Tratto dal racconto “Non sei contento di stare con noi?”.

Dio, che faccia di merda!

Fissavo la mia immagine riflessa allo specchio non vedendo altro che uno sconosciuto. Come se non stessi neanche lì. Come se stessi guardando qualcuno alla tele. Qualcuno che non riconoscevo neanche più.

Cazzo, ma come mi ero ridotto in quel modo? Quarantacinque anni suonati! E sembravo averne cinquanta.

I capelli erano sempre più pochi, al punto che avevo dovuto rasarli per nascondere la calvizia. Rughe che sembravano fiordi Norvegesi. Sguardo spento di un ottantenne. E denti marci per il troppo fumo.

Già, era uno schifo quella bestia riflessa lì dentro. E purtroppo ero proprio io! Un rottame a soli quarantacinque anni.

Allontanai lo sguardo, lasciando stare i miei denti marci e pensando che presto avrei dovuto chiamare il mio fidato dentista. Un bravo dentista! Uno di quelli che devono avere tutti i bravi uomini del mondo civile.

Chinai lo sguardo e poggiai le mani sulla mia grossa pancia coperta da una canotta bianca.

Centodue chili per un metro e ottantacinque di altezza.

Cristo santo, Maria mi stava letteralmente cagando il cazzo per quella storia.

“Tony, non vedi come ti sei ridotto? Tony, a furia di mangiare come un porco ti verrà un infarto. Tony, è smettila di bere! Non vedi che pancia?”.

Dio, ma perché cazzo avevo sposato quell’arpia? Pensai, togliendomi la canotta e gettandola sul cesto dei panni sporchi.

Che poi, voglio dire, neanche lei era più miss Italia. Certo, quando l’avevo conosciuta non era per niente male. Forse il meglio a cui potesse aspirare uno zotico spiantato come me. Ma ora, a distanza di quindici anni, beh, si era ridotta a un vero cesso.

Cosce grosse, culo grosso, tette flosce.

E poi veniva a rompere il cazzo a me!

Già, lei si giustificava dietro al suo fare ginnastica, dato che andava in palestra tre volte alla settimana.

Grazie al cazzo, quella stronza non aveva un cazzo da fare! E inoltre quella dannata palestra la pagavo io. Pagavo quella stronza per andare lì a muovere il suo culone, nonostante ormai erano circa tre anni che non me la dava più. Da dopo la nascita di Sofia, la nostra ultima bambina.

Sì, magari se non fosse stato per i miei figli l’avrei lasciata da un pezzo a quella vacca. Ma poi che cazzo avrei fatto? Voglio dire, a quarantacinque anni, con un corpo di merda e un lavoro da quattro soldi, che cazzo avrei mai potuto fare?

Ecco la verità! La sola e unica verità. E quella verità mi teneva inchiodato alla mia merdosa vita. Mi faceva sopportare Maria, e tanta altra merda che ingoiavo ogni dannatissimo giorno.

Bah, era inutile pensarci. Non sarei mai uscito da quella merda. Non avrei mai cambiato vita. Non avrei mai vinto una vincita miliardaria né trovato il grande amore. No, non avrei mai fatto niente di tutto ciò! E a dire il vero ormai non me ne fotteva più un cazzo.

Col tempo si diventa talmente duri che tutto ti scivola addosso. Tutto scivola su di una ruvida e dura corazza che la vita ti ha cucito sulla pelle.

Dimentichi i sogni fatti da bambino. Quando volevi diventare un astronauta, un calciatore, una star del cinema, un Dio.

Capisci di non essere un cazzo di niente. Nessuno! Un puntino microscopico. Uno dei sette miliardi di sconosciuti al mondo. Un povero fallito come tanti.

Che stronzate!

Sì, non avevo di certo tempo per quelle lagne. Non quel giorno. Non alle sette e trenta del mattino.

Cercai di non pensarci, proprio come sempre.

Il vuoto si muoveva nella mia testa, mentre continuando a vestirmi non pensavo ad altro che alla giornata di merda che mi attendeva in fabbrica, le facce di cazzo che avrei visto lì a lavoro, e tutta la merda che avrei dovuto ingoiare anche quel giorno.

Le cose di ogni giorno. Ordinarie come sempre. Statiche come sempre.

Che si fottessero tutti! Sì, quella era la vita. La vita vera! La sola e unica vita.

Non ero in un film Hollywoodiano. Non c’erano cose meravigliose da compiere, avventure gloriose da fare o gente interessante da incontrare. No, mi attendevano solo otto ore di merda in una dannata fabbrica, e poi altre ore di merda a casa, sorbendo lo sguardo ostile di quella troia di Maria e fissando la TV come se fossi ipnotizzato. Proprio come il giorno prima! E quello prima ancora. E quello prima ancora. E come sarebbe successo domani, e il giorno dopo ancora, e quello dopo ancora.

Beh, era inutile cercare di fuggire. Dunque m’incamminai verso la mia vita, finendo di vestirmi e uscendo da quel cesso.

Una volta nel corridoio venni subito colpito dalle voci di qualche stronzo proveniente dalla TV.

