Cinque romanzi! Cinque romanzi per commuovervi, scioccarvi, nausearvi, farvi riflettere.

AFFAMATA D’AMORE. Uno scrittore fallito e una ragazza dal passato nascosto si incontrano, e tra loro subito nasce la paura. La paura di amare. La paura di vivere. La paura di fare i conti con il passato.
Una storia realmente accaduta.
THE WRITER. La storia di un uomo. Uno scrittore emergente. Le sue tante pubblicazioni che non l’hanno portato via dall’alcool, dalla fame, da lavori odiati fatti solo per pagarsi la vita.
Ma cosa succede quando la vita ti dà un’occasione?
VIOLA COME UN LIVIDO. La storia d’amore tra un asociale ubriacone una strana ragazza conosciuta in una videochat. Violasan! Ragazza eterea che passa le notti alla ricerca di un medium, e masturbandosi come se si stesse punendo.
Un incontro tra due mondi al di fuori della civiltà. Un incontro che mettere in crisi le loro certezze, e le maschere che indossano per non soffrire.
Tratto da una storia realmente accaduta.
LASCIAMI ENTRARE. La vita di un uomo cinico, egoista, perverso. Un ubriacone che finge di disintossicarsi solo per mantenere il rapporto con una fidanzata lontana. Un uomo che entrerà nel mondo di Sofia, giovane e viziata ragazzina che crede di avere tutti ai suoi piedi.
Un ricatto nato inzialmente come un gioco perverso. Un gioco dove il confine tra padrone e schiava è molto sottile.
FOTTITI. Un uomo alla deriva. Niente lavoro. Niente soldi. Donne che alla fine lo mollano sempre.
Una vita inutile in cui entrerà lei; Monia! Una pazza incontrata per caso.
Ma ciò che si vede, è sempre vero? Sì, di quante maschere abbiamo bisogno per sentirci vivi? E quanti a causa di queste maschere ne pagano le spese?

Cinque romanzi editi dalla Damster edizioni. Tutti disponibili in formato digitale (VIola come un livido anche in cartaceo) presso i maggiori store online.

Di seguito, un estratto per ogni romanzo. E a fine pagina il link del mio blog.

AFFAMATA D’AMORE
Lei era davanti alla porta del balcone. Immobile, come se non fosse neanche lì.
Avanzando, svuotai in un sorso la birra, appoggiando la bottiglia sul tavolo e andando verso di lei.
La raggiunsi. Le arrivai alle spalle, poggiando delicatamente le mani sui suoi fianchi.
Cominciai a baciarle con dolcezza il collo. La sigaretta mi cadde dalle dita. Ma non me ne fotteva un cazzo! In quel momento era lei la mia sola droga. La nicotina che si muoveva nelle mie vene, forse fottendo la mia circolazione.
Ma lei rimase immobile. Come pietrificata. Lasciandosi baciare, e accarezzando a stento le mie mani.
Poi si voltò verso di me. I suoi occhi erano lucidi, come se volesse piangere. Ma da essi non uscì una sola lacrima.
Poi ecco un colpo. Dritto in faccia! Un montante sotto al mento. Il knockout inferto da Iron Mike.
<< Marco, ti devo dire una cosa >> sussurrò, con un filo di voce.
E a quelle parole, le mie gambe diventarono molli. Il cuore cominciò a battere forte. Il sudore colò dalla mia fronte come una fontana.
Eccolo, il terremoto!
I tendini si stavano spezzando. Le ossa si sgretolavano. Il mio cervello implodeva all’interno del cranio.
Sudorazione fredda, battito accelerato, fitte al petto, pressione alta, senso di stordimento, nausea a vertigini.
Morte cardiaca. Morte respiratoria. Morte celebrale.
Di nuovo al tappeto!
Di nuovo. Di nuovo. Di nuovo.
Sì, sì, sì. Stava per dirlo! Lo sentivo. Lo sapevo.
Il sogno era già finito, e io ero il coglione di sempre. Il povero e patetico cazzone di sempre.
Ero il moccioso che aveva ricevuto il regalo di Natale non voluto, mentre tutti nella sua stracazzo di classe sbeffeggiavano il suo dolore mostrando i loro bellissimi regali. Ero il bambino povero che non poteva andare in vacanza, e che non aveva un cazzo da scrivere nel tema “racconta la tua vacanza”, mentre tutti i suoi compagni di classe avevano mille viaggi da raccontare. Ero il moccioso con il padre disoccupato, e che si sentiva sempre in imbarazzo dovendo fare un tema in cui narrare il lavoro del proprio padre, mentre tutti i suoi amichetti avevano cose interessantissime da scrivere.
Sì, ero quello messo in castigo in un angolo. Ero lo stronzo che alle feste del liceo faceva da tappezzeria. Era quello che non trovava un tocco di fica mentre tutti scopavano ovunque. Ero quello che durante le partite di calcio veniva messo in panchina. Quello senza un amico con cui uscire di Sabato sera. Quello costretto a fare un merdoso lavoro sottopagato, umiliato da un capo stronzo e ignorante.
Ero solo un ridicolo stronzo. E lei stava per darmi l’ennesimo colpo di grazia. Forse quello che mi avrebbe mandato per sempre al tappeto.
No, no, no. Dovevo fare qualcosa! E feci la sola cosa di cui fossi capace. La cosa di sempre!
Di colpo aprii il frigo, prendendo una birra e stappandola.
Diedi un forte sorso, quasi dimezzandola, e sotto lo sguardo triste di Elisa, avanzai verso di lei. Sorpassandola. Raggiungendo il tavolo. Prendendo una sigaretta, per poi ficcarmela in bocca e accenderla.
Mi girai lentamente. Guardandola. Continuando a bere e fumando.
Ma non ebbi il coraggio di incrociare oltre il suo sguardo.
Chinai la testa. Bevendo e fumando. Pensando solo alla stessa cosa. Un pensiero ridondante nella mia testa, simile a un pistone metallico che si muoveva freneticamente.
C’è un altro, c’è un altro, c’è un altro.
Ecco la sola verità! E tu, povero stronzo, avevi pensato che tutto fosse vero. Che lei fosse vera. Che quel vostro patetico sogno fosse vero.
No, lei ti ha usato! Sei stato solo un buon vibratore. Solo un contenitore di emozioni. Solo qualcosa utile per sfuggire alla noia, proprio come una ridicola rivista di gossip.
E ora lei tornerà da lui. Sì, ti dirà qualche cazzata. Fingerà di essere dispiaciuta. Magari ti chiederà anche perdono o ti dirà cazzate del tipo “Proprio tu non lo meritavi. Tu sei un uomo speciale!” oppure altre cazzate come “Non è colpa mia, ma tua. Io sono confusa! Non sto bene con me stessa, come potrei mai far star bene te. Perdonami!”, e poi tra qualche ora andrà a farsi sfondare la fica da un altro. Fottendosene di quel suo dolore. Di ogni senso di colpa. Di ogni frase pseudo profonda vomitata solo per nettarsi il culo.
Cose già viste. Cose già vissute. E in fondo, povera testa di cazzo, dovresti essere felice che sia successo ora. Magari sarebbe potuto succedere dopo mesi o anni. Sì, lo sai bene, testa di cazzo. Magari lei ti avrebbe telefonato dicendoti “Dobbiamo parlare”, confessandoti di essersi fatta sbattere da un altro. Magari mentre tu stavi sgobbando a lavoro, oppure, come un vero coglione, mentre le stavi facendo qualche regalo.
Ma intanto, in quei pochi secondi, tutti quei pensieri che ronzavano nella mia mente non riuscirono minimamente a tranquillizzarmi. Anzi, decine di bombe atomiche esplodevano nella mia testa. Distruggendo il mio cervello. Devastando ogni parte di me.
Ma trovai comunque il coraggio, dopo un terzo sorso alla mia birra. Svuotando del tutto la bottiglia e poggiandola sul tavolo.
