Inutile dare un cazzo di titolo

Volti di marmo si muovono nel buio
Aleggiando in un tanfo di decomposizione,
alcuni morti
altri congelati,
il più
smembrati da atroci urla.

Un braccio si alza verso un cielo coperto di cemento.
Non è neanche più un braccio
Solo un osso su cui sembra tatuata pallida pelle.

Uno sforzo,
debolezza
stanchezza
inerzia.
Una macchia sul soffitto viene indicata da un flebile dito,
sembri un volto,
un volto che fissa uno specchio
in cui riflessi di antichi incubi danzano
soffocando ogni respiro,
lasciando solo un banchetto di insetti nel cranio;
melmosa e squallida danza di scarafaggi
intenti a divorare famelicamente gli avanzi di una vita stesa a terra
tra rifiuti
mozziconi
bottiglie
vuote
e un nauseante tanfo di piscio
pari solo a quello della morte.

E ancora un altro sforzo.
Membra stanche
Magre
Pallide
Si alzano a fatica da un triste sudario.
Tutto è buio.
La luce non entra.
Il mondo è fuori
Frenetico
Arrogante come sempre;
una massa di locuste che tutto sbranano,
accalcandosi contro feti abortiti
in cerca di un viscido midollo a cui chiedere la vita.

E cosa resta qui?
In questo buio
In questa cella
In questa carcassa che lentamente si accartoccia?
Freddo!
Solo freddo.
E per quanto io mi stringa a me stesso
Nulla svanisce.
Il corpo si contrae,
spasmi
tremore,
un gelido vento sulla mia pallida pelle,
il braccio cade come un eroe trafitto da un proiettile,
gli occhi si chiudono
e resta il silenzio.
Gelido e spaventoso silenzio.

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Tratto dal romanzo “Affamata d’amore”. Romanzo tratto da una storia vera. Pubblicato dalla Damster edizioni, partecipante al concorso nazionale Eroxè Context 2015, e già disponibile in formato digitale presso tutti gli store online.

Cristo, dannate paure! Non riuscivo a dirlo. Lo sentivo muoversi in me, ma non riuscivo proprio a dirlo.
Era come un boccone rimasto nella trachea, che m’impediva di respirare.
Mollare la presa avrebbe significato farlo finire nelle vie respiratorie, così da morire. Oppure farlo bloccare ancor di più, se avessi tentato di mandarlo giù.
Era lì fermo. In bilico. In un limbo in cui ogni mia certezza svaniva, sbranata da un’irruenta confusione.
Già, avrei dovuto sputarlo. Buttar fuori quel boccone. Sputare tutto fuori, liberandomi di quel peso. Di ciò che mi stava soffocando. Aria compressa che cresceva in me fino a farmi implodere.
E cosa avrebbe fatto Gesù Cristo? Glielo avrebbe detto? Avrebbe detto quella parola? Quella sola e unica parola!
Ma non ero il suo Cristo. Non ero il suo papà. Non ero il suo Babbo Natale, il suo psicologo, il suo santone.
Non sapevo neanche cosa fossi per lei. Quale fosse il nome da attribuirmi. Il titolo sociale da accollarmi.
Ma non me ne fotteva un cazzo!
No, m’importava solo di quei suoi occhi. Il suo sguardo pieno di gioia nel vedere quel libro. Afferrando quel mio piccolo regalo e osservandolo. Contenta come se le avessi regalato una parte della mia vita.
E forse, forse era davvero così!
Ma nessuno di noi due volle chiederselo.
Io lo sapevo. Lei lo sapeva. Ma il suo fiondarsi tra le mie braccia significava più di tutto.
La strinsi forte. Percependo la sua pelle contro la mia. Il suo sorriso pieno di felicità. Le sue lacrime piene di gioia, o forse di terrore innanzi a una vita che non avremmo mai capito. Un futuro incerto irto innanzi a noi.
Ma nessuno dei due si chiese altro.
No, restammo lì abbracciati, baciandoci appassionatamente, mentre attorno a noi il mondo continuava a scorrere. Frettoloso. Vorace. Avido. Insensibile. Lasciandoci lì da soli. Due naufraghi su di un’isola deserta. Due alieni persi in un mondo lontano. Due pazzi appena fuggiti da un manicomio.
Poi, il nostro abbraccio fu interrotto da un’orrenda vecchia grassona che con fare rumoroso cominciò a sfogliare i libri su quelle bancarelle.
Ci scansammo, fissandoci, poi fissandola, e cominciando a ridere tra noi.
Chissà, probabilmente l’avrei volentieri uccisa a quella vecchia e inutile troia. Eppure lo stare con lei frenava la mia rabbia. Era come se il mondo fosse più bello! Anche se in verità sapevo benissimo che il mondo faceva sempre schifo. Che lì fuori c’erano infiniti doveri strazianti pronti ad afferrarmi le carni per smembrarle. E che il mio era solo un sogno. Probabilmente solo un’illusione.
Eppure, continuammo a vivere quel sogno. Camminando nella nostra illusione. In bilico come due funamboli, consapevoli che stavamo camminando su di un filo posto a mille metri sopra dal mondo.
Già, stavolta la caduta sarebbe stata immensa, e forse nessuno dei due sarebbe sopravvissuto.
Ne eravamo consci. Entrambi conoscevamo i rischi ai quali ci stavamo sottoponendo. Entrambi eravamo consapevoli di cosa avrebbe causato in noi la fine di quel sogno.
Stavamo rischiando tutto! Avevamo messo in gioco noi stessi, e forse neanche capivamo il perché.
In fondo, eravamo due sconosciuti. Due che si erano incontrati per pure caso. Conoscendosi velocemente. Ardendo ogni tappa. Percependo l’uno la storia dell’altro. Entrando l’uno nel mondo dell’altro.
E dove saremmo mai arrivati?
Quella era la storia perfetta, o ci saremmo bruciati come una stella pronta a implodere?
Era un rischio da correre. O forse, nessuno dei due si rendeva conto di quel pericolo. Di come forse una nuova ferita ci avrebbe scagliato al tappeto, impedendoci per sempre di rialzarci.
Ma nessuno dei due se ne curò.
No, continuammo ad andare avanti. Sia fisicamente che mentalmente. Baciandoci, abbracciandoci e scherzando. Desiderando solo di stare assieme. Di essere lì. Ovunque, purché assieme! Fottendocene della gente incontrata sul nostro cammino. Di tutti quei mocciosi artistoidi presi dalle loro mille cose atte a conferma il loro essere. Tutta quella gente che ci circondava, fluente come migliaia di formiche attorno a una mollica di pane.
Infine, dopo tanto camminare, dopo alcune birre e tante risate, giungemmo nuovamente nei pressi della stazione centrale.

Erano ormai le cinque del pomeriggio. Il cielo era coperto di nuvole scure, e un fresco vento estivo batteva conto di noi e attorno ai palazzi che costeggiavano la piazza.
I primi gruppi di onesti lavoratori cominciavano a muoversi per quella piazza, uscendo dalla metrò, attendendo dei pullman, o sfrecciando nelle loro auto prese a rate. Mentre non distanti da loro, come locuste fameliche si muovevano altre facce, percorrendo i marciapiedi pieni di bancarelle tenute da ambulanti di colore che cercavano di mettere al riparo la loro merda da una pioggia ormai sempre più imminente. E ancora, gente che non pensava ad altro che a fissare vetrine, comprare patatine in un merdoso negozio, camminare freneticamente parlando al telefono cellulare, oppure camminare per andare chissà dove.
Io alzai lo sguardo al cielo, capendo che mancava ancora molto alla verità.
La notte era ancora lontana! Le strade erano ancora popolate di brava gente. Le blatte erano nei loro buchi, e i topi nelle loro fogne.
Per le strade, solo pochi barboni ormai impazziti, se ne stavano fermi contro le mura dei palazzi. Fissando il vuoto. Trapassati da tutta la brava gente intenta a raggiungere le proprie vite.
Da qualche parte, alcuni Rom scavavano tra i rifiuti. Degli ubriaconi bevevano vino in cartone, stando seduti sotto a qualche solenne statua, assieme a tossici e morti di fame, mentre nascoste in dei vicoli, come fossero lebbrose, delle grasse e vecchie puttane cercavano di vendere la propria fica per dieci pezzi, o anche solo cinque. Tutto pur di sopravvivere! Per continuare a barcollare in quel mondo di merda. In quel mondo che non lasciava speranza alcuna, e che forse presto avrebbe soffocato anche il nostro sogno.
Sì, forse io sarei finito tra quella gente. Forse lei sarebbe tornata a Cuneo. Magari avrebbe dimenticato il suo vissuto, cominciando a rigare dritto, e diventando come tutti i patetici individui che odiavo. Quella gente che si muoveva per quelle strade. Ignorando il mondo a due passi da loro: quelle macerie dove vivevano gli invisibili. I pezzi di merda come me.
Io la strinsi forte. Forse per difenderla da uno dei due mondi. Forse per difenderla da entrambi. Forse per sentirla solo più vicina, e non sentirmi più solo.
Ma lei era lontana. Pensierosa. Triste. Quasi assente.
Vidi il suo sguardo triste. Quel suo silenzio che celava chissà cosa. Forse un addio. Magari un arrivederci. Comunque, quella lontananza che presto avrebbe dilaniato entrambi.
Guardai la piazza innanzi a noi. Al centro di essa, la nuova e modernissima metropolitana ricoperta da tubi e filamenti di ferro.
La gente, come se fossero tanti cadaveri, si muoveva sotto quella tettoia metallica, senza vedere né percepire niente. Sopravvivendo. Muovendosi in modo disincantato, solo per compiere le loro quotidiane commissioni. I loro inutili rituali che formavano le loro esistenze.
Vidi alcuni di essi scendere per le grosse scale di pietra che portavano verso la metrò. Verso quel grosso cratere scavato nel centro della pancia di quella piazza.
Non ci pensai due volte. Strinsi la mano di Elisa e feci un balzo, trascinandola verso la metrò.
Raggiungemmo le transenne di vetro rinforzato che cingevano la lunga metrò al centro della piazza.
Entrambi, come due ragazzini, poggiammo le mani contro di esse, chinando lo sguardo verso il basso.
<< Dio mio! >> esclamò lei, fissando con aria sbalordita quanto sotto di noi. Vedendo un enorme spiazzale di pietra avvolto da serrande di negozi chiusi, e al suo centro, un altro cratere da cui si vedevano file e file di scale mobili che si attorcigliavano tra esse. Scale metalliche, di ferro cromato, che salivano e scendevano. Intrecciate. Formando degli ingranaggi perfetti nel mezzo di quella città imperfetta.
Guardai con altrettanto stupore quello spettacolo. Quella stazione mai vita prima. Quella parte moderna e rinomata lì nel cuore di quella piazza piena di pezzenti come me.
Sì, era bella, e l’avevo scoperta solo grazie a lei. Anche se la bellezza che vedevo era ben diversa da quella che con ogni probabilità aveva in mente l’ingegnere miliardario che l’aveva progettata.
Quelle scale cromate che salivano e scendevano, intrecciandosi come ingranaggi, mi portavano alla mente Il Signore degli anelli. Mi sembrava di vedere Isengard. E in fondo, la gente che stava ferma su quegli ingranaggi non erano dissimili a tanti insensibili Hurk-hai fabbricati dalla gelida mano di Saruman.
Ecco, non avevo alcun dubbio. Dovevo farlo! E lo feci.
Afferrai di nuovo la mano di Elisa e la trascinai verso l’ingresso di quella grandissima metrò.
<< Ehi, ma che cazzo hai in mente? >> disse lei, ridacchiando e correndo assieme a me.
<< Hai detto che ti piacciono le stazione della metrò, no? >>
Lei non rispose. Sorrise solamente, continuando ad avanzare velocemente assieme a me, fino a raggiungere l’ingresso della metrò.
Scendemmo una rampa di scale di marmo attorniate da ringhiere di ferro cromato e due enormi pannelli di lucente plastica arancione.
Arrivammo alla fine di quelle scale. Ad almeno sei metri di profondità.
Avanzammo con passo veloce tra le serrande chiuse. Tra serrande che ben presto avrebbero ospitato negozi per la brava gente. Per lavoratori e studenti che avrebbero stuprato quella stazione. Quel piccolo sogno vissuto da sue stupidi pionieri.
Elisa alzò lo sguardo verso il cielo. Sorrise! Sorrise vedendo la tettoia fatta di filamenti di ferro e tubi metallici che la sovrastava. Che sovrastava me e lei. Quel nostro piccolo rifugio.
Dio, ci sembrava di essere in una navicella spaziale. Era il nostro sogno. Un libro inventato da noi. Un nuovo romanzo in cui immergerci, forse per innamoraci. Un mondo in cui non c’era più spazio per la gente indaffarata che percorreva quella stazione. Un mondo in cui c’eravamo solo noi, coperti da una ragnatela di ferro che ci proteggeva, e andando oltre le mura di cemento che ci soffocavano.
Arrivammo al cuore di quella stazione. Al posto che avevamo visto prima, sporgendoci dalle transenne.
Ci appoggiammo a delle sbarre di metallo. Guardando ancora giù. Guardando nuovamente quegli ingranaggi metallici che scendevano almeno fino a una quindicina di metri al di sotto del suolo.
<< Cielo, non finiscono mai! >> esclamò Elisa, fissando con aria esterrefatta e affascinata quel gioco di ferro lucente che si muoveva su e giù, formando perfetti ingranaggi che sembravano dar vita all’intera città.
Io guardai ancora i suoi meravigliosi occhi pieni di stupore. La tristezza era svanita. Era di nuovo viva. Di nuovo presente in quel sogno, senza chiedersi più quanto tempo ancora ci restasse.
La presi di nuovo per mano.
<< Vieni con me! >> dissi ridendo.
<< Ma stavolta che cazzo hai in mente? >> ridacchiò lei.
E cosa avevo in mente?
No, non ero diventato un coglione romantico come Dawson Leery o uno stronzissimo Brandon Walsh.
No, ero sempre un pezzo di merda disadattato. Uno che odiava il mondo. Un alcolizzato scansafatiche e perverso.
Ma lei valeva ogni fatica!
Per lei, e solo per lei, mi veniva naturale fare ogni follia. Gesti epici come neanche nel mio romanzo aveva mai letto. Cose che per nessuna donna avevo mai fatto.
E infatti, vidi il suo stupore quando la condussi fino agli sportelli delle biglietterie.
Lei, invano, cercò di tirarmi via.
<< Ma che diavolo fai? Dai, andiamo! >>
<< Non volevi vedere la metrò? >> le risposi. Sorridendo e trascinandola a forza fino a uno di quegli sportelli.
Lì dietro, un vecchio e grasso impiegato se ne stava immobile e zitto, fumando una sigaretta e sfogliando una rivista.
Io ed Elisa rompemmo quel suo stato di grazia. Piazzandoci davanti a lui. Solo per chiedere due biglietti.
Beh, quando glieli chiesi, lo stronzo neanche ci guardò. Neanche capì la meraviglia a cui stava assistendo. Come forse non la capì tutta la gente lì sotto.
No, si limitò a incassare quattro pezzi. Io presi i due biglietti, e tenendo la mano di Elisa mi diressi assieme a lei verso le sbarre che delimitavano l’ingresso ai binari della metrò.
Dio, lei era entusiasta. Quando marcò il biglietto sembrò che stesse aprendo la porta per un nuovo mondo.
Cristo, era bellissima, e io ero pazzo di lei. Incantato da quel suo muoversi come se fosse una bambina, camminando assieme a me per il lungo corridoio di cemento lucente e intarsiato, toccando le mura, e qualsiasi cosa gli si parasse innanzi.
Stava scoprendo il mondo. Un nuovo mondo. Il suo mondo! Un mondo fatato in cui poteva stare da sola con il suo strano uomo. E quando giungemmo innanzi a quelle scale mobili. A quegli ingranaggi perfetti che si muovevano susseguendosi in mille riflessi di luce metallica. Lei sembrò quasi impazzire dalla gioia!
Mi strinse forte la mano e mi diede un bacio. Poi, come due esploratori, ci mettemmo a bordo di uno di quei macchinari. Cominciando a scendere. Lasciandoci trasportare dal metallo sotto di noi.
Lei strinse forte la ringhiera della scala. Sentendosi leggera. Quasi come se stesse volando.
Alzò lo sguardo. Su di lei, su di noi, il reticolato di ferro diventava sempre più lontano. E attorno a noi, altre scale salivano e scendevano lentamente. Alcune vuote. Altre ancora che trasportavano frettolosi ammassi di carne troppo presi a sopravvivere per potersi godere quel momento di bellezza.
Poi scendemmo dalla prima rampa, percorrendo qualche metro di cemento, e mettendoci subito su di un altro ingranaggio.
<< Non finisce mai! >> esclamò Elisa << Ma quanto scendiamo? >>
Io non le risposi. Non avevo più parole per commentare la bellezza che provavo nello stare con lei. Riuscii solo a baciarla! A baciarla intensamente, mentre attorno a noi la gente continuava a scorrere come un fiume di letame, e sotto di noi, quel metallo magico ci conduceva al nostro mondo fatato. Gradino dopo gradino. Scala dopo scala. Finché, scendendo sempre più in giù, finalmente salimmo in paradiso: nel cuore di quel mondo. Nel cuore del nostro sogno. Io e lei da soli, incuranti della gente che doveva andare chissà dove. Sapendo di non voler andare in nessun posto preciso. Di voler stare solo assieme. Assieme, in quella nostra strana follia.
Raggiungemmo uno dei binari. Uno a caso! Non ce ne fotteva un cazzo.
Le mura erano nuovissime: gialle, blu e nere. Decine di persone annoiate se ne stavano ferme dietro a una linea gialla. E nell’aria echeggiava una stupida musichetta proveniente da uno dei monitor LCD appesi ai muri.
Io ed Elisa ci fermammo davanti al binario. Proprio sopra alla linea gialla che metteva in guardia aspiranti suicidi, o li invitava al folle gesto.
Noi non avevamo però intenzione di gettarci sotto a un treno. No, stavamo bene! Stranamente stavamo bene in quel momento.
Rimanemmo lì fermi. Fissandoci dritto negli occhi. Perdendoci nella luce emanata dai nostri occhi.
Quella ridicola musichetta continuò a echeggiare attorno a noi. Degli sguardi si posarono sui nostri corpi. Ma noi rimanemmo lì fermi. Vicini. L’uno con le mani sul corpo dell’altro e i volti quasi uniti.
Le mie labbra si avvicinarono alle sue. Le sue labbra si avvicinarono alle mie. E in un attimo si sfiorarono. Cominciarono a baciarsi. Intensamente. Ardentemente. Forse come mai fatto prima da quando c’eravamo conosciuti.
No, quello non era un addio. Ma una speranza! Quella speranza che non conoscevo da anni. Quella speranza persa crescendo. Quella speranza che fluiva in me, assaporando le sue labbra. Gustando la sua essenza. Entrando sempre di più in quel mondo meraviglioso chiamato Elisa. Una speranza che quella storia non sarebbe finita. Un qualcosa di duraturo e intenso come quel bacio. Quell’appassionato bacio! Le sue labbra che si muovevano contro le mie, assaporandole, avvolgendole, mordendole. Muovendosi allo stesso ritmo delle mie. Assieme! Unite. Fuse. Mentre noi, altrettanto uniti, a occhi chiusi, lasciavamo che le nostre mani parlassero per noi, costellando di tenerezza i nostri corpi. Le nostre anime che si erano incontrate per caso. Forse spinte da un selvaggio e atavico desiderio. Portate lì, in quel mondo fatato dove tutto era di colpo sparito. Dove non restavamo che noi. Il sapore di quel bacio. Il suo profumo. La tenerezza delle sue labbra. Le sue piccole mani attorno al mio corpo. Il tocco della sua lingua. Il suo respiro. La sua morbidezza. La sua dolcezza. Il suo sorriso.
Dio, era tutto un sogno. Eppure era vero! Lei era vera, ed era davanti a me. Stretta a me. Unita a me. Mentre le sue labbra continuavano a muoversi sulle mie. E le sue lacrime, invisibili, fluivano assieme alle mie.
Quell’addio o arrivederci sempre più prossimo sembrava ora così lontano, al cospetto di quei baci. Di quel sapore. Di quel nostro divoraci. Di quella parola che entrambi conoscevamo e provavamo, ma che ancora non avevamo il coraggio di dirci, feriti com’eravamo dalla vita. Quella vita che lentamente stava riaffiorando in noi, insegnandoci, come fossimo due infanti, il significato della parola speranza. E forse di una parola ancora più grande. Quella sola parola che, baciandoci, avremmo voluto dire.
No, un attimo! Respiri profondi. Respiri profondi. Respiri profondi. Fai entrare e uscire l’aria. Ragiona! Cosa stai dicendo? Cosa credi di provare?
Eppure, lì in piedi, davanti a quel binario, fissandola mi sentivo felice. Come se fossi innanzi alla vera bellezza. Al volto di Dio. All’incanto del paradiso.
Poi, ecco un fischio da lontano. Delle luci emergere dalla galleria della metro. Un grosso rumore. Una ventata. I nostri occhi che s’intrecciarono ancora, e i nostri sorrisi che brillarono tra decine e decine di volti spenti, gommosi. insensibili.
Ci prendemmo per la mano, e sorridendo lasciammo quel binario. Ancora impregnati di quella dolcezza vissuta pochi istanti fa. Sempre più uniti. Consapevoli di ciò che stavamo vivendo, anche se nessuno dei due aveva ancora il coraggio di dirlo. E forse, nessuno di noi l’avrebbe mai detto.