“ E ora il nostro Gioacchino ci farà vedere come preparare un ‘ottima anatra all’arancia” strepitò una stronzetta dalla voce da papera. E quando arrivai in cucina, quella troia biondina era proprio dentro a quel cazzo di schermo. Sorridente come se avesse una paresi, mentre quel ciccione di Gioacchino si dava da fare a preparare la sua fottuta anatra, sostenuto dagli applausi di decine di coglioni lì in quella scatola assieme a loro.

Avanzai ancora, lasciando perdere quella stronza e quel lardoso, e cercando di non sentire quegli applausi meccanici.

Andai verso i fornelli. Maria era lì, intenta a preparare la colazione per i nostri marmocchi.

Non le diedi un bacio né lei me lo chiese. Restò ferma a preparare la colazione alle nostre bimbe, mentre io afferrai la moca per versare del caffè in una tazza.

Feci attenzione a non farne cadere neanche una goccia, così da non dover sorbirmi le lagne di quella vacca isterica.

Ci riuscii, per fortuna. La sua immacolata cucina non venne intaccata. Così riuscii a starmene in pace almeno per qualche minuto, gustando il mio caffè mentre vedevo la piccola Sofia nel suo seggiolone, e la sua sorellina di nove anni, Sara, seduta a tavola a fissare con aria incantata quei decerebrati.

Dio santo, nel vederla mi venne quasi voglia di vomitare.

Sentii in me una malefica sensazione di afferrare un coltello dal mobile della cucina per sgozzarla, prima che diventasse come quella cagna acida e inutile di sua madre.

Ma non lo feci, ovviamente.

Mi limitai a finire il caffè e ad avvicinarmi a loro. Dando una piccola carezza a Sara, e poi un tenero bacio a Sofia.

Raccolsi la mia vecchia borsa poggiata sulla tavola. Dentro, la mia tuta da lavoro, alcuni attrezzi, e un pranzo merdoso cucinato da Maria.

Ecco, non restava che andare, proprio come ogni giorno. E come ogni giorno, prima di andare a lavoro, lì in quella casa non c’erano amorevoli conversazioni come quelle fatte dalla famiglia Robinson. No, non dissi a mia moglie di amarla, né diedi consigli di vita alla mia cara Sara. Né tantomeno cominciai a fare battute come se fossi un cazzo di George Jefferson.

Il silenzio! Non altro che il silenzio. E poi una voce! Una voce bassa e incazzata che ruppe quella gelida quiete.

<< Stasera tornando a casa compra tu il pane >> borbottò Maria, senza neanche voltarsi a guardarmi. Continuando a preparare quella merda per i nostri bambini.

Le diedi appena un’occhiata, ficcando in bocca una sigaretta e restando sull’uscio della porta.

Poi, ecco che osai!

<< Non potresti prenderlo tu? >> le chiesi con tono serio, quasi come se la stessi sfidando.

Ma fu una pessima mossa!

Una fiammata mi colpì in pieno viso.

<< Pensi che io non abbia niente da fare? >> esclamò quella vacca, fissandomi dritto negli occhi.

Afferrò la merda appena preparata e raggiunse le bambine.

Piazzò davanti alla piccola Sara una tazza piena di latte e cereali, e poi con fare infuriato andò verso la dolce Sofia.

Cominciò a darle della pappina con fare brusco, ficcandogliela con forza in gola. Meccanicamente, senza distogliere lo sguardo da me.

<< Già, tu pensi che io non faccia niente tutto il giorno, non è vero? >> strepitò, senza smettere di ficcare cucchiaiate nella bocca della bambina << Non sai neanche cosa devo sopportare mentre tu stai a lavoro! >>

Sospirò, raccogliendo altra merda marroncina dalla tazza nel cucchiaio nella sua mano, e ficcandogliela nella bocca della nostra dolce Sofia.

<< Portare Sara a scuola e la bambina da mia mamma >> riprese, con tono incazzato << Poi vai in palestra per farmi bella, e tutto solo per te >>

<< Non ti ho mai chiesto di farlo >> sussurrai appena, pensando che tanto anche se fosse tornata agli albori, di certo non me l’avrebbe data. Non a me, almeno.

Ma poco importava. No, quella non mi sentì nemmeno. Continuò a strepitare mentre ingozzava di merda liquida la nostra bambina.

<< E una volta fuori dovrò andare all’ufficio postale per pagare le bollette >> aggiunse << Poi passa a casa da mamma a prendere Sofia. E via di nuovo qui a casa per preparare il pranzo alle bambine. Poi vai a riprendere Sara portandomi dietro Sofia. Torna a casa per farle mangiare. Pulisci casa, gioca con loro, poi porta Sara a danza e Sofia di nuovo dalla nonna. E ancora, vai in parrocchia per aiutare quei poveri bambini, trovandoti a dover lottare con delle arpie sempre pronte a metterti i bastoni tra le ruote. E una volta uscita da lì, vai a prendere le bambine, torna a casa, e datti da fare a preparare la cena >>

Beh, non sembrò aggiungere altro. L’elenco della sua pienissima giornata sembrò essere finito. Si limitò a continuare a far ingurgitare quella merda a Sofia, mentre la gente nello schermo applaudiva, e Sara li fissava mandando giù cereali, forse senza neanche sentirci, oppure fingendo di non farlo.