<< Okay, ho capito. Dì pure tutto in fretta! >> le dissi con tono duro e pieno di rabbia.
Lei mi guardò con aria triste e al tempo stesso perplessa. Si avvicinò a me. Mi prese la mano ma io la tirai via di colpo.
<< Marco, non è quello che credi >> sospirò, afferrandomi di nuovo la mano << Non riguarda noi. Cioè, in un certo senso riguarda anche noi. Ma non come credi! >>
Chinò il capo, poggiando la mia mano contro al suo petto, mentre io stavo lì in piedi. Confuso. Senza capire cosa cazzo stava succedendo.
Poi ecco la chiarezza!
Lei mi fece sedere, mettendosi seduta accanto a me e continuando ad accarezzarmi la mano.
<< Vedi, io in passato ho avuto alcuni problemi >> mi disse con tono impacciato, come se non avesse il coraggio di parlarmi. E infatti, prima che riaprì bocca passarono diversi secondi. Secondi che sembrarono anni. Secoli in cui io rimasi lì, pietrificato, attendendo una sua parola. Quella parola che avrebbe potuto in un attimo mozzarmi le gambe.
E lo fece eccome! Ma non nel modo in cui immaginavo.
Lei sospirò ancora. Poi tirò un grosso respiro, come se stesse per andare in apnea.
Rivolse lo sguardo verso di me. Fissandomi e tenendomi la mano. Muovendo le labbra lentamente, come se le parole dovessero uscire da chissà quale remota dimensione.
Si fece coraggio!
Un sussurrò uscì dalla sua bocca. E poi delle parole iniziarono a prendere forma.
<< Marco, in passato io ho avuto un nemico. Una malattia che ho guardato dritto negli occhi >> disse, con un filo di voce, fissandomi con occhi sempre più lucidi.
Ed ecco una nuova paura, se ben diversa da quella di prima.
Quale malattia? Cosa stava per dirmi?
No, no, no, non potevo perderla! Non poteva andar via, proprio ora che l’avevo trovata.

THE WRITER
La pancia e il petto facevano sempre più male. Mi sentivo agitato. La testa mi girava. E tutto attorno a me era come immerso in un secchio d’acqua.
Abbassai il boccale dimezzato e ci guardai dentro.
Mia madre, i miei amori, i miei sogni. Tutto stava annegando lì dentro! La mia vita stava annegando, e nessuno mi avrebbe tratto in salvo.
Diedi ancora un paio di sorsi e svuotai il boccale, sorridendo al nulla con fare cinico.
Ordinai subito un’altra birra. E il tipo me la portò. Senza chiedermi niente. Senza interessarsi di come mi sentissi.
No, per lui potevo anche morire. Io non ero nessuno! Non ero uno scrittore famoso. Non ero un cazzo di niente! Io neanche esistevo.
Se fossi morto in quell’istante, nessuno avrebbe pianto la mia morte. Non avrebbero scritto milioni di post melensi su facebook, né i giornali avrebbero mai parlato di me.
Nessuno l’avrebbe mai saputo! Sarei sparito nel nulla, come uno mai nato, qualcuno di mai esistito.
La cosa mi fece sorridere ancora!
Già, la realtà era così schifosa da non poter far altro che bere e sorridere per esorcizzarla. Per cercare di lenirne il peso. Giorno dopo giorno. Ora dopo ora. Minuto dopo minuto.
Ma in me sapevo che sarebbe stato tutto inutile. Che la realtà era lì, e non si sarebbe mai fermata, per quanto io ci provassi. Per quanto provassi a fuggire da essa.
Ecco, domani sarei tornato in quel cazzo di call center, e forse ci sarei rimasto a vita, o magari sarei finito per strada.
I miei libri non sarebbero mai stati ristampati. Nessuno mi avrebbe mai riconosciuto per strada. Avrei vissuto una vita anonima, vuota, senza nessuno scopo.
Uno dei tanti! Un niente come tanti.
O magari sarei morto. Magari quella stessa sera, o tra un giorno, una settimana, un anno. Stroncato da una malattia! Magari allettato per giorni o settimane prima di crepare. Ridotto come un vegetale! Capace solo di percepire dolore e fissare la mia vita gettata nel cesso.
Già, << Che fine del cazzo! >> sussurrai tra me e me.
Il tipo al mio fianco mi guardò. Il barista anche. Il vecchio dietro la cassa fissò il giornale, e la voce di una donna irruppe dal televisore.
<< Domani sera alle 20 e 30 su Canale 5, non perdetevi 50 sfumature di grigio. Film tratto dal bestseller di Erika Leonard James >>
Mi voltai di scatto verso lo schermo, fissando le immagini di un fighetto miliardario che si spacciava per master agli occhi di una troietta sfigata ma dall’aria da porca.
Mi venne da ridere. Scoppiai a ridere, sotto gli occhi di tutti. Sotto gli occhi sconvolti di tutti! Compresi quelli del vecchio dietro la cassa che alzò lo sguardo verso di me.
Distolsi lo sguardo dalla televisione e fissai quel vecchio, con la voglia di alzarmi da lì e spaccargli il boccale in testa.
Ma non lo feci!
No, finii la mia birra e uscii da quel posto, cominciando a camminare da solo per strada.
Attaccai subito la bottiglia di vino. Sorso dopo sorso. Fottendomene della fame e di quelle tremende fitte per tutto il corpo.
La testa continuava a girare. Un fortissimo sibilo trapassava il mio cervello. Le gambe erano molli. E un senso d’ansia mi stava soffocando, al punto da farmi sentire avvolto da un drappo funebre. Come se quella città mi stesse inghiottendo. Come se tutto si stesse accartocciando attorno a me.
<<  Cristo, come cazzo sei ridotto! >> udii in me e attorno a me.
Io avanzai il passo. Sudando. Sentendo il cuore battere forte e la testa scoppiarmi.
Ma lei non svanì! No, per quanto andassi veloce, quella voce rimbombava in me assieme al battito del mio cuore.
<< Fottitene di tutti quei coglioni! >> esclamò, con tono forte, seguendo il battito del mio cuore << Quelli non sanno un cazzo di te. Dunque fottitene, amico. Fottitene! >>
Cominciai a correre. A correre in quell’inferno. Vedendo il mondo scorrere attorno a me. Sentendo il mio cuore esplodere. Udendo quella voce che mi avvolgeva, stritolandomi.
<< Fai vedere a quelle merde quanto vali! Basta cazzate, ora! >> rimbombò quella voce, mentre correvo come un pazzo per quella città << Stroncali tutti! Smettila con quelle tue storie di merda tristi e psicologiche e dai alla gente quello che vuole. Una grande storia d’amore! Una storia con personaggi affascinanti, eroici, e scopate selvagge ma prive di termini come sborra o cazzo nella fica. Dai alla gente eroi in cui credere. Personaggi da amare. Vite da voler vivere! >>
Mi tappai la testa con le mani. Senza smettere di correre, pur sentendo il cuore esplodere e il fiato venir meno.
Arrivai a casa. Debole, esausto, sentendomi di svenire.
Riuscii comunque ad entrare nel mio palazzo. Continuando a bere, e avanzando a passo lento. Non sentendo più le braccia né le gambe.
Entrai nell’ascensore. Mi appoggiai alla parete, ansimando e non sentendo altro che il cuore nel mio petto battere come un tamburo.
Allungai la mano tremolante verso dei tasti, pigiandone uno.
Quel coso prese a salire. Io mi accasciai a terra. Mantenendomi il petto con la mano in cui stringevo ancora la bottiglia.
Udii una risata echeggiare lì dentro. Una risata avvolgere tutto. Insinuandosi nella mia testa come un tremendo fischio.
Cominciai a piangere, vedendo davanti a me un’ombra. Del fumo nero che formava una sagoma.
<< Vuoi forse vivere così, figlio di puttana? È questo che vuoi? O vuoi vivere da star? >>
Chiusi gli occhi, cominciando a pianger e ad urlare. Tenendomi la testa con le mani mentre quella dannata risata continuava a rimbombare nell’ascensore.
<< Fai come ti ho detto se vuoi vivere, fesso! >> udii ancora. E poi più nulla! Solo un forte sibilo nella testa, e quell’affare che si fermò sotto di me.
Mi alzai lentamente. Barcollando e uscendo da lì, mantenendo in mano la mia bottiglia.
Non riuscivo a pensare a niente. No, tutto era svanito. Io ero svanito. Il mondo era svanito.
Non c’era altro che silenzio! Silenzio, e il battito del mio cuore. Il battito del mio cuore e quel dannato sibilo nella testa.
Riuscii ad arrivare alla mia porta. A passo lento. E pur senza più sentire le braccia, riuscii ad aprire la porta.
Entrai dentro e la chiusi. La gatta mi venne contro, miagolando in modo strano.
Io guardai il buio. Confuso, stordito, sentendo il petto scoppiare. Sentendomi soffocare.
Mi fermai di colpo! La terra sotto a me cominciò a muoversi, e mi sembrò di vedere ogni cosa dondolare attorno a me.
Poi qualcuno mi strinse la gola.
Gli occhi sembrarono schizzarmi fuori dalle orbite. Un sibilo atroce invase il mio cervello, e una tremenda pugnalata mi trafisse il petto.
Ed ecco un senso di oppressione al torace. Conati di vomito assurdi. Sudore freddo. Fitte al braccio sinistro. Ancora fitte al petto e senso d’impotenza. La realtà attorno a me che mi si accalcava contro al mio corpo avvolgendomi come flutti d’acqua. Soffocandomi. Annegandomi

VIOLA COME UN LIVIDO
Mi accasciai sul letto. Accanto a lei. Sudato, ansimando, e stringendola
a me.
Che stava succedendo?
Amore, coppia, amore, coppia.
Cosa fare?
Cene di Natale. Casa da pagare.
Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta bere! Basta
bere!
Niente più fumo. Dormire presto. Pensare al futuro.
Amarla. Pensare a lei. Renderla felice. Accompagnarla a comprare vestiti. Vivere a lungo solo per lei.
Cazzo, ero stanco! Sì, volevo sparire in una fossa. Morire, dormire,
dissolvermi nell’aria. Ma lei era lì. E il suo profumo mi rapiva.
La sua presenza mi confondeva. Il nostro stare insieme mi indeboliva
e dava forza al tempo stesso.
Non avevo molto tempo, pensai stringendola forte a me.
Sì, il tempo! E quando mai me ne era fottuto. Eppure eccomi. Lì
al buio, stretto a lei, avvolto da quei pallini luminosi a pensare al
futuro.
Che strano, proprio quando pensavi che nulla potesse cambiare
nella tua schifosa esistenza.
Ma decisi di non pensarci.
Ero stupido! E non volevo pensarci.
Così restai lì a stringere Alessandra.
Era lei! Viola ormai era una lacrima sul suo viso. Quella impercettibile
lacrima mentre stava tra le mie braccia. Stringendomi e
baciandomi teneramente le labbra. Lì in quell’abbraccio al buio.
Quell’abbraccio oltre ogni spazio e tempo. Quell’abbraccio dopo
un intenso godimento. Quell’abbraccio che celava un dolore profondo.
La strinsi forte a me. Lei sorrise e mi baciò le labbra.
«Ti voglio tanto bene» disse.
«Anch’io» feci io.
Legge comune dopo una scopata.
Bisogna sempre volersi bene dopo una scopata, o anche di più.
Te lo insegnano a scuola. Te lo insegnano le pubblicità. Te lo insegnano
i film, persino quelli porno a volte.
Nessuno scopa senza volersi bene. Persino le puttane da marciapiede
dicono “amore” al proprio cliente. Persino gli stupratori
sentono il bisogno di baciare la propria preda mentre glielo sbattono
in corpo.
Un bisogno che nasce dal di dentro. Come il bisogno di mangiare,
pisciare, cagare, respirare.
Sì, succede sempre dopo aver chiavato. Deve succedere. È una
regola! Una necessità. Qualcosa da fare per non sentirsi soffocare. E la piccola Viola sembrava quasi stesse soffocando. Era lì tra le
mie braccia, come in bilico tra gioia e dolore. Sorridente. Bella
come mai. Quasi felice, anche se un alone di tristezza copriva il
suo dolce viso.
Forse ricordi. Forse il pensare al futuro.
Non glielo chiesi!
No, avrebbe risposto con il suo “niente”, proprio come sempre.
Così la lasciai semplicemente lì tra le mie braccia. In pace in
quell’attimo di grazia senza farle domande.
Poi un rumore. Noi sobbalzammo. Bella abbaiò. Lei mi guardò,
io guardai lei.
Niente! Un inutile spavento. Così restammo lì ad abbracciarci, senza
pensare a niente, senza dire niente, fino a che dopo avermi dato
un altro bacio lei se ne andò nel cesso.
Io pulii tutto, attento a non lasciar tracce. Portai la carta sporca
in cucina, camminando a culo nudo per la casa proprio come Mel
Gibson.
La gettai nella pattumiera. Poi andai in soggiorno e mi rivestii.
Mi rimisi tutto addosso e tornai in cucina. Versai dell’acqua in
un bicchiere e la mandai giù.
Cosa sta succedendo? Questo, pensai, svuotando il bicchiere.
Poi lo ficcai nel lavello. La porta del cesso si aprì. Io guardai verso
la porta. Un’attesa. Qualche passo. Ed eccola di nuovo davanti a
me. Lei, Viola o Alessandra. Ormai non lo capivo più! Ma non
riuscivo a non sorridere fissandola.
Lei era vestita, proprio come me. Eravamo una coppia ufficiale
ormai. Lì, in cucina, vestiti dopo una grande scopata.
Che strano! Niente sigaretta. Niente vino. Niente birra. Solo io e
lei in quella cucina semibuia. Due bicchieri di acqua liscia. Guardarci,
sorridere, tenerci la mano.
Poteva essere bello. Poteva essere pericoloso. Forse, poteva essere
irreale. Di certo strano, eppure incisivo.
Restammo così per un po’. Proprio come una vera coppia. Come
fossimo marito e moglie.
Lei mi teneva la mano, io tenevo la sua. E ancora sorrisi. Sguardi. Parole.
«Mi piace tanto farlo con te» disse Alessandra.
«Anche a me» le risposi, dandole un tenero bacio sulle labbra.
Ma fare cosa? Cosa avevamo fatto?
Avevamo scopato, fatto sesso, o fatto quella cosa definita da altri
come amore?
Dov’era il confine, dove finiva lo scopare e cominciava il far
l’amore?
Forse nel dove si sborrava, nella posizione, nel non piantarlo mai
tra le chiappe?
Alcuni credevano di sì, io invece non lo sapevo. Non ero certo
che l’amore dovesse essere privo di sborrate in bocca e un cazzo
duro tra le chiappe. Anche se i maggiori scrittori dicevano così. E
per la cosa del “piacere tanto”, beh, anche su quella avevo qualche
dubbio.
Magari le piaceva solo scopare, tutto qua. Forse le piaceva semplicemente il mio cazzo, o magari quella era una frase usata come
sempre solo dopo una scopata.
Eppure lei prima ci stava per davvero in quel letto. Non avevo scopato
solo una fica. Avevo scopato lei. Proprio lei! Alessandra e Viola
allo stesso tempo.
Che assurda situazione.
Amore, scopare, sesso. Cosa?
Ma forse proprio in questo sottile confine vi era la risposta. Forse
Alessandra Speroni neanche esisteva. Forse era lei il personaggio
inventato, quello da usare ogni giorno tra la brava gente, per non
finire per strada o in manicomio. E Violasan era lei la vera persona
che avevo davanti. La vera persona che stavo baciando. La vera
persona con cui avevo scopato; forse fatto sesso, o addirittura l’amore.
Già, magari Alessandra non avrebbe trovato della tenerezza nel
bere la mia sborra. Ma Violasan sì!
Lei non aveva confini che bardassero il proprio corpo, o morali
che placassero il suo spirito. Lei era eterea. Era un respiro del vento
pronto a mutare in ogni momento. Era quella follia che a pochi era concessa. Quel tornare bambini pur avendo la perversione degli
adulti, che raramente si poteva vivere alla luce del sole.
Infatti Alessandra era la maschera di Violasan. Era il Clark Kent
di Superman. La maschera silenziosa che indossava ogni giorno
in un mondo che le stava stretto. Un mondo dove una sborrata in
bocca era qualcosa di vietato, e un cazzo su per il culo un peccato
da nascondere dietro la parola amore.
Violasan, eccola!
Altro che una troietta da cam desiderosa di cazzo. Lei era pazza!
Era follia pura. Era la risata di un bambino. La perversione di una
puttana. La libertà di un nomade. La tenerezza di una sposa. La
tristezza di un amante abbandonata.
Lei era tutto!
Io ero lì perso nel tutto, e per quanto lottassi non riuscivo a staccarmi
da lei. Per quanto cercassi di restare lì nel mio mondo, nella
mie certezze, io non riuscivo a non baciarla, a non volerla, a non
star lì con lei. E anche lei non ci riusciva più. No, lo vedevo. Ne
sentivo il profumo. Il profumo della mia stessa lotta.
Violasan tremava. Tremava continuando a ridere. Tremava innanzi
a quella libertà mai provata pienamente. Quel suo poter stare
lì davanti a me con il corpo di Alessandra pur essendo pienamente
Violasan. Libera di succhiare il mio cazzo e bere fino all’ultima
goccia di sborra, per poi guardarmi con i suoi teneri occhi dicendomi
“ti voglio bene”.
Chissà, forse era proprio quello l’amore. Forse già ci amavamo.
O forse eravamo semplicemente pazzi. Pazzi nel pensare che
il mondo ci avrebbe permesso di vivere come volevamo. Nudi.
Scopando ovunque. Ridendo di tutto. Passando le nostre vite fottendocene del lavoro, della casa, delle banche, delle guerre e delle
rivoluzioni.
Pazzi! Il mondo ci avrebbe ricucito addosso i nostri vestiti.
Ci avrebbe impedito di essere felici. Avrebbe relegato Violasan
nell’ombra della notte, chiusa in una chat, mentre Alessandra
avrebbe sposato un dottore o un avvocato, e io sarei finito suicida
a furia di lavorare in un call center.
O magari ce l’avremmo fatta!
«Voglio andare con te in Mongolia» mi disse lei ancora una volta,
sorridendomi. Io le strinsi la mano e gliela baciai. Il cane ci
guardò lì seduto nella cucina e sbadigliò.
Poi Violasan guardò l’orologio appeso al muro. Alessandra divenne
triste. Alessandra tornò! E Viola prese a piangere, nascondendosi
sotto il sorriso di Alessandra.
Dovevamo andare! Il tempo a noi concesso era finito. Presto sarebbe
tornato suo padre, e noi non potevamo stare lì. Non potevamo
dire al mondo intero di aver scopato lì su quel letto. Violasan
lo avrebbe fatto, ma Alessandra no. Marco l’avrebbe fatto, ma il
fidanzato di Alessandra no. E così per stare ancora assieme lì in
quella casa, lì in quel mondo, lì in quell’universo, dovemmo chiudere
quel nostro sogno e uscire fuori di casa, in cerca di un nuovo
posto dove sognare.

LASCIAMI ENTRARE
Già, lei in fondo per me era solo un corpo da scopare. Una bambola da usare a mio piacimento. Una puttana con cui giocare a essere Dio. Mentre Anna era la mia donna, la mia fidanzata, quella a cui non potevo ficcarlo in culo né pisciarle in bocca.
Cristo, neanche se mi leggesse nel pensiero.
“Guarda che non hai bisogno di giustificarti” mi disse, continuando ad accarezzarmi il petto.
“Uhm, come?” feci io, chinando lo sguardo verso di lei.
“Hai sentito! Non hai bisogno di pensare a cosa dirmi. Lo so che hai scopato con lei. È normale! Lei è la tua donna. E io… io… io non so neanche cosa sono, io”.
La strinsi forte a me. Aveva ragione! Non dovevo giustificarmi. E neanche io sapevo cosa fosse lei. Se fosse un essere umano o solo un giocattolo. Una bambola da usare. Una creatura inventata solo dalla mia mente malata.
Ed ecco la sua mano di nuovo sul mio petto, proprio come la prima volta.
Sentii di nuovo le sue unghie nella mia carne. Le sue dita come a voler giungere al mio cuore.
Percepii una lacrima cadere sul mio braccio, mentre continuavo a stringerla, senza il coraggio di guardarla.
“La prima volta che… la prima volta che abbiamo scopato, la ricordi?” mi disse, facendo cadere le sue lacrime sul mio braccio.
“Sì” le risposi, continuando ad accarezzarle i capelli. Ad accarezzare la sua testa poggiata sulla mia spalla.
Lei affondò di più le sue dita nelle mie carni. Le sue dita nella mia vita.
“E ricordi cosa hai detto?”.
Io non risposi. Non ricordavo niente a dire il vero. Non avevo nessuna immagine stampata in mente. Nessun monologo. Niente! Solo il mio cazzo nella sua bocca. Solo il mio cazzo nel suo corpo, e il suo senso di terrore e impotenza.
Poi fece un respiro. Un respiro profondo.
Altre lacrime caddero sul mio corpo, mentre le sue dita trapassavano le mie carni, fino a giungere a quelle poche frattaglie rimaste al posto del cuore.
“Lasciami entrare, mi dicesti, mentre cercavi di entrare in me. Mentre cercavi di entrare nel mio corpo” disse, restando poi un attimo in silenzio. “E io l’ho fatto! Ti ho lasciato entrare. Lentamente, ti ho lasciato entrare” riprese, alzando lo sguardo e fissandomi, mentre continuava a stringermi il petto “E ti ho chiesto di farmi entrare, anche se so che non lo farai. Anche se so che non potrai mai essere mio, mentre io sarò sempre tua. La tua schiava! La tua bambola. Il tuo corpo senza anima. Qualcosa di mai esistito”.
Non ebbi il coraggio di risponderle. Non sapevo che dirle, e anche lei lo sapeva.
Restai semplicemente con lei, stretto a lei, abbracciandola e baciandola.
Cristo, avrei voluto dirle che l’amavo. Chiederle scusa per tutto il male fatto.
Ma ogni cosa sarebbe stata una bugia!
Sì, sapevo di non amarla, e di non sentirmi davvero in colpa per il male che le avevo fatto. E sapevo che gliene avrei fatto ancora. Sapevo che avrei ancora usato quella mia bambolina. Che avrei ancora sbranato quello spettro invisibile. Quel corpo senz’anima.
Ed ecco che in quel silenzio, in quell’abbraccio, in quella menzogna in cui stavamo, la realtà ci colpì in piena faccia, tramortendoci, e facendo sgorgare sangue dai nostri occhi.
Il telefono prese a suonare dal mio giubbotto ficcato sul pavimento.
Io lo guardai. Lei guardò il vuoto.
“Non rispondi?” mi disse, sapendo già la risposta.
E io le diedi ancora una carezza, poi un piccolo bacio.
Mi alzai dal letto, lasciandola da sola lì, prendendo il telefono e avviandomi verso la cucina.
Era Anna!

FOTTITI
Ecco, ero nella notte, da solo! Da solo in mezzo a quel merdoso mondo. Da solo in mezzo a centinaia di facce sorridenti. In mezzo a facce buone. Facce profonde. Facce simili alle insignificanti facce che probabilmente stavano ancora lì nel cesso con la piccola Monia.
Puttana! Pensai attraversando quella gente. Attraversandola, mentre bevevo la mia birra. Attraversandola con in corpo la sola voglia di ammazzare a randellate ogni singolo coglione lì per strada.
Già, gelosia! Ecco cosa avevo in corpo. Ero geloso di Monia. Geloso di averla vista con altri. Geloso di averla vista succhiare altri cazzi. Geloso che lei non fosse solo mia.
Che stronzo! Lei non era mia, e io non ero suo.
A stento conoscevo il suo nome e lei il mio.
Eravamo due sconosciuti. Due sconosciuti e non altro. Non eravamo né una coppia né due individui che si stavano frequentando. Non eravamo di certo né Brad Pitt e Angelina Jolie, tanto meno Romeo e Giulietta.
Eravamo solo due sconosciuti che avevano scopato, né più né meno.
Eppure in me sentivo forte la rabbia verso di lei, verso quei tre, verso il mondo intero.
Sì, avevo voglia di girare per le strade con un fottuto lancia fiamme. Volevo mordere alla gola ogni stronzo lì in mezzo. Fottere a sangue il culo di ogni troietta sorridente. Sbudellare le dolci mammine e sbranare i loro mocciosi ficcati nelle carrozzine.
Ecco, ero puro male. Ero l’occhio di Sauron che gettava fuoco su ogni stronzo. Ero la vendetta di Dart Fener contro Ian Solo.
Sì, ero Ted Bundy, David Berkowitz, Dean Corll e Juan Vallejo Corona. Ero Aileen Wuornos, Waltraud Wagner, Erzsébet Báthory, Leonarda Cianciulli, Vera Renczi, Amelia Dyer, Belle Gunness, Mary Cotton.
Ero la nuova apocalisse che si abbatteva sull’intero mondo. Ero il settimo sigillo appena aperto. Ero la vendetta del Diavolo su Dio. Ero Terminator che veniva a fare il culo a tutti i fottuti esseri umani.
Ero… ero… ero, solo un stronzo!
Sì, un inutile e patetico stronzo.
Non potevo fare un cazzo! Non potevo cancellare quella sborra sul suo viso, né uccidere lei e l’intero genere umano.
Potevo solo star male. Solo camminare nella notte, ubriacandomi e covando in me i più brutali e devastanti sentimenti.
Svoltai in un vicolo stretto e buio con la sola voglia di ubriacarmi, sapendo che non avrei potuto fare altro quella notte. Sapendo che, in ogni notte della mia vita, non avrei potuto fare altro per dar sfogo alla mia rabbia.
Ed ecco senso di vuoto. Respiro affannato. Fitte nelle guance, attorno agli occhi e nella fronte.
Senso di soffocamento. Battiti accelerati. Atroci fitte al petto.
Un attacco di panico, avrebbero detto gli psicologi. Paura di affrontare una situazione che sfugge al proprio controllo.
Ma io sentivo tutto vivo e intenso nel mio corpo. Sentivo quella ragnatela di fili metallici all’interno della mia faccia. Sentivo quelle pugnalate al petto, quegli spilli nel braccio sinistro, quella grossa mano che mi stringeva la gola fino a soffocarmi.
Stavo morendo. Stavo impazzendo. E accelerai il passo. Accelerai il passo ficcandomi in quel vicolo buio. In un vicolo privo di negozi. Privo di insegne luminose. In un vicolo dove tutte le finestre dei palazzi erano buie. Dove tutta la gente dormiva nei propri letti, o forse era per strada a ridersela, come tutta quell’altra gente fuori da quello schifoso vicolo.
Io non avevo niente da sorridere invece.
No, me ne stavo appoggiato a un’auto fumando la mia cicca e tossendo. Bevendo la mia birra e fissando il vuoto.
Poi ecco dei passi. Passi di tacchi. Passi familiari.
Era lei!
Sì, la vidi venire verso di me, con aria sorridente, e senza più sborra sul bel faccino.
La sentii avvicinarsi sempre di più. Vidi quel suo sorriso avvicinarsi sempre di più a me. Entrarmi sempre più dentro. Raggiungere le mie membra, il mio cuore, il mio cervello, la mia anima.
Ero fottuto! E cosa voleva ora da me? Voleva il mio perdono? Voleva essere capita, amata, accettata?
Cosa?
Perché dopo quanto aveva fatto, dopo aver succhiato tre grossi cazzi proprio davanti ai miei occhi, ora veniva da me? Veniva da me, con quella sua aria innocente. Sorridendo, come una bimba che aveva fatto cadere al suolo un vaso prezioso. Magari il ricordo di famiglia lasciato da qualche stracazzo di bisnonna.
E io cosa avrei fatto? L’avrei perdonata? L’avrei stretta? L’avrei amata?
Forse, forse sì! Ma nel farlo l’avrei odiata. Nel farlo, non avrei dimenticato. Nel farlo, avrei desiderato di ucciderla anche solo guardandola. Avrei desiderato di strapparle le labbra a ogni bacio dato. Avrei desiderato sbudellarla a mani nude ogni volta che l’avrei avuta, ogni volta che avrei cercato di accoltellarle l’anima a colpi di cazzo.
Ed eccola, lì davanti a me, a due centimetri da me. Faccia a faccia. Lì a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Lì a sorridermi come se niente fosse successo.
Io diedi un altro sorso alla mia birra. Poi un altro ancora.
Restai lì immobile appoggiato a un’auto, alzando e abbassando la bottiglia di continuo.
Rabbia, odio, vendetta.
Il suo volto era quello di un coniglietto pasquale da sbranare. Quello di un folletto di Babbo Natale da spellare.
Era tutti i regali di Natale ricevuti e mai desiderati. Era l’uovo di Pasqua sbagliato; quello fondente, e non con cioccolato al latte.
Lei era lo zaino da scuola di sottomarca. Il grembiulino economico indossato il primo giorno di scuola, lì in una classe piena di mocciosi con addosso un bel grembiulino della Standa, e io in un angolo con la vergogna sul volto. La rabbia sul volto.
Emarginazione, derisione, umiliazione.
Voglia di uccidere tutti quei merdosi mocciosi. Voglia di uccidere quella vecchia troia di una maestra. Voglia di uccidere quella puttana di mia madre che mi aveva ficcato in quella situazione.
E lei era i bambini. Lei era la maestra. Lei era quella puttana di mia madre.
Un senso di rabbia e odio a lungo represso avrebbero detto gli psicologi.
Mia madre era dura con me e io la odiavo per questo. E odiavo mio padre sempre assente per lavoro. Odiavo mia sorella che derideva la mia stupidità
Giocattoli di seconda mano. Vestiti di seconda mano. Affetto di seconda mano.
Odio, rabbia. Devono morire tutti! Devono morire tutti! E intanto sorrisi fasulli. Buoni voti per far contento papà, e andare in chiesa la domenica per fare felice la mamma.
E ancora odio, rabbia, voglia di uccidere, voglia di sbranare.
Sadismo allo stato puro!
Sangue e budella nella mia mente. Cadaveri in ogni lembo della mia anima. E lei era la causa, lei era il movente. Lei era la vittima sacrificale. Lei era il boia da punire. E lei stava davanti a me. Lì, sorridente, deridendo la mia miseria. Deridendo la mia vergogna. Deridendo il mio ennesimo fallimento.
Esplosi!
Le atomiche esplodevano in ogni dove.
«Togliti quel cazzo di sorriso dalla bocca, troia!» le urlai contro, scaraventando la mia cazzo di bottiglia contro di lei.
Trauma cranico con frattura occipitale. Tempo medio di morte: dai tre minuti alle due ore, salvo coma farmacologico.
Sì, sarebbe stato bello! Ma quella bottiglia volò oltre di lei, sfracellandosi contro un muro. E un gatto guizzò fuori da un cassonetto uscendo da quel cazzo di vicolo. Un cane abbaiò con forza da chissà dove. Della gente sorrise. Lei si voltò a guardare quei pezzi di vetro a terra, lì vicino al muro. Io gettai la cicca a terra, e con gli occhi iniettati di sangue mi scagliai contro di lei.
«Ora te lo tolgo io quel sorriso del cazzo dalla faccia, schifosa puttana» presi a gridare, afferrandola per la gola e trascinandola contro un auto.
Ed ecco lì la mia preda. La mia vittima sacrificale. Il mio piccolo Isacco pronto a essere scannato.
Eccola lì, stesa sul cofano di un auto, con la faccia sul cofano di una Fiat Punto del duemila e otto, o forse del duemila e sette.
Lì, immobile, inerme, con la mia mano che le spiaccicava la faccia contro il cofano dell’auto. Le tette sul cofano dell’auto, e quel piccolo e sodo culo proprio contro al mio cazzo.
Le alzai di colpo quel vestito da troia e le spostai le mutandine rosa. Quelle mutandine rosa di chissà quale altra troia.
«Ti faccio vedere io come si trattano le troie come te, lurida schifosa» dissi, continuando a mantenerla per la testa e tirando fuori il mio cazzo.
E lo tirai fuori. Lo tirai fuori grosso e duro. Pronto a chiavarla. Pronto a sfondarla. Pronto a punirla.
Sì, era svanita ormai l’impotenza. Il mio cuore pulsava sangue rabbioso in tutte le mie vene, gonfiando il mio cazzo d’infernale rabbia.
«Preparati troia» gridai, poggiandoglielo tra le chiappe. E mollai il collo un attimo. Giusto un attimo. Giusto il tempo di appoggiarle bene il cazzo contro il buco del culo.
Lei cercò di liberarsi.
«Che cazzo fai?» urlò, quasi piangendo.
Io le schiacciai di nuovo la testa contro quel fottuto cofano di metallo. Fece un boato! Un suono sordo e metallico.
«Dai troia. Che ti piace in culo!» urlai, continuando a tenerla ferma, e spingendole il cazzo contro al culo. Contro al buco del culo.
Lei prese a digrignare i denti. Come a voler urlare. Come a voler piangere.
Io presi a spingere più forte. Ridendo con aria malefica. Con la bava alla bocca.
«Ora lo sentirai tutto, puttana!»
Lei lanciò un grido in quel vicolo. Lanciò un grido in quella strana notte. In quella notte come tante. Come tante notti passate. Come tante notti future.
«Zitta troia!» urlai, spingendolo più forte. «Lo senti, vero? Dillo che lo senti tutto, vacca.»
E ancora un colpo. Il mio cazzo dentro al suo culo. Lei che stringeva i pugni lì su quel cofano. Lì, sentendo il mio cazzo entrarle su per il culo. Sentendo già la cappella del tutto dentro. Sentendo quel pezzo di carne che le apriva il culo, e senza poter fare un cazzo di niente per liberarsene.
Ed ecco ancora un colpo secco. Un colpo secco come una coltellata.
Lei urlò. Io lasciai la presa e le strinsi le chiappe. Le strinsi le chiappe come a volergliele stracciare via dal corpo. Le strinsi le chiappe, mentre la tenevo inchiodata a quel pezzo di ferro. Inchiodata a quell’auto con il mio cazzo.
E via con la prima spinta. Un colpo forte! Così forte come a volerle raggiungere lo stomaco con il cazzo.
Lei si ficcò un pugno in bocca. Strinse i denti dal dolore. Strinse i denti, sentendo quell’affare muoversi con colpi forti e secchi lì nel suo piccolo culetto.
E ancora un colpo. Un colpo forte. Un colpo secco.
Il suo culo bagnato di sangue. La sua carne contro la mia. Le mie mani che stringevano le sue chiappe.
«Prendilo! Prendilo tutto, troia» urlai, cominciando a sbatterglielo dentro con più forza. Sempre più velocemente. Sempre più velocemente.
E lei continuava a mordersi il pugno. Continuava a starsene lì stesa su quel cofano in balia del mio cazzo, in balia del mio odio. E ogni colpo del mio cazzo era una pugnalata contro di lei. Era una pugnalata contro il mondo. Una pugnalata contro ogni donna.
Sì, la vendetta era completa. Lei era sottomessa a me. Lei era sottomessa al mio cazzo.
E continuavo a punirla con le tavole della legge: la mia legge! La sola legge che per me fosse giusta. La sola legge capace di donarmi la liberazione.
Poi ancora le sue chiappe tra le mie mani. Botte di cazzo nel suo culo. Botte di cazzo sempre più veloci, mentre la mia bava le colava sulle chiappe, e la pelle sanguinolenta del suo buco del culo mi stringeva il cazzo.
Un gatto fuggì da quel vicolo. Una luce si accese da una finestra, probabilmente di un qualche cesso, e le risate della gente fuori da quel vicolo continuavano a invadere la notte. Le risate della gente fuori da quel nostro mondo.
Lei strinse ancora i pugni. Io diedi un colpo più forte. Un colpo così forte che sentii il sangue uscire dal suo culo fino a coprirle le chiappe.
«Troia!» urlai, alzando lo sguardo al cielo, proprio come quei tre stronzi nel cesso.
Ed eccola la sborra!
Ecco la liberazione. Il fuoco purificante della Geenna.
Sì, la mia sborra sprizzava dal mio cazzo. Sprizzava copiosa e densa. Calda e potente, fino a riempire il suo culetto.
E io mi sentivo finalmente forte. Finalmente libero. Finalmente onnipotente.
Ma non durò molto!
No, abbassai lo sguardo e la fissai. La guardai, lì, stesa su quel coso. Ormai inerme. Ormai rassegnata. Ormai fredda. Ormai spenta.
Non ci stava più niente da violentare in quel corpo. Non ci stava più niente da uccidere in quel corpo. Non ci stava neanche più quel corpo.
Lo tirai fuori. Glielo sfilai dal culo lentamente, vedendo la mia sborra mista a sangue scorrere dalle sue chiappe.
Glielo sfilai dal cuore lentamente, senza sentire più nessuna pulsazione. Senza sentire più niente di vivo lì in quel vicolo buio.
Me lo rimisi dentro, senza dire niente, senza fare un cazzo. Solo restando fermo contro un’auto. Davanti a lei. Fissando quel suo culo aperto che grondava sborra e sangue.
Lei restò qualche istante così. La luna entrava appena in quel vicolo, illuminando le sue chiappe.
Sembrava un cadavere!
Sì, un cadavere lasciato lì a decomporsi.
Poi si mosse. Da prima mosse le mani, ancora strette. Poi si alzò lentamente. Molto lentamente.
Si rimise in piedi, barcollando. Si rimise in piedi come se niente fosse successo. Come se niente fosse cambiato.
Prese un fazzoletto dalla sua borsetta e se lo passò tra le chiappe.
Gettò quell’affare sporco di sborra e sangue per terra. Una blatta ci passò vicino, come per annusarlo. Poi guizzò via nella notte. Lei si risistemò. Aggiustò le mutandine e abbassò il vestito. E lentamente venne verso di me.
Si avvicinò a me, lentamente, con le gambe ancora aperte.
Mi fu faccia a faccia. Io accesi una cicca, non provando il minimo risentimento. Non sentendo più niente nel mio corpo, neanche odio!
Lei tirò fuori due birre dalla borsetta. Due birre e un apribottiglie.
Le stappò. Tenne una per sé e passò un’altra a me.
Io l’afferrai. L’afferrai, guardando lei.
Diedi un sorso alla mia birra. Lei uno alla sua. La luna non sembrava più illuminare quel posto. La luna era sparita da quel vicolo. La luna era sparita dal mondo.
Eravamo solo noi lì. Solo noi al mondo. E lei continuava a fissarmi con quei suoi grossi occhi verdi. Ora senza più sorridere. Solo con una gelida espressione di morte sul volto. Come se con il mio cazzo non avessi rotto solo il suo culo, ma anche la sua anima. Come se con quel mio cazzo non avessi violentato solo il suo culo, ma anche quell’ultimo barlume di umanità nel suo corpo adibito a contenitore di cazzi.
Poi si voltò di colpo, facendo due passi in avanti.
«Andiamo a casa» mi disse, senza neanche voltarsi. E io non risposi. Io restai lì a bere la mia birra in silenzio, per poi muovermi da quel rottame, prendendo a seguirla.
Già, avevo vinto!
Avevo sfondato le sue difese. Avevo piegato la sua baldanza. E lei era la mia schiava. Era la mia puttana. Era la mia troietta sfondata.
Ero il suo padrone. Ero il suo paparino. Il suo sovrano. Il suo unico imperatore.
Delirio di onnipotenza, avrebbero detto gli psicologi. Un senso di sadismo nato dal rifiuto di ogni donna, che aveva portato in me il desiderio di possedere analmente la mia compagna. Di sentirmi il suo unico padrone. Di umiliarla e sottometterla.
Vedi anche gli articoli sull’eiaculazione precoce e sugli uomini con scarsi risultati in fatto di donne durante l’adolescenza. Troverai il nome di Peter Nirsch. Quello di Harold F. Shipman. Il nome di Sweeney Todd e quello di Pedro Alonso López.
E io ero uno di loro! Ero un potenziale serial killer. Un futuro sterminatori di nazioni. Un uomo che avrebbe strappato dal grembo delle loro madri i bambini all’ottavo mese.
Eppure quella vendetta non mi aveva donato alcuna pace.
No, ero solo vuoto. Mi sentivo vuoto, inutile, senza più nessuna missione spaziale da compiere.
Vedevo la mia preda, la donna che mi aveva umiliato, lì davanti a me, lì a camminare gelida come un cadavere.
Cosa avevo conquistato? Quale mondo avevo trovato?
Niente! Il vuoto, solo questo provavo.
E ancora un passo. Ancora un sorso di birra.
Che ore erano? Dove ci trovavamo?
Niente! Il tempo era scomparso. Il mondo era scomparso. Ci stavamo solo noi. Ancora una volta, solo noi. E usciti da quel vicolo, attraversato quel mondo di gente sorridente, ci trovammo di nuovo a Piazza Garibaldi, in quella schifosa Piazza poco distante da casa mia.
Cos’era successo? Quanto avevamo camminato in silenzio? Quanto avevamo bevuto in quel tempo.
Io alzai lo sguardo verso un grosso tabellone elettronico su di un palazzo. Un palazzo in fondo a uno spiazzale dove un tempo tenevano un mercato.
Era mezzanotte passata!
Sì, alcune giovani coppie andavano in discoteca, standosene in auto nuove di zecca in silenzio, lasciando che le autoradio parlassero per loro. E altra gente tornava a casa dopo una serata al cinema, oppure al ristorante.
Tutto era normale. Tutto era come sempre.
Lei si girò verso di me. Diede un ultimo sorso alla sua birra, gettandola poi per terra.
La bottiglia rotolò fino al bordo di un marciapiede. Un’auto caricò una puttana. Un tunisino diede un cazzotto a un pakistano, e una sirena della polizia prese a suonare chissà dove.
Lei mi guardò con i suoi grossi occhi verdi.
Il sorriso era tornato. Ma il sorriso ora era diverso. Quel sorriso era come quello concesso a ogni suo cliente.
Quel sorriso era freddo!
«Ti odio» mi disse, restando immobile davanti a me. Fredda, gelida, lì davanti a me.
Io non dissi niente. Non ci stava niente da dire. No, lei aveva detto tutto! Lei aveva svelato tutto.
Ti odio!
Ti odio! Ecco la risposta. Il mistero della vita. Il mistero di ogni amore. Il primo pensiero nella mente. Il primo pensiero mai confessato. Il primo pensiero nato nel guardare un altro essere umano.
E la verità era lì, proprio davanti a me. La verità era nel suo sguardo gelido che mi fissava. La verità era in quel suo sguardo gelido che mi penetrava.
Ti odio, ti odio, ti odio.
Eravamo nudi. Entrambi eravamo stanchi. Entrambi odiavamo l’altro. Entrambi eravamo colpevoli dello stesso peccato. Entrambi vittime dello stesso peccato.
Sì, ti odio! E io la guardai. Distrutto, dilaniato, stanco.
«Hai ragione, anch’io ti odio» le dissi. E stavolta fu lei a non rispondere.
No, non disse niente.
Entrambi avevamo svelato il più Sacro dei misteri. Entrambi avevamo capito di amarci, e che dunque presto o tardi ci saremo odiati.
Stavamo solo anticipando i tempi.
Ti odio!
Solo un bisogno di non essere soli. Solo piacere della pelle, di qualche emozione. Poi infine la noia nel sentirsi anche solo al telefono. La nausea nel guardarsi. La voglia di sbranarsi a vicenda.
Ecco, eravamo già sposati. Eravamo già una famiglia perfetta. Io e lei per sempre insieme.
Uniti dall’amore. Uniti dall’odio.

Senzanome

Annunci

Tratto dal romanzo “The writer”. Edito dalla Damster edizioni. Partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, e già disponibile in formato digitale presso i migliori store online.

Lasciai quella gente del cazzo e mi rimisi sul corso che conduceva a Piazza Garibaldi. E lì su quel corso, per fortuna di persone non ce ne stavano. No, solo qualche puttana, qualche trans, qualche disperato che camminava fissando il vuoto, e un paio di auto di tanto in tanto.
Io continuai ad avanzare. Pensando solo al mio libro. Al mio futuro da scrittore ormai incapace a scrivere anche solo la lista della spesa. E a quella mia vita che stava andando a puttana.
Mi fermai davanti al cancello del palazzo di Antonella. Ancora una volta. Fissandolo e pensando cosa avrei provato facendomela nuovamente.
Forse non avrei riconosciuto la differenza tra lo scopare lei e lo scopare Ivana. Magari non avrei provato niente! Forse non avrei nutrito neanche un qualsiasi senso di colpa nei confronti di Ivana.
Ma il problema non si pose!
No, Anto non c’era. Ivana se ne stava a casa a dormire, o magari a parlare al telefono con Dario. E io ero da solo lì per strada. Come un vagabondo. Come un topo di fogna.
Cazzo, un tempo quella era la mia linfa vitale. Ciò che mi permetteva di scrivere.
Cioè, vedevo qualcosa per strada, e baam! Di colpo migliaia di immagini prendevano vita nella mia mente.
Invece, ora cosa?
Il vuoto assoluto! Ero solo un perdente che desiderava di diventare ricco come Gordon Gekko, famoso come Mark Zuckerberg, potente come Gheddafi.
La mia passione era svanita. Ero solo una piccola troietta lasciata per strada dopo essere stata stuprata: le cosce sporche di sperma, i vestiti stracciati, il trucco sciolto dalle lacrime.
Cristo, mi venne da sorridere arrivando a Piazza Garibaldi. Vedendo quei rifiuti umani seduti ai piedi di una grossa statua, intenti a bere birra. Vedendo puttane forse minorenni venderla per strada, e pezzenti girare a vuoto in cerca di un modo per far passare la serata.
Diedi ancora un sorso alla birra, svuotandola del tutto, per poi cominciare a fissarla.
La guardai a lungo. Senza vedere niente. Sentendo solo i rumori della città rimbombare attorno a me. Le urla di quella gente! Le lacrime di qualcuno. I rumori delle gomme che stridevano sull’asfalto.
Strinsi la bottiglia e la lanciai con forza contro a un palazzo, facendola fracassare in mille pezzi.
Udii ancora altre urla. Qualche risata. Ancora auto sfrecciare nella notte.
Andai via da lì. Camminando velocemente. Sentendo tamburi battere nella mia testa.
<< Che patetico coglione! >> udii echeggiare attorno a me.
<< Fa silenzio. Sta zitto! >> urlai senza fermarmi. Camminando per quella piazza, fissato da occhi di pazzi che mi credevano pazzo.
E forse lo ero per davvero! Sì, ma non me ne fotteva un cazzo. Non in quel momento, almeno.
Volevo solo sparire.
Così mi ficcai in un bar. Nel bar Azzurro, per l’esattezza. Andando con fare frettoloso verso il vecchio lardoso dietro la cassa.
Non persi tempo né a guardare lui né a guardare chiunque ci fosse lì dentro. Non guardai niente e nessuno! No, ordinai una bottiglia di vino rosso, la pagai e uscii da lì con la stessa fretta con cui ero entrato. Riprendendo a camminare per strada. Bevendo a grandi sorsi da quella bottiglia e fumando sigarette come se stessi respirando.
Arrivai fino alla stazione. Non sapevo perché. Ma lo feci! Fermandomi lì e mettendomi a sedere su di un marciapiede.
Attorno a me alcune puttane la vendevano. Alcuni disperati aspettavano un pullman notturno che li portasse a casa. Dei tassisti abusivi cercavano di trovare dei clienti. E decine di barboni se ne stavano stesi a terra, dormendo avvolti da unte trapunte.
Improvvisamente sentii un tremendo tanfo di merda proprio dietro di me. Una puzza ben peggiore di quella emanata dalla mondezza piazzata in ogni dove per strada.
Mi voltai lentamente. Fissando dietro di me con fare disinteressato. Con fare apatico.
Un vecchio sdentato e vestito di stracci puzzolenti stava ritto proprio dietro di me. Sorridendomi. Mostrandomi le sue grosse e violacee labbra avvolte da una stepposa barba e i suoi pochi denti neri come la pece.
Sospirai e mi voltai nuovamente. Ma fu inutile! Perché il tipo avanzò, mettendosi a sedere accanto a me.
<< Ehi, amico, lo so che stai anche tu nella merda. Ma non è che mi offriresti una sigaretta? >> mi chiese con la sua voce rauca.
Io non aggiunsi altro. Tirai fuori il pacchetto di sigarette e gliene passai due.
Lui sorrise di più. Spalancando quella sua enorme bocca deformata dai denti mancanti.
Una se la ficcò nel taschino del suo cappotto, l’altra se la piazzò in bocca, accendendola.
Diede  qualche strippata. Restando seduto accanto a me e fissando il vuoto.
<< E’ molto che sei per strada? >> mi chiese.
Io mi voltai verso di lui. Fissandolo dritto negli occhi. Fissandolo come se lo stessi trapassando con una lancia.
Cazzo, avrei voluto ucciderlo! Urlargli contro “Ma lo sai con chi cazzo stai parlando? Io non sono una merda come te. Io sono uno scrittore!”.
Ma lo ero? O ero una merda come lui?
Cristo, un tempo non me ne sarei vergognato. Quel tempo in cui avevo scritto roba buona! Quel tempo ormai lontano.
Mi alzai di scatto e lo fissai. Fissai quell’uomo non diverso da me. Un fallito come me! Un fallito come tanti al mondo.
No, non ero né uno scrittore né un barbone. Ero niente! Un misero puntino. Il nulla nel nulla.
Lo lasciai lì e a passo veloce andai verso casa.
Erano le tre di notte. La pancia bruciava. La testa girava. Il cuore batteva sempre più forte. E non sentivo né le gambe né le braccia.
Stavo morendo? No, ero solo un povero ubriacone! Talmente ridicolo da non riuscire neanche ad aprire il portone del mio palazzo.
Cominciai a prenderlo a calci! Con fare goffo e curioso.
<< Cazzo, maledetto, apriti! Apriti, figlio di puttana! >> urlai, continuando a prendere a calci quell’affare.
Qualche cane abbaiò. Qualche gatto miagolò. E poi dal nulla le cascate del Niagara mi travolsero!
Rimasi immobile qualche istante, per poi guardare in alto. Fissando quel balcone da cui qualche vecchia mi aveva gettato un secchio d’acqua.
<< Vecchia troia del cazzo! Scendi giù, che sfondo il culo a te e a quel frocio di merda del tuo vecchio uomo >>
Ma nessuno scese!
<< Vai a letto, ubriacone di merda! Prima che chiamiamo la polizia >> urlò qualcuno da quel palazzo.
Così mi calmai. Trovai il modo di aprire quel portone ed entrai nel palazzo, salendo le scale fino al mio pianerottolo, e ficcandomi in casa mia, ancora bagnato fradicio.
Beh, non trovai la mia gatta ad attendermi, stavolta. No, lei stava mangiando! Sì, perché la luce della cucina era accesa. E da essa vidi uscire mia madre. Lì ferma a fissarmi con le lacrime agli occhi. Guardando il frutto del suo grembo ridotto solo a un pazzo ubriacone che urlava nella notte.
La lasciai lì! Non andai da lei per abbracciarla, né le dissi niente. No, entrai nella mia camera da letto e chiusi la porta a chiave. Così da stare nel mio mondo. Da solo. Senza dover spiegare niente a nessuno.
Tanto, che sarebbe cambiato? Un cazzo di niente!
Eppure la gente amava parlare! Faceva terapie dove si doveva parlare a qualche sconosciuto delle proprie cose. Andava a riunioni di condominio, riunioni per alcolisti anonimi, corsi di meditazione guidata, circoli di lettura come quelli di Dario, oppure chiamava a qualche cazzo di call center.
E poi cambiava qualcosa? No, per niente! Alla fine tanto parlare, e nulla cambiava. Condivisioni spirituali, e le cose rimanevano sempre uguali. Discorsi su come cambiare il mondo, e tutto restava uguale.
Che si poteva fare allora? 11880937_785585364895056_15797643_n
Scrivere! Sì, la sola cosa da fare.
Così mi spoglia e mi misi al computer, bevendo ancora e fumando. Fissando ancora quel foglio bianco.
Niente! Ancora una notte nessuna parola. Un cazzo di niente!
<< Che c’è, non sai più cosa scrivere, fallito? >>
<< Fa silenzio. Zitto, zitto! >> urlai, piazzandomi le mani contro la testa come se volessi schiacciarla.
Una risata rimbombò nella stanza. Io mi alzai di colpo, guardandomi attorno.
Fermai lo sguardo verso il nulla e diedi un sorso alla bottiglia, per poi abbassarla di scatto.
<< Che cazzo ne sai tu? >> strillai << Tu non sai un cazzo di niente di me. Niente! >>
<< Oh, davvero? Invece so tutto di te, amico, e lo sai bene! So ogni minima stronzata che ti frulla nella testa. Ah, sì, il grande artista! Beh, almeno prima riuscivi a scrivere tanta merda. Le tue opere d’arte che non sono mai interessate a nessuno >>
<< La gente non capisce un cazzo! >> urlai, puntando il dito contro al vuoto.
Quella risata rimbombò nuovamente nella stanza, colpendomi in pieno volto.
<< Coglione! La gente è tutto! È lei che decide. E tu, da bravo fallito, cosa hai fatto? Hai continuato a scrivere la tua merda. Prendendotela contro al mondo che non ti cagava. E poi, quando finalmente qualcuno ha deciso d’investire sul tuo schifo noioso, psicologico, e aggressivo, tu cosa hai fatto? Hai creduto di poter far di più! E ora? Ora non riesci neanche più a scrivere una sola parola. Sei nella merda, amico! Non scrivi più e non sei neanche famoso. Non sei niente! >>
<< Fa silenzio! >> strillai, mettendomi in ginocchio e cominciando a piangere. Sì, a piangere! Proprio come non facevo da anni. Lì in ginocchio davanti al nulla, a piangere innanzi alla consapevolezza di non essere niente. Innanzi alla consapevolezza di quella vita di merda che lentamente mi stava divorando.
Rimasi li a terra a piangere come un bambino, non so per quanto tempo. Fottendomene del freddo. Non riuscendo a pensare a niente. Piangendo solamente! Piangendo, mentre attorno a me non sentivo altro che quella risata. E sotto di me solo il pavimento molle come un budino. Come la merda che mi stava inghiottendo.