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Tratto dal racconto “Ti ricordi di BIg Al?”, presente nell’antologia “Che cazzo ci faccio qui?”.

Una luce giallognola si rifletteva su di un grosso e vecchio bancone di legno, insinuandosi tra i solchi fatti con un coltello o un mazzo di chiavi da chissà quanti disperati. Max concentrò lo sguardo su una di quelle incisioni. Ci stava scritto “fottetevi!”. E Max avrebbe tanto voluto condividere quel semplice pensiero con tutta la gente presente in quel minuscolo pub. Con i disperati seduti al banco, intenti a fissare il nulla mentre mandavano giù birra nazionale o whisky a buon mercato. O ancora, qualche gruppetto di ragazzi seduti a dei vecchi tavoli di legno, bevendo birra leggera e mangiando patatine fritte, mentre parlavano di qualche concerto rock, o anche solo della musica di Lenny Kravitz che rimbombava in quella tomba di legno, mischiandosi al fruscio di voci dei presenti.
Alzò il boccale, Max, dando un buon sorso alla sua birra e guardando davanti a sé. Una piccola cameriera bionda si dava da fare muovendo il suo sinuoso corpo dietro a quel banco. Agitandosi davanti a scaffalature di vetro su cui stavano poggiate bottiglie di whisky in cui si rifletteva la luce proveniente da alcune lampade piazzate contro le mura di quel posto.
Sì, non c’era un cazzo da fare lì dentro. Pochi clienti spendevano per davvero. Il più di loro erano disperati che facevano durare ore un boccale di birra, pur di avere ancora un posto dove stare. Eppure lei continuava a darsi da fare lavando di continuo boccali e bicchieri fino a renderli immacolati, o anche solo spostando un oggetto da un posto A a un posto B. Tutto pur di non finire per strada!
Poi, Max rivolse lo sguardo alla sua destra, sorpassando un grosso Algerino intento a bere birra, e arrivando a un tipo alto e magro. Un tipo con addosso una maglia nera con su scritto “Havana club”, piazzato sotto un televisore LCD in cui si muovevano, avvolti dalle parole di Lenny, un gruppo di coglioni in pantaloncini che inseguivano un pallone.
Max sorrise, sorseggiando la sua birra e dando ancora una veloce occhiata alla biondina, e poi al tipo con addosso la maglia della Havana.
“Che stupida!”, pensò, chinando lo sguardo verso quella scritta che invitava tutti a fottersi.
Sì, di certo quella gliela dava eccome a quello stronzo, pur di mantenere il suo posto di lavoro. Ma nonostante ciò continuava a farsi il culo.
Sospirò, abbassando il boccale e ficcando in bocca una Camel. Accendendola. Fottendosene del cartello con su scritto “vietato fumare”, proprio come tutti lì dentro.
<< Cazzo, Max, ma mi stai ascoltando o no? >> rimbombò una grossa voce alla sua sinistra. Max si voltò lentamente, lanciando una nube di fumo dalla bocca. Afferrò il boccale e gli diede un sorso, continuando a fissare il tipo grande e grosso alla sua sinistra. Tommaso! O Tom, per alcuni.
<< Cristo, Max >> riprese Tom << Sembravi come in trance >>
<< Ti stavo ascoltando, Tom. Continua pure! >> esclamò Max, senza ricordare nemmeno una parola detta dal bestione.
Ma lui sorrise comunque, dando poi un buon sorso alla sua birra, e riprendendo il suo importantissimo discorso.
<< Beh, come ti stavo dicendo, quella stronza di Lisa mi ha detto di nuovo che devo scegliere. “O me o l’alcool. A te la scelta!”. Così mi ha detto quella stronza, aggiungendo altre cazzate del tipo “non pensi a me? Così butti soldi che potrebbero servirci per la casa. E non pensi che a furia di bere potresti perdere il lavoro? E se dovesse succedere, cosa ne sarebbe di noi?”. Insomma, hai presente, no? >>
Max annuì. Conosceva bene quelle lagne. E conosceva bene Lisa, dato che Tom, quel bestione che lavorava con lui in una schifosa segheria, non faceva che parlargliene sempre. Lamentandosi, ovviamente, ma senza mai mollare quella donna cui nome ormai era diventato “quella stronza”.
<< Quella stronza! >> esclamò Tom << Dice sempre che i soldi non bastano mai, eppure neanche si decide ad alzare quel suo stramaledetto culo dal divano e andare a cercarsi un lavoro come Dio comanda. Affatto! Quella stronza passa le sue giornate piazzata sul divano a guardare la tele o stando al PC, lavorando di tanto in tanto come venditrice online di cosmetici. Tu sai quanto si guadagna con ‘ste stronzate? Un cazzo di niente! >>
Sospirò. Diede un ultimo sorso alla sua birra, svuotando il boccale e poggiandolo sul banco.
Diede un’occhiata al boccale di Max. Era vuoto!
<< Il secondo giro tocca a me >> aggiunse, tirando fuori un biglietto da dieci e poggiandolo sul bancone.
Max non obbiettò, ovviamente. Tom alzò due dita verso la bionda. Lei lo vide e annuì. Andò verso di lui. Prese i soldi e si allontanò verso le spillatrici di birra, per poi tornare a loro con due boccali pieni, e due monete da uno.
Tom mise il resto nella tasca dei suoi calzoni. Tirò fuori dal taschino della camicia un pacchetto di Marlboro e se ne ficco una in bocca, accendendola.
Diede una strippata. Poi abbassò la cicca e fece uscire il fumo fuori dalle sue grosse narici.
<< Uhm, comunque… >> disse, fermandosi poi di colpo e fissando Max con aria perplessa << Che cazzo stavo dicendo? >>
<< Dicevi che con la vendita online di cosmetici non si guadagna un cazzo >> gli rispose Max, portando poi il boccale alla bocca e dandogli un sorso.
Si pulì la barba sporca di schiuma usando la manica della sua giacca di pelle. Tom sorrise, annuendo e dando un grosso sorso alla sua birra.
<< Certo, quella merda di roba! Sì, con quelle stronzate non si guadagna mica un cazzo. Eppure Lisa non ne vuole sapere di trovare un altro lavoro! No, e poi si lamenta che in casa non ci sta mai un soldo. Dico io, mica è giusto che quella pretende tutto da me? A te sembra giusto, amico? >>
Max fece no con la testa, fissando davanti a lui, mentre Lenny aveva ormai da un pezzo lasciato il posto a Michael Bublé.
<< Inoltre sai qual è l’ultima stronzata della stronza? No, dico, l’immagini? >>
Restò un attimo in silenzio. Giusto qualche secondo. Come se aspettasse una risposta da Max.
Ma la risposta non arrivo di certo. Arrivo solo una risata proveniente da un lato del pub, e la voce da frocio di Bublé.
<< La stronza ha deciso di fare del volontariato! >> riprese Tom << Sì, ha cominciato ad andare in un cazzo di parrocchia, o qualche merdata simile, per occuparsi di mocciosi senza genitori e altre cagate del genere. “Noi abbiamo il dovere di aiutare chi sta peggio di noi”, così ha detto quella stronza. E ha aggiunto anche “Dovresti farlo anche tu, invece di pensare solo a te stesso”. Dico, ma ti rendi conto? Come se non facessi abbastanza volontariato pensando a lei e quella checca del suo cane >>
<< Ah, che ci vuoi fare, Tom. Non ci pensare! >> esclamò Max, nel vano tentativo di toglierselo dalle palle.
Ma non funzionò mica!
<< Già, non ci pensare! >> aggiunse Tom << Come se fosse facile. Dico, ti rendi conto di ciò che mi tocca sopportare? Non solo mi faccio un culo tanto per mantenerla, ma lei invece di dare una mano in casa, se ne esce tutto il giorno per fare la Madre Teresa di Calcutta delle mie palle. E dopo rompe anche il cazzo a me che non ci sta mai un soldo in quella dannata casa >>
Chinò il capo, ciccando in un posacenere stracolmo di mozziconi. Poi allungò il boccale di birra e gli diede un altro sorso, tornando subito a fissare Max.
<< E non è tutto! >> esclamò << No, ieri sera quella stronza ha davvero superato il limite >>
Restò nuovamente in silenzio, tornando a fissare il bancone e bevendo selvaggiamente la sua birra, come se stesse cercando di soffocare il proprio cuore.
Diede ancora un sorso. Poi un altro, e un altro ancora, finché non dimezzò il boccale e lo poggiò sul bancone, restando ancora fermo a guardare ora innanzi a sé, mentre fumava la sua Marlboro.
Girò la testa verso Max. Lentamente. Come se fosse un immagine di un film mandata in moviola.
<< Ieri sono tornato prima da lavoro >> riprese << Ricordi che avevo un tremendo mal di testa e sono andato via prima? >>
Max annuì, pur senza ricordarsi di quella cosa, e fottendosene altamente.
<< Beh, mi son detto, quasi quasi torno a casa e le faccio una sorpresa. Anzi, sai che c’è di nuovo? Anche se è una maledetta stronza, quasi quasi le compro un regalo. Sì, dei cioccolatini! E così ho fatto, amico. Sono entrato in una bar e ho comprato una scatola di merdosi cioccolatini. Non di quelli schifosi. Nossignore! Ho preso una scatola di cioccolatini da ben sedici euro. Un’intera confezione piena di tutte le migliori cagate prodotte dalle industrie dolciarie Italiane. Poi sono tornato a casa. Ero felice, amico. Davvero felice! Ho pensato, chissà, magari questo gesto metterà un po’ di sale in zucca a quella stronza. Invece, sai cos’è successo? Dio, quando entro in casa non la trovo a telefono? Sì, so già che stai pensando. “E che c’è di strano?” >>
Max annuì nuovamente, anche se ancora una volta non stava pensando proprio a niente, se non a bere la sua birra e a quanto desiderava che a quel bestione cadesse la lingua.
Ma non gli cadde affatto, purtroppo per lui.
<< Sì, niente di strano. Come no! Solo che quella brutta stronza mentre parlava a telefono aveva uno stramaledetto sorriso sdolcinato sulla faccia. Non di quelli che si fanno quando si ride alla battuta di qualche amica. Nossignore, amico. Quel sorriso era il tipico sorriso che le donne fanno quando qualcuno le fa dei complimenti. Hai presente, no? Quella loro aria da civetta! Il modo in cui chiudono gli occhi e incrociano le gambe. Insomma, l’essere felici che qualcuno le sta corteggiando. E non è tutto, Max. No, non ho capito bene quel che stava dicendo, ma sembrava avere un tono molto dolce. Caldo, addirittura >>
Sbuffò, dando un ultima strippata alla sigaretta per poi spegnerla nel posacenere.
<< Poi la stronza si è accorta di me >> aggiunse << Così, di colpo si è tolta dal viso quel suo dannato sorriso. Ha salutato qualcuno o qualcuna dall’altra parte del telefono, e ha messo giù, restando ferma davanti al mobiletto del soggiorno e sorridendomi con aria spaventata >>
Si fermò di colpo, fissando il boccale e poi portandolo alla bocca.
L’abbassò nuovamente. Bublé si tolse dal cazzo lasciando spazio a Pink, mentre la biondina prese a servire un vecchio Moldavo appena sedutosi davanti al bancone.
<< Inutile dire che mi sono incazzato come una bestia >> riprese << Ho cominciato a urlare contro di lei, chiedendole con chi stava parlando. E il risultato? Beh, passo persino come un maniaco del cazzo. Uno geloso! Sì, così ha detto. E poi ha rigirato la frittata dicendomi che non mi fido di lei. Che penso sia una puttana. Che le ho mancato di rispetto e altre cazzate del genere. Dico, mai hai capito che stronza? Riesci a crederci? >>
Max annuì per l’ennesima volta, fottendosene di quella storia che, a conti fatti, ogni uomo aveva vissuto almeno una volta.
Tom accese un’altra sigaretta. Poggiò i gomiti sul bancone e fissò il boccale di birra davanti a lui, avvolto dalla luce giallognola.
<< A volte penso che Big Al fece proprio bene! >> esclamò. E a quelle parole, Max si voltò di colpo. Fissandolo come se quelle parole echeggiassero ancora nella sua testa.
Tom mandò giù altra birra. Abbassò il boccale e si voltò verso Max.
<< Ti ricordi di Big Al? >> gli chiese << Cristo, certo che te ne ricordi! Tutti qui a Napoli si ricordano di quel bestione di Ali. Credo che in tutta Italia se ne ricordino ancora di quell’Algerino psicopatico. Anche se, col senno di poi, non saprei quanto fosse uno psicopatico >>
<< Avanti, Tom, non starai dicendo sul serio? >> disse Max, fissandolo con aria stupefatta.
<< Certo che dico sul serio! >> tuonò Tom.
Max lo fissò con aria perplessa. Tom mollò un altro sorso alla sua birra, finendola.
Guardò il boccale di Max. Era mezzo pieno. Ma Max capì subito l’antifona, e così diede un sorso al suo boccale, dimezzandolo in un colpo.
Poggiò il boccale sul bancone, facendo per tirare fuori il portafogli. Ma per fortuna Tom lo bloccò di colpo.
Max non insistette, ovviamente. Così Tom pagò un altro giro, e miss fighetta bionda non tardò di certo a portar loro le birre.
<< Non dico certo che aveva tutte le ragioni, questo no! >> riprese Tom, attaccando la sua nuova birra, mentre Max finì quel che restava nel suo boccale << Ma aveva tutti i torti? >>
Max sospirò, poggiando il boccale vuoto sul banco e accendendo un’altra Camel.
<< Avanti, amico, non aveva tutti i torti? Quel pazzo ha ucciso sua moglie a colpi di martello. Le ha fracassato prima gambe e braccia, poi lo sterno, e infine la testa. Cristo, quando gli sbirri sono entrati in casa sua hanno trovato pezzetti di cervello ovunque, e le mura sembravano un enorme assorbente usato. Un vero schifo! E non contento, il bestione ha seguito il tipo che, da quel che si dice, è stato la causa di quel suo gesto. E dopo averlo raggiunto, in pieno centro, gli ha fracassato la testa con lo stesso martello. E poi gli ha mozzato le palle ficcandogliele in gola >>
<< L’hai detto, amico. La causa del suo gesto! >>
Max tentennò un po’, abbassò la sigaretta e alzò il boccale colmo fino all’orlo.
<< Che cazzo stai cercando di dirmi? Che Big Al ha fatto bene ha uccidere sua moglie? >>
<< Avanti, Max, tutti sappiamo che quella Michelle era proprio una vacca. Chissà da quanti si è fatta sbattere. Ma non è questa, o almeno non solo, la cosa che a mio dire giustifica un po’ il gesto di Big Al >>
Si ammutolì un attimo, sospirando, e poi mandando giù altra birra, sotto gli occhi stupefatti di Max.
<< Bah, se ne sono dette tante su questa storia >> riprese Tom << I giornali e i TG ne hanno dette di cotte e di crude, e ancor peggio hanno fatto le persone del quartiere. Eppure, sono sicuro che la storia più veritiera sia quella del giovane Mohammed. Ricordi il piccolo Mohammed, vero? >>
Max annuì. Tutti in città conosceva il piccolo Mohammed. Un marocchino di appena quindici anni che smerciava erba nel quartiere, e che guarda caso abitava proprio accanto a Big Al.
<< Beh >> aggiunse Tom << Da quello che il negretto spifferò in giro, quel giorno Big Al aveva avuto un’ora di permesso a lavoro. Per un mal di testa tremendo! Ci pensi, proprio come me. E bada bene, questa cosa è vera, dato che è riportata anche dalla polizia >>
<< So bene la storia, Tom. Va avanti! >>
<< Allora, quel che si dice in giro, e bada bene, è solo quello che si dice in giro, anche se di solito quel che si dice in giro è vero, è che quel giorno Big Al decise di fare una sorpresa a sua moglie. Ci pensi? Proprio come ho fatto io ieri! Solo che invece di cioccolatini, comprò alla moglie del pollo fritto o altre merdate Africane. Vallo a sapere! Quello che è certo, però, è che il bestione andò verso casa contento come una pasqua. Cristo, riesci a immaginare la scena? Quel gorilla che cammina contento per la strada, mantenendo in mano un sacchetto pieno di pollo fritto o frattaglie spezziate di chissà quale bestia. E magari sta già pregustando la sorpresa che avrebbe fatto alla moglie! Solo che, quando arrivò al suo pianerottolo vide la porta di casa sua aprirsi, e da essa uscire velocemente il tipo che fece fuori in strada >>
Mandò giù altra birra e poi spense la sigaretta nel posacenere, mentre nell’aria aveva preso a darsi da fare Shakira.
<< Insomma, hai capito, no? Lui era andato lì per fare una sorpresa alla moglie. Come sappiamo tutti, Big Al litigava un giorno sì e l’altro pure con quella troia. Eppure voleva farle una sorpresa! Capisci, perché in fondo Big Al l’amava a quella vacca >>
<< Bah, se questo è amore! Dico, ti rendi conto di quello che le ha fatto? >>
<< Lo so eccome, amico. Ma non è questo il punto! >>
<< E allora qual è questo punto? >>
Lui sospirò ancora, chinando il capo e poggiando la mano sulla sua testa pelata.
Sbiascicò qualcosa simile a imprecazioni, e poi alzò nuovamente lo sguardo verso Max.
<< Dio, amico, non ci arrivi proprio? Lui l’amava! L’ha uccisa perché l’amava >>
Max si ammutolì, e così Tom. Entrambi rimasero in silenzio. Fumando e bevendo, mentre attorno a loro la gente in quel locale continuava a muoversi come se niente fosse successo. Come se Big Al non fosse mai esistito. Come se Max e Tom non esistessero, e quella discussione non fosse reale.
<< Dì un po’ >> riprese Tom << Tu cosa faresti se tornassi a casa dalla tua Patty e la trovassi a letto con un altro? Anzi, se tu tornassi a casa dalla tua Patty desideroso di farle una sorpresa, e trovandola a letto con un altro, non faresti quello che ha fatto Big Al? >>
Quelle parole pietrificarono Max. Rimase immobile davanti a Tom. Fissandolo come se innanzi a lui ci fosse la Morte stessa. La Triste Signora venuta a pesare su di una bilancia la sua vita.
In un attimo ripensò a tutte le donne che aveva avuto nella sua vita. A come lo avevano ferito. A come aveva desiderato di ucciderle. E a come forse lo avrebbe fatto, se non avesse rischiato di finire in galera.
Ripenso a Patriza. A Patty! A come la conobbe un giorno, facendo la fila alla posta.
Lei era stanca. Lui era avanti di lei di quattro numeri, ma decise di cederle il suo. E dopo andarono a prendere un caffè. Lei gli raccontò della sua vita. Lui le raccontò della sua vita. E in un attimo finirono assieme! Due sconosciuti che decisero di andare a convivere, proprio com’era successo a Tom e Lisa, e forse a Big Al e a Michelle.
E come avrebbe reagito se avesse visto la sua piccola Patty a letto con un altro? Magari vedendo tutta la scena! Lei a gambe aperte e un altro su di lei. Un uomo che si muoveva su di lei. Un cazzo che si muoveva in lei.
Dio, sentì il cuore battergli forte. Il sangue iniziò a pulsare velocemente nelle sue vene, e le arterie nel collo presero a gonfiarsi come il collo di un rospo.
Diede subito un sorso alla sua birra. Velocemente. Quasi dimezzando il boccale.
Cercò di calmarsi!
<< Cielo, che cazzo c’entra, amico? >> farfugliò, sentendosi quasi minacciato. Come se qualcuno gli stesse puntando una pistola contro la testa.
<< Tu rispondi e basta! >>
<< Che cazzo ne so. Mi ci dovrei trovare in una simile situazione. Insomma, come cazzo faccio a sapere se ucciderei o meno Patty. Cristo, Tom, stiamo parlando di uccidere un essere umano! >>
Tom abbozzò un sorriso, e poi diede un vorace sorso alla sua birra.
Abbassò il boccale e spense la Marlboro nel posacenere piazzato sul banco.
<< Io so bene che farei, invece. La ucciderei! Proprio come ha fatto Big Al >>
Max lo fissò in modo stupito e al tempo stesso spaventato.
<< Cristo santo, Tom, non dirai sul serio? >>
Ma Tom non gli rispose. Lo fissò qualche istante, e poi, di colpo, scoppiò a ridere e gli poggiò una mano sulla spalla.
<< Ahahaha, certo che non dico sul serio >> esclamò , ridendosela ancora << Non potrei mai fare una cosa del genere. Al massimo le gonfierei la faccia a furia di cazzotti e poi la manderei a cagare >>
Entrambi sorrisero. Nell’aria prese a suonare Elton John. E il tipo con la maglia Havana si avvicinò alla biondina dicendole qualcosa in un orecchio.
<< Piuttosto >> riprese Tom << Come butta con Patty? Ormai sono due anni che state assieme, giusto? >>
<< Due anni e tre mesi >> rispose Max.
<< E’ un bel po’ di tempo! E dimmi, problemi ne avete? >>
<< Beh, come tutte le coppie. Ma stiamo bene assieme! I problemi cerchiamo di risolverli. E per ora nessuno a preso a martellate l’altro >>
Entrambi scoppiarono nuovamente a ridere. Poi, lasciarono perdere l’argomento donne e Big Al, tornando a parlare di lavoro, di calcio, e dei sogni che non avrebbero mai realizzato.
Tom avrebbe tanto voluto mettere su un bar. Un locale non diverso da quello in cui si trovavano. Mentre a Max sarebbe tanto piaciuto comprare una barca. Uno di quei vecchi pescherecci di legno. E passare la sua vita assieme a Patty, girando di porto in porto, e vivendo commerciando pesce.
Poi ecco che il loro finto idillio fu rotto dalle lancette dell’orologio.
Fu Max ad accorgersene per primo!
<< Cazzo, sono già le nove di sera >> esclamò, fissando un orologio tondo piazzato su di un muro, tra una foto di James Dean e una di alcune star di Hollywood sedute su di una trave che piazzata tra altre travi che formavano lo scheletro di un palazzo in costruzione.
<< Che c’è, la tua Patty ti sculaccia se non ritorni in tempo? >>
<< Ma fammi un po’ il piacere! È solo che non voglio tardare l’ennesima volta per cena >>
Tom sorrise ancora e gli fece un cenno con la mano, come a dirgli “fa pure!”. Max si alzò dallo sgabello. Afferrò il boccale e in un sorso lo svuotò, per poi poggiarlo nuovamente sul bancone.
<< Ci si becca domani a lavoro >> gli disse, ficcandogli una mano sulla spalla.
Tom alzò il boccale verso di lui.
<< A domani! >> esclamò, e senza aggiungere altro, Max si allontanò da lui, passando davanti alla gente che stava in quel posto, fino a ficcarsi per strada.
Si sistemò la sua giacca di pelle, fissando la strada davanti a lui. Piccoli e cupi vicoli che sembravano un triste labirinto.
Le auto erano parcheggiate ai bordi dei marciapiedi, a entrambi i lati della strada, e di tanto in tanto si vedeva passare un’auto come se fosse uno spettro giunto dall’aldilà.
Max accese una sigaretta, cominciando a camminare lungo quella strada quasi deserta. Sentendo i rumori delle auto al di là di quel dedalo di vicoli. Qualche gatto in calore sui tetti dei cupi palazzi di pietra che lo circondavano, e qualche cane che abbaiava in quella sera come tante.
Svoltò in un vicolo. Uno stretto vicolo illuminato a stento dalle luci provenienti da qualche finestra.
Dai palazzi si udivano rumori di posate battute contro a dei piatti e la voce di qualche coglione alla tele, e di tanto in tanto, le urla di qualcuno che dimorava in quei lugubri palazzi che quasi sembravano stringersi attorno a lui.
“Stiamo bene insieme!”, ecco cosa pensò Max, senza fermare il suo passo.-
Ed era vero?
Cristo, ma che cazzo stava succedendo a Patty?
Voglio dire, di colpo, da qualche tempo, aveva preso a rompere il cazzo proprio come faceva Lisa con Tom.
I soldi non le bastavano mai. La casa in cui vivevano era troppo piccola. E Max, a suo dire, non pensava al futuro. Beveva solamente! Beveva e faceva un lavoro di merda, senza cercare di migliorarsi.
“Dio, ma che cazzo pretende quella stronza?”, pensò Max, fermandosi davanti al vecchio portone di un palazzo.
Gli venne da sorridere, dando un’ultima strippata alla sua paglia e gettandola per terra.
Già, quella stronza! Così aveva pensato. Proprio come detto poco prima da Tom mentre parlava di Lisa. E chissà, magari sarebbe finito anche lui come Big Al. Chi poteva saperlo! In fondo non si sa mai cosa un uomo possa fare nella propria vita.
No, che cazzate. A lui non sarebbe mai capitato! Lui amava per davvero Patty, e non certo come Big Al amava la sua Michelle.
Era solo un brutto momento, né più né meno. Le sarebbe passato! Patty sarebbe tornata a guardarlo con gli stessi occhi di un tempo, e tutto sarebbe tornato perfetto. Loro sarebbero tornati perfetti! La vita stessa sarebbe tornata perfetta.

Tratto dal racconto “Non sei contento di stare con noi?”, presente nell’antologia “Che cazzo ci faccio qui?”.

Dio, che faccia di merda!
Fissavo la mia immagine riflessa allo specchio non vedendo altro che uno sconosciuto. Come se non stessi neanche lì. Come se stessi guardando qualcuno alla tele. Qualcuno che non riconoscevo neanche più.
Cazzo, ma come mi ero ridotto in quel modo? Quarantacinque anni suonati! E sembravo averne cinquanta.
I capelli erano sempre più pochi, al punto che avevo dovuto rasarli per nascondere la calvizia. Rughe che sembravano fiordi Norvegesi. Sguardo spento di un ottantenne. E denti marci per il troppo fumo.
Già, era uno schifo quella bestia riflessa lì dentro. E purtroppo ero proprio io! Un rottame a soli quarantacinque anni.
Allontanai lo sguardo, lasciando stare i miei denti marci e pensando che presto avrei dovuto chiamare il mio fidato dentista. Un bravo dentista! Uno di quelli che devono avere tutti i bravi uomini del mondo civile.
Chinai lo sguardo e poggiai le mani sulla mia grossa pancia coperta da una canotta bianca.
Centodue chili per un metro e ottantacinque di altezza.
Cristo santo, Maria mi stava letteralmente cagando il cazzo per quella storia.
“Tony, non vedi come ti sei ridotto? Tony, a furia di mangiare come un porco ti verrà un infarto. Tony, è smettila di bere! Non vedi che pancia?”.
Dio, ma perché cazzo avevo sposato quell’arpia? Pensai, togliendomi la canotta e gettandola sul cesto dei panni sporchi.
Che poi, voglio dire, neanche lei era più miss Italia. Certo, quando l’avevo conosciuta non era per niente male. Forse il meglio a cui potesse aspirare uno zotico spiantato come me. Ma ora, a distanza di quindici anni, beh, si era ridotta a un vero cesso.
Cosce grosse, culo grosso, tette flosce.
E poi veniva a rompere il cazzo a me!
Già, lei si giustificava dietro al suo fare ginnastica, dato che andava in palestra tre volte alla settimana.
Grazie al cazzo, quella stronza non aveva un cazzo da fare! E inoltre quella dannata palestra la pagavo io. Pagavo quella stronza per andare lì a muovere il suo culone, nonostante ormai erano circa tre anni che non me la dava più. Da dopo la nascita di Sofia, la nostra ultima bambina.
Sì, magari se non fosse stato per i miei figli l’avrei lasciata da un pezzo a quella vacca. Ma poi che cazzo avrei fatto? Voglio dire, a quarantacinque anni, con un corpo di merda e un lavoro da quattro soldi, che cazzo avrei mai potuto fare?
Ecco la verità! La sola e unica verità. E quella verità mi teneva inchiodato alla mia merdosa vita. Mi faceva sopportare Maria, e tanta altra merda che ingoiavo ogni dannatissimo giorno.
Bah, era inutile pensarci. Non sarei mai uscito da quella merda. Non avrei mai cambiato vita. Non avrei mai vinto una vincita miliardaria né trovato il grande amore. No, non avrei mai fatto niente di tutto ciò! E a dire il vero ormai non me ne fotteva più un cazzo.
Col tempo si diventa talmente duri che tutto ti scivola addosso. Tutto scivola su di una ruvida e dura corazza che la vita ti ha cucito sulla pelle.
Dimentichi i sogni fatti da bambino. Quando volevi diventare un astronauta, un calciatore, una star del cinema, un Dio.
Capisci di non essere un cazzo di niente. Nessuno! Un puntino microscopico. Uno dei sette miliardi di sconosciuti al mondo. Un povero fallito come tanti.
Che stronzate!
Sì, non avevo di certo tempo per quelle lagne. Non quel giorno. Non alle sette e trenta del mattino.
Cercai di non pensarci, proprio come sempre.
Il vuoto si muoveva nella mia testa, mentre continuando a vestirmi non pensavo ad altro che alla giornata di merda che mi attendeva in fabbrica, le facce di cazzo che avrei visto lì a lavoro, e tutta la merda che avrei dovuto ingoiare anche quel giorno.
Le cose di ogni giorno. Ordinarie come sempre. Statiche come sempre.
Che si fottessero tutti! Sì, quella era la vita. La vita vera! La sola e unica vita.
Non ero in un film Hollywoodiano. Non c’erano cose meravigliose da compiere, avventure gloriose da fare o gente interessante da incontrare. No, mi attendevano solo otto ore di merda in una dannata fabbrica, e poi altre ore di merda a casa, sorbendo lo sguardo ostile di quella troia di Maria e fissando la TV come se fossi ipnotizzato. Proprio come il giorno prima! E quello prima ancora. E quello prima ancora. E come sarebbe successo domani, e il giorno dopo ancora, e quello dopo ancora.
Beh, era inutile cercare di fuggire. Dunque m’incamminai verso la mia vita, finendo di vestirmi e uscendo da quel cesso.
Una volta nel corridoio venni subito colpito dalle voci di qualche stronzo proveniente dalla TV.
“ E ora il nostro Gioacchino ci farà vedere come preparare un ‘ottima anatra all’arancia” strepitò una stronzetta dalla voce da papera. E quando arrivai in cucina, quella troia biondina era proprio dentro a quel cazzo di schermo. Sorridente come se avesse una paresi, mentre quel ciccione di Gioacchino si dava da fare a preparare la sua fottuta anatra, sostenuto dagli applausi di decine di coglioni lì in quella scatola assieme a loro.
Avanzai ancora, lasciando perdere quella stronza e quel lardoso, e cercando di non sentire quegli applausi meccanici.
Andai verso i fornelli. Maria era lì, intenta a preparare la colazione per i nostri marmocchi.
Non le diedi un bacio né lei me lo chiese. Restò ferma a preparare la colazione alle nostre bimbe, mentre io afferrai la moca per versare del caffè in una tazza.
Feci attenzione a non farne cadere neanche una goccia, così da non dover sorbirmi le lagne di quella vacca isterica.
Ci riuscii, per fortuna. La sua immacolata cucina non venne intaccata. Così riuscii a starmene in pace almeno per qualche minuto, gustando il mio caffè mentre vedevo la piccola Sofia nel suo seggiolone, e la sua sorellina di nove anni, Sara, seduta a tavola a fissare con aria incantata quei decerebrati.
Dio santo, nel vederla mi venne quasi voglia di vomitare.
Sentii in me una malefica sensazione di afferrare un coltello dal mobile della cucina per sgozzarla, prima che diventasse come quella cagna acida e inutile di sua madre.
Ma non lo feci, ovviamente.
Mi limitai a finire il caffè e ad avvicinarmi a loro. Dando una piccola carezza a Sara, e poi un tenero bacio a Sofia.
Raccolsi la mia vecchia borsa poggiata sulla tavola. Dentro, la mia tuta da lavoro, alcuni attrezzi, e un pranzo merdoso cucinato da Maria.
Ecco, non restava che andare, proprio come ogni giorno. E come ogni giorno, prima di andare a lavoro, lì in quella casa non c’erano amorevoli conversazioni come quelle fatte dalla famiglia Robinson. No, non dissi a mia moglie di amarla, né diedi consigli di vita alla mia cara Sara. Né tantomeno cominciai a fare battute come se fossi un cazzo di George Jefferson.
Il silenzio! Non altro che il silenzio. E poi una voce! Una voce bassa e incazzata che ruppe quella gelida quiete.
<< Stasera tornando a casa compra tu il pane >> borbottò Maria, senza neanche voltarsi a guardarmi. Continuando a preparare quella merda per i nostri bambini.
Le diedi appena un’occhiata, ficcando in bocca una sigaretta e restando sull’uscio della porta.
Poi, ecco che osai!
<< Non potresti prenderlo tu? >> le chiesi con tono serio, quasi come se la stessi sfidando.
Ma fu una pessima mossa!
Una fiammata mi colpì in pieno viso.
<< Pensi che io non abbia niente da fare? >> esclamò quella vacca, fissandomi dritto negli occhi.
Afferrò la merda appena preparata e raggiunse le bambine.
Piazzò davanti alla piccola Sara una tazza piena di latte e cereali, e poi con fare infuriato andò verso la dolce Sofia.
Cominciò a darle della pappina con fare brusco, ficcandogliela con forza in gola. Meccanicamente, senza distogliere lo sguardo da me.
<< Già, tu pensi che io non faccia niente tutto il giorno, non è vero? >> strepitò, senza smettere di ficcare cucchiaiate nella bocca della bambina << Non sai neanche cosa devo sopportare mentre tu stai a lavoro! >>
Sospirò, raccogliendo altra merda marroncina dalla tazza nel cucchiaio nella sua mano, e ficcandogliela nella bocca della nostra dolce Sofia.
<< Portare Sara a scuola e la bambina da mia mamma >> riprese, con tono incazzato << Poi vai in palestra per farmi bella, e tutto solo per te >>
<< Non ti ho mai chiesto di farlo >> sussurrai appena, pensando che tanto anche se fosse tornata agli albori, di certo non me l’avrebbe data. Non a me, almeno.
Ma poco importava. No, quella non mi sentì nemmeno. Continuò a strepitare mentre ingozzava di merda liquida la nostra bambina.
<< E una volta fuori dovrò andare all’ufficio postale per pagare le bollette >> aggiunse << Poi passa a casa da mamma a prendere Sofia. E via di nuovo qui a casa per preparare il pranzo alle bambine. Poi vai a riprendere Sara portandomi dietro Sofia. Torna a casa per farle mangiare. Pulisci casa, gioca con loro, poi porta Sara a danza e Sofia di nuovo dalla nonna. E ancora, vai in parrocchia per aiutare quei poveri bambini, trovandoti a dover lottare con delle arpie sempre pronte a metterti i bastoni tra le ruote. E una volta uscita da lì, vai a prendere le bambine, torna a casa, e datti da fare a preparare la cena >>
Beh, non sembrò aggiungere altro. L’elenco della sua pienissima giornata sembrò essere finito. Si limitò a continuare a far ingurgitare quella merda a Sofia, mentre la gente nello schermo applaudiva, e Sara li fissava mandando giù cereali, forse senza neanche sentirci, oppure fingendo di non farlo.
Ma la lavata di testa non era ancora finita!
<< Allora, hai capito o no? >> riprese con tono incazzato.
Scossi la testa e tornai a fissarla, come se mi fossi appena risvegliato da un sonno profondo. Mentre lei continuò a guardarmi come sempre. Come se fossi niente!
<< Okay! >> le risposi con un filo di voce, quando invece avrei voluto urlarle “E allora se hai tanto da fare, dannata mignotta, evita di andare in palestra, che mi fai solo gettare soldi dato che poi t’ingozzi di merda come fossi una scrofa. E già che ci sei potresti anche evitare di passare ore a spettegolare con quell’altra stronza di tua madre. E forse, se tu non andassi in quella dannata parrocchia solo per sentirti la nuova Madre Teresa di Calcutta delle mie palle e per gettare fango su qualche altra cagna come te, beh, forse potresti anche andare tu a prendere quello stramaledetto pane, e poi tornartene qui a casa a imbottire di TV quella tua testaccia di cazzo, proprio come fai sempre”.
Ma non dissi altro!
No, annuii e mi tolsi da lì. Obbedendo alla mia mogliettina. Alla mia padrona. A ciò che dava un senso alla mia vita.
Usci fuori da casa. Cominciando a scendere le scale di quel grazioso condominio in cui vivevo. Un palazzo in periferia di Napoli. Uno di quei palazzi costruiti da una ventina di anni, e dove gente come me, tutti onesti lavoratori, si erano insidiati comprando appartamenti a buon mercato, e indebitandosi fino al collo per pagare il mutuo.
Cristo, mi stavo ammazzando di straordinari per pagare quel dannato appartamento. E con ogni probabilità avrei finito di pagarlo a settant’anni, lasciandolo alle miei bambine, che a loro volta si sarebbero scannate a vicenda per accaparrarselo.
Ma in fondo avevo una casa!
Già, era una cosa importante avere una casa. Ti identificava come cittadino adeguato. Uno che aveva una posizione stabile. Una vita stabile. Dei mobili buoni. Una targhetta sulla porta e sulla cassetta della posta.
Ecco, ero parte di un mondo che scorreva perfettamente come un orologio Svizzero. Parte di un meccanismo perfetto, inviolabile, indistruttibile, eterno.
La mia casa presa con il muto, l’auto appena finita di pagare, i mobili cambiati solo tre anni fa, due figliolette, una moglie, e presto anche un cane. E ovviamente un lavoro a cui davo tutto me stesso, pur odiandolo.
Uscii da quel palazzo, raggiungendo la strada e la mia auto parcheggiata nel posto riservato ai condomini.
La lavavo ogni Domenica. La portavo al lavaggio, mentre attendevo che Maria si preparasse assieme alle bambine per andare a messa.
Beh, quel giorno era Venerdì. Domani mi sarebbe toccato il turno di sole sei ore, e poi dopo avrei portato la famiglia al centro commerciale, e la Domenica avrei di nuovo lavato la mia amata auto.
Intanto mi ci ficcai dentro e la spinsi per le strade della città. Passando innanzi a palazzi pieni di brava gente. Attraversando strade dove la brava gente si era svegliata presto per andare a lavoro, proprio come me. Decine e decine di sconosciuti che come me se ne stavano nelle loro palle di metallo, percorrendo la strada per andare a guadagnarsi il diritto a sopravvivere, mentre altre persone facevano altrettanto camminando a piedi per strada, oppure fermi innanzi qualche fermata d’autobus.
Cielo, sembrava davvero una catena di montaggio. Ogni giorno la stessa storia! Ogni giorno quella danza rituale. Quel patetico circo pieno di robot che si agitavano tra loro dimenandosi come scimmie.
Attorno a me i cartelloni pubblicitari mi sorridevano, insegnandomi tante cose utili alla mia sopravvivenza.
Un’auto poteva darmi la felicità. Era saggio avere un’assicurazione sulla vita. La prevenzione odontoiatrica era quanto di più importante ci fosse al mondo. Una crociera mi avrebbe reso l’uomo più felice al mondo. Bere aranciata Fanta mi avrebbe reso una persona migliore. Tanta gente aspettava che io donassi il mio 8 x 1000 alla chiesa cattolica.
Tante cose utili. Tante cose importanti. Tante cose che vivevo ogni giorno, proprio come altre sette miliardi di formiche al mondo.
Dio, stavo dando la mia vita! E per cosa? Cosa sarebbe rimasto di me dopo aver di tirare le cuoia?
.Ma nonostante ciò non riuscivo a fare a meno di quella mia vita sicura, stabile, sicura.
Cazzo, stavo andando dal mio pusher per farmi vendere un’altra dose, pronto a tirargli pompini pur di riceverla, e consapevole che quella merda iniettata nelle mie vene presto o tardi mi avrebbe ridotto a uno scheletro.
E lo raggiunsi! Arrivai a destinazione dopo neanche trenta minuti. Nella zona portuale di Napoli. Un lungo vialone accerchiato da una parte da grossi palazzi perlopiù adibiti a uffici, e dall’altra, da mura e cancelli dietro cui stava celato il porto di Napoli: un insieme di vecchi container provenienti da chissà dove, capannoni arrugginiti, e un via vai di immigrati clandestini che arrivavano lì alle prime luci dell’alba solo nella speranza di venir scelti per un giorno di lavoro, se pur a mezza paga.
Parcheggiai l’auto e avanzai in un enorme spiazzale pieno di container e gente che si dava da fare a scaricarli, muletti che percorrevano l’area, e rumori di macchinari in ogni dove.
Arrivai al mio capannone. Il numero ventitré, per l’esattezza. Un grosso capannone lungo almeno venti metri e alto sei.
Lì dentro molte persone facevano la propria parte per rendere felice l’umanità. Eravamo i folletti di Babbo Natale, noi tutti. Degli elfetti che si davano da fare per dare al mondo tanti regali. Nuovi sogni. Nuovi idoli da venerare.
E cosa facevamo di preciso per il mondo?
Beh, tante cose! Cose utilissime, come per esempio piallare, tagliare e pressare lamiere. Lamiere che sarebbero diventate tantissime cose. Cose bellissime! Cose come parti di automobili, oppure posate, mobiletti, accendini a benzina, maniglie di qualche porta, cavatappi, collanine, o anche solo coltelli per uccidere qualcuno.
Facevamo felice il genere umano lì dentro! Davamo loro cose necessarie, cose volute, cose sognate. E io ero uno di loro! Un elfetto che entrò in quel regno pronto a fare il proprio dovere, mentre attorno a me decine e decine di persone si affannavano andando avanti e indietro, mentre ovunque echeggiavano rumori metallici e stridenti sirene.
Alcuni tra loro mi salutarono. Io ricambiai sorridendo. Fingendo di essere felice d’essere lì. Fingendo di essere felice di vederli.
Poi dopo altri saluti, passando innanzi ad altri possenti macchinari di metallo che si agitavano attorno a me come se fossero vivi, raggiunsi uno degli spogliatoi. Un vecchio spogliatoio pieno di armadietti di ferro arrugginito e che puzzava come delle palle sudate.
Raggiunsi uno di quei cosi. Uno a caso!
Cominciai a spogliarmi, mentre attorno a me altri elfetti facevano lo stesso, parlando di cose inutili come il programma visto alle tele la sera prima.
Io cercai di starmene per i fatti miei, ma uno stronzetto basso e magrolino, sui trent’anni, mi si avvicinò con fare sorridente.
Mi ficcò una mano sulla spalla. Senza smettere di sorridere. Proprio come se fosse il mio miglior amichetto.
<< Ehi, Tony, e tu cosa ne pensi della partita di ieri? >> mi chiese.
E io cosa gli risposi? Cosa avrei voluto dirgli, restando lì fermo a fissare la sua mano sulla mia spalla?
<< Dannata merda, chi cazzo ti conosce? Ti credi in diritto di toccarmi e parlarmi come se fossi il mio miglior amichetto solo perché lavori con me da due anni? Avanti, testa di cazzo, togli subito quella mano dalla mia spalla e levati dalle palle, prima che ti faccia ingoiare tutti i denti che hai nella tua merdosa bocca da schifoso succhia cazzi >>
Ecco cosa avrei voluto dirgli! Ma mi limitai a fissarlo e sorridere. E prima che potessi rispondere al suo immenso quesito, di colpo un altro amichetto si avvicinò a noi. Un tipo alto, e grasso quanto una balena. Un coglione che si piazzò dietro allo stronzetto, ficcandogli a sua volta una mano sulla spalla e destando la sua attenzione, per mia fortuna.
<< Ma che cazzo ne vuoi capire tu di calcio, bamboccio >> disse quell’energumeno, ridacchiando e fissando il moccioso.
Lo stronzetto finalmente tolse la mano dalla mia spalla, concentrandosi sul suo nuovo amichetto. Su quella testa di cazzo di Alfonso. Quel bestione che conoscevo ormai da vent’anni.
<< Avanti, figliolo >> riprese << Ora muoviti a uscire da qui, e vedi di preparare i macchinari per il nostro turno >>
Il bamboccio non obiettò minimamente. Anzi, sembrò felice di tante attenzioni. Felice di servire la patria. Di essere la nostra Laika mandata nello spazio.
Si tolse dalle palle, lasciandomi da solo con il mio amico Al, mentre gli altri lì dentro continuarono a parlottare tra loro, e alcuni cominciarono a uscire da quel fetido spogliatoio.
Il bestione mi si avvicinò. Mi fu faccia a faccia. Il mio paparino era davanti a me, sorridente e probabilmente pronto a dispensare buoni consigli.
<< Dai, che oggi abbiamo molto da fare >> disse ridacchiando ancora.
E aveva ragione! Il mio caporeparto aveva ragione. Lui doveva avere ragione.
Catena alimentare! Né più né meno.
Io avrei potuto uccidere il moccioso, e Al avrebbe potuto uccidere me e gli altri lì dentro.
Catena alimentare! Né più né meno. La bestia più forte mangia la bestia più debole, e la bestia più debole ne mangia una ancora più debole, mentre quella più forte viene mangiata da una bestia più forte di lui. E sopra tutti noi, il mondo! Quel mondo che dovevamo servire. Quel mondo che cominciammo a servire uscendo fuori da lì. Andando in scena. Pronti a confezionare nuovi regali per i bravi bambini. Per i bambini meritevoli! Per i bambini meritevoli dei doni di Babbo Natale.
Dio, quel giorno mi toccò stare alla fornace. Odiavo quel posto!
Faceva un caldo boia lì davanti a quel macchinario. Un’enorme bocca di metallo in cui venivano gettati tutti gli scarti di ferro. Scarti che sarebbero stati fusi per poi venir usati per produrre altri regali da dare ai bravi bambini.
Io mi trovavo davanti a un rullo, assieme al bamboccio e un altro coglione di nome Dino
Al urlava per la sala, caricandoci per lavorare di più come se fossimo dei vogatori in una nave vichinga, mentre attorno a noi continuavano a rimbombare con fare poderoso e violento le sirene e i rumori dei macchinari.
Io ero addetto a controllare i pezzi di metallo che passavano sul rullo.
Dino veniva con un carrello e lo svuotava in un macchinario. Quello li filtrava, facendo chissà cosa, e poi da lì usciva una cesta che andava dritta nelle mani del bamboccio. E lui a sua volta svuotava la cesta sul rullo. Poi quella merda veniva da me. Io li fissavo. I pezzi di ferro lì sopra fissavano me. Io cercavo di capire se tra essi ci fosse qualche pezzo di ferro degno di sfuggire alle fiamme di Mordor. E come sempre ne sceglievo un paio a caso. Li gettavo in un’altra cesta. Dino li raccoglieva e portava via subito dopo aver dato un’altra carica al macchinario, così da dare un’altra cesta al bamboccio, e altri pezzi uguali a me da selezionare.
E via così per minuti, ore, giorni, anni, decadi, secoli.
Così si rendeva la gente felice! Quello era un lavoro utile. Un lavoro indispensabile. Un’impresa pari a quella degli argonauti.
E intanto quel moccioso continuava a raccontarmi le sue cazzate!
Già, a suo dire il Napoli aveva perso ingiustamente contro la Juventus.
Poi fu il turno della sua ragazza. Una tipa di nome Cinzia.
Lui l’avrebbe sposata! Sì, e si sarebbero amati per tutta la vita. E lui si sarebbe tirato fuori da quella merda. Stava mettendo da parte i soldi! Avrebbe fatto qualcosa con la sua vita.
Cazzate sentite e strasentite! E come tali non le ascoltai neanche.
Mi limitai a scegliere a caso i pezzi di ferro da salvare. Pezzo dopo pezzo. Carrello dopo carrello. Parola dopo parola. Finché una mano sulla mia spalla mise fine a quella giostra.
Era Al. In piedi dietro di me a fissarmi con fare serio.
Il capo voleva parlarmi, ecco cosa mi disse. E senza aggiungere altro lasciai quella merda metallica a un tipo di nome Vito, e assieme ad Al avanzai verso l’ufficio del capo. Passando innanzi macchinari che ruggivano come dinosauri, e decine di volti pallidi che neanche mi vedevano.
Non chiesi nulla ad Al. No, in fondo a che sarebbe servito? Se il capo voleva vedermi non era certo per darmi buone notizie.
Forse ero nella merda! Magari presto non avrei più avuto come pagare il mutuo. Forse presto non avrei più avuto modo di pagare le mie piccole certezze. La mia stessa vita!
Cominciai a sudare freddo, ma nonostante ciò non chiesi niente ad Al. Non dissi una sola parola! Neanche quando arrivammo innanzi alla porta del capo. Una porta di plastica bianca ficcata nel mezzo di un piccolo container di ferro laccato di bianco.
Al si tolse dal cazzo. Io bussai, e una grossa e imponente voce usci da lì dentro, invitandomi ad andare avanti.
Lo feci! Aprii la porta, intimorito come se fossi un bambino pronto a essere rimproverato dalla maestra.
Innanzi a me un piccolo ufficio. Mattonelle grigie sul pavimento. Mura di ferro laccate di bianco. Qualche onorificenza incorniciata. Un calendario, delle piccole targhette, una libreria e uno schedario, e in fondo, nel centro, una grossa scrivania con sopra varie scartoffie, qualche cornicetta con dentro le foto di un’orrenda famigliola.
Ma quanto di peggio lì dentro stava proprio dietro a quella dannata scrivania.
Era lui! Quel ciccione di merda vestito con giacca e camicia a buon mercato. Un ciccione pelato che mi fissava con superiorità. Sorridendo malignamente mentre fumava un grosso sigaro.
<< Avanti, vieni qua! >> esclamò con voce insolente, facendomi a stento cenno di avanzare.
Io andai verso di lui a passo lento e testa bassa. Come se fossi pronto a essere sculacciato. Come se lui fosse Dio e io solo una sua miserabile creatura.
Mi fermai davanti alla sua scrivania. Guardai dapprima le foto sulla sua scrivania. Un’occhiata velocissima! In un attimo vidi il suo figlioletto ciccione di otto anni lì tra le sue braccia, intento a mangiare un gelato. Vidi la sua orrenda e grassa moglie abbracciata a lui, a quel marmocchio e a una scrofa undicenne dai capelli biondi; tutti fermi davanti a una piccola imbarcazione. E poi vidi nuovamente la sua di faccia! Il suo ghigno, il suo sguardo colmo di arroganza, il fumo che volava verso di me come se volesse soffocarmi.
Restai qualche secondo immobile. In silenzio. Attendendo un suo cenno.
Ma non giunse nulla! Dio non parlò. Ero nel pieno deserto, e nessuna voce Divina mi avrebbe condotto alla terra promessa.
Quando ecco che, senza preavviso, dal nulla la voce del buon Dio mi colpì in pieno viso.
<< Immagino che ti stai cagando addosso, non è vero? >> mi disse ridacchiando e guardandomi con compiacimento.
Io sentii le mie gambe venire meno, il sudore colare dalla mia fronte e il cuore battere forte.
Cosa rispondere? Come rispondere a quella domanda? Cosa rispondere a Dio?
Non so perché, ma gli dissi la prima cosa che mi passò per la mia testa bacata.
<< Ehm, signore, voleva vedermi? >> gli risposi con un filo di voce, quasi mangiando le parole tanto mi stavo cagando nei calzoni.

Due estratti di The writer, romanzo pubblicato dalla Damster edizioni

Dopo quella notizia ero al settimo cielo. Cioè, non che sprizzassi gioia da tutti i pori. Affatto! Ma avevo preso a vedere il mio futuro con più ottimismo. O meglio… Avevo ripreso a vedere un futuro!
Già, forse c’era ancora una speranza di non crepare in quel dannato call center. Un modo per dare un senso alla mia vita, senza farmela più scivolare addosso sopravivvendo in una vita mediocre. Costretto a fare cose odiate finché non sarei finito sotto tre metri di terra.
Stavo per vincere! Sì, finalmente, dopo decenni a mangiare merda, la sorte si era ricordata di me.
Anzi, fanculo la sorte! Era tutto merito mio. Solo mio!
Io avevo passato le notti a scrivere. Io avevo lasciato un pezzo dei miei polmoni e del mio fegato su ogni pagina scritta. Io avevo tenuto duro, nonostante ci fossero le peggiori probabilità di farcela. Di riuscire ad emergere da quello sciame di mosche chiamato “genere umano”.
Ma continuai a non dire niente a nessuno.
No, era ancora troppo presto. Dunque rimasi in attesa. Continuando la mia misera esistenza mentre per settimane continuai uno scambio di mail con una certa Ester, la redatrice impegnata a curare il mio romanzo: Carta straccia! La storia di uno scrittore fallito che faceva di tutto per tirarsi fuori da una vita banale e inutile.
Beh, devo dire che mi meravigliai di come riuscii a tener sotto controllo sia l’emozione che la pressione.
Ester sapeva il fatto suo, questo era certo. Mi contattava almeno ogni tre giorni per farmi leggere le correzioni apportate al lavoro di editing. Sempre attenta a non tagliare niente d’importante, né censurare cose che, a detta sua, avrebbero mostrato a pieno al lettore l’immenso patos di cui fossi capace.
Io non sapevo neanche di avercelo un cazzo di patos! Non sapevo neanche cosa fosse. Ma andava bene! La stesura del libro proseguiva alla grande. In silenzio. Mentre io continuavo a vivere la mia vita di merda.
Infatti continuai a mangiare merda come tutti i giorni lì in quel merdoso call center. Sorridendo alla gente. Ascoltando sconosciuti e vedendo i miei colleghi che mi stavano altamente sul cazzo.
Ma dentro di me sapevo!
Sì, già pregustavo il momento in cui sarei andato lì da uomo libero. Quando sarei entrato nell’ufficio del capo del personale senza neanche bussare. Piazzandomi davanti a lui e, sorridendo, tirandolo fuori cominciando a pisciargli addosso.
“Questo è quello che vali tu è la tua schifosa azienda, pezzo di merda. E ora avanti, fammi pure causa, stronzetto. Avanti! Ti comprerò un guardaroba nuovo così ti toglierai per sempre dalle palle, inutile fallito”.
Sì, ecco cosa avrei detto. Cosa avrei fatto! E poi sarei entrato in sala, girando in quel pollaio prendendo a cazzotti chiunque mi stava sul cazzo.
Avrei costretto anche qualche puttanella a succhiarmi il cazzo. O magari a mettersi a pecorina su una di quelle merdose postazioni, così da prenderlo in culo mentre avrebbe continuato a sorridere a qualche stronzo a telefono.
Ma intanto ero sempre lì! Mister nessuno. Uno sconosciuto come tanti.
Udii una voce alle mie spalle.
<< Covello, hai i tempi troppo alti >> urlò quella piccola stronzetta magrolina che mi odiava a morte.
Io non la calcolai minimamente. Calcolarla avrebbe significato ucciderla! E non ero ancora nella condizione di farlo.
No, restai lì seduto ad ascoltare la mia cara amichetta che mi parlava nel cervello. Lamentandosi ardentemente di quanto la vita fosse stata ingiusta con lei.
<< Capisce cosa le sto dicendo? >> mi chiese quella vacca repressa, urlando dalle mie cuffie.
Io annui, continuando a fissare il monitor come se fossi lobotomizzato.
<< La capisco, signora. E trovo molto ingiusto che la sua amica abbia avuto una promozione migliore della sua >>
<< Se vuole gliela passo. È qui accanto a me! >>
<< Non c’è bisogno, signora. Io le credo!>> le risposi. Ma non ebbi il tempo di aggiungere altro che ecco un’altra voce sbraitare nel mio cervello.
Era l’amica della stronza! Un’altra troia repressa Palermitana.
<< Io non le dico bugie, signore. A me hanno davvero dato una promozione di mille minuti, mille messaggi e due giga di internet >> cominciò a urlare quella demente.
Io mi piazzai le mani contro la testa. Chiudendo gli occhi e sentendo le urla di quella volgare cagna fin dentro alla testa.
E lei continuava! Continuava a urlare. Continuava a difendere il diritto della sua amica a essere una cliente speciale. Una persona speciale! Così importante da avere una cazzo di promozione.
Cristo, la testa mi scoppiava! Il sangue pulsava così forte nelle mie vene al punto da sentire i battiti del mio cuore.
Tutto girava! La mia testa era ficcata dentro a un secchio pieno di piscio, e sentivo miliardi di voci confuse rimbombare attorno a me e dentro di me.
Cazzo, perché mai ero costretto a sopportare tutto ciò? Quelle stronze! Quella gente. Quel posto.
Ero uno scrittore! E presto sarei stato uno scrittore famoso. Forse autore di un bestseller. Uno che sarebbe rimasto nella storia.
Sì, avrei venduto migliaia di copie grazie al nome della mia nuova casa editrice. La gente avrebbe fatto la fila nelle grandi librerie per comprare il mio romanzo. E mi avrebbero chiesto l’autografo per strada. Avrei avuto una guardia del corpo, e puttane da fottere ogni notte. E magari, molto sicuramente, avrebbero anche fatto un film sul mio romanzo.
Ma intanto dovevo stare lì fermo, attaccato da quelle due arpie che continuavano a urlare assieme. Senza stancarsi. Senza fermarsi. Pensando solo a quella cazzo di promozione che le avrebbe rese felici. Speciali e uniche in un mondo di merda!
Decisi di mettere fine a quella storia.
<< Va bene! >> dissi con tono deciso, fermando di colpo quelle due troie << Le attivo subito la promozione, okay? Ma non lo dica a nessuno! Questa è un’eccezione che la Vodafone fa solo per lei. Perché lei è una cliente molto importante! >>
La stronza era al settimo cielo! Chissà, magari ebbe anche un orgasmo. Forse dopo anni che non ne aveva uno.
Poi cominciò la trafila di ringraziamenti.
“La Vodafone è la migliore. Lei è il migliore!”, e altre cazzate simili.
Io continuai a sorridere. Stringendo i pugni e ringraziando a mia volta. Avendo solo voglia di spaccare la testa a quelle due cagne molli e inutili.
Ma lo show continuò ancora!
Sì, le due vacche erano contentissime. Al punto che cominciarono a raccontarmi tutto della loro merdosa vita da consumatrici. Di come non avessero mai lasciato la Vodafone. Di come fossero felici di stare in Vodafone. Di come nessun gestore telefonico fosse come Vodafone. Di come non avrebbero mai e poi mai lasciato Vodafone.
Tutte cose di cui non mi fotteva un cazzo!
Per me poteva bruciare la Vodafone, e anche quelle due troie e tutta la gente del cazzo che avevo sentito in otto lunghissimi anni.
Ma continuai ancora a sorridere e ringraziare. Sperando solo che quelle due streghe andassero a fanculo al più presto.
Alla fine si tolsero dal cazzo! Ma subito dopo mi toccò sorridere a un deficiente di circa vent’anni. Un coglione disperato perché non riusciva a connettersi con un cazzo di smartphone.
Aiutai anche lui! E quello dopo, e quello dopo ancora. Finché non si fecero le dieci di sera.
Finalmente timbrai il cartellino e mi tolsi da quel posto. Uscendo in fretta. Come sempre senza calcolare quei deficienti che invece amavano intrattenersi a chiacchierare dopo sei ore a parlare con degli sconosciuti.
Andando via incrociai anche Imma. Ma lei mi salutò a stento. Ancora ferita per essere stata trattata solo come una fica da fottere.
Chissà, di certo non l’aveva detto al suo bravo fidanzatino. E magari mentre stava ancora con quel cazzone aveva trovato un altro coglione capace di farla sentire speciale.
<< Che troia! >> sussurrai tra me e me, togliendomi da quel posto e rimettendomi per strada. Percorrendo a passo veloce quel lungo stradone che mi avrebbe condotto a Piazza Garibaldi.
Il trans che di solito batteva lì fuori non ci stava. Magari era a fottere altrove, magari era morto, oppure si era trasformato in un elefante.
Non me ne fotteva! Con o senza di lui quel posto era sempre uguale. Anche se, essendo ormai quasi la fine di Agosto, c’erano più auto a percorrere quella strada.
Sì, l’estate è la stagione dei divertimenti. Dove tutti vogliono fare qualcosa. Dove tutti devono fare qualcosa.
Ragazze desiderose di andare su qualche cazzo di spiaggia ad abbrustolirsi e farsi fotine da piazzare su un cazzo di social network. Ragazzi che andavano sulle stesse spiagge per cercare di trovare qualche fica da fottere. E allegre famigliole che facevano la spola tra la casa e quella che spiaggia, o che uscivano anche solo per andare in pizzeria o in qualche dannato centro commerciale.
Era la stagione della vitalità! Tutti di colpo rinascevano, pretendendo di dare un senso alle proprie vite in quei due mesi. Affannandosi per farlo! Perdendo il cervello nel pianificare vacanze o semplici uscite. Sprecando ogni energia in cerca della serata perfetta. Della vacanza perfetta.
Dio, mi facevano così schifo!
La città di colpo era diventata ancor più rumorosa e caotica. Ovunque si vedevano auto piene di allegre comitive e famigliole che fino a poche ore fa si stavano uccidendo.
Un vortice di luci! Un vortice di rumori. Un vortice di melma.
Tanta brava gente intenta a cercare di divertirsi, mentre a due passi da loro, in quella schifosa piazza, qualche barbone crepava per strada e qualche puttana era costretta a darla via su di un marciapiede.
Per loro non esisteva alcuna estate. Non ne avevano diritto! No, Babbo Natale porta regali solo ai bravi bambini. Superman difende solo la brava gente. Topolino ama solo i bambini felici. E Gesù Cristo fa risorgere solo chi dice le preghierine.
La solita storia! I bravi segnati su di una parte della lavagna, i cattivi sull’altra. I nazisti tedeschi nelle loro belle ville, e gli Ebrei a crepare nelle camere a gas.
I migliaia di anni il mondo non era cambiato di una sola virgola.
Tutto era uguale! La gente era uguale. I desideri erano uguali.
E io dov’ero? Ero una merda anch’io proprio come i tanti ubriaconi che bevevano vino in cartone sotto la statua di un vecchio eroe, o ero come la brava gente che girava nelle loro auto per andare a divertirsi?
Chi ero?
Io, che più di tutto avrei voluto fare la bella vita. Non fare un cazzo di niente! Stare tutto il giorno a oziare e scopare. Ubriacandomi e scopando.
Ero un’artista?
Cazzo, non ci stavo capendo più niente!
E pensare che un tempo non me ne fotteva di diventare ricco o famoso. Stavo da solo nella mia stanza, notte dopo notte, ubriacandomi e scrivendo. Senza neanche pensare a un’eventuale pubblicazione.
E invece, ora cosa?
Non scrivevo una riga se non pensando di doverla pubblicare.
Era lo scopo del mio scrivere! E chissà, per quanto mantenessi ancora il mio stile, forse un giorno mi avrebbero costretto a scrivere altro. Magari storie romantiche come piacciono alla gente.
No, no, no. Cazzate! Io ero l’originale! Ero quello vero. Un vero disadattato! Un ubriacone, un porco, un asociale. Un vero scrittore maledetto!
Già, non ero mica come quei segaioli che vanno nelle grandi librerie sbavando sui libri di Bukowski, per poi tornare nelle loro belle stanzette ordinate, magari mantenuti da papino e mammina.
No, io ero vero! Io vivevo per davvero quello che i migliori scrittori avevano narrato nei propri scritti.
Emarginazione, tormento, paura, angoscia, disperazione, rabbia, alcolismo, depravazione: una vita di merda!
Sì, la mia vita non era una farsa. Ero proprio io!
“Già, signori e signore, accorrete a guardare l’ultimo residuo della follia umana. Un uomo che non se ne fotte di mettere da parte i soldi per l’auto, per la casa, per le cure odontoiatriche o per un viaggio a Cuba. Venite a vedere questo strano esemplare di essere umano che passa ogni notte in una stanza lercia dal pavimento pieno di mozziconi, vestiti, e bottiglie piene di piscio. Guardatelo, signori, nessuno vive come lui! A confronto i Rom sono dei veri principi! Venite, dunque, non perdete questa occasione. Potrete vedere solo per due penny ciò che avete letto nei migliori romanzi di Bukowsky. Solo due penny! Solo due penny per vedere quanto mai vi ricapiterà sotto mano “.
Ma volevo esserlo per davvero? Volevo per davvero passare tutta la mia vita da solo in un buco?
No, certo che no!
Volevo soldi e fama. Volevo sì non fare un cazzo e fottermene di fare le pulizie o roba simile. Ma volevo vivere bene! Sì, magari in una grossa villa dove avrei avuto trenta puttane pronte a succhiarmi il cazzo e a svuotare le mie bottiglie di piscio, o a togliersi dalle palle quando sarei stato troppo ubriaco per scoparle o sopportarle.
E avrei voluto girare per strada vedendo tutti a inchinarsi al mio cospetto. Riverendomi, servendomi, amandomi, ammirandomi.
Un vero Dio!
Ecco cos’ero. Non un artista. Ma solo un patetico e ozioso illuso. Un pigro pezzo di merda senza alcun ideale né scopo da realizzare. Un ingranaggio rotto in una perfetta catena di montaggio. Un cane bastonato che desiderava avere il potere del proprio padrone, solo per vederlo legato a una catena elemosinando una crocchetta.
Niente di artistico, niente di poetico, niente di profondo.
Solo uno stronzo come tanti!
Bah, forse erano solo cazzate. Presto la Izolli avrebbe pubblicato il mio libro. Una grande casa editrice! E mi avrebbero pubblicizzato in tutto il mondo. Il mio romanzo sarebbe stato di certo tradotto in decine di lingue. E pian piano mi sarei tirato fuori da quella merda.
Ma intanto c’ero ancora. E avevo voglia di bere. Voglia di far star zitte tutte quelle voci che ancora mi ronzavano nella testa, e quel mondo vorace che si stringeva attorno a me.
Entrai in un bar. Nel bar Davids, per l’esattezza. E per un attimo, entrandovi, mi aspettai di vedere tutta la gente venirmi contro. Tutti con il mio libro in mano, pronti a farsi fare un autografo.
Non venne nessuno!
No, lì dentro la barista bionda se ne stava dietro al bancone a servire birra e mostrare il suo culo messo in risalto da un jeans aderente, mentre ai tavoli del bar ci stavano sempre le stesse face di cazzo. Qualche negro, qualche bianco, qualche giallo. Qualcuno prossimo a diventare violaceo.
Tutti intenti a parlare tra loro o a starsene in silenzio, bevendo birra di sottomarca e fissando il vuoto, senza neanche ascoltare la musica rock che echeggiava nel locale.

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Cazzo, sentivo il cuore battere così forte da spaccarmi il petto. E fissando quelle facce sorridenti sentii tutto girare attorno a me.
Ma era appena l’inizio!
Sì, perché quando la cara Francesca terminò il suo monologo, spiegando al mondo intero quanto il mio libro fosse l’opera migliore mai scritta, beh, allora cominciò il vero supplizio. Cominciò la mia parte in tutta quella cazzo di storia!
<< Bene, Marco >> riprese, fissandomi con fare amichevole << Allora, tu sei uno scrittore emergente, dico bene? >>
Io annuii, ovviamente. E lei sorrise ancora.
<< Beh, dunque come mai ti è venuta in mente proprio una storia riguardante uno scrittore esordiente? >>
Io continuai a fissarla, annuendo e lisciandomi la barba come se stessi pensando a chissà cosa.
In verità non pensavo ad altro che Antonella! Sì, alla sera in cui me lo succhiò per bene e bevve tutta la mia sborra, e poi la mandai a fanculo per sempre.
Ma tenni per me quella mia piccola fonte d’ispirazione, decidendo di non dire niente della mia musa.
<< Vedi, Francesca >> le risposi con fare calmo, e sorridendo sempre << Come molti scrittori emergenti ho sempre vissuto il dramma di essere uno sconosciuto. “ Ce la farò mai? Riuscirò a diventare famoso?” >>
<< E’ questo dunque che uno scrittore emergente desidera? >>
Scossi le spalle e sorrisi ancora.
<< Ehm, diciamo che è uno dei tanti desideri! Non fraintendermi, Francesca. Non intendo incitare le persone a scrivere cose commerciali e magari odiate solo per vendere. Il contrario! Il sogno di ogni emergente è infatti proprio riuscire a diventare famoso grazie a quanto amano scrivere, e non grazie a ciò che la gente ama leggere >>
Francesca sorrise ancora, e dal mondo venne un altro applauso.
<< Ed è proprio quello che vediamo nel tuo romanzo >> aggiunse << Uno scrittore sconosciuto che vive da disadattato. Scrivendo storie aggressive e piene di sesso. Storie che mostrano la parte squallida del mondo. “I non voluti!”, come definisci spesso gli emarginati della società. Un emarginato che nonostante rifiuti da molti editori, e la pubblicazione di un romanzo che non lo ha reso famoso, continua a scrivere ogni notte. Notte dopo notte. Sentendosi schiacciato dalla realtà che lo costringe a una vita a sua detta mediocre >>
<< Beh, un po’ come me! >> intervenni.
La folla applaudì ancora, felice di trovarsi davanti al nuovo Bukowski.
Francesca applaudì a sua volta. Soddisfatta. Fissandomi e sorridendo.
<< Già, e in merito a quanto hai detto, dimmi, Marco, nel tuo libro usi spesso termini come “Mr Nessuno” per definire il tuo personaggio, o come già detto, definisci “una vita mediocre” quella di gente che passa la propria esistenza in una fabbrica o in un call center, come fa il tuo personaggio, e anche tu. Dunque credi per davvero che non diventare famosi e fare un lavoro qualunque possa definire le persone inutili e dalle esistenze piatte? >>
A quella domanda il mondo cominciò a vociferare tra loro. Quasi scandalizzati dal mio modo di pensare.
Già, tutti volevano essere qualcuno! Tutti si spaccavano il culo per dimostrare al mondo di essere migliori di altri. Di valere qualcosa!
Eppure, non si poteva dire pubblicamente che lavorare in un call center per tutta una vita fosse un’esistenza di merda. Né che un’esistenza vissuta come uno sconosciuto tra miliardi di sconosciuti fosse l’incubo di tutti.
No, era vero, ma non andava detto!
Ogni lavoro era rispettabile. La gente che si rompeva il culo dodici ore al giorno in qualche fabbrica, solo per mantenere una famiglia, era gente da ammirare. E chiunque svolgesse un lavoro onesto era da definire un eroe.
Nessuno voleva essere così. Tutti volevano il successo. Tutti volevano la grana. Tutti volevano la fama. Tutti volevano il piacere. Tutti volevano essere qualcuno. Tutti sognavano di diventare come i personaggi visti alla televisione o le rockstar ascoltate alla radio.
E in culo al lavoro onesto! In culo a un’esistenza di stenti, per poi svanire nel nulla.
Nessuno voleva una simile vita. Ma non andava detto!
No, sarebbe stato come dire che Biancaneve alla fine della favola andasse a letto con il suo bel principe, tirandogli un pompino con ingoio. O come se la piccola cenerentola si facesse fottere in culo dal principe azzurro.
Era una cosa ovvia. Palese. Naturale. Ma non andava detta! La verità non andava mai detta!
E io che avrei dovuto fare?
Ero uno scrittore, sì, ma non ancora così famoso da potermi permettere di sputare la verità dritta in faccia alla gente. Proprio come mi aveva detto Max. E probabilmente proprio come Francesca voleva che mostrassi al mondo, facendomi quella domanda.
Dunque mi diedi da fare!
<< Vedi, Francesca >> cominciai <<Non vorrei essere frainteso. Non c’è niente di male in chi lavora tutto il giorno per mantenere la propria famiglia. Io intendo altro! >> dissi rivolgendomi alla folla, come se fossi un cazzo di senatore in cerca di voti << Io intendo il dramma di scoprirsi traditi. Di scoprire i nostri sogni d’infanzia traditi! >>
Mi voltai verso Francesca e poi nuovamente verso la folla. E tutti loro mi fissavano con interesse. Come se stessi per mostrare loro la verità del secolo.
<< Da bambini credevamo che crescendo saremmo diventati come degli eroi >> ripresi a dire gesticolando, mettendo in atto la mia campagna elettorale << Un astronauta, una star del cinema, un calciatore, un cantante. E molte volte i nostri genitori ci hanno fatto credere che ciò fosse possibile. E invece, invece cosa? Niente! Si cresce e ci si ritrova a vivere una vita come quella di tanti. Nessun sogno Americano! Tanti sconosciuti che desiderano di essere delle star. Tutti ammassati tra loro. Facendo le stesse cose. Vivendo vite che sembrano fotocopiate >>
La gente continuò a fissarmi, pensierosa, o forse fissando e basta. Mentre la mia cara Francesca se ne stava lì seduta al mio fianco, annuendo e sorridendo.
<< Non è la vita in sé a farci male >> aggiunsi, indicando i miei nuovi amici lì davanti a me << Quanto la consapevolezza di essere stati illusi. Di aver perso i nostri sogni. Che mai potremmo raggiungere quei sogni che avevamo da bambini >>
La folla scoppiò ad applaudire. Ere in delirio!
Sì, avevo vinto le nuove elezioni. Ero il loro presidente. Il loro sovrano. Il loro imperatore. E Francesca sorrideva mentre applaudiva a sua volta. Consapevole di aver mostrato al mondo l’antieroe da sempre amato. Quello burbero ma dal cuore tenero. Un cinico e disilluso perdente, ma dall’animo sensibile.
Io sorrisi a mia volta. Fissando tutti i miei amici. Sapendo di aver mentito! Un povero coglione che in quel momento non ero meglio di tutta la gente che avevo sempre criticato.
Ma andai avanti! Lo show continuò, e io andai avanti.
Ancora altre domande!
Sì, domande sul mio rapporto con l’alcool. Sul cosa pensassi dell’editoria Italiana. Su quali fossero i modelli a cui m’ispiravo.
E io risposi a ogni domanda. Proprio da bravo bambino. Da primo della classe! E quando la mia amica Francesca ebbe finito con il suo interrogatorio, passò la palla a tutti miei nuovi amichetti. A quella gente che si era guadagnato il diritto a fare domande al grande scrittore.
E lo fecero eccome!
<< Lei quando scrive piange? >>
<< Ha mai avuto una visione? >>
<< Crede che esista qualcosa oltre la vita? >>
<< E’ innamorato? >>
<< Pensa mai al suicidio? >>
<< Non crede che bere la ucciderà prima o poi? >>
Tutte domande che non c’entravano un cazzo con il mio libro! Ma a quelle persone non importava del mio libro. Importava di avere davanti solo un altro prodotto commerciale. Un altro Bukowski! Un qualcosa da portare ai loro talk show. Qualcosa che potesse dare emozioni alle loro esistenze.
Il mio libro sarebbe venuto in secondo piano. Se io fossi stato giusto per loro, allora anche il mio libro lo sarebbe stato. E io, se pur inconsciamente, feci di tutto per esserlo. Per renderli felici!
Risposi a ogni loro domanda. Ero l’artista maledetto! Quello che piangeva mentre scriveva. Così tormentato da un mondo ormai meccanico al punto da desiderare spesso di uccidersi, per poi piangere nel desiderare un figlio, e passare le notti a gettare ogni mio sentimento su carta.
La folla era in subbuglio dalla gioia. I miei amici mi fissavano con stupore, trattenendo a fatica le risate. E Francesca mi fissava con gioia, guardando il suo nuovo prodotto commerciale.
Era il mio momento, sì, ma non provavo che vergogna per me stesso. Lì seduto a sorridere a quegli sconosciuti come se fossi il loro miglior amico.
Già, ero ancora in un merdoso call center. Ecco la verità! Ma comunque fosse, cercai di resistere, proprio come facevo lì dentro da otto anni. Proprio come facevo da ormai trentaquattro anni.
Poi venne il momento dell’aperitivo. Alcuni vollero fare altre domane allo scrittore: domande che non avevano niente a che fare con il mio romanzo. E altri ancora invece decisero di comprarlo. Non per leggerlo! Quanto per avere una copia autografata da quello che forse sarebbe diventato il nuovo scrittore maledetto. Infine, quando il più della folla si riversò sulle tartine e sul vino bianco, o verso la mia redatrice, cercando di proporle qualcosa scritto da loro, io riuscii a mettermi in disparte. Con i miei amici. Bevendo assieme a loro lontani da quella folla.
Tommy mi fissò, scoppiando a ridere. Quasi strozzandosi mandando giù una tartina.
Pako gli diede una pacca sulla spalla, come per dirgli di far meno lo stronzo. Io sospirai, mandando giù il vino in un sorso. Restando fermo davanti a loro. Sentendomi un verme. Un uomo senza palle! Uno di quelli che avevo sempre criticato.
<< Davvero una situazione di merda! >> esclamò Pako.
Io annuii, riempiendo subito un bicchiere e svuotandolo in un sorso. Quando ecco che dietro a me apparve una stronzetta bassa, magrolina e dalla pelle rinsecchita.
Mi piazzò davanti i suoi grossi denti gialli, sorridendo e mostrandomi il mio libro e una penna.
<< Le spiace firmarmelo? >>
Io la fissai. Tommy scoppiò a ridere. E Pako gli diede ancora un altro cazzotto contro al braccio.
<< Certo! >> le dissi con fare sorridente, afferrando il libro e la penna dalle sue mani.
Dio, avrei voluto scriverle qualcosa del tipo “Pensa a leggere il libro invece di pensare a questo inutile autografo di merda”. Ma mi limitai a firmare quel libro. Ridotto ormai a una star di Hollywood più che a uno scrittore.
Beh, era quello che volevo, no? Volevo essere famoso! Essere ammirato, e far soldi a palate.
Ma intanto lì non ci stavano altro che una trentina di sconosciuti. E a occhio e croce non avevo venduto che una decina di libri.
Non mi fu concesso neanche di stare un po’ con i miei amici!
No, ero l’ospite d’onore. Il festeggiato! E in quanto tale, Francesca mi raccattò per farmi fare il giro degli invitati. Presentandomi qualche giornalista fallito che scriveva per qualche piccolo giornale locale. O qualche professore incapace di scrivere un vero libro, e così costretto a rivendersi le tesi universitarie di qualche altro sfigato.
E io sorridevo. Sorridevo a tutti. Parlavo con tutti. Autografavo libri a tutti e ascoltavo il loro concetto di letteratura moderna.
Da morire!
Sì, in meno di un’ora ne avevo le palle piene. Ma per fortuna, dopo un po’ quella farsa cessò.
I miei ospiti si congratularono ancora, per poi togliersi dalle palle, probabilmente andando a casa a vedere la tv o chattare al pc anziché leggere il mio libro.
Francesca mi diede le ultime raccomandazioni. A sua detta era andato tutto molto bene! E domani alcuni giornali avrebbero anche  pubblicato articoli su di me e sulla presentazione. Articoli che sarebbero stati letti sì e no da una centinaia di persone.
Ma andava bene! Sì, lei era sicura che il mio romanzo sarebbe stato un gran successo. Ma intanto quello che avevo visto era solo una sala con una trentina di persone inutili quanto me, e una decina di copie vendute.

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Tratto dal racconto “Che cazzo ci faccio qui?”, presente nell’omonima antologia.

Il sole di Luglio batteva forte sul mare, infiammandolo di luccicanti e intermittenti riflessi.
Se ne stava lì alto, in un pomeriggio qualunque. In un posto qualunque. Arrostendo  gente qualunque stesa su di una spiaggia qualunque.
Eddy si portò la bottiglia di birra alla bocca. Era ancora fredda! Presa pochi minuti prima in un bar di un lido antistante la spiaggia libera in cui si trovava.
La barista, forse la proprietaria di quel posto –una donna magra, bassa, bionda e dallo sguardo pungente- l’aveva guardato come se avesse voluto vomitargli addosso. Ma appena Eduardo, Eddy, le aveva mostrato la grana, la donna di colpo lasciò ogni suo pregiudizio incominciando a servirlo.
Intanto, la donna era ancora lì barricata in quel suo piccolo bar di legno in cui giovani, vecchi e bambini si accalcavano per prendere gelati, bibite, granite: tutte cose giuste, sane, approvate dall’unione consumatori.
Eddy portò ancora una volta la bottiglia alle sue labbra, sfiorando la sua lunga e incolta barba. Le diede un sorso. Poi un altro. Abbassò la bottiglia. Alzò lo sguardo al cielo.
Il sole batteva forte! Sì, e lui pensò “Ma che cazzo ci faccio qui?”.
Poi, ecco che rivolse lo sguardo ai suoi pallidi e nudi piedi, per poi salire fino ai grossi polpacci altrettanto pallidi, e poi ancor più su fino al jeans arrotolato fin sotto le sue ginocchia.
Spostò lo sguardo sul lato destro, sorpassando il telo marroncino su cui stava poggiato.
Arrivò alla sua camicia bianca e stropicciata gettata senza cura sulla sabbia, proprio accanto a un paio di anfibi neri e un vecchio zaino logoro e dello stesso colore delle sue scarpe.
Da quell’affare tirò fuori un pacchetto di Marlboro e ne prese una, portandosela alla bocca, per poi accenderla.
Gettò sul telo l’accendino. Mollò una strippata, alzando nuovamente lo sguardo al cielo, mentre attorno a lui la gente continuava a rosolarsi al sole, bambini fastidiosi correvano per la spiaggia urlando e dimenandosi come cernie prese all’amo, e qualche giovane giocava a palla o con le racchette.
“Sì, che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora, Eddy, dando un’altra strippata alla sua cicca, e poi sorseggiando la sua birra.
Pamela! Ecco perché. O “Pam”, come da sempre la chiamava Eddy.
Quel pomeriggio Eddy aveva di nuovo litigato con Pam. O meglio, era stata Pam a litigare con Eddy.
<< Sei uno stronzo insensibile >>, questo gli urlò contro, Pam. E tutto solo perché Eddy, mentre Pam era intenta a guardare una schifosissima fiction alla tele, le aveva detto, ridacchiando, che un tale di nome Sean (idolo di Pam) avrebbe di certo gradito se una certa Sharon, sorella di Brenda, la sua moglie, gli avesse succhiato il cazzo.
Beh, non che a Pam fottesse più di tanto del matrimonio tra Sean e Brenda, ma sentire quella cosa le diede modo di dar libero sfogo al suo essere una femminista convinta.
Già, in fondo Eddy la conobbe circa tre anni prima a un reading di poesie. Uno di quei posti dove tutti si riuniscono per  mostrare al prossimo quanto sono bravi e capaci. Un posto pieno di finti intellettuali, finti artisti, finti gay, finte lesbiche, finti rivoluzionari, finti santoni, finti esseri umani.
A Eddy toccò la finta femminista!
L’aveva notata mentre lei recitava una poesia sull’amore assoluto, o altre cagate simili. E di certo non si fermò a notare le sue liriche. No di certo! Ma notò eccome i suoi lunghi riccioli biondi, i suoi occhi azzurri, e ancor più la sua quarta di seno e il culetto simile a un cocomero.
Non perse tempo. Si diede subito da fare, Eddy. E dopo esser stato costretto a sorbirsi tutte la cazzate di Pam (cose come il suo voler liberare per sempre la Palestina, o vivere su di una casa piazzata nell’oceano), finalmente riuscì a portarla via da quel posto, e dopo qualche cocktail (proprio adatto a chi dice di voler vivere in povertà, come la cara Pam), beh, il vecchio Eddy la portò in un parcheggio deserto. Per parlare solo, ovviamente. Solo che sia lui che Pam sapevano bene che se lui avesse voluto parlarle, di certo non l’avrebbe portata in un luogo isolato. Perlopiù stando sul sedile posteriore di un auto.
Comunque, per parlare parlarono eccome. Di altre stronzate dette da Pam! Solo che dopo, Pam acconsentì a farsi limonare alla grande. E prima che potesse accorgersene, Eddy gli era già dentro.
In culo al femminismo! In quel momento svanì del tutto. Solo che Eddy non poteva sapere cosa gli riservasse quella piccola scopata.
Certo, inizialmente fu tutto rose e fiori quando andarono a convivere nel bilocale al centro di Napoli dove viveva Eddy, proprio come succede all’inizio di ogni storia. E lui, avendo quarant’anni, non poteva pretendere di meglio. Niente di meglio di una trentasettenne ancora bella formosa e dalla fica non troppo larga. Solo che, come detto, certe cose durano sempre poco.
Pam iniziò a rompere per davvero le palle. Non subito, ma a gradi. Che ne so, prima con piccole cose come il fatto che Eddy non alzava mai la tavoletta del cesso. Poi passò agli incontri di boxe che Eddy amava guardare alla tele: troppo violenti, a detta sua. E inoltre lei amava vedere documentari o fiction piene d’amore. E naturalmente voleva che Eddy vedesse quella roba assieme a lei.
Dopo qualche mese che vivevano assieme, fu il turno delle uscite di gruppo.
<< Cielo, Ed, stiamo sempre da soli >> gli urlava contro << Non senti il bisogno di socializzare? Essere una coppia non significa star sempre da soli, ma significa vedere gente. Bisogna farlo! Oppure l’amore appassisce. Anche il più grande amore può appassire se non si vede altra gente! >>
E così, via a vedere altra gente. Portato al guinzaglio da Pam ad altri reading di poesie, al teatro, in qualche museo, o in posti dove si facevano comizi su come salvare i popoli Africani.
Ma non era finita lì!
Pam presto iniziò a interessarsi di pittura moderna. E ovviamente anche Eddy doveva interessarsi di pittura moderna. Solo che a lui non gliene fotteva un cazzo di pittura moderna.
Beh, purtroppo a Pam gliene fotteva eccome!
<< Eddy, possibile che a te non ti va di fare niente? Guardati! Quando non lavori te ne vuoi stare solo a casa, a bere birra e oziare. Dov’è finito l’uomo brillante che avevo conosciuto? >>
Ma Eddy non lo sapeva dove fosse finito quell’uomo. Neanche sapeva che ci fosse mai esistito un uomo brillante lì dentro.
Ma dovette fingere di esserlo, accompagnando Pam a mostre d’arte contemporanea, a corsi di pittura, o anche solo a serate tra amici che come Pam coltivavano la passione per l’arte moderna.
E poi via con le passeggiate al mare. I cineforum.
<< Eddy, che ne diresti di andare a fare un pic nic? >>.
Insomma, un inferno!
E non ci volle molto prima che la cara Pam si accorse che Eddy odiava fare tutte quelle cose. Che Eddy odiava lei, come lei odiava lui.
Iniziarono a detestarsi, pur continuando a vivere sotto lo stesso tetto.
Normale routine, insomma.
Assieme a cenare davanti alla tele, in totale silenzio. Condividere un letto senza quasi più scopare. Litigare per chi dovesse andare per prima al cesso. E lei nel suo mondo, Eddy nel suo: ognuno la propria vita, pur stando comunque sotto lo stesso tetto.
Impossibile non litigare! E quel giorno Pam aveva deciso che il motivo del litigio doveva essere proprio il pompino desiderato da Sean. Anche se non fu proprio colpa delle presunte voglie animalesche di Sean a innescare l’ennesima guerra.
No, ormai il loro rapporto era simile ad acqua che bolliva violentemente in una pentola a pressione. Una pentola che poteva esplodere da un momento a un altro. Una pentola che Pam ed Eddy tenevano ermeticamente chiusa, forse solo per evitare di dover faticare a pulire il casino che sarebbe successo se quell’acqua fosse straboccata.
In fondo, anche quando Pam poco prima gli aveva violentemente urlato contro << Sei un porco! Non voglio vederti mai più >> sapeva bene che presto l’avrebbe rivisto. Che nessuno dei due avrebbe avuto mai le palle di sollevare quel dannato coperchio.
Già, “Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, fissando il suo zaino con dentro la roba che aveva portato via da casa sua, dopo l’ennesimo litigio con Pam. O meglio, quella graziosa casa nei pressi di Salerno. Un piccolo appartamento che aveva fittato per due settimane, dopo che Pam gli aveva urlato contro << Possibile che non possiamo permetterci neanche una vacanza? >>.
Ma continuò a sorridere, se pur amaramente, dando un altro sorso alla birra, una strippata alla Marlboro, e spostando lo sguardo verso l’orizzonte.
Sul bagnasciuga alcuni vecchi dalle grosse pance e la pelle molliccia passeggiavano avanti e indietro come tante pecore che pascolano in un prato. Poi di colpo si fermavano, fissando il mare. Fissandolo come se al di là di quel blu ci fosse altro. Che ne so, un altro mondo, magari, oppure le risposte a ogni domanda della vita.
Invece, al di là dell’orizzonte non ci stava altro che un’altra spiaggia dove altri vecchi passeggiavano proprio come loro, chiedendosi le stesse e identiche ridicole cose.
<< Che schifo! >> borbottò tra sé e sé Eddy, dando un altro sorso alla birra e portando lo sguardo verso una famigliola accampata davanti a lui; padre, madre, figlio. La Santa Trinità! La Sacra famiglia.
Lui, il gran capo di famiglia, se ne stava seduto su di una sdraio, mantenendo un quotidiano che quasi gli cadeva sulla grossa pancia. Lì sotto quell’ombrellone leggendo in silenzio notizie che in fondo non gli riguardano, mentre sua moglie, la Vergine Maria,  se ne stava stesa su di un telo da spiaggia, facendo abbrustolire le sue carni mollicce rese quasi bianche da una crema abbronzate, e tenendo continuamento d’occhio il loro moccioso di nove anni intento a costruire un castello di sabbia che somigliava perlopiù a un grosso cumulo di mondezza.
Accanto a loro, beh, niente di diverso!
Famiglie silenziose. Famiglie che parlavano solo del lavoro, di cosa mangiare o di cosa avevano mangiato, di qualche programma televisivo, del mare calmo o agitato, del posto in cui si trovavano e del posto in cui sarebbero andati l’anno prossimo. E ancora, coppiette silenziose stese su dei teli a prendere il sole: lui intento a leggere un giornale o a fare un cruciverba, lei presa a fissare il suo cazzo di smartphone da ottocento pezzi. E ovunque, mocciosi petulanti correvano per quella maledetta spiaggia, urlando e ridendo. Facendo rimbombare le loro voci assieme al rumore delle onde o alle risate di adolescenti che giocano a beach volley.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora Eddy, dando un’ultima strippata alla sua paglia per poi gettarla a terra.
Si voltò ancora. Il suo sguardo si posò su delle forme sinuose. Sui corpi mezzi nudi di ragazzine appena sedicenni che giocano a beach volley, ficcate in una grossa gabbia avvolta da del filo di metallo.
Vide i loro culi sodi muoversi avvolti da costumini quasi inesistenti. Le loro belle bocce ciondolare ogni volta che saltavano per raccogliere la palla. E le passò a rassegna tutte! A una a una. Scrutando i loro culi, le loro tette, i loro corpi. Fissando quella macelleria a cielo aperto, e desiderando solo di correre lì, prendendo una a caso di loro –magari quella con il costumino verde mela- e gettarla a terra per poi strapparle tutto da dosso. Tastare quel suo meraviglioso corpo. Tirarlo fuori e fotterla a sangue, mentre lì sulla spiaggia Mister Sconosciuto continuava a leggere il suo giornale e Miss sconosciuta continuava a smanettare con il suo smartphone.
Ma restò lì fermo, guardando ancora il culo della tipa con il costumino verde mela. Vedendola balzare in aria, colpendo la palla e facendo ondeggiare il suo meraviglioso culetto.
Cercò di distogliere lo sguardo, Eddy.
Sì, certe cose possono costare care, soprattutto se si viene scoperti.
Ma davanti a lui la scena non cambiò minimamente!
No, o vecchi, o famiglie, o mocciosi, o altri culi. Culi che si mostravano a lui con tutta la loro forza. Con indecenza. Con prepotenza. Come se gli stessero urlando contro “Guardami. Desiderami”.
In particolare, il culo che più gli urlava contro era quello di una moretta stesa poco distante da lui.
Cristo, Eddy si consumò gli occhi tra le cosce di quella ragazza. Fissando intensamente quelle chiappe strette e percorse nel mezzo da un sottile filo di stoffa nero.
Ma tornò subito in sé!
Si guardò attorno con fare prudente e al tempo stesso acuto.
Okay, nessuno l’aveva visto. Era ancora salvo. Non sarebbe stato lapidato per aver fissato il culo di quella giovane ragazza.
Decise però di non rischiare ulteriormente. Così raccattò dallo zaino un paio di occhiali scuri e se li piazzò sul viso.
Diede ancora un sorso alla birra, tornando al culo della tipa. Ma lei si alzò lentamente, scrollandosi la sabbia da dosso e incamminandosi verso la spiaggia.
Eddy la seguì con lo sguardo. Vide quel culo morbido muoversi tra vecchi, bambini urlanti e gente stesa su teli da spiaggia, finché non svanì del tutto in mare.
Così porse la sua attenzione su altro. Cercò altro, e non faticò a trovarlo.
Sì, in ogni dove quella spiaggia era piena di altri corpi. Corpi belli. Corpi sodi. Corpi giovani. E lui li fissava tutti da sotto i suoi occhiali da sole, bevendo la sua birra e tastandosi il cazzo di tanto in tanto.
Un’intera spiaggia stuprata! Non risparmiò neanche le adolescenti. Fissò quei corpi pensando a quanto avrebbe voluto scagliarsi su ognuno di loro.
Ma ritornò in sé.
Sospirò, chinò lo sguardo e si ficcò in bocca un’altra sigaretta, per poi accenderla.
“Che cazzo ci faccio qua?” pensò ancora, fissando quella gente. Quelle brave famiglie. Quei bravi vecchi che non chiudevano un attimo le loro cazzo di bocche. Quelle belle porcelline che avrebbe violentato, se solo non avesse rischiato di finire in gabbia.
Sì, prenderle, spogliarle con forza e scoparle a sangue. Non certo corteggiarle come aveva fatto con quella vacca di Pam. No, non avrebbe mai più fatto lo stesso errore! Non sarebbe più tornato da lei.
Ma ecco che un tornado lo riportò nuovamente alle realtà.
Un moccioso con addosso un costume giallo gli passò davanti, correndo e urlando, proprio come tutti i mocciosi su quella cazzo di spiaggia.
In un attimo, una tempesta di sabbia lo colpì in piena. Facendo colare sul suo petto e sulle sue gambe infiniti granelli di sabbia.
Eddy si diede una pulita con la mano, continuando a fissare con lo sguardo quel moccioso che non smise di corre e ridersela.
L’avrebbe ucciso! Di certo lo avrebbe fatto, se solo avesse potuto. Ma ancora una volta dovette restare lì fermo. Fissando quel moccioso. Reprimendo il suo odio. Implodendo, mentre quel coglioncello raggiunse un uomo e una donna piazzati sotto un ombrellone.
La tipa, una donna alta e magra sui quaranta, dai capelli visibilmente tinti di biondo, si alzò dal suo telo fucsia e andò contro a quel marmocchio.
<< Christian, a mamma, vieni che togliamo il costumino >> gli disse.
Christian tentennò un po’. Continuò a ronzare per la spiaggia, come fosse una mosca fastidiosa.
Eddy lo fissò ancora. Desiderando di ucciderlo. Di uccidere quel moccioso petulante e tutta la gente lì su quella spiaggia.
Poi ancora un urlo! Un urlo gentile.
<< Christian, a mamma, non fare il cattivo! >> strillò la bionda. E a quelle parole Christian si fermò di colpo.
Obbedì!
Sì, Christian di certo non desiderava di essere cattivo. Christian voleva i regali da Babbo Natale, l’amore di Cristo, i consensi dalla maestra, i bacini dalla mammina, la carica di presidente degli Stati uniti.
Così calmò la sua foga e raggiunse sua madre, mentre a meno di due metri da Eddy, seduti su di un telo bianco a righe blu e rosse, se ne stavano una coppia di vecchi: lui, magro e dalla pelle pallida e con al centro dell’addome un grossa pancia come se avesse inghiottito tre o quattro cocomeri. Lei, una donnetta magra e dalla pelle rinsecchita, seduta accanto a quel deficiente e intenta a scrutare ogni passo del piccolo Christian.
Christian raggiunse la sua mammina. Lei lo prese quasi al volo, avvolgendolo in un telo colorato e cominciando a scrollargli la sabbia da dosso.
La vecchia lo fissò ancora. Sorridendo. Compiaciuta. Desiderosa di mostrare al mondo quanto lei sia buona nel sorridere di gioia vedendo un bambino.
<< Quanti anni ha? >> chiese improvvisamente la vecchia, come se conoscesse da sempre quella donna. Come se quanto appena detto fosse qualcosa d’importante.
La finta bionda diede ancora una strapazzata a Christian e rivolse il suo sguardo verso la vecchia, mentre suo marito, un uomo né grasso né magro e dalla faccia quadrata, continuava a leggere un giornale, steso su di un telo blu e viola.
<< Cinque anni >> le rispose.
La vecchia sorrise ancora. Felice di quella risposta. Felice di aver trovato ancora una volta un’utilità alla sua giornata. Una degna conversatrice con cui parlare di cose importantissime.
<< E una sorellina o un fratellino, no? >> riprese.
Stavolta fu la bionda a sorridere, dando un’ultima strofinata al caro Christian, che una volta libero corse subito verso il paparino, ora in piedi per togliere l’ombrellone dalla sabbia.
<< La sorellina è a casa con la nonna >> rispose la finta bionda.
Ci fu un altro sorriso da parte della vecchia, e suo marito si decise a chiudere il giornale, partecipando con un sorriso a quella dolce discussione.
<< Oh, e lei quanti anni ha? >> chiese ancora la vecchia.
<< Ventotto mesi! >>
<< Certo che di questi tempi fare due figli uno a breve distanza dall’altro, di certo è un atto di coraggio. Ma nostro Signore ci aiuta sempre. E aiuta soprattutto chi come voi vuole mettere al mondo delle creature innocenti >>
La finta bionda le donò un altro sorriso. Lei fece altrettanto. Suo marito pure. E il marito della finta bionda mise a posto l’ombrellone e iniziò a rassettare la roba sparsa per terra, mentre Christian continuò a ronzargli attorno.
Eddy sbuffò, chinando il capo e dando ancora un sorso alla sua birra.
La vecchia lo fissò con aria disgustata. Lui avrebbe voluto ricambiare la cosa. Fulminarla con lo sguardo. E ancor più avrebbe avuto voglia di alzarsi e andare da lei, mollandole tanti calci sulla faccia fino a fracassargliela.
Ma rimase lì seduto. Neanche la guardò. Diede un altro tiro alla sua sigaretta, e senza accorgersene spostò lo sguardo verso la famiglia di Christian.
Abbassò subito lo sguardo!
Cazzo, l’aveva proprio visto! Senza neanche accorgersene aveva visto Christian totalmente nudo, senza più addosso quel fottuto costumino.
Niente di strano, ovvio, tutti l’avevano visto. Ma Eddy non era tutti! Eddy era un uomo solitario che se ne stava seduto su un vecchio telo da mare, con addosso un jeans loro, in faccia barba lunga e sfatta, in mano una birra, e accanto a sé uno zaino pieno di vestiti.
Poteva costargli cara quell’imprudenza!
“Cosa fare ora?” pensò, dando un ultimo sorso alla sua birra. “Mi hanno visto! Sì, di certo mi hanno visto. Io non ho fatto niente, sì, lo so. Ma so anche come vanno certe cose. Quelli penseranno che l’ho fissato volutamente. Con fare malizioso. Cristo, potrebbero tagliarmi le palle e ficcarmele in bocca!”.
Si guardo attorno. Poggiò la sua birra sulla sabbia. Scrutò un attimo la vecchia, ancora intenta a parlare con la mamma di Christian, e poi fece una panoramica sulla spiaggia.
“Okay” pensò “Ho distolto subito lo sguardo!”. Poi si fermò un attimo, allungando la sua mano callosa verso la sua crespa barba. ”Ma potrebbero pensare che l’ho fatto di proposito!” pensò ancora “Sì, magari penseranno che ho abbassato lo sguardo perché l’ho fissato con malizia. Sì, potrebbero pensarlo! In fondo quella vecchia troia ha continuato a guardarlo come se niente fosse. Non si è fatta i problemi che mi sto facendo io. Forse avrei dovuto fare come lei! Far finta di niente. Non scandalizzarmi per aver visto un moccioso nudo. Avrei dovuto fingere di fissarlo con amore. Di certo sarebbe stato un alibi ben più credibile del mio averlo fissato per sbaglio, perché intento a pensare ad altro”.
Poi timidamente e in modo furtivo si guardò attorno, osservando la famiglia di Christian.
Niente! Per fortuna lui non esisteva. Loro non l’avevano neanche visto. Stavano presi a parlare tra loro di come la vecchia un tempo faceva nascere dei mocciosi nell’ospedale lì vicino.
“Pericolo scampato!” pensò Eddy. Voltando lo sguardo e mettendosi in piedi. Non sono buono neanche come potenziale pedofilo” pensò ancora, tirandosi su e afferrando la bottiglia di birra ormai vuota.
Lasciò lì lo zaino, andando verso il bar. Salì dei piccoli gradini di legno, raggiungendo una grezza palafitta piazzata sulla spiaggia.
Gettò la bottiglia in un contenitore con su scritto “raccolta vetro”, e avanzò ancora, oltrepassando come se fosse uno spettro della brava gente seduta a dei tavolini su quel portico.
Entrò lì dentro. Il bancone di legno e ferro era davanti a lui, coperto da patatine, contenitori con caramelle e altre cazzate simili.
La vecchia l’osservò ancora. Disgustata come prima.. Ma quando lui poggiò una moneta da due e una da uno su quel banco, ordinando una birra, lei si calmò nuovamente, e in un attimo, dopo aver preso quei soldi, svanì nel nulla, per poi tornare con la birra di Eddy.
Eddy afferrò la bottiglia e si tolse da quel posto.
“Cazzo, che furto!” pensò, scendendo le scale di legno e avviandosi sulla spiaggia “Tre euro una bottiglia di birra. E solo per quella stronza! Sì, perché doveva venire qui a fare la reginetta del mio cazzo”.
Ma cercò di non pensarci ulteriormente. Ormai aveva pagato! Nella vita si paga sempre anticipatamente, e lui aveva già pagato le due settimane di vacanza per quella cagna di Pam.
“ Che si fottessero tutti!” pensò, tornando a sedersi sul suo telo e attaccando subito la birra.
La vecchia era ancora lì, intenta a parlare con la mamma di Christian. E anche i loro rispettivi mariti sembrano aver preso parte alla conversazione.
<< A Salerno si mangia del pesce buonissimo >> sentì dire dalla vecchia.
Poi il suo caro compagno aggiunse qualcosa con la sua voce nasale.
<< Dovremmo dargli l’indirizzo del ristorante dove siamo andato ieri, tesoro>> disse.
<< Oh, sì, Mario, dovremmo per davvero >>
La finta bionda e il suo marito dalla faccia quadrata sorrisero.
<< Sarebbe meraviglioso >> esclamò il tipo dalla faccia quadrata, mentre suo figlio, Christian, cominciò a prendere a calzi l’ombrellone riposto sulla sabbia.
Eddy rimase lì ad ascoltarli. Senza sapere perché. Senza capire più niente.
Ma voltò subito lo sguardo, accendendo un’altra sigaretta. Cercando di non ascoltare più quelle stronzate. Quelle cazzate sentite e strasentite. Cose udite in ogni posto, da ogni persona, in ogni tempo. Quelle cose che si dicono in un mondo dove bisogna chiedere a uno sconosciuto quanti figli ha, che lavoro fa, cosa ne pensa dei politici o quale sia il suo programma televisivo preferito. Un mondo dove è importante parlare del lavoro, dei ristoranti, del pesce fresco, della spiaggia, del tempo, oppure stare zitti per pascolare in riva al mare, o abbrustolirsi ai raggi del sole.
“Che cazzo ci faccio qui?” pensò ancora Eddy, ansimando come se un’enorme fatica lo stesse spossando. Come travolto da un quintale di cemento liquido. Guardando attorno a sé in cerca di un posto dove scappare.
Ma niente! Quei volti erano ovunque. Quelle voci erano ovunque. Erano aloni vorticosi che aleggiano in ogni dove. Attorno a lui. Attraversandolo. Stritolandolo. Soffocandolo.
Cristo, quanto avrebbe voluto fuggire da tutto! Avrebbe voluto che tutta quella gente sparisse. Che Pam sparisse. Che lui stesso sparisse.
Ma intanto restò lì fermo. La birra scese nel suo corpo, ormai sempre più calda. Qualche culo gli passò davanti. Dei mocciosi continuarono a strepitare per la spiaggia. I vecchi pascolavano in riva al mare o sparlottavano tra loro stesi sotto qualche ombrellone.
CONTINUA…

Tratto dal racconto “Non pensi a noi?”, presente nell’antologia “Che cazzo ci faccio qui?”.

“Cercasi operaio motivato e con esperienza pluriennale nel campo della lavorazione del vetro. Offresi contratto di apprendistato con possibilità di inquadramento. Inviare il curriculum all’indirizzo infocandidature@lastanzadivetro.com”.
Mario sospirò, chiudendo quel dannato giornale e poggiandolo sul tavolino di vetro davanti a lui. Si lasciò cadere sul divano. La sua schiena villosa coperta da una canotta impregnata di sudore sprofondò nell’imbottitura di quel divano in finta pelle acquistato cinque anni fa in un negozio di merce usata. Poggiò i piedi nudi sul tavolino di vetro. Quel tavolino di vetro comprato assieme al divano e a tanta altra roba presente in quel minuscolo soggiorno.
Gina amava quel tavolino. Ma per fortuna quel pomeriggio Gina non era in casa, dunque Mario poteva fare tutto quello che voleva, compreso starsene stravaccato su quel divano dove chissà quante persone erano state stese, e tenere i piedi su quel vecchio tavolino, proprio come avevano fatto tante persone prima di lui. Restò lì immobile, fissando il soffitto crepato e fumando una sigaretta. Lentamente, senza sapere il perché, fece scivolare la mano sinistra sul divano, accarezzandone la superficie come se fosse la schiena di una donna.
“Chissà quanta gente si è seduta su questo affare” pensò, continuando ad accarezzare quella similpelle verde bottiglia e fissando il vuoto. “Già, magari ci hanno anche scopato su questo coso” pensò ancora. E di colpo tolse la mano dal divano. Tirò giù i piedi dal tavolino e abbassò la schiena, poggiando entrambi i gomiti sulle ginocchia.
Fissò il quotidiano poggiato su quel tavolino, tra un posacenere pieno di mozziconi, una bottiglia di whisky, una d’acqua tonica, e un bicchiere riempito a metà.
Allungò la mano verso il bicchiere e lo afferrò, portandoselo alla bocca. Diede un piccolo sorso e abbassò il bicchiere. Si passò la lingua sulle labbra umide, sfiorando i peli bagnati dei suoi baffi. Sospirò, poggiando la mano contro al mento e lasciandosi la barba incolta, mentre nell’altra continuava a mantenere il bicchiere, e la sigaretta tra le dita ingiallite.
Aveva mai scopato Gina su quell’affare? Ecco cosa pensò. E stranamente non riusciva a ricordarselo.
“Dio, ma si può dimenticare una cosa del genere?” gli ronzò nella testa, mentre fumava la sua sigaretta, continuando a fissare il giornale. Eppure non riusciva proprio a ricordarselo. Forse sì, forse no. Forse c’erano andati vicini, ma non avevano concretizzato. Forse Gina l’aveva fatto! Forse il suo vicino l’aveva fatto. O magari quel ragazzo che nel palazzo chiamavano Tony il rifiuto, dato che in cambio di qualche spicciolo si offriva per gettar via l’immondizia.
Preferì non pensarci. Mandò giù altro whisky. Spense la cicca nel posacenere e poi afferrò il giornale.
“Cercasi persone solari, giovanili, predisposte al contatto umano e al lavoro di gruppo, per lavoro parte time come operatore telefonico in bound presso call center leader nel settore delle comunicazioni”.
Un cinico sorriso solcò il suo viso. Chiuse il giornale per poi gettarlo sul tavolino amato da Gina. Alzò il bicchiere e ci si specchiò dentro.
No, non era affatto solare né giovanile, e tantomeno predisposto al contatto umano. E non aveva nessuna esperienza nel lavorare il vetro o il legno. Nella sua vita, in trentotto anni, aveva fatto tutto e niente. Era passato da un lavoro di merda a un altro lavoro di merda. Da una gabbia a un’altra gabbia. E ormai ne aveva davvero le palle piene.
Svuotò in un sorso il bicchiere. Fece un grosso respiro e si allungò verso il tavolino. Versò whisky e acqua tonica nel bicchiere. Accese un’altra sigaretta e si lasciò cadere sul divano, poggiando nuovamente i piedi sul divano amato da Gina.
Restò diverso tempo così. Fissando il nulla, mentre nella sua mente ronzavano come mosche centinaia di indefiniti pensieri. Frammenti di vita! Della sua vita. Di quella vita in cui non aveva combinato un cazzo. Un’esistenza passata a sopravvivere trascinandosi da un fallimento a un altro. Da giorni inutili ad altri giorni inutili. Rimbalzando da sponda a sponda come una pallina in un flipper. Senza poter far niente! Senza poter fermarsi. Senza poter decidere della propria vita.
Ma ecco che improvvisamente un rumore colpì la sua attenzione.
Udì la chiave girare nella serratura della porta d’ingresso. Qualche mandata. Un rumore metallico. Del metallo che si strofinava contro altro metallo arrugginito. E poi il legno sfregare contro il pavimento.
La porta si aprì e si chiuse velocemente. Mario sentì le chiavi urtare contro un coccio: probabilmente il grosso piatto in stile orientale che Gina aveva comprato un anno fa da un rigattiere, pagandolo ben dieci euro.
Poi udì dei passi. Il rumore di tacchi sul pavimento. Un rumore che iniziò a essere sempre più vicino. Sempre più vicino. Finché, ecco che un’altra porta sfregò contro il pavimento.
Gina entrò in quella stanza e si fermò sull’uscio della porta.
Aveva tra le braccia Martina, la loro bambina di  appena un anno.
Martina dormiva. Mentre Gina era sveglia. Sin troppo sveglia!
Già, rimase immobile sotto l’uscio della porta a fissare Mario. Fissandolo con aria disgustata, come se non sopportasse neanche la sua presenza in quella stanza.
Esitò ancora un po’. Mario tolse i piedi dal tavolino, prima che Gina cominciasse a rompergli il cazzo.
Ma era tardi!
La miccia era accesa, e lui sapeva di aver poco tempo.
Forse sarebbe stato meglio scappare. Ma dove andare? Via da lì? Via da quella casa? Via dalla sua famiglia?
No, era una pensata assurda, almeno per uno come Mario.
Certo, ormai lui e Gina si detestavano quasi. Litigavano per qualsiasi cazzata. E quando non litigavano, beh, se ne stavano in silenzio, ognuno a fare le proprie cose: Gina a guardare la televisione, e Mario a ubriacarsi sul divano.
No, non poteva che restare. Lo sapeva bene! E sapeva che gli sarebbe toccata un’altra strigliata. Che avrebbe dovuto ancora una volta abbassare la testa, assorbendo le urla di Gina e le sue continue lamentele.
Così diede un bel sorso al suo bicchiere. Caricandosi. Preparandosi. Pronto ad andare in scena.
Gina, dall’uscio della porta sbuffò, e poi in un attimo avanzò in quella stanza battendo rumorosamente i tacchi sul pavimento. Arrivando fino a un vecchio mobile su cui stavano piazzate delle statuette di finta porcellana.
Strinse forte Martina con un braccio, e con l’altro si sfilò la borsetta dalla spalla, poggiandola su quel mobile. Poi, senza neanche guardare di striscio Mario, riprese a battere i tacchi sul pavimento, fino a sparire da quella stanza.
Ma Mario sapeva bene che non era finito niente. Anzi, il peggio stava appena per cominciare. E infatti, in un lampo Gina tornò all’attacco, apparendo da una porta e fermandosi contro a un muro.
Mario sentì lo sguardo di lei su ogni centimetro della propria pelle. Lo stava scrutando! Lo stava esaminando. Stava cercando di capire cosa mai aveva potuto provare per un simile fallito.
Di certo non trovò la risposta, e in fondo, a parte il corpo, neanche Mario ricordava quel che aveva provato per Gina.
Si limitò a restare in silenzio, senza pensare a niente. Pronto a quella battaglia. Pronto a sentirsi dire ancora una volta cose del tipo “Sei solo un fallito!”, oppure “Avrei dovuto sposare il dottor De Rosa. Quello mi faceva una corte spietata!”.
Sì, niente che non aveva già udito. Niente che non era già successo. E ormai era talmente stanco di tutta la sua porca vita al punto che di certo avrebbe assorbito quelle urla come se fosse una spugna.
Ma stranamente, Gina non urlò né diede di matto. Restò lì ferma a fissarlo. Per secondi. Forse minuti. Finché di colpo mosse il suo culetto ficcato in un vestito rosso, mosse nuovamente i tacchi colpendo il pavimento color pesca.
Arrivo di fronte a Mario. Lo fissò ancora. Guardò lui, poi la bottiglia sul tavolino, e il giornale con gli annunci di lavoro.
Lo afferrò e si mise a sedere su di una poltrona dello stesso colore del divano, piazzata a un lato del tavolino da lei amato.
Accavallò le gambe. Mario mollò un’occhiata.
Aveva ancora delle belle gambe, Gina, anche se Mario non le toccava da mesi, ormai.
E avrebbe voluto? Non lo sapeva! Non sapeva più niente, Mario. Forse non sapeva neanche che giorno era.
Subiva tutto per forza d’inerzia. Subiva la vita, senza poterci fare un cazzo di niente. E subiva lo sguardo ostile di Gina, che da quella poltrona lo fissava di tanto in tanto, mentre continuava a sfogliare quel quotidiano. Finché si fermò di colpo. Gettò il giornale sul tavolino. Guardò ancora il whisky. Guardò ancora Mario.
<< Come pensi di trovare un lavoro se continuai a ubriacarti? >> gli disse con tono severo, acido, violento.
Mario sospirò. Mandò giù altro whisky svuotando il bicchiere, e appena svuotato, subito si allungò verso il tavolino, versando altro whisky nel bicchiere e allungandolo con l’acqua.
Gina non distolse lo sguardo da lui. Strinse i pugni e fece una smorfia di disgusto con le labbra.
<< E’ continui! >> esclamò << Dico, non hai sentito quello che ho detto, Mario? L’hai sentito si ho no? Come credi di trovare lavoro se ti ubriachi tutto il giorno? >>
Mario ansimò, lasciandosi cadere sul divano e alzando la testa verso il vuoto.
<< Non sono mica ubriaco, Gina >> disse con tono stanco e rassegnato, chinando lo sguardo verso il bicchiere e fissandolo.
<< Oh, come no! Hai solo bevuto mezza bottiglia di whisky. E sono solo le sei del pomeriggio >>
Mario non aggiunse una parola. Era tutto vero! In poche ore aveva tracannato mezza bottiglia di quella merda da discount, e con ogni probabilità prima che fosse terminata quella giornata avrebbe finito anche l’altra metà, e attaccato un’altra bottiglia.
Ma che poteva fare? In fondo le sue giornate erano interminabili, e l’alcool, come il fumo, per lui erano le sole lancette capaci di scandire il tempo. La sola compagnia! La sola voce amica per non impazzire in quel vuoto assoluto.
Ma non perse tempo a spiegare quelle cose a Gina. Lei non avrebbe capito. Non avrebbe accettato che una persona può voler restare al tappeto. Sì, perché magari sa che pur rialzandosi troverebbe subito un altro pugile innanzi a sé. Un altro pugile pronto a spaccargli il culo e mandarlo nuovamente al tappeto.
Così restò lì, al tappeto, bevendo il suo whisky ed evitando di incrociare lo sguardo di Gina.
Ma ancora una volta non fu un’ottima idea!
Gina si alzò di scatto, sbuffando, e girando nervosamente per la stanza.
Poi si fermò di colpo, fissando Mario con tutto l’odio di cui fosse capace.
<< Ma almeno ti rendi conto di quello che stai facendo? >> gli strillò contro con fare isterico, agitando le mani come se fosse impazzito.
Mario restò calmo. Abbassò il bicchiere e diede un’altra strippata alla sua sigaretta.
Per un attimo pensò persino a cosa risponderle. Forse esisteva un modo per giustificarsi. Forse esisteva un modo per farla calmare.
No, non esisteva un cazzo, e lui lo sapeva bene.
Così non ci pensò più di tanto, e disse la prima cosa che gli passò per la sua testaccia bacata.
<< Un tempo anche a te piaceva bere con me >> borbottò, alzando appena di un po’ lo sguardo verso di lei.
Gina sospirò con fare nevrotico, alzando le mani verso la testa e abbassandole velocemente, come se stesse cercando di colpire l’aria.
<< Oh signore, Mario, le cose cambiano! >> esclamò con tono inviperito << Eravamo ragazzi. Non avevamo ancora delle responsabilità. Ora abbiamo una casa. Abbiamo una figlia, Mario. Dio, non pensi a noi? >>
Mario la fissò a lungo. I suoi occhi rimasero incollati ai suoi. Anche se in realtà non la stava neanche vedendo.
No, vedeva solo la sua porca vita mentre quelle parole gli rimbombavano nella testa.
“Delle responsabilità” echeggiò nel suo cervello.
Sì, lui era diventato un marito, un padre, un capo famiglia.
Ci si aspettava che lui facesse cose utili e sagge. Cose come lavorare dodici ore in una fabbrica. Comprare un’auto e un televisore nuovo. Conservare i soldi per portare la famiglia al mare. Collezionare i bollini della benzina. Fare un’assicurazione sulla vita e avere un programma televisivo preferito.
Mentre invece, Mario non riusciva a fare niente di tutto ciò. Sapeva solo starsene lì in quella casa, oziando e bevendo, senza riuscire a combinare un cazzo nella sua vita. Sapendo che qualsiasi cosa avesse fatto, qualsiasi lavoro avesse svolto, alla fine nulla sarebbe cambiato. Non sarebbe mai stato niente! Solo un povero coglione che si sarebbe spaccato la schiena fino alla morte.
Ma Gina aveva ragione. Lui era un padre di famiglia. Aveva delle responsabilità, anche se solo l’udire quella parola gli fece accapponare la pelle.
Mandò giù metà del bicchiere in un sorso, e velocemente tornò a fissare la bottiglia.
Gina fece un passo fulmineo verso di lui. Afferrò il giornale e cominciò ad agitarglielo contro.
<< Se uno vuole lavorare, un lavoro sta certo che lo trova >> gli strillò contro. E a Mario venne da ridere cinicamente udendo quelle parole.
Sì, gliele diceva sempre il suo vecchio, quando lui da giovane non voleva fare un cazzo se non ubriacarsi e organizzare piccoli furtarelli assieme a ragazzi balordi quanto lui.
“Se uno vuole lavorare un lavoro sta certo che lo trova” gli diceva sempre. E il suo vecchio lavorava eccome! Dieci  o dodici ore al giorno in una merdosa fabbrica di legno. Spaccandosi la schiena sei giorni su sette, e a volte anche la Domenica. Uscendo di casa la mattina presto per poi rincasare a sera tardi, così stanco da non riuscire a fare altro che cenare e guardare un po’ la TV prima di andare a letto. Prima di andare a letto per addormentarsi, pronto a ricominciare tutto d’accapo il giorno dopo. E infine, dopo infiniti anni, ammalarsi e crepare. Svanendo nel nulla. Senza mai aver fatto un cazzo della propria vita, se non lavorare. Senza aver mai vissuto la propria vita. Esistendo solamente. Passando una vita a lavorare, e al massimo venti giorni all’anno in una vacanza che gli serviva solo per maledire quei soldi che non bastavano mai.
Già, se uno vuole lavorare un lavoro di certo lo trova. E pensando a quelle parole rimase pietrificato sotto gli occhi di Gina, senza riuscire a far altro che sorridere in modo amaro.
<< Oh, lo trovi anche divertente? >> esclamò Gina, portandosi le mani ai fianchi.
Mario sospirò. Allungò la mano verso il tavolino e spense la sigaretta nel posacenere, per poi alzare lo sguardo verso Gina.
<< Ti prego, Gina, non è proprio giornata! >>
<< Ah, non è giornata! Perché, che diavolo hai fatto per stare nervoso? Sì, dimenticavo >> urlò ancora più forte << Sei sceso tu alle otto del mattino per accompagnare la piccola da mia madre, e poi andare a lavare le scale di ben cinque palazzi, vero? Sì, hai ragione a star nervoso, Mario, ti sei davvero rotto il culo oggi! Non è vero? Ti sei dato da fare un sacco a portare avanti questa casa, mentre io stavo sul divano a ubriacarmi. Sì, scusami. Non ci ho pensato che sei tropo stanco per parlare >>
<< Hai finito? >>
<< Non ho finito un bel niente! >> strillò Gina, sbattendo con forza il giornale sul pavimento << Io sono stanca di vivere così, Mario. Non ce la faccio proprio più! Non ce la faccio più a dover lavorare solo io perché a te non va bene nessun cazzo di lavoro >>
<< Cristo, Gina, ma hai letto quegli annunci di lavoro? >> esclamò Mario, allungando le braccia verso il giornale steso a terra come se fosse un cadavere.
<< Li ho letti eccome! >> strillò ancora Gina << Sono lavori, Mario. Né più né meno! Lavori come ogni lavoro al mondo. Lavori di merda come quelli che faccio io per tirare avanti la baracca. Eppure li si fa! A volte anche più di un lavoro! Si prende quello che si trova, Mario. Si lavora perché bisogna lavorare per vivere! E dovresti ficcartelo una buona volta in quella tua testa pazza. Dovresti capire che questa vita va così, e che bisogna far di tutto per sopravvivere >>
Mario la fissò intensamente, trafitto da quelle parole. Senza più riconoscere la donna davanti a lui.
CONTINUA…