No, mi voltai e andai via. Riprendendo la mia strada. Capendo che ormai stavo impazzendo per davvero.
Camminai fino a casa, a passo veloce, mentre la notte ormai stava avvolgendo tutto facendo dissipare le brave persone.
Entrai nel mio palazzo e salii le scale incurante del fiatone, desiderando solo di barricarmi nel mio appartamento.
Ero lì! Al sicuro nella mia casa. Tra le mie mura.
Ma lo ero per davvero?
No, il male era nella mia mente. Lo sapevo. Lo sentivo. Sentivo di star per impazzire. Di aver fatto tilt. Che stavolta un meccanismo nel mio cervello si era del tutto inceppato.
Cristo, doveva pur succedere prima o poi.
Tutti quei calci in culo. Tutta la merda ingoiata. Anni e anni a vivere cose non volute. Vivendo un inferno in terra. Costretto a far parte di quel mondo odiato. Lavorando in posti detestati. Vedendo gente detestata. Facendo cose detestate. E passando i miei giorni con donne che detestavo. Donne che, proprio come Alessandra, erano riuscite a ficcarmi una mano nel petto tirandomi via il cuore. Lasciandomi da solo per terra, in una pozza di sangue, dimenandomi e soffocando come un pesce strappato al suo mare.
E ora che sarebbe successo? Avrei cominciato ad avere sempre visioni di quel genere, proprio come in passato? E magari sarei finito in una casa di cura. Con addosso una camicia di forza. Assieme a gente che urlava e gettava merda contro le mura. Facendomi imbottire di farmaci e inculare da qualche portantino quando sarei stato troppo strafatto di tranquillanti.
E qual’era l’alternativa? Magari cominciare a fare meditazione guidata, credere in un Dio, andare a letto presto, mangiare sano, fare ginnastica e guardare commedie per famiglie?
Beh, forse! Ma la sola cosa che feci una volta in casa fu andare in cucina e prendere da bere.
Mi misi a sedere sul divano, bevendo la mia birra e fissando il vuoto. Pensando a cosa avrei fatto quella sera. A come avrei passato il tempo.
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