Ma la lavata di testa non era ancora finita!

<< Allora, hai capito o no? >> riprese con tono incazzato.

Scossi la testa e tornai a fissarla, come se mi fossi appena risvegliato da un sonno profondo. Mentre lei continuò a guardarmi come sempre. Come se fossi niente!

<< Okay! >> le risposi con un filo di voce, quando invece avrei voluto urlarle “E allora se hai tanto da fare, dannata mignotta, evita di andare in palestra, che mi fai solo gettare soldi dato che poi t’ingozzi di merda come fossi una scrofa. E già che ci sei potresti anche evitare di passare ore a spettegolare con quell’altra stronza di tua madre. E forse, se tu non andassi in quella dannata parrocchia solo per sentirti la nuova Madre Teresa di Calcutta delle mie palle e per gettare fango su qualche altra cagna come te, beh, forse potresti anche andare tu a prendere quello stramaledetto pane, e poi tornartene qui a casa a imbottire di TV quella tua testaccia di cazzo, proprio come fai sempre”.

Ma non dissi altro!

No, annuii e mi tolsi da lì. Obbedendo alla mia mogliettina. Alla mia padrona. A ciò che dava un senso alla mia vita.

Usci fuori da casa. Cominciando a scendere le scale di quel grazioso condominio in cui vivevo. Un palazzo in periferia di Napoli. Uno di quei palazzi costruiti da una ventina di anni, e dove gente come me, tutti onesti lavoratori, si erano insidiati comprando appartamenti a buon mercato, e indebitandosi fino al collo per pagare il mutuo.

Cristo, mi stavo ammazzando di straordinari per pagare quel dannato appartamento. E con ogni probabilità avrei finito di pagarlo a settant’anni, lasciandolo alle miei bambine, che a loro volta si sarebbero scannate a vicenda per accaparrarselo.

Ma in fondo avevo una casa!

Già, era una cosa importante avere una casa. Ti identificava come cittadino adeguato. Uno che aveva una posizione stabile. Una vita stabile. Dei mobili buoni. Una targhetta sulla porta e sulla cassetta della posta.

Ecco, ero parte di un mondo che scorreva perfettamente come un orologio Svizzero. Parte di un meccanismo perfetto, inviolabile, indistruttibile, eterno.

La mia casa presa con il muto, l’auto appena finita di pagare, i mobili cambiati solo tre anni fa, due figliolette, una moglie, e presto anche un cane. E ovviamente un lavoro a cui davo tutto me stesso, pur odiandolo.

Uscii da quel palazzo, raggiungendo la strada e la mia auto parcheggiata nel posto riservato ai condomini.

La lavavo ogni Domenica. La portavo al lavaggio, mentre attendevo che Maria si preparasse assieme alle bambine per andare a messa.

Beh, quel giorno era Venerdì. Domani mi sarebbe toccato il turno di sole sei ore, e poi dopo avrei portato la famiglia al centro commerciale, e la Domenica avrei di nuovo lavato la mia amata auto.

Intanto mi ci ficcai dentro e la spinsi per le strade della città. Passando innanzi a palazzi pieni di brava gente. Attraversando strade dove la brava gente si era svegliata presto per andare a lavoro, proprio come me. Decine e decine di sconosciuti che come me se ne stavano nelle loro palle di metallo, percorrendo la strada per andare a guadagnarsi il diritto a sopravvivere, mentre altre persone facevano altrettanto camminando a piedi per strada, oppure fermi innanzi qualche fermata d’autobus.

Cielo, sembrava davvero una catena di montaggio. Ogni giorno la stessa storia! Ogni giorno quella danza rituale. Quel patetico circo pieno di robot che si agitavano tra loro dimenandosi come scimmie.

Attorno a me i cartelloni pubblicitari mi sorridevano, insegnandomi tante cose utili alla mia sopravvivenza.

Un’auto poteva darmi la felicità. Era saggio avere un’assicurazione sulla vita. La prevenzione odontoiatrica era quanto di più importante ci fosse al mondo. Una crociera mi avrebbe reso l’uomo più felice al mondo. Bere aranciata Fanta mi avrebbe reso una persona migliore. Tanta gente aspettava che io donassi il mio 8 x 1000 alla chiesa cattolica.

Tante cose utili. Tante cose importanti. Tante cose che vivevo ogni giorno, proprio come altre sette miliardi di formiche al mondo.

Dio, stavo dando la mia vita! E per cosa? Cosa sarebbe rimasto di me dopo aver di tirare le cuoia?

.Ma nonostante ciò non riuscivo a fare a meno di quella mia vita sicura, stabile, sicura.

Cazzo, stavo andando dal mio pusher per farmi vendere un’altra dose, pronto a tirargli pompini pur di riceverla, e consapevole che quella merda iniettata nelle mie vene presto o tardi mi avrebbe ridotto a uno scheletro.